Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Martina Tazzioli

Progetto Melting Pot Europa - Monday, June 15, 2026

È imminente l’implementazione del Patto Europeo su Migrazione e Asilo, la radicale riforma della normativa europea che ridisegna le modalità di gestione delle cosiddette frontiere esterne. Si tratta di un cambiamento di ampissima portata che accentua la selettività dei meccanismi di accesso, la limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità. Per prepararci a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non solo sul contenuto della nuova normativa, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi con cui leggere questa fase da una prospettiva critica.

In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? E quali strumenti teorici e politici possiamo costruire per contestarli?

In questa prima intervista parliamo quindi del nuovo Patto e della cassetta degli attrezzi con cui provare ad affrontarlo insieme a Martina Tazzioli, professoressa associata presso il Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà dell’Università di Bologna.

D. Il Patto Europeo su Migrazione e Asilo è diffusamente rappresentato come una svolta. Dal tuo punto di vista, determina un cambio di paradigma oppure si colloca in sostanziale continuità con la razionalità delle politiche migratorie europee dell’ultimo decennio?

R. Direi che il Patto si inserisce in un contesto più ampio, di lunga durata, di trasformazione delle politiche di contenimento a livello europeo. A mio avviso, non va letto come un testo a sé stante, scollegato da una serie di riforme intervenute negli ultimissimi anni e nel medio periodo, sia a livello europeo sia a livello nazionale. Al tempo stesso, il Patto rende più visibili determinate trasformazioni avvenute nelle modalità di presa sulle vite e di sgretolamento delle vite migranti.

Con riferimento a questi profili, ci sono due paesi chiave: l’Italia e la Grecia. È soprattutto in Grecia che svolgo gran parte della mia ricerca accademica e entrerò poi nel merito di alcune pratiche sviluppate in quel contesto, successivamente divenute obbligatorie attraverso il Patto.

D. Alla luce di quello che sostieni, cosa ti sembra importante cogliere politicamente del Patto? Che idea di frontiera e di governo delle migrazioni emerge, dal tuo punto di vista, nella nuova normativa?

R. A proposito delle traiettorie nelle politiche e nei meccanismi di governo delle persone migranti che il Patto mette in luce, molti studiosi, giornalisti e organizzazioni non governative si sono soffermati soprattutto sulla cosiddetta Screening Regulation e, ovviamente, sul Regolamento Rimpatri, i due pilastri di questo approccio sempre più orientato verso meccanismi di confinamento preventivo, detenzione arbitraria ed espulsione.

Tuttavia, senza tralasciare queste due previsioni, se spostiamo l’attenzione sulla direttiva accoglienza e su alcuni dettagli che emergono, anche sul piano linguistico, nei vari punti del Patto, credo sia importante cogliere questa “punitività latente” che il Patto esprime nei confronti delle persone migranti. Faccio riferimento a quelli che chiamo “ambienti punitivi”, dove per punitivo non si intende necessariamente l’effettivo atto del punire, ma una punitività latente e potenziale che ha a che vedere anche con la criminalizzazione di condotte senza crimine, ovvero senza infrazione di una legge.

Faccio un esempio. In Grecia, nel settembre del 2025, è stata approvata una legge che le ONG greche e internazionali hanno giustamente interpretato come uno shift securitario drammatico. La norma prevede l’incarcerazione dei richiedenti asilo la cui domanda venga respinta in seconda istanza e introduce inoltre ammende estremamente elevate per le persone che fanno ingresso irregolare nel Paese.

Viene spontaneo chiedersi se il governo greco sarà effettivamente in grado di implementare una legge che risuona così fortemente con alcune norme contenute nel Patto.

La mia risposta è che forse importa relativamente. Chiaramente, per le persone migranti importa moltissimo se verranno detenute o meno. Negli ultimi mesi, in Grecia, si è registrato un aumento esponenziale dei richiedenti asilo in detenzione. Quello che tuttavia si produrrà nel medio e lungo periodo è soprattutto questa condizione di punitività potenziale, che ha un impatto reale sulla vita delle persone.

