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«Pensavo questa fosse la Francia». Le rotte dall’Africa continentale e il campo di Tsoundzou
RASSA GHAFFARI 1 Tsoundzou, periferia di Mamoudzou, una caldissima mattina di fine maggio. Lo spettro dell’Ebola inizia ad aggirarsi sull’isola sotto forma di un panico morale che, a poche ore dalla conferma da parte dell’OMS dei primi casi nella Repubblica Democratica del Congo, ha già investito il dibattito pubblico e politico maorese, alimentato da settimane di mobilitazioni xenofobe e dall’insediamento del nuovo prefetto. È proprio in attesa della sua prima visita ufficiale al campo di Tsoundzou, dove vivono oltre mille richiedenti asilo provenienti soprattutto dall’Africa continentale, che assistiamo all’arrivo di una famiglia congolese appena sbarcata sull’isola.  Sono una donna e due uomini, hanno attraversato direttamente il tratto di oceano che separa il Congo da Mayotte a bordo di un kwassa-kwassa, una delle piccole imbarcazioni utilizzate sia per la pesca sia per l’attraversamento irregolare del Canale di Mozambico 2. Appena arrivati, hanno chiesto ad un connazionale incontrato per caso indicazioni per raggiungere il campo, dove alcuni conoscenti hanno promesso loro un posto dove trascorrere le prime notti. Il clima di securitizzazione e militarizzazione che avvolge Mayotte da diversi mesi trova un’ennesima attuazione con l’arrivo della scorta che accompagna il prefetto al campo e che, sotto i nostri occhi impotenti, prende in carico la famiglia e il connazionale che li ha guidati. «Noi non gli abbiamo dato un soldo, ma pensano che sia il nostro trafficante perché ci ha condotti qui», commenta la donna congolese prima di salire su un’auto della polizia. L’episodio restituisce bene il clima che oggi attraversa Mayotte, dove la mobilità proveniente dall’Africa continentale è ormai letta quasi esclusivamente attraverso il prisma della sicurezza (intesa anche come salute pubblica) in un contesto nel quale ogni nuovo arrivo sembra confermare un’emergenza percepita come permanente e ormai pienamente istituzionalizzata. Se per lungo tempo i movimenti migratori verso Mayotte hanno riguardato soprattutto le altre isole dell’arcipelago delle Comore, in particolare la più vicina Anjouan, negli ultimi anni è andata gradualmente consolidandosi una rotta diversa, ancora relativamente poco studiata ma sempre più visibile, che collega la regione dei Grandi Laghi e il Corno d’Africa con l’isola francese nell’Oceano Indiano. Congolesi, somali, sudanesi, burundesi, ruandesi e yemeniti raggiungono la Tanzania – descritta nelle testimonianze come una sorta di Turchia dell’Africa orientale, paese di transito più o meno prolungato – attraversano il mare fino alle Comore e da lì vengono trasferiti a Mayotte. La quota più consistente di questi flussi è composta da cittadini congolesi, che costituiscono difatti la prima nazionalità tra i richiedenti asilo; chi vuole abbandonare il Congo ha a disposizione due rotte diverse: una occidentale, che sbocca sull’Oceano Atlantico, ma che viene descritta come più impervia e ostica a causa dei numerosi conflitti armati che interessano le zone circostanti; ed una orientale, più recente, che vede nel minuscolo dipartimento francese la sua più recente destinazione. I racconti collezionati durante la ricerca hanno evidenziato un dato parzialmente inatteso quanto interessante: a differenza di quanto si potrebbe supporre, una parte consistente delle persone in movimento dichiara di non aver partecipato attivamente alla scelta di Mayotte come propria meta, affidandosi a smugglers che negli ultimi anni hanno costruito reti collaudate di passaggio tra la Tanzania e le Comore.  «Non avevo mai sentito parlare di Mayotte», racconta un giovane congolese incontrato nel campo. «Il trafficante ci aveva promesso solo un posto tranquillo, in pace. Quando siamo arrivati mi hanno detto che eravamo in Francia. Mi sono guardato intorno e mi sono chiesto: dov’è la Torre Eiffel?». Alcuni giovani somali raccontano invece di essere partito da Bosasso, nel Puntland, in gruppo composto da ventiquattro persone, impiegano tredici giorni per giungere a destinazione, cambiando imbarcazione e capitano direttamente in mare aperto. «Non sapevamo dove stavamo andando», commentano in modo analogo ai compagni congolesi. «Ci dicevano soltanto che lì c’era la pace». Mayotte si configura così nelle traiettorie migratorie come una Francia immaginata prima ancora che realmente conosciuta; l’isola rappresenta sì l’Europa, ma appare più come una sua appendice periferica, sconosciuta all’opinione pubblica internazionale e persino a molti francesi della métropole. In mancanza di un sistema di accoglienza istituzionale adeguato e sufficiente, per questi richiedenti asilo, l’approdo a Mayotte coincide quasi sempre con l’ingresso nel campo informale di Tsoundzou, situato alla periferia del più grande agglomerato urbano di Mamoudzou e caratterizzato da una situazione socio-economica di generale difficoltà. Sorto nell’autunno del 2025 dopo lo sgombero del precedente insediamento, il campo ospita oggi oltre un migliaio di richiedenti asilo – tra cui circa un centinaio di minori – provenienti da contesti molto diversi tra loro, ma accomunati dall’essere definiti localmente come les Africaines. La storia del campo degli Africaines è soprattutto una storia di espulsioni e spostamenti. Negli ultimi anni gli insediamenti in cui i richiedenti asilo trovano rifugio sono stati progressivamente allontanati dagli spazi più centrali dell’isola, transitando dal vecchio stadio di Kavani, nel cuore di Mamoudzou, fino all’attuale accampamento, arroccato tra le mangrovie e il mare e costantemente minacciato dalle maree: ogni sgombero coincide con un ulteriore arretramento verso luoghi meno visibili ed accessibili. Il suo ingresso, compresso tra un cantiere edile e alcuni alloggi gestiti da una NGO locale, appare difatti quasi invisibile dalla strada, segnalato solamente dalla presenza fissa di uomini e donne seduti all’ombra ad aspettare un passaggio o un incontro. Soltanto una volta superato uno stretto accesso si scopre che dietro e dentro la vegetazione vive una popolazione numericamente paragonabile a quella di un piccolo villaggio. Il presidente del campo, un giovane congolese eletto dagli stessi abitanti dopo l’ultimo trasferimento coatto, conferma questa impressione: «Prima il campo era ben evidente dalla strada. Adesso hanno fatto di tutto per metterlo dove nessuno possa vederlo: i maoresi non ci vogliono visibili». Da diversi mesi, inoltre, le autorità maoresi portano avanti un progetto di demolizione del campo al fine di costruirne uno formale gestito da NGO francesi direttamente dipendenti dallo Stato; proposta, questa, ostacolata dalla ferma opposizione dei sindaci dei diversi villaggi, contrari a vedere le proprie municipalità coinvolte, e da parte della popolazione locale, rappresentata dal Collectif des citoyens de Mayotte, attivo in iniziative di stampo sovranista e xenofobo 3. L’invisibilità non è soltanto una caratteristica geografica, ma una precisa modalità di gestione politica dello spazio e dei corpi che lo abitano. Sebbene rappresenti sempre più un argomento politico di primo piano, il campo di Tsoundzou rimane ai margini del paesaggio urbano e del discorso pubblico; come spesso accade nei contesti di frontiera, lo spazio diventa in questo caso uno strumento di governo, secondo cui allontanare e marginalizzare significa anche sottrarre allo sguardo. La quotidianità del campo è segnata soprattutto dall’attesa: attesa del primo appuntamento in Prefettura per formalizzare la domanda di asilo, per cui spesso è necessario attendere anche sei mesi, sebbene il diritto europeo preveda tempi molto più rapidi; attesa che la domanda venga analizzata; attesa di poter lasciare l’isola, una possibilità che rimane preclusa fino all’ottenimento dello status di rifugiato e dei documenti necessari, ma concretamente ostacolata anche dalla mancanza di risorse economiche in un contesto in cui le possibilità di costruire una vita autonoma sono estremamente limitate. L’accesso al mercato del lavoro formale, per les africaines, è quasi impossibile e il sostegno economico previsto dalle autorità consiste in un contributo minimo totalmente insufficiente. Una giovane ragazza somala conosciuta dentro al campo, ad esempio, racconta come la gioia di aver trovato impiego informalmente come estetista sia minata dalle discriminazioni subite da parte della clientela locale, decisa a «non farsi servire da una africaine come me».  A dispetto di un relativo fermento interno al campo, dove proliferano micro-business informali, organizzazioni di mutuo aiuto dal basso e gruppi di parola e attività religiose, la maggioranza degli abitanti di Tsoundzou sembra vivere una quotidianità sospesa in una condizione nella quale il tempo sembra perdere qualsiasi prospettiva e si configura come un dispositivo politico di controllo e repressione estremamente efficace. Più che una semplice lentezza burocratica, l’attesa, in questo caso, appare come una modalità di governo della mobilità, capace di trasformare la precarietà in una situazione permanente. Le poche associazioni che forniscono assistenza all’interno del campo sono giudicate insufficienti a gestire l’incessante condizione di bisogno di una comunità in continua espansione.  Sebbene la denominazione les Africaines possa sembrare, di primo acchito, meramente descrittiva, la ricerca etnografica condotta fa emergere al contrario la costruzione di una categoria identitaria profondamente stigmatizzante. «Mi chiamano africano, nero, per distinguermi», osserva un giovane congolese con un sorriso ironico. «Ma anche loro sono africani. Siamo tutti neri». Questa osservazione mette chiaramente in luce un paradosso emblematico del caso maorese, isola africana ma amministrativamente e politicamente francese, in cui il termine “africano” non indica tanto una provenienza geografica ma concorre a costruire discorsivamente un processo di distanziamento morale e sociale. Les Africaines, in quest’ambito, diventano dunque gli “altri” per eccellenza, corpi estranei e capri espiatori ai quali vengono attribuiti l’aumento dell’insicurezza, il degrado urbano ed ecologico, la pressione sui servizi pubblici e ultimamente la stessa emergenza sanitaria legata al virus Ebola. Tale distanza si concretizza anche negli aspetti più minuti della vita quotidiana del campo, soggetto a incursioni frequenti da parte della polizia e di gruppi di giovani locali che vi entrano per intimidirne gli abitanti o danneggiare beni e possedimenti. Durante la nostra permanenza ci vengono mostrate numerose testimonianze di queste aggressioni: un piede gravemente ferito, un braccio immobilizzato, una tenda distrutta. L’accesso alle cure è difficile e molti rinunciano a rivolgersi alle strutture sanitarie se la situazione non viene considerata sufficientemente grave, «perché tanto l’ambulanza non arriva».  