I Giochi del Mediterraneo a Taranto: la messinscena del riscattoTaranto è uno dei luoghi in cui le contraddizioni del cosiddetto sviluppo sono
più evidenti. Per decenni questa città ha pagato il ricatto tra lavoro e salute,
la devastazione ambientale e la subordinazione del territorio agli interessi
della grande industria. Oggi continua a convivere con precarietà, difficoltà
reddituali, emigrazione giovanile, crisi demografica, problemi sanitari e
servizi pubblici insufficienti.
Eppure periodicamente ritorna lo stesso racconto: la rinascita, il rilancio, la
grande occasione che dovrebbe finalmente cambiare il destino della città.
Oggi questa narrazione passa soprattutto attraverso i Giochi del Mediterraneo.
Non è lo sport a essere in discussione, né la possibile utilità di alcuni
impianti realmente necessari alla popolazione. Il problema è spacciare un grande
evento per sviluppo, come se costruire strutture, organizzare cerimonie e
concentrare per alcune settimane l’attenzione mediatica sulla città significasse
automaticamente migliorarne le condizioni sociali ed economiche.
Ma a Taranto questa retorica assume un carattere ancora più contraddittorio. Lo
stesso Stato che continua a considerare indispensabile mantenere in vita a ogni
costo l’ex Ilva, nonostante il prezzo ambientale, sanitario e sociale pagato per
decenni dalla città, arriva contemporaneamente a celebrare i Giochi come simbolo
della sua rinascita.
Da una parte si continua a chiedere a Taranto di sostenere il peso di un modello
industriale che l’ha trasformata in una delle città martiri del capitalismo
industriale; dall’altra, sulla stessa città, si costruisce la rappresentazione
festosa del rilancio e del futuro.
La contraddizione è evidente: non si può continuare a imporre a Taranto il costo
della produzione industriale a ogni condizione e, contemporaneamente, utilizzare
la stessa città come vetrina festosa di una rinascita che quelle scelte
continuano concretamente a negare.
Lo sviluppo dovrebbe essere misurato su altro: reddito, lavoro stabile, sanità,
casa, servizi pubblici, trasporti, tutela ambientale e possibilità per i giovani
di restare. Se queste condizioni non cambiano, la città può apparire diversa
senza essere diventata migliore per chi ci vive.
La questione riguarda innanzitutto il territorio. Negli ultimi anni nuove
edificazioni hanno continuato a occupare spazi liberi e verdi. È accaduto anche
nella zona in cui abito, dove nel giro di pochi anni sono sorti due nuovi
edifici e uno degli spazi edificati ospitava prima un giardino con degli alberi.
Poco distante è stato eliminato un filare di alberi per realizzare una pista
ciclabile scarsamente utilizzata e senza continuità con una rete più ampia. Una
contraddizione evidente: si sacrificano alberature in nome della mobilità
sostenibile mentre la bicicletta continua ad avere un ruolo marginale e
l’automobile resta dominante, anche perché il trasporto pubblico urbano non
viene percepito come sufficientemente affidabile per frequenza, continuità e
rispetto delle corse.
Sono esempi locali di una questione più generale: quale modello urbanistico
stiamo costruendo in una città che ha già subito una pressione ambientale
enorme?
Ed è precisamente su questo terreno che anche i Giochi dovrebbero essere
valutati.
Per i Giochi del Mediterraneo a Taranto 2026 sono stati stanziati 300 milioni di
euro: 275 milioni destinati alle infrastrutture sportive e 25 milioni
all’organizzazione dell’evento. Non è quindi una questione marginale: parliamo
di una grande concentrazione di risorse pubbliche e di opere che continueranno a
produrre costi e conseguenze ben oltre le poche settimane delle competizioni.
Non basta allora chiedersi cosa verrà costruito. Bisogna chiedersi quanto
territorio viene trasformato, quante risorse materiali ed energetiche
richiederanno queste strutture, quanto costerà mantenerle e quale utilità
sociale avranno una volta terminato l’evento.
Le perplessità non sono soltanto politiche. La stessa ASSET della Regione Puglia
ha sollevato critiche sulla sostenibilità economica e ambientale di alcune
scelte. Nel marzo 2025 il suo direttore generale segnalava, tra l’altro,
l’aumento delle risorse previste per lo stadio Iacovone da 18 a 62 milioni
rispetto all’impostazione iniziale e criticava la soluzione allora prospettata
delle navi da crociera per ospitare migliaia di persone, giudicandola molto più
costosa rispetto a soluzioni alberghiere e problematica per l’impatto su un
ecosistema fragile.
È un punto importante: non basta mettere l’etichetta della sostenibilità su un
grande evento perché questo diventi sostenibile.