È una condizione molto simile a quella che l’antropologo Nicholas De Genova ha definito “condizione di deportabilità”. A prescindere dal fatto che si venga o meno espulsi o deportati, la condizione di deportabilità aumenta e moltiplica la precarietà sociale e socioeconomica della persona e, chiaramente, anche la possibilità di essere sfruttata sul mercato del lavoro. Questa punitività latente ha a che fare con i crimini senza infrazione, ciò che Michel Foucault, nei suoi corsi al Collège de France sulla società punitiva, ha definito “legalismi infralegali”, proprio perché non hanno necessariamente a che vedere con la violazione della legge.

Questi elementi si ritrovano in vari punti del Patto e hanno a che fare con una punizione, se non altro potenziale, di condotte “disobbedienti”. Ad esempio, se guardiamo a quanto prevede la riforma del sistema di asilo, l’Asylum and Migration Management Regulation, si stabilisce che la persona richiedente asilo venga privata del diritto all’accoglienza in tutte le sue componenti, compreso il pocket money, nel momento in cui le viene comunicato un trasferimento Dublino. Prima ancora che il trasferimento avvenga, nello Stato in cui temporaneamente si trova, quella persona non avrà più diritto, da un momento all’altro, all’accoglienza in tutte le sue forme.

Questo è il primo aspetto che ci parla di un trend più ampio, non necessariamente codificato nel Patto, ma riconducibile a una tendenza che non inizia con la sua implementazione e che può essere fatta risalire al periodo successivo alla pandemia. Consiste nel governare le vite delle persone migranti, compresi i richiedenti asilo, attraverso lo smantellamento sistematico delle infrastrutture di supporto alla vita. Tra queste vi è, chiaramente, anche il sistema di asilo nella sua componente dell’accoglienza.

Ha a che fare con la sottrazione e con i tagli radicali a tutti quei servizi che erano previsti per consentire ciò che viene definito “integrazione” – e non sono ovviamente una fan di questo termine. Trovo estremamente preoccupante questo confinamento che va ben oltre la detenzione ufficiale, ben visibile nella Screening Regulation, con l’apertura di questi centri ibridi di prima accoglienza in cui non è chiaro cosa avverrà. È un modo per rendere preventivamente illegale la presenza di una persona migrante sul territorio attraverso la cosiddetta finzione di non ingresso.

Si tratta di pratiche di confinamento spaziale che vanno ben oltre la detenzione amministrativa ufficiale e che rendono sempre più difficile diventare richiedenti asilo. È un trend molto visibile in Grecia negli ultimi anni: diventa difficile diventare richiedenti asilo prima ancora che ottenere una forma di protezione. Si tratta di una caratteristica delle leggi greche implementate dopo l’accordo tra UE e Turchia, all’interno di un contesto caratterizzato non semplicemente dalla criminalizzazione dell’umanitario, ma dal suo stesso smantellamento.

L’ultimo aspetto che mi sembra interessante sottolineare riguarda la rappresentazione del richiedente asilo come una persona che abusa del diritto di asilo. Questo paradosso di un diritto che può essere abusato ricorre a più riprese nel Patto. I tagli all’accoglienza sono giustificati proprio in ragione del presunto abuso di questo diritto.

Il tema dell’abuso dei diritti mi sembra un punto di ingresso utile per collegare il Patto, in quanto tale, ad altre leggi e ad altre trasformazioni sociopolitiche avvenute in alcuni Stati europei, prima fra tutti l’Italia. Il Patto va letto anche alla luce delle trasformazioni intervenute con i due decreti sicurezza. Si tratta di una criminalizzazione crescente che investe anche alcuni cittadini e alcune cittadine proprio attraverso questo linguaggio dell’abuso.

Non mi riferisco, in quest’ultimo caso, ai decreti sicurezza, ma piuttosto all’idea dell’abuso del sistema sanitario. È un invito a leggere il Patto oltre il Patto: il diavolo sta nei dettagli. All’interno dei suoi articoli si intravedono infatti traiettorie trasversali molto chiare, che non sono certamente limitate ai meccanismi di detenzione ed espulsione.

D. Molte grazie, Martina, per questa panoramica generale e per gli esempi davvero paradigmatici che hai condiviso. L’implementazione del Patto è anche l’occasione per riflettere sullo stato di salute dei saperi critici intorno alle politiche migratorie. Ti sembra una fase in cui questi saperi critici fatichino a incidere nello spazio pubblico? E, in caso di risposta affermativa, perché? Dove collochi l’analisi?

