
Una grammatica nuova
Comune-info - Monday, June 15, 2026Qualcuno, durante la riunione di redazione aperta promossa il 13 giugno da Comune, ha detto che ci serve del tempo dedicato a immaginare il domani che desideriamo. L’incontro è stato un pezzo di quel tempo prezioso. Intorno a due domande – Come possono i movimenti creare qui e ora alfabeti nuovi per proteggersi dalla tormenta in corso? Quale ruolo può avere Comune per favorire questo processo? – è nato uno scambio intenso, ricco di analisi e proposte, di cui in tanti e tante sentivamo il bisogno

La sede del Polo civico Esquilino è un rifugio a Roma per incontri molto diversi: assemblee per pensare a come migliorare la vita del quartiere e della città, presentazioni di libri, mostre, feste, corsi di teatro, musica, incontri delle comunità migranti, ma anche appuntamenti sulla spesa solidale e sull’uncinetto. Forse una riunione di redazione aperta mancava all’appello. Quella realizzata della redazione di Comune sabato 13 giugno è stata ben accolta e un bel modo per prepararsi alla partecipata manifestazione del pomeriggio “Fuck remigration”.
Dopo la discussione “Società in movimento” – cominciata con un articolo di Lea Melandri e uno di Andrea Segre a cui sono seguiti diversi interventi – sulle pagine di Comune è nata l’idea di una riunione di redazione aperta: oltre sessanta persone (altre si sono iscritte per seguirla on line), provenienti da una decina di regioni, hanno subito dato disponibilità a partecipare.
Per la riunione non è stato preparato nessun palco, solo tante sedie messe in cerchio. Non sono stati fissati limiti di tempo agli interventi. E nessuno ha avuto l’ossessione di uscire dall’incontro con un documento dettagliato e un nuovo appuntamento. Eppure il confronto emerso è stato ricchissimo, la capacità di ascoltarsi intensa, la fitta trama degli interventi si è composta in un’armonia sorprendente con nessuna voce che ha rubato tempo alle altre. Fondamentale anche lo sforzo di tenere insieme riflessioni più teoriche e altre più legate alle esperienze. Le due domande di partenza – Come possono i movimenti e la società più complessiva creare qui e ora alfabeti nuovi per proteggersi dalla tormenta in corso? Quale ruolo può avere Comune per favorire questo processo? – hanno orientato la chiacchierata. Tante le proposte e le domande condivise: il desiderio di incontrarsi nuovamente troverà modo e tempi per prendere forma.
Gianluca Carmosino per Comune ha presentato la riunione come primo incontro della campagna Un tetto Comune, che prevede anche l’avvio di una collaborazione con la casa editrice di Cronache ribelli fatta di libri e iniziative. Tra le parole-concetto messe sul tavolo della riunione: fiducia, autocritica, tempo. La costruzione di relazioni di fiducia tra le persone è la prima risposta, per alcuni aspetti pre-politica, alla ferocia della competizione e dell’individualismo che sembrano non conoscere confini. La capacità di coltivare autocritica come pratica collettiva, è invece una delle lezioni più belle dello zapatismo che dopo diversi anni, ad esempio, ha messo in discussione la sua organizzazione basata sulle Giunte del Buon governo. «Ma è sul rapporto col tempo che occorre avviare la trasformazione difficile – ha aggiunto Gianluca – Non si tratta solo di difendersi dalla velocità imposta dell’orologio del capitalismo nella vita di ogni giorno, ma anche di pensare ai cambiamenti in profondità come possibili soltanto nel lungo periodo. La tormenta che attraversiamo sarà lunga, ma possiamo gettare ora le basi solide dei molti mondi che desideriamo, anche se non vedremo tutti i frutti. Molti hanno già cominciato».
Altri due interventi iniziali hanno disegnato lo scenario di fondo della riunione.
