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Il GDPR 10 anni dopo: sì alla semplificazione, ma non con questo Digital Omnibus
A dieci anni dall’entrata in vigore, una semplificazione dei GDPR è più che auspicabile, ma non certamente quella del Digital Omnibus così come si sta svelando, scollegata dall’esperienza degli operatori e sbilanciata in favore degli interessi delle Big Tech A dieci anni dall’entrata in vigore del GDPR, è bene chiedersi come sia stato applicato, come abbia inciso sui modelli organizzativi, sulle responsabilità dei soggetti coinvolti, che passi avanti abbia consentito di fare in termini di cultura della protezione e valorizzazione del dato personale. Indice degli argomenti * Un decennio di GDPR: qualche chiave di lettura * In pratica: abiti su misura e scelte di buona norma * Lato Autorità: alcune sanzioni irrogate * Il DPO: alleato, ma non tutto fare * Verso una semplificazione? Sì, ma non con questo Digital Omnibus Leggi l'articolo Altri articoli sull'argomento da Pillole di Inforrmazione digitale
Ben-Gvir, il mostro perfetto che salva tutto il resto
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 16 maggio 2026. Foto di Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- Il video di Itamar Ben-Gvir che cammina tra i fermati della Global Sumud Flotilla inginocchiati sul ponte della nave, con le mani legate dietro la schiena e i volti a terra, ha suscitato indignazione in tutto il mondo. L’immagine è diventata immediatamente simbolica: il ministro della Sicurezza nazionale israeliano che sventola la bandiera del proprio Paese davanti a corpi umiliati e immobilizzati, mentre una donna che grida “Free Palestine” viene scaraventata a terra. Le reazioni europee sono state immediate: convocazioni di ambasciatori, dichiarazioni di sdegno, parole dure contro un trattamento definito “incivile”. Ma proprio qui si apre la domanda più inquietante: perché questa scena ha finalmente scandalizzato l’Europa? Come ha giustamente rilevato Francesca Mannocchi, quelle immagini non sono insopportabili perché mostrano qualcosa di nuovo, ma perché mostrano senza più filtri una violenza che esiste da tempo. La differenza è che questa volta i corpi umiliati erano europei, occidentali, immediatamente riconoscibili dall’opinione pubblica. Per anni le organizzazioni internazionali hanno denunciato torture, detenzioni arbitrarie, umiliazioni, fame imposta e violenze sistemiche sui detenuti palestinesi. Eppure quelle denunce sono rimaste spesso confinate ai margini del dibattito pubblico europeo, trattate come questioni periferiche, interne alla “sicurezza israeliana”. Quando la stessa grammatica della violenza si è mostrata davanti a cittadini occidentali, è diventata improvvisamente uno scandalo globale. È qui che il pensiero di Edward Said torna con forza impressionante. Said ha spiegato per decenni come il palestinese sia stato trasformato, nel linguaggio politico e mediatico occidentale, non in un soggetto umano e politico pienamente riconosciuto, ma in un problema di sicurezza, in una presenza amministrativa, in una minaccia astratta. Si tratta di un processo che priva un popolo non soltanto della terra, ma spesso anche della possibilità stessa di raccontare sé stesso. Il nodo centrale, allora, non è soltanto la violenza materiale, ma la gerarchia implicita delle vite umane: alcune vengono immediatamente percepite come degne di protezione e di lutto, mentre altre sembrano dover continuamente giustificare la propria umanità. Per questo Ben-Gvir non può essere liquidato come una semplice deviazione estremista. Pensarlo significherebbe assolvere tutto il resto. L’estremo, in realtà, permette di leggere il centro. Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano non nasce nel vuoto: è il prodotto di una lunga abitudine politica all’eccezione permanente. Una realtà fatta di democrazia per alcuni e dominio militare per altri; di pieni diritti da una parte e di checkpoint, detenzioni amministrative, espropri e occupazione dall’altra. La domanda allora diventa inevitabile: può una democrazia continuare a definirsi tale mentre governa per decenni milioni di persone senza uguaglianza politica, libertà di movimento e reale rappresentanza? Questa stessa domanda attraversa profondamente la poesia di Mahmoud Darwish. Tutta la sua opera è una lotta ostinata contro la cancellazione, non solo quella fisica di un popolo, ma quella simbolica che riduce gli esseri umani a numeri, a profughi, a pratiche amministrative, a massa indistinta. Quando scriveva “Su questa terra esiste qualcosa per cui valga la pena vivere”, opponeva alla logica della disumanizzazione la rivendicazione della presenza umana, del diritto alla memoria, al nome, alla voce. Ed è forse proprio questo che oggi appare più minacciato: il diritto dei palestinesi a essere percepiti come vite pienamente umane. Le testimonianze che arrivano dalle carceri, dai centri di detenzione e da Gaza