R. Il panorama degli studi critici sulle migrazioni è molto eterogeneo, per cui è difficile fornire una risposta univoca. Mi sembra però che lo scollamento tra il tipo di riflessione critica prodotta e ciò che avviene sul territorio sia significativo. In parte dipende dall’accelerazione con cui vengono approvate nuove leggi e nuove normative. In parte è dovuto anche al crescente tecnicismo: un linguaggio tecnocratico, deliberatamente adottato da chi queste leggi le scrive, sempre più orientato a escludere. Si tratta di un linguaggio molto poco democratico, che esclude proprio chi dovrebbe leggere e interpretare criticamente queste norme.

Si è in qualche modo creata una divisione all’interno dei critical migration studies tra chi si confronta con questo piano e prova a comprenderne i dettagli, le incongruenze e gli aspetti più problematici, e chi invece prende le distanze da questi aspetti, correndo però il rischio di inseguire quello stesso linguaggio. Credo che questo produca un primo punto di stallo, che rimanda anche a una divergenza nel modo in cui viene intesa la possibilità di incidere nello spazio pubblico, ciò che in termini più accademici viene definito impact.

Anche sotto questo profilo, la letteratura sulle migrazioni si divide sostanzialmente tra ricercatrici e ricercatori che si rifiutano di intraprendere quella strada e chi invece scrive e studia precisamente con quel fine, articolando ricerche che possono essere definite policy driven o comunque sviluppate in stretta collaborazione con le agenzie che governano le migrazioni.

Penso che vi sia la necessità di riflettere su che cosa significhi incidere nello spazio pubblico. Credo che sia questa la domanda che resta sottesa a gran parte del dibattito.

Vi è poi un altro aspetto, legato alla congiuntura sociopolitica europea, che si collega a quanto dicevo prima. Credo che uno degli ostacoli principali, avvertito da chi dieci o quindici anni fa utilizzava senza esitazioni la propria ricerca per criticare gli attori che governano le migrazioni, compresi gli attori umanitari, sia questo: sempre più le vite delle persone migranti vengono soffocate attraverso la sottrazione di quelle infrastrutture vitali che hanno a che fare anche con gli interventi umanitari.

Questo non significa assolvere o assumere un approccio acritico nei confronti delle grandi organizzazioni internazionali, come l’UNHCR o la Croce Rossa. Significa piuttosto ripensare il modo in cui si possa riarticolare un sapere critico alla luce del fatto che il potere, e i poteri che agiscono sulle vite, operano sempre più anche in questo modo: facendo ammalare le persone migranti, trattenendole in spazi insalubri e affamandole.

Vi sono molti contesti in cui questo è evidente e qui ritorno alla Grecia. Negli ultimi anni il paese ha fatto ricorso a numerosi decreti e misure arbitrarie, talvolta applicate dagli stessi camp manager, cioè da chi gestisce i campi per rifugiati. Alcune di queste misure prevedono l’esclusione dalla distribuzione del cibo delle persone che non sono ancora riuscite a formalizzare la domanda di asilo o che hanno ricevuto un diniego.

Si potrebbe obiettare che tutto questo non sia poi così distante da quanto previsto dalla direttiva europea del 2013. Tuttavia, il punto è un altro: che cosa accade quando questi meccanismi di espulsione dal sistema di supporto umanitario vengono attivati da un giorno all’altro, in contesti come i campi in Grecia, totalmente isolati, dove le persone si ritrovano improvvisamente senza alcun sostegno materiale e, letteralmente, affamate?

Tutto questo si inserisce inoltre in un contesto globale, che va ben oltre la dimensione europea, nel quale questa dinamica è diventata un trend sempre più generalizzato.

Pensiamo, ad esempio, ai tagli all’USAID promossi dall’amministrazione Trump, che hanno avuto conseguenze molto concrete. In Grecia, molte ONG – penso, per esempio, a organizzazioni come Caritas – dipendono in larga misura dai fondi USAID. Qual è stata la conseguenza? Una parte significativa del personale è stata licenziata e, parallelamente, sono aumentati i tagli ai servizi rivolti alle persone che vivono nei campi, ai beneficiari di protezione internazionale e ai richiedenti asilo.