Queste condizioni di precarietà sono rese ancora più problematiche dal particolare regime giuridico di Mayotte che, nonostante diverse segnalazioni da parte di associazioni e istituzioni europee, continua a rappresentare un’eccezione rispetto al diritto comune in materia di asilo. I richiedenti asilo, infatti, incontrano enormi difficoltà nel beneficiare del sistema nazionale di accoglienza formalmente previsto e sono costretti ad affrontare tempi amministrativi molto più lunghi rispetto alla Francia metropolitana. La distanza geografica dal continente europeo si traduce così anche in una distanza giuridica in cui gli stessi diritti formalmente garantiti sul territorio trovano un’applicazione profondamente differenziata.  Osservata da Tsoundzou, Mayotte appare come una frontiera che continua a operare anche dopo lo sbarco sulle sue coste cristalline. Un confine che non si esaurisce con il mare attraversato dai kwassa-kwassa, ma prosegue nella lentezza esasperante delle procedure burocratiche, nelle marginalità degli spazi, e nelle categorie identitarie con cui le persone vengono nominate, escluse e rese estranee.  «Pensavo questa fosse la Francia» è un leit motiv che ha accompagnato le nostre interazioni con gli abitanti di Tsoundzou e che ha agito, anche, come dispositivo di riflessività dato che a lungo, nelle nostre analisi preliminari, la scelta di Mayotte come destinazione in qualità di dipartimento francese è stata data per scontata. La sorpresa – nostra e loro – non origina soltanto dall’assenza di una Torre Eiffel di riferimento, ma esprime, forse inconsapevolmente, il paradosso di un territorio pienamente francese dove l’esperienza concreta dei richiedenti asilo rimane segnata da forme di esclusione che sembrano collocarlo ai margini dello spazio politico e giuridico europeo. È proprio in questa tensione tra appartenenza formale ed esclusione sostanziale che Tsoundzou diventa un osservatorio privilegiato per comprendere come i confini europei contemporanei non si limitino a impedire l’ingresso, ma continuino a produrre distanza anche ben dopo l’approdo. Attraverso tecnologie di controllo mirate a minimizzare l’empatia, la solidarietà e le possibilità di resistenza dal basso, i confini europei ri-emergono così come sistemi coercizione ubiqui, multimodali e traslazionali, capaci di diffondersi ben oltre la linea territoriale – nei corpi, negli spazi quotidiani, nelle gerarchie morali – creando una distanza al contempo fisica ed etica.  Mentre questo reportage viene scritto, le mille persone che abitano il campo di Tsoundzou si ritrovano ad affrontare un nuovo assalto frontale senza che vengano forniti loro un preavviso congruo o alternative fattibili. Da diversi giorni, difatti, le autorità maoresi hanno cominciato a smantellare la porzione di insediamento più prossima alla strada principale; la motivazione ufficiale è la necessità di ampliare il cantiere attiguo che prevede la costruzione di un impianto di desalinizzazione 4. Come avviene periodicamente in circostanze analoghe, l’evento è divenuto oggetto di narrazioni e discorsi contrastanti, sintomatici del clima di estrema polarizzazione che permea il dipartimento francese. Invocata di volta in volta come misura definitiva contro “il degrado ecologico” e l’insicurezza di cui les africaines sono additati come principali responsabili, l’iniziativa si colloca perfettamente nel solco delle politiche di esclusione ed espulsione che distinguono la gestione tutta francese della questione migratoria a Mayotte.  Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 Reportage e inchieste IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" Luna Selimovic' 14 Luglio 2026 1. Insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova ed è assegnista di ricerca all’interno del progetto ERC SolRoutes. Si interessa di migrazioni non autorizzate, specialmente provenienti da Iran e Afghanistan, lungo la Rotta Balcanica, tematiche di genere e studi dell’area mediorientale. ↩︎ 2. French border police accused of causing shipwrecks and deaths of migrants from Comoros, Le Monde – 16.09.2025 ↩︎ 3. Immigration : le collectif des citoyens de Mayotte 2018 manifeste contre le projet de création d’un nouveau camp pour les migrants d’Afrique continentale, franceinfo: -11.05.2026 ↩︎ 4. Tsoundzou II : évacuation d’une partie du camp située près du chantier de la future STEP, franceinfo: – 17.07.2026 ↩︎
Il sistema Mayotte e il diritto dell’eccezione
La sospensione sistematica e violenta del diritto – con il pretesto di costituire eccezione – si istituzionalizza fino a diventare norma ordinaria, facendo di Mayotte il laboratorio delle necropolitiche europee o forse lo specchio d’Europa più sincero che ci sia.  Dipartimento francese dal 2011, negli anni Mayotte è diventata un vero e proprio regime derogatorio del diritto francese che, come sempre in questi casi, finisce per nuocere a tutta la società dell’isola. Le politiche securitarie e razziste rivolte contro i cittadini di Paesi terzi che vi arrivano producono effetti che si irradiano a cascata su tutta la popolazione: interi quartieri in lamiera, ospedali al collasso, scuole sovraffollate, un’amministrazione inaccessibile. E poi la violenza giovanile, fenomeno che i media e le istituzioni descrivono come emergenza criminale, ma che rappresenta invece una delle risposte di una generazione a cui il sistema ha negato ogni altra forma di esistenza. IL REGIME DEROGATORIO DI MAYOTTE In continuità storica con i regimi di eccezione che Mayotte ha conosciuto nel periodo coloniale, le deroghe oggi basate sull’articolo 73 della Costituzione francese – la cui ratio degli adattamenti legislativi nei dipartimenti d’oltremare dovrebbe essere quella di appianare le disuguaglianze tra i vari territori francesi – hanno introdotto sull’isola limitazioni che non hanno equivalenti altrove.  Tra queste, la più eclatante e di dubbia costituzionalità 1, è la sospensione del droit du sol. Dal 2018, infatti, Mayotte è l’unico dipartimento di Francia in cui un bambino nato da genitori stranieri non acquisisce automaticamente la nazionalità francese alla maggiore età. Peraltro, se fino al 2025 – per l’ottenimento della cittadinanza – solo uno dei genitori doveva essere in regola con il soggiorno al momento della nascita del figlio, dal 6 maggio 2026 sono entrate in vigore condizioni ulteriori: la necessità di soggiorno regolare di almeno un anno viene estesa a entrambi i genitori e a questi ultimi viene richiesta la presentazione di un passaporto biometrico. A fronte dello scopo dichiarato di rendere Mayotte una meta “meno attrattiva per i flussi migratori” 2, l’effetto concreto è quello di istituzionalizzare la precarietà esistenziale di più della metà della popolazione totale residente sull’isola 3. Nasci e cresci a Mayotte, sei madrelingua francese, studi nelle scuole dell’isola e alla maggiore età divieni espellibile dall’unico posto che conosci. Dopo, il vuoto: “stranieri” nella loro isola, invisibili all’amministrazione, esistenti solo come problema di ordine pubblico.  La loi de programmation pour la refondation de Mayotte, entrata in vigore l’11 agosto 2025 con il pretesto di favorire la ricostruzione dell’isola a seguito degli effetti devastanti del ciclone Chido, contribuisce a erodere ulteriormente i diritti dei cittadini stranieri. La legge ostacola infatti l’accesso alla regolarizzazione e impedisce il rinnovo di un permesso di soggiorno già ottenuto, imponendo l’obbligo di presentare un visa de long séjour 4 non solo per chi richiede per la prima volta un permesso per motivi familiari e per i genitori di bambini francesi, ma anche per chi è già in regola al momento del rinnovo.  Le misure restrittive non si limitano a questo. Il rilascio della carta di soggiorno per motivi familiari viene subordinato a una residenza sull’isola di sette anni, purché in luoghi ritenuti idonei secondo gli standard della Prefettura. Tuttavia, una larga parte della popolazione soprattutto comoriana abita in quartieri in lamiera, cosiddetti “banga”, ciclicamente sgomberati e distrutti su disposizione prefettizia. La riforma di cui sopra introduce inoltre la possibilità di revocare il permesso di soggiorno al genitore di un minore ritenuto una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica: misura che, inevitabilmente, si presta a strumentalizzazioni arbitrarie da parte dell’autorità. Infine, per lasciare l’isola e raggiungere gli altri territori francesi non è sufficiente essere in possesso di un permesso di soggiorno, ma viene richiesto un apposito titolo di viaggio, complicando ulteriormente l’esercizio del diritto di circolazione sullo stesso territorio nazionale. DALLA CONDIZIONE DI IRREGOLARITÀ ALLA MACCHINA DELLE DEPORTAZIONI  Vivere in condizioni di irregolarità si presenta dunque come l’unica opzione per gran parte della popolazione dell’isola, relegata a un’eterna lotta contro la Police aux Frontières e la sopravvivenza in una società apertamente ostile verso i cosiddetti étrangers.  Ulteriore questione è poi l’accesso al diritto alla salute. Mayotte è l’unico dipartimento francese in cui non trova applicazione l’Aide Médicale d’État, l’istituto francese che garantisce una copertura sanitaria di base alle persone straniere in condizioni di irregolarità. I controlli della PAF sono stati inaspriti e resi più capillari dalla stessa legge che nel 2018 introdusse le limitazioni al droit du sol. La legge del 10 settembre 2018 “per un’immigrazione controllata, un diritto d’asilo effettivo e un’integrazione riuscita” 5, definendo “zona di frontiera” l’intero territorio di Mayotte, consente controlli d’identità senza ragione individuale sospetta in ogni zona dell’isola. Nonostante la dubbia costituzionalità di tale misura, il Conseil constitutionnel è intervenuto con una sola riserva, confermando la disposizione ma con delle avvertenze 6. Quartieri altamente militarizzati e arresti arbitrari costituiscono dunque scene di vita quotidiana.  Queste politiche securitarie culminano nel dispositivo della detenzione amministrativa. Secondo i dati raccolti nell’ultimo rapporto della Cimade 7, nel 2025 le persone detenute in un CRA 8 in Francia continentale sono state 16.467, a fronte delle 26.520 a Mayotte. Tra queste, 3.074 erano minori – nonostante le reiterate condanne da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo 9. Delle 26.520 persone detenute, 21.624 sono state rimpatriate: numeri senza equivalenti nel resto di Francia e d’Europa, che delineano una macchina della deportazione dall’attività incessante e difficile da fermare, a volte anche per chi soggiorna regolarmente. Il rapporto denuncia, infatti, la detenzione di 187 persone in regola con il soggiorno, alle quali era stata notificata un’OQTF prima del collocamento in CRA, con la successiva deportazione verso le Comore per alcune di esse. Non mancano poi casi di minori registrati come maggiorenni, oppure minori comoriani abbinati amministrativamente a cittadini comoriani adulti presenti al momento del fermo – spesso perfetti estranei – così da simulare un nucleo familiare lecitamente detenibile e deportabile. Pratica per la quale la Francia è stata condannata dalla CEDU 10. Inoltre, soprattutto a causa dell’irregolarità prodotta dalla citata legge del 2025, vengono espulsi anche genitori di minori francesi. A giudizio dell’autorità giudiziaria il mantenimento dell’unità familiare potrà avvenire nel Paese di origine del genitore allontanato.  