parlano spesso di persone che muoiono senza processo e senza nome, senza che il mondo le conti davvero. Il rischio più grande è l’assuefazione. Che bambini amputati, corpi sotto le macerie, medici uccisi, giornalisti colpiti e detenuti umiliati diventino semplice rumore di fondo geopolitico. L’orrore, del resto, non diventa normale all’improvviso: le società ci arrivano lentamente, abituandosi alle eccezioni permanenti, convincendosi che il diritto possa valere per alcuni e sospendersi per altri, costruendo categorie di esseri umani per cui la dignità è subordinata a una condizione. Ed è qui che l’Europa entra profondamente in crisi. Perché il problema non è soltanto ciò che Israele fa, ma ciò che molti governi europei continuano a tollerare pur sapendo: gli accordi commerciali che proseguono, le armi inviate, le sanzioni evitate, il diritto internazionale trasformato in un principio selettivo. L’Europa non manca di strumenti politici e giuridici; manca, sempre più chiaramente, della volontà di usarli. Eppure qualcosa oggi si sta incrinando. Grazie alla Flotilla, ai giornalisti e alle mobilitazioni dal basso, Gaza continua a parlare al mondo nonostante tutto. E da dentro il mondo ebraico stesso arrivano voci che rifiutano la complicità. La storica Anna Foa ha scritto su La Stampa che il video di Ben-Gvir è il Male rivendicato con orgoglio, una bomba gettata in un contesto incandescente, capace di sollecitare l’antisemitismo e isolare definitivamente Israele. E ha rivolto un appello diretto agli ebrei italiani: di fronte a pratiche aberranti messe in atto senza proteste dall’esercito israeliano, il silenzio non è neutralità. È complicità. Chi tace lascia che l’intera diaspora venga trascinata nell’abisso. Per questo indignarsi per Ben-Gvir non basta. Anzi, c’è un rischio ulteriore: usare la sua brutalità esibita per evitare di guardare il sistema che lo ha reso possibile, trasformandolo nel mostro perfetto per salvare la rispettabilità di tutto il resto. Egli è soltanto la faccia più esplicita di una realtà strutturale. Il problema è che molti governi europei continuano a vedere solo fino al punto in cui non sono costretti a scegliere davvero. Indignarsi per un video è più semplice che mettere in discussione accordi, armi, alleanze e convenienze geopolitiche. Una democrazia che difende i diritti solo quando non comportano conseguenze politiche ha già smesso di essere sé stessa. I diritti o valgono per tutti o non valgono per nessuno. E un’Europa che lo ha dimenticato non può invocare i propri valori fondativi senza prima fare i conti con ciò che, in nome di quegli stessi valori, ha scelto di non vedere. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEA MELANDRI: > Privati di ogni dignità -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ben-Gvir, il mostro perfetto che salva tutto il resto proviene da Comune-info.
May 24, 2026
Comune-info
Il Diritto di asilo alla prova del patto europeo
VENERDÌ 22 MAGGIO 2026, LA RETE NAZIONALE EUROPASILO – A CUI ADERISCONO ALCUNI DEI PIÙ CONSOLIDATI PROGETTI DELLO SAI (SISTEMA ACCOGLIENZA INTEGRAZIONE) – PROMUOVE A BOLOGNA IL CONVEGNO NAZIONALE CON RACCOLTA ESPERTI, OPERATORI E ISTITUZIONI PER ANALIZZARE LE NUOVE NORME EUROPEE E COSTRUIRE RISPOSTE COMUNI NEI TERRITORI. “IL NUOVO PATTO EUROPEO SULLA MIGRAZIONE E L’ASILO È UNA REALTÀ: QUALI SARANNO LE CONSEGUENZE CONCRETE SUI TERRITORI? IL CUORE DEL NOSTRO CONVEGNO SARANNO LE COMUNITÀ DI PRATICA, SPAZI DI LAVORO COLLETTIVO PER NON FARSI TROVARE IMPREPARATI…”. I TEMI DEI 4 TAVOLI DI LAVORO DEL POMERIGGIO -------------------------------------------------------------------------------- Il Nuovo Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo è una realtà: quali saranno le conseguenze concrete sui territori? A Bologna non staremo solo a guardare. Il cuore del nostro convegno saranno le Comunità di pratica, spazi di lavoro collettivo per non farsi trovare impreparati. Ecco i 4 tavoli di lavoro del pomeriggio: MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI: Analisi degli impatti delle nuove norme e costruzione di alternative possibili per la tutela dei più vulnerabili. NUOVI DIRITTI: Contro la tentazione di creare “servizi separati”, lavoriamo per un welfare universale che includa i rifugiati nelle comunità locali. LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE: Quali impatti avranno le restrizioni ai movimenti in UE sui progetti di vita delle persone e sui nostri sistemi di accoglienza? PROCEDURA ACCELERATA E TRATTENIMENTO: Strategie per garantire il diritto alla difesa e alla tutela legale nonostante l’estensione delle procedure rapide. Informazioni e iscrizioni (posti limitati per i tavoli) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il Diritto di asilo alla prova del patto europeo proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
Senza razzismo solo a parole
