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Questo popolo ha sette anime
È un verso di una poesia di Tawfiq Zayyad, grande poeta palestinese del secolo scorso, scomparso il 5 luglio 1994. “Questo popolo ha sette anime, ogni volta che muore, rinasce più giovane e bello”. Ecco il video de La Cantata Rossa per Tall el Zaatar ispirata alla poesia che dà il titolo alla nuova rubrica. In questa rubrica vi racconteremo storie di resilienza e determinazione di un popolo che ama la vita e merita di vivere con dignità, indipendenza e libertà. Questi i link alle puntate precedenti: Puntata n° 1 ,  Seconda puntata , Terza puntata , Quarta puntata Una squadra di calcio a Daraj, in mezzo alle rovine. Quinta puntata: Il grano, l’oro di Gaza. I contadini sfidano il pericolo Nonostante la guerra in corso e le minacce alla sicurezza poste dalle continue operazioni militari israeliane, gli agricoltori della Striscia di Gaza hanno iniziato la raccolta del grano per far fronte alla grave carenza di farina e altri beni di prima necessità. Il raccolto di quest’anno arriva in un momento in cui il settore agricolo è quasi completamente paralizzato. Secondo gli agricoltori, la guerra in corso ha reso inutilizzabile circa l’87% dei terreni agricoli di Gaza, distruggendo infrastrutture vitali come pozzi d’acqua e macchinari e impedendo l’ingresso di fertilizzanti, pesticidi e carburante. L’agricoltore palestinese Ahmed Abu Mzeid ha riassunto la tragica realtà che ci si trova ad affrontare, affermando: “Prima della guerra, coltivavamo tra i 40 e i 50 donum (1 donum = 1000 mq), ma oggi riusciamo a coltivarne a malapena quattro. Stiamo perdendo la nostra terra ogni giorno a causa dell’espansione militare dell’occupazione vicino a quella che è conosciuta come la ‘Linea Gialla’ (la zona cuscinetto).” Il grano è una coltura strategica nella Striscia di Gaza e un pilastro fondamentale della sicurezza alimentare, soprattutto nelle zone orientali di Khan Yunis, Deir al-Balah e nella parte settentrionale della Striscia, caratterizzate da fertili terreni adatti all’agricoltura pluviale (senza irrigazione e che si limitano soltanto a ricevere l’acqua piovana). Negli ultimi decenni, la coltivazione del grano a Gaza ha dovuto affrontare enormi sfide a causa dell’assedio israeliano in corso dal 2007, poiché le forze israeliane hanno ripetutamente impedito agli agricoltori di accedere alle loro terre adiacenti alla recinzione di sicurezza, che costituiscono il paniere alimentare della Striscia, e ripetute operazioni di bulldozer hanno deliberatamente distrutto i campi prima del raccolto, rendendo inevitabile la dipendenza dall’importazione di farina per colmare il deficit. La crisi a Gaza non si limita alle perdite materiali e alla distruzione dei raccolti; si estende fino a rappresentare una minaccia diretta per la vita degli agricoltori. I resoconti dal campo indicano che gli agricoltori sono soggetti a continui e diretti colpi d’arma da fuoco sparati dai veicoli militari israeliani stazionati lungo il confine mentre tentano di raccogliere i loro raccolti. L’agricoltore Abu Mazid conclude sottolineando il significato simbolico che questo raccolto ha acquisito: “La coltivazione del grano a Gaza non è più solo una fonte di sostentamento; è diventata, per me e i miei figli e per tutti gli agricoltori di Gaza, una lotta per la sopravvivenza e la resilienza di fronte all’aggressione genocida ed alla fame”. Ecco un video che illustra il lavoro dei contadini palestinesi in condizioni di pericolo. Il video è in arabo, ma le immagini sono significative:  Il grano, l’oro di Gaza. i contadini sfidano il pericolo  ANBAMED
July 18, 2026
Pressenza
Ballare sulle macerie
Un soldato israeliano si filma mentre distrugge e danza in una casa di Gaza, e firma il video «Dancing in Gaza». L’orrore vuole essere visto. Il video è stato diffuso dal suo stesso “attore”. Un video dello scorso anno. In pieno genocidio. Piano piano ne emergeranno a migliaia di video […] L'articolo Ballare sulle macerie su Contropiano.