Per questo credo che ripensare una critica trasformativa al controllo umanitario sulle vite sia oggi una sfida importante. Una sfida che va articolata ben oltre posizioni troppo binarie, che personalmente trovo poco soddisfacenti: da un lato le critiche monolitiche all’umanitario come fenomeno intrinsecamente coloniale o razzista; dall’altro le posizioni di chi, da sempre, tende a sottolineare esclusivamente la necessità degli interventi umanitari.

Quindici anni fa Didier Fassin ci metteva in guardia dal rischio di un’umanitarizzazione dell’asilo – una riflessione che in realtà aveva iniziato a sviluppare già negli anni Novanta. Oggi ci troviamo invece di fronte a un processo di deumanitarizzazione dell’asilo, che procede parallelamente a uno svuotamento del diritto di asilo stesso.

Quando queste due dinamiche si producono contemporaneamente, che cosa ne è del sapere critico sulle migrazioni?

L’ultimo aspetto che vorrei sottolineare, il quarto elemento, riguarda la tendenza al distaccamento dal terreno. Molti di questi studi che si autodefiniscono critici si sono collocati, in qualche modo, attorno a due assi principali.

Il primo è quello di un approccio riflessivo, incentrato sulle categorie utilizzate. Si tratta di un lavoro importante, che ha riguardato la messa in discussione della categoria stessa di migrante. Tuttavia, questo processo ha talvolta prodotto anche una paradossale essenzializzazione, una reificazione di quelle stesse categorie. Tutto sembra passare attraverso questo livello di analisi, senza che venga sviluppata con altrettanta forza una riflessione su come incidere concretamente, per tornare alla domanda precedente.

Negli ultimi anni, inoltre, una parte importante di questo dibattito si è concentrata sul tema del posizionamento del ricercatore e della ricercatrice. Si tratta, anche in questo caso, di una riflessione fondamentale, che mancava all’interno di quel campo di studi. Tuttavia, essa rischia talvolta di reindividualizzare la ricerca sulle migrazioni, spostando l’accento da una critica al confine – taglio molto con l’accetta – a una critica di noi stessi in quanto soggetti che operano al confine.

È anche per questo che continuo a ritenere molto rilevante il lascito di quella letteratura critica sulle migrazioni che ha proliferato nei primi anni Duemila. Penso, innanzitutto, all’approccio dell’autonomia delle migrazioni, ma anche ad altri filoni. Prima menzionavo, ad esempio, Didier Fassin, che si colloca in una prospettiva molto diversa ma la cui critica dell’umanitario si situava pienamente dentro e contro questi meccanismi di presa sulle vite. Una critica che lavorava sulle ambivalenze delle forme di sfruttamento e di stritolamento prodotte dal capitalismo, senza pretendere di collocarsi al di fuori di esse.

Questo mi porta al secondo filone oggi particolarmente influente nei critical migration studies: l’approccio decoloniale al sapere sulle migrazioni. Si tratta di una prospettiva che ha avuto un grande successo soprattutto nel mondo anglofono e, in particolare, in Gran Bretagna.

Era chiaramente un tassello mancante. Non si è trattato semplicemente di un’aggiunta a un dibattito già esistente, ma di uno spostamento della linea stessa di analisi, che considero fondamentale.

Senza voler fare una critica della critica, credo però che sia utile interrogarsi anche in questo caso sui punti di contatto tra questo approccio e le trasformazioni che stanno avvenendo. Non per sostenere che la ricerca debba essere policy driven – non sto assolutamente andando in quella direzione – ma per comprendere fino a che punto un’analisi critica delle politiche migratorie rischi talvolta di risultare scollata da un’analisi di come quelle stesse politiche operino concretamente sulle vite delle persone migranti.

A mio avviso, il punto di stallo di questo filone ha a che fare con il fatto che non esiste un “fuori” nel quale questa critica decoloniale possa collocarsi. Diventa un po’ sterile, sul piano analitico prima ancora che su quello politico, limitarsi a condannare le politiche dell’UE, dell’agenda europea o degli Stati del cosiddetto Global North – con tutte le imprecisioni che questa etichetta porta con sé – quando uno degli altri grandi nodi dei migration studies contemporanei, insieme a quello della deumanitarizzazione dell’asilo, riguarda il fatto che, ovunque spostiamo lo sguardo, troviamo politiche estremamente violente e razziste.

