Tag - video

Milano, flash mob per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi – VIDEO
Preparato a lungo, centinaia di nomi dei prigionieri politici palestinesi scritti su stoffe, si erano cercati tutti, ma nessuno li aveva. Prove, istruzioni, dettagli, tutti i compiti curati. Comunicazioni alla Questura, ricerca e attenzione per gli ultimi particolari. Si arriva al giorno fissato, venerdì 23 ottobre e piove. Le previsioni sono incertissime, l’appuntamento è alle 17.45 per iniziare puntualissimi alle 18, la luce naturale ci darà mezz’ora di tempo. Sappiamo che sabato, la piazza sarà inagibile e poi scatta l’ora legale. È l’ultima chance. Tutti sotto gli ombrelli ad aspettare. Alle 17.55 spiove e il cielo si apre. Subito a disporsi, ultime istruzioni per chi sa poco. Si parte. Volevamo essere in 100, siamo almeno 120. Quattro giovani svizzeri si avvicinano commossi ed emozionati, vogliono sapere, vogliono unirsi; anche loro a Berna fanno queste cose. 15 bandiere davanti, cartelli disegnati e stampati da Rita, che da mesi disegna le locandine che girano per tutta Italia; si ricordano i numeri pazzeschi (9/10mila prigionieri nelle carceri israeliane), centinaia di donne e bambini, 4.000 desaparecidos, centinaia di morti sotto le torture. Un crimine nel crimine, il punto più basso di un sadismo volto a spezzare in tutti i modi l’esistenza di un popolo, colpendolo nei corpi e nelle anime, dolori che si propagano a familiari, amici, all’intera comunità. Luoghi infernali dove nessuno può entrare, dove siamo sicuri che la realtà superi l’immaginazione, dove chi esce è più morto che vivo. Traumi che non passeranno mai. Noi, qui. Che differenza fa che questi buchi neri siano dietro l’angolo o a qualche migliaio di chilometri di distanza? Stanno avvenendo ORA, questo è il punto, avvengono ogni ora, ogni giorno, nell’impunità totale. Sfilano in un lento cerchio i nomi, portati a testa bassa da uomini e donne in nero. Francesca Albanese nel suo report “Tortura e genocidio“, lo ha ben documentato. Nessuno, tanto meno i governi, può e potrà dire che non sapeva. E così in piazza Duomo, come si fa ogni giorno da quasi 500 giorni, si sfila in cerchio mentre musiche di dolore si susseguono. Poche le parole, in italiano e in inglese, per i tanti turisti che si aggirano, osservano, riprendono, emozionati anch’essi. Anche oggi nessun giornalista, ma ci siamo abituati, ci sorprendiamo quando avviene il contrario. Qualche giorno fa si aggiravano decine di giornalisti in cerca di possibili, ulteriori scontri o per documentare quanto fosse presidiata la piazza: non uno venne a chiederci chi fossimo, mentre in decine e decine, con moltissime bandiere e i nostri cartelli, occupavamo un quarto della piazza. E ieri si finisce, ormai al buio; si sono ricordati anche i nomi dei quattro prigionieri palestinesi nelle carceri italiane, arrestati, di fatto, per ordine di Israele. Alla fine, uno struggente canto palestinese, “Yamma mwel el hawa”, cantato da Silvia Zaru. Alle 19 si raccolgono con la massima cura le decine di strisce con i nomi dei prigionieri, come fossero loro con le loro membra stanche. Da ieri il gruppo di piazza Duomo è ancora più unito, ha fatto qualcosa di importante, la cui energia spera arrivi a superare il mare e i muri spessi di quelle carceri che devono aprirsi al più presto. Ne va della nostra, dell’intera umanità. Andrea De Lotto
October 24, 2026
Pressenza
Il genocidio visto da un ospedale: il racconto di Elyas Abu Safiya
“La vita umana ha lo stesso identico valore ovunque sia…”. Moreno Festuccia, del Coordinamento Nazionale della Rete #DigiunoGaza Venerdì pomeriggio alle ore 18 all’Università degli Studi di Torino nell’Aula 101 dell’edificio ex La Stampa in via Chiabrera 27 è intervenuto Elyas Abu Safiya, medico palestinese, figlio di Hussam Abu Safiya, pediatra, direttore dell’ospedale Kamal Adwan detenuto nelle carceri israeliane dal 2024. Curare i bambini non è un crimine è il titolo dell’iniziativa promossa dalla Rete #DigiunoGaza, Amnesty International, NUR – Narrazioni Umane di Resilienza e dal collettivo Oltre la Cura. La testimonianza di Elyas è stata toccante ma amara. Anche il figlio di Hussam è un medico, specializzato in medicina d’urgenza. Suo fratello minore, ancor prima dell’arresto del padre, venne ucciso durante un’attacco all’ospedale e lì, nel cortile interno, è stato sepolto. Elyas ha raccontato la situazione dell’ospedale prima dell’arresto di Hussam, avvenuto il 27 dicembre 2024 e spezzoni video hanno reso con durezza ciò che le sue parole descrivevano: una tragedia disumana, un dolore soffocante, ma insieme la decisione di non abbandonare l’unica possibilità di una qualche pur limitata cura, l’unica accessibile per migliaia di persone. Un giorno si sono ritrovati con 127 bambini in rianimazione; non sappiamo quanti ne siano sopravvissuti, ma senza la decisione di Hussam Abu Safiya e di tutto il personale sanitario dell’ospedale sarebbero sicuramente morti tutti. I morti quasi non si potevano contare, erano spesso in condizioni così terribili che era quasi impossibile riconoscerli con certezza. Le salme erano ammassate, alle famiglie che richiedevano il corpo del proprio caro venivano consegnate chiuse nel nylon, l’identificazione fatta in modo approssimativo valutandone peso e dimensioni. Le ultime notizie dirette di Hussam Abu Safiya risalgono a qualche mese fa, quando il suo avvocato ebbe il permesso d’incontrarlo. Le sue parole, in quel momento furono: “Mi hanno portato qui per uccidermi”. Da quell’incontro sappiamo che Hussam, detenuto in isolamento, viveva in una cella di 2 metri per due, poteva fare una doccia di due minuti ogni dieci giorni e necessitava di cure mediche. Molti palestinesi preferiscono la morte alla detenzione. Inevitabili le domande di Elyas: “Perchè un medico può essere ucciso davanti ai nostri occhi, perchè un medico può subire tutto questo mentre il mondo resta silente? Dov’è la comunità internazionale? Dov’è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo?” Cosa possiamo fare noi in questa situazione? Elyas lo chiede a tutti e tutte noi in modo schietto e diretto. Non lasciamo calare il silenzio su Gaza. Come Elyas sta portando la sua testimonianza fatta di ricordi, dolore ma anche speranza, anche noi possiamo tenete alta l’attenzione, parlare del genocidio in atto e fare pressione. E adesso? E adesso la guerra continua, i bombardamenti non sono più a tappeto, ma ci sono ancora e, spiega Elyas, “l‘inverno sta arrivando e migliaia di bambini moriranno, non solo per le bombe, anche per il freddo; non hanno un tetto, non hanno una coperta”. E moriranno anche perché il cibo è poco, l’acqua non è pulita e farmaci e medici non ci sono. Attualmente sono 81 i sanitari che condividono la situazione di Abu Safiya padre. La distruzione del sistema sanitario è un modo calcolato di continuare il genocidio, dove non arrivano le bombe arrivano malattie e mancanza di cure. Un medico in meno oggi significa più morti domani e per tanti altri giorni a venire.  Martina Marchiò, infermiera e vicepresidente di Medici Senza Frontiere Italia, più volte a Gaza come volontaria, ha ricordato che la sua organizzazione non ha più personale internazionale nel territorio della Striscia. Continua a operare come ente, ma l’attività è tutta a carico di personale sanitario palestinese, che però è allo stremo delle forze. Tutti hanno subito continui sfollamenti, lutti, orari esasperanti e “gli internazionali” sarebbero ora più necessari che mai. Oltre Martina Marchiò sono intervenuti all’incontro anche Guido Giustetto, presidente dell’Ordine dei Medici di Torino; Antonio Scordia di Amnesty International Italia; Moreno Festuccia, ematologo e rappresentante del Coordinamento Nazionale della Rete #DigiunoGaza. Moderatore dell’evento è stato Brahim Baya, fondatore di NUR – Narrazioni Umane di Resilienza. Amnesty International ha attivato la raccolta firme per richiedere la liberazione immediata e incondizionata del dottor Hussam Abu Safiya. Il figlio è in Italia dal 14 ottobre per una serie d’incontri, tra cui quello torinese. Il 15 è stato a Roma presso il Ministero degli Esteri, dove ha consegnato le 100.500 firme raccolte grazie all’appello di Amnesty International Italia. Sempre il 15, ma nel pomeriggio, ha ritirato il Premio Gianni Rufini 2026, conferito al padre Hussam Abu Safiya. Peccato però che il desiderio principale di Elyas sia poter tornare a sentire la sua voce, potersene prendere cura e riabbracciarlo. Tutto l’incontro è disponibile qui:         Sara Panarella
October 19, 2026
Pressenza
R-Esistenze e pratiche per la difesa dell’ambiente