-------------------------------------------------------------------------------- C’è un report, appena pubblicato dall’European Network Against Racism (ENAR), che aiuta a comprendere quel che sta accadendo in questi ultimi giorni e non solo, in Italia. Un lavoro di ricerca che mette insieme, in maniera comparativa, sette rapporti nazionali e che prende il nome di Raceless in name only: whiteness and the racial governance of mobility in European Union (Privi di razzismo solo a parole: la bianchezza e la gestione razziale della mobilità nell’Unione Europea). Sin dalle prime pagine si capisce non solo il senso di quel che sarà il contenuto di questo lavoro, ma emerge in maniera nitida la chiave di lettura con cui leggere questo tempo. Chi da anni si occupa di scrivere, parlare, mettere in guardia su antirazzismo e decolonizzazione, sapeva e sa quel che sta accadendo, scrivono i curatori: la normalizzazione dell’esclusione, il diffondersi della tecnocratizzazione del sospetto, le cosiddette emergenze migratorie utilizzate per accrescere la paura, hanno rafforzato non solo politiche di profilazione razziale ma anche un sentire sociale ostile nei confronti delle persone nere. Politiche e sentire che raggiungono il picco dell’evidenza e del differente approccio quando vi è stato da dare una risposta alle persone rifugiate che fuggivano dall’Ucraina. La possibilità di muoversi nel continente europeo, così come il sentimento di solidarietà e compassione che si è creato tra la gente, sono due aspetti che non sono emersi in occasione di altri conflitti e nei confronti delle persone che scappavano e che hanno trovato e continuano a trovare sul loro cammino migratorio ostilità e barriere. Tutto questo, si legge nel rapporto, non è casuale, riflette una gerarchia di vicinanza e prossimità che ha a che fare con la whiteness, la bianchezza. Una logica che ritroviamo declinata lungo una medesima linea razziale, economica e politica che abita tanto nelle leggi quanto nelle zone di frontiera, sia interne che esternalizzate, che negli episodi di violenza più o meno visibile che ritroviamo nelle nostre città e nei racconti dei media. Con un ulteriore passo in più, sottolinea ENAR, le parole e le azioni della destra estrema non sono più confinate ma “sempre più riecheggiate e normalizzate da politiche che ne diventano espressione principale”. Basti vedere il termine remigrazione utilizzato inizialmente da frange estremiste in maniera provocatoria che diventa programma governativo. Il report Il progetto mette insieme una serie di analisi e ricerche che vanno dal giugno 2024 al dicembre 2025, lungo cinque zone di frontiera (Germania/Austria, Germania/Repubblica ceca, Italia/Francia, Croazia/Slovenia e la regione di confine basca) e tre paesi europei, Cipro, Francia e Grecia. Diversi i report presi in considerazione, così come molteplici sono le realtà che lavorano su queste tematiche e che sono state coinvolte. Tra le dodici persone che hanno condotto l’indagine, la metà ha un background migratorio e vi è chi ha personalmente subito episodi di discriminazione razziale. Ad aprire la ricerca un glossario, in modo che sia chiaro non solo il contenuto ma a cosa si riferiscono esattamente i termini utilizzati, da blackness a coloniality/decoloniality, da migranticisation a necropolitics, da racialisation a struttural racism e whiteness. Parole che sono più di un vocabolario tematico, racchiudono la declinazione di schemi razziali e nazionalistici che diventano norme che escludono e creano società escludenti. A mostrare come questo sia realtà varie testimonianze nel report. La profilazione razziale spesso raccontata vede persone nere essere perquisite senza nessun tipo di motivazione particolare, in contesti che non sono di controllo o frontiera. Azioni portate avanti da forze dell’ordine che non riconoscono un’europeità che non sia bianca e che individuano nel colore un discrimine, che per ENAR è espressione di una continuità coloniale e discriminazione razziale. Discriminazione che spesso si palesa già dal tipo di approccio con cui avviene la richiesta di documento. La preoccupazione Partendo dal presupposto che tutta la riforma del diritto europeo, che inizia dal febbraio 2024 con l’obiettivo di arrivare al famoso Patto d’asilo e migrazione del prossimo giugno, aveva come premessa quella di uniformare l’area Schengen nel rispetto del principio di non discriminazione, ENAR commissiona uno studio che vuole metter insieme, in maniera documentata, quel che accade nelle pratiche di frontiera così come nelle norme che regolamentano le procedure accelerate di controllo dei documenti, l’interpretazione di paese terzo sicuro e lo strumento del rimpatrio. I report, i racconti e le leggi sempre più escludenti rispetto alla concessione dei visti così come alla presa in carico delle domande d’asilo, mettono in luce con il tempo non solo un aumento di una sorta di continuità d’approccio coloniale, ma anche un accrescimento dei poteri discrezionali delle forze dell’ordine, non