Tiziana Villani, oltre a ricordare che le guerre sono oggi prima di tutto un avvertimento contro i popoli e i movimenti che rifiutano di allinearsi alle logiche capitaliste, ha parlato del bisogno di una nuova grammatica: «ci servono nuove parole che sappiano diventare percorsi politici». Una grammatica di questo tipo, ha spiegato, può nascere se non smettiamo di praticare i movimenti e se impariamo a «rifiutare qualsiasi linguaggio elitario e narcisistico». Non è facile. Naturalmente servono anche luoghi in cui incontrarci, tema questo tornato più volte nella mattinata.
Massimo De Angelis, invece, ha ragionato sulle molteplici crisi della riproduzione sociale che viviamo. «Gli ultimi trent’anni registrano però anche una crescita a livello mondiale dei movimenti: sono tanti e diversi, sono movimenti che allo stesso tempo sono “contro” e sono “per”. La Flotilla è stata la più recente e splendida punta di questo iceberg. Il conflitto è ovunque, anche se molti avvertono il bisogno di una coesione sociale. I movimenti, lo sappiamo, vivono alti e bassi, ma lasciano sempre strascichi che sedimentano nella vita di ogni giorno. Per i movimenti potrebbe essere utile la distinzione tra reti e circuiti. Le prime sono importanti perché connettono ma sono esposte alla dispersione. I circuiti invece sono ciò che permette alla cooperazione sociale di riprodursi, costruire fiducia, sviluppare capacità decisionale, sostenere pratiche di mutualismo, radicarsi nei territori». Il circuito, quindi, si può considerare come l’insieme delle azioni che favoriscono la durata delle reti. Per creare circuiti non serve sommare lotte diverse, ma costruire spazi di condivisione che diano massima autonomia, nei quali le questioni ecologiche, sociali, femministe, del lavoro, della pace, delle migrazioni, della scuola e della salute si intrecciano concretamente perché pensate come dimensioni inseparabili della riproduzione della vita collettiva.
Saperi comuni

«Una strada fondamentale per i movimenti resta la scelta nonviolenta, ma sarebbe più giusto parlare di lotta nonviolenta», ha aggiunto Mimmo Cortese. È la lotta che ha avuto un punto di non ritorno con i partigiani, non solo perché la loro è stata anche una ribellione nonviolenta, ma perché, anche coloro che si sono difesi con la violenza, hanno gridato “Mai più”, hanno capito che mezzi e fini non possono essere divaricanti. Un passaggio di questa lotta, suggerisce Mimmo, nell’’immediato è sostenere la raccolta firme “Un’altra difesa è possibile” lanciata da Rete italiana pace e disarmo insieme agli enti per il servizio civile e Sbilanciamoci!, per raccogliere 50.000 firme entro settembre con cui far partire un iter legislativo e istituire un Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta.
«Come possiamo pensare e agire insieme, richiamando la riflessione di Tiziana Villani? Forse possiamo partire da una riflessione sul presente, dal riattivare un pensiero critico che non sia un pensiero filosofico accademico ma legato alla vita delle persone – ha detto Paolo Vernaglione Berardi – Ci servono nuovi strumenti di inchiesta che assumano la guerra come pratica quotidiana a cui sottrarsi. Un punto di partenza potrebbe essere “Saperi comuni”, che al momento è una piattaforma di elearning gestita della redazione di Comune e messa a disposizione anche ad altre associazioni, ma che potrebbe diventare in senso più ampio un laboratorio politico fatto di scrittura e di seminari, di vita redazionale e di incontri in città diverse».
Del resto, lo sappiamo: esistono tanti saperi e tante esperienze alternative. «C’è una maturità nei movimenti che andrebbe meglio messa alla prova, attraverso un’organizzazione che sia consiliare e territoriale in grado di tutelare l’orizzontalità tra i diversi pezzi di società. Le manifestazioni sono importanti ma non bastano. Il potere dei movimenti è il potere come possibilità e come creatività. Soni i partiti che devono rapportarsi con noi, non il contrario», ha detto Anna Maria Bruni.
Una domanda che è rimbalza più volte è: quali forme della politiche non partitica alimentare? Secondo Giulio De Petra «concetti come intersezionalità e convergenza possono aiutarci, il primo riguarda i soggetti, il secondo mette al centro gli oggetti del fare politica. Per dare attenzione al fare politica insieme Comune potrebbe consolidare la sua capacità di essere aggregatore tra spazi di comunicazione indipendente».