La penultima sessione dell’Eirenefest è stata dedicata all’ambiente, ospitata giovedì 8 ottobre nella Sala Poli del Centro Studi Sereno Regis. R-esistenze e pratiche per la difesa dell’ambiente, questo il titolo dell’evento dedicato ad un argomento che sta diventando sempre più attuale. Inserire le guerre in un sistema-mondo, non circoscritto al campo di battaglia per quanto ampio possa essere, e in una scala temporale che non finisce con un trattato di pace, rende più chiaro ed evidente quanto sia veramente necessario evitare i conflitti armati. L’evento è stato dedicato ad Elena Camino, già “docente di Fondamenti di Sostenibilità a Scienze Naturali nell’Università di Torino. Ha intrecciato il lavoro universitario con la collaborazione (ormai trentennale) con una Associazione gandhiana indiana, l’ASSEFA, e con il Centro Studi Sereno Regis, impegnati a connettere i temi dell’ambiente e della sostenibilità in una prospettiva nonviolenta” per presentarla con le parole usate dal Sereno Regis sul loro sito. La docente, venuta recentemente a mancare, aveva però fatto in tempo a iniziare a organizzare lo stesso incontro che le è stato poi dedicato. Non una semplice dedica: quelli raccontati in quella sala sono stati ricordi vivi, ringraziamenti sentiti, riconoscenza per un’eredità spirituale che ha dato i suoi frutti.  Riconoscenza è senza dubbio quella provata da Alba L’Astorina, Alessandra Pugnetti e Laura Colucci Gray, le tre ricercatrici che hanno presentato il testo Natura e ricerca: pratiche, narrazioni e visioni, secondo volume della Collana Scienziatinaffanno? (CNR Edizioni). La presentazione è stata arricchita da racconti di vicende che hanno dato alla professoressa il ruolo di madre spirituale, una guida stimolante e propositiva, non solo in antefatti più lontani ma anche più evidenti per noi lettori visto che la stessa Camino è co-responsabile con Laura Colucci-Gray del capitolo Conversare in cammino: metodologie di ricerca in equilibrio tra stabilità e volo. Il volume riporta “diciassette tappe nel corso delle quali mari, laghi, montagne, foreste, caldere vulcaniche, cave d’argilla, campi agricoli e parchi cittadini diventano luoghi privilegiati da cui riflettere sulla complessità delle crisi ecologiche, sui loro intrecci con quelle sociali, culturali, etiche, economiche, politiche e sulla necessità di affrontarle generando forme di conoscenza aperte ad altri saperi e ispirate a valori di giustizia ambientale e sociale per tutti i viventi”. Sono conversazioni con ricercatori e ricercatrici che nel loro lavoro incontrano o hanno incontrato nodi e connessioni a partire da domande quali: “cosa studia la ricerca ecologica?”, “come viene declinato il vivente non umano nelle ricerche?” Il volume racconta le esperienze di stutiosi e studiose attivi in vari campi e che operano a partire da soggettive esperienze umane e professionali. Queste esperienze sono fondamentali. La Scienza, sostantivo femminile, è sempre stata declinata in bianco maschio ed eterosessuale. Allo scienziato, isolato nel suo laboratorio, sono state chieste risposte verificabili e sicure. La ricerca è però portata avanti da persone a partire dal presupposto che tutti noi siamo centri di relazione e possessori di storie individuali diverse, anche lo scienziato. Questo è un cambio di paradigma quasi epocale, nuovo ma liberante. Liberante per lo scienziato che sceso dal suo piedistallo può proseguire le proprie ricerche libero dall’obbligo di risposte e aperto alla collaborazione con altre discipline in precedenza private di autorevolezza. Questo è il riferimento all’affanno citato nel titolo della Collana Scienziatinaffanno. Titolo che prende spunto da un volume pubblicato nel 2018 Scienziati in Affanno? Ricerca e Innovazione Responsabili (RRI) in teoria e nelle pratiche anche se la Collana vera e propria nacque nel 2022 con il primo volume Scienza, politica e società: l’approccio post-normale in teoria e nelle pratiche. Un cambiamento a cui Elena Camino ha partecipato e collaborato. Più mirato alla questione guerra e natura è stato l’intervento di Giovanni Pagliero e Andrea Griseri rispettivamente segretario e membro del consiglio direttivo di Pro Natura Piemonte. L’intervento di Andrea Griseri ha avuto come traccia l’articolo intitolato La guerra è bella(?) ma inquina in Il mondo sull’orlo del baratro numero monografico di Natura e società del febbraio 2026 Perché questo titolo a prima lettura così ambiguo? Perché l’autore ha voluto parafrasare un libro scritto nel 1929 da due reduci della prima guerra mondiale: Novelli, geniale illustratore e Monelli che riuscirono in quel volume a raccontare con ironia le vicende belliche vissute. I dati riportati, alcuni dei quali presi dal sito del Ceobs, Confilct and Environment Observatory, forniscono un quadro desolante. Un esempio? Sono 280mila gli ettari di foresta perduti in Ucraina ogni anno di guerra, senza parlare di Gaza dove sono stati distrutti i sistemi di depurazione dell’acqua le macerie sono inimmaginabili, dell’Iraq, dove colpirono sistemi idrici e di depurazione acque e sempre di Iraq e Kuwait dove vennero incendiati i pozzi petroliferi causando un inquinamento dell’aria pesantissimo e non circoscritto visto che l’aria è velocissima a diffondere i veleni anche in luoghi lontani dal punto di emissione. Guerra che non fa danni solo nel momento attivo, durante le operazioni belliche ma anche in modo indiretto. Su 5 vittime solo una dipende dalle guerra attiva le altre derivano da un effetto indiretto. In altri termini negli eventi bellici dall’11 settembre in poi ci sono stati 930mila morti diretti ma sono 3milioni quelli indiretti. Cosa causa queste morti posteriori? Proprio l’inquinamento causato dalle operazioni militari: innanzitutto l’anidride carbonica: “Un rapporto di Emergency stima che tra il 2001 e il 2017 le operazioni militari coordinate dal solo Dipartimento di Stato americano siano responsabili dell’emissione di 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 (paragonabile alle emissioni annue di 257 milioni di automezzi). Si calcola che in Ucraina nei primi 7 mesi di conflitto le emissioni ammontassero già ad almeno 100 milioni di tonnellate di CO2.” Tra gli inquinanti dei terreni toviamo poi metalli pesanti, idrocarburi, solventi organici, fenoli sintetici, cianuro, arsenico e l’uranio impoverito “uno scarto della raffinazione dell’uranio (base del fuel per le centrali nucleari) e viene utilizzato per rendere le corazzature dei carri armati particolarmente resistenti e costruire munizioni anticarro. I proiettili all’uranio impoverito sono chiamate API, Armor Piercing Incendiary, (munizioni perforanti incendiarie), proprio per la loro elevata proprietà penetrante. Hanno effetti radioattivi e una lunga persistenza ambientale”. I virgolettati sono citazioni dell’articolo già citato. Citiamo ancora il napalm in Vietnam e le armi al fluoro. Uno studio del Segretariato della Dichiarazione di Ginevra stima che solo l’1,5% dei suoli agricoli della Striscia di Gaza resti coltivabile, 232 ettari contro i quindicimila di prima della guerra. Anche la bonifica inquina: smaltire le tonnellate di macerie da Gaza creerà un aggravio importante pur inevitabile. Oltre tutto questo un’altra questione rende tutto ancor più preoccupante. A distanza di 80 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sul nostro territorio ritroviamo ancora vecchi ordigni bellici. Per la bonifica e rimozione di questi residuati ancora oggi operano per Il Ministero per la Difesa alcune divisioni che si stima eseguano circa 2500 interventi ogni anno. Ordigni che hanno continuato a sversare i loro veleni nei terreni, poi nelle falde acquifere avvelenando tutta la catena alimentare. I terreni hanno memoria e Verdun ne è un esempio. In una delle più cruente battaglie della Prima Guerra Mondiale tra tedeschi e francesi, oltre all’impiego massiccio di cannoni e artiglieria varia, vennero usati lanciafiamme e fosgene. Al quasi milione di morti tra entrambi gli eserciti, va aggiunta la distruzione di una grandissima zona resa inabitabile dove, per esempio, il livello di arsenico è di 35 mila volte maggiore rispetto alla media dei terreni europei. Insomma, il quadro è preoccupante e porre rimedio non così semplice. Al proposito l’incontro si è concluso con la proiezione del video LLIURES DE CONTAMINACIO’ – Sfide ambientali in Siria a cura di Un Ponte Per, il racconto dell’organizzazione della raccolta rifiuti in una cittadina della Siria del nord. Sara Panarella
October 13, 2026
Pressenza
R-esistenze migranti: soggetti, non pedine
