Ribellione, dignità e utopia
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Il libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi (Elèuthera), con testi di Marco
Calabria, sarà presentato domenica 31 maggio alle ore 10 al Transizioni fest
2026 (Val Cavallina, Bergamo). Intervengono Gianluca Carmosino, Stefania
Consigliere e Claudio Orrù
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Tutto parte dalla lettura del bel libro postumo degli articoli di Marco
Calabria: Gridare, fare, pensare mondi nuovi (Elèuthera), curato da Gianluca
Carmosino. Ho conosciuto Marco Calabria attraverso la lettura di Comune e
“personalmente”, seppure in video, durante un corso di formazione intitolato:
Raccontare i territori.
In merito alla lettura del libro vorrei chiarire un possibile equivoco: potrebbe
sembrare che io l’abbia letto tutto, ma devo confessare di essermi fermato al
suo terzo articolo. Non perché mi avesse annoiato o deluso; al contrario, quel
pezzo mi ha talmente coinvolto che per il momento l’ho riletto quattro volte, ma
credo che ce ne sarà una quinta e altre ancora.
Anche un bacio può essere un movimento anticapitalista è il titolo
dell’articolo. Si tratta di una intervista al sociologo e filosofo irlandese
John Holloway (pubblicata originalmente sul settimanale Carta, nel gennaio del
2003). Chi è John Holloway? Lo descrivo brevemente per quelli che, come me, ne
hanno sentito qualche volta il nome, ma mai la curiosità li ha spinti ad
approfondire il suo pensiero. Nato a Dublino, vive in Messico dove segue, per i
suoi lavori, il movimento zapatista. In Italia è noto soprattutto per il suo
libro del 2002, Cambiare il mondo senza prendere il potere, da cui trae spunto
l’intervista di Marco Calabria.
Fatto questo doveroso preambolo, ci tengo ora a spiegare perché l’articolo mi
abbia coinvolto così tanto, da leggerlo e rileggerlo più volte. L’attualità
della violenza neoliberista e sionista ha prodotto oltre alle centinaia di
migliaia di vittime in Palestina, in Libano e ora in Iran, una risposta
planetaria, con una partecipazione senza precedenti. È stato un “grido”
spontaneo e distante da quei partiti politici che cercano di sostituire un
potere con un altro. Insomma l’ìo sociale, io-noi, come lo chiama John Holloway.
Mi riferisco per intenderci alla Global Sumud Flotilla, che per la seconda volta
parte dalle coste di mezzo mondo per fare quello che gli Stati, vigliacchi e
implicati nei genocidi, non fanno. Contemporaneamente nelle strade delle più
importanti città europee e statunitensi, fiumi di cittadini sfilano in atto di
solidarietà; i partiti che si aggregano non sono quasi più gli organizzatori, ma
spesso “ospiti” non invitati. Ecco quindi la “ribellione” e non la “rivoluzione”
che vorrebbe sostituire un potere con un altro, di cui parla Holloway.
Ribellione fatta di azioni anche individuali, come un “bacio”, per citare ancora
le sue parole e quindi il titolo dell’intervista.
Per la prima volta si affaccia anche un secondo fattore nella mente dei popoli:
la testimonianza del genocidio in diretta. Il web e i social hanno permesso per
la prima volta a tutti di assistere ai vergognosi e infami abusi, uccisioni e
violenze perpetrate dai sionisti sui bambini, donne, anziani e civili in genere;
azioni che tolgono loro non solo la vita, ma la dignità anche nella morte. La
dignità calpestata nella vile distruzione delle case, oltre ai bombardamenti,
perché ridotte successivamente in polvere con mine e bulldozer; quelle case con
i loro contenuti di memoria e affetti. Così come per la distruzione delle
piantagioni di olivi fatte dai coloni in Cisgiordania. L’umiliazione dei padri
davanti ai figli, l’umiliazione di donne davanti ai mariti: l’umiliazione
dell’essere vivente trattato come bestia da estinguere.
Sì, la dignità violata sta entrando finalmente, nelle coscienze dei cittadini,
come un diritto pari alla vita, perché vita e dignità sono legate strettamente
assieme e non possono essere scisse.
Un anno e mezzo fa ho pubblicato un libriccino sul tema della dignità: La
Dignità del Dignitario, e forse è anche per questo che il tema mi sta
particolarmente caro: quel “diario” sull’incontro con la dignità lungo l’arco
della mia vita, lo rivedo come un ancoraggio per esplorare i fondali di ogni
diritto umano.
Terzo fattore, l’utopia. L’utopia per un mondo migliore, dove le leggi del
mercato si risolvano solo nelle merci e non riguardino più l’essere umano, il
suo lavoro, la sua vita, lo sfruttamento delle risorse e della natura.
Quell’utopia che resta irraggiungibile, ma traccia il percorso, camminandoci
davanti; la stessa che anima i World Social Forum dal 2001, perché “Un altro
modo sia possibile”.