Tante realtà sociali hanno messo al centro negli ultimi anni il fare, il ribellarsi facendo, ma questo si scontra con una frammentazione. Un’esperienza come “Cambiare il campo”, nata per offrire alternative agroecologiche al sistema alimentare industriale, è riuscita per molti mesi a dare al concetto di convergenza molti significati importanti. «Oggi dobbiamo saper riscoprire il fare politica come spazio del desiderio, in cui mettere in discussione i tempi di vita e di lavoro che sono sempre più faticosi – ha detto Laura Castellani, che quell’esperienza ha conosciuto bene – In “Cambiare il campo” abbiamo imparato qualcosa che viene sottovalutata: la partecipazione ha sempre bisogno di facilitazione, cioè di pratiche che stimolino coinvolgimento attivo, gestione dei conflitti, processi decisionali orizzontali. Di certo per creare nuovi immaginari ci serve uno spazio di discussione come Comune, ma dobbiamo tutti e tutte contribuire a tutelare la pluralità al suo interno».
Sul bisogno di cercare parole nuove è intervenuto anche Enzo Scandurra: «Comune dovrebbe essere sempre più capace di ridare significati alle parole: dovremmo, ad esempio, immaginare la creazione di una sorta di dizionario collettivo utile non tanto a ingabbiare i concetti ma a favorire la chiarezza».
Un lavoro sul senso comune
Secondo Rino Malinconico qualsiasi riflessione su che fare deve partire dalla gigantesca e convulsa transizione storica che viviamo: «Il nero è divenuto oggi la cifra dominante del cammino della storia. È la “guerra mondiale a pezzi”, concetto enunciato per primi dagli zapatisti. Permangono forti divisioni tra l’alto e il basso della piramide sociale… Forse siamo un po’ troppo ottimisti quando parliamo di “maggioranze” più o meno rumorose. È il tempo in cui l’irruzione dei “droni combattenti” ci costringe a ragionare al di là della osservazione che a suo tempo fece Franco Fortini a proposito del fatto che non si poteva più sperare, alla maniera di Brecht, sui soldati che inceppano la macchina bellica… Coi droni automatici che sparano su input dell’algoritmo programmato siamo molto oltre… Il nichilismo, la fascinazione intellettuale e sentimentale per la morte e la figura topica del “guerriero” sono tornati di moda. Ma nel mondo c’è, fortunatamente, anche altro. Tanto altro attraversato dai sentimenti profondi di fratellanza, sorellanza e solidarietà». Su come dare corpo oggi a quel “tanto altro” ha preso parola anche Pietro Cenciarelli: «Chiediamoci cosa manca. Un esempio? Quanti di noi, pur essendo consapevoli di tutte le devastazioni sociali e ambientali che implica il sistema del consumo attraverso i supermercati, fanno la spesa al supermercato? Come aiutiamo le alternative?».
La seconda parte della discussione, dopo una necessaria pausa caffè, è ripresa con l’invito di Riccardo Troisi di Comune a immaginare possibili proposte pratiche sulle quali sentiamo il bisogno di impegnarci insieme, con particolare riferimento al ruolo di Comune. «Scrivere è oggi un atto di resistenza, ma implica anche la capacità di mettersi in ascolto. Proviamo ad allargare la pluralità già espressa da Comune utilizzando però sempre un linguaggio semplice», ha detto Roberta Parravano. Giorgio Dal Fiume invece è tornato sulla questione del consenso da allargare: «Veniamo da trent’anni di movimenti che oggi dicono: “Non siamo sufficienti”. È vero, non lo sono. Ma non perché funzionano in modo sbagliato, semplicemente hanno dei limiti. Sono ad esempio frammentati per una ragione nobile: sono legati ai territori. Non si tratta di pensare ai movimenti come sbagliati, ma di chiedersi come fare ad allargare il consenso senza farlo a tutti i costi: l’esperienza della Flotilla torna utile, perché è una grande mobilitazione nata dopo mesi di relazioni e di sforzi per coinvolgere persone molto diverse tra loro».