Fragili, disperati, senza risorse. O, al contrario, un pericolo per la sicurezza e l’ordine sociale. Quando si parla di migranti, il racconto si riduce quasi sempre a questo: miseria o minaccia. Le due visioni si intrecciano di continuo, creando un’immagine stereotipata che cancella l’individuo. Davanti alla complessità della tematica, è necessario superare la narrazione binaria per comprendere chi sia il migrante che lascia la sua terra. Sabato 3 ottobre 2026, si è tenuto al Centro Studi Sereno Regis l’incontro R-esistenze migranti all’interno dell’ottava edizione del Festival della Nonviolenza /Eirene Fest Torino. Obiettivo era presentare due libri legati al tema della migrazione in Italia: Umanità in esilio. Cronache dalla frontiera alpina di Fassin e Defossez e L’immigrazione meridionale a Torino di Fofi. Per contestualizzare e spiegare i testi, ma soprattutto per farli dialogare, sono intervenuti quattro esperti: William Bonapace (storico, fondatore dell’associazione On Borders), Maria Perino (sociologa, autrice su On Borders, socia di Adl a Zavidovici), Gianfranco Crua (attivista, fondatore di Carovane Migranti) e Michael Eve (sociologo, promotore di Porta delle Culture). Umanità in esilio, come hanno spiegato bene Bonapace e Perino, è un testo che parla del confine alpino italo-francese (Oulx-Briançon), ma in realtà pone una riflessione generale sulle frontiere come espressione di una differenza: quella tra chi può passare e chi no. La frontiera non è solo una linea geografica, ma un mezzo di separazione tra gli individui. Questa separazione è anche visibile nel divario tra le forze dell’ordine e i cosiddetti “solidali”. Le prime applicano le direttive statali di chiusura; i secondi sono i gruppi o gli individui che resistono alle direttive e che seguono una logica di accoglienza nei confronti dei migranti. Il tema della violenza, più o meno radicale, esercitata dalle forze dell’ordine ai confini, è un punto fondamentale: secondo gli autori del libro, non rappresenta un’anomalia locale, ma è sintomo di un indebolimento dei valori democratici globali. In breve, capire le frontiere significa comprendere un po’ le nostre società. Eve e Crua riflettono sul secondo saggio, L’immigrazione meridionale a Torino. Il contesto è molto diverso: si tratta di un libro che analizza l’ondata migratoria italiana durante il boom economico. Goffredo Fofi denuncia l’impreparazione delle istituzioni nel gestire l’arrivo dei migranti dal Meridione, ma non solo: racconta un cambiamento; la migrazione, infatti, è sinonimo di passaggi come quelli dalla vita contadina al lavoro operaio e di mutamento nelle relazioni tra gli abitanti della città che si interfacciano con una “comunità” del sud molto diversa dalla propria. Quando si analizza il fenomeno migratorio, ci si dimentica spesso della centralità della trasformazione. Bonapace ricorda, tra le tante cose, che l’arrivo dei migranti dal sud Italia ha portato il sindacato e il Partito Comunista Italiano a un ripensamento di se stessi. Il tema è semplice: la migrazione porta in avanti le società, le fa evolvere. Arrivati a questo punto, si può dire che i due libri, legati a contesti molto specifici, riescono a parlare in modo universale. Che si tratti del migrante sul fronte alpino o di quello proveniente dal Sud Italia, emergono due punti interessanti. Innanzitutto, la migrazione è un fenomeno normale: Eve ci tiene a sottolinearlo. Una cosa è normale quando “segue la norma, è conforme alla norma, è quindi consueta, ordinaria, regolare” (Treccani). Sì, l’immigrazione è conforme alla norma perché è parte integrante della storia dell’umanità, nei suoi svariati contesti. Oggi ci aiuterebbe studiare la storia da un punto di vista migratorio: non solo per comprendere la frequenza del fenomeno, ma soprattutto l’importanza che questo riveste nella trasformazione e nell’equilibrio delle società. Nell’intervento viene riportato un esempio: in Italia stanno aumentando i giovani che proseguono con studi lunghi e sono sempre meno disposti a svolgere lavori a qualificazione bassa. Il migrante, che arriva nel nostro paese ed è disoccupato, accetta invece di ricoprire quei ruoli che i giovani universitari quasi disdegniamo di esercitare. Non soffermandosi ulteriormente su questo primo punto, diventa interessante, invece, mettere in evidenza una questione che è emersa e che già si anticipava all’inizio: l’immagine che si ha del migrante. I due libri sembrano quasi mettere in discussione la raffigurazione diffusa del migrante come miserevole o minaccioso. Si provi a immaginare un migrante: si vede una persona che è obbligata a lasciare la propria terra per intraprendere un viaggio lunghissimo, rischiando la vita, in modo da arrivare in un paese “sicuro” dove poter trovare delle condizioni di vita migliori. Ma il problema di quest’immagine sta nel concetto di obbligatorietà a cui è associata. Per molti persone, il migrante è un poveretto che merita compassione a causa del viaggio che ha compiuto e dell’obbligo che l’ha portato ad abbandonare terra e famiglia. Un’interpretazione simile generalizza il vissuto di ogni singolo migrante, ponendolo in una dimensione di universalità: “Tutti i migranti sono uguali perché il loro percorso è bene o male lo stesso”. Questa concezione dimentica l’individuo singolo che si “nasconde” dietro al termine che  lo definisce. In secondo luogo, mettere la compassione in primo piano rende il migrante un oggetto dell’emotività: si prova pena e si semplifica la complessità dell’individuo che si ha di fronte. Il singolo migrante, però, non è una pedina: ha un valore e una profondità in quanto essere umano. Sicuramente si ritrova nell’urgenza di agire quando lascia il proprio paese; tuttavia, quest’urgenza non è frutto solo di obbligatorietà, ma anche di una scelta. Talvolta chi sostiene l’arrivo di migranti irregolari, nel rispondere a chi vorrebbe “remigrarli”, tende a celare questa soggettività per fare leva sul piano della tenerezza: “Sono persone che non hanno nulla, in balìa degli eventi, senza possibilità di scegliere”. Questa verità è parziale: la scelta c’è. Una persona, prima di decidere di imbarcarsi e mettere in pericolo la propria vita, pondera bene in che luogo spostarsi: per esempio nei giovani, come viene evidenziato nell’intervento, influisce spesso il sogno di un’Europa vista sui social. Il dibattito sull’immigrazione potrebbe spostarsi dal “sono obbligati a venire qui” allo “scelgono di venire qui, anche contro la loro volontà perché in condizioni sicure e stabili forse rimarrebbero sulla propria terra”. La dimensione della volontarietà non va nascosta perché scomoda, va anzi evidenziata: proprio in virtù di una scelta sono esseri umani e in quanto tali meritano di essere accolti nel paese che scelgono. Centro Sereno Regis
October 11, 2026
Pressenza
Ora e sempre R-Esistenze. Al via il Festival della nonviolenza e della resistenza civile
L’evento iniziale di Eirenefest Torino|Festival della Nonviolenza e della Resistenza Civile, VIII edizione 2026 si è svolto venerdì due ottobre presso la Sala Poli del Centro Studi Sereno Regis a partire dalle ore 1730. Alla tavola rotonda Ora e sempre R-esistenze, coordinata da Alessandra Algostino (costituzionalista, Università di Torino, Volere la luna) sono intervenuti Carlo Mezzalama (Fridays For Future), Claudio Borsello (Ultima Generazione), Riccardo Olivieri (Metamorfosi pedagogiche), Luca Mastrosimone (sociologo, Università di Torino) ed Eleonora Priori (ricercatrice precaria). Alessandra Algostino parte dalla centralità della violenza nel panorama internazionale a tutti i livelli; a partire dai conflitti attivi in cui la violenza è manifesta per arrivare al concetto di pace attraverso la forza centrale nell’impostazione strategica attuale dell’Unione Europea. Questa impostazione si ripercuote a cascata in tutti i contesti sociopolitici attraverso la militarizzazione delle democrazie e delle società, democrazie che diventano “campi di battaglia” per vincere il potere secondo una strabordante logica di guerra. Questa impostazione compatta i popoli ed espelle violentemente i divergenti; solo per citare alcuni esempi: guerra ai migranti, esternalizzazione delle frontiere, necropolitica, esercizio della sovranità che produce morte, guerra sperimentata verso i poveri, DIASPO urbano, criminalizzazione della solidarietà, negazione del diritto alla casa, guerra contro il dissenso, violenza contro la natura, violenza economica, sociale, politica, coloniale (es Palestina e migranti), l’uso del diritto come strumento di coercizione. Questo processo si può datare all’inizio di questo millennio con un punto di accelerazione nel 2001 (in Italia con la repressione di Genova 2001, nel mondo con la guerra al terrorismo). Occorre tornare ad altre parole, ridefinire i limiti del potere economico e politico; a questo scopo sono fondamentali azioni resistenza a tutti i livelli per invertire il processo. Coniugare le forma di resistenza nei diversi campi di azione diventa il filo conduttore per gli interventi degli altri relatori. Carlo Mezzalama racconta che Friday for Future nasce nel 2019 per evidenziare la crisi climatica in quanto urgenza che impone la necessità di agire; il limite di aumento delle temperature di 1.5 gradi fissato negli accordi di Parigi per il 2030 è stato superato, sostituire le sorgenti fossili è sempre più urgente, ma chi si oppone a questa necessità è forte e potente. In questa azione sono fondamentali due principi guida: la nonviolenza come approccio strategico, perché occorre mettere in difficoltà il sistema fossile sfruttando le sue debolezze e la forza non è una di queste, ed un’abitudine al conflitto, sfruttando tutte le situazioni conflittuali che il sistema genera. Claudio Borsello descrive le attività di Ultima Generazione attraverso tra parole chiave: