Ben-Gvir, il mostro perfetto che salva tutto il resto

Comune-info - Sunday, May 24, 2026
Roma, 16 maggio 2026. Foto di Nilde Guiducci

Il video di Itamar Ben-Gvir che cammina tra i fermati della Global Sumud Flotilla inginocchiati sul ponte della nave, con le mani legate dietro la schiena e i volti a terra, ha suscitato indignazione in tutto il mondo. L’immagine è diventata immediatamente simbolica: il ministro della Sicurezza nazionale israeliano che sventola la bandiera del proprio Paese davanti a corpi umiliati e immobilizzati, mentre una donna che grida “Free Palestine” viene scaraventata a terra. Le reazioni europee sono state immediate: convocazioni di ambasciatori, dichiarazioni di sdegno, parole dure contro un trattamento definito “incivile”. Ma proprio qui si apre la domanda più inquietante: perché questa scena ha finalmente scandalizzato l’Europa?

Come ha giustamente rilevato Francesca Mannocchi, quelle immagini non sono insopportabili perché mostrano qualcosa di nuovo, ma perché mostrano senza più filtri una violenza che esiste da tempo. La differenza è che questa volta i corpi umiliati erano europei, occidentali, immediatamente riconoscibili dall’opinione pubblica. Per anni le organizzazioni internazionali hanno denunciato torture, detenzioni arbitrarie, umiliazioni, fame imposta e violenze sistemiche sui detenuti palestinesi. Eppure quelle denunce sono rimaste spesso confinate ai margini del dibattito pubblico europeo, trattate come questioni periferiche, interne alla “sicurezza israeliana”. Quando la stessa grammatica della violenza si è mostrata davanti a cittadini occidentali, è diventata improvvisamente uno scandalo globale.

È qui che il pensiero di Edward Said torna con forza impressionante. Said ha spiegato per decenni come il palestinese sia stato trasformato, nel linguaggio politico e mediatico occidentale, non in un soggetto umano e politico pienamente riconosciuto, ma in un problema di sicurezza, in una presenza amministrativa, in una minaccia astratta. Si tratta di un processo che priva un popolo non soltanto della terra, ma spesso anche della possibilità stessa di raccontare sé stesso. Il nodo centrale, allora, non è soltanto la violenza materiale, ma la gerarchia implicita delle vite umane: alcune vengono immediatamente percepite come degne di protezione e di lutto, mentre altre sembrano dover continuamente giustificare la propria umanità.

Per questo Ben-Gvir non può essere liquidato come una semplice deviazione estremista. Pensarlo significherebbe assolvere tutto il resto. L’estremo, in realtà, permette di leggere il centro. Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano non nasce nel vuoto: è il prodotto di una lunga abitudine politica all’eccezione permanente. Una realtà fatta di democrazia per alcuni e dominio militare per altri; di pieni diritti da una parte e di checkpoint, detenzioni amministrative, espropri e occupazione dall’altra.

La domanda allora diventa inevitabile: può una democrazia continuare a definirsi tale mentre governa per decenni milioni di persone senza uguaglianza politica, libertà di movimento e reale rappresentanza? Questa stessa domanda attraversa profondamente la poesia di Mahmoud Darwish. Tutta la sua opera è una lotta ostinata contro la cancellazione, non solo quella fisica di un popolo, ma quella simbolica che riduce gli esseri umani a numeri, a profughi, a pratiche amministrative, a massa indistinta. Quando scriveva “Su questa terra esiste qualcosa per cui valga la pena vivere”, opponeva alla logica della disumanizzazione la rivendicazione della presenza umana, del diritto alla memoria, al nome, alla voce.

Ed è forse proprio questo che oggi appare più minacciato: il diritto dei palestinesi a essere percepiti come vite pienamente umane. Le testimonianze che arrivano dalle carceri, dai centri di detenzione e da Gaza parlano spesso di persone che muoiono senza processo e senza nome, senza che il mondo le conti davvero. Il rischio più grande è l’assuefazione. Che bambini amputati, corpi sotto le macerie, medici uccisi, giornalisti colpiti e detenuti umiliati diventino semplice rumore di fondo geopolitico. L’orrore, del resto, non diventa normale all’improvviso: le società ci arrivano lentamente, abituandosi alle eccezioni permanenti, convincendosi che il diritto possa valere per alcuni e sospendersi per altri, costruendo categorie di esseri umani per cui la dignità è subordinata a una condizione.

Ed è qui che l’Europa entra profondamente in crisi. Perché il problema non è soltanto ciò che Israele fa, ma ciò che molti governi europei continuano a tollerare pur sapendo: gli accordi commerciali che proseguono, le armi inviate, le sanzioni evitate, il diritto internazionale trasformato in un principio selettivo. L’Europa non manca di strumenti politici e giuridici; manca, sempre più chiaramente, della volontà di usarli.

Eppure qualcosa oggi si sta incrinando. Grazie alla Flotilla, ai giornalisti e alle mobilitazioni dal basso, Gaza continua a parlare al mondo nonostante tutto. E da dentro il mondo ebraico stesso arrivano voci che rifiutano la complicità. La storica Anna Foa ha scritto su La Stampa che il video di Ben-Gvir è il Male rivendicato con orgoglio, una bomba gettata in un contesto incandescente, capace di sollecitare l’antisemitismo e isolare definitivamente Israele. E ha rivolto un appello diretto agli ebrei italiani: di fronte a pratiche aberranti messe in atto senza proteste dall’esercito israeliano, il silenzio non è neutralità. È complicità. Chi tace lascia che l’intera diaspora venga trascinata nell’abisso.

Per questo indignarsi per Ben-Gvir non basta. Anzi, c’è un rischio ulteriore: usare la sua brutalità esibita per evitare di guardare il sistema che lo ha reso possibile, trasformandolo nel mostro perfetto per salvare la rispettabilità di tutto il resto. Egli è soltanto la faccia più esplicita di una realtà strutturale. Il problema è che molti governi europei continuano a vedere solo fino al punto in cui non sono costretti a scegliere davvero. Indignarsi per un video è più semplice che mettere in discussione accordi, armi, alleanze e convenienze geopolitiche.

Una democrazia che difende i diritti solo quando non comportano conseguenze politiche ha già smesso di essere sé stessa. I diritti o valgono per tutti o non valgono per nessuno. E un’Europa che lo ha dimenticato non può invocare i propri valori fondativi senza prima fare i conti con ciò che, in nome di quegli stessi valori, ha scelto di non vedere.

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