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Trauma e vergogna
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Lo stupore ha sempre qualcosa d’infantile. Incanta, affascina, attrae, soffia nell’anima un sapore primordiale. L’origine, il sacro e il profano si mescolano. Un turbinio, un caos di emozioni, disegnano l’orizzonte delle percezioni. Il graffito è lì, è inciso, non lascia scampo. Non è su una roccia, ma su una parete umana. Il paesaggio non è quello di una grotta ma un “luogo” del corpo. Il colore, che di solito è legato alla terra, qui è sfacciatamente rosso sangue. L’epidermide è sfregiata con unghie di mastino tanto da disegnare un graffito perfetto. I pensieri si volatilizzano, fluttuano scompigliati nell’aria densa. I rumori che provengono muti da quel corpo violato, si contaminano con quelli di una piazza assordante, in parte distratta, in parte attratta fino all’incredulità, dall’abisso di quella violenza. Lo spazio del mondo circostante si fa invadente, trasgressivo. Tutti vogliono sapere cosa è successo. Troppo difficile è trasformare quella violenza cieca in qualcosa di pensabile. La paralisi prende il sopravvento. Sentimenti come impotenza, sconforto, indignazione affollano il bisbiglio che non trova asilo se non in una scomposta grammatica emotiva. Tutto è concretamente vero: i cani che lo hanno azzannato, i poliziotti che li hanno aizzati, i mastini che hanno attaccato lui e i suoi compagni inferocendosi sui genitali. L’ospedale per le gravi ferite. Infine, gli otto giorni trascorsi in una prigione con un solo pezzo di pane. “Ricevevamo una sola pagnotta di pane al giorno in modo che rimanessimo cadaveri viventi”. È il 7 agosto di una calda serata estiva: la quotidiana banale pratica del male questa sera ha il muso dei mastini d’assalto e la maschera del trauma. “La realtà è teatro di vita: un teatro senza immaginazione, senza illusione1”. La scena, sottratta all’immaginazione, non ha nulla di onirico nonostante quel graffito su pelle umana apra allo stupore. Porta invece in superficie ciò che è occulto. Ai nostri confini di terra, da anni, si consuma la tortura. Non un bosco è innocente; le mine della guerra ancora innescate su cui saltano corpi umani, le fototrappole, i droni, le telecamere, sono gli strumenti di comuni rappresaglie e push back ai danni di uomini, donne e bambini migranti. La maschera del trauma, dunque, fa sorgere in noi sentimenti di odio e di rabbia, soprattutto di indignazione. Nella declinazione delle reazioni manca la vergogna: la nostra vergogna. È stupefacente il contrasto tra noi e la pacatezza di quell’uomo assaltato dai cani, dalla spalla, ai genitali. Dov’è finito, in lui, il trauma? Perché invece si vergogna? C’è sicuramente uno scarto: lui avrebbe bisogno di essere “visto”, riconosciuto, di percepire la nostra debolezza come qualità costitutiva di una relazione empatica. Trova invece l’intrusività rapace, la curiosità invasiva, l’accalcamento scomposto per vedere quel graffito quasi fosse un’attrazione. In questo scarto fra noi e lui, sorge lo shock della vergogna. È lo shock d’essere spogliato di qualsiasi valore, di essere ridotto o trasformato in una “cosa”. Si copre il corpo che qualcun’altro gli ha scoperto per mostrarci la spalla lacerata. Lui non vorrebbe mostrare, non intende farsi curare. La vergogna rivela tutto il suo disagio d’essere colto nella propria nudità, nella propria debolezza. È una colpa che lo induce a coprirsi, quasi a sparire, come infatti avviene di lì a poco. Il disprezzo subito dai suoi aguzzini, l’umiliazione d’essere stato attaccato dai cani, lo porta a rendersi invisibile e ritrarsi dalla scena della piazza, proteggendosi dagli sguardi intrusivi. Come in un accrocco familiare, imperfetto quanto si vuole, si siede lontano da noi, in un cerchio chiuso con “viaggiatori” improvvisati, suoi connazionali che, conoscendo bene quelle violenze, sanno anche restituire un legame fatto di comprensione immediata, di sentimenti reciproci e di cura affettiva. Lui, come tutti loro, non può permettersi di cedere al trauma. Ha un mandato familiare da onorare: vivi e salva-ci. Non c’è tempo per ascoltare il dolore interiore. “Il trauma è il dolore degli impotenti” secondo Herman2. Un migrante violentato dalla rotta di terra o di mare, non può cedere ai propri sentimenti. L’intero suo villaggio ha raccolto i soldi affinché lui arrivasse in Europa e potesse, un giorno, restituire un po’ di benessere a coloro che hanno investito in lui come fosse un capitale umano. Che fine hanno fatto, dunque, le emozioni traumatiche? Si può solo supporre che esse vivano separate dalla parte orientata alla vita quotidiana, in questo caso alla sopravvivenza, o bloccate in una modalità di difesa, comunque incapsulate. La ferita più profonda che è anche la più viva, traspare da quel suo gesto elusivo che lo porta a sottrarsi alla vista comune, simile a colui che non si sente