nonviolenza, repressione, resistenza. Nell’azione sociale la nonviolenza paga, soprattutto se accompagnata da una formazione specifica per affrontare le situazioni di tensione che le azioni di disobbedienza civile (blocchi stradali, azioni dimostrative ecc.) possono provocare. La repressione è selettiva in base alle caratteristiche dei singoli attivisti (età, condizione sociale, contesto); alcuni reati, come il blocco stradale, sono stati reintrodotti per contrastare queste forme di disobbedienza civile. Non sempre però le nuove regole sono applicabili a livello giudiziario: su 100 processi a carico di attivisti di Ultima Generazione ci sono state 80 assoluzioni e due condanne. I nuovi decreti sicurezza ci hanno costretto a cambiare le forme di azione e lanciare campagne contro le banche armate e l’industria bellica che è nella sua totalità il quarto produttore mondiale di CO2. Un’altra strategia è quella di costruire comunità locali formate e la formazione di organizzatori. Riccardo Olivieri porta due esempi di progetti resistenti dal basso, il collettivo informale Metamorfosi Pedagogiche, nato nel maggio 2026 all’interno del festival Altri Mondi, altri modi e l’impianto Sportivo autogestito Regaldi a Barriera di Milano. Il collettivo Metamorfosi Pedagogiche nasce dal desiderio di un gruppo di insegnanti di pensare una scuola che non sia un progettificio a partire da una domanda semplice: cos’è il benessere a scuola? Per rispondere a questa domanda e sognare una scuola differente bisogna uscire dalle aule ed attivare una comunità educante orizzontale in cui i ragazzi abbiano un ruolo attivo. L’impianto sportivo autogestito Regaldi a Barriera di Milano, quartiere complesso di Torino, consente di fare attività sportiva a basso costo costruendo, attraverso lo sport, relazioni possibili tra culture diverse; Olivieri cita l’esempio dell’almanacco Popolarissimo che raccoglie le squadre di calcio popolari che si riconoscono in una approccio antirazzista, antisessista ed antifascista; il successo dell’almanacco è stato così oltre le aspettative che è stato necessario definire una seconda edizione per includere le squadre escluse nella prima edizione. Nel suo intervento Olivieri racconta anche delle conseguenze dello sgombero del centro sociale Askatasuna e della militarizzazione del quartiere Vanchiglia, soffermandosi su alcuni aspetti surreali: ad esempio sull’operazione di polizia spropositata per sgomberare sei ragazzi e due gatti e sulle reazioni scomposte all’articolo Vanchiglia come Belfast apparso sul Guardian qualche mese fa; senza dimenticare la risposta oceanica allo sgombero vista nei cortei di dicembre e gennaio che hanno riunito un attivismo carsico imprevedibile ed imprevisto come era già successo nelle manifestazioni di ottobre per la Palestina. Luca Mastro Simone si chiede come un sociologo possa intervenire sul tema delle r-esistenze e se lo chiedono quotidianamente i colleghi del suo gruppo di lavoro coordinato dal professor Dario Padoan che studiano nello specifico le questioni legate a guerra e cambiamento climatico. Nel 2025 abbiamo raggiunto il record di spesa militare mondiale di 2887 miliardi di dollari con un incremento del 41% negli ultimi dieci anni, incremento trainato soprattutto dall’Europa che ha aumentato la propria spesa del 104% nello stesso periodo raggiungendo gli 860 miliardi di dollari, cifra molto vicina a quanto speso dagli Stati Uniti. Queste cifre, che sono inimmaginabili, incidono nella nostra vita quotidiana e lo vediamo nelle nostre ricerche sul campo. Il legame tra guerra ed ecologia è piuttosto stretto tanto che alcuni autori parlano di ecologia di guerra parallelamente all’economia di guerra come presupposto per rendere possibile le guerre vere e proprie. Eleonora Priori, ricercatrice precaria, considera l’Università uno spazio da difendere perché crea anticorpi per r-esistere a tutte le brutture di cui si è parlato.  Due anni fa è nata l’Assemblea Precaria Universitaria come reazione al taglio dei fondi per l’università del 15% con una perdita di più di 20.000 posizioni (mille a Torino) e questi fondi sono stati spostati al riarmo, a dimostrazione ulteriore del legame tra destrutturazione del welfare ed aumento delle spese militari. L’assemblea nasce anche per opporsi all’atomizzazione e alla competizione esasperata dell’ambiente universitario e si avvale di tre pratiche di operative: ·         Definire un’idea di sciopero adatto all’ambiente universitario ·         Costruire un osservatorio sulla precarietà, recuperando ed organizzando i dati ·         Organizzare l’evento L’università che vogliamo il 15 ottobre prossimo Eirenefest Torino – Festival della Nonviolenza e della Resistenza Civile è una delle iniziative della quarta edizione della Marcia mondiale per la pace e la nonviolenza. Gli interventi dei vari relatori sono stati molto sintetizzati per esigenze editoriali. Si invita a vedere il video della conferenza per una descrizione più dettagliata. Giorgio Mancuso
October 6, 2026
Pressenza
Il legame di Castelnuovo Don Bosco con Sebastia in Cisgiordania
Lo storico Ilan Pappé definisce Gaza e la Cisgiordania “le due più grandi prigioni del mondo”. La prima, la Striscia di Gaza, dopo il 7 ottobre 2023 è stata praticamente rasa al suolo. Secondo il progetto Tech for Palestine dopo 1075 giorni da quel drammatico giorno di ottobre nella Striscia di Gaza si sono registrate 74.712 persone uccise, di queste una su 4 è un minore. Nove edifici su dieci sono stati distrutti, il risultato sono circa 61 milioni di tonnellate di macerie che richiederanno anni per essere smaltite. L’inquinamento prodotto è inimmaginabile e sotto quelle macerie potrebbero essere ritrovati ulteriori morti. In Cisgiordania invece, la seconda delle due prigioni, cosa sta avvenendo? Le notizie che arrivano sulla stampa tradizionale sottolineano spesso un aumento delle violenze perpetrate dai coloni ai danni della popolazione palestinese nella zona. Un aumento di violenza riconosciuto anche dall’Onu che nell’ Humanitarian Situation Report del 31 luglio 2026 scrive: “Questi incidenti si sono verificati in un contesto di crescente violenza legata ai coloni che colpisce le comunità palestinesi in tutto il West Bank”. Ma cosa vuol dire tutto questo nel concreto? Cosa sta accadendo? Abbiamo chiesto a Peter Greenwood dell’associazione Castelnuovo per la Palestina, di aiutarci a capire meglio la situazione. Tramite Peter è stato possibile ascoltare il racconto diretto di Abu Yasser ex sindaco di Sebastia, un piccolo comune situato sulla collina di Nablus, nella zona C. Cosa significa zona C? Tutta la Cisgiordania è suddivisa in zone di controllo, A, B e C. La A completamente palestinese, la C israeliana e la B con amministrazione congiunta che vuol dire guidata da Israele perché l’ANP ne è subordinata, motivo per cui è detestata da molti palestinesi. Sebastia vive preminentemente di agricoltura, in particolare olivicoltura, ma qui si trova anche un’area archeologica di grandissima importanza tanto da essere stata recentemente riconosciuta dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”. La stessa area è stata però inserita anche nella lista del Patrimonio Mondiale in pericolo, e il motivo non è difficile da immaginare. Sono tante le similitudini che Peter sottolinea tra Sebastia e Castelnuovo Don Bosco: sono entrambi piccoli comuni, hanno entrambi una vocazione agricola e una sentita storia religiosa. A Sebastia infatti ha trovato sepoltura San Giovanni, mentre Castelnuovo è il paese natale di Don Bosco ma anche di Domenico Savio, Giuseppe Allamano e Giuseppe Cafasso. Però, come giustamente sottolinea Peter: “Tantissime similitudini superficiali… però la vita quotidiana per i cittadini di Sebastia non potrebbe essere più diversa…“ Castelnuovo per la Palestina collabora con Hafsa, un’associazione del Regno Unito che opera da più di un decennio per sostenere amicizia, aiuto e sostegno alla popolazione di Sebastia. Insieme organizzano mensilmente un collegamento diretto con Abu Yaser, l’ex sindaco di Sebastia, che racconta quanto lui e i suoi concittadini stanno vivendo e, soprattutto, di cosa hanno bisogno. Da qui si attiva una fattiva rete di solidarietà che possa rispondere, in parte almeno, a questi bisogni. Agli inizi del mese, ad esempio sono stati inviati fondi destinati all’acquisto del materiale scolastico – la scuola è stata riaperta il 6 settembre – in precedenza invece contribuirono alle spese per semi e piantine, rese di difficile reperibilità a causa dell’aumento delle aggressioni dei coloni. Quelle riportate sono testimonianze dirette di Abu Yaser riferite al mese di settembre: “Cari amici, volevo solo farvi sapere cosa succede qui stasera. Le forze israeliane stanno attualmente facendo irruzione a Sebastia, andando di casa in casa ed effettuando arresti. Il numero delle persone detenute è ancora in aumento e il raid non è ancora terminato.” “È una notte molto tesa e spaventosa per noi. Per ora sono al sicuro, ma è difficile vedere