Questo vale anche per paesi prossimi ai confini ufficiali dell’Unione Europea. Penso alla Tunisia, dove ho svolto ricerca anni fa. Non è che prima non esistessero comportamenti razzisti da parte dei cittadini o politiche discriminatorie. Tuttavia, con l’attuale governo si è verificato uno shift molto significativo, in particolare a partire dal 2022-2023. Oggi assistiamo a una situazione estremamente grave, sia nei confronti delle persone solidali con i richiedenti asilo sia, soprattutto, nei confronti dei migranti africani, come vengono comunemente definiti.

Situazioni analoghe si riscontrano, per restare in paesi vicini ai confini dell’UE, anche in Marocco, Algeria e Turchia.

Credo quindi che questi due punti di stallo – da un lato la deumanitarizzazione dell’asilo, dall’altro l’emergere di forme di violenza sistematica che eccedono qualunque logica di ritorno economico o di semplice controllo dei movimenti migratori – ci pongano di fronte alla necessità di ripensare che cosa significhi oggi riarticolare un sapere critico. In questo quadro, tanto l’approccio decoloniale quanto la critica dell’umanitario devono essere assunti come acquisizioni fondamentali, ma anche radicalmente ripensati.

D. Molte grazie, Martina, per la tua analisi, davvero densa di spunti teorici e politici su cui riflettere. Ci avviciniamo alla parte conclusiva della nostra chiacchierata e, in vista dell’implementazione del Patto, vorremmo provare a immaginare una sorta di cassetta degli attrezzi da mettere a disposizione di attiviste e attivisti, operatrici e operatori, ricercatrici e ricercatori che avranno a che fare con la sua implementazione. Quali strumenti teorici o categorie analitiche ti sembrano oggi particolarmente utili per leggere le trasformazioni in corso? E quali, invece, rischiano di rivelarsi insufficienti o fuori fuoco? Nella risposta precedente hai già in parte affrontato questa domanda, ma c’è qualcos’altro che ritieni importante valorizzare in questa fase di trasformazioni così tumultuose?

R. Sì. Innanzitutto credo che, a conclusione della risposta precedente, la sfida sia ripensare che cosa significhi critica. Quando parliamo di ricerca critica sulle migrazioni, che cosa intendiamo criticare, esattamente?

Fermarsi su questa domanda ci permette anche di capire quali strumenti teorici e quali categorie analitiche possano esserci utili. Lo dico perché sono piuttosto reticente nei confronti di analisi che interpretano, anche implicitamente, la dimensione critica della ricerca esclusivamente in termini di denuncia. E non mi riferisco alla denuncia finalizzata ad aprire contenziosi legali, che è ovviamente un’altra questione e può essere estremamente importante. Mi riferisco piuttosto alla denuncia come smascheramento dei meccanismi di potere e del funzionamento degli Stati.

La maggior parte di questi meccanismi, però, è ormai sotto i nostri occhi, così come lo sono le violenze e gli effetti prodotti dalle politiche di contenimento: basti pensare alle morti in mare. Certo, è sempre necessario continuare a produrre evidenze, ma ricordiamoci che negli ultimi dieci anni di evidenze ne abbiamo avute molte.

Che cosa significa allora critica, o critica trasformativa, se prendiamo sul serio il fatto che forse non è più sufficiente smascherare il potere? Tanto più che molti Stati oggi rendono visibili le proprie stesse violazioni e, anzi, riformulano le leggi proprio sulla base di quelle pratiche.

Al tempo stesso, credo che proprio per lo stesso motivo possano risultare insufficienti o fuori fuoco quelle critiche che si limitano a invocare lo smantellamento di dispositivi come l’accoglienza o l’asilo. Non perché queste critiche siano prive di fondamento, ma perché oggi ci troviamo in una fase in cui proprio quelle infrastrutture vengono materialmente smantellate.

Allo stesso modo, penso a parole d’ordine come “abbattiamo le frontiere”. Non perché non siano più valide o perché siano utopiche – non voglio assolutamente entrare in questo tipo di discussione, che è spesso propria di approcci liberali agli studi sulle migrazioni – ma perché il Patto, nella sua complessità e nei suoi tecnicismi, ci mostra come le diverse dimensioni del percorso migratorio siano profondamente interconnesse.

