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Voci dal Sudan
Il 15 aprile 2026 segna il terzo anniversario dello scoppio della guerra in Sudan e, lo stesso giorno, si è tenuta una conferenza internazionale e Berlino, organizzata da Germania, Francia, Regno Unito, Unione Europea, Unione Africana e Stati Uniti per assicurarsi che «le sofferenze della popolazione sudanese non vengano dimenticate e che gli sforzi di pace rimangano all’ordine del giorno della politica internazionale» 1. L’obiettivo della conferenza era offrire un’occasione di incontro ai rappresentanti civili di varie fedi politiche per discutere le vie di una transizione verso un ordine postbellico democraticamente fondato. Inoltre, al centro dell’incontro vi era la necessità di mobilitare ulteriori aiuti umanitari a favore della popolazione civile sudanese in difficoltà.  Nel corso di questi anni, infatti, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF, sostenute da paesi come Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Iran) e le Forze di Supporto Rapido (RSF, sostenute per esempio da Emirati Arabi Uniti, Russia, Ciad e Etiopia) ha provocato la peggiore crisi umanitaria e di sfollamento al mondo: circa 34 milioni di persone – due terzi della popolazione – necessitano di assistenza umanitaria e quasi 14 milioni di persone sono sfollate, mentre 19 milioni soffrono la fame e circa 10 milioni di bambini non frequentano la scuola 2. Tuttavia, le speranze di risultati concreti sono state nuovamente disattese. La fine della guerra nel terzo Paese africano per estensione geografica non è in programma, ha spiegato l’africanista Gerrit Kurtz in un’intervista a Euronews: «non sono nemmeno invitate le parti in conflitto, che pure criticano. L’attenzione è esplicitamente rivolta alle prospettive civili» 3.  Purtroppo, anche sul versante delle prospettive civili non si sono fatti passi in avanti, dato che degli attori della società civile o dell’opposizione invitati, nessuno ha preso parte alla strutturazione dell’incontro, caratterizzato da un’impostazione strettamente umanitaria e spoliticizzata 4, che riflette «un modello profondamente viziato e sempre più diffuso: un processo che esclude le vittime, elude le responsabilità e normalizza il ruolo di chi favorisce la violenza» 5. Inoltre, l’insistenza dell’Europa nell’utilizzare la piattaforma di Berlino – proprio come in precedenza aveva fatto con le altre due conferenze di Parigi e Londra – può essere interpretata non solo come un tentativo di mobilitare aiuti umanitari, ma anche come uno sforzo per affermare la propria presenza politica nella questione sudanese 6.  In una tale situazione, a rimanere nascoste sono proprio le esperienze delle vittime, che rischiano di essere ridotte a numeri o statistiche. L’inchiesta di Matteo Garavoglia e Paolo Riva per IRPImedia cerca di contrastare questa tendenza, raccontando la storia di Fatima, una donna scappata dal Darfur nel 2003 7. Fatima ha vissuto nel campo profughi di Zalingei, in Sudan, si è poi spostata in Egitto nel 2015 e oggi vive in Libia, dopo aver perso la gran parte dei suoi cari. «Ogni giorno – racconta Fatima – pensiamo come avere da mangiare e da bere. Per risparmiare, non compriamo più carne e frutta. Anche le mie figlie lavoravano, ma a causa delle molestie che hanno subito le ho fatte smettere. La paura in strada è aumentata: ogni giorno sentiamo spari, mattina e sera, a volte per il rumore non si riesce nemmeno a dormire. Viviamo davvero sotto una pressione psicologica, economica e fisica» 8. La storia di Fatima incarna innanzitutto anni di guerre interne. L’attuale conflitto è l’ultimo episodio di una serie di tensioni seguite alla destituzione, nel 2019, del presidente Omar al-Bashir, salito al potere con un colpo di Stato nel 1989, in seguito a numerose proteste di piazza che chiedevano la fine del suo governo durato quasi trent’anni 9. L’esercito organizzò un colpo di Stato per destituirlo, ma i civili continuarono a battersi per l’introduzione della democrazia. Venne quindi istituito un governo congiunto militare-civile, che però fu rovesciato da un altro colpo di Stato nell’ottobre 2021, orchestrato dai due uomini al centro dell’attuale conflitto: il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle forze armate e di fatto presidente del Paese, e il suo vice, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle RSF, meglio conosciuto come “Hemedti”.  In seguito, il generale Burhan e il generale Dagalo entrarono in disaccordo sulla direzione che il Paese stava prendendo e sulla proposta di transizione verso un governo civile. I principali punti di scontro riguardavano i piani per incorporare le RSF, forti di 100.000 uomini, nell’esercito, e chi avrebbe poi guidato la nuova forza. Si sospettava che entrambi i generali volessero mantenere le loro posizioni di potere, non volendo perdere ricchezza e influenza. Gli scontri a fuoco tra le due parti sono iniziati il 15 aprile 2023, dopo giorni di tensione, quando i membri della RSF sono stati ridispiegati in tutto il Paese in una mossa che l’esercito ha visto come una minaccia. In ogni caso, nessuna di queste fazioni rappresenta la volontà della maggioranza del popolo sudanese ed entrambe mirano al monopolio del controllo sul Sudan e sulle sue risorse, con l’appoggio di attori internazionali come gli Emirati Arabi Uniti interessati all’oro, all’accesso al Mar Rosso e all’importazione di beni alimentari, oltre che ad avere maggiore