July 11, 2026
Contropiano
Presenza di Pace: la presentazione della Casa Umanista
Sabato 4 piazza Carignano ha ospitato la consueta Presenza di Pace giunta purtroppo alla 227ma settimana. Le Presenze sono organizzate dal Coordinamento Agite, nato nel giugno 2017 a Torino per chiedere all’Italia di partecipare ai lavori ONU per l’adozione del Trattato di messa al bando delle armi nucleari che è poi stato adottato il 7 luglio dello stesso anno ed è entrato in vigore il 22 gennaio 2021. L’Italia non ha ancora ratificato il Trattato. L’acronimo AGiTe riassume i tre impegni propri del Coordinamento: contro l’Atomica, contro tutte le Guerre e contro tutti i Terrorismi. Seguendo la nuova modalità d’incontro sabato si è presentata la Casa Umanista grazie alla voce di Giorgio Mancuso, spesso il coordinatore degli interventi durante le Presenze. Cos’è la Casa Umanista? Intanto è un luogo fisico in Lungo Dora Firenze 31, il principale progetto dell’Associazione Orizzonti in Libertà ODV. La sede è la base per “accogliere realtà e promuovere iniziative che hanno come obiettivo l’aggregazione sociale, lo sviluppo della creatività, l’affermazione dei diritti umani e l’evoluzione dell’essere umano; è un luogo dove la nonviolenza diventa azione.” La Casa ha un’eredità di pensiero di 60 anni: alla fine degli anni 60 del secolo scorso Mario Rodríguez Cobos detto Silo elaborò il pensiero del Nuovo Umanesimo, i cui fondamenti ritenuti trasversali e comuni a tutte le culture del mondo, base dell’Umanesimo Universalista, si possono così riassumere: * l’essere umano ha una posizione centrale, sia come valore sia come preoccupazione * tutti gli esseri umani sono uguali * le diversità personali e culturali sono risorse da valorizzare * le conoscenze vanno sviluppate al di là di quanto accettato come verità assoluta * ognuno è libero di professare qualunque idea e credenza * l’uso della nonviolenza attiva come metodo di risoluzione dei conflitti “È urgente creare coscienza per la Pace ed il disarmo. Ma è anche necessario risvegliare la coscienza della Nonviolenza Attiva che ci permetta di respingere non solo la violenza fisica, ma anche ogni forma di violenza economica, razziale, psicologica, religiosa e di genere. Naturalmente, aspiriamo al fatto che questa nuova sensibilità possa istallarsi e commuovere le strutture sociali, aprendo il cammino alla futura Nazione Umana Universale.” Questo è uno stralcio dell’ultimo discorso pubblico di Silo tenuto nel 2009 a Berlino presso il Vertice dei Premi Nobel per la Pace. Una frase che racchiude alcuni dei punti cardine del pensiero attivo nella Casa Umanista: pace, nonviolenza attiva e nazione umana universale a cui va aggiunta la regola aurea, “tratta gli altri come vorresti essere trattato” e l’accento messo sulla necessità di una trasformazione personale come base per una trasformazione sociale. Con queste basi la Casa Umanista aderì al Coordinamento Agite, una naturale continuazione di quel processo cominciato già da Silo nei primi anni del duemila quando appoggiò la Prima Marcia Mondiale per la Pace e la nonviolenza. Come ha contribuito la Casa Umanista al Coordinamento Agite? Ha portato Pressenza, l’agenzia stampa per la pace e la nonviolenza, ha prodotto il documentario L’inizio della fine delle armi nucleari usato per la formazione nelle scuole, ha partecipato alla Marcia mondiale per la pace e la nonviolenza, alla Campagna di supporto a Julian Assange, alla Commemorazione di Hiroshima e Nagasaki del 6 agosto. Un’adesione che viene riconfermata da Giorgio durante la presentazione: “L’ambito di Agite ci ha consentito di sviluppare e continuare idee e possibilità che da soli non saremmo stati in grado di portare avanti, siamo grati di questa possibilità, di aver avuto la possibilità di lavorare fianco a fianco e conoscere meglio realtà affini”. Tra le varie attività postate avanti dalla Casa, oltre l’adesione al Coordinamento, ci sono attività di convergenza delle culture e contro le discriminazioni, tra queste ricordiamo la Porta delle Culture. Foto di Tiziana Bonomo Le altre realtà che si sono già presentate: Un Ponte Per Chiesa Valdese Sara Panarella
July 7, 2026
Pressenza
Mille giorni di genocidio e un mazzo di chiavi – video
Il 3 luglio scorso si sono svolte almeno 60 iniziative in differenti piazze italiane per ricordare i mille giorni di genocidio a Gaza. Si stanno raccogliendo le immagini e presto sarà possibile vedere un collage di quest’unica grande piazza che ha gridato “Fermatevi” ai responsabili di questo genocidio e a coloro che obbediscono ad ordini criminali. A volte questo tipo di iniziative “dislocate” richiedono un preciso coordinamento, scalette preordinate, tempi prestabiliti. Questo 3 luglio non è stato così, ecco un esempio: quella mattina di venerdì 3 luglio arriva un messaggio da Brescia/Cremona: un giovane diciannovenne che vive a Cremona, di origini indiane, Simi, ha scritto un testo che potrebbe diventare un flash mob. “Noi – ci dicono da Brescia – lo faremo, ecco il testo.” A poche ore dall’essere in tante piazze, la proposta rimbalza e, dopo poco, viene attuata.  