solo di frontiera. La preoccupazione delle ricercatrici e ricercatori è che questo loro lavoro che descrive in termini crudi quel che accade alle persone, trovi nel nuovo Patto su migrazione e asilo una sorta di ulteriore normalizzazione delle forme razziali di profilazione, di utilizzo di procedure accelerate e detentive. “L’abolizione del diritto d’asilo e il concretizzarsi dell’esternalizzazione delle persone migranti in paesi terzi, realizza la marcatura di queste persone come sgradite. La riforma del Codice di frontiera di Schengen che regolerà le forme di libero movimento all’interno dei confini europei con i controlli sulla mobilità delle persone razzializzate rimarcherà la loro differente condizione di appartenenza”. L’obiettivo Rappresentare nero su bianco cosa sta accadendo e come questa Europa stia gestendo i diritti legati alla migrazione, vuole essere un monito a una mobilitazione collettiva nei diversi paesi europei in cui le persone migranti vengono di continuo razzializzate. Gli episodi di cronaca che si susseguono ormai rendono palese non solo la quotidianità degli eventi, ma l’urgenza all’azione di contrasto a questo immaginario dominante per cui non esiste un’europeità (ma noi potremmo aggiungere una italianità) che non sia bianca. D’altra parte, altro aspetto non secondario che il report mette in luce: “la governance migratoria europea è strutturata dalla supremazia bianca, che è espressione di logiche coloniali che si ripetono e si materializzano nelle pratiche di esclusione, violenza e discriminazione che non sono più casi isolati o eccezionali, ma pratiche sistematiche e strutturali che si ripetono”. La frase di apertura del rapporto Raceless in name only è “When you kow, you know”. Quando sei a conoscenza, sei a conoscenza. Ecco, tutto si può dire rispetto a quel che sta accadendo tranne che non lo sapevamo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Nigrizia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Senza razzismo solo a parole proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
La banca dati “clandestina” di Europol
Esplode lo scandalo su "Pressure Cooker", la gigantesca quantità di dati anche sensibili che Europol, l'agenzia di polizia europea, avrebbe raccolto e conservato illecitamente su milioni di persone per anni Tre attivissime testate di giornalismo d’inchiesta, Correctiv, Wearesolomon e Computer Weekly, hanno scoperto che l’Europol, l’ente che coordina le polizie del vecchio continente, ha creato e gestito per anni piattaforme segrete piene di dati. Dati che non dovevano essere raccolti. Su milioni di persone. Qualsiasi persona, anche le più lontane dalle inchieste giudiziarie. Dati che non avrebbero dovuto raccogliere, né conservare. Dati che l’Europol ha gestito “illegalmente”, che ha detto e ripetuto di non aver raccolto. Ed ancora non si è capito se della vicenda si possa parlare al passato. L’inchiesta delle tre testate è stata minuziosa, si è avvalsa della richiesta di poter visionare i pochi documenti ufficiali accessibili, si è basata – molto, moltissimo – sui documenti, le email “riservate” che sono state fatte arrivare alle redazioni. Si è basata sulle “confessioni” di diversi ex dirigenti dell’Europol, che hanno scelto di restare anonimi ma tutte ampiamente verificate. Leggi l'articolo su "Il Manifesto"
UCRAINA: TRA TREGUE A METÀ E POSSIBILE NEGOZIATI CON L’UE. IL PUNTO CON IL GIORNALISTA SABATO ANGIERI
Il presidente russo Vladimir Putin lancia l’ipotesi di negoziati diretti tra Mosca e l’Unione Europea sul conflitto in Ucraina, autoproponendo come possibile mediatore l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, da anni vicino al Cremlino e coinvolto in rapporti economici con la Russia. Un segnale di apertura arriva dalla Finlandia, storicamente tra i Paesi meno inclini a posizioni filo-russe. Il presidente Alexander Stubb ha dichiarato che “è tempo di iniziare a parlare con la Russia. Quando arriverà non lo so”. Di tono opposto le reazioni di Bruxelles e Berlino: l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas infatti ha espresso irritazione per l’iniziativa russa, mentre il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius è atteso a Kiev per discutere “dell’ampliamento della cooperazione nel settore della difesa con l’Ucraina”. Nel frattempo l’Unione Europea conferma la propria linea di supporto militare ed economico: la prossima settimana sarà erogata a Kiev la prima tranche del prestito europeo da 90 miliardi di euro. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Sabato Angieri, giornalista de Il Manifesto. Ascolta o scarica. Sul terreno intanto in 24 ore 3 morti per droni russi in cielo, mentre via terra Kiev parla di 150 scontri sul campo di battaglia. Per contro Mosca parla di 57 droni ucraini abbattuti. Le parti, però, stanno preparando lo scambio di 1000 prigionieri per parte, dentro il cessate il fuoco Usa, che dovrebbe durare fino a domani.