che ciò accada di nuovo nel nostro villaggio. Volevo solo condividerlo con voi e farvi sapere cosa stiamo passando”. “Le forze israeliane sono ancora nel villaggio. Hanno arrestato più di 50 persone e le stanno interrogando. Alcuni sono stati rilasciati, ma molti sono ancora detenuti. La situazione è in corso e rimane molto tesa” “Oggi le forze di occupazione israeliane sono entrate nel villaggio e hanno raggiunto il centro cittadino. Hanno alzato le armi contro le auto che cercavano di passare e hanno trattenuto alcuni uomini per un certo periodo di tempo. Non sono riuscito nemmeno a raggiungere il centro del villaggio, anche se dista solo circa cinque minuti a piedi da casa mia. Tutto si è fermato per circa due ore. Poi i soldati si sono ritirati e la vita è tornata gradualmente alla normalità.” “Come ho già detto, a causa della situazione attuale, le scuole normalmente funzionano solo tre giorni alla settimana. Oggi avrebbe dovuto essere uno dei giorni senza scuola, ma a Sabastiya, Burqa e Bazariya le scuole hanno deciso di tenere invece le lezioni oggi, perché ci sono state segnalazioni di coloni che si sarebbero radunati e avrebbero pianificato marce nella zona domani.” E comunque: “Nonostante fosse giorno di scuola, questa mattina le forze di occupazione israeliane sono entrate a Sabastiya. “C’era una giornata medica alla clinica di Sabastiya e molte delle persone presenti erano anziane. I soldati hanno raggiunto il centro del villaggio, e per qualche tempo hanno impedito il passaggio di persone e veicoli. Nello stesso momento, Samah e il suo team di lavoro si stavano recando a scuola. I soldati hanno alzato le armi verso di lei e le hanno ordinato di tornare indietro e di non continuare. Per noi queste cose sono diventate parte della vita quotidiana. Una visita alla clinica, andare al lavoro o semplicemente attraversare il villaggio in auto possono essere interrotti all’improvviso.” “Una giornata normale inizia come tutte le altre — ci svegliamo e ci prepariamo per andare al lavoro. Ma prima di uscire di casa, dobbiamo verificare se i posti di blocco e i cancelli sono aperti e se è sicuro passare. A volte il posto che devo raggiungere è a soli cinque o dieci minuti da casa mia, ma prima devo comunque verificare la situazione” La quotidianità descritta da Abu Yaser è una lenta tortura da parte di un potere che pretende la completa discrezionalità, piomba sulle teste della popolazione con una violenza capricciosa – a volte sono i coloni che aggrediscono, umiliano, incendiano, a volte sono i militari stessi che possono anche arrestare e trattenere chi decidono di arrestare e trattenere. Con le parole di Abu Yasser: “Lavoriamo, andiamo nella nostra terra, ci prendiamo cura delle nostre famiglie, incontriamo amici e vicini e cerchiamo di goderci le cose semplici della vita. Ma i nostri piani possono cambiare in qualsiasi momento a causa di un posto di blocco, di una strada chiusa, di un raid militare o della presenza di soldati o coloni. C’è sempre incertezza sulla possibilità di muoverci liberamente e su cosa potrebbe portare il domani.” Questa situazione parte da lontano, come scrive Pappé nel libro gia citato: “Furono costruiti centinaia di posti di blocco tra le aree A, B, C tra il nord e il sud della Striscia tra i territori Occupati e Israele… Le forze israeliane non avevano remore a violare i diritti fondamentali dei palestinesi e ad abusare dei diritti civili senza alcun motivo… Una vita normale era impossibile, tutto dipendeva dai capricci dei soldati di turno quel giorno al posto di blocco.” Parte da lontano quindi ma Abu Yaser conferma che questa violenza è recentemente aumentata, rendendo tutto più fragile e instabile. Ma come si affronta la durezza di questa situazione? Dove si trova la forza per farlo? Probabilmente una delle parole chiave per comprenderlo, o almeno provarci, è la parola Sumud. Il termine è entrato recentemente nel nostro linguaggio, anche grazie all’attivismo della Global Sumud Flotilla, ma cosa significa con precisione? Chi meglio di Abu Yaser può aiutarci a capire il senso di questa parola? Questa è la sua spiegazione: “Per me sumud significa restare sulla mia terra e a casa mia nonostante le difficoltà, l’oppressione e le difficili circostanze finanziarie che affrontiamo. Anche quando altrove potrebbero esserci opportunità migliori, scegliamo di restare. Questa è la nostra casa, la nostra terra e la nostra storia. Sumud significa continuare a vivere e mantenere la propria terra e la propria comunità nonostante la paura e l’incertezza. A volte, semplicemente continuare con la propria vita è di per sé un atto di sumud. Restiamo perché ci rifiutiamo di andarcene e ci rifiutiamo di lasciare che l’occupazione decida il nostro futuro per noi“. L’ulivo, uno dei simboli di questa terra e di questa resistenza è, suo malgrado, testimone silenzioso di quanto avviene qui da anni, di questo “movimento coloniale insediativo” messo in pratica da anni e che continua incessantemente. Non per nulla molti degli attacchi dei coloni avvengono ai danni di questi meravigliosi alberi, e non per nulla l’attività principale del paese è la coltivazione degli ulivi e momento cardine ne è la raccolta, che al momento non è ancora iniziata. “Di solito iniziamo intorno a ottobre, anche se il momento esatto dipende dal tempo e da come sono maturate le olive. La raccolta solitamente continua per tutto ottobre e novembre. Per noi la raccolta delle olive è molto più di un semplice lavoro agricolo. È un momento speciale in cui le famiglie si riuniscono, trascorrono lunghe giornate sulla loro terra e condividono il lavoro con parenti e vicini. È una parte importante della vita e del nostro legame con la terra.” Per sostenere l’attività dell’associazione è possibile visitare la pagina instagram oppure partecipare alla presentazione che terranno il 4 ottobre ad Asti durante la festa dei popoli. Alcuni video di Abu Yaser che documentano quanto sta avvenendo sono disponibili qui: Sara Panarella
September 22, 2026
Pressenza
CPR, la cura sotto accusa
L’inchiesta che ha coinvolto oltre venti medici impegnati nei CPR ha riportato al centro del dibattito il ruolo della medicina nei luoghi della detenzione amministrativa. Come abbiamo raccontato, al centro della vicenda non c’è soltanto la contestazione di presunti reati, ma una questione più profonda: quale autonomia può avere la pratica medica quando la certificazione sanitaria diventa un passaggio necessario per rendere possibile il trattenimento? Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA CPR COME “MALATTIA SOCIALE”, L’ATTACCO AI MEDICI E ALLA CURA L’indagine-teorema di Ravenna sposta l'attenzione dal sistema della detenzione amministrativa a chi il sistema lo contesta Redazione 18 Settembre 2026 La campagna promossa dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (S.I.M.M.) 1 e ha sollevato da tempo una questione altrettanto centrale: se la detenzione amministrativa e i CPR sono luoghi che producono sofferenza e hanno effetti sulla salute, che cosa significa dichiarare una persona «idonea» alla permanenza al loro interno? 2 È da qui che parte la conversazione tra l’avvocato Arturo Raffaele Covella e il dottor Nicola Cocco (disponibile anche video), tra i promotori della campagna della SIMM sulle certificazioni di idoneità 3. Dalla campagna all’inchiesta sui medici, il nodo è uno: «Non si può chiedere alla medicina di diventare un bollino per una procedura di polizia». Una riflessione sulla patogenicità della detenzione amministrativa, sull’autonomia della professione medica e sul significato della cura dentro i CPR. E proprio alla fine della conversazione, Nicola Cocco ha voluto aggiungere una cosa: un ringraziamento per le mobilitazioni e per la rete di solidarietà che si è attivata attorno ai medici coinvolti nell’inchiesta. Un messaggio che restituisce anche il senso collettivo di una mobilitazione che, in queste giorni, ha attraversato associazioni, professionisti, realtà sociali e singole persone. Le interviste di Radio Melting Pot CPR, la cura sotto accusa. Intervista al Dott. Nicola Cocco Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:30:27 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:30:27 | Registrato il 21 Settembre 2026 PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Buonasera, siamo con il dottor Nicola Cocco, che ringrazio perchè ha accettato questo invito. Non ci accingiamo a fare un’intervista ma una chiacchierata tra due amici e tra due persone che conoscono le vicende dei CPR, i problemi dei CPR e quindi masticano un po’ la materia. Innanzitutto, Nicola, ti volevo chiedere, anche alla luce di tutto quello che è successo: come stai? Nicola Cocco: Sì, ti ringrazio. Allora, io sto bene anche se questa situazione è di una pressione veramente significativa, sia per il significato stesso della denuncia, perché, insomma, l’associazione a delinquere è un reato grave, sia per una ragione di carattere culturale, della percezione, proprio da parte mia. Perché io sono