Tre verbi, molti mondi, una sola Terra“IL GRIDO E IL FARE CHE GENERANO COMUNITÀ NON SOPRAVVIVONO SENZA UN PENSIERO,
L’INSIEME DI PENSIERI CHE DEVONO ESSERE NECESSARIAMENTE LENTI PER CONTRASTARE
L’IRRIFLESSIBILITÀ DI QUESTI TEMPI TROPPO VELOCI, ALGORITMICI, SPIETATAMENTE
MACCHINISTICI…”. UNA RECENSIONE DI GRIDARE, FARE, PENSARE MONDI NUOVI (ED.
ELÈUTHERA) – IL LIBRO CHE RACCOGLIE TESTI DI MARCO CALABRIA – SCRITTA DA RENATA
PULEO, INSEGNANTE E DIRIGENTE SCOLASTICA IN QUARTIERI COME MIRAFIORI A TORINO E
PRIMAVALLE A ROMA
Foto di Massimo Tennenini
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La selezione di articoli, interviste, prefazioni di Marco Calabria ha costituito
per me una rilettura di contributi apparsi in carta stampata e nei siti che,
dalla fine egli anni Novanta a primo ventennio del Duemila, si sono diffusi
nella rete, luoghi che sono tuttora di mia assidua frequentazione. Le riletture
sono buoni esercizi. Nello scorrere degli anni il lettore attraversa tante
diverse esperienze. La vita vissuta lascia sul suo sguardo attuale la traccia di
una maggiore conoscenza e di altrettanta consapevolezza della propria
incolmabile ignoranza.
Delle introduzioni di Gianluca Carmosino, Riccardo Troisi e di Raúl Zibechi,
molto noti ai frequentatori di Comune perché io debba aggiungere altro, vorrei
solo sottolineare l’affetto e la sottile intelligenza verso il pensiero
dell’autore. Amicizia e compañeria, l’amicizia politica e umana di chi divide il
pane, lo scambia, lo dona.
Il titolo è di forte impatto, rinvia a tre verbi importanti, gridare, fare,
pensare, diversi per definizione eppure legati da un tessuto fitto di
connessioni. Poiché scegliere un titolo è fare una scelta ideologica, ideale, mi
ci soffermo. La tela è l’agere nel quale si collocano i tre predicati, lì si
contaminano, tornano a separare i loro fili.
Il grido ha una pluralità di accezioni, si presenta in contesti di carattere sia
emotivo che cognitivo, potremmo dire che la Natura stessa, la Vita, non fanno
che gridare. Il grido dell’animale, con cui condividiamo le sorti molto più di
quanto crediamo, è voce significante, a tutti gli effetti. È voce che chiama, ci
chiama, richiama quell’ascolto e quella cura che oggi abbiamo dimenticato,
drammaticamente. Al variegato mondo animale siamo collegati, come ci ricorda
Jacques Derrida, più di quanto nel nostro orgoglio di umani siamo disposti ad
ammettere (L’animale che dunque sono, 2006). Ce lo ricorda la congiunzione
consecutiva, dunque, che Derrida volle inserire come necessaria per ragionare
sul rapporto di dominio che esercitiamo sul regno dei viventi. Voce, dunque,
simile a quella del bambino al nascere. Il gridare del neonato, quando ascoltato
dalla Madre, è inserito nel bagno linguistico, nella pratica della cura: la
risposta dell’adulto lo trasforma in una domanda, in molte domande, di cui sa di
doversi fare carico. Il grido è anche quello del dolore e della rabbia,
dell’impotenza di fronte all’orrore, così come è grido l’eureka della
meraviglia, della scoperta. In queste pagine di Calabria è di carattere
politico, è segno di resistenza ostinata e di rivolta. Ed ecco che si riallaccia
al secondo verbo, il fare. Cosa? Muoversi, scappare, restare, con la resistenza
del corpo che si oppone alla violenza, alla tortura, all’ingiustizia giocata
come arma del più forte. Penso anche all’etica dell’azione immediata di cui
scrisse Francisco Varela (Un know-how per l’etica, 1992), biologo e filosofo,
quel gesto che ci fa intervenire in aiuto di un ferito, di chi per qualsiasi
motivo cade, che non ci lascia nell’indifferenza del guardare e volgere il capo.
Ma perché sia tale il fare è, in questi scritti, anche quello tenace dell’homo
faber, che non solo produce qualcosa di inedito e di inaspettato ma, oltre il
brutale produttivismo del lavoro sfruttato, costruisce per la vita comune, per
la sua dignità quotidiana, di cui sono, per Calabria, magnifici esempi i
campesinos di una terra dalle vene aperte che lui ben conosceva, ma anche i
cocineros delle cucine comunitarie, i medici, gli insegnanti, nell’ostinato
tentativo di costruzione di pacificato rapporto di ogni Creatura con la Terra.