May 11, 2026
Radio Onda d`Urto
UNGHERIA: PETER MAGYAR “EUROPEISTA PER NECESSITÀ”, NON È GARANZIA PER GLI ANTIFA IN CARCERE
Vittoria elettorale schiacciante per Peter Magyar, leader del partito conservatore “del rispetto e della libertà – Tisza“, che con il 53,2% dei voti ottiene i due terzi dei seggi in parlamento e potrà quindi modificare la Costituzione; secondo classificato e grande sconfitto Viktor Orbán che, con la lista Fidesz-KDNP, riceve 55 seggi grazie al 38,2% dei voti. Terzo e ultimo partito ad entrare in parlamento è la destra radicale del “Movimento patria nostra”, che con il 5,8%, ottiene 6 seggi. Dentro le istituzioni ungheresi “nulla rimane della sinistra” della Coalizione Democratica di Klára Dobrev, che non ha superato il 5% di sbarramento previsto dalla legge elettorale. Escluso anche il Partito del Cane a Due Code (Mkkp). L’Ungheria si è recata alle urne mentra affronta “una grave crisi economica” ed è alle prese con un pesante deficit pubblico, pari a 9 miliardi di euro. Sono questi i fattori principali che hanno spinto il partito vincitore alle elezioni “Tisza”, quello “del rispetto e della libertà” di Peter Magyar, ad assumere un atteggiamento filo europeista. Per far fronte al pesante indebitamento del paese, il nuovo governo dovrà necessariamente riuscire a sbloccare i finanziamenti provenienti dall’Unione Europea, bloccati dalle strategie “veto non veto” messe in pratica per anni da Orbán. Da non dimenticare però che il leader Peter Magyar resta esponente della destra conservatrice, “un patriota che vuole fare gli interessi del suo paese, che in questo momento storico coincidono con quelli dell’Unione Europea”. Tutto da capire anche l’evolversi delle relazioni Ungheria-Russia, dato che il paese magiaro è restato, a livello energetico, fortemente dipendente dalla Russia. Nonostante le sanzioni imposte da Bruxelles infatti, Budapest continua ad importare “gas e petrolio per circa il 92% del proprio fabbisogno”. Abbiamo intervistato Aurora Floridia, senatrice dei Verdi del Sudtirolo – Alto Adige e osservatrice elettorale in Ungheria per il Consiglio d’Europa. Ascolta o scarica Altra analisi del voto con Simona Nicolosi docente di storia delle relazioni internazionali e dottoranda per l’Università di Seghedino, in Ungheria. Ascolta o scarica Quali cambiamenti reali possiamo attenderci? Si apriranno spazi di agibilità nuovi per la sinistra e per gli e le antifascisti ungheresi? Le riflessioni di Elia Rosati, ricercatore di Storia contemporanea alla Statale di Milano, studioso delle destre europee e nostro collaboratore Ascolta o scarica In contemporanea alla sconfitta di Orban, arriva la parola fine sulla vicenda giudiziaria che vede imputata a Budapest l’eurodeputata di Avs Ilaria Salis. Il tribunale ungherese le ha comunicato l’archiviazione del processo a suo carico. “Questa archiviazione avviene a seguito del voto sull’immunità e non da un cambio di orientamento dei giudici”, chiarisce la campagna Free All Antifas. “Nulla è cambiato quindi per i processati in tutta Europa, per Maja T in carcere da oltre 600 giorni e per le richieste di estradizione di Gino e Zaid. Paradossalmente, aggiungono compagne e compagni, “il fatto che Magyar sia più gradito all’UE potrebbe rendere più facili le estradizioni”. Per questo, prosegue il comunicato, oggi è “ancora più importante rilanciare il percorso di solidarietà per tutte le persone coinvolte a partire dall’udienza di mercoledì 15 aprile a Parigi”. In conclusione, “la notte è ancora lunga”, come titola un articolo pubblicato dal blog Free All Antifas, di cui fa parte anche un compagno che ci espone la loro analisi sulla sorte di antifasciste e antifascisti rinchiusi nelle carceri ungheresi ed europee e rilancia con le prossime iniziative di piazza. Ascolta o scarica  
April 13, 2026
Radio Onda d`Urto
Sovranità satellitare
Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti […] L'articolo Sovranità satellitare su Contropiano.