Il rifiuto delle logiche di guerra è stati il cuore dell’intervento di Paolo Cacciari, nella terza parte della riunione, subito dopo il pranzo preparato dalla comunità afghana dell’Esquilino: «Quella di oggi è un’occasione importante per confrontarci su tanti temi con molte persone diverse, capita assai raramente di farlo. Sentiamo l’inadeguatezza del momento che viviamo, sentiamo che non basta la sommatoria di quello che facciamo, non basta un’agenda comune, non bastano le mappature delle esperienze. La convergenza che vogliamo far crescere è più di un problema organizzativo: abbiamo la necessità di un lavoro sul senso comune, sui grandi orizzonti. Da questo incontro così prezioso potrebbe nascere un’assemblea più strutturata, una sorta di “Orti delle idee” divisa in più ambiti, uno sulla pace disarmante, uno sull’economia di pace, uno sui nuovi stili di vita. Una cosa è sicura: non c’è più nulla da mediare sui temi del contrasto alla guerra: la raccolta firme su cui siamo molto impegnati per istituire il “Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”, ad esempio, non può essere pensata solo come complementare alle forme di difesa militare».
«Il problema di molte lotte – ha aggiunto Agnese Pietraforte, tra i più giovani a prendere parola – è che crescono in una bolla e che utilizzano linguaggi che non parlano al cuore, come fanno invece le destre. Abbiamo davanti tante sfide, alcune riguardano il cosa fare, altre il come. Due esempi? Respingere la logica del salvaguardare i posti di lavoro se sono industrie di morte, cercare continuamente solidarietà nelle altre lotte».
Marco Memeo è tornato sull’importanza di saper costruire rapporti di fiducia nei movimenti: «Creare relazioni di fiducia nei territori è un prima passo per qualsiasi lotta, ma la fiducia non si dà col sospetto o a piccole dosi. Ovviamente abbiamo tutti il problema del tempo: siamo presi continuamente da mille emergenze, il potere ci ostacola mettendocele davanti. Ci insegnano ad andare di fretta. Invece ci serve del tempo dedicato a immaginare il domani che desideriamo. Gli sforzi di facilitazione, incluso ad esempio il world cafè, aiutano a tenere insieme linguaggi e azioni».
La difficile arte dell’autocritica
Non è mancato l’esercizio di autocritica. «Sono tante le risonanze tra questa assemblea e il percorso di “Cambiare il campo” – ha detto Marco Montanari – E sono tanti gli ostacoli con cui fare i conti fino in fondo, primo fra tutti il rischio di un certo avanguardismo di molti ambienti militanti. Riprendendo la proposta dei circuiti, vale la pena farlo chiedendosi: come si sta bene in un collettivo? La risposta viene data troppo per scontata». «Dobbiamo imparare a fare autocritica anche nel rapporto tra movimenti e potere – ha aggiunto Grazia Naletto – Su questo tema ci sono tante domande che sono nate più di vent’anni fa con i movimenti e intorno a giornali come Onde Lunghe e Carta: quelle domande sono valide anche oggi ma il contesto è totalmente cambiato. Una di queste domande: come possiamo reinventare pratiche di partecipazione che consentono di allargare il consenso?».
Alessio Malinconico ha invece preferito ragionare su quello che possono fare chi legge e chi scrive queste pagine: «Se saprà mantenere le sue caratteristiche di fondo, la pluralità dei temi e la ricerca aperta, Comune resterà straordinariamente utile come spazio di riflessione e valorizzazione delle esperienze di resistenza e solidarietà. Due proposte su cui si potrebbe lavorare. La prima: dar vita a un foglio, un periodico cartaceo: si potrebbe perfino valutare di farlo arrivare nelle edicole. Non una roba teorica ma qualcosa di agile, che raccolga voci, esperienze, discussioni. I siti sono importanti ma sedimentano con fatica. La seconda proposta: creare degli approfondimenti tematici attraverso articoli pubblicati su Comune a cui far seguire momenti di confronto sparsi in tante città, mettendo insieme persone e realtà sociali diverse. Un tentativo per dare forma alla proposta degli “Orti delle idee” di cui accennava Paolo Cacciari o, per dirla con le parole degli zapatisti, ai “Semenzai”. Per farlo ovviamente servono dei luoghi: in questo senso è incoraggiante l’apertura annunciata da Maurizio Landini al corteo di Amendolara: aprire le Camere del lavoro alle associazioni». Sul ruolo di Comune ha preso parola anche Antonio Semproni: «Questa riunione di redazione aperta è uno spazio privilegiato, un incontro vero. Possiamo aiutare Comune a porsi questo interrogativo, importante anche per i pezzi di società in movimento: come marcare di più il territorio?».