pienamente umano, che prova una sensazione di indegnità, quasi fosse, come dice la Butler “non degno di vita”3. Il corpo azzannato da quei mastini è, prima di tutto, un corpo destituito di valore in cui il cuore della violenza è l’attacco all’identità. Esso ci restituisce però, in modo potente, il nodo della nostra identità. Chi siamo noi di fronte al male? Chi siamo noi, nella “Piazza del Mondo”, a Trieste, (il luogo in cui ogni giorno alcune persone accolgono i migranti della rotta balcanica, ndr), di fronte a un essere torturato? Le reazioni emotive fanno a zuffa tra la rabbia e l’impotenza, mentre non proviamo quel sentimento basilare che è la vergogna. Nulla vogliamo conoscere dello straniero che è in noi stessi, che ci abita come terra oscura e rimossa. Il fuori è lo spazio in cui tutto ciò che turba può essere estromesso. Il disumano, il mostruoso, quella sorta di discarica che trasforma l’altro in “cosa”, non può coincidere con noi stessi. L’area semantica a cui rimanda quel graffito su pelle umana viene da fuori, è collocato altrove. La piazza, popolata dall’incredulità, può comodamente scindere l’aspetto della violenza dalla sua implicazione, e considerare la tortura una pratica che non ci riguarda poiché noi siamo altro, noi accogliamo, noi curiamo. Con Abdelmalek Sayad, autore de La doppia assenza, possiamo dire che il contatto con lo straniero, specchio di noi stessi, ci mette in relazione con le nostre parti traumatiche costringendoci a vedere qualcosa che è insopportabile, che eccede, che abita ai confini dell’identità e quindi non è appropriabile. Quello specchio che per noi è il volto del migrante, dovrebbe portarci allo svelamento di aree comuni, di aree intrapsichiche abitate sì da emozioni complesse e, proprio per questo, da esplorare. Dovrebbe farci provare quella vergogna che lui stesso sente per la nudità della sua debolezza, che poi diventa, usando Lévinas, la vergogna per “la nudità di un’esistenza incapace di nascondersi”4. Noi, però, non siamo nudi. Anzi, siamo esposti. Siamo immersi in una cultura svergognata fatta di esibizionismo, di narcisismo, di sfacciataggine, dove tutto è sovraesposto e, come diceva Baudrillard, dove non c’è “più nulla da vedere” perché tutto è già stato mostrato. Guai non essere nessuno, non apparire, non esibirsi. Quindi, con quella violenza, con quel graffito umano, noi non c’entriamo, siamo altro, innanzitutto “siamo”. In quei morsi di cane, in quell’assalto ai genitali, troviamo la morte della nostra vergogna. Lui semplicemente “non è”. È invece un corpo di dolore, una cosa da fotografare e da esporre come tutto, appunto, si espone. Lui è invisibile ai nostri occhi. Dipende, in verità, con quale occhio interno noi lo guardiamo, con quali parole lo accogliamo, con quale ascolto interiore lo sentiamo. Quale grido interno risale a noi da quell’essere torturato? Quella domanda che neppure Cristo ha saputo trattenere nella croce: perché mi viene fatto del male? con cui Simone Weil5 ci interroga nel suo scritto del 1943, è una domanda che riguarda tutti noi, privati ormai del pudore e della vergogna in quanto complici, diretti o indiretti, di una violenza che stiamo a guardare. I pensieri cadono automaticamente fuori, in un altro regime, quello del non pensato come da sempre sono le situazioni dell’emergenza, per fare di quella stessa violenza una familiare estraneità. Bisognerebbe invece passarci attraverso, lasciando che le aree psicosomatiche arcaiche si mobilitino in un corpo a corpo capace di assumere la vergogna come stigma della nostra umana disumanità. Vivere in “intimità con l’orrore”, sostare nel disumano, ritrovare la nostra ferita nello sguardo ferito dell’altro è, forse, l’unica area intermedia che avvicina le nostre sponde allo spazio dell’incontro possibile. Consentire che il perturbante irrompa con una frase, un gesto tutto da decifrare – come quello dell’uomo dal graffito umano che si copre mentre qualcuno lo s-copre – per ri-collocarlo, anziché fuori da noi, in noi, nel nostro apparato psichico simbolizzante, sarebbe un modo per riconoscere il diritto ad essere estraneo, straniero; il diritto di resistere e di mantenere un elemento inassimilabile. Questo riconcilierebbe anche noi stessi alla nostra “umanità” abitata da quella che ho definito una familiare estraneità. Solo così il trauma può insegnare a noi stessi la via della cura permettendo che la vergogna rientri nel nostro alfabeto emozionale in cui giocare il senso e lo scacco della nostra umana esistenza. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Resnik S., Sul fantastico, Bollati Boringhieri 1993, p.158 2 Herman J., Guarire dal trauma, Magi edizioni, 1992, p.51 3 Butler J., Vite precarie, 2004 4 Lèvinas E., Dell’evasione, Cronopio, Napoli, 2008, p. 32 5 Weil S., La persona e il sacro, Adelphi, Milano, 2012 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trauma e vergogna proviene da Comune-info.