La deportazione diventa così un’esperienza comune a molti residenti dell’isola, una sorta di incidente di percorso che li costringe a rientrare a Mayotte dai propri legami familiari e alla propria vita attraverso vie illegali. Un meccanismo circolare: le persone fermate per strada sono spesso gli stessi giovani nati qui, lasciati soli – spesso i genitori sono già stati deportati – a sopravvivere in un’isola ostile sotto lo spettro permanente dell’espulsione.  Le vie di ricorso avverso l’espulsione esistono, ma sono spesso inefficaci. A Mayotte, la sospensione di una misura di allontanamento disposta dalla Prefettura è possibile solo attraverso il deposito di un référé liberté presso il tribunale amministrativo, l’unico strumento con effetto sospensivo sui decreti di espulsione. Eppure, il rapporto della Cimade documenta diversi casi in cui l’allontanamento è stato eseguito in pendenza del ricorso. E per chi riesce a contestare l’espulsione, l’udienza si rivela spesso una farsa: giudici collegati in videochiamata dalla Réunion, avvocati assenti, persone chiamate a difendersi da sole in una lingua che non sempre padroneggiano. IL “SISTEMA” ASILO Per chi proviene dall’Africa continentale si apre invece un altro labirinto: quello del diritto d’asilo. L’accesso alla formalizzazione della domanda di protezione internazionale negli uffici della Prefettura è condizionato all’ottenimento di un appuntamento presso l’associazione Solidarité Mayotte, lo sportello SPADA 11 dell’isola, rilasciato solo dopo un lungo tempo di attesa. Di fatto, dalla manifestazione della volontà di richiedere protezione alla formalizzazione della stessa presso gli uffici della Prefettura passa circa un anno. In questo limbo le persone non hanno accesso ad alcun diritto fondamentale, non essendo ancora riconosciute formalmente come richiedenti asilo. In ogni caso, anche una volta ottenuto il permesso provvisorio, le criticità non si arrestano. Le norme nazionali esonerano esplicitamente Mayotte dal prevedere un sistema di Allocation pour demandeur d’asile (ADA), ovvero l’erogazione di assegni alimentari a richiedenti asilo con o privi di accoglienza.  Il rilascio di buoni alimentari è formalmente previsto per coloro che risultano registrati presso l’Ofpra 12 – sebbene i suoi uffici non siano più stati riaperti dopo Chido 13 – e quindi siano riconosciuti richiedenti asilo. Tuttavia, stando alle testimonianze raccolte durante i nostri due mesi di campo, la distribuzione di questi buoni, gestita da associazioni finanziate dallo Stato, risulta nella pratica ben più che sporadica. Il nuovo decreto n° 2026-463 del 9 giugno 2026, modificando il CESEDA 14, crea specificatamente per Mayotte un dispositivo di aiuti materiali sotto forma di buoni alimentari gestiti dall’OFII 15. Interessante notare come il decreto istituzionalizzi un ulteriore regime differenziato in un rapporto uno a sette: mentre in Francia continentale l’ADA ammonta a circa 204 euro mensili per un adulto solo, a Mayotte i buoni alimentari previsti si fermano a 30 euro al mese. In termini di alloggio, non esistono strutture integrate nel dispositivo nazionale di accoglienza, ma solo, talvolta, sporadici posti in accoglienza d’urgenza gestiti dalle associazioni finanziate dalla Prefettura. Le persone, quindi, vivono in larga parte in un campo informale, periodicamente sgomberato e reinsediato altrove. Ad oggi, il campo si trova nei pressi del villaggio di Tsountsou I, dove più di 1200 persone vivono ammassate tra le mangrovie, con l’alta marea che periodicamente inonda le abitazioni. Tra loro, più di un centinaio di bambini che non hanno accesso ad alcuna forma di scolarizzazione. Al nostro arrivo Mayotte ci era stata presentata come un laboratorio, un caso limite confinato ai margini della cartina. Tuttavia, quello che osserviamo è un luogo dove le politiche europee si possono mostrare senza gli addolcimenti retorici che altrove ne dissimulano la violenza. Le ore passate davanti alla Prefettura, in Tribunale, al campo di Tsountsou I e nei banga non raccontano un esperimento isolato, bensì la stessa logica securitaria che il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo ufficialmente consacra. Mayotte è l’Europa, l’Europa è Mayotte. Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 1. La questione di legittimità costituzionale è stata respinta dal Conseil constitutionnel che, nella sua decisione del maggio 2025, ha riconosciuto che “La popolazione di Mayotte comprende un’elevata proporzione di persone di nazionalità straniera, molte delle quali in situazione irregolare, nonché un numero consistente di bambini nati da genitori stranieri”, concludendo che queste “caratteristiche e costrizioni particolari” giustificano un adattamento delle regole sulla nazionalità. Cfr. Mayotte : entrée en vigueur du durcissement de l’acquisition de la nationalité française pour les enfants nés dans l’archipel – InfoMigrants ↩︎ 2. Loi du 12 mai 2025 visant à renforcer les conditions d’accès à la nationalité française à Mayotte ↩︎ 3. La popolazione residente straniera rappresenta infatti più della metà della popolazione totale. Cfr. Mayotte : le recensement exceptionnel débute ↩︎ 4. Si tratta di un documento notoriamente difficile da ottenere, in particolare per i cittadini comoriani, la cui immigrazione circolare è stata ostacolata nel 1995 dal visto Balladur ↩︎ 5. Loi n° 2018-778 ↩︎ 6. Nella Décision n° 2022-1025 QPC del 25 novembre 2022, il Conseil constitutionnel specifica che la misura in questione “non potrebbe attuarsi se non fondandosi su criteri che escludano, nel pieno rispetto dei principi e delle norme di valore costituzionale, qualsiasi discriminazione di qualsiasi natura” ↩︎ 7. Rapport commun sur les centres de rétention administrative : Chiffres clés, bilan et analyse de la situation des personnes enfermées dans les centres et locaux de rétention administrative (CRA et LRA) ↩︎ 8. Centre de Rétention Administrative ↩︎ 9. La loi del 26 gennaio 2024 ha formalmente vietato la detenzione amministrativa per i minori, tuttavia prevedendo un’entrata in vigore differita a gennaio 2027 per il solo territorio di Mayotte ↩︎ 10. Cfr. Corte EDU, Moustahi c. Francia, 25 giugno 2020 ↩︎ 11. In Francia, le SPADA – Structures de Premier Accueil des Demandeurs d’Asile – sono strutture di primo accesso dedicate ai richiedenti asilo, istituite con lo scopo dichiarato di fornire informazione, orientamento e accompagnamento sociale e amministrativo nelle fasi iniziali della procedura di protezione internazionale ↩︎ 12. Office français de protection des réfugiés et apatrides ↩︎ 13. Suite au passage du cyclone Chido à Mayotte, l’antenne de l’Ofpra à Mamoudzou est temporairement fermée ↩︎ 14. Code de l’entrée et du séjour des étrangers et du droit d’asile ↩︎ 15. Office français de l’immigration et de l’intégration ↩︎
Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa
RASSA GHAFFARI 1 Ai margini dell’Oceano Indiano, un frammento di Francia a forma di ippocampo custodisce le contraddizioni più acute dell’Europa contemporanea. Mayotte, plasmata da un secolo e mezzo di storia coloniale, è oggi il dipartimento francese più povero e insieme il più sorvegliato: qui lo ius soli viene eroso fino quasi a scomparire, e le espulsioni di migranti irregolarizzati raggiungono numeri record. Nato da due mesi di lavoro sul campo condotto da un’équipe interdisciplinare legata al progetto ERC SolRoutes, questo reportage corale si snoda in questa introduzione e cinque capitoli che intrecciano sguardi sociologici, geografici, giuridici e narrativi 2. Dando voce a chi fugge dal continente africano, a chi viene sfrattato dagli insediamenti informali, ai giovani cresciuti sull’isola ma privi di documenti, il lavoro smonta l’idea di Mayotte come semplice esperimento ai confini d’Europa: la restituisce, piuttosto, come un meccanismo già rodato e perfettamente integrato nel sistema di controllo delle frontiere continentali – uno specchio scomodo puntato sull’intero progetto europeo. INTRODUZIONE Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa. Un cerchio concentrico di appartenenze, sovranità e identità solo apparentemente contraddittorio, al cui centro si trova l’ultimo e minuscolo dipartimento francese, largamente sconosciuto all’opinione internazionale e, spesso, allo stesso pubblico francese. L’“isola della morte”, come veniva chiamata anticamente in arabo a causa dei numerosi naufragi provocati dall’estesa barriera corallina che la circonda, è salita brevemente alla ribalta delle cronache per il passaggio dell’uragano Chido, che nel 2024 ne ha devastato le infrastrutture e le abitazioni, per poi ripiombare rapidamente nell’oblio. Incastonata nel canale del Mozambico, questa piccola isola a forma di ippocampo rappresenta un caso politico e storico singolare. Territorio d’oltremare situato a migliaia di chilometri da Parigi, Mayotte è il prodotto di una lunga e controversa vicenda coloniale che continua a plasmarne il presente. È proprio nell’intreccio tra eredità coloniali, rivendicazioni di sovranità, aspirazioni all’appartenenza francese ed europea e profonde disuguaglianze sociali che il “dipartimento coloniale” – come definito dal giornalista Rémi Carayol 3 – si configura come un osservatorio privilegiato per comprendere alcune delle trasformazioni contemporanee delle politiche di frontiera europee.  In quanto isola dell’arcipelago delle Comore, Mayotte è stata colonia francese dal 1841 fino agli anni Settanta. Nel 1974, mentre Gran Comore, Mohéli e Anjouan sceglievano l’indipendenza dalla Francia, Mayotte lottò strenuamente per mantenere il proprio legame con la Métropole, nonostante le ripetute contestazioni da parte delle Comore e i richiami delle Nazioni Unite, che ancora oggi considerano l’isola parte integrante dell’arcipelago. Da allora il processo di integrazione istituzionale nella Repubblica francese è stato progressivo: nel 2001 Mayotte diventa collectivité départementale, nel 2011 dipartimento francese e nel 2014 regione ultraperiferica dell’Unione europea. Infine, dal 1° gennaio 2026, è divenuta ufficialmente un Département-Région, una collettività unica che esercita simultaneamente le competenze di dipartimento e regione d’oltremare. Chi approda a Mamoudzou con il traghetto che collega Petite e Grande Terre viene accolto da un cartello dal sapore inequivocabile: “Mayotte est française et le restera à jamais”.  