April 3, 2026
Contropiano
Digital Omnibus: il nodo della definizione di dato personale. Verso un’austerity dei diritti digitali (e non solo)
Con l’approvazione della direttiva “Omnibus I” il 13 novembre, il parlamento europeo ha dato il via libera al primo “pacchetto” di “semplificazioni”, misure che riducono gli standard di tutela ambientale per le imprese che operano nel mercato unico, voluto dalla commissione von der Leyen. Nel linguaggio dell’esecutivo UE, “semplificazione” è un eufemismo che nasconde un indebolimento delle tutele per i cittadini, in particolare in tema di protezione dell’ambiente (pacchetto Omnibus I – appena approvato), di uso dei dati nell’economia digitale e di investimenti nella tecnologia militare (rispettivamente i pacchetti Omnibus IV e V, in via di approvazione). Questo articolo si concentra sulle norme che riguardano il digitale, cioè l’Omnibus IV e, soprattutto, la proposta di regolamento “Digital Omnibus” pubblicata in versione finale il 19 novembre e che inizia ora l’iter di discussione. Entrambi mirano a “semplificare” le regole sull’uso dei dati personali da parte delle aziende del digitale, in particolare quelle che sviluppano modelli di intelligenza artificiale (IA), con interventi diretti sul testo del Regolamento generale per la protezione dei dati personali (GDPR). Non è un dettaglio irrilevante, come vedremo, che il GDPR abbia trovato estesa applicazione nei confronti dei pochi colossi statunitensi che controllano il mercato digitale europeo. Leggi l'articolo sul sito de Il Forum Disuguaglianze e Diversità o ForumDD leggi l'articolo "Digital Omnibus: il nodo della definizione di dato personale" sul sito Altalex
L’India cresce di rango con l’accordo di libero scambio con la UE
Il 2026 appena iniziato vede il governo indiano protagonista per la tessitura di trame internazionali atte a ridisegnare nodi e tensioni nelle catene del valore globali. Con buona pace della retorica secondo cui si vedono i BRICS come blocco politico alter-occidentalista, il governo indiano presieduto da Narendra Modi e i gruppi finanziari-industriali cresciuti al fianco della sua compagine politica, si avvicinano a Unione Europea e si riavvicinano alla presidenza USA di Donald Trump con la stipula di due importanti accordi bilaterali di libero scambio. Se nelle trattative con l’Unione Europea c’è voluta una gestazione lunga 19 anni, con nel mezzo uno stallo intercorso dal 2013 al 2022. per vedere il compimento de “La madre di tutti gli accordi”, gli attriti tra governo indiano e USA iniziati sul fine estate sembrano ormai avviati a finire con l’annuncio del éresidente statunitense dell’abbassamento dei dazi sulle merci indiane al 18%. > In una finestra temporale di meno di venti giorni l’India, oggi quarta potenza > economica mondiale, porta a casa due pesanti accordi economico-programmatici > attraverso i quali rinforza il suo potere politico nello scacchiere > internazionale. Questa volontà di potenza è sorretta internamente da un regime > autoritario verso forza-lavoro e minoranze religiose, linguistiche, o > nazionali, e colluso con gruppi industriali essenziali per il mantenimento di > potere ed egemonia politica dell’attuale classe governativa indiana > hindu-nazionalista. Politica interna e internazionale, così come riforme economiche interne e accreditamento estero, sono strettamente interdipendenti: da rapporti di classe oppressivi verso i subalterni derivano rapporti di cortesia tra governi e padronato. Per queste ragioni, hanno un pur tenue impatto sulla diplomazia economica le riforme sulla legislazione sul lavoro sbilanciate in favore della parte padronale appena approvate e le facilitazioni fiscali-legali per gli imprenditori varate nella nuova legge di bilancio dal governo Modi. Letto nel suo insieme, lo schematismo su cui si regge l’elevazione dell’India da medio-potenza a super-potenza globale è quello di un neoliberismo autoritario interno accompagnato da un’autonomia strategica – come definita dal ministro degli esteri S Jaishankar – in cui si stringe la mano al miglior offerente purché non sia leso l’onore della nazione e dei suoi governanti. Capisaldi di questo protagonismo la crescita economica del paese, i mutati equilibri in politica internazionale e nelle catene globali del valore e la crescita in settori cruciali come difesa, siderurgia e tecnologie critiche – AI, data-center, semiconduttori, ecc. UN ACCORDO QUASI VENTENNALE Annunciata con grande risalto dal governo Modi, la presenza dei vertici europei Costa e von der Leyen come ospiti d’onore alle celebrazioni del 26 gennaio ha rivestito un’importanza cruciale. Oltre al forte peso simbolico, la visita si è rivelata il palcoscenico perfetto per la conclusione delle trattative sull’accordo di libero scambio tra India e UE. Nella parata le forze armate indiane hanno fatto sfoggio di armamenti utilizzati nel conflitto indo-pakistano come missili BrahMos, sistemi di difesa Akash e Suryastra, seguiti da rappresentanze di appartenenti a corpi militari europei impegnati nelle operazioni di difesa marittime Atalanta e Aspides. Un messaggio simbolico e politico, premonitore della finalizzazione dell’accordo di difesa tra UE e India, il nono firmato a livello internazionale dall’UE e terzo in Asia – dopo Giappone e Corea del Sud –, nel quale i due partner consolidano lo status di cooperazione privilegiata in materia di difesa militare e condivisione delle informazioni in ambito di sicurezza. Davanti all’accordo passano