September 6, 2026
Comune-info
Italia, laboratorio della guerra ai migranti
Foto YaBasta RestiamoUmani -------------------------------------------------------------------------------- Pubblichiamo un estratto di uno dei capitoli aggiornati del libro Nel laboratorio della guerra. Archeologia del presente, racconti antropologici, strategie planetarie, di prossima pubblicazione. . Nel 1998 la legge 40 “Turco-Napolitano” istituisce i Centri di Permanenza Temporanea che assumono la realtà di centri di detenzione per chiunque giunga in Italia da “irregolare” e diventano il modello di reclusione adottato da molti paesi europei. Nel 2002 la legge “Bossi-Fini” istituisce i Centri di Identificazione, legalizza la detenzione di migranti e richiedenti asilo violando la Convenzione ONU sui rifugiati e sancisce l’espulsione con accompagnamento alla frontiera, l’ottenimento del permesso di soggiorno legato ad un lavoro effettivo, l’uso delle impronte digitali e l’uso delle navi della marina militare per contrastare “l’immigrazione clandestina”. L’edificazione dei CIE e la definitiva criminalizzazione degli stranieri opera la separazione tra migranti “buoni” e “cattivi”, regolari e irregolari, possibili cittadini e criminali, – separazione che si riproduce all’interno dello stato tra cittadini con pieni diritti e marginali, pericolosi, anormali. Dopo il 2005, vengono adottati i Common Basic Principles redatti dal Consiglio Europeo, nella forma del Documento programmatico relativo alla politica dell’immigrazione, con cui si statuisce il principio della cosiddetta Civicintegration… In Italia il testo prodotto dal governo parla di adeguamento alle regole e riconoscimento dei valori della comunità di arrivo e la civicintegration conosce una più intensa torsione culturalista e autoritaria. Nel 2007 la Carta dei Valori della cittadinanza e dell’integrazione è il provvedimento del Ministro degli interni Amato per fronteggiare il rischio del “terrorismo islamico” attraverso la “soglia di tolleranza e sicurezza”. Prevede di assimilare ad un sistema di valori le diversità percepite come conflittive. L’adesione ai valori è misurata attraverso un vero e proprio muslimtest. Nel 2009 il “pacchetto sicurezza” (Legge 94) del ministro dell’interno Maroni attua la trasformazione dello straniero da soggetto di diritto a individuo condizionato e garantito dal permesso di lavoro. La prima selezione di “indesiderabili” avviene nei paesi di partenza e non di sbarco, mentre la selezione dei residenti potenzialmente pericolosi comprenderà in maniera informale attivisti, reti di movimento, studenti e giovani nelle strade e fuori dai locali della movida. Nel 2010 il Patto per l’integrazione nella sicurezza introduce misure obbliganti sulle condotte e sulla correzione degli stili di vita “stranieri”, giustificate dalla “salvaguardia dell’italianità” e dalla “rinnovata capacità di governo del fenomeno migratorio” attraverso il controllo rafforzato dei confini e la creazione selettiva e meritevole di cittadini docili e produttivi. Queste misure sono: educazione e apprendimento della lingua e dei valori, ottenimento di un lavoro sul mercato interno ed esterno, alloggio e accesso ai servizi essenziali e attenzione ai minori… … Nel 2015, l’Agenda europea sulle migrazioni prevedeva il rimpatrio e la cooperazione nella “gestione dei flussi” con i paesi terzi strategici, di transito e origine dei flussi (Grecia, Turchia e Niger, Nigeria, Mali, Etiopia, Sudan, Libia); il rafforzamento di Frontex e la “gestione condivisa” della guardia costiera con i paesi di transito; l’istituzione di hotspot «per controllare gli abusi dovuti ai processi di asylumshopping», in realtà per attuare l’espulsione nei paesi d’origine e transito; il “rafforzamento dei canali per la migrazione legale qualificata”. Seguendo il rifiuto di accoglienza dei del “gruppo di Vysegrad”, il governo italiano proponeva il Migration compact che prevedeva il rafforzamento dell’accordo UE-Turchia, l’esternalizzazione della frontiera mediterranea in base allo slogan “aiutiamoli a casa loro” in Niger, Nigeria, Senegal, Mali, Etiopia e un piano di investimenti pubblico-privati che subordina i finanziamenti alla cooperazione alle “politiche di impedimento” delle partenze e di riammissione per coloro che tentano di entrare nel territorio europeo… Il Memorandum di intesa dello Stato italiano con la Libia del 2017 siglato con Al Sarraj e l’accordo Italia-Niger per bloccare la rotta transhariana