Eppure, proprio mentre la sua appartenenza alla Francia e all’Unione europea si consolida sul piano giuridico, Mayotte continua ad essere attraversata da tensioni politiche, economiche e sociali evidenti – basti considerare che è al momento il dipartimento francese più povero in assoluto 4 – e governata attraverso una serie di eccezioni normative che la distinguono dal resto del territorio nazionale.  Quello della cittadinanza e delle migrazioni è forse il terreno di scontro in cui tali dinamiche appaiono più palesi: Mayotte è l’unico dipartimento in cui il principio dello ius soli – spesso considerato uno dei pilastri della cittadinanza repubblicana – è stato drasticamente limitato, fino a renderne l’applicazione estremamente difficile. Come dichiarato dall’ex ministro dell’Interno Gérald Darmanin, «non sarà più possibile diventare francesi se non si è figli di genitori francesi»: una formulazione che sintetizza efficacemente la direzione intrapresa dalle politiche migratorie sull’isola.  A confermarlo sono le misure securitarie e repressive in vigore sull’isola – esemplificate dall’operazione di task force Kingia 5, lanciata nella primavera del 2026, ma anche dall’elevato numero di naufragi, alcuni causati dalla police aux frontières stessa 6 – che hanno ulteriormente esacerbato dinamiche di marginalizzazione e segregazione spaziali, identitarie e morali in una società caratterizzata da significative fratture interne e da un montante sentimento xenofobo.  Non sorprende, dunque, che molti dei nostri interlocutori abbiano descritto Mayotte come “la Lampedusa dell’Oceano Indiano”: un laboratorio politico in cui si sperimentano pratiche di respingimento, contenimento e razzializzazione delle persone migranti. Dopo due mesi di ricerca sul campo, tuttavia, ciò che emerge ai nostri occhi non è tanto l’immagine di un laboratorio in continua sperimentazione, quanto quella di un ingranaggio ormai ben oliato, parte integrante e perfettamente funzionante dell’architettura della Fortezza Europa.  Da questa prospettiva, l’Oceano Indiano e le isole che lo costellano possono essere letti come le mura più esterne dell’Unione europea: geograficamente lontane dal continente, ma al centro delle sue contraddizioni più profonde e della sua persistente “crisi dell’accoglienza”. Un terreno di prova in cui si sperimentano nuovi dispositivi di governo della mobilità e i confini della legittimità giuridica e procedurale vengono costantemente ridefiniti, spostando progressivamente la soglia stessa della loro ammissibilità.  È all’interno di questo scenario che prende forma il presente reportage a più mani; frutto di due mesi di ricerca etnografica collettiva condotta da un gruppo interdisciplinare, si articola in cinque contributi che, da prospettive differenti ma complementari, provano a raccontare alcuni frammenti della complessa realtà maorese. L’equipe è composta dalle ricercatrici Rassa Ghaffari, Luna Selimovic, Maristella Cingia, Luca Queirolo Palmas, Luisa Stagi, Federico Rahola e dal videomaker José Gonzàlez Morandi, che collaborano con posizioni diverse al progetto ERC SolRoutes (Solidarity Routes: Solidarities and Migrants’ Routes Across Europe at Large), di cui Mayotte rappresenta uno degli ultimi nodi di ricerca. Radicato in una tradizione di pensiero politico abolizionista, SolRoutes rappresenta un originale tentativo di ricerca etnografica sulle pratiche e reti di solidarietà che prendono vita lungo le rotte di mobilità illegalizzate intorno, dentro e verso l’Europa. La pluralità di sguardi, sensibilità e approcci che ha caratterizzato il gruppo di ricerca si riflette nella composizione stessa degli articoli, che intrecciano approcci sociologici, geografici, giuridici e creativi.  Il primo contributo si concentra sulle anomalie e sulle criticità del sistema di gestione delle migrazioni irregolari e delle procedure di accesso all’asilo. Un diritto, quest’ultimo, sempre più fragile e discusso in un contesto segnato da uno stato d’eccezione che sembra essersi normalizzato. Non a caso, Mayotte registra il più alto numero di espulsioni amministrative tra tutti i dipartimenti francesi 7: dati che rimandano a una condizione strutturale di violazione dei diritti e che non possono essere interpretati come semplici falle o malfunzionamenti del sistema, bensì come elementi costitutivi dell’apparato contemporaneo di controllo delle frontiere. Questa violenza sistemica si manifesta in maniera particolarmente evidente nei confronti dei richiedenti asilo provenienti dall’Africa continentale, dalla Somalia e dallo Yemen. “Les Africains”, indipendentemente dalla loro nazionalità effettiva, è l’etichetta con cui vengono spesso identificati in un processo di alterizzazione razziale che richiama, per molti aspetti, dinamiche osservabili di recente anche nel contesto tunisino. Il secondo articolo raccoglie le testimonianze di coloro che hanno percorso una rotta relativamente nuova nel panorama migratorio europeo, attraversando la Tanzania e l’arcipelago delle Comore per approdare infine a Mayotte in cerca di asilo. Una comunità eterogenea di oltre mille persone, tra cui numerosi minori, vive oggi confinata in un insediamento informale sospeso tra le mangrovie e l’oceano, oggetto di rappresentazioni stigmatizzanti e di discorsi d’odio volti a invisibilizzarne la presenza. «Pensavo che questa fosse la Francia» è una delle frasi che abbiamo ascoltato più spesso da persone provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, dalla Somalia, dal Ruanda e dal Burundi, nel tentativo di descrivere lo spaesamento vissuto una volta giunte in quello che appare a tutti gli effetti un limbo giuridico e temporale 8.  Se quella dei les africaines rappresenta un fenomeno relativamente recente, le mobilità circolari che legano Mayotte all’arcipelago delle Comore – spazio insieme estraneo e familiare, antagonista e vicino – affondano le proprie radici in contese territoriali e politiche che continuano a riverberarsi nel quotidiano attraverso pratiche sistemiche di emarginazione ed espulsione. Décasage 9 è un termine applicato esclusivamente a Mayotte per indicare le demolizioni delle bidonville abitate in stragrande maggioranza da comoriani; è a partire dall’osservazione di due operazioni di décasage avvenute durante la nostra permanenza che il terzo articolo sposta lo sguardo sugli spazi considerati, per eccellenza, indesiderati. «I maoresi non hanno mai abitato nei banga 10»: la linea del colore assume in quest’analisi una dimensione anche spaziale e territoriale, legittimata da una retorica securitaria che trasforma le abitazioni informali più vulnerabili (e le soggettività che vi risiedono) in bersagli privilegiati.  Di (non)luoghi e delle relative pratiche di riappropriazione e di resistenza parlano anche gli ultimi due contributi di questo reportage, che si concentrano, rispettivamente, sullo spazio marino come luogo di transito e di attesa e sulle rivendicazioni di appartenenza dei giovani ni-ni, ragazzi originari delle Comore e nati a Mayotte, ma privi di documenti che ne attestino la nazionalità.  La barriera corallina che circonda Mayotte è, al tempo stesso, tra le poche attrattive turistiche dell’isola e una delle principali cause di naufragi dei kwassa-kwassa, le piccole imbarcazioni con cui le persone in movimento attraversano l’Oceano Indiano. Quello marino è dunque solo apparentemente uno spazio neutro, un terreno di battaglia percorso da una pluralità di soggetti eterogenei: migranti, pescatori,  guardia costiera e turisti popolano questi luoghi liminali di attese, nascondimenti e progettualità sospese.  Uno dei fil rouge che ha guidato la nostra permanenza sull’isola è stato indubbiamente la questione dell’appartenenza identitaria: non solo chi appartiene a Mayotte, ma anche e soprattutto a chi Mayotte stessa appartiene. Nell’ultimo articolo del reportage prendono la parola direttamente coloro che, indubbiamente, le politiche ufficiali collocherebbero all’ultimo posto di questa immaginaria graduatoria, offrendo un’analisi delle subculture giovanili come micro-strategie di resistenza alle narrazioni egemoniche di violenza, esclusione e razzializzazione.  Concludere questa esplorazione corale interrogandosi su chi possa rivendicare Mayotte non è una scelta casuale: significa, piuttosto, riconoscere che, proprio come il suo passato, il futuro dell’isola si gioca nella tensione tra appartenenza ed esclusione, tra cittadinanza e marginalità, tra confine e diritto alla mobilità. Una tensione che attraversa Mayotte, ma che, in realtà, si rivolge sonoramente all’Europa contemporanea nel suo complesso. 1. Insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova ed è assegnista di ricerca all’interno del progetto ERC SolRoutes. Si interessa di migrazioni non autorizzate, specialmente provenienti da Iran e Afghanistan, lungo la Rotta Balcanica, tematiche di genere e studi dell’area mediorientale. Un suo articolo è apparso nel secondo numero della rivista Controfuoco (ndR.) ↩︎ 2. Gli articoli veranno pubblicati ogni martedì fino all’11 agosto ↩︎ 3. Rémi Carayol è un giornalista indipendente. Coordina il comitato editoriale del quotidiano online Afrique XXI e scrive regolarmente su Mediapart, Le Monde diplomatique e Orient XXI. Nel 2024 ha pubblicato Mayotte. Département colonie per le edizioni La Fabrique ↩︎ 4. L’essentiel sur… Mayotte – Institut national de la statistique et des études économiques ↩︎ 5. Opération « Kingia » à Mayotte : les associations alertent sur les conséquences préoccupantes pour les droits de l’enfant – Human Rights Watch ↩︎ 6. Caught on camera : French police cause capsize – Lighthouse Reports ↩︎ 7. ‘Just poor people trying to get by’: The detention center carrying out three-quarters of France’s deportations, By Julia Pascual – Le Monde ↩︎ 8. Si veda Iwanski, E. (2024). Trapped in Paradise? Studies in Inclusive Education, 65 ↩︎ 9. Rapport sur les opérations dites de “décasage” à Mayotte – Défenseur des droits ↩︎ 10. Il termine banga indica originariamente le piccole abitazioni costruite per accogliere i giovani uomini che si separavano dal nucleo domestico seguendo la tradizione matrilocale del luogo; con il tempo, il suo utilizzo si è espanso fino ad indicare, nel linguaggio comune, gli agglomerati di abitazioni informali, soprattutto di lamiera, in cui vivono oggi perlopiù – ma non esclusivamente – comoriani e persone in stato di irregolarità amministrativa ↩︎
Voci dal Sudan