influenza in Africa 10. Nonostante l’embargo sulle armi imposto nel 2024 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, infatti, le forniture militari verso il Sudan sono continuate quasi senza interruzioni, alimentando il conflitto con armi provenienti da Cina, Russia, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Yemen che sono state esportate nel Paese, spesso attraverso stati confinanti, in violazione delle normative internazionali 11. Ma la vicenda di Fatima è anche la concretizzazione delle politiche migratorie restrittive, in cui l’Unione Europea occupa un ruolo di primo piano. Fatima racconta, infatti, che la Libia, dove è arrivata dopo aver attraversato il deserto, «è il Paese più difficile» 12, nonostante abbia perso due figli in Egitto. In Libia, infatti, dall’inizio del conflitto, sono arrivate oltre 552mila persone, quarto Paese d’arrivo dopo Egitto (1,5 milioni), Sud Sudan (circa 1,2 milioni) e Ciad (circa 915mila). Le autorità di Tripoli riconoscono ai sudanesi lo status di rifugiati, ma come spiega un documento della missione europea Irini, visionato da IrpiMedia nell’ambito del progetto #MedSeaLeaks, questo status «ha natura dichiarativa, a causa del fatto che non esistono quadri giuridici per la loro protezione continua in Libia» 13. Nell’est e in ampie zone del sud il controllo politico e militare, inoltre, è nelle mani della famiglia Haftar, la cui autorità non è ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite, ma la cui collaborazione nella gestione delle rotte migratorie è fondamentale per l’Unione Europea.  Il dialogo con l’UE riguarda oggi soprattutto i “rimpatri volontari”, che tuttavia spesso di volontario hanno poco o nulla 14. Nonostante l’Organizzazione mondiale delle migrazioni, che dovrebbe fornire il supporto logistico ed economico, sia contraria a tali piani di rimpatrio, la Libia ha già allestito programmi per ritorni anche forzati verso Bangladesh, Nigeria e Niger. L’ambasciata sudanese a Tripoli, inoltre, ha annunciato l’avvio della prima fase di un programma di rimpatrio volontario per i cittadini sudanesi residenti in Libia, e ha affermato di aver avviato i preparativi per il primo convoglio di rimpatrio, in coordinamento con le autorità competenti 15.  A Fatima piacerebbe restare in Libia, a condizione di una maggiore sicurezza, oppure spostarsi in qualsiasi altro Stato confinante, con l’aiuto delle agenzie delle Nazioni Unite 16.  Sulla carta, i cosiddetti reinsediamenti (resettlement) gestiti dall’UNHCR dovrebbero offrire un trasferimento verso Paesi terzi sicuri a persone vulnerabili come Fatima ma in realtà i numeri sono molto bassi: lo scorso anno solo 687 persone sono state reinsediate dalla Libia, e il 72% delle richieste era arrivato da cittadini sudanesi.  La storia di Fatima è simile a quella di tante altre donne che vivono sul proprio corpo le conseguenze della guerra: come nota Amnesty International, le segnalazioni di stupri, schiavitù sessuale e altre forme di violenza sessuale sono emerse solo pochi giorni dopo l’inizio del conflitto. La violenza sessuale diffusa, ad opera delle SRF ma anche delle SAF, costituisce un crimine di guerra e forse un crimine contro l’umanità. «Voglio che il mondo intero conosca la sofferenza delle donne e delle ragazze sudanesi e che tutti gli uomini cattivi che ci hanno stuprato vengano puniti» 17, afferma una donna sopravvissuta a una violenza sessuale nella città di Omdurman.  Amnesty ha lanciato una petizione per chiedere l’embargo sull’invio di armi in Sudan. Non c’è alcun dubbio che, finché si continuerà a far arrivare armi in Sudan e a fare gli interessi delle milizie o degli Stati finanziatori, le donne come Fatima, insieme al resto della popolazione civile, non potranno essere al sicuro.  1. German Federal Foreign Office, 15 aprile 2026 ↩︎ 2. UN News, 15 aprile 2026 ↩︎ 3. Euronews, 15 aprile 2026 ↩︎ 4. Il Manifesto, 15 aprile 2026 ↩︎ 5. Darfur Union in UK, 16 aprile 2026 ↩︎ 6. Sudan Tribune, 16 aprile 2026 ↩︎ 7. Fatima, madre in fuga dal Sudan alla Libia: «Ho perso metà della famiglia», Irpi Media (8 aprile 2026) ↩︎ 8. Irpimedia, 8 aprile 2026 ↩︎ 9. BBC, 13 novembre 2025 ↩︎ 10. Let’s talk Palestine, 30 marzo 2026 ↩︎ 11. Amnesty International, “Sudan, la più grave crisi umanitaria del mondo” ↩︎ 12. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 13. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 14. Irpimedia, 5 dicembre 2025 ↩︎ 15. Libya Review, 3 aprile 2026 ↩︎ 16. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 17. Amnesty International, “Destruction and violence in Sudan” ↩︎
Dal Marocco alla frontiera
Marocco – Berkane, Beni Mellal, Settat, Casablanca, Marrakech, Oujda, Saïdia, Jerada, Dakhla, Taourirt, Laâyoune, Rabat, Nador, Aïn Beni Mathar, Touissit, Zaio e Tunisi. Queste alcune delle città da cui sono partite, per riunirsi a Oujda 1, le famiglie afflitte dalla scomparsa o detenzione di una persona cara. Luoghi che accomunano e collegano esperienze diverse, di vita ed esistenza, di persone che partono e persone che restano. Città che, se guardate nel loro insieme, sono in grado di tracciare le direttrici di una mappa fatta di spostamenti, dolori e speranze. Reportage e inchieste HARRAGA: SPARIZIONI E DETENZIONI TRA MAROCCO, MEDITERRANEO E ZONE DI FRONTIERA Le famiglie esigono giustizia e verità Federico Massaro 15 Dicembre 2025 «Finché ci sono spostamenti, ci sono scomparse, dolori, storie e molti sacrifici, molti sentimenti; come