Ecco il testo che ricevemmo quel giorno e che, anche a Milano, si decise di leggere, mentre in tanti agitavano le chiavi facendo un intenso rumore di sottofondo. Subito sotto, il video che racconta di questo 3 luglio a Milano. > IL SUONO PIU’ BELLO AL MONDO > > “Questo è il suono più bello al mondo. > > Lo sentiamo ogni sera. Lo facciamo senza pensare, mentre teniamo le buste > della spesa o appena tornati da un aperitivo con gli amici. Infilare la chiave > nella porta. Girare due volte. Sentire lo scatto della serratura che si apre. > Cosa significa questo suono? Significa: Sono a casa. Sono al sicuro. Il mondo > fuori può anche crollare, ma qui dentro nessuno può toccarmi. > > Ora… provate a pensare a questo. In qualche parte del mondo ci sono centinaia > di migliaia di persone che camminano tra le macerie delle loro città con > questo identico mazzo di chiavi in tasca. Hanno in tasca la chiave del loro > appartamento al terzo piano. La chiave del cancello, la chiave della loro > cameretta. Solo che la porta non esiste più. Il portone non esiste più. Il > palazzo è diventato polvere. Ma loro continuano a tenersi strette quelle > chiavi in tasca. Come se fossero un amuleto, un pezzo di ferro che dimostra > che un giorno sono esistiti, che avevano una vita normale, un indirizzo, un > letto comodo su cui sognare, prima che tutto venisse polverizzato. Ecco… > questa è la realtà quotidiana a Gaza. > > Una chiave senza una porta è l’oggetto più triste dell’universo. È una > promessa sospesa nel vuoto. È il simbolo di un ritorno che è stato cancellato > dalla violenza. Quando torniamo a casa stanchi, noi ci lamentiamo dei piatti > da lavare, del disordine in salotto, del troppo rumore dei vicini. Ci > dimentichiamo che quel disordine è il segno che lì dentro c’è della vita. Ci > dimentichiamo che avere una chiave che apre ancora qualcosa… è un miracolo. > > Stasera, quando tornerete a casa, vi prego di fare una cosa. Quando infilate > la chiave nella vostra serratura, non fatelo di fretta. Ascoltate questo > rumore. Ascoltatelo per chi non lo sentirà mai più. Ascoltatelo per chi sta > dormendo al freddo, sotto una tenda o sotto il cielo che sa di metallo. E > ringraziate sempre il caso. Perché in quel preciso istante, mentre la > serratura scatta, voi siete le persone più ricche e fortunate della Terra. > > Stasera torneremo tutti a casa, ci sdraieremo sul letto e guarderemo il > soffitto prima di addormentarci, sapendo che è lì per proteggerci. Ma in > quello stesso istante, c’è un bambino che fissa il soffitto della sua stanza > con il terrore che gli cada addosso… e che prega il cielo di lasciargli almeno > lo spazio per respirare. > > Grazie. Simi” 1000 giorni Video di Fabio Conti, presidente Anpi di Fara Gera d’Adda Andrea De Lotto
July 5, 2026
Pressenza
Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Miguel Mellino
L’implementazione del Patto europeo su migrazione e asilo è ormai imminente. La radicale riforma della normativa europea ridisegna le modalità di gestione delle cosiddette frontiere esterne, accentuando la selettività dei meccanismi di accesso, il ricorso alla limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità. Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da una prospettiva critica.  In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare il Patto? Abbiamo immaginato questa serie di conversazioni partendo da una convinzione: il rischio, di fronte all’imminente implementazione del Patto, è quello di rimanere schiacciati dalle novità normative e di utilizzare esclusivamente lenti giuridiche per interpretare quanto sta accadendo. Si tratta di uno sguardo indispensabile, ma non sufficiente. Per questo ci sembra importante riflettere anche sullo stato di salute degli studi critici sulle migrazioni e provare a condividere suggestioni, categorie analitiche e piste di ricerca che possano aiutare a comprendere e contrastare gli effetti del Patto. L’obiettivo è costruire una sorta di “cassetta degli attrezzi” accessibile non soltanto a ricercatrici e ricercatori, ma anche ad attiviste e attivisti, operatrici e operatori e, più in generale, a tutte le persone che nei prossimi mesi si confronteranno con le trasformazioni introdotte dalla nuova normativa europea. Ne parliamo con Miguel Mellino, professore associato presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. D. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONE E ASILO È DIFFUSAMENTE RAPPRESENTATO COME UNA SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA DETERMINA UN CAMBIO DI PARADIGMA OPPURE SI COLLOCA IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE MIGRATORIE EUROPEE DELL’ULTIMO DECENNIO? R. Non lo considero né una totale continuità né una totale svolta. Partirei da qui, perché mi sembra importante evitare formule troppo comode. Sicuramente il Patto segna uno spartiacque nella storia dei regimi migratori europei, ma nel senso che radicalizza una serie di dispositivi di controllo delle migrazioni che erano già presenti. Vorrei chiarire un punto che non sempre viene messo sufficientemente in evidenza: i regimi di controllo delle migrazioni e i dispositivi di controllo delle migrazioni sono anche dispositivi di controllo e di produzione della popolazione nel suo insieme. Per questo motivo io vedo il Patto come una radicalizzazione di elementi che appartengono già alla grammatica generativa giuridica, politica, economica e, aggiungerei, razziale dell’Unione europea fin dalla sua costituzione, e in particolare a partire da Maastricht e Schengen. Non lo vedo come qualcosa che rompe con quella logica. Lo vedo piuttosto come una radicalizzazione di alcune delle logiche che erano già inscritte nei processi di formazione dell’Unione Europea. Dove dobbiamo allora cercare la specificità del Patto? A mio avviso, nella congiuntura di cui è espressione. Qui mi rifaccio a un autore a cui sono molto legato, Stuart Hall, e ai suoi richiami all’analisi gramsciana delle congiunture. Se vogliamo comprendere la logica del Patto dobbiamo cercarla nella congiuntura storica e politica di cui esso è espressione. Attenzione però: non in modo meccanicistico. Non credo che la congiuntura determini automaticamente il Patto. Il Patto è piuttosto una lettura, una rielaborazione, una modalità di governo di quella congiuntura da parte delle forze politiche oggi dominanti nelle istituzioni europee e nei governi nazionali. Questo mi sembra un punto importante da sottolineare. Quali