Il 15 aprile 2026 segna il terzo anniversario dello scoppio della guerra in Sudan e, lo stesso giorno, si è tenuta una conferenza internazionale e Berlino, organizzata da Germania, Francia, Regno Unito, Unione Europea, Unione Africana e Stati Uniti per assicurarsi che «le sofferenze della popolazione sudanese non vengano dimenticate e che gli sforzi di pace rimangano all’ordine del giorno della politica internazionale» 1. L’obiettivo della conferenza era offrire un’occasione di incontro ai rappresentanti civili di varie fedi politiche per discutere le vie di una transizione verso un ordine postbellico democraticamente fondato. Inoltre, al centro dell’incontro vi era la necessità di mobilitare ulteriori aiuti umanitari a favore della popolazione civile sudanese in difficoltà.  Nel corso di questi anni, infatti, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF, sostenute da paesi come Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Iran) e le Forze di Supporto Rapido (RSF, sostenute per esempio da Emirati Arabi Uniti, Russia, Ciad e Etiopia) ha provocato la peggiore crisi umanitaria e di sfollamento al mondo: circa 34 milioni di persone – due terzi della popolazione – necessitano di assistenza umanitaria e quasi 14 milioni di persone sono sfollate, mentre 19 milioni soffrono la fame e circa 10 milioni di bambini non frequentano la scuola 2. Tuttavia, le speranze di risultati concreti sono state nuovamente disattese. La fine della guerra nel terzo Paese africano per estensione geografica non è in programma, ha spiegato l’africanista Gerrit Kurtz in un’intervista a Euronews: «non sono nemmeno invitate le parti in conflitto, che pure criticano. L’attenzione è esplicitamente rivolta alle prospettive civili» 3.  Purtroppo, anche sul versante delle prospettive civili non si sono fatti passi in avanti, dato che degli attori della società civile o dell’opposizione invitati, nessuno ha preso parte alla strutturazione dell’incontro, caratterizzato da un’impostazione strettamente umanitaria e spoliticizzata 4, che riflette «un modello profondamente viziato e sempre più diffuso: un processo che esclude le vittime, elude le responsabilità e normalizza il ruolo di chi favorisce la violenza» 5. Inoltre, l’insistenza dell’Europa nell’utilizzare la piattaforma di Berlino – proprio come in precedenza aveva fatto con le altre due conferenze di Parigi e Londra – può essere interpretata non solo come un tentativo di mobilitare aiuti umanitari, ma anche come uno sforzo per affermare la propria presenza politica nella questione sudanese 6.  In una tale situazione, a rimanere nascoste sono proprio le esperienze delle vittime, che rischiano di essere ridotte a numeri o statistiche. L’inchiesta di Matteo Garavoglia e Paolo Riva per IRPImedia cerca di contrastare questa tendenza, raccontando la storia di Fatima, una donna scappata dal Darfur nel 2003 7. Fatima ha vissuto nel campo profughi di Zalingei, in Sudan, si è poi spostata in Egitto nel 2015 e oggi vive in Libia, dopo aver perso la gran parte dei suoi cari. «Ogni giorno – racconta Fatima – pensiamo come avere da mangiare e da bere. Per risparmiare, non compriamo più carne e frutta. Anche le mie figlie lavoravano, ma a causa delle molestie che hanno subito le ho fatte smettere. La paura in strada è aumentata: ogni giorno sentiamo spari, mattina e sera, a volte per il rumore non si riesce nemmeno a dormire. Viviamo davvero sotto una pressione psicologica, economica e fisica» 8. La storia di Fatima incarna innanzitutto anni di guerre interne. L’attuale conflitto è l’ultimo episodio di una serie di tensioni seguite alla destituzione, nel 2019, del presidente Omar al-Bashir, salito al potere con un colpo di Stato nel 1989, in seguito a numerose proteste di piazza che chiedevano la fine del suo governo durato quasi trent’anni 9. L’esercito organizzò un colpo di Stato per destituirlo, ma i civili continuarono a battersi per l’introduzione della democrazia. Venne quindi istituito un governo congiunto militare-civile, che però fu rovesciato da un altro colpo di Stato nell’ottobre 2021, orchestrato dai due uomini al centro dell’attuale conflitto: il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle forze armate e di fatto presidente del Paese, e il suo vice, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle RSF, meglio conosciuto come “Hemedti”.  In seguito, il generale Burhan e il generale Dagalo entrarono in disaccordo sulla direzione che il Paese stava prendendo e sulla proposta di transizione verso un governo civile. I principali punti di scontro riguardavano i piani per incorporare le RSF, forti di 100.000 uomini, nell’esercito, e chi avrebbe poi guidato la nuova forza. Si sospettava che entrambi i generali volessero mantenere le loro posizioni di potere, non volendo perdere ricchezza e influenza. Gli scontri a fuoco tra le due parti sono iniziati il 15 aprile 2023, dopo giorni di tensione, quando i membri della RSF sono stati ridispiegati in tutto il Paese in una mossa che l’esercito ha visto come una minaccia. In ogni caso, nessuna di queste fazioni rappresenta la volontà della maggioranza del popolo sudanese ed entrambe mirano al monopolio del controllo sul Sudan e sulle sue risorse, con l’appoggio di attori internazionali come gli Emirati Arabi Uniti interessati all’oro, all’accesso al Mar Rosso e all’importazione di beni alimentari, oltre che ad avere maggiore influenza in Africa 10. Nonostante l’embargo sulle armi imposto nel 2024 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, infatti, le forniture militari verso il Sudan sono continuate quasi senza interruzioni, alimentando il conflitto con armi provenienti da Cina, Russia, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Yemen che sono state esportate nel Paese, spesso attraverso stati confinanti, in violazione delle normative internazionali 11. Ma la vicenda di Fatima è anche la concretizzazione delle politiche migratorie restrittive, in cui l’Unione Europea occupa un ruolo di primo piano. Fatima racconta, infatti, che la Libia, dove è arrivata dopo aver attraversato il deserto, «è il Paese più difficile» 12, nonostante abbia perso due figli in Egitto. In Libia, infatti, dall’inizio del conflitto, sono arrivate oltre 552mila persone, quarto Paese d’arrivo dopo Egitto (1,5 milioni), Sud Sudan (circa 1,2 milioni) e Ciad (circa 915mila). Le autorità di Tripoli riconoscono ai sudanesi lo status di rifugiati, ma come spiega un documento della missione europea Irini, visionato da IrpiMedia nell’ambito del progetto #MedSeaLeaks, questo status «ha natura dichiarativa, a causa del fatto che non esistono quadri giuridici per la loro protezione continua in Libia» 13. Nell’est e in ampie zone del sud il controllo politico e militare, inoltre, è nelle mani della famiglia Haftar, la cui autorità non è ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite, ma la cui collaborazione nella gestione delle rotte migratorie è fondamentale per l’Unione Europea.  Il dialogo con l’UE riguarda oggi soprattutto i “rimpatri volontari”, che tuttavia spesso di volontario hanno poco o nulla 14. Nonostante l’Organizzazione mondiale delle migrazioni, che dovrebbe fornire il supporto logistico ed economico, sia contraria a tali piani di rimpatrio, la Libia ha già allestito programmi per ritorni anche forzati verso Bangladesh, Nigeria e Niger. L’ambasciata sudanese a Tripoli, inoltre, ha annunciato l’avvio della prima fase di un programma di rimpatrio volontario per i cittadini sudanesi residenti in Libia, e ha affermato di aver avviato i preparativi per il primo convoglio di rimpatrio, in coordinamento con le autorità competenti 15.  A Fatima piacerebbe restare in Libia, a condizione di una maggiore sicurezza, oppure spostarsi in qualsiasi altro Stato confinante, con l’aiuto delle agenzie delle Nazioni Unite 16.  Sulla carta, i cosiddetti reinsediamenti (resettlement) gestiti dall’UNHCR dovrebbero offrire un trasferimento verso Paesi terzi sicuri a persone vulnerabili come Fatima ma in realtà i numeri sono molto bassi: lo scorso anno solo 687 persone sono state reinsediate dalla Libia, e il 72% delle richieste era arrivato da cittadini sudanesi.  La storia di Fatima è simile a quella di tante altre donne che vivono sul proprio corpo le conseguenze della guerra: come nota Amnesty International, le segnalazioni di stupri, schiavitù sessuale e altre forme di violenza sessuale sono emerse solo pochi giorni dopo l’inizio del conflitto. La violenza sessuale diffusa, ad opera delle SRF ma anche delle SAF, costituisce un crimine di guerra e forse un crimine contro l’umanità. «Voglio che il mondo intero conosca la sofferenza delle donne e delle ragazze sudanesi e che tutti gli uomini cattivi che ci hanno stuprato vengano puniti» 17, afferma una donna sopravvissuta a una violenza sessuale nella città di Omdurman.  Amnesty ha lanciato una petizione per chiedere l’embargo sull’invio di armi in Sudan. Non c’è alcun dubbio che, finché si continuerà a far arrivare armi in Sudan e a fare gli interessi delle milizie o degli Stati finanziatori, le donne come Fatima, insieme al resto della popolazione civile, non potranno essere al sicuro.  1. German Federal Foreign Office, 15 aprile 2026 ↩︎ 2. UN News, 15 aprile 2026 ↩︎ 3. Euronews, 15 aprile 2026 ↩︎ 4. Il Manifesto, 15 aprile 2026 ↩︎ 5. Darfur Union in UK, 16 aprile 2026 ↩︎ 6. Sudan Tribune, 16 aprile 2026 ↩︎ 7. Fatima, madre in fuga dal Sudan alla Libia: «Ho perso metà della famiglia», Irpi Media (8 aprile 2026) ↩︎ 8. Irpimedia, 8 aprile 2026 ↩︎ 9. BBC, 13 novembre 2025 ↩︎ 10. Let’s talk Palestine, 30 marzo 2026 ↩︎ 11. Amnesty International, “Sudan, la più grave crisi umanitaria del mondo” ↩︎ 12. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 13. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 14. Irpimedia, 5 dicembre 2025 ↩︎ 15. Libya Review, 3 aprile 2026 ↩︎ 16. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 17. Amnesty International, “Destruction and violence in Sudan” ↩︎
Dal Marocco alla frontiera