diciamo in tunisino: ‘solo chi cammina sulla brace ne sente il dolore‘» (S., attivista tunisina, Oujda, Commemor’Action 2026) Il 5, 6 e 7 febbraio l’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnérable (AMSV) ha organizzato ad Oujda, 3 giornate 2 di confronto, dibattito e sensibilizzazione “contro il regime di morte alle frontiere” per «esigere verità, giustizia e riparazione per le vittime della migrazione e le loro famiglie» 3. LE TESTIMONIANZE AL CENTRO La seconda giornata di mobilitazione ha visto l’organizzazione di un gruppo di condivisione/assemblea aperta con madri, padri, fratelli, sorelle e parenti delle persone scomparse o detenute. Un momento che ha dato la possibilità di esprimere le proprie difficoltà, esternalizzare le proprie sofferenze e apertamente condividerle, creando una rete di scambio di informazioni ed emozioni. Questo spazio ha dimostrato come le famiglie possano mutualmente supportarsi, per trovare, nella condivisione e nella solidarietà, strumenti di conforto. «Mi chiamo H., padre di un figlio scomparso il 29 giugno 2023. A tutti i padri e a tutte le madri che hanno un figlio o una figlia vogliamo dire che non siamo soli in questa lotta. Crediamo nel diritto di conoscere la verità e il destino dei nostri figli. È un messaggio che nasce dalle nostre lacrime, per conoscere e seguire il loro destino». (H., padre di un figlio scomparso, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026) La violenza delle pratiche di controllo e “gestione” della mobilità raggiunge, influenza e si riflette sui familiari che vivono nei territori di partenza. Una struttura securitaria che non solo esternalizza la propria frontiera ma che spinge al di là di essa il dolore, lasciando al di qua conseguenze e sofferenze psicologiche e sociali. “Ma dobbiamo resistere 4. Abbiamo dei figli che sono separati da noi fisicamente. Sono sempre nei nostri cuori, sono sempre lì. Riflettiamo, pensiamo a loro”.  (H., padre di un figlio scomparso) Una separazione che trova nel ricordo e nella memoria una modalità di far fronte al trauma della scomparsa. Le foto strette nelle mani dei familiari si fanno ancoraggio di un’esistenza che non è andata persa ma che continua, giornalmente, ad essere presente e viva. Questi incontri intrecciano alla sfera più intima ed emotiva una più pratica e tecnica. L’AMSV si mobilita anche per orientare le famiglie lungo le tortuose procedure amministrative, giudiziarie e legali. L’accompagnamento e la sensibilizzazione vanno così intervallandosi a pratiche di autocritica e autoconsapevolezza, ove l’associazione si pone in ascolto delle proposte, soluzioni e critiche mosse dalle stesse famiglie. Momenti come questo edificano le fondamenta di uno spazio in cui poter vivere collettivamente le proprie emozioni e nella collettività trovare forza, supporto e confronto. Un’iniziativa che si dimostra essenziale per gettare basi di memoria e condanna che dal singolo si spostino al collettivo – per una piena conoscenza e giustizia per le sorti dei propri cari. TRA LE ONDE «Il mare uccide una volta, ma l’attesa uccide mille volte» 5 (Imane ElBoustaoui, scrittrice e sorella di un ragazzo scomparso, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026) Queste le parole di Imane El Boustaoui, scrittrice e sorella di un ragazzo scomparso che, con voce ferma e decisa, chiude il discorso di presentazione del suo romanzo « Entre la vague et l’absence » 6. Il termine francese “vague”, letteralmente “onda” in italiano, si presta qui a una duplice lettura: da un lato richiama la dimensione materiale del mare e delle sue onde; dall’altro, in senso più simbolico, evoca una condizione di indeterminatezza e incertezza. La storia di Imane si è fatta spazio nelle 3 giornate di mobilitazione. Notizie COMMÉMOR’ACTION ALLE FRONTIERE: CONTRO IL REGIME DI MORTE CHE UCCIDE E FA SPARIRE Una mobilitazione transnazionale da Oujda a Palermo Federico Massaro 9 Febbraio 2026 Suo fratello, Mohammed, ha intrapreso quattro anni fa, insieme ad altre 41 persone, la rotta atlantica 7 e da allora non ha più avuto sue notizie. «Permettetemi di parlarvi di Mohamed, mio fratello. Prima di tentare la migrazione ha lavorato per anni in Libia ma, dopo che la situazione politica si è deteriorata, è tornato in Marocco. Ha cercato lavoro ed è stato impiegato per otto anni in un’azienda a Casablanca. Ma con la pandemia di Covid-19 è stato licenziato, insieme ad altri dipendenti, con il pretesto della crisi. Da quel momento, la vita di Mohamed è cambiata radicalmente. È cambiato. Non lo riconoscevamo più. Quando tutte le porte si sono chiuse, non gli è rimasta che una sola opzione: tentare l’avventura, intraprendere un cammino sconosciuto e salire a bordo di un’imbarcazione della morte, in direzione delle isole Canarie. Il nostro ultimo abbraccio è avvenuto sul molo, testimone silenzioso dell’ultimo addio». (Imane ElBoustaoui, testimonianza) Le vicende, racconta la scrittrice, l’hanno traghettata in un mare di incertezza: “nessuna notizia della sua morte, nessuna prova di sopravvivenza” 8. Quello stesso mare, nel romanzo più volte citato, diviene qui nemico, controparte e complice dell’oblio. «Il mare è un elemento fondamentale nel romanzo. Se non ci fosse il mare, non ci sarebbero le sue vittime. Il mare è un concorrente, un avversario, un nemico. Il mare è colui che ha inflitto questa sofferenza». (Imane ElBoustaoui, Conferenza di presentazione del romanzo “Entre la vague et l’absence”, Oujda, 6 