
Camminare bendati
Comune-info - Monday, May 18, 2026
Taranto, 15 maggio. Foto di Giustizia per TarantoA Waterloo Place, nel cuore monumentale di Londra, è comparsa una figura. Un uomo in abito formale avanza con passo deciso verso il vuoto. Il volto è completamente coperto da una bandiera. Non la porta: la subisce. Non la espone: la indossa come una benda. L’installazione, attribuita a Banksy, non è stata scelta a caso né per il gesto né per il luogo. Attorno si innalzano le statue che celebrano la storia imperiale britannica — la retorica della potenza, la memoria pubblica della nazione, il culto di sé che ogni impero trasforma in marmo. In mezzo a quella grammatica della celebrazione, la figura bendata introduce una frattura silenziosa: non celebra nulla, non ricorda nulla, ma cammina. Cammina con la sicurezza di chi è convinto di sapere dove sta andando. Cammina verso il precipizio.
Il nazionalismo è questa cosa: non l’amore per un luogo o una lingua, ma la certezza che rende inutile lo sguardo. La bandiera sul volto non lascia entrare nulla, nessun dubbio, nessun volto altrui, nessuna storia che non sia già stata decisa. È un dispositivo di chiusura che si spaccia per identità, una paura che viene somministrata come appartenenza. E funziona tanto meglio quanto più si ammanta di retorica: il popolo, la nazione, i confini, i nemici. Le destre che si ispirano al fascismo — e alcune, senza ipocrisie, al nazismo — hanno capito da tempo che non serve la violenza esplicita per preparare il terreno alla violenza. Basta lavorare sulle coscienze. Basta convincere che ci sono vite che contano e vite che non contano. Basta insegnare a non vedere.
La filosofia del Novecento ha un nome per questo: la sparizione del volto. Per Emmanuel Lévinas, il volto dell’altro è il luogo in cui si fonda ogni etica possibile, non come astrazione, ma come appello concreto e irriducibile. Quando guardi il volto di un altro essere umano, qualcosa ti chiede conto. Quando quel volto viene rimosso — sostituito da una categoria, da uno straniero, da un clandestino, da un nero — quella richiesta scompare. E ciò che rimane è solo gestione: il problema da risolvere, il numero da ridurre, il corpo da espellere.
Alle 5 di mattina del 10 maggio 2026, in piazza Fontana a Taranto, Bakari Sako stava andando a prendere il treno. Aveva 35 anni, veniva dal Mali, faceva il bracciante. Una “baby gang” lo ha accerchiato e ucciso a coltellate. Sei fermati, di cui quattro minorenni tra i 15 e i 17 anni. Secondo la procura, il gruppo cercava qualcuno di vulnerabile da colpire — “in questo caso un ragazzo nero”, ha detto la procuratrice per i minorenni. La pista dell’odio razziale è ancora in corso di accertamento. Ma le telecamere avevano già immortalato lo stesso gruppo, sei minuti prima, mentre intimidiva un altro uomo di origine subsahariana.
Bakari Sako non era un simbolo. Era una persona. Aveva due mogli in Mali, entrambe incinte quando è morto. Lavorava. Si alzava prima dell’alba per prendere un treno. Qualcuno lo ha visto e ha deciso che era il tipo di cosa che si può colpire.
Questo non nasce dal niente. Nasce da anni di propaganda che ha lavorato sistematicamente a togliere il volto ai migranti — a trasformarli in invasori, in emergenza, in minaccia da cui difendersi. Nasce dai decreti sicurezza, dai porti chiusi come atti di forza, dai comunicati che contano gli sbarchi come fossero dati di borsa. Nasce dal linguaggio della destra di governo che normalizza la disumanizzazione e poi si stupisce — o finge di stupirsi — quando la disumanizzazione produce conseguenze fisiche. La violenza razzista non arriva come fulmine a ciel sereno: arriva dopo che qualcuno ha preparato il cielo.
E arriva nel silenzio. Perché la morte di Bakari Sako non ha generato, dalla politica, quasi nessuna reazione. Un uomo ucciso all’alba mentre andava al lavoro, e chi governa questo paese ha scelto di non nominarlo. Il silenzio non è neutro: è una scelta. È la scelta di chi sa che nominare costerebbe qualcosa — almeno la coerenza con il discorso che si è costruito.
La domanda che quell’immagine pone non riguarda solo chi porta la bandiera sul volto. Riguarda anche chi guarda e cosa sceglie di fare.
Perché non tutti hanno scelto il silenzio. La procuratrice Eugenia Pontassuglia ha parlato chiaro: “Non ci sono decreti sicurezza che tengano, dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere ed essere rispettata”. Associazioni, sindacati, singoli cittadini hanno detto il nome di Bakari Sako quando chi governa preferiva non dirlo. Non sono una maggioranza rumorosa. Ma esistono — e la loro esistenza conta, perché dimostra che la benda non è un destino: è una scelta. E le scelte si possono fare diversamente.
La figura di Banksy cammina verso il precipizio con la sicurezza di chi non vede più. Ma attorno a lei, in quello stesso spazio carico di storia e di retorica, qualcuno si è fermato a guardare. Qualcuno ha riconosciuto nell’installazione non un’opera d’arte da ammirare, ma uno specchio da rifiutare. Ci sono persone che la benda non se la sono mai messa, e persone che hanno trovato la forza di togliersela. È da lì — non dall’alto, non dalle istituzioni che tacciono — che si ricomincia a costruire qualcosa.
L'articolo Camminare bendati proviene da Comune-info.