Marocco – Berkane, Beni Mellal, Settat, Casablanca, Marrakech, Oujda, Saïdia, Jerada, Dakhla, Taourirt, Laâyoune, Rabat, Nador, Aïn Beni Mathar, Touissit, Zaio e Tunisi. Queste alcune delle città da cui sono partite, per riunirsi a Oujda 1, le famiglie afflitte dalla scomparsa o detenzione di una persona cara. Luoghi che accomunano e collegano esperienze diverse, di vita ed esistenza, di persone che partono e persone che restano. Città che, se guardate nel loro insieme, sono in grado di tracciare le direttrici di una mappa fatta di spostamenti, dolori e speranze. Reportage e inchieste HARRAGA: SPARIZIONI E DETENZIONI TRA MAROCCO, MEDITERRANEO E ZONE DI FRONTIERA Le famiglie esigono giustizia e verità Federico Massaro 15 Dicembre 2025 «Finché ci sono spostamenti, ci sono scomparse, dolori, storie e molti sacrifici, molti sentimenti; come diciamo in tunisino: ‘solo chi cammina sulla brace ne sente il dolore‘» (S., attivista tunisina, Oujda, Commemor’Action 2026) Il 5, 6 e 7 febbraio l’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnérable (AMSV) ha organizzato ad Oujda, 3 giornate 2 di confronto, dibattito e sensibilizzazione “contro il regime di morte alle frontiere” per «esigere verità, giustizia e riparazione per le vittime della migrazione e le loro famiglie» 3. LE TESTIMONIANZE AL CENTRO La seconda giornata di mobilitazione ha visto l’organizzazione di un gruppo di condivisione/assemblea aperta con madri, padri, fratelli, sorelle e parenti delle persone scomparse o detenute. Un momento che ha dato la possibilità di esprimere le proprie difficoltà, esternalizzare le proprie sofferenze e apertamente condividerle, creando una rete di scambio di informazioni ed emozioni. Questo spazio ha dimostrato come le famiglie possano mutualmente supportarsi, per trovare, nella condivisione e nella solidarietà, strumenti di conforto. «Mi chiamo H., padre di un figlio scomparso il 29 giugno 2023. A tutti i padri e a tutte le madri che hanno un figlio o una figlia vogliamo dire che non siamo soli in questa lotta. Crediamo nel diritto di conoscere la verità e il destino dei nostri figli. È un messaggio che nasce dalle nostre lacrime, per conoscere e seguire il loro destino». (H., padre di un figlio scomparso, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026) La violenza delle pratiche di controllo e “gestione” della mobilità raggiunge, influenza e si riflette sui familiari che vivono nei territori di partenza. Una struttura securitaria che non solo esternalizza la propria frontiera ma che spinge al di là di essa il dolore, lasciando al di qua conseguenze e sofferenze psicologiche e sociali. “Ma dobbiamo resistere 4. Abbiamo dei figli che sono separati da noi fisicamente. Sono sempre nei nostri cuori, sono sempre lì. Riflettiamo, pensiamo a loro”.  (H., padre di un figlio scomparso) Una separazione che trova nel ricordo e nella memoria una modalità di far fronte al trauma della scomparsa. Le foto strette nelle mani dei familiari si fanno ancoraggio di un’esistenza che non è andata persa ma che continua, giornalmente, ad essere presente e viva. Questi incontri intrecciano alla sfera più intima ed emotiva una più pratica e tecnica. L’AMSV si mobilita anche per orientare le famiglie lungo le tortuose procedure amministrative, giudiziarie e legali. L’accompagnamento e la sensibilizzazione vanno così intervallandosi a pratiche di autocritica e autoconsapevolezza, ove l’associazione si pone in ascolto delle proposte, soluzioni e critiche mosse dalle stesse famiglie. Momenti come questo edificano le fondamenta di uno spazio in cui poter vivere collettivamente le proprie emozioni e nella collettività trovare forza, supporto e confronto. Un’iniziativa che si dimostra essenziale per gettare basi di memoria e condanna che dal singolo si spostino al collettivo – per una piena conoscenza e giustizia per le sorti dei propri cari. TRA LE ONDE «Il mare uccide una volta, ma l’attesa uccide mille volte» 5 (Imane ElBoustaoui, scrittrice e sorella di un ragazzo scomparso, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026) Queste le parole di Imane El Boustaoui, scrittrice e sorella di un ragazzo scomparso che, con voce ferma e decisa, chiude il discorso di presentazione del suo romanzo « Entre la vague et l’absence » 6. Il termine francese “vague”, letteralmente “onda” in italiano, si presta qui a una duplice lettura: da un lato richiama la dimensione materiale del mare e delle sue onde; dall’altro, in senso più simbolico, evoca una condizione di indeterminatezza e incertezza. La storia di Imane si è fatta spazio nelle 3 giornate di mobilitazione. Notizie COMMÉMOR’ACTION ALLE FRONTIERE: CONTRO IL REGIME DI MORTE CHE UCCIDE E FA SPARIRE Una mobilitazione transnazionale da Oujda a Palermo Federico Massaro 9 Febbraio 2026 Suo fratello, Mohammed, ha intrapreso quattro anni fa, insieme ad altre 41 persone, la rotta atlantica 7 e da allora non ha più avuto sue notizie. «Permettetemi di parlarvi di Mohamed, mio fratello. Prima di tentare la migrazione ha lavorato per anni in Libia ma, dopo che la situazione politica si è deteriorata, è tornato in Marocco. Ha cercato lavoro ed è stato impiegato per otto anni in un’azienda a Casablanca. Ma con la pandemia di Covid-19 è stato licenziato, insieme ad altri dipendenti, con il pretesto della crisi. Da quel momento, la vita di Mohamed è cambiata radicalmente. È cambiato. Non lo riconoscevamo più. Quando tutte le porte si sono chiuse, non gli è rimasta che una sola opzione: tentare l’avventura, intraprendere un cammino sconosciuto e salire a bordo di un’imbarcazione della morte, in direzione delle isole Canarie. Il nostro ultimo abbraccio è avvenuto sul molo, testimone silenzioso dell’ultimo addio». (Imane ElBoustaoui, testimonianza) Le vicende, racconta la scrittrice, l’hanno traghettata in un mare di incertezza: “nessuna notizia della sua morte, nessuna prova di sopravvivenza” 8. Quello stesso mare, nel romanzo più volte citato, diviene qui nemico, controparte e complice dell’oblio. «Il mare è un elemento fondamentale nel romanzo. Se non ci fosse il mare, non ci sarebbero le sue vittime. Il mare è un concorrente, un avversario, un nemico. Il mare è colui che ha inflitto questa sofferenza». (Imane ElBoustaoui, Conferenza di presentazione del romanzo “Entre la vague et l’absence”, Oujda, 6 febbraio 2026) Il romanzo e le due storie raccolte al suo interno riflettono un dolore permanente, una condizione di sofferenza, di “disperazione” e di tristezza a cui la “speranza” va a contrapporsi 9. «La speranza non è una forza nel senso tradizionale del termine. È il contrario della sofferenza. È una forma, tra le altre, di resistenza». (Imane El Boustaoui, Conferenza) La scrittrice ci parla inoltre di “un’assenza dolorosa” che si trasforma e si declina in “un’attesa perpetua e permanente […] un’attesa che non è scritta nei report” 10. L’attesa e un “silenzio assoluto” 11 si fanno, dunque, paradigmatici di una condizione multiforme contrassegnata dal dramma della scomparsa e della violenza della detenzione. «Ciò che ho affrontato non è solo l’assenza, ma il silenzio. Un silenzio che è più grave dell’assenza stessa. […] Ogni volta che siamo andate ai sit-in, alle manifestazioni, per chiedere verità e giustizia, abbiamo sempre trovato le porte chiuse». (Imane El Boustaoui, Conferenza) Il libro « Entre la vague et l’absence » non racconta, dunque, di una perdita o di un’esperienza individuale ma anzi, prende queste ultime come punto di partenza, per narrare una condizione vissuta da numerose famiglie. «La mia storia non è un racconto individuale. È lo specchio di migliaia di sorelle la cui vita si è fermata al momento dell’addio, i cui progetti sono stati sospesi alla partenza dei propri fratelli. In ‘Entre la vague et l’absence’ non ho scritto solo del dolore di Imane, né dei miei quattro anni di personale sofferenza e attesa. Ho scritto di famiglie con storie diverse, ma unite dalla stessa ferita: la perdita di una persona cara. Questo romanzo non è una denuncia intima ma una testimonianza umana, una voce collettiva di famiglie che si confrontano con molteplici forme d’assenza: di scomparse di cui non si conosce il destino, di detenute senza colpa private della libertà, di defunte a cui non si è potuto dire addio con dignità. Il mio percorso di ricerca non si è mai fermato. Ho ascoltato le testimonianze di giovani tornati nelle nostre città, portando con sé sconfitta e disillusione. Le storie di Jawad e Omar, raccolte nel romanzo, non raccontano di loro come eroi ma come vittime di sogni spezzati lungo il cammino. […] ‘Entre la vague et l’absence’ non è stato scritto come una semplice storia, ma come un atto di documentazione, come una testimonianza. L’ho scritto per condividere con il mondo questa ferita che sanguina ogni giorno, per affermare che esistono altre storie che non sono ancora state raccontate». (Imane El Boustaoui, testimonianza) Copertina e contro copertina di “Entre la vague et l’absence” DETENZIONI E INCARCERAZIONI IN ALGERIA Le testimonianze riportate nell’arco dei tre giorni a Oujda hanno dimostrato come l’incarcerazione su suolo algerino 12 sia una procedura che si ripercuote, ormai da anni, sulle vite delle persone in movimento. Nel 2025, su un totale di 436 dossier trattati 13 dall’associazione, 107 sono i casi di detenzione, di cui 104 su suolo algerino e 3 sulla rotta balcanica 14. Quando la famiglia riesce a mettersi in contatto con il proprio caro in Algeria, le informazioni, seppur veritiere, si fanno scarse e difficili da reperire. Questo perché, laddove un primo contatto avvenga, la persona trattenuta è sempre soggetta al rischio di deportazione interna verso altri luoghi di detenzione, così facendo ogni legame tra informatorә e famiglia viene immediatamente reciso. La comunicazione, tra famiglia e detenuti, si presenta, dunque, come non duratura e soggetta ad enormi rischi di estorsione. Intermediari e attività criminali promettono, in cambio di denaro, notizie e sostegno al di là del territorio marocchino. Una difficoltà in più con cui le famiglie si devono confrontare 15. DIRITTO ALLA VERITÀ E GIUSTIZIA Donare visibilità alle rivendicazioni portate avanti dai familiari delle persone scomparse è necessario ed essenziale. Troppo spesso, infatti, gli sbarchi e i corpi in movimento vengono sovramediatizzati, a favore di un discorso volto alla sicurezza e alla securitizzazione, o invisibilizzati estromettendo le voci delle famiglie delle persone scomparse dal discorso politico e mediatico 16. Rapporti e dossier “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Questo aspetto risulta essere perfettamente in linea con il Patto europeo in materia di migrazione e asilo che ha visto e sta vedendo un suo importante avanzamento prima e dopo le giornate di “CommemorAzione”. Il piano entrerà in vigore nel giugno 2026 17 e , con l’ultima approvazione del mandato negoziale sul nuovo regolamento rimpatri 18, ha attualmente raggiunto la fase di negoziati interistituzionali con il Consiglio dell’Unione europea 19. Tralasciando le specificità 20 del Patto vediamo invece come quest’ultimo unisca e riassuma perfettamente le pratiche europee in ambito migratorio. La persona, le storie e i vissuti vengono messi in secondo piano, volutamente trascurati, per far spazio ad un discorso ed una narrazione che tutela e sostiene l’impianto securitario e la violenza razziale. Il paradigma della sicurezza, costruito discorsivamente e materialmente, trova così nell’oscurantismo delle rivendicazioni di giustizia e verità dei familiari delle persone scomparse, il perpetuarsi della sua condizione di colonialità e potere 21. Una struttura ramificata che sempre più tenta di controllare, oscurare e vittimizzare, tanto nel dibattito pubblico che in quello istituzionale, una presenza sin troppo scomoda per la propria agenda politica: le famiglie delle persone scomparse, decedute o detenute e gli harraga. Dobbiamo pertanto guardare al diritto alla verità in quanto slegato da una visione compassionevole e pietistica, tanto della persona in movimento che dei suoi familiari. Un diritto che deve essere invece riconosciuto come reale strumento politico, in grado di unire diritto alla giustizia, diritto a vedersi riconosciuta la propria identità e il proprio nome, diritto al lutto e tutto ciò che a cui esso è interconnesso (accessibilità alle informazioni e alle pratiche di riconoscimento e identificazione dei corpi e possibilità di portare a termine riti funebri secondo il proprio culto o tradizione) 22. Il sostegno e la connessione in rete tra famiglie e amicз delle persone scomparse o detenute, così come le associazioni che vi forniscono supporto 23, acquisiscono un significato politico ben preciso. Si contrappongono ad una struttura securitaria che criminalizza e tenta di controllare ogni spiraglio di solidarietà. Contro una politica europea che reifica la mobilità umana all’interno di confini che la vedono unicamente in quanto fenomeno da controllare o gestire. Giornate come quelle organizzate a Oujda portano il nostro sguardo lontano dalla narrazione della vulnerabilità. Ci mostrano una comunità che, forte del sostegno e degli sforzi di un’associazione, trova una propria modalità di affrontare il dolore, di autosostenersi e dal basso organizzarsi. 