a cui si aggiunge la chiusura delle frontiere a Ventimiglia e al Brennero hanno sancito le politiche di respingimento. La legge Minniti-Orlando del 2017 combinava le regole di ingresso dei migranti “forzati” con il “decoro urbano”, che ha introdotto severe limitazioni alla libertà di movimento e ha rafforzato il potere di ordinanza dei sindaci tramite cui sono stati sgomberati edifici e spazi considerati abusivi. Il provvedimento ha introdotto un DASPO urbano, per il quale vengono allontanate dal territorio persone che mettono in atto “condotte che impediscono la fruizione di infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico”… … Nel 2018 diventa legge il “Decreto Salvini” su sicurezza e immigrazione che sotto la rubrica “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica” limita lo status di protezione internazionale in conseguenza dell’accertamento di gravi reati con norme idonee a scongiurare il ricorso strumentale alla domanda di protezione; limita il rilascio dei permessi di soggiorno a casi speciali rendendoli temporanei e consente il rifiuto del permesso laddove esistono convenzioni con altri paesi quando lo straniero non soddisfa le condizioni di soggiorno applicabili in uno degli stati contraenti; istituisce presso i tribunali la sezione specializzata in materia di immigrazione per la trattazione della controversie in materia di rifiuto di rilascio, diniego di rinnovo e di revoca del permesso di soggiorno; prolunga la durata del trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio da 90 a180 giorni; adotta misure per la tempestiva esecuzione dei lavori per la costruzione, il completamento, l’adeguamento e la ristrutturazione dei CPT, con spese a carico delle amministrazioni locali; sostituisce il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) con il sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati, perché i richiedenti asilo non saranno più ammessi alle pratiche di formazione e inserimento socio-lavorativo; estende il DASPO urbano ai luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive e in specifiche aree urbane e prevede sanzioni per chi blocca una strada ordinaria o ferrata o comunque ostruisce o ingombra una strada. I comuni possono inoltre deliberare di assegnare in dotazione l’arma comune ad impulsi elettrici (taser). Il decreto dispone la pena della reclusione fino a quattro anni congiuntamente alla multa da 206 euro a 2.064 euro, nei confronti dei promotori e organizzatori dell’“invasione” di immobili. Dal 2020 i “decreti sicurezza” si susseguono, trasferendo nella penalità la sicurezza collettiva con l’introduzione di reati per la “sicurezza urbana”, la “gestione dell’immigrazione” e nuovi reati: occupazione arbitraria di immobili, detenzione di materiale con finalità di terrorismo, impedimento alla libera circolazione su strade e ferrovie (contro i blocchi stradali nelle manifestazioni di protesta non violenta), aggravante per il danneggiamento di beni, deturpamento e imbrattamento di beni pubblici, resistenza e violenza a pubblico ufficiale, “rivolta” nei penitenziari e nei centri di detenzione per migranti, tutele rafforzate per le forze dell’ordine; estensione del potere di arresto in flagranza differita, reati commessi nelle stazioni, bus e metropolitane, divieto di accattonaggio, DASPO urbano, divieto di vendita di “cannabis light”, nuove restrizioni per l’acquisto di Simcard, detenzione di donne incinte e con figli piccoli nei penitenziari invece che in strutture a custodia attenuata. Il provvedimento rende permanenti le tutele per gli agenti dei servizi segreti che possono compiere determinati reati se autorizzati dal capo di governo, come partecipazione ad associazioni sovversive e direzione di organizzazioni eversive… …Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 il caicco ‘Summer Love’ partito dalla Turchia con 150-200 persone all’alba, naufragava davanti alla spiaggia di Steccato di Cutro, nel Crotonese. Durante la notte un aereo di Frontex aveva segnalato l’imbarcazione alle ore 4 ma solo alle 6,50 la guardia costiera aveva salvato due naufraghi. Un’annotazione sul giornale delle operazioni del 25 febbraio dell’ufficiale di turno della Guardia di Finanza «…smentiva clamorosamente la versione dei fatti sostenuta con forza da tutti gli esponenti di governo: da tale documento – contrariamente a quanto sostenuto sin dalle prime ore dal ministro Piantedosi – si evinceva che il velivolo Frontex aveva segnalato subito