febbraio 2026) Il romanzo e le due storie raccolte al suo interno riflettono un dolore permanente, una condizione di sofferenza, di “disperazione” e di tristezza a cui la “speranza” va a contrapporsi 9. «La speranza non è una forza nel senso tradizionale del termine. È il contrario della sofferenza. È una forma, tra le altre, di resistenza». (Imane El Boustaoui, Conferenza) La scrittrice ci parla inoltre di “un’assenza dolorosa” che si trasforma e si declina in “un’attesa perpetua e permanente […] un’attesa che non è scritta nei report” 10. L’attesa e un “silenzio assoluto” 11 si fanno, dunque, paradigmatici di una condizione multiforme contrassegnata dal dramma della scomparsa e della violenza della detenzione. «Ciò che ho affrontato non è solo l’assenza, ma il silenzio. Un silenzio che è più grave dell’assenza stessa. […] Ogni volta che siamo andate ai sit-in, alle manifestazioni, per chiedere verità e giustizia, abbiamo sempre trovato le porte chiuse». (Imane El Boustaoui, Conferenza) Il libro « Entre la vague et l’absence » non racconta, dunque, di una perdita o di un’esperienza individuale ma anzi, prende queste ultime come punto di partenza, per narrare una condizione vissuta da numerose famiglie. «La mia storia non è un racconto individuale. È lo specchio di migliaia di sorelle la cui vita si è fermata al momento dell’addio, i cui progetti sono stati sospesi alla partenza dei propri fratelli. In ‘Entre la vague et l’absence’ non ho scritto solo del dolore di Imane, né dei miei quattro anni di personale sofferenza e attesa. Ho scritto di famiglie con storie diverse, ma unite dalla stessa ferita: la perdita di una persona cara. Questo romanzo non è una denuncia intima ma una testimonianza umana, una voce collettiva di famiglie che si confrontano con molteplici forme d’assenza: di scomparse di cui non si conosce il destino, di detenute senza colpa private della libertà, di defunte a cui non si è potuto dire addio con dignità. Il mio percorso di ricerca non si è mai fermato. Ho ascoltato le testimonianze di giovani tornati nelle nostre città, portando con sé sconfitta e disillusione. Le storie di Jawad e Omar, raccolte nel romanzo, non raccontano di loro come eroi ma come vittime di sogni spezzati lungo il cammino. […] ‘Entre la vague et l’absence’ non è stato scritto come una semplice storia, ma come un atto di documentazione, come una testimonianza. L’ho scritto per condividere con il mondo questa ferita che sanguina ogni giorno, per affermare che esistono altre storie che non sono ancora state raccontate». (Imane El Boustaoui, testimonianza) Copertina e contro copertina di “Entre la vague et l’absence” DETENZIONI E INCARCERAZIONI IN ALGERIA Le testimonianze riportate nell’arco dei tre giorni a Oujda hanno dimostrato come l’incarcerazione su suolo algerino 12 sia una procedura che si ripercuote, ormai da anni, sulle vite delle persone in movimento. Nel 2025, su un totale di 436 dossier trattati 13 dall’associazione, 107 sono i casi di detenzione, di cui 104 su suolo algerino e 3 sulla rotta balcanica 14. Quando la famiglia riesce a mettersi in contatto con il proprio caro in Algeria, le informazioni, seppur veritiere, si fanno scarse e difficili da reperire. Questo perché, laddove un primo contatto avvenga, la persona trattenuta è sempre soggetta al rischio di deportazione interna verso altri luoghi di detenzione, così facendo ogni legame tra informatorә e famiglia viene immediatamente reciso. La comunicazione, tra famiglia e detenuti, si presenta, dunque, come non duratura e soggetta ad enormi rischi di estorsione. Intermediari e attività criminali promettono, in cambio di denaro, notizie e sostegno al di là del territorio marocchino. Una difficoltà in più con cui le famiglie si devono confrontare 15. DIRITTO ALLA VERITÀ E GIUSTIZIA Donare visibilità alle rivendicazioni portate avanti dai familiari delle persone scomparse è necessario ed essenziale. Troppo spesso, infatti, gli sbarchi e i corpi in movimento vengono sovramediatizzati, a favore di un discorso volto alla sicurezza e alla securitizzazione, o invisibilizzati estromettendo le voci delle famiglie delle persone scomparse dal discorso politico e mediatico 16. Rapporti e dossier “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Questo aspetto risulta essere perfettamente in linea con il Patto europeo in materia di migrazione e asilo che ha visto e sta vedendo un suo importante avanzamento prima e dopo le giornate di “CommemorAzione”. Il piano entrerà in vigore nel giugno 2026 17 e , con l’ultima approvazione del mandato negoziale sul nuovo regolamento rimpatri 18, ha attualmente raggiunto la fase di negoziati interistituzionali con il Consiglio dell’Unione europea 19. Tralasciando le specificità 20 del Patto vediamo invece come quest’ultimo unisca e riassuma perfettamente le pratiche europee in ambito migratorio. La persona, le storie e i vissuti vengono messi in secondo piano, volutamente trascurati, per far spazio ad un discorso ed una narrazione che tutela e sostiene l’impianto securitario e la violenza razziale. Il paradigma della sicurezza, costruito discorsivamente e materialmente, trova così nell’oscurantismo delle rivendicazioni di giustizia e verità dei familiari delle persone scomparse, il perpetuarsi della sua condizione di colonialità e potere 21. Una struttura ramificata che sempre più tenta di controllare, oscurare e vittimizzare, tanto nel dibattito pubblico che in quello istituzionale, una