come te, insomma, siamo cresciuti negli anni ’90: per noi l’associazione a delinquere era la criminalità organizzata. Beh, adesso trovarsi accusato di questa cosa chiaramente fa soffrire. Soprattutto mi fa spaventare per ciò che questo significa nell’atmosfera culturale e politica del nostro Paese. Però sto bene, come puoi vedere: non sono dimagrito, non sono sciupato. E la mia preoccupazione ovviamente è legata alla mia situazione familiare, che ovviamente viene toccata da un’indagine di questo impatto. Come ho detto dall’inizio, io non ho nulla da nascondere, così come nulla da nascondere ha la nostra campagna, e andremo avanti a fare quello che stavamo facendo. PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Mi fa piacere vedere che, insomma, anche l’ironia è rimasta intatta. Senti, noi ci siamo visti di persona il 18 agosto, quando abbiamo partecipato a un convegno organizzato dalla diocesi a Melfi sui CPR. In quell’occasione abbiamo avuto modo di scambiare due battute proprio sulle indagini che erano in corso a Ravenna 4.Ti saresti aspettato che da lì a poco sarebbe successo tutto questo trambusto e di trovarti in questa situazione? Nicola Cocco: Allora, io mi aspettavo la perquisizione. Questa me l’aspettavo già da febbraio. L’avevo detto anche pubblicamente, l’avevo detto in televisione. Lo mettevo in conto proprio perché sapevo che uno degli aspetti cardine di quell’indagine è proprio la campagna che noi abbiamo fatto partire. Non mi aspettavo l’accusa di associazione a delinquere, questo non me l’aspettavo. E non me l’aspettavo in questi tempi, nel senso che io, prima dell’estate, mi sono detto: “Vabbè, può essere che non vengano più a fare questa perquisizione“, perché ormai i materiali sono talmente diffusi, talmente, diciamo, condivisi, che hanno quello di cui avevano bisogno. Considera che la stragrande maggioranza delle cose erano già pubbliche. Quindi, figurati, non mi aspettavo questa cosa. A proposito dell’incontro di Melfi, vorrei ricollegare a quell’incontro e a quella chiacchierata che avevamo fatto, vorrei evidenziare come è paradossale che ciò che porta al grande bailamme mediatico è la questione della criminalizzazione dei medici. Noi eravamo lì a parlare in un incontro che era già organizzato, ma ricordiamoci che pochi giorni prima era morta una persona nel CPR di Palazzo San Gervasio. Arturo Raffaele Covella: Certo. Nicola Cocco: E noi ci eravamo incontrati proprio per parlare di come è possibile, ad esempio, che in quello specifico CPR ci sia una mortalità da CPR così alta e di quali sono le caratteristiche che portano a questo problema. Quindi, vedi come tutto si ricollega: il faro mediatico è sulla criminalizzazione dei medici, adesso hanno anche un capo dell’associazione a delinquere, quindi figurati. Però intanto le persone, anche quest’estate, sono morte. E questo, secondo me, è molto grave. Arturo Raffaele Covella: Allora, stavamo parlando appunto di quell’incontro del 18 agosto e tu, insomma, hai fatto riferimento alla campagna, la famosa campagna che la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni porta avanti ormai da diversi anni, perché non è una cosa di queste settimane o di questi anni. Nicola Cocco: Da due anni. Arturo Raffaele Covella: Possiamo cercare di inquadrare meglio questa campagna e di spiegare meglio ai non addetti ai lavori in che cosa consiste? Nicola Cocco: Sì. Per capire questa campagna bisogna partire dal concetto della patogenicità della detenzione amministrativa e dei CPR. In questi anni si sono raccolte a livello internazionale numerose evidenze scientifiche, cioè articoli scientifici che sono stati fatti in diversi paesi a livello globale, oltre che europei, che sottolineano che la detenzione amministrativa in generale, quindi la privazione della libertà non in ambito penitenziario per aver commesso un reato, ma nelle procedure di rimpatrio forzato, di espulsione, di deportazione – ecco, per chiarire – questo tipo di privazione della libertà è patogeno. Nello specifico, in Italia, i luoghi dove tale privazione della libertà viene messa in atto, che sono i centri di permanenza per il rimpatrio, i CPR, hanno delle caratteristiche di patogenicità ulteriormente aggravate dal degrado, dalla violenza e da tutta una serie di elementi che sono emersi, per esempio, grazie a dei report che sono stati scritti sia dal Garante Nazionale, dall’ufficio di Mauro Palma, sia dei report indipendenti del TAI, della CILD, di parlamentari e quant’altro. Avendo quindi l’evidenza della patogenicità del CPR, si pone un problema quando si tratta di definire idonea, dal punto di vista sanitario, una persona da mandare nel CPR. Questo nello specifico perché la direttiva del Ministero dell’Interno del 19 maggio 1922, la direttiva Lamorgese 5, che tra l’altro non è una legge, è una direttiva – e questo penso che abbia anche un peso in tutto ciò di cui stiamo parlando – dice chiaramente che le persone, per poter essere condotte nel CPR, devono essere valutate da un medico del sistema sanitario nazionale per escludere tutto un ventaglio di problematiche sanitarie, che vanno dalle malattie infettive alle malattie cronico-degenerative, alle patologie psichiatriche, addirittura alle vulnerabilità sociali, che presuppongono un approccio in ambito sanitario. Si dice, olistico: dovresti avere la possibilità di fare una valutazione a 360 gradi della persona. Questo nella realtà non succede praticamente mai, non succedeva e non succede praticamente mai, eppure il 99% di queste valutazioni di idoneità, erano positive e continuano ad essere positive, anche se adesso sembra che di non idonei chissà quanti ne sono. Cioè, il 99% delle richieste di idoneità si traduce in un’idoneità, un po’ come nel discorso della convalida da parte dei giudici di pace. Dall’altra, questa idoneità è data escludendo molto spesso solo le problematiche infettive e contagiose, quindi senza applicare quell’approccio olistico richiesto. Rispetto a questa situazione, alcuni medici hanno cominciato a fare emergere un dilemma etico e deontologico e a porsi alcune domande.  Uno: il tipo di visita che mi viene richiesta è una visita reale che garantisce la tutela e la salute delle persone, anche di quelle che hanno vulnerabilità? Due: se il CPR è un luogo patogeno, e ce ne sono le evidenze, io come faccio a dichiarare idonea una persona, fosse anche sana, a un luogo patogeno? Da questo dilemma, insomma, da questo nodo etico, anche politico ovviamente, è nata questa campagna, che era rivolta sia ai medici certificatori, ma anche a studenti di medicina, agli infermieri, ai professionisti non sanitari, dove noi portavamo le evidenze della patogenicità ai vari livelli: ai livelli di pubblicazioni scientifiche, pubblicazioni di letteratura grigia, quindi le reportistiche, e poi quello di cui non ne frega niente a nessuno, ma che per quanto mi riguarda è l’aspetto più pregnante: le testimonianze dirette che noi riceviamo ogni giorno o che abbiamo incontrato all’interno del CPR. Però questo discorso della testimonianza è stato del tutto cancellato nel nostro panorama. Cioè, vale di più – lo dico sempre – sul Corriere della Sera che la testimonianza di uno che è stato nel CPR. Questa sarebbe una ulteriore riflessione da fare. E in più con la campagna sono state avanzate anche delle criticità deontologiche, etiche, legali, che avevamo approfondito con bioeticisti, con una professoressa di filosofia del diritto, e che avevamo condensato in una famosa bozza che viene oggi spesso tacciata di essere un prestampato per fare le certificazioni false. Si trattava, in realtà, di una sorta di esempio, di un facsimile, in cui raccoglievamo – ovviamente uno doveva scrivere le problematiche di salute – e in fondo abbiamo raccolto gli articoli del codice deontologico che, dal nostro punto di vista, sono critici per il CPR, in particolare per la valutazione di idoneità, la legge sul consenso informato, perché ricordiamo che nessuna persona migrante firma un consenso informato per questo tipo di valutazione, e poi altre considerazioni: l’assenza della mediazione culturale, il fatto che non sappiamo come vengano utilizzati i dati sanitari che vengono raccolti. Ecco, questo è il cuore della campagna: quindi la condivisione delle evidenze della patogenicità, le criticità dell’idoneità e poi, chiaramente, delle considerazioni di tipo politico, che è quello che io sto dicendo anche apertamente. Nel senso, io non andavo dai medici a dire “dovete dare l’idoneità“, però sicuramente mi sarà capitato di dire: “Guarda, per me, considerate come quelli sono dei posti, quello è un dispositivo patogeno; per me nessuno può essere considerato idoneo a stare in quel luogo, perché non è idoneo il dispositivo“. È un reato dire queste cose? A me risulta difficile, o meglio, a me spaventa che ci troviamo in una situazione in cui questo può essere tacciato come un reato. Ovviamente poi, se vuoi, approfondiamo qual è il reato che viene contestato, il falso ideologico, però sui giornali oggi viene