la presenza di numerose persone a bordo, tanto che l’ufficiale – compresa la situazione, aveva annotato immediatamente che il natante portava migranti. Tale situazione, benché conosciuta anche dalla Guardia Costiera, rimase senza conseguenze: nessuno avviò il soccorso e si decise di aspettare che l’imbarcazione arrivasse nelle acque territoriali senza avviare né alcuna ricerca né alcun soccorso…».1 Secondo l’ammiraglio Vittorio Alessandro il soccorso immediato venne impedito da un “filtro interposto” all’azione di salvataggio da «…una direttiva emessa dal ministro Salvini che intimava a rispettare vecchie norme, introdotte nel 2005 ma rimaste inattuate fino al 2018 perché in contrasto con le normative internazionali: tali regole davano priorità alle operazioni di polizia rispetto alle esigenze di salvataggio.».2 A Novembre 2023 viene firmato dai governi italiano e albanese il protocollo che istituisce due Centri di detenzione per le persone migranti a a Shengjin e Gjader, diventati operativi ad ottobre 2024. Nel 2024 ci sono state due operazioni di trasferimento di richiedenti asilo e una nel 2025, senza che i provvedimenti siano stati convalidati dall’autorità giudiziaria che ha rinviato la questione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Ad aprile 2025 c’è stato il primo trasferimento di stranieri detenuti presso Cpr italiani. Il 26 giugno altre 15 persone sono state trasferite nonostante i dubbi relativi alla legittimità della procedura sollevati dalla Corte di cassazione. Nella struttura ci sono stati numerosi “eventi critici”: atti di autolesionismo e tentativi di suicidio nelle due settimane successive al trasferimento. Il 12 giugno scorso è entrato in vigore il Patto UE su migrazione e asilo che prevede lo screening obbligatorio alle frontiere esterne, procedure di frontiera accelerate e con minore permanenza sul territorio, un meccanismo permanente di “solidarietà” tra stati che possono scegliere tra ricollocamento, contributo finanziario o supporto operativo e l’istituzione di una banca dati biometrica integrata: oltre alle impronte, sono inclusi immagini del volto, dati anagrafici e segnalazioni di sicurezza, con un’età minima di registrazione abbassata. Il decreto introduce un fermo amministrativo fino a 72 ore. Rimane intatto il principio cardine di Dublino III, la competenza in via primaria allo stato di primo ingresso.3 In pratica viene introdotta la detenzione di fatto, anche per i minori; la possibilità per gli stati di assolvere l’obbligo di solidarietà con un contributo economico; l’uso della lista dei paesi di origine sicuri e il nuovo regolamento per i rimpatri con detenzione prolungata nei return hub in paesi terzi.4 Il 30 luglio 2026 migliaia di persone migranti a nuoto e a piedi attraversano la frontiera marocchina dell’exclave spagnola di Ceuta. Probabilmente con una serie di post sulle piattaforme social annunciavano che il confine con la Spagna era aperto. Probabilmente lo stesso governo marocchino ha spinto la notizia per ritorsione contro gli accordi energetici tra Spagna e Algeria, principale rivale regionale del Marocco. Inoltre il Marocco da decenni rivendica il territorio non autonomo dei sahrawi, appoggiati dall’Algeria che sostiene il Fronte Polisario. «Nel 2021, Spagna e Marocco avevano già vissuto un’altra crisi diplomatica. In un contesto segnato dagli Accordi di Abramo promossi dalla Casa bianca, il Marocco aveva riconosciuto Israele e, in cambio, Trump aveva proclamato la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, ex provincia spagnola considerata dall’Onu un territorio in attesa di decolonizzazione, ora in gran parte sotto il controllo di Rabat.».5 Nelle prime ore della “crisi di Ceuta”, «…l’esecutivo europeo aveva sostenuto che non vi fossero elementi per parlare di un’emergenza migratoria a livello dell’Unione, aveva ribadito il sostegno alla Spagna nella gestione della pressione migratoria e ricordato che il ripristino dei controlli alle frontiere interne resta disciplinato dal Codice frontiere Schengen, che per Ceuta prevede un regime specifico in quanto frontiera esterna dell’Ue…».6 Il 31 luglio l’Italia reintroduce i controlli alle frontiere aerea e marittima con la Spagna, sospendendo Schengen. Dopo aver chiesto al governo italiano il ripristino del normale regime, la Spagna ripristina i controlli alle frontiere per gli italiani con controlli a campione. Dal 17 agosto 2026 Germania, Svizzera, Austria, Finlandia, Svezia si preparano a rimandare in Italia i “dublinanti”, sbarcati in Italia e poi passati negli altri Paesi europei, in base alle nuove regole del Patto per immigrazione e asilo in vigore dal 12 giugno. La guerra alle persone migranti, considerate merce umana da spedire prima della scadenza, continua. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Naufragio di Cutro, “Wikipedia”, https://it.wikipedia.org/wiki/Naufragio_di_Cutro, link attivo al 21/08/2026 2 Cit. id. 3 Cfr. “Legal Blog”, Il Patto UE su migrazione e asilo in vigore dal 12 giugno: cosa cambia davvero, https://legal-blog/patto-ue-migrazione-asilo-2026, link attivo al 21/08/2026 4 Cfr. id. 5 Alberto Negri, Una storia di disperazione e di spie, “Il manifesto” 4/08/2026 6 Andrea Valdambrini, Meloni detta la linea: in guerra anche se il nemico non c’è più, “Il manifesto”, 2/08/2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Italia, laboratorio della guerra ai migranti proviene da Comune-info.
September 4, 2026
Comune-info
La triste favola degli scafisti
-------------------------------------------------------------------------------- Festival delle Migrazioni 2026: una giornata alla memoria, alla verità e alla resistenza civile, a oltre tre anni dal naufragio di Steccato di Cutro, costato la vita ad almeno 94 persone. Foto Festival delle Migrazioni Acquaformosa – Associazione don V. Matrangolo -------------------------------------------------------------------------------- A Cutro sono morte 94 persone, di cui tantissimi bambini. E chi dice che la condanna a vent’anni di reclusione del giovane per Abdessalem Mohamed, per avere avuto un ruolo a bordo di quella sciagurata barca, porti verità e giustizia su questa strage, si sbaglia o è in mala fede. Quella notte tra il 25 e il 26 febbraio del 2023 le autorità italiane hanno deciso per un’operazione di polizia invece che per una di soccorso. La presunta “difesa dei confini” è stata fatta prevalere sul dovere di salvare vite umane. Questa scelta politica ha determinato il corso degli eventi. Gli inaffondabili della guardia costiera avrebbero invece potuto affrontare le condizioni del mare e portare ogni bambino, ogni mamma, ogni fratello e sorella in salvo. Ma sono rimaste ferme al porto in assenza di ordini e le onde hanno restituito cadaveri per giorni. Le responsabilità, però, arrivano anche più lontano, ad altri decisori, che seduti sugli scranni, da decenni, usano il pretesto migrazioni per distruggere la nostra civiltà giuridica e renderci cattivi e feroci, e per le loro strategie geopolitiche. Nel 2016, l’Unione europea ha stretto un accordo con la Turchia di Erdogan, pagato miliardi e miliardi (di soldi dei cittadini), per chiudere ogni via di fuga via di fuga dalle guerre e dai regimi (in Afghanistan, in Siria, in Iran…) da cui quei profughi cercavano rifugio. La pericolosissima rotta via mare, dritta dalla Turchia alla Calabria, ne è stata una diretta conseguenza. Così come è sempre una diretta conseguenza delle scelte politiche occidentali il traffico di esseri umani gestito, si badi bene, da chi resta sulle coste e agisce in contiguità con chi comanda nei paesi di transito. Quale corte giudicherà politici e (veri) trafficanti alla base di questo sistema? Al di là delle condotte di chi ha ruoli più o meno improvvisati a bordo delle barche, e che la legge italiana, scritta e inasprita con l’inchiostro della propaganda, condanna a pene altissime, gli “scafisti”, in queste storie, sono un po’ come gli unicorni. Favole da raccontare per distogliere dalla realtà. -------------------------------------------------------------------------------- Alessandra Sciurba, professoressa associata di Filosofia del diritto presso l’Università degli Studi di Palermo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La triste favola degli scafisti proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Dublinanti