presenza sin troppo scomoda per la propria agenda politica: le famiglie delle persone scomparse, decedute o detenute e gli harraga. Dobbiamo pertanto guardare al diritto alla verità in quanto slegato da una visione compassionevole e pietistica, tanto della persona in movimento che dei suoi familiari. Un diritto che deve essere invece riconosciuto come reale strumento politico, in grado di unire diritto alla giustizia, diritto a vedersi riconosciuta la propria identità e il proprio nome, diritto al lutto e tutto ciò che a cui esso è interconnesso (accessibilità alle informazioni e alle pratiche di riconoscimento e identificazione dei corpi e possibilità di portare a termine riti funebri secondo il proprio culto o tradizione) 22. Il sostegno e la connessione in rete tra famiglie e amicз delle persone scomparse o detenute, così come le associazioni che vi forniscono supporto 23, acquisiscono un significato politico ben preciso. Si contrappongono ad una struttura securitaria che criminalizza e tenta di controllare ogni spiraglio di solidarietà. Contro una politica europea che reifica la mobilità umana all’interno di confini che la vedono unicamente in quanto fenomeno da controllare o gestire. Giornate come quelle organizzate a Oujda portano il nostro sguardo lontano dalla narrazione della vulnerabilità. Ci mostrano una comunità che, forte del sostegno e degli sforzi di un’associazione, trova una propria modalità di affrontare il dolore, di autosostenersi e dal basso organizzarsi. 1. Città a nord-est del Marocco, capoluogo della regione dell’Oriental. ↩︎ 2. Le giornate, parte della mobilitazione transnazionale Commemor’Action, hanno visto l’alternarsi di momenti di denuncia a workshop artistici e attività teatrali e letterarie ↩︎ 3. Testo di appello alla Commémor’Action del 6 febbraio 2026, giornata mondiale di lotta contro il regime di morte alle frontiere ↩︎ 4. In francese il termine utilizzato è “s’accrocher”: letteralmente aggrapparsi, stringersi. ↩︎ 5. Le citazioni di Imane El Boustaoui provengono sia da testimonianze personali sia da interventi pubblici; ove necessario, il contesto è specificato tra parentesi ↩︎ 6. È possibile acquistare il romanzo contattando direttamente l’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnérable (Oujda, Marocco) ↩︎ 7. La rotta contrassegna tutti quegli spostamenti che partono dalle coste affacciate sull’oceano Atlantico del Marocco, della Mauritania, del Senegal, del Gambia e della Guinea in direzione delle isole Canarie. ↩︎ 8. Imane ElBoustaoui, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026 ↩︎ 9. Imane ElBoustaoui, Conferenza di presentazione del romanzo “Entre la vague et l’absence”, Oujda, 6 febbraio 2026 ↩︎ 10. Ibid ↩︎ 11. Ibid ↩︎ 12. Legge 08-11 del 25 giugno 2008 «relative aux conditions d’entrée, de séjour et de circulation des étrangers en Algérie». Vedasi: Connivence sécuritaire entre l’Europe et le Maghreb, Orient XXI (gennaio 2017) ↩︎ 13. Migrants disparus : Ce qu’il faut retenir du rapport de l’AMSV, Enass (11 febbraio 2026) ↩︎ 14. « Tableau récapitulatif des statistiques, dossiers digitalisés reçu par l’association : disparus, détenus et décèdes, accompagnés, bloqués, libérés, suivi des dossiers organisés par région » in « Rapport annuel de l’association marocaine d’aides aux migrants en situation vulnérable du 1 janvier au 31 décembre 2025. Présenté pour la conférence de presse du jeudi 5 février 2026 » ↩︎ 15. L’AMSV, per compensare queste problematicità, ha creato dei gruppi su piattaforme di messaggistica e una linea telefonica dedicata. Ciò ha permesso di creare una rete tra famiglie residenti su differenti città, favorendo l’approfondimento delle ricerche, che si realizza tramite la condivisione di informazioni sull’identificazione dei propri carз. Sempre in quest’ottica sono state prodotte dall’AMSV 2 guide per il sostegno e l’accompagnamento pratico nei processi amministrativi e giudiziari. La prima guida assiste i familiari delle persone scomparse a livello amministrativo, fornendo una panoramica su quali documenti possedere, quali fornire e/o raccogliere. « Guide illustré de recherche d’un disparuoù détenu à la frontière » (AMSV, Oujda, settembre 2024); La seconda guida si concentra invece sull’accompagnamento e sull’assistenza, a livello legale e giudiziario delle famiglie delle persone in stato di arresto o detenzione in Algeria, Tunisia o Libia. Fornisce una panoramica sui documenti da possedere lungo la procedura di ricerca così come sui documenti richiesti per il ritorno in Marocco. « Droits aux familles à la vérité, dignité et justice. Guide illustré aux familleset des détenusaux parcours migratoires » (AMSV, Oujda, 2025) ↩︎ 16. L’abbiamo visto nella strage di Steccato di Cutro il 26 febbraio 2023. Nella seguente data, presso la spiaggia in provincia di Crotone, persero la vita all’incirca 94 persone e circa una decina sono tuttora disperse. In tale contesto la sovramediatizzazione e la ricerca di giustizia è stata strumentalizzata in favore di una ricerca e denuncia di soggetti identificati come “scafisti”. A strage ormai avvenuta segue la creazione di un decreto-legge specifico, il 50/2023, che prevede l’inasprirsi delle pene nei confronti “dei cosiddetti scafisti”. Sorte diversa è toccata invece per la strage di Roccella Ionica. Nell’imbarcazione, che conteneva all’incirca 67 persone a bordo e naufragata tra il 16 e il 17 giugno 2024, hanno perso la vita almeno 35 persone mentre le restanti