«Se la priorità resta come uscire dal capitalismo – ha detto Giancarlo Contaldi – allora ha senso accogliere il senso di impotenza diffuso che esiste. Due strade da cui ripartire: rimettere al centro il conflitto e i diritti sociali. Sono passaggi che possono aiutare a cercare risposte nuove per contrastare il senso di impotenza».
Sui temi a cui dal basso occorre porre più attenzione è intervenuto Guido Viale: «Tra le tante conseguenze del dominio della guerra – ha detto – c’è l’aver fatto scomparire, perfino nei movimenti e in questa assemblea, il tema del clima. Anche la nuova enciclica di papa Leone è un passo indietro rispetto a quella di Francesco, che parlava di tutelare l’interdipendenza sistemica. L’alternativa alla guerra non è la pace ma la salvaguardia del pianeta: questo approccio richiede una visione comune che oggi fatica ad emergere. Un ottimo esempio in controtendenza è nato a Firenze con il Collettivo di fabbrica dei lavoratori dell’ex Gkn che ha smesso di difendere i posti di lavoro in quanto tali: quella difesa, dicono, non può più essere separata dalla domanda: cosa si produce attraverso il lavoro?». Un’altra proposta arriva da Claudia Mineide: «E se partissimo dal promuovere un precorso di approfondimento, fatto di articoli ma anche incontri, intorno ai principi della Costituzione mai completamente attuati e che riguardano tanti temi oggi importanti?».
Insomma, una riunione di redazione aperta desiderata da tanti e tante, una confluenza di ricchezze tra chi sente il bisogno non certo di un altro soggetto politico ma di uno spazio di scambio, approfondimento e collaborazione utile alla società in movimento. Ha scritto John Holloway: «L’assemblea è il movimento del parlare-ascoltare, del “penso questo, ma non lo so, che ne pensi?”. È un incontro, una confluenza di ricchezze. È la costruzione di una coesione sociale che va contro la coesione stabilita attraverso lo scambio delle merci o lo stato…».
Qualche commento a caldo:
“Grazie Comune per questo incontro così ricco di idee e di umanità” (Emilia De Rienzo, Torino)
“Un incontro ricco e convergente sulla necessità di darci una configurazione più stabile, plurale, insomma una cartografia che coniughi linguaggi, territori, bisogni… Vi sono grata per quanto avete fatto“
(Tiziana Villani, Milano)
“Interessantissima riunione. Erano anni che non mi sentivo così coinvolto”
(Paolo Moscogiuri, Pomezia)
“Orgogliosa di esserci stata. Grazie a tutta la redazione aperta di Comune” (Giuditta Peliti, Santa Marinella)
“Comune è un luogo di elaborazione politica e sociale che ha un fondamento di enorme forza all’interno del movimento, quella dell’ascolto critico e puntuale, del rispetto dei molti punti di vista, e dell’accoglienza senza gerarchie, aperta e pienamente fraterna“
(Mimmo Cortese, Castellammare di Stabia)
“Grazie per la bella giornata“
(Paolo Cacciari, Venezia)
“Una prima assemblea ricca, variegata, piena di storie ma soprattutto di desiderio nomade di andare al di là del senso delle cose rimanendo al di qua dell’ossessione identitaria“
(Paolo Varnaglione Berardi, Roma)
“È stata molto partecipata e con tanta voglia di andare verso cambiamenti radicali. Grazie“
(Renata Puleo, Roma)
“Grazie per questa giornata che davvero ci ha permesso di tornare a respirare un po’“
(Alessio Malinconico, Napoli)
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