sono allora gli elementi principali di questa congiuntura? Innanzitutto ci troviamo all’interno di regime di guerra globale. Abbiamo almeno tre scenari di guerra che non sembrano destinati a trovare una soluzione nel breve periodo. Il primo è la guerra in Ucraina, iniziata nel 2022. Il secondo è il genocidio in corso in Palestina, che ha prodotto conseguenze e squilibri nell’intera regione. Il terzo è il conflitto che coinvolge l’Iran e che si è aggiunto a questo quadro già estremamente instabile. A tutto questo si somma la crisi economica legata alla competizione tra Stati Uniti e Cina e alla progressiva messa in discussione della forma che la globalizzazione ha assunto negli ultimi trent’anni. Stiamo vivendo una fase di transizione caratterizzata da un forte livello di caos sistemico, dalla distruzione di un ordine politico e giuridico internazionale e dalla nascita di qualcosa che ancora non siamo in grado di definire. Tuttavia abbiamo alcuni elementi che possono aiutarci a comprendere ciò che sta accadendo. Se pensiamo alle analisi delle transizioni egemoniche, ad esempio a quelle proposte da Giovanni Arrighi, possiamo osservare che oggi, diversamente da altre fasi storiche, non esiste una potenza, una regione o un blocco capace di esercitare un’egemonia stabile sul resto del mondo. Questo lascia presagire una situazione di instabilità e di caos prolungati. Da questo punto di vista il primo elemento per leggere il Patto è proprio il modo in cui l’Europa, attraverso le sue forze politiche dominanti, interpreta questa congiuntura e propone una specifica forma di governo delle migrazioni e, più in generale, delle popolazioni. C’è poi un ulteriore aspetto che a mio avviso viene discusso troppo poco. Questa congiuntura non è soltanto una fase di crisi sistemica o di policrisi. È anche un momento storico segnato dalla crisi dell’egemonia occidentale sul resto del mondo. Si tratta di un passaggio enorme nella storia degli ultimi cinque o sei secoli. Oggi stiamo assistendo non soltanto all’indebolimento dell’egemonia occidentale, ma anche alla crisi di un dominio che ha strutturato per secoli i rapporti globali. Questo elemento è fondamentale per comprendere la fase che stiamo attraversando. Il terzo elemento è l’ascesa delle nuove destre sovraniste, regressive e nazionaliste. Anche qui però bisogna essere precisi. Il sovranismo europeo non si caratterizza per un vero nazionalismo economico. Piuttosto si esprime come pugno duro nei confronti delle popolazioni considerate deboli, vulnerabili e, soprattutto, migranti. Questo vale non soltanto per l’Europa. Pensiamo anche all’emergere delle nuove destre in America Latina, come il caso di Javier Milei in Argentina. Non siamo di fronte a progetti di nazionalismo economico, ma piuttosto a tentativi di ricomporre un governo razziale e patriarcale delle popolazioni. A mio avviso questo va letto anche come una reazione alle trasformazioni prodotte negli ultimi decenni dalle lotte femministe, dai movimenti antirazzisti, dagli studi critici sull’immigrazione, sul colonialismo e sull’eredità coloniale. Per usare un’espressione foucaultiana, si potrebbe dire che queste lotte hanno inciso sulla microfisica del potere, mettendo in discussione l’autorità di determinati soggetti e assetti di dominio. Le nuove destre cercano in parte di restaurare quell’ordine. Per questo motivo la logica del Patto va cercata nella congiuntura, ma soprattutto nella lettura politica che le forze dominanti danno di questa congiuntura. Tra gli aspetti che mi sembrano più rilevanti c’è la radicalizzazione dell’arbitrio sovrano nei confronti dei diritti dei richiedenti asilo e dei migranti. Per interpretare questo processo trovo utile richiamare una tradizione teorica che in Italia viene ancora poco utilizzata: la tradizione radicale nera, l’archivio non bianco, ciò che Cedric Robinson definiva la Black Radical Tradition. Da questa prospettiva si può leggere il Patto come una forma di legalizzazione di ciò che potremmo chiamare un terrore sovrano necropolitico. Mi interessa utilizzare questa espressione perché restituisce l’idea di una violenza istituzionale che non opera più soltanto in forme eccezionali, ma che viene progressivamente normalizzata e distribuita all’interno degli stessi dispositivi ordinari di governo delle migrazioni, dell’asilo, dei diritti e dei respingimenti. Un altro punto che meriterebbe maggiore attenzione riguarda l’accelerazione nella costruzione di centri di trattenimento e rimpatrio al di fuori dei confini europei, i cosiddetti hub esterni, di cui l’Italia è stata una delle principali promotrici. Credo sia importante ricordare che questo modello non nasce in Europa. Una delle sue matrici principali è l’esperienza australiana. E non è un dettaglio secondario che l’Australia sia uno Stato profondamente segnato dal colonialismo d’insediamento. Da questo punto di vista si può leggere l’esternalizzazione delle frontiere come una forma attraverso cui alcune logiche coloniali continuano a essere riattivate nel presente europeo. Infine c’è una questione che continuo a ritenere centrale. Nei dibattiti sulle migrazioni e sul Patto si parla ancora troppo poco di colonialità. In particolare in Italia fatichiamo a mettere realmente al lavoro politicamente questo nesso tra colonialismo, razzismo, migrazioni e realtà nazionale ed europea. D. QUAL È, DAL TUO PUNTO DI VISTA, LO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CRITICI SULLE MIGRAZIONI? HAI L’IMPRESSIONE CHE OGGI FATICHINO A INCIDERE NELLO SPAZIO PUBBLICO E POLITICO? E, SE SÌ, DA COSA DIPENDE QUESTA DIFFICOLTÀ? R. Ripartirei da un punto che avevo già accennato. Quando parliamo del Patto e delle trasformazioni in corso, emerge certamente un’ulteriore militarizzazione delle frontiere. Tuttavia dobbiamo intenderci sul significato di questa espressione. La militarizzazione contemporanea procede di pari passo con la digitalizzazione della sorveglianza e con lo sviluppo di tecnologie sempre più sofisticate di identificazione, controllo e deportazione. Questi processi, a loro volta, sono profondamente intrecciati alle trasformazioni economiche in corso e alle nuove forme di concentrazione monopolistica del potere economico che caratterizzano il capitalismo contemporaneo.  