in sordina le sanzioni europee agli intermediari indiani dei petrolieri russi, così come la partecipazione delle forze armate indiane all’esercitazione militare Zapad effettuata nel 2025 con i rispettivi russi e bielorussi, a riprova del fatto che la diplomazia internazionale è innanzitutto una questione economica e militare. Finita la parata ricominciano i negoziati che hanno portato alla finalizzazione di un corposo accordo economico commerciale sorretto da un’architettura legale di governance condivisa su sostenibilità ambientale, infrastruttura legale su cui implementare la cooperazione economico-commerciale e protocolli comuni su industria digitale e cybersicurezza. A facilitare la finalizzazione le frequenti visite di diplomatici e capi di governo europei in India, tre nell’ultimo anno per il ministro degli esteri Tajani. Tra questi, il cancelliere tedesco Mertz che ha visitato l’India a inizio gennaio per limare dettagli su inquinamento, industria siderurgica e automobilistica, presenti nell’accordo quadro tra le due aree economiche. Resta fuori dall’accordo il settore agricolo, spinoso tanto per l’UE a causa le proteste sull’accordo Mercosur, quanto per l’India, dove le proteste dei lavoratori del settore agricolo restano di difficile gestione per il governo Modi. Per la ratifica finale dell’accordo bisognerà attendere la ratifica da parte degli Stati membri dell’UE, del Parlamento europeo e del consiglio dei ministri indiano. L’accordo ha le sembianze di una rivoluzione copernicana per le due parti che vedono scomparire i dazi su oltre il 96% delle merci, comportando un risparmio di oltre quattro miliardi di euro in dazi per le industrie europee. Con la finalizzazione dell’accordo si vuole espandere l’interscambio tra le due aree, che oggi ammonta a $190 miliardi – dati sul 2024-2925 –, creando un’area economica resiliente alla ristrutturazione delle catene del valore globale. Ha certamente giovato al raggiungimento dell’accordo tra India e UE l’imposizione di ulteriori dazi dagli USA dello scorso anno, così come l’apertura delle trattative diplomatiche sul corridoio commerciale IMEC – corridoio economico-commerciale tra India, paesi dell’Asia occidentale e del Sud del mediterraneo – che dà all’accordo un’infrastruttura supplementare su cui poggiarsi. L’India che cresce con proiezioni superiori al 7.3% del Pil per il 2026 incassa tariffe azzerate per l’import di macchinari industriali, prodotti dell’industria chimica, siderurgica e metalmeccanica, sul comparto medico e farmaceutico e soprattutto nel settore aerospaziale – ovvero del settore della difesa. Scendono i dazi per vino, la cui tassazione scenderà progressivamente dal 150% al 20-30% entro il 2030, olio d’oliva, dal 45% a zero, pasta e panificati, dal 50% a zero, e per i distillati saranno più che dimezzati, fino al raggiungimento del 40-50%. > La svolta copernicana effettiva arriva nel settore dell’automotive dove i dazi > indiani scendono di più del 70%, con grossi sconti per i mezzi di fascia alta. > La mossa prevede la riduzione dei dazi al 10% per auto fino ai €15mila, del > 35% per auto tra i €15 e i €35mila, del 30% nella fascia tra €35 e €50mila, e > del 30% per mezzi sopra i €50mila; per un totale previsto di centomila auto > l’anno. Chiudono il quadro la riduzione di dazi per ventimila auto elettriche > prodotte in Europa l’anno al 30%-35%. Il quadro delineato è molto favorevole all’industria automobilistica di lusso, in cui fanno la voce grossa i marchi tedeschi; mentre l’apertura all’industria automobilistica indiana nel mercato UE potrebbe avere più che qualche dolorosa conseguenza sull’industria europea a fronte del ruolo di aziende come Bajaj – proprietario del marchio austriaco KTM – e del ruolo giocato da Tata motors nell’industria europea – già proprietaria dell’ormai dismesso marchio spagnolo Hispano Carrocera e nuovo proprietario di Iveco e FPT. Unici a esultare in Europa i produttori tedeschi, la cui associazione di categoria ha rilasciato una nota stampa «Questo è un passo importante per entrambe le regioni, e in particolare per la Germania in quanto nazione esportatrice e per le aziende dell’industria automobilistica tedesca. Realizza un miglioramento dell’accesso al mercato, di cui c’era urgente bisogno, in un contesto globale sempre più protezionistico, sebbene non tutti gli ostacoli siano stati rimossi»- Inoltre, i massicci investimenti di marchi giapponesi come Honda, Maruti-Suzuki, Toyota e Nissan nella produzione di veicoli elettrici in India per circa $11 miliardi nei prossimi anni, potrebbero far dell’India l’hub di produzione e poi esportazione di auto dall’Asia all’Europa. > In un contesto di ridefinizione delle catene del valore globale, dalla > progressiva dismissione dell’industria metalmeccanica europea alla centralità > qualitativo-quantitativa dei mercati asiatici nel settore, la notizia ha forte > valore: il capitale si sposta dove sono più forti gli incentivi pubblici > economici, legali e ambientali, e dov’è più forte il potere degli imprenditori > rispetto alla classe operaia. È inoltre critica la gestione del settore siderurgico, di cui l’India è seconda produttrice globale dietro la Cina, con una produzione di 123,9 milioni di tonnellate nel 2025. La stipula di questo accordo, con la maggioranza governativa indiana che ha tra le sue fila membri delle famiglie industriali Jindal e Mittal, rispettivamente proprietaria delle acciaierie di Piombino e già proprietari dell’ex-ILVA di Taranto, dovrebbe