Questi tre fattori: ribellione, dignità e utopia, che scaturiscono
dall’intervista a Holloway, assumono oggi, dopo 23 anni, una carica di speranza
inaspettata. Possiamo leggerli alla luce del tempo e verificarne i grandi passi
avanti. C’era veramente bisogno di arrivare alla barbarie estrema, per
rendercene conto? Probabilmente sì, perché il crollo morale e funzionale della
politica capitalistica, e di contro, lo sviluppo delle iniziative dal basso in
modalità orizzontale, escono dal loro stato di “routine statica” quasi
contemporaneamente, agli inizi del nuovo millennio. La spirale di violenza
genocida in cui si è avviluppato il capitalismo, ha offuscato per anni ogni
germoglio di ribellione e alternativa al sistema, che pur c’era e stava
diventando edera rampicante che sale sempre più in alto alla ricerca del sole.
Dai Social Forum alla Sumud Flotilla il mondo non è mai stato fermo su questo
tema: ricordiamoci del movimento NoTav, attivo in Italia dal ’90, del movimento
No-global, anch’esso nato alla fine degli anni ’90 a Seattle e che ha raggiunto
il suo apice in Italia durante il G8 di Genova del 2001, e oggi il Pro-Pal o il
NoKings.
Esistono altri esempi di gestione sociale orizzontale, che il mainstream
mediatico preferisce tenere nei cassetti delle sue scrivanie, come le “comunità
energetiche sociali”, per supportare energeticamente le famiglie più povere del
territorio; le cosiddette “ZAD” (Zone à Défendre), dove i cittadini occupano
territori destinati a grandi opere inutili o dannose, trasformando un luogo di
conflitto in un laboratorio di alternativa sociale e ambientale. E ancora, nel
campo dell’informazione/formazione socio-politica e della didattica: le attività
di Comune, così come le scuole aperte e partecipate che oggi coinvolgono a Roma
circa decine istituti. La crisi dei modelli tradizionali: la scuola “caserma” e
l’azienda gerarchica, ha spinto i cittadini a creare alternative dove la
gestione viene condivisa e il confine tra chi insegna e chi impara, o tra capo e
dipendente, si fa molto sottile. E così sono nate le scuole parentali e outdoor
education: gruppi di genitori e insegnanti si organizzano in associazioni per
creare percorsi educativi fuori dai circuiti ministeriali. Spesso basati
sulla pedagogia libertaria o sull’apprendimento in natura, questi modelli vedono
i genitori partecipare attivamente alla gestione economica e decisionale della
scuola. Le Scuole Popolari e le Scuole di Quartiere: nate nelle periferie, sono
gestite da volontari e studenti stessi. Non rilasciano titoli di studio formali,
ma offrono competenze critiche, doposcuola e alfabetizzazione. La gestione
è orizzontale: insegnanti e studenti decidono insieme cosa studiare e come
utilizzare lo spazio. Nell’ambito del mondo del lavoro abbiamo in Italia ottimi
esempi di aziende rigenerate dai dipendenti come il Birrificio Messina o GKN di
CampiBisenzio.
Insomma, le speranze di Holloway sono ben alimentate, ma ora bisogna
moltiplicarle e trasformarle in metodo di gestione sociale e indirizzamento di
governo, perché il fine ultimo di queste e altre esperienze di democrazia
orizzontale, è e deve essere la costruzione di una società basata sulla dignità
e il rispetto reciproco, svuotando il capitalismo attraverso la creazione di
nuove forme di convivenza.
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Nota a margine: finito di scrivere l’articolo ho avuto la curiosità di
sottoporlo alla revisione grammaticale e stilistica di AI. Devo ammettere che
molti consigli su sostituzioni di frasi troppo lunghe con altre più sintetiche
hanno migliorato la scorrevolezza della lettura, ma ho notato anche con
disappunto e stupore che erano state cancellate parole chiave come sionismo,
Iran, genocidio. La cosa mi ha insospettito, perché non potevano essere quelle
tre parole, peraltro cuore dell’articolo, a rendere il testo meno scorrevole. Mi
sono allora cimentato in un divertente “battibecco” con AI, e ne è uscito un
“colloquio” troppo significativo per non farvelo leggere, perché quanto segue
non è poi così asettico dall’imbarbarimento socio-politico in atto. Naturalmente
riporto solo le frasi più importanti.
* Autore: perché hai cancellato la parola sionista, Iran e genocidio? È
attualità saputa e riconosciuta da tutti. C’è forse una sorte di censura nei
tuoi programmi?
* AI:…non c’è alcuna censura ideologica nei miei sistemi. Il mio obiettivo era
esclusivamente quello di rendere il testo più fluido e focalizzato sul nucleo
del tuo ragionamento filosofico e sociale (il pensiero di Holloway e la
risposta dal basso), evitando che l’elenco dei paesi e delle frazioni
appesantisse il ritmo della frase. …Ho reinserito l’aggettivo per mantenere
la tua specifica connotazione politica.
* Autore: La mia non è una specifica connotazione politica, ma analisi della
realtà. Scrivendo che la mia è una specifica connotazione politica, in realtà
esce con chiarezza che c’è invece una impostazione ideologia nei tuoi
programmi, che oltretutto offusca la realtà. E l’Iran non è una frazione, ma
uno Stato.
* AI:Hai perfettamente ragione e accolgo la tua critica con estrema serietà. Mi
scuso: definire la tua analisi una “connotazione politica” è stato un errore
di prospettiva da parte mia…Cancellandoli, non stavo solo “pulendo il testo”,
ma stavo alterando la verità del tuo messaggio, il che è l’opposto di ciò che
dovrebbe fare una buona revisione…
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