1. Città a nord-est del Marocco, capoluogo della regione dell’Oriental. ↩︎ 2. Le giornate, parte della mobilitazione transnazionale Commemor’Action, hanno visto l’alternarsi di momenti di denuncia a workshop artistici e attività teatrali e letterarie ↩︎ 3. Testo di appello alla Commémor’Action del 6 febbraio 2026, giornata mondiale di lotta contro il regime di morte alle frontiere ↩︎ 4. In francese il termine utilizzato è “s’accrocher”: letteralmente aggrapparsi, stringersi. ↩︎ 5. Le citazioni di Imane El Boustaoui provengono sia da testimonianze personali sia da interventi pubblici; ove necessario, il contesto è specificato tra parentesi ↩︎ 6. È possibile acquistare il romanzo contattando direttamente l’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnérable (Oujda, Marocco) ↩︎ 7. La rotta contrassegna tutti quegli spostamenti che partono dalle coste affacciate sull’oceano Atlantico del Marocco, della Mauritania, del Senegal, del Gambia e della Guinea in direzione delle isole Canarie. ↩︎ 8. Imane ElBoustaoui, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026 ↩︎ 9. Imane ElBoustaoui, Conferenza di presentazione del romanzo “Entre la vague et l’absence”, Oujda, 6 febbraio 2026 ↩︎ 10. Ibid ↩︎ 11. Ibid ↩︎ 12. Legge 08-11 del 25 giugno 2008 «relative aux conditions d’entrée, de séjour et de circulation des étrangers en Algérie». Vedasi: Connivence sécuritaire entre l’Europe et le Maghreb, Orient XXI (gennaio 2017) ↩︎ 13. Migrants disparus : Ce qu’il faut retenir du rapport de l’AMSV, Enass (11 febbraio 2026) ↩︎ 14. « Tableau récapitulatif des statistiques, dossiers digitalisés reçu par l’association : disparus, détenus et décèdes, accompagnés, bloqués, libérés, suivi des dossiers organisés par région » in « Rapport annuel de l’association marocaine d’aides aux migrants en situation vulnérable du 1 janvier au 31 décembre 2025. Présenté pour la conférence de presse du jeudi 5 février 2026 » ↩︎ 15. L’AMSV, per compensare queste problematicità, ha creato dei gruppi su piattaforme di messaggistica e una linea telefonica dedicata. Ciò ha permesso di creare una rete tra famiglie residenti su differenti città, favorendo l’approfondimento delle ricerche, che si realizza tramite la condivisione di informazioni sull’identificazione dei propri carз. Sempre in quest’ottica sono state prodotte dall’AMSV 2 guide per il sostegno e l’accompagnamento pratico nei processi amministrativi e giudiziari. La prima guida assiste i familiari delle persone scomparse a livello amministrativo, fornendo una panoramica su quali documenti possedere, quali fornire e/o raccogliere. « Guide illustré de recherche d’un disparuoù détenu à la frontière » (AMSV, Oujda, settembre 2024); La seconda guida si concentra invece sull’accompagnamento e sull’assistenza, a livello legale e giudiziario delle famiglie delle persone in stato di arresto o detenzione in Algeria, Tunisia o Libia. Fornisce una panoramica sui documenti da possedere lungo la procedura di ricerca così come sui documenti richiesti per il ritorno in Marocco. « Droits aux familles à la vérité, dignité et justice. Guide illustré aux familleset des détenusaux parcours migratoires » (AMSV, Oujda, 2025) ↩︎ 16. L’abbiamo visto nella strage di Steccato di Cutro il 26 febbraio 2023. Nella seguente data, presso la spiaggia in provincia di Crotone, persero la vita all’incirca 94 persone e circa una decina sono tuttora disperse. In tale contesto la sovramediatizzazione e la ricerca di giustizia è stata strumentalizzata in favore di una ricerca e denuncia di soggetti identificati come “scafisti”. A strage ormai avvenuta segue la creazione di un decreto-legge specifico, il 50/2023, che prevede l’inasprirsi delle pene nei confronti “dei cosiddetti scafisti”. Sorte diversa è toccata invece per la strage di Roccella Ionica. Nell’imbarcazione, che conteneva all’incirca 67 persone a bordo e naufragata tra il 16 e il 17 giugno 2024, hanno perso la vita almeno 35 persone mentre le restanti sono ancora dispersɜ. In questa occasione le autorità hanno calato un velo sulle morti e le scomparse, adoperando una vera e propria tattica di “dispersione” delle famiglie, dei sopravvissuti e dei corpi. Ciò ha comportato un’assenza in tema di copertura mediatica. Fonti: Corpi, Diritti e memorie in lotta, Report di monitoraggio e denuncia di MEM.MED Memoria Mediterranea e CLEDU di Palermo (2025) ↩︎ 17. Patto Migrazione e Asilo 2026, a che punto siamo? Come l’Unione Europea sta riscrivendo il diritto d’asilo e normalizzando l’eccezione, Melting Pot Europa (dicembre 2025) ↩︎ 18. Il documento di compromesso concordato dal Consiglio a dicembre fornisce dettagli sulle modifiche proposte ↩︎ 19. Il regolamento introduce un primo elenco di paesi considerati di “origine sicura”, (Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia), insieme alla possibilità di designare ed applicare il “concetto di paese terzo sicuro”. Ciò si traduce in una possibilità di “rimpatrio”, o meglio deportazione, di migranti verso un “paese terzo” con il quale le persone non hanno potenzialmente mai avuto un legame. Tutto ciò a favore di quella che viene definita come una più “rapida ed efficiente” esamina di domanda d’asilo. Il Parlamento europeo dà il via libera al Regolamento sulle deportazioni. Cosa è in gioco nelle fasi finali dei negoziati, Melting Pot Europa (marzo 2026) ↩︎ 20. Non esistono “Paesi sicuri”. E con le nuove regole UE su migrazione e asilo siamo tutti più in pericolo, Melting Pot Europa (febbraio 2026) ↩︎ 21. Quijano, A. (2000), Coloniality of Power, Eurocentrism, and Latin America, “Nepantla: Views from South”, 1 (3): 533 –580  ↩︎ 22. Non solo memoria: Il diritto alla verità come obbligo degli Stati – diretta youtube, ASGI e Associazione Carta di Roma (3 marzo 2026) ↩︎ 23. Su suolo italiano MEM.MED (Memoria Mediterranea) si occupa di ricerca e identificazione delle persone disperse nel Mar Mediterraneo, fornendo supporto legale e psico-sociale alle famiglie che cercano verità e giustizia. L’associazione facilita le famiglie nell’accesso alle informazioni oltre fornire loro supporto legale gratuito nelle procedure di ricerca, identificazione e rimpatrio delle salme. ↩︎
Bloccati in Marocco
Dall’aprile 2023 il Sudan brucia. Il conflitto tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale al-Burhan e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) di Mohammed Hamdan Dagalo 1, detto “Hemetti“, ha prodotto quella che l’ONU definisce la peggiore crisi di sfollamento al mondo: circa 15 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case, oltre 4 milioni dei quali hanno cercato rifugio in paesi vicini 2. > “Il Sudan è oggi teatro della più grave crisi di sfollamento al mondo”. > (fonte: UNHCR) Il 70% degli ospedali è fuori servizio, intere regioni come il Darfur e il Kordofan sono devastate dalla carestia, da esecuzioni sommarie, da violenze sessuali sistematiche e da massacri che presentano, secondo organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International, i tratti distintivi di una campagna di pulizia etnica e possibili crimini contro l’umanità 3. In questo contesto, il Marocco è diventato una tappa obbligata per migliaia di sudanesi in fuga. Non una meta scelta, ma un approdo imposto dalla chiusura di altre vie: la Libia con le sue milizie, l’Egitto con le sue condizioni durissime 4. Secondo le stime delle organizzazioni della società civile locale, le persone sudanesi registrate presso l’UNHCR a Rabat sono tra 2.700 e 3.000, ma il numero reale è considerato molto più alto, data la bassa propensione a presentare domanda di asilo presso l’agenzia onusiana. Si tratta di una comunità eterogenea, persone di ogni genere e età, spesso con titoli universitari e carriere interrotte dalla guerra, che non ha scelto il Marocco come destinazione finale ma vi si trova bloccata, in attesa di un reinsediamento che non arriva. UNA PROTEZIONE CHE NON PROTEGGE La situazione sul campo è quella che descrivono le organizzazioni di difesa dei diritti umani che operano a Rabat. I rappresentanti di GADEM (Groupe Antiraciste de Défense et d’Accompagnement des Étrangers et des Migrants) e AMDH (Association Marocaine des Droits Humains), nella persona del suo presidente Hakim Sikouk, hanno risposto a dei quesiti sulla condizione specifica dei rifugiati sudanesi in Marocco. Le loro risposte convergono sulla gravità della situazione, pur rivelando approcci e sensibilità diverse. Il primo nodo critico riguarda l’accesso alla procedura di asilo. Le pratiche UNHCR richiedono dai sei mesi a un anno e mezzo, e molti sudanesi rinunciano a presentare domanda perché, come spiega il referente di GADEM, lo status di rifugiato non garantisce un miglioramento concreto: il reinsediamento in un paese terzo è di fatto bloccato. Sikouk è più diretto: l’attesa per un colloquio può durare un anno intero, lasciando le persone in una condizione di totale insicurezza giuridica e materiale. Anche quando il riconoscimento arriva, la protezione rimane formale. Lo Stato marocchino non riconosce ufficialmente il documento rilasciato dall’UNHCR come titolo di soggiorno: i rifugiati registrati restano esposti ad arresti arbitrari. > «Lo status non garantisce alcuna protezione reale contro le azioni della > polizia», afferma Sikouk. GADEM conferma: la protezione è arbitraria nei fatti, indipendentemente da quanto previsto sulla carta. DORMIRE PER STRADA DAVANTI ALL’UNHCR Le condizioni di vita sono di estrema vulnerabilità. Molti rifugiati sudanesi sono senza alloggio e