Per quanto riguarda i saperi critici sulle migrazioni, farei tre considerazioni. La prima riguarda la natura della congiuntura che abbiamo di fronte. Ci troviamo in una fase storica diversa da quella per cui sono stati elaborati molti degli strumenti teorici che utilizziamo ancora oggi. Questo non significa che quei lavori abbiano perso valore. Al contrario, penso che una parte importante degli studi critici sulle migrazioni continui a parlare al presente. In particolare, nel caso italiano, abbiamo prodotto elaborazioni teoriche che hanno avuto una notevole autorevolezza anche a livello europeo, non soltanto nei circuiti accademici ma anche in quelli militanti e politici. Esiste una tradizione importante che non va affatto abbandonata. Tuttavia credo che oggi dobbiamo interrogarci sulla necessità di rinnovare alcune categorie interpretative. Non perché quelle precedenti fossero sbagliate, ma perché sono state elaborate per comprendere una congiuntura diversa da quella attuale. Dobbiamo chiederci quali strumenti siano ancora adeguati e quali invece richiedano un aggiornamento. Questo è particolarmente importante se vogliamo contrastare politicamente la fase che stiamo attraversando. Da questo punto di vista, continuo a pensare che non sia possibile separare il governo delle migrazioni dal regime di guerra che caratterizza il presente. La lotta per i diritti dei migranti e delle persone richiedenti asilo dovrebbe essere articolata all’interno di un più ampio movimento contro la guerra. Allo stesso modo, credo che non possa essere separata da ciò che sta accadendo in Palestina. Non si tratta di questioni distinte. Sono processi profondamente intrecciati e andrebbero analizzati come tali. La seconda considerazione riguarda un elemento che spesso viene sottovalutato: l’esistenza di un vero e proprio attacco istituzionale e politico ai saperi critici. Non credo che il problema sia soltanto una difficoltà di comunicazione o di diffusione. Certamente esistono anche questi aspetti, ma c’è qualcosa di più profondo. Assistiamo a un’offensiva sovrana sempre più esplicita contro determinati saperi e contro determinate forme di produzione critica della conoscenza. Quello che sta accadendo negli Stati Uniti è particolarmente evidente e rappresenta, per certi versi, un caso emblematico. Penso agli attacchi alle università, ai tentativi di ridimensionarne l’autonomia e di colpire alcuni ambiti di ricerca considerati politicamente scomodi. Ma sarebbe sbagliato pensare che si tratti di una dinamica esclusivamente statunitense. Anche in Europa osserviamo da tempo processi analoghi, seppure con forme diverse. Per questo motivo ritengo che la difesa dei saperi critici debba essere considerata uno dei terreni fondamentali del conflitto politico contemporaneo. La terza osservazione riguarda invece alcuni limiti interni agli stessi studi critici sulle migrazioni. Da anni concentriamo molta attenzione sulle frontiere esterne, sui dispositivi di controllo migratorio e sugli effetti che essi producono. Si tratta di un lavoro indispensabile, che ha consentito di comprendere meglio il funzionamento dei regimi di frontiera europei. Tuttavia, almeno in Italia e in buona parte dell’Europa continentale – con alcune eccezioni, penso ad esempio a parte della produzione britannica e francese degli ultimi decenni – si tende ancora a prestare relativamente poca attenzione alle popolazioni non bianche che vivono stabilmente all’interno delle società europee. Quando si parla di razzismo, molto spesso ci si concentra sulle persone che cercano di attraversare le frontiere o sugli effetti delle politiche migratorie, mentre si analizzano meno le dinamiche di razzializzazione che attraversano la vita quotidiana delle persone non bianche che vivono in Europa, comprese quelle nate e cresciute qui. Uso volutamente un’espressione problematica come “seconde e terze generazioni”, pur sapendo che presenta molti limiti. Ma il punto è chiaro: esiste una parte significativa delle popolazioni europee che continua a essere oggetto di processi di razzializzazione e che rimane spesso ai margini delle nostre analisi. Parliamo ancora troppo poco di razzismo strutturale, di razzismo istituzionale e di segregazione lavorativa. Pensiamo ad alcuni episodi recenti avvenuti in Italia. Penso all’omicidio di Bakary Sakho a Taranto oppure all’incendio in cui hanno perso la vita quattro lavoratori migranti di origine asiatica. Se non utilizziamo categorie come razzismo strutturale o razzismo istituzionale rischiamo di rendere invisibili questi fenomeni. E ciò che rimane invisibile diventa molto più difficile da contrastare politicamente. Naturalmente tutto questo non significa che la questione del permesso di soggiorno o della produzione dell’irregolarità sia secondaria. Al contrario, resta centrale. La precarizzazione giuridica di una parte della popolazione produce vulnerabilità, ricattabilità e sfruttamento. Ma le dinamiche di razzializzazione eccedono la dimensione dello status giuridico. Rimandano alla storia europea, all’eredità coloniale, alle forme di governo della popolazione e anche alle modalità attraverso cui le nuove destre stanno ridefinendo il discorso pubblico. Da questo punto di vista mi sembra che esista ancora un vuoto teorico e politico importante.  