far suonare più di un campanello d’allarme a queste latitudini. CHI CI GUADAGNA? Escono sicuramente vincitrici da questo round di trattative le industrie militari europee e indiane, entrambe in forte crescita grazie ai cospicui finanziamenti statali e alla corsa al riarmo generale, che nel giorno successivo alla stipula dell’accordo vedono le proprie azioni rialzarsi del 7%, con punte dell’8,9% per Bharat Electronics. Lo scenario che si apre può contare oggi su un’India certamente dipendente dalle forniture estere – stando al report dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma seconda importatrice mondiale, con 8.9% dell’import globale – ma con produzioni in ascesa grazie a espansione industriale, domanda interna, e joint-venture con produttori occidentali. Lo scenario aperto dal nuovo trattato di libero scambio spalanca le porte a ulteriori esportazioni e produzioni in joint-venture di armamenti per le maggiori aziende europee, dando allo stesso tempo un’exit strategy all’India dalla dipendenza storica dalla Russia – ora meno affidabile nell’esportazione d’armi a causa dell’impegno militare in Ucraina. Le numerose visite di diplomatici italiani e funzionari di controllate statali hanno ottenuto condizioni di mercato progressivamente vantaggiose per le aziende italiane, espulse per lungo tempo dal mercato indiano in seguito allo scandalo sulla corruzione di funzionari indiani da parte di Augusta Westland nel 2014, con commesse per la fornitura di equipaggiamenti per le controllate dei gruppi Leonardo-FinMeccanica e FinCantieri, e protocolli di interoperabilità di armamenti. L’industria indiana guadagna molto nel settore delle tecnologie critiche che comprendono  semiconduttori, data center, assemblaggio e produzione, acquisendo know-how senza tariffe dall’UE e offrendo un ambiente produttivo vantaggioso in termini di costo della forza lavoro qualificata, regolamentazione ambientale e incentivi pubblici. A muovere i primi passi grandi aziende del settore tecnologico, come Alphabet-Google che ha annunciato investimenti per $15 miliardi per la costruzione di un hub AI a Visakhapatnam in Andhra Pradesh e la firma della stessa azienda di un accordo quadro nello Stato dell’Assam. Investimenti in espansione anche grazie alla partecipazione a numerose iniziative del forum mondiale dell’economia di Davos di esponenti di primo piano del governo indiano e dei governatori di sei Stati indiani, corsi in Svizzera per accaparrarsi investimenti da gruppi finanziari-industriali alla ricerca di nuovi spazi di mercato. Di questi vale la pena citare l’accordo siglato dal governatore dell’Uttar Pradesh all’ultimo forum mondiale dell’economia con l’olandese AM Green per la costruzione di un data center a Noida – alla periferia di Delhi – con un investimento previsto di $25,.3 miliardi entro il 2028. Gli investimenti in centri di calcolo avanzati si accompagnano a quelli dell’industria ad alto valore aggiunto, in forte sviluppo anche grazie alla filiera corta favorevole sia all’assemblaggio di componenti tecnologici avanzati, che alla produzione di prodotti finiti. Una filiera disegnata su misura da grandi marchi come Samsung e Apple, che negli ultimi anni hanno individuato nell’India un paese sicuro in cui produrre per tenersi al riparo dalla guerra dei dazi contro le aziende cinesi portando con sé grandi fornitori del calibro di Foxconn e trovandone di nuovi e competitivi all’interno degli hub industriali indiani. In questo sistema fortemente viziato da schemi di incentivi pubblici per l’industria estera varati dal 2020 e dalla noncuranza delle istituzioni verso le condizioni dei lavoratori della filiera, l’India diventa territorio di conquista per finanza e industria di settore. > Incassa un altro successo il governo Modi, accreditatosi sullo scenario > internazionale come interlocutore di primo livello e portavoce della “più > grande democrazia del mondo”. Restano molti i dubbi sulle clausole etiche > dell’Unione Europea, conscia delle ripetute violazioni dei diritti delle > minoranze nel subcontinente, e l’attenzione alle convenzioni > dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro che ha più volte denunciato le > condizioni di sfruttamento strutturale della forza-lavoro nel subcontinente > indiano. Alla fine dei conti in Europa tutti brindano al successo, dalla commissaria europea agli esteri Kaja Kallas alla premier italiana Meloni, da tempo molto vicina al governo Modi. Che questo sia anche un successo del ministro degli esteri Tajani che partecipò alla sessione dell’UNESCO di Delhi in cui si è iscritta la cucina italiana come patrimonio immateriale dell’umanità fa più ridere che piangere, data la residualità dell’industria italiana – fatta eccezione per i settore farmaceutico e difesa – nell’economia internazionale; che questo accordo si festeggi con così tanta enfasi senza proferire parola sull’acquisizione da parte di Tata Motors di Iveco e di FPT da parte del governo italiano è senz’altro farsesco; che si faccia al cospetto di una maggioranza governativa composta tra gli altri da membri delle famiglie industriali Jindal e Mittal – protagonisti della deindustrializzazione nociva delle acciaierie di Piombino e Taranto – è senz’altro tragico. La copertina è di MEAphotography (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo L’India cresce di rango con l’accordo di libero scambio con la UE proviene da DINAMOpress.
February 13, 2026
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