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Dublinanti. Una parola che fino a poco tempo fa non si sentiva. Non apparteneva al lessico comune, né a quello politico. Ora comincia a comparire nel linguaggio amministrativo, politico e giornalistico. È entrata nel linguaggio come entrano certe muffe: silenziosamente, senza che nessuno se ne accorga, finché non è troppo tardi. Ha l’aria neutra e pulita delle parole amministrative, quelle che sembrano fatte apposta per mettere in ordine i fogli, per classificare, per rendere gestibile ciò che è complesso. Ed è proprio questo che inquieta. Perché un dublinante non nasce con quel nome. Lo diventa dentro uno sportello, in un momento che spesso non riconosce nemmeno come decisivo. È un’etichetta che non descrive una condizione umana, ma una procedura. Eppure finisce per sostituire tutto il resto: la storia, la vulnerabilità, le relazioni, le speranze. La genealogia di una parola Il termine deriva dal sistema di Dublino, l’insieme di norme europee pensate per stabilire quale Stato debba esaminare una domanda di asilo. Nasce con la Convenzione di Dublino del 1990, diventa Regolamento — con Dublino II, nel 2003, poi Dublino III, nel 2013 — via via che l’Unione ne irrigidisce i meccanismi. In teoria, uno strumento di coordinamento. In pratica, un sistema che ha finito per concentrare una parte importante della responsabilità sui Paesi di primo ingresso e per sottoporre gli spostamenti dei richiedenti asilo all’interno dell’Unione a procedure di trasferimento verso lo Stato ritenuto responsabile. Il linguaggio tecnico ha fatto il resto: da “persona soggetta al Regolamento di Dublino” si è passati a “dublinante”. Una parola che non dice quasi nulla della persona, ma molto del sistema che la nomina. In concreto, succede questo: un uomo o una donna arriva in Europa, attraversa un confine e appoggia un dito su uno scanner. Un gesto minimo, quasi invisibile. In quel momento, spesso senza saperlo, lascia una traccia amministrativa che può accompagnarlo nel suo percorso. La prima impronta digitale diventa un segno che può inseguirlo attraverso l’Europa. Se poi prova ad andare altrove — per raggiungere un parente, un amico, un luogo dove si sente più sicuro — può trovarsi davanti alla procedura di trasferimento verso lo Stato considerato responsabile della sua domanda. Non perché abbia commesso un reato. Non perché rappresenti un pericolo. Ma perché, secondo quella procedura, “spetta a un altro Stato”. E intanto c’è una vita che aspetta. Una fila. Un appuntamento. Una stanza. Una risposta. Un sì o un no che può arrivare dopo mesi. La paura di essere trasferiti. La necessità di lasciare ancora una volta un luogo nel quale, forse, si era cominciato a costruire qualcosa. E poi ricominciare. La neutralità come maschera È qui che il linguaggio rivela la sua postura politica. Trasformare una persona in una categoria amministrativa significa anche rendere più facile pensarla come un caso da gestire, un fascicolo da spostare, una procedura da chiudere. La categoria burocratica diventa una copertura perfetta: permette di parlare di esseri umani attraverso il linguaggio delle pratiche e, allo stesso tempo, rassicura chi guarda. Il linguaggio amministrativo non è mai soltanto neutro: è anche uno strumento di governo, che organizza la realtà per conto delle istituzioni. Una vita reale dietro la parola Dietro ogni “dublinante” c’è una storia che la parola non contempla. C’è, per dire, Amir — chiamiamolo così — ventitré anni, arrivato a Lampedusa in ottobre con addosso una giacca troppo leggera per il mare aperto. Ha un fratello a Norimberga, un letto già pronto in un appartamento condiviso, un numero di telefono imparato a memoria prima ancora del proprio documento. Quel dito appoggiato sullo scanner in Sicilia, quel gesto di un secondo, ha già deciso per lui: la Germania non potrà mai essere sua, non su questa domanda. Il fratello resta a un treno di distanza che non prenderà. Ma la parola non vede nulla di tutto questo. La parola serve a non vedere. Non vediamo la persona che aspetta una risposta: vediamo una procedura. Non vediamo la paura di dover partire ancora: vediamo un trasferimento. Non vediamo il tempo sospeso di chi non sa dove potrà vivere domani: vediamo una pratica. E forse dovremmo chiederci se abbiamo mai provato davvero a immaginare che cosa significhi vivere dentro una parola come questa. Vivere dentro una procedura che decide dove puoi restare e dove devi andare. Aspettare. Non sapere. Ricominciare. Fermarsi davanti alle parole nuove Forse dovremmo fermarci di più davanti alle parole nuove. Chiederci non solo da dove arrivano, ma quale idea di umanità stanno servendo. Perché ogni volta che accettiamo una categoria senza interrogare ciò che nasconde, rinunciamo a un pezzo della nostra responsabilità. Prima delle procedure, delle impronte e della propaganda, c’era — e resta — semplicemente un essere umano. E il modo in cui lo nominiamo dice molto di noi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dublinanti proviene da Comune-info.