sono ancora dispersɜ. In questa occasione le autorità hanno calato un velo sulle morti e le scomparse, adoperando una vera e propria tattica di “dispersione” delle famiglie, dei sopravvissuti e dei corpi. Ciò ha comportato un’assenza in tema di copertura mediatica. Fonti: Corpi, Diritti e memorie in lotta, Report di monitoraggio e denuncia di MEM.MED Memoria Mediterranea e CLEDU di Palermo (2025) ↩︎ 17. Patto Migrazione e Asilo 2026, a che punto siamo? Come l’Unione Europea sta riscrivendo il diritto d’asilo e normalizzando l’eccezione, Melting Pot Europa (dicembre 2025) ↩︎ 18. Il documento di compromesso concordato dal Consiglio a dicembre fornisce dettagli sulle modifiche proposte ↩︎ 19. Il regolamento introduce un primo elenco di paesi considerati di “origine sicura”, (Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia), insieme alla possibilità di designare ed applicare il “concetto di paese terzo sicuro”. Ciò si traduce in una possibilità di “rimpatrio”, o meglio deportazione, di migranti verso un “paese terzo” con il quale le persone non hanno potenzialmente mai avuto un legame. Tutto ciò a favore di quella che viene definita come una più “rapida ed efficiente” esamina di domanda d’asilo. Il Parlamento europeo dà il via libera al Regolamento sulle deportazioni. Cosa è in gioco nelle fasi finali dei negoziati, Melting Pot Europa (marzo 2026) ↩︎ 20. Non esistono “Paesi sicuri”. E con le nuove regole UE su migrazione e asilo siamo tutti più in pericolo, Melting Pot Europa (febbraio 2026) ↩︎ 21. Quijano, A. (2000), Coloniality of Power, Eurocentrism, and Latin America, “Nepantla: Views from South”, 1 (3): 533 –580  ↩︎ 22. Non solo memoria: Il diritto alla verità come obbligo degli Stati – diretta youtube, ASGI e Associazione Carta di Roma (3 marzo 2026) ↩︎ 23. Su suolo italiano MEM.MED (Memoria Mediterranea) si occupa di ricerca e identificazione delle persone disperse nel Mar Mediterraneo, fornendo supporto legale e psico-sociale alle famiglie che cercano verità e giustizia. L’associazione facilita le famiglie nell’accesso alle informazioni oltre fornire loro supporto legale gratuito nelle procedure di ricerca, identificazione e rimpatrio delle salme. ↩︎
Bloccati in Marocco
Dall’aprile 2023 il Sudan brucia. Il conflitto tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale al-Burhan e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) di Mohammed Hamdan Dagalo 1, detto “Hemetti“, ha prodotto quella che l’ONU definisce la peggiore crisi di sfollamento al mondo: circa 15 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case, oltre 4 milioni dei quali hanno cercato rifugio in paesi vicini 2. > “Il Sudan è oggi teatro della più grave crisi di sfollamento al mondo”. > (fonte: UNHCR) Il 70% degli ospedali è fuori servizio, intere regioni come il Darfur e il Kordofan sono devastate dalla carestia, da esecuzioni sommarie, da violenze sessuali sistematiche e da massacri che presentano, secondo organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International, i tratti distintivi di una campagna di pulizia etnica e possibili crimini contro l’umanità 3. In questo contesto, il Marocco è diventato una tappa obbligata per migliaia di sudanesi in fuga. Non una meta scelta, ma un approdo imposto dalla chiusura di altre vie: la Libia con le sue milizie, l’Egitto con le sue condizioni durissime 4. Secondo le stime delle organizzazioni della società civile locale, le persone sudanesi registrate presso l’UNHCR a Rabat sono tra 2.700 e 3.000, ma il numero reale è considerato molto più alto, data la bassa propensione a presentare domanda di asilo presso l’agenzia onusiana. Si tratta di una comunità eterogenea, persone di ogni genere e età, spesso con titoli universitari e carriere interrotte dalla guerra, che non ha scelto il Marocco come destinazione finale ma vi si trova bloccata, in attesa di un reinsediamento che non arriva. UNA PROTEZIONE CHE NON PROTEGGE La situazione sul campo è quella che descrivono le organizzazioni di difesa dei diritti umani che operano a Rabat. I rappresentanti di GADEM (Groupe Antiraciste de Défense et d’Accompagnement des Étrangers et des Migrants) e AMDH (Association Marocaine des Droits Humains), nella persona del suo presidente Hakim Sikouk, hanno risposto a dei quesiti sulla condizione specifica dei rifugiati sudanesi in Marocco. Le loro risposte convergono sulla gravità della situazione, pur rivelando approcci e sensibilità diverse. Il primo nodo critico riguarda l’accesso alla procedura di asilo. Le pratiche UNHCR richiedono dai sei mesi a un anno e mezzo, e molti sudanesi rinunciano a presentare domanda perché, come spiega il referente di GADEM, lo status di rifugiato non garantisce un miglioramento concreto: il reinsediamento in un paese terzo è di fatto bloccato. Sikouk è più diretto: l’attesa per un colloquio può durare un anno intero, lasciando le persone in una condizione di totale insicurezza giuridica e materiale. Anche quando il riconoscimento arriva, la protezione rimane formale. Lo Stato marocchino non riconosce ufficialmente il documento rilasciato dall’UNHCR come titolo di soggiorno: i rifugiati registrati restano esposti ad arresti arbitrari. > «Lo status non garantisce alcuna protezione reale contro le azioni della > polizia», afferma Sikouk. GADEM conferma: la protezione è arbitraria nei fatti, indipendentemente da quanto previsto sulla carta. DORMIRE PER STRADA DAVANTI ALL’UNHCR Le condizioni di vita sono di estrema