Ogni nuova infrastruttura ha richiesto materiali, energia, cantieri,
trasformazioni degli spazi e consumi per gestione e manutenzione. A Taranto il
bilancio di un evento di questa portata dovrebbe quindi comprendere non soltanto
la sua riuscita organizzativa, ma il costo ecologico complessivo e ciò che
resterà negli anni successivi.
Poi c’è la questione economica.
Di fronte a centinaia di milioni di euro di risorse pubbliche non basta sapere
quanto costano complessivamente i Giochi. Bisogna capire dove finiscono
concretamente questi soldi.
Occorre poter ricostruire la catena degli appalti e dei subappalti: quali
imprese ottengono i lavori, quali parti vengono successivamente affidate ad
altri soggetti e per quali importi. Dietro la cifra complessiva esiste una
distribuzione molto concreta di denaro tra imprese, consorzi, fornitori e
subappaltatori.
La questione politica è quindi capire chi incassa la spesa pubblica e quale
parte di quella ricchezza rimane realmente sul territorio sotto forma di lavoro
stabile, servizi e patrimonio collettivo.
E il problema non termina con la conclusione dei lavori.
Il Comune di Taranto ha già avviato procedure rivolte a operatori economici per
individuare modelli di gestione e valorizzazione degli impianti attraverso forme
di partenariato pubblico-privato e concessione. Questo pone una domanda precisa:
a quali condizioni un patrimonio realizzato attraverso denaro pubblico verrà
eventualmente affidato alla gestione privata?
Se gli impianti verranno gestiti attraverso tariffe, corsi, abbonamenti e
servizi commerciali, può prodursi un meccanismo molto semplice: la collettività
sostiene l’investimento iniziale e successivamente il privato ricava reddito
dalla gestione, mentre il cittadino torna a pagare per utilizzare ciò che ha già
contribuito a finanziare.
Se invece rimarranno direttamente pubblici, bisognerà garantire per anni risorse
per personale, manutenzione, energia e gestione. In entrambi i casi il costo
reale di un impianto non termina con la sua inaugurazione.
Anche il lavoro va giudicato con lo stesso criterio. Qualche mese di occupazione
nei cantieri, nei servizi o nell’accoglienza non modifica la struttura economica
della città.
E quando attività necessarie all’organizzazione vengono affidate al cosiddetto
volontariato, il problema è ancora più netto: se quella prestazione è necessaria
al funzionamento di un evento finanziato con centinaia di milioni di euro
pubblici, è lavoro e deve essere retribuito.
Chiedere soprattutto ai giovani di lavorare gratuitamente in cambio di
“esperienza” o “curriculum” significa utilizzare la loro condizione di debolezza
per abbassare ulteriormente il valore del lavoro. Se esistono risorse per
appalti, imprese, forniture e organizzazione, devono esistere anche per pagare
chi lavora.
Dentro questo impoverimento cresce anche la frattura sociale. Quando il reddito
non basta, trovare una casa diventa difficile, il lavoro è precario e i servizi
pubblici arretrano, le persone vengono spinte a contendersi ciò che rimane. Si
indeboliscono solidarietà e socialità e diventa più facile rivolgere la rabbia
contro chi sta ancora più in basso.
È qui che il razzismo svolge una precisa funzione politica. Il migrante viene
trasformato nel concorrente per la casa, il lavoro, un sostegno economico o un
servizio pubblico, mentre scompaiono le responsabilità di chi produce e governa
disuguaglianza e scarsità. Il conflitto viene spostato dall’alto verso il basso:
chi ha poco viene messo contro chi ha ancora meno.
A Taranto l’uccisione di Bakari Sako, lavoratore originario del Mali che stava
andando al lavoro, rende ancora più grave un clima nel quale il migrante viene
continuamente trasformato in problema o minaccia. Su questa paura si costruisce
ormai una campagna elettorale permanente, cinica ed eticamente inaccettabile,
che usa i migranti come bersaglio mentre lascia intatte le cause reali
dell’impoverimento e delle fratture sociali della città.
Ed è qui che Taranto rimanda a qualcosa di molto più grande.
Il capitalismo contemporaneo continua a richiedere crescita e accumulazione
mentre concentra ricchezza, precarizza il lavoro, consuma territorio e risorse e
trasforma bisogni collettivi in occasioni di profitto. Anche la crisi ecologica
finisce per diventare un nuovo terreno di investimento e valorizzazione
economica.
Ma questa logica non si ferma all’economia.
La competizione per energia, materie prime, tecnologie, mercati e aree
d’influenza si intreccia sempre più apertamente con la militarizzazione e la
guerra. Alle popolazioni vengono chiesti sacrifici mentre aumentano le risorse
destinate agli apparati militari e all’industria bellica. E questo avviene in
una fase nella quale conflitti sempre più pericolosi coinvolgono direttamente o
indirettamente potenze nucleari.
VERSIONE PRESSENZA
Redazione Italia