criminalizzata questa posizione. Non solo sui giornali viene criminalizzata questa posizione. PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Io sinceramente preferisco evitare gli aspetti relativi all’indagine, per approfondire più questo aspetto dell’idoneità, non idoneità, che credo sia il grosso discrimine, che è anche più difficile per l’opinione pubblica riuscire ad intendere. Adesso, proprio in base a quello che tu mi dici, io mi trovo sotto gli occhi una certificazione di idoneità,ed anche le certificazioni di idoneità che vengono fatte sono prestampate, appunto, e mi trovo un prestampato compilato, dove c’è il nome e il cognome del dottore, la dottoressa che l’ha rilasciato, il nome e il cognome con tutti i dati, diciamo, dello straniero che è stato sottoposto a visita. E qui sostanzialmente c’è una crocetta su una frase già scritta, nella quale c’è scritto: “non presenta evidenza di patologie che rendono incompatibile l’ingresso e la permanenza in comunità ristretta“, data, luogo e firma con il timbro del medico. Appunto, in base a quello che ci dicevamo prima, questo certificato di idoneità è regolare? Nicola Cocco: Mi verrebbe da dire che quello è un falso, nel senso che quello è più che un certificato, è un nulla osta, se ci pensi. Quello è un nulla osta della pubblica sicurezza che chiede al medico di escludere che la persona possa avere una problematica specifica pericolosa in quel momento. Ecco, per dire, in realtà la valutazione di idoneità, così come è sancita dalla direttiva Lamorgese, ma poi come dovrebbe essere dal punto di vista deontologico, dovrebbe essere, in primo luogo, non fatta con un prestampato, dovrebbe indagare tutte le dimensioni di salute previste dall’articolo 3 della direttiva Lamorgese 6, quanto meno, dovrebbe possibilmente essere fatta con la presenza di un mediatore culturale, dovrebbe avere il consenso della persona scritto, perché ricordiamoci che questi possono rifiutare di farsi fare la valutazione. E quello che aggiungiamo noi con la campagna, e questo è un di più, chiaramente, però che interroga la coscienza del medico che deve agire in scienza e coscienza, è considerare la patogenicità del CPR. Quello invece, come puoi vedere, è appiattito sul fatto di semplicemente mettere una firma per poter procedere burocraticamente al trattenimento ed eventualmente all’espulsione della persona migrante. PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Sì, aggiungo, a tutto quello che già hai detto, che poi questa documentazione confluisce nel fascicolo che deve essere valutato del giudice in sede di convalida, e mi chiedo il giudice che cosa può valutare alla luce di questo tipo di prestampato? Nicola Cocco: Considera che all’inizio della campagna, in molti dei fascicoli che noi trovavamo nei CPR quando facevamo gli accessi, quindi sto parlando del 2022, soprattutto durante il 2022, in molti non c’era la valutazione di idoneità. Quindi figurati come era sottovalutato questo aspetto della tutela della salute. Cioè, al centro di questo procedimento non c’è mai stata la tutela della salute, ma la necessità, dal punto di vista del governo, di portare le persone nei CPR. Non si può chiedere ai medici di assolvere passivamente a questo tipo di procedura burocratica, perché dal punto di vista deontologico significherebbe svilire la professione e non curare. Cioè, quel tipo di valutazione di idoneità che hai letto tu non si configura in un procedimento, in un processo di cura. Non porta, per esempio, a fare emergere delle problematiche di presa in carico. Serve semplicemente a dare un bollino per una procedura di polizia. Arturo Raffaele Covella: Sì, a proposito del bollino delle procedure, del fatto che poi sostanzialmente tutto si risolve in un meccanismo perverso che si basa sui numeri. Perché noi sappiamo benissimo che l’esigenza delle questure è quella di produrre dei numeri, perché poi, a fine anno, i numeri che le questure producono finiscono nei report del ministero. PH: Autrici varie (Presidio a Bari, 21 settembre 2026) Quindi bisogna dimostrare che i CPR funzionano, che le espulsioni funzionano, che le politiche securitarie funzionano. Però, insomma, un grosso dibattito riguarda il fatto che i certificati di non-idoneità rilasciati, in base a quello schema che voi avete predisposto, o comunque non rilasciati da una serie di medici che sono stati posti sotto la lente di ingrandimento, sarebbero dei falsi. E io mi chiedo: ma invece i certificati di idoneità che sono stati rilasciati e che poi sono stati smentiti da altri medici o dai giudici, con una successiva dichiarazione di inidoneità, sono da considerare falsi o semplicemente ci troviamo davanti a valutazioni mediche di tipo differente? Nicola Cocco: No, ci troviamo a valutazioni giuridiche e propagandistiche di tipo differente, perché sono due pesi e due misure. È ovvio che le valutazioni di idoneità di persone che dopo pochi giorni o dopo un paio di settimane presentano problemi di salute, si tagliano, fanno tentativi di suicidio, si suicidano, muoiono. Ricordiamoci che per alcune delle persone di cui abbiamo discusso tante volte hanno perso la vita e avevano dei certificati di idoneità. Ousmane Sylla aveva un certificato di idoneità per cui era considerato idoneo. Ousmane Sylla è un caso molto importante da questo punto di vista perché aveva un primo certificato di idoneità, poi aveva una relazione della stessa psicologa del CPR siciliano in cui si trovava, non mi ricordo qual era, se era Caltanissetta, che diceva che questo ha problemi di salute mentale, sta crollando sostanzialmente, e quando è andato nel CPR di Roma è stato semplicemente ribadito il certificato di idoneità. Non è stata presa in carico quella segnalazione e Ousmane Syllasi è suicidato poche settimane dopo. Però nessuno è andato a fare delle indagini su quei certificati di idoneità che si configurano come – io non dico che sono dei falsi – si configurano come dei certificati dal punto di vista clinico sbagliati, che non hanno saputo tutelare delle persone vulnerabili, vulnerabilizzati ulteriormente poi dal CPR. Una delle cose che sta emergendo e che, secondo me, può essere un po’ utile da evidenziare è che il concetto di falso stesso è fortemente inficiato dalla propaganda in questa storia.Perché una cosa è dire – poi su questo tu sei avvocato – una cosa è dire che, ad esempio, in un certificato, invece di parlare di Ahmed, parli Ismael e quindi per favorire Ismael rispetto ad Ahmed con una certificazione. Quello è evidentemente un falso ideologico. Ma se tu invece scrivi una patologia, poi magari c’è un errore di presa in carico di quella patologia. Tu scrivi scabbia, non dai poi il farmaco per la scabbia: questo è per fare un esempio dei certificati di Ravenna. Ma quello non è un falso, è un errore. È un errore medico, puoi far partire una denuncia per imperizia, per negligenza, per tutto quello che vuoi, ma non è un falso. E siccome tutta questa storia ruota intorno all’utilizzo strumentale del termine falso, falso ideologico, secondo me è importante sottolineare questo aspetto, perché in questo sì c’è un forte attacco all’autonomia medica. Perché allora, se io scrivo un certificato in qualsiasi ambito, nell’ambito assicurativo, nell’ambito della medicina penitenziaria, io scrivo un certificato e devo aver paura che ci sia una strumentalizzazione ideologica in base a quel referto che faccio, diventa molto pericolosa questa situazione che si viene a creare. PH: Autrici varie (Presidio a Bari, 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Io sono rimasto anche molto colpito dalle tempistiche, perché ragionando un po’ sulla situazione riflettevo su questo. Da un lato, la campagna che voi avete portato avanti, che ha fatto emergere tutte queste problematiche di tipo sanitario rispetto alle certificazioni di idoneità, unitamente poi a tutte le altre problematiche uscite fuori con i vari report del Garante nazionale, della Commissione contro la tortura, dei vari accessi che ci sono stati da parte di associazioni, quindi, diciamo, sulle condizioni reali dei singoli CPR. Dall’altro lato, le azioni portate avanti, ad esempio, da ASGI, dal punto di vista giudiziario, che hanno messo in discussione i capitolati di appalto proprio sull’aspetto sanitario, quindi la gestione proprio sanitaria costruita dal ministero rispetto ai singoli CPR. Quindi, diciamo, l’idea che mi sono fatto è che la “questione sanitaria” rappresenta un po’ il tallone d’Achille appunto di questo sistema della detenzione amministrativa e dei CPR, e quindi, questa indagine, mi viene da dire, può essere un po’ la reazione rispetto a questa forte azione di pressione su questo aspetto, considerando anche che, insomma, in questi mesi il ministero deve adeguare, deve fare un’analisi di tutti i CPR alla luce di quella che è la sentenza del Consiglio di Stato ultima e quindi, diciamo, deve mettere una pezza a quella che è la situazione, diciamo, proprio dal punto di vista sanitario. Si tratta di una mia interpretazione, diciamo, faziosa