D. IMMAGINIAMO DI CONTRIBUIRE ALLA COSTRUZIONE DI UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI PER AFFRONTARE IL PATTO. QUALI STRUMENTI TEORICI, CATEGORIE ANALITICHE O PRATICHE MILITANTI TI SEMBRANO OGGI PARTICOLARMENTE UTILI? E QUALI, INVECE, RISCHIANO DI ESSERE INSUFFICIENTI O FUORI FUOCO? R. Rispondo pensando soprattutto al nostro contesto immediato, cioè all’Italia. Non proverò a fare una panoramica globale, ma a partire da ciò che mi sembra più urgente per noi. La prima cosa che mi viene da dire è che in Italia continuiamo a leggere troppo poco autori e autrici non bianchi. Si conosce ancora poco la produzione teorica e politica che proviene dalle tradizioni intellettuali nere, dalle esperienze non occidentali o da contesti segnati direttamente dal colonialismo e dalle sue eredità. Non si tratta semplicemente di ampliare il canone accademico o di aggiungere qualche autore a una bibliografia. Molti di questi lavori sono il prodotto di inchieste militanti, di movimenti sociali, di pratiche politiche e di lotte che hanno cercato di comprendere il rapporto tra razzismo, colonialismo, migrazioni e capitalismo a partire da esperienze storiche molto concrete. Allo stesso tempo bisogna evitare un errore che viene commesso abbastanza spesso. Le categorie che nascono in altri contesti non possono essere semplicemente importate e utilizzate automaticamente nel nostro. Questo vale per concetti come intersezionalità, razzializzazione, colonialità e per molte altre categorie oggi molto diffuse. Sono strumenti preziosi, ma vanno tradotti. E la traduzione non è un’operazione secondaria. Se non facciamo questo lavoro rischiamo di trasformare quelle categorie in formule astratte, magari molto eleganti sul piano teorico, ma poco utili per comprendere e trasformare la realtà in cui viviamo. In altre parole, possiamo partecipare a tutti i dibattiti sulla cosiddetta Global Theory, ma se quelle categorie non riescono a diventare strumenti di analisi e di intervento nella situazione concreta italiana finiscono per perdere gran parte della loro forza politica. In quest’ottica, un’autrice che considero particolarmente importante è Ruth Wilson Gilmore. Mi interessa soprattutto il suo lavoro sul rapporto tra razzismo, securitarismo, sistema carcerario e governo delle popolazioni. Testi come Golden Gulag o Abolition Geography propongono definizioni del razzismo che trovo molto utili anche per leggere il contesto europeo contemporaneo. Un altro riferimento che continuo a considerare fondamentale è Policing the Crisis di Stuart Hall e del gruppo di collaboratori del Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham. È un libro che torna continuamente a sembrarmi attuale. Ovviamente molte cose sono cambiate in cinquant’anni, ma quel testo continua a offrire indicazioni metodologiche estremamente preziose. In particolare mostra come il panico morale possa essere prodotto e mobilitato politicamente per governare situazioni di crisi. Mi sembra una chiave interpretativa ancora molto efficace per comprendere molti fenomeni contemporanei. Tra l’altro, una delle intuizioni più interessanti di quel lavoro è che il panico morale nelle società occidentali è quasi sempre un panico morale bianco. Anche questo è un aspetto che continua a parlarci molto del presente. Un altro autore che consiglierei di leggere è Achille Mbembe. In particolare trovo molto stimolante il suo ultimo libro, Brutalismo. Mi interessa perché riesce a mettere insieme processi che spesso tendiamo a trattare separatamente: le migrazioni, la razzializzazione, le nuove forme di estrazione e le trasformazioni contemporanee del capitalismo globale. Accanto a questi riferimenti, naturalmente, non rinuncerei affatto alla tradizione degli studi critici sulle migrazioni sviluppata in Italia negli ultimi decenni. Penso ai lavori di Sandro Mezzadra, Nicholas De Genova, Enrica Rigo e di molte altre figure che hanno contribuito a costruire un patrimonio teorico ancora estremamente importante. Non credo che il problema sia abbandonare quella tradizione. Al contrario, penso che continui a parlare al presente. La questione è piuttosto come aggiornarla alla luce delle trasformazioni che stiamo attraversando. C’è poi un altro ambito di ricerca che mi sembra particolarmente importante e che negli ultimi anni ho trovato sempre più utile: gli studi sulla deportazione. Spesso immaginiamo la deportazione semplicemente come l’espulsione di una persona da un territorio o, per usare il linguaggio dell’estrema destra contemporanea, come una forma di “remigrazione”. In realtà la deportazione è molto di più. È una tecnologia politica che ha avuto un ruolo fondamentale nella produzione della cittadinanza moderna. La letteratura critica, soprattutto quella sviluppata negli Stati Uniti, mostra chiaramente come la deportazione non sia un’eccezione o una deviazione rispetto al funzionamento ordinario dello Stato moderno. Al contrario, è uno dei dispositivi attraverso cui vengono costruiti i confini della comunità politica e vengono definite appartenenze, esclusioni e gerarchie di cittadinanza. Da questo punto di vista la deportazione è stata presente fin dall’inizio nella formazione degli Stati moderni. Anche qui il legame con il colonialismo è profondo. Le prime grandi pratiche di deportazione di massa si sviluppano infatti all’interno di contesti coloniali e, in particolare, nei paesi segnati dal colonialismo d’insediamento. Penso agli Stati Uniti, all’Australia, ma anche all’Argentina, che è il paese da cui provengo. Questo ci aiuta a comprendere come le politiche contemporanee di espulsione e di esternalizzazione delle frontiere non rappresentino una novità assoluta, ma si inseriscano all’interno di genealogie molto più lunghe e profonde. D. C’È UN ULTIMO ELEMENTO