
Sperimentare ascolto e nuovi linguaggi
Comune-info - Monday, July 6, 2026
Cari amici di Comune, è da tanto tempo che non scrivo per voi ma la campagna lanciata ai primi di giugno mi ha convinto nel provare ancora a depositare nel nel vostro spazio, da sempre felicemente eretico, i miei pensieri sul mondo.
Provo ad immaginare il vostro/nostro “tetto comune” come un luogo in cui possano trovare spazio nuovi linguaggi e sperimentare un ascolto sincero e profondo tra le persone.
Il tema del linguaggio è un aspetto fondamentale se davvero vogliamo provare a coabitare ogni pezzo di mondo in una nuova dimensione comunitaria nella quale l’ascolto diventa uno dei pilastri rapporti interpersonali. Nel mio ultimo libro – Lettera di un Camminatore eretico- , insisto molto su alcuni elementi che, dal mio punto di vista, possono aiutare a cambiare il nostri sguardi sul mondo e la modalità con cui ci mettiamo in ascolto dell’alterità. È utopia pensare che la tenerezza e la pazienza possono assurgere ad una dimensione politica come lo possono essere il concetto di accessibilità, di limite o di sobrietà? Possono queste qualità che ricordano il messaggio più radicale della nonviolenza e della dolcezza (mentre scrivo penso a Langer di cui oggi ricorre la tragica data della sua morte) trasformare il nostro rapporto di cura che parte da noi e arriva fino a concretizzarsi nella cura collettiva della nostra casa comune?
Cosa vuol dire tutto questo, ad esempio, in una città come Roma avviare un confronto pubblico per costruire un tetto comune finalizzato ad aprire nuovi orizzonti di senso in un mondo che nel locale e nel globale ha bisogno di rinnovati orizzonti d’umanità? Può uno sguardo più attento e “carezzevole“ sulla città modificare gli atteggiamenti individuali e collettivi e magari provare a incidere anche su una politica che si faccia nuovamente prossima ai bisogni reali delle persone e meno condizionata da interessi speculativi? Mi chiedo, magari sbagliando vista la mia poca frequentazione romana, se una comunità che riscopre un rapporto di cura quotidiana dello spazio urbano partendo da quello più prossimo all’intimità dell’abitare, non possa riscoprirsi più unità e solidale nella difesa del territorio ancor prima dell’arrivo di operazioni speculative che poi è molto difficile contrastare. Ad esempio, prendetela se volete come una provocazione, se uno spazio come quello degli ex mercati generali fosse stato fin da subito considerato un pieno e non un vuoto da riempire. Se il quartiere avesse deciso di prendersi cura di quello spazio considerandolo come un bene della città senza bisogno di pseudo “riqualificazioni “ urbanistiche, forse il comune sarebbe stato costretto ad attivare un vero e serio percorso partecipativo?
Una comunità che costruisce nuovi valori condivisi, come argine a una “rigenerazione” urbana che prevede più cemento e speculazioni e meno servizi autogestiti, che stimolano la costruzione di nuove relazioni con lo spazio e il tempo della città, forse potrebbe dare nuova linfa vitale a consapevolezza e partecipazione.
Uno spazio/ tempo in cui la qualità della vita si sposa con la cura quotidiana di un’urbanità che include ogni più piccolo spazio di naturalità e ne garantisce una fruizione universale, forse puntando a questo inedito rapporto di cura della città avremmo meno “invasori”.
Insomma se con pazienza provassimo a modificare lo sguardo quotidiano sul mondo e a trasmettere storie ed emozioni della città che da personali diventano narrazione corale di una comunità attraverso il linguaggio della cura, allora potremmo porre le basi per costruire una nuova cittadinanza attiva che si lascia permeare da quello che amo definire: nuovo umanesimo della città.
Nella costruzione di questo percorso inedito credo che il “ tetto comune” voluto da Comune possa essere la casa ideale.
[Paolo Piacentini]
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