e malevola, oppure anche tu ci vedi un qualcosa del genere? Nicola Cocco: Ma allora, gli anelli deboli del sistema dei CPR sono il discorso della legittimità legale, non della legittimità, come dire, dell’esistenza dei CPR, perché quelle previste dalla legge, ma di come funziona la tutela legale all’interno del CPR e questo, lo sai meglio di me, ha delle forti carenze. E poi probabilmente l’anello più debole è legato al fatto che, trattandosi di un luogo che nasce, che è strutturato per far soffrire le persone, per dare anche un esempio propagandistico, visto che non funziona come strumento di rimpatrio – perché se funzionasse come strumento di rimpatrio le critiche potrebbero essere altre – ma il problema è che, dal momento che non c’è quell’efficienza di cui si parla tanto, diventano dei luoghi puramente detentivi e quindi anche con un aspetto di deterrenza nei confronti dell’immigrazione. E quello della salute è chiaramente un nodo, perché gestire i corpi è costoso, è dispendioso. Non per niente bisogna rispondere non solo alla nostra Costituzione, ma anche a carte internazionali, cose che sono state tutte completamente dimenticate. È bastato poi un’analisi del capitolato per far emergere delle grosse carenze. Quello che a me spaventa, tu lo sai, ho una posizione netta e radicale su questo, è che quelle carenze formalmente possono anche essere sistemate sostanzialmente con un investimento, con una diversa organizzazione, ma ciò non curerà i CPR. Anche se ci saranno i vari dispositivi per poter dire, appunto, il piano antisuicidario, la presenza di psichiatri o quant’altro, tu lo puoi anche imbellettare il CPR, ma non ne toglierai la patogenicità. Questo, ancora una volta lo ricavo dalla letteratura scientifica. Gli Immigration Detention Center di altri paesi, in particolare del Nord Europa, che hanno già quelle cose a posto, comunque producono sofferenza, producono autolesionismo, producono morte. Quindi sì, la tempistica la vedo anch’io, chiaramente, perché questi devono dare una risposta alla richiesta di ASGI per il capitolato, però questo mi porterebbe anche a dare per assodato che questa indagine lavora per il Ministero dell’Interno. Io ne sono convinto, però c’è anche il rispetto nei confronti della magistratura che porta a dire che si stanno muovendo indipendentemente. È chiaro che si tratta di un qualcosa che mira a intimidire i medici, perché non si potranno fare, almeno per ora spero, non si potranno portare avanti delle procedure burocratiche di polizia nei confronti delle persone migranti, inclusa l’applicazione del patto europeo. Non le puoi fare senza prendere in considerazione la salute, perché andresti a ledere in maniera talmente evidente la dignità delle persone che veramente ci ritroveremo ai tempi del nazismo. Però questo significa dare un potere decisionale a delle figure esterne al processo burocratico di polizia, che sono i medici. Delle due l’una: o quei medici devono essere parte del procedimento, e penso, ad esempio, al ruolo che si sta configurando per la Croce Rossa nelle procedure accelerate di frontiera, oppure, se si permettono di far emergere dei bug del sistema o di criticare il sistema stesso, vengono criminalizzati. È chiaro che è un orologio che funziona. Arturo Raffaele Covella: Un’ultimissima domanda. Penso che siamo stati chiari nel delineare un po’ la situazione, però un’ultima domanda te la voglio fare rispetto a una frase che tu hai detto nel corso di un’intervista, che ha suscitato un po’ di critiche. Nel rispondere ad una domanda, hai detto: “No, io non rilascerei mai un certificato di idoneità“. Io conosco il tuo pensiero, so che alla base di questa frase c’è un pensiero più articolato, ma vuoi provare a spiegare un attimo a chi ti ascolta il perché di questa affermazione? Nicola Cocco: Sì, perché è la diretta e coerente conseguenza dell’analisi fatta sulla patogenicità di questi dispositivi. La detenzione amministrativa è un dispositivo patogeno? Sì o no? Io ho gli elementi per dire di sì. Dall’altro lato, non vedo altri medici o altri esperti con la mole di ricerche che ho io che vengono e mi dicono: “No, guarda, ti stai sbagliando, sono dei luoghi che fanno bene alla salute“, per paradosso. Quindi, fatta questa considerazione e considerato che l’articolo 32 del codice deontologico dice che il medico deve proteggere le persone, in particolare se vulnerabili, da contesti che ne mettono a repentaglio la salute, la dignità e la vita, ecco, in coerenza con questi due aspetti io non considererei nessuno idoneo al CPR. Questo è il significato di quella frase ed è il significato profondo della riflessione della campagna. Questo non vuol dire che noi andiamo dai medici a dire: “Dovete fare così, dovete fare cos’altro, dovete usare il nostro modulo“. No, noi sollecitiamo questo tipo di riflessione. Personalmente, se mi capitasse – e non mi capita per il lavoro che faccio – giustificando con questi aspetti direi che nessuno è idoneo al CPR. Però, a quel punto, non penso che, anche nell’ottica di un governo fascistissimo che dice “No, questa posizione è inaccettabile, non mi fai fare certificazioni“, ma non che mi accusi o mi criminalizzi dicendo che stai facendo dei reati. A me sembra che sia molto chiara la motivazione. Arturo Raffaele Covella: No, no, certo, certo, è chiarissimo. Però, insomma, ci tenevo che fossi tu stesso a farla questa precisazione. Nicola Cocco: Hai fatto bene, anche perché su questa cosa si è scatenato, si sono scatenate proprio – secondo me questa è una di quelle cose che potrebbe portare uno pure a pigliarmi e a darmi un cartone per strada, per dire. Arturo Raffaele Covella: Senti Nicola, io ti ringrazio per la disponibilità. Sei  stato come sempre gentilissimo, anche perché immagino che il momento non è semplice, quindi trovare il tempo anche per spiegare le tue ragioni è per noi importantissimo. Grazie mille. Nicola Cocco: Grazie a te. 1. La campagna è stata promossa anche da Asgi e Mai più lager – No Cpr ↩︎ 2. Inidoneità alla vita nel CPR: appello ai medici. Necessaria la presa di coscienza (1 marzo 2024) ↩︎ 3. Appello per una campagna di presa di coscienza dei medici sulla certificazione di idoneità delle persone migranti alla vita nei CPR (19 gennaio 2024) ↩︎ 4. La cura non è un reato, S.I.M.M. ↩︎ 5. La direttiva del 19 maggio 2022 (nota come direttiva Lamorgese, dal nome dell’allora Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese) stabilisce i criteri per l’organizzazione, la gestione e il funzionamento dei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR) ↩︎ 6. L’articolo 3 della Direttiva Lamorgese (Direttiva del Ministro dell’Interno del 19 maggio 2022, recante i criteri per l’organizzazione e la gestione dei Centri di Permanenza per i Rimpatri – CPR) disciplina i requisiti sanitari e le procedure di screening medico per l’ingresso degli stranieri nelle strutture di trattenimento. ↩︎
September 22, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Milano, oltre 15 mesi di presenza in piazza a fianco del popolo palestinese (video)
16 Settembre, 15 mesi dopo quel 16 giungo 2025 in cui si cominciò. Il presidio ha superato l’estate, il gran caldo, ora finalmente c’è ombra quando ci si posiziona. Tre file ci sono tutti i giorni, ultimamente ci si è attivati, in rete con decine di presidi in Italia, contro il DDL che vuole impedirci di contestare la criminale politica israeliana. Ogni giorno si fanno incontri: pochi giorni fa sono arrivate due famiglie gazawi di passaggio, accompagnate a Milano da Viareggio, per un concerto di una cantante palestinese: passando per caso da piazza Duomo si sono commosse e unite a noi per un abbraccio e una foto collettiva. Ieri ha preso un cartello e si è messa in silenzio fra noi una donna inglese. Più tardi le abbiamo chiesto di  raccontarci: si chiama Fiona, anche lei passava da Milano da turista, ma avendoci visti si è immediatamente unita a noi, e sebbene starà solo 3 giorni a Milano, verrà per tutte e tre le sere. Ci racconta di Londra dove sono decine e decine i gruppi di attivisti che quando mettono insieme le forze organizzano manifestazioni da centinaia di migliaia di persone, ma nelle loro piccole azioni quotidiane sono repressi continuamente. Diversi di loro hanno subito arresti, più di una volta: lenti processi che il più delle volte finiscono in nulla, ma possono intimorire e comunque fanno perdere tempo. Devono anche subire frequenti aggressioni da parte di sionisti che spesso strappano loro le bandiere, cosa che a Milano, a noi, non è mai successa.  Ci osserva e apprezza molto il nostro atteggiamento: silenzioso, con i cartelli, disponibili a parlare con chi si avvicina. Dice che lo proporrà al gruppo di cui fa parte. Le faccio una breve intervista e ci facciamo una foto insieme. Questo sentimento di unità, tra uomini e donne lontane fisicamente, ma che si sentono vicine e unite da un’unica causa, ci dà reciproca forza. qui la testimonianza di Fiona, attivista londinese Andrea De Lotto
September 20, 2026
Pressenza