Non si può parlare di smantellamento dei confini senza interrogarsi contemporaneamente sulle forme di presa sulle vite che si esercitano sulle persone dublinate o su quelle che vengono espulse, da un giorno all’altro, dalle proprie abitazioni e dalle maglie dell’accoglienza.

In questo senso, negli ultimi anni ho trovato particolarmente illuminante la lettura di femministe abolizioniste come Angela Davis e Ruth Wilson Gilmore. Il loro lavoro, pur sviluppandosi in un contesto diverso da quello europeo, mostra con grande chiarezza come i diversi meccanismi di organizzazione della violenza siano profondamente interconnessi. Pur occupandosi principalmente del sistema carcerario, queste autrici insistono proprio sulla necessità di leggere insieme dispositivi che troppo spesso vengono analizzati separatamente.

Queste due autrici, così come altre e altri meno noti all’interno della tradizione abolizionista, ci dicono con grande chiarezza che l’abolizionismo non può limitarsi a dire: aboliamo le prigioni, aboliamo i sistemi di violenza organizzata. La sfida consiste piuttosto nel capire come riorganizzarci.

La questione dell’organizzazione politica è una vera e propria ossessione nei loro scritti: come ripensare le forme dell’organizzazione collettiva per rendere possibile un mondo in cui la riproduzione di questi meccanismi di razzializzazione non sia più né possibile né auspicabile, e in cui l’esistenza stessa delle prigioni diventi infine obsoleta. Lo stesso si potrebbe dire dei vari meccanismi di confinamento.

Quando parlo di confini, in questo caso, non mi riferisco alle frontiere nazionali. Credo che questa sia una letteratura che solo negli ultimi anni ha fatto il proprio ingresso nel campo degli studi critici sulle migrazioni e che possa rivelarsi particolarmente produttiva.

L’altra griglia analitica che trovo utile – o, più in generale, l’altra prospettiva da cui leggere le trasformazioni in corso – consiste nel collocare le politiche migratorie all’interno dei più ampi processi di precarizzazione sociale ed economica che investono migranti e cittadini, pur in forme e con intensità differenti.

È per questo che considero fondamentale il lavoro di Enrica Rigo, così come quello di molte altre studiose femministe che mobilitano la prospettiva della riproduzione sociale per cogliere le forme di presa sulle vite delle persone migranti. Una prospettiva che permette di leggere come venga erosa la possibilità stessa di riproduzione della vita, in senso ampio, e come questo processo si intrecci con lo smantellamento di quelle infrastrutture di supporto alla vita che riguardano non soltanto le persone migranti, ma anche i cittadini.

D. Grazie ancora, Martina, per l’affresco molto articolato che ci hai proposto. In chiusura, se dovessi contribuire alla costruzione di questa immaginaria cassetta degli attrezzi che possa accompagnare l’implementazione del Patto Europeo e aiutarci a prepararci politicamente ad affrontarlo, ti vengono in mente libri, articoli o altri materiali che inseriresti al suo interno?

R. Credo sia importante leggere anche testi che consentano di assumere uno sguardo in qualche modo laterale rispetto al Patto. All’inizio menzionavo il lavoro di Nicholas De Genova, che rappresenta ormai un classico per chi si occupa di migrazioni. In particolare, credo che i suoi lavori sulla deportability ci dicano ancora molto sull’importanza di guardare oltre il successo o il fallimento delle politiche migratorie e di osservare, piuttosto, come la precarietà socioeconomica venga prodotta attraverso quei meccanismi che lui definisce appunto come una condizione di deportability e che, a mio avviso, oggi possono essere riletti nei termini di una punitività latente.

E poi, per restare su uno sguardo laterale, menzionavo all’inizio il corso di Michel Foucault al Collège de France sulla società punitiva, nel quale emerge il tema della criminalizzazione senza infrazione, che credo abbia ancora molto da dirci.

Un altro materiale che suggerirei riguarda la genealogia della cosiddetta finzione di non ingresso, che mi è sembrato particolarmente utile ricostruire. Si tratta di un dispositivo che, come ricordavo, è stato implementato dalla Grecia prima che da altri paesi.

Su questo tema segnalo un interessante report di ECRE dedicato proprio alla finzione di non ingresso. Il documento ricostruisce le diverse tappe della sua affermazione negli ultimi anni, mostrando con precisione come e quando questo meccanismo sia stato introdotto nella pratica, dapprima in Germania e successivamente anche in Francia.