Il grido e il fare che generano comunità non sopravvivono senza un pensiero,
l’insieme di pensieri che devono essere necessariamente lenti per contrastare
l’irriflessibilità di questi tempi troppo veloci, algoritmici, spietatamente
macchinistici.
Tre verbi uniti allora dal tessuto della prassi, quella marxista e quella
gramsciana, il circolo virtuoso fra pensiero, azione, pensiero, mani, testa,
cuore, e ritorno: corazón, crasi con cui il matematico boliviano Fernando
Zalamea sintetizza il lavoro dell’immaginazione politica, cuore, logos, ragione.
Agua sucia, lodos, barros (sporcizia, fangosità) in cui sporcarsi le mani,
scrive Zalamea, perché solo così nell’errore e nell’azzardo nascono i pensieri
migliori, un liquido di coltura da cui far emergere consapevolezza e coscienza
(Prometeo liberado, 2014).
Forse, in questo tragitto che ho provato ad abbozzare per la mia rilettura di
Calabria, avrei preferito che l’organizzazione interna dell’antologia seguisse
l’ordine imposto dal titolo. Critica minore perché, come ho detto, i tre
predicati lavorano insieme, qualunque sia il loro apparire nella trama
dell’azione politica. Anche la suddivisione di Hanna Arendt fra opera, lavoro, e
azione vera e propria, quella della parola, rimane un ottimo espediente per
orientarsi nella comprensione della Vita Activa, ma mantiene saldi i nessi.
Dei 19 pezzi scelti dai curatori, provo a commentare, tre aspetti, tre temi, per
ragioni di affezione, di sentimento, quell’aspetto dell’essere toccati
affettivamente e cognitivamente, tipico della pratica della lettura, guida,
insegnamento, monito.
Raccontare il dominio dal lato dei dominati, nella prima sezione (pp 21/34). Chi
subisce gli effetti del potere sui corpi e sulle menti, chi è infettato dal
virus del dominio, spesso abita il sótano, il sottoterra, la cantina, ma non è
mai davvero impotente. Le crepe del mondo che abita i piani superiori sono
interstizi dai quali si può far emergere il dissentire, il gridare che sveglia,
che smuove, che fa maturare un pensiero non convergente. Oggi, il problema è
l’assuefazione, è la complicità del dominato, spesso inconsapevole, nascosta
sotto il velo della delusione o del cinismo, accompagnati da un mancare della
volontà, quando non dal gusto autolesionista della servitù appresa come abito.
Eppure, ci sono pensiero e lotta possibili anche nelle prigioni fisiche e in
quelle mentali. Scrive Calabria, è una questione di equilibrio, di leggerezza,
di potersi chiamare altrove, come quando un bambino gioca e inventa mondi.
Nel capitolo sul grido il primo testo mi è particolarmente caro, rimanda alla
prefazione di un libro scritto da persone che mi sono amiche, Lucilio Santoni e
Alessandro Pertosa (pp 89/100). Libro dal titolo provocatorio (Maledetta la
Repubblica fondata sul lavoro, 2015), infame, come spesso è stato considerato il
pensiero anarchico, il gesto estremo portato contro le istituzioni-tabù: la res
pubblica e il lavoro che la nobilita. In questi giorni gli operai del settore
siderurgico italiano sono in lotta contro l’esternalizzazione, la cassa
integrazione infinita, la chiusura degli impianti. Urlano ai poliziotti, che
difendono la proprietà e il crumiraggio (scarso per la verità, in questo
frangente), vogliamo lavorare! a ogni costo, anche quello della prigione. Scelta
fra due prigionie, fra due condanne, e quella della sveglia che suona al mattino
– nel testo di Santoni e Pertosa – sembrerebbe essere la peggiore: fine pena,
mai. Francesca Coin in un libro del 2023 (Le grandi dismissioni. Il nuovo
rifiuto del lavoro e il tempo di riprendersi la vita) commenta diverse
interviste a uomini e donne che volontariamente hanno lasciato il lavoro che
svolgevano. Non sono solo operai, ma professionisti, infermieri, medici,
insegnanti, insomma persone che – quasi sempre – hanno scelto il loro lavoro,
non vi sono stati indotti dal solo bisogno tipico del proletario che vende la
sua forza lavoro in un sistema totalmente impari. Il commento della sociologa
non è all’altezza del problema, a parer mio. Un inno al tempo liberato verrebbe
da dire, come scrive dubbiosamente in un passaggio della sua prefazione anche
Calabria, solo per chi se lo può permettere? Per le ragioni più diverse,
qualcuno sceglie una precarietà che implica l’avere i mezzi per sostenerla, a
fronte dei molti che tale incertezza la soffrono nella quasi indigenza. Ma le
parole degli intervistati sono spine: e se avessero ragione? E se nel gran
rifiuto entrassimo in tanti, facendo massa che rompe le catene? Forse, almeno a
me che ho amato il mio lavoro, a scuola, anche quando era difficile, anzi
proprio in quel frangente di difficoltà, torna utile ripensare le categorie di
Arendt: c’è fra l’ozio del possidente e la vita parca dell’operoso,
l’invenzione, la parola, la solidarietà del consumo condiviso, del bene d’uso e
non per il mercato. Tema toccato con la sensibilità di un marxista anche da
Roberto Ciccarelli (Forza Lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale,
2018) che analizza il grande inganno della attuale tecnologia, ideologia del
tardo capitalismo. Sotto ogni algoritmo, in ogni risposta fornita da una chat
tipizzata dall’intelligenza artificiale, c’è il lavoro oscuro del turco,
macchina umana, intelligenza collettiva segmentata, taylorizzata, in funzioni
infime, ore e ore davanti a uno schermo, nessuno spazio alla liberazione dal
lavoro offerta dalle macchine. Il lavoro digitale, cognitivo del codice binario
0/1, fisico della mano che digita, resta ancorato al grido anarchico di Santoni
e Pertosa.