CHE VORRESTI AGGIUNGERE A QUESTA RIFLESSIONE SULLA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI”? R. Sì. C’è una questione che vorrei aggiungere, anche a costo di essere frainteso o di risultare impopolare. Mi preoccupa una certa ondata anti-woke che vedo emergere all’interno di una parte della sinistra che ci sono vicini. Non sto parlando della destra o dei settori apertamente reazionari: lì il problema è evidente e non mi interessa particolarmente discuterlo. Mi interessa invece ciò che accade all’interno di una costellazione politica che, almeno in teoria, dovrebbe condividere una sensibilità antirazzista e femminista. Quello che non mi convince è il terreno sul quale questa critica viene spesso formulata. Ho l’impressione che si collochi all’interno di un campo discorsivo costruito dalla destra e dalle sue categorie. Penso, per esempio, all’idea di “guerra culturale” oppure alle polemiche sulla cosiddetta cancel culture. Mi sembra che una parte della sinistra finisca per muoversi dentro coordinate che non ha contribuito a costruire e che, anzi, sono state elaborate proprio da quelle forze che combattono apertamente le politiche femministe e antirazziste. Questo è un terreno scivoloso, perché rischia di trasformarsi facilmente in una critica dell’antirazzismo o del femminismo considerati come ostacoli a una politica di classe. Personalmente considero questo un rischio serio. Non perché ritenga che le pratiche femministe o antirazziste siano esenti da contraddizioni o da problemi. Naturalmente non è così. Ma credo che il modo in cui viene oggi costruita la critica all’universo woke finisca spesso per riprodurre il linguaggio e le priorità della destra. C’è poi un altro elemento che mi sembra importante ricordare. La parola woke appartiene originariamente alla tradizione di lotta afroamericana. Nasce all’interno delle esperienze politiche delle comunità nere negli Stati Uniti e rimanda all’idea di una vigilanza critica nei confronti del razzismo e delle forme di oppressione. Per questo motivo mi sembra problematico che venga utilizzata quasi esclusivamente come insulto o come etichetta denigratoria, anche da parte di soggetti che si collocano a sinistra. Naturalmente si può discutere criticamente di alcune evoluzioni delle politiche femministe, antirazziste o delle cosiddette identity politics. Ma per farlo occorre prima chiarire di cosa stiamo parlando. Anche il dibattito sulle politiche dell’identità mi convince poco per come viene spesso impostato. Io ad esempio sono a favore delle identity politics. Però dovremmo prima capire cosa intendiamo esattamente con quella espressione. Inoltre, in un paese come l’Italia, la situazione appare quasi paradossale. Si tende a criticare e a voler archiviare forme di politica dell’identità che, in realtà, non si sono mai sviluppate davvero in maniera significativa. Per questo motivo trovo singolare che si voglia liquidare qualcosa che, almeno nel nostro contesto, non ha mai assunto la centralità che le viene attribuita nel dibattito pubblico. Il rischio è che, nel tentativo di prendere le distanze da certe derive reali o presunte, si finisca per giocare sul terreno in cui la destra si sente più forte e più a suo agio: quello dell’antifemminismo, della delegittimazione dell’antirazzismo e dell’attacco alle cosiddette politiche inclusive. A me sembra una questione che meriterebbe una discussione molto più approfondita di quella che abbiamo avuto finora. Vorrei chiudere con una domanda che considero centrale. Come mai l’Italia, dopo oltre cinquant’anni di immigrazione, non è riuscita a produrre un movimento antirazzista capace di diventare uno dei pilastri dell’elaborazione politica contemporanea? È davvero un problema oppure no? Perché spesso si sostiene che l’antirazzismo, gli studi decoloniali o postcoloniali abbiano indebolito una certa politica di classe. Ma, guardando alla storia italiana, il punto è che un movimento antirazzista forte non lo abbiamo mai avuto. E questo, per me, è precisamente il problema. È una questione sulla quale dovremmo interrogarci seriamente, soprattutto se osserviamo ciò che accade oggi nelle nostre società. Viviamo in un contesto in cui la violenza razzista appare sempre più aggressiva, più esplicita e più facilmente giustificabile nello spazio pubblico. Le persone non bianche, migranti o figlie delle migrazioni continuano a essere esposte a forme di discriminazione e di violenza che dovrebbero interrogarci molto più di quanto non facciano oggi. Per questo motivo continuo a pensare che la domanda sull’assenza di un forte movimento antirazzista in Italia sia una domanda politica fondamentale. D. DAL TUO PUNTO DI VISTA, QUALI SONO LE RAGIONI DI QUESTA DIFFICOLTÀ? R. Penso che la ragione principale sia che continuiamo a vivere in una società profondamente cieca rispetto alla razza come principio strutturante dei rapporti sociali. Non c’è molto altro da aggiungere. Continuiamo a essere ciechi alla razza. Spesso si riconosce l’esistenza del razzismo, ma lo si tratta come un fenomeno secondario, come una conseguenza o come una semplice sovrastruttura. Si dice: certo, esiste anche il razzismo. Ma poi non si prova davvero a capire in che modo i processi di razzializzazione strutturino la società italiana. Io penso invece che la razza faccia parte della struttura stessa delle società contemporanee. Non è qualcosa che sta fuori dal capitalismo o che funziona come un semplice diversivo. È intrecciata storicamente ai processi di accumulazione, di governo e di organizzazione della società. Per questo motivo non basta affermare che il razzismo esiste. Bisogna mostrare concretamente in che modo gli spazi sociali, economici e politici italiani siano attraversati da dinamiche di razzializzazione. Naturalmente esistono