August 24, 2026
Comune-info
Un appello agli amici di Vicofaro
-------------------------------------------------------------------------------- Un appello alle tante amiche e ai tanti amici che conoscono — o hanno conosciuto — l’esperienza di Vicofaro, l’hanno sostenuta e hanno apprezzato il lavoro compiuto per soccorrere tanti migranti. Abbiamo accolto molte persone, le abbiamo soccorse e curate, le abbiamo accompagnate nel difficile cammino verso la ricostruzione di una vita. Insieme a tanti amici siamo riusciti a costruire una grande comunità solidale, composta da credenti nella giustizia e nella dignità di ogni essere umano. Dobbiamo essere orgogliosi di questo lavoro. Sappiamo che non è stato inutile. Questo straordinario percorso, vissuto insieme per dieci anni, è stato interrotto violentemente l’anno scorso dall’intervento della Polizia. Quelle immagini resteranno a lungo una ferita per tutta la nostra comunità cittadina e non solo. Mi hanno sconvolto i pannelli inchiodati alle finestre e alle porte per impedire ai poveri di entrare. Non potrò mai dimenticare la tristezza provata nel vedere avvitare chiodi su quelle assi di legno. E non potrò dimenticare le poche cose dei nostri ragazzi — gli zaini, i vestiti, gli oggetti personali — ammucchiate davanti alla chiesa. Per un intero anno, insieme alla nostra equipe di volontari, abbiamo lavorato per cercare di salvare questa esperienza. Non ci siamo riusciti. Certamente molti ragazzi sono stati ricollocati e oggi stanno meglio: era questo il nostro obiettivo, e ne siamo felici. Ma il prezzo di quell’operazione è stato la chiusura e lo sbarramento della nostra comunità, della nostra parrocchia, del nostro ospedale da campo. La conseguenza sarà che molti migranti rimarranno in strada senza protezione non potranno più contare nella nostra casa aperta. Devo dirlo con coraggio: nel nostro caso la Chiesa non ci ha protetti. Ha accettato il ricatto della politica. Vicofaro, questa chiesa-rifugio, doveva essere chiusa e il suo parroco reso non operativo. E così è stato. Mi sono sentito tradito e abbandonato. Nel mio caso la Chiesa ha preferito accordarsi con il potere e con politiche ingiuste nei confronti dei migranti. Si è scelto di mettere il Vangelo da parte. Si è preferito assecondare quelle forze politiche che per anni hanno alimentato incomprensione e paura. «Vogliamo un vero parroco», gridavano. Sono stati accontentati; di più, gli è stata consegnata la Parrocchia. Ho cercato giustizia attraverso i ricorsi, ma non ci sono riuscito. Ora sono anch’io un parroco rimosso, “bocciato”, messo da parte, delegittimato. Potete immaginare il mio stato d’animo e la mia preoccupazione per tutti quei ragazzi che oggi si trovano a Ramini e rischiano di finire in strada. Non è necessario dirvi che farò tutto il possibile per proteggerli. Penso anche a tutti coloro che hanno creduto in questo progetto. So che molti sono delusi e indignati. Eppure non siamo sconfitti. Viviamo in un momento storico molto difficile, nel quale valori fondamentali come la giustizia, la solidarietà e l’umanità sono messi in discussione. Ma il cammino compiuto a Vicofaro non è stato inutile. Dieci anni di accoglienza, di cura e di condivisione non possono essere cancellati da una decisione o da una chiusura. Dobbiamo accettare che, in alcuni percorsi, possano esserci degli stop. Ma uno stop non significa necessariamente la fine. Significa anche che il testimone può essere raccolto da altri, in altri luoghi e in altri contesti. A Vicofaro abbiamo dimostrato che si possono realizzare cose importanti anche con pochi mezzi, quando esistono la volontà, il coraggio e la disponibilità a mettersi in gioco. Questo stile, questo modo di essere ha disturbato molto. Ha disturbato tutti coloro che concepiscono il servizio come una professione. Ha disturbato un modo dove corrono tanti soldi. Alle persone che oggi hanno preso possesso di Vicofaro voglio dire questo: quando entrerete in quella chiesa, ricordatevi