vulnerabilità. Molti rifugiati sudanesi sono senza alloggio e dormono per strada, emblematicamente davanti alla sede stessa dell’UNHCR a Rabat, circondata dal filo spinato. Sul fronte degli aiuti economici, il quadro è tanto frammentato quanto allarmante. Secondo i dati AMDH di gennaio 2026, i rifugiati sudanesi presenti in Marocco sono circa 4.300, ma solo il 20% beneficia di un qualsiasi sostegno economico 5. L’Association Marocaine des Droits Humains (AMDH) è una delle principali organizzazioni non governative del Marocco dedicate alla promozione e alla difesa dei diritti umani. Fondata nel 1979 a Rabat, gioca un ruolo di rilievo nel denunciare violazioni, sostenere le libertà civili e promuovere la cultura dei diritti umani nel paese. L’UNHCR ha dichiarato di aver fornito assistenza finanziaria a circa 1.945 persone considerate tra le più vulnerabili, in un contesto in cui il budget del programma è coperto solo al 38%. A partire da marzo 2025, i programmi in Marocco sono stati ridotti del 30% a causa di una crisi finanziaria globale, limitando i servizi alle sole situazioni di estrema vulnerabilità. Chi riesce ad accedere agli aiuti riceve al massimo 500 dirham al mese, circa 46 euro: una cifra già di per sé insufficiente, ulteriormente ridotta rispetto agli 800 dirham precedentemente erogati. Sikouk la definisce semplicemente “nulla” rispetto al costo della vita a Rabat. L’accesso al lavoro formale è praticamente impossibile: chi riesce a lavorare lo fa nell’edilizia o nei mercati informali, per 8-10 euro al giorno in turni di 12 ore. L’accesso alle cure sanitarie è critico, in particolare per le malattie croniche, con strutture partner che spesso non rispondono alle richieste di assistenza. A questa precarietà strutturale si aggiungono pratiche sistematiche di allontanamento forzato. GADEM documenta costantemente quello che definisce “spostamento forzato interno“: i rifugiati vengono arrestati nelle grandi città come Rabat e Casablanca e abbandonati in zone remote del paese, nel sud, lontano dalle reti di supporto e dalle sedi delle organizzazioni internazionali. Il GADEM (Groupe Antiraciste de Défense et d’accompagnement des Etrangers et Migrants) è un’organizzazione antirazzista con sede in Marocco, fondata nel 2006. Si dedica alla difesa, all’accompagnamento e alla tutela dei diritti di stranieri e migranti, combattendo discriminazioni e razzismo. Sikouk riporta casi di persone abbandonate ad Agadir senza telefono né denaro, mentre il rappresentante di GADEM riferisce come le forze dell’ordine istruiscano i conducenti degli autobus diretti verso le città di non farli salire per evitare che vi facciano ritorno. IL MAROCCO COME GENDARME. MA NON SOLO Sul piano politico, le due organizzazioni offrono letture complementari. Sikouk descrive un Marocco che agisce come gendarme delle frontiere europee in cambio di finanziamenti: i fondi ricevuti dall’UE vanno quasi esclusivamente al rafforzamento del controllo dei confini e delle procedure repressive, non all’assistenza reale alle persone. GADEM aggiunge una dimensione strategica: il Marocco non è un esecutore passivo, ma un attore consapevole che usa la gestione dei flussi migratori come leva politica nelle negoziazioni con Bruxelles, avendo capito e sfruttato la frammentazione interna all’Europa. La crisi di Ceuta del 2021, ricordano, non fu solo un’emergenza: fu uno strumento diplomatico 6. Il razzismo e il negazionismo istituzionale La questione razziale in Marocco è caratterizzata da un profondo divario tra la realtà vissuta dai migranti e il quadro normativo e discorsivo ufficiale dello Stato. Sul piano legale, il Codice Penale marocchino contiene solo due articoli che menzionano il razzismo e la discriminazione razziale, formulati con termini generici e privi di sviluppo specifico. La vaghezza della norma lascia a giudici e avvocati un ampio margine interpretativo, svuotando di fatto la legge di qualsiasi efficacia punitiva. Sikouk è esplicito: nel sistema attuale, insultare una persona in base alla razza non è considerato un reato grave. Il principale ostacolo alla costruzione di un quadro normativo adeguato è il rifiuto istituzionale di riconoscere il problema. Nel 2023, durante l’esame periodico delle Nazioni Unite a Ginevra, l’attuale Ministro della Giustizia marocchino ha dichiarato che il dibattito sul razzismo è proprio degli Stati Uniti e dell’Europa, ma non riguarda il Marocco. La posizione ufficiale dello Stato si appoggia su uno scudo religioso: essendo il Marocco un paese musulmano, l’argomento è che nessun musulmano oserebbe mai discriminare un altro essere umano. Questa logica classifica il razzismo come un non-problema, ignorando al contempo la storia coloniale e quella della schiavitù che hanno strutturalmente condizionato la società marocchina. Il paradosso è che, mentre mancano leggi contro il razzismo, ne esistono altre che istituzionalizzano la discriminazione su base nazionale. L’articolo 416 del Codice del Lavoro vieta agli stranieri di ricoprire cariche sindacali; l’articolo 439 impedisce loro di candidarsi come delegati dei lavoratori. Le procedure per l’assunzione di stranieri sono talmente complesse da lasciare alle autorità un potere discrezionale totale, esercitabile in qualsiasi momento. Sul piano sociale, l’assenza di sanzioni ha prodotto una normalizzazione di comportamenti discriminatori. I rifugiati sudanesi, in quanto musulmani, godono nei quartieri popolari di una parziale protezione