lotte straordinarie per i diritti dei migranti. Ci sono state e continuano a esserci mobilitazioni importanti, spesso costruite dagli stessi migranti. Tuttavia queste lotte raramente riescono a tradursi in un movimento antirazzista più ampio. Razza e razzismo vengono continuamente ricondotti in secondo piano, come se fossero questioni accessorie rispetto ad altre contraddizioni sociali. Questo, a mio avviso, è uno dei problemi fondamentali. Un secondo elemento riguarda il rapporto con il passato coloniale. Oggi non possiamo più parlare semplicemente di una rimozione del colonialismo italiano. Negli ultimi vent’anni è stata prodotta una quantità enorme di studi, ricerche e lavori che hanno ricostruito il ruolo del colonialismo nella storia italiana. Entriamo in una libreria e troviamo interi scaffali dedicati a questi temi. Sono stati pubblicati lavori eccellenti da parte di ricercatori, ricercatrici, attivisti e attiviste. Per questo motivo non credo che il problema sia ancora la rimozione. Credo che il problema sia più profondo. Esiste una sorta di resistenza strutturale che impedisce a questo patrimonio di conoscenze di entrare realmente nello spazio pubblico, nelle istituzioni culturali, nell’università e nella politica. In questo senso parlerei quasi di una forma di razzismo istituzionale che continua a ostacolare la piena circolazione di questi saperi. C’è poi un’ultima questione che considero importante. Penso che continui a sopravvivere una forma di marxismo riduzionista, un marxismo volgare, che tende a considerare fenomeni come il razzismo, la segregazione, le fantasie di sterminio o persino il genocidio come semplici effetti derivati della logica economica del capitale. A mio avviso questa spiegazione non è sufficiente. Questi fenomeni eccedono la sola dimensione economica. Per comprenderli dobbiamo guardare anche alla storia coloniale e alle forme di governo razziale che quella storia ha prodotto. Lo stesso sviluppo della cittadinanza moderna e del regime proprietario moderno è molto più intrecciato ai processi di razzializzazione di quanto normalmente siamo disposti a riconoscere. La proprietà moderna, la cittadinanza moderna, le distinzioni tra chi appartiene e chi non appartiene alla comunità politica si sviluppano storicamente all’interno dell’espansione coloniale e delle classificazioni razziali che essa produce. Eppure continuiamo a considerare questi aspetti come qualcosa di vago, secondario o nebuloso. Per me, invece, è proprio lì che si trova uno dei nodi teorici e politici decisivi del presente. Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MARTINA TAZZIOLI Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere  Francesco Ferri 15 Giugno 2026
Roma 2026: Assemblea Nazionale di Assopace Palestina
Sabato 13 e domenica 14 giugno 2026, presso il Monk di Roma (Via Giuseppe Mirri 35), si è tenuta l’Assemblea nazionale di AssopacePalestina dal titolo “Su questa terra… ho diritto alla vita! Libertà e autodeterminazione per il popolo palestinese”. Nel seguente video di 5 min, una carrellata dell’Assemblea e dintorni:
June 29, 2026
Assopace Palestina
Global Sumud Flotilla, la storia siete voi: la flotilla vista dalla sua portavoce Maria Elena Delia
Ci sono storie che devono essere raccontate, per ricordare, e per non dimenticare la Palestina. Global Sumud Flotilla, la storia siete voi di Maria Elena Delia (Casa editrice Ponte alle Grazie) è un bellissimo libro, ma io sono terribilmente fazioso. Ho vissuto alcune pagine narrate con amore da Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Flotilla, quindi non posso fare una recensione. Non ho letto il libro, l’ho divorato, perché la Flotilla è stata una missione nonviolenta ad alto rischio, che ha prodotto alcuni risultati. > Ma cos’è la GSF per Maria Elena? Lo scrive con chiarezza: La Global Sumud > Flotilla è una missione civile, nonviolenta, ma profondamente politica. Non > stiamo organizzando solo una raccolta di aiuti per riaprire un > corridoio umanitario permanente, ma una sfida pubblica all’assedio illegale, e > una presa di posizione contro l’impunità e il silenzio (istituzionale e > mediatico ndr) internazionale. > Chiamarla Global Sumud Flotilla non è stata una scelta estetica, ma > politica. Sumud, in arabo, viene spesso tradotto con «resilienza», ma > significa qualcosa di più preciso: la decisione di restare. Restare sulla > propria terra, restare presenti, restare umani anche quando tutto è costruito > per spezzarti o costringerti ad andartene.  > E per noi significa anche riconoscere che non stiamo inventando nulla e che > stiamo provando a inserirci in una storia già scritta da chi è sotto assedio > da decenni e continua comunque a vivere, organizzarsi, resistere. La Flotilla ha rallentato il genocidio: dal 10 ottobre 2025 giorno della farsa della pace trumpiana, muoiono comunque bambini, donne e persone in Palestina, muoiono di bombe e di fame, solo più lentamente, e la congiura del silenzio è ricominciata. La Flotilla raccontata nel libro è quella delle due ondate, ma soprattutto la prima ondata del 2025. Ci sono persone che ho conosciuto in Sicilia e quindi ho piacere di vederle dal punto di vista della portavoce. Lo sguardo di Maria Elena Delia è sempre stato dolce e gentile con tutte le persone magnifiche della Flotilla, anche con quelle più spigolose, come me. Il libro si deve leggere e ne vale la pena. Non mi paga nessuno per affermarlo. Sono 300 pagine, ma sono poche per contenere tutto l’entusiasmo e le difficoltà affrontate dagli equipaggi. Intanto potete ascoltare l’intervista a Maria Elena Delia, realizzata da Lucio Maniscalco per Pressenza Italia sul nostro canale YouTube: intervista a Maria Elena Delia sulla Flotilla di Terra E poi ordinate il libro. Ray Man
June 27, 2026
Pressenza