dormono per strada, emblematicamente davanti alla sede stessa dell’UNHCR a Rabat, circondata dal filo spinato. Sul fronte degli aiuti economici, il quadro è tanto frammentato quanto allarmante. Secondo i dati AMDH di gennaio 2026, i rifugiati sudanesi presenti in Marocco sono circa 4.300, ma solo il 20% beneficia di un qualsiasi sostegno economico 5. L’Association Marocaine des Droits Humains (AMDH) è una delle principali organizzazioni non governative del Marocco dedicate alla promozione e alla difesa dei diritti umani. Fondata nel 1979 a Rabat, gioca un ruolo di rilievo nel denunciare violazioni, sostenere le libertà civili e promuovere la cultura dei diritti umani nel paese. L’UNHCR ha dichiarato di aver fornito assistenza finanziaria a circa 1.945 persone considerate tra le più vulnerabili, in un contesto in cui il budget del programma è coperto solo al 38%. A partire da marzo 2025, i programmi in Marocco sono stati ridotti del 30% a causa di una crisi finanziaria globale, limitando i servizi alle sole situazioni di estrema vulnerabilità. Chi riesce ad accedere agli aiuti riceve al massimo 500 dirham al mese, circa 46 euro: una cifra già di per sé insufficiente, ulteriormente ridotta rispetto agli 800 dirham precedentemente erogati. Sikouk la definisce semplicemente “nulla” rispetto al costo della vita a Rabat. L’accesso al lavoro formale è praticamente impossibile: chi riesce a lavorare lo fa nell’edilizia o nei mercati informali, per 8-10 euro al giorno in turni di 12 ore. L’accesso alle cure sanitarie è critico, in particolare per le malattie croniche, con strutture partner che spesso non rispondono alle richieste di assistenza. A questa precarietà strutturale si aggiungono pratiche sistematiche di allontanamento forzato. GADEM documenta costantemente quello che definisce “spostamento forzato interno“: i rifugiati vengono arrestati nelle grandi città come Rabat e Casablanca e abbandonati in zone remote del paese, nel sud, lontano dalle reti di supporto e dalle sedi delle organizzazioni internazionali. Il GADEM (Groupe Antiraciste de Défense et d’accompagnement des Etrangers et Migrants) è un’organizzazione antirazzista con sede in Marocco, fondata nel 2006. Si dedica alla difesa, all’accompagnamento e alla tutela dei diritti di stranieri e migranti, combattendo discriminazioni e razzismo. Sikouk riporta casi di persone abbandonate ad Agadir senza telefono né denaro, mentre il rappresentante di GADEM riferisce come le forze dell’ordine istruiscano i conducenti degli autobus diretti verso le città di non farli salire per evitare che vi facciano ritorno. IL MAROCCO COME GENDARME. MA NON SOLO Sul piano politico, le due organizzazioni offrono letture complementari. Sikouk descrive un Marocco che agisce come gendarme delle frontiere europee in cambio di finanziamenti: i fondi ricevuti dall’UE vanno quasi esclusivamente al rafforzamento del controllo dei confini e delle procedure repressive, non all’assistenza reale alle persone. GADEM aggiunge una dimensione strategica: il Marocco non è un esecutore passivo, ma un attore consapevole che usa la gestione dei flussi migratori come leva politica nelle negoziazioni con Bruxelles, avendo capito e sfruttato la frammentazione interna all’Europa. La crisi di Ceuta del 2021, ricordano, non fu solo un’emergenza: fu uno strumento diplomatico 6. Il razzismo e il negazionismo istituzionale La questione razziale in Marocco è caratterizzata da un profondo divario tra la realtà vissuta dai migranti e il quadro normativo e discorsivo ufficiale dello Stato. Sul piano legale, il Codice Penale marocchino contiene solo due articoli che menzionano il razzismo e la discriminazione razziale, formulati con termini generici e privi di sviluppo specifico. La vaghezza della norma lascia a giudici e avvocati un ampio margine interpretativo, svuotando di fatto la legge di qualsiasi efficacia punitiva. Sikouk è esplicito: nel sistema attuale, insultare una persona in base alla razza non è considerato un reato grave. Il principale ostacolo alla costruzione di un quadro normativo adeguato è il rifiuto istituzionale di riconoscere il problema. Nel 2023, durante l’esame periodico delle Nazioni Unite a Ginevra, l’attuale Ministro della Giustizia marocchino ha dichiarato che il dibattito sul razzismo è proprio degli Stati Uniti e dell’Europa, ma non riguarda il Marocco. La posizione ufficiale dello Stato si appoggia su uno scudo religioso: essendo il Marocco un paese musulmano, l’argomento è che nessun musulmano oserebbe mai discriminare un altro essere umano. Questa logica classifica il razzismo come un non-problema, ignorando al contempo la storia coloniale e quella della schiavitù che hanno strutturalmente condizionato la società marocchina. Il paradosso è che, mentre mancano leggi contro il razzismo, ne esistono altre che istituzionalizzano la discriminazione su base nazionale. L’articolo 416 del Codice del Lavoro vieta agli stranieri di ricoprire cariche sindacali; l’articolo 439 impedisce loro di candidarsi come delegati dei lavoratori. Le procedure per l’assunzione di stranieri sono talmente complesse da lasciare alle autorità un potere discrezionale totale, esercitabile in qualsiasi momento. Sul piano sociale, l’assenza di sanzioni ha prodotto una normalizzazione di comportamenti discriminatori. I rifugiati sudanesi, in quanto musulmani, godono nei quartieri popolari di una parziale protezione informale: la partecipazione alla vita delle moschee permette loro di essere percepiti come “fratelli”, attenuando alcune forme di aggressione rispetto ai migranti subsahariani cristiani. Questo però non li mette al riparo dal razzismo delle forze dell’ordine. Sikouk riporta casi in cui la polizia ha arrestato cittadini marocchini del sud solo per il colore della pelle, ignorando le loro proteste in darija (arabo colloquiale marocchino) e scambiandoli per migranti irregolari. IL RAPPORTO CON L’UNHCR: TRA CRISI FINANZIARIA E CONFLITTO APERTO In Marocco, in assenza di un sistema nazionale di asilo, è l’UNHCR a svolgere le funzioni di registrazione delle persone e determinazione dello status di rifugiato. Al termine del 2025, i sudanesi rappresentavano il gruppo più numeroso tra i registrati, con circa 5.290 persone. Attraverso organizzazioni partner come l’Associazione Marocchina per la Pianificazione Familiare e la Fondazione Orient-Occident, l’agenzia dovrebbe garantire cure mediche, supporto psicosociale e sussidi economici. La procedura di reinsediamento verso paesi terzi, Canada, Stati Uniti ed Europa, è formalmente tra le funzioni dell’UNHCR ed è quella più attesa dai rifugiati sudanesi. Nella pratica, è quasi del tutto bloccata. A partire da marzo 2025, una crisi finanziaria globale ha costretto l’ufficio marocchino dell’UNHCR a tagliare i propri programmi e il personale di un terzo. I servizi sono ora garantiti solo alle persone in condizione di “estrema vulnerabilità“. Sul piano procedurale, ottenere il documento di richiedente asilo può richiedere fino a otto mesi, mentre l’attesa per la determinazione dello status supera spesso l’anno e mezzo. Poiché il Marocco non riconosce formalmente il documento UNHCR come titolo di soggiorno, i rifugiati in possesso di certificati ONU restano comunque esposti ad arresti e spostamenti forzati verso il sud del paese. Sikouk definisce l’UNHCR un “collaboratore” delle autorità marocchine, accusandolo di passività di fronte alle violazioni dei diritti umani e di non esercitare alcuna pressione sullo Stato affinché rispetti gli obblighi internazionali. L’AMDH denuncia inoltre che l’agenzia si rifiuta sistematicamente di incontrare i propri rappresentanti, pur continuando a ricevere altre organizzazioni. GADEM critica invece il modello di lavoro: i donatori impongono le proprie agende e le associazioni locali vengono ridotte a mere esecutrici, senza reale potere decisionale. Dall’inizio del 2026, i rifugiati sudanesi organizzano sit-in ogni lunedì davanti alla sede di Rabat per denunciare i ritardi e il senso di abbandono. MEDIA, VISIBILITÀ E IL RISCHIO DELLO SCIACALLAGGIO ETICO Sul ruolo dei media, le due organizzazioni esprimono posizioni complementari ma con accenti diversi. Per Sikouk, la pressione mediatica internazionale è “la nostra forza” principale: rendere visibile una comunità che soffre nell’ombra è una forma diretta di pressione sullo Stato marocchino, costringendolo a confrontarsi pubblicamente con le proprie mancanze nel garantire diritti basilari come la salute e il sostegno economico. GADEM introduce però una cautela necessaria. Il referente mette in guardia contro quello che definisce “sciacallaggio etico“: operatori dell’informazione che filmano rifugiati in condizioni di estrema miseria per fini personali o di visibilità, approfittando del fatto che persone in condizione di vulnerabilità non sono realmente in grado di negoziare il proprio consenso o la propria immagine. Denuncia inoltre come certi media contribuiscano a costruire lo stereotipo del rifugiato sudanese “violento“, semplicemente perché organizza manifestazioni per rivendicare diritti fondamentali. Una narrazione che viene a volte ripresa anche all’interno delle stesse strutture umanitarie. Sul fronte del conflitto in Sudan, la distanza e la difficoltà di accesso al terreno hanno spinto media e ricercatori a ricorrere a strumenti di rilevazione satellitare: immagini di Google Earth e sensori termici per individuare fosse comuni o concentrazioni di cadaveri laddove l’accesso umano è negato 7. Una documentazione che sopperisce all’impossibilità di inviare reporter, ma che non sostituisce la presenza diretta e il rapporto con le comunità colpite. Il Marocco, nel frattempo, usa i propri canali ufficiali per costruire un’immagine pubblica controllata sul tema della migrazione, cercando appoggio diplomatico nel continente africano. La narrazione statale e quella dei media indipendenti si muovono su binari opposti: da una parte il tentativo di normalizzare e invisibilizzare, dall’altra la denuncia di ciò che avviene davanti alle sedi delle istituzioni internazionali. 1. Segui Sudan su HRW ↩︎ 2. United Nations High Commissioner for Refugees, Sudan Emergency – Operational Data Portal, aggiornamenti 2025-2026 ↩︎ 3. Vedi anche il quadro generale su UNHCR Global Focus ↩︎ 4. Le dinamiche di queste rotte sono documentate anche dall’International Organization for Migration, che monitora gli spostamenti forzati nella regione ↩︎ 5. Trapped between borders and bureaucracy, Al Jazeera (18 aprile 2026) ↩︎ 6. Studi del Migration Policy Institute evidenziano come l’Unione Europea deleghi sempre più il controllo migratorio a paesi terzi ↩︎ 7. Sul fronte del conflitto in Sudan, la difficoltà di accesso al terreno ha spinto media e ricercatori a ricorrere a strumenti alternativi, tra cui database indipendenti come ACLED, che monitora in tempo reale violenze e attacchi ↩︎