informale: la partecipazione alla vita delle moschee permette loro di essere percepiti come “fratelli”, attenuando alcune forme di aggressione rispetto ai migranti subsahariani cristiani. Questo però non li mette al riparo dal razzismo delle forze dell’ordine. Sikouk riporta casi in cui la polizia ha arrestato cittadini marocchini del sud solo per il colore della pelle, ignorando le loro proteste in darija (arabo colloquiale marocchino) e scambiandoli per migranti irregolari. IL RAPPORTO CON L’UNHCR: TRA CRISI FINANZIARIA E CONFLITTO APERTO In Marocco, in assenza di un sistema nazionale di asilo, è l’UNHCR a svolgere le funzioni di registrazione delle persone e determinazione dello status di rifugiato. Al termine del 2025, i sudanesi rappresentavano il gruppo più numeroso tra i registrati, con circa 5.290 persone. Attraverso organizzazioni partner come l’Associazione Marocchina per la Pianificazione Familiare e la Fondazione Orient-Occident, l’agenzia dovrebbe garantire cure mediche, supporto psicosociale e sussidi economici. La procedura di reinsediamento verso paesi terzi, Canada, Stati Uniti ed Europa, è formalmente tra le funzioni dell’UNHCR ed è quella più attesa dai rifugiati sudanesi. Nella pratica, è quasi del tutto bloccata. A partire da marzo 2025, una crisi finanziaria globale ha costretto l’ufficio marocchino dell’UNHCR a tagliare i propri programmi e il personale di un terzo. I servizi sono ora garantiti solo alle persone in condizione di “estrema vulnerabilità“. Sul piano procedurale, ottenere il documento di richiedente asilo può richiedere fino a otto mesi, mentre l’attesa per la determinazione dello status supera spesso l’anno e mezzo. Poiché il Marocco non riconosce formalmente il documento UNHCR come titolo di soggiorno, i rifugiati in possesso di certificati ONU restano comunque esposti ad arresti e spostamenti forzati verso il sud del paese. Sikouk definisce l’UNHCR un “collaboratore” delle autorità marocchine, accusandolo di passività di fronte alle violazioni dei diritti umani e di non esercitare alcuna pressione sullo Stato affinché rispetti gli obblighi internazionali. L’AMDH denuncia inoltre che l’agenzia si rifiuta sistematicamente di incontrare i propri rappresentanti, pur continuando a ricevere altre organizzazioni. GADEM critica invece il modello di lavoro: i donatori impongono le proprie agende e le associazioni locali vengono ridotte a mere esecutrici, senza reale potere decisionale. Dall’inizio del 2026, i rifugiati sudanesi organizzano sit-in ogni lunedì davanti alla sede di Rabat per denunciare i ritardi e il senso di abbandono. MEDIA, VISIBILITÀ E IL RISCHIO DELLO SCIACALLAGGIO ETICO Sul ruolo dei media, le due organizzazioni esprimono posizioni complementari ma con accenti diversi. Per Sikouk, la pressione mediatica internazionale è “la nostra forza” principale: rendere visibile una comunità che soffre nell’ombra è una forma diretta di pressione sullo Stato marocchino, costringendolo a confrontarsi pubblicamente con le proprie mancanze nel garantire diritti basilari come la salute e il sostegno economico. GADEM introduce però una cautela necessaria. Il referente mette in guardia contro quello che definisce “sciacallaggio etico“: operatori dell’informazione che filmano rifugiati in condizioni di estrema miseria per fini personali o di visibilità, approfittando del fatto che persone in condizione di vulnerabilità non sono realmente in grado di negoziare il proprio consenso o la propria immagine. Denuncia inoltre come certi media contribuiscano a costruire lo stereotipo del rifugiato sudanese “violento“, semplicemente perché organizza manifestazioni per rivendicare diritti fondamentali. Una narrazione che viene a volte ripresa anche all’interno delle stesse strutture umanitarie. Sul fronte del conflitto in Sudan, la distanza e la difficoltà di accesso al terreno hanno spinto media e ricercatori a ricorrere a strumenti di rilevazione satellitare: immagini di Google Earth e sensori termici per individuare fosse comuni o concentrazioni di cadaveri laddove l’accesso umano è negato 7. Una documentazione che sopperisce all’impossibilità di inviare reporter, ma che non sostituisce la presenza diretta e il rapporto con le comunità colpite. Il Marocco, nel frattempo, usa i propri canali ufficiali per costruire un’immagine pubblica controllata sul tema della migrazione, cercando appoggio diplomatico nel continente africano. La narrazione statale e quella dei media indipendenti si muovono su binari opposti: da una parte il tentativo di normalizzare e invisibilizzare, dall’altra la denuncia di ciò che avviene davanti alle sedi delle istituzioni internazionali. 1. Segui Sudan su HRW ↩︎ 2. United Nations High Commissioner for Refugees, Sudan Emergency – Operational Data Portal, aggiornamenti 2025-2026 ↩︎ 3. Vedi anche il quadro generale su UNHCR Global Focus ↩︎ 4. Le dinamiche di queste rotte sono documentate anche dall’International Organization for Migration, che monitora gli spostamenti forzati nella regione ↩︎ 5. Trapped between borders and bureaucracy, Al Jazeera (18 aprile 2026) ↩︎ 6. Studi del Migration Policy Institute evidenziano come l’Unione Europea deleghi sempre più il controllo migratorio a paesi terzi ↩︎ 7. Sul fronte del conflitto in Sudan, la difficoltà di accesso al terreno ha spinto media e ricercatori a ricorrere a strumenti alternativi, tra cui database indipendenti come ACLED, che monitora in tempo reale violenze e attacchi ↩︎