Nell’ultima sezione del libro di Calabria mi soffermo su due brani sulla cura
(pp156/166; pp 167/172). La cura, l’avere cura, è il curare la malattia, è
l’azione educante dell’adulto verso le creature piccole. Fragilità dello stato
fisico e mentale e della disabilità, comunque la si intenda, terreno del bisogno
e del desiderio, spazio della relazione. Un medico intervistato sottolinea come
la malattia non parla del malato, semmai lo classifica, lo fa rientrare nei
protocolli della medicina ufficiale, della scienza farmacologica, del potere che
si gioca fra chi detiene il sapere esperto e chi mostra il corpo sofferente.
Siamo cittadini di un paese il cui governo disprezza il mandato ricevuto dai
costituenti all’art 32, sulla salute come benessere collettivo, come patrimonio
di tutti, di cui dunque tutti si devono fare carico. Il sistema sanitario
nazionale nato nel 1978 è minato da carenze di ogni tipo, finanziamenti,
professionalità, mancanza di prevenzione, come ci ricorda nel suo ultimo libro
Ivan Cavicchi, medico e attivista politico (Articolo 32. Un diritto dimezzato,
2025). Come prestare ascolto al malato, alla saggezza del suo corpo, alla
grafica fine della sintomatologia che lui racconta, se non ci sono più né tempo
né risorse? Tempo che, nell’ultimo capitolo dedicato da Calabria alla scuola,
viene sottratto anche ai bambini, non a caso quelli più fragili, più bisognosi
di attenzione, cura ipocritamente sancita dalla retorica dell’inclusione. Una
scuola, per i forti, gli strutturati, i competitivi, i meritevoli per censo. Con
un precariato storico che ha colpito non solo gli insegnanti di sostegno, con il
diminuire dei fondi delle amministrazioni locali per le figure di assistenza
alla disabilità e l’appoggio alle famiglie, con le ore di tempo pieno ridotte a
puro servizio di custodia, la scuola che accoglie diventa un caso raro, quella
che lascia a casa i bambini difficili, la più diffusa. Le parole resilienza e
resistenza sono fulcro del famigerato piano PNRR (Piano Nazionale di Resistenza
e Resilienza, nato dalle menti geniali che ci hanno traghettato oltre la
pandemia a colpi di decreti), in cui si prevede anche una sezione di spesa per
la povertà educativa, la fragilità, saggiate attraverso la valutazione
standardizzata, con i test INVALSI. Individuato, nella curva di Gauss, il lato
perdente, a sinistra della gobba, quello di chi i test non li fa (i portatori di
disabilità esonerati d’ufficio e i molti minori che non vanno a scuola), o li
sbaglia, si dispensano briciole per il loro fabbisogno di recupero. Recuperare
la normalità, quando possibile, sennò si rimane nel sótano, il sottosuolo degli
esclusi.
Concludo tenendo insieme proprio la scuola e il lavoro, sottotraccia della
rilettura che ho fatto dei contributi di Calabria. Il lavoro nobile delle
comunità latino-americane, che tanto il nostro autore conosceva e amava, non è
quello che oggi abita le nostre scuole. L’ozio, l’humus in cui far crescere –
tutelandole – le giovani menti, viene dimenticato. La scuola deve preparare al
ritmo del lavoro, deve addestrare all’esecuzione del compito, in sospensione del
giudizio critico, le competenze per il mercato al posto della conoscenza per la
buona vita. Al lavoro futuro, adulto, probabilmente tutto questo sacrificio di
saperi non servirà, ma serve a educare persone obbedienti, competitive, e –
visti i venti che spirano minacciosi – all’attitudine guerriera.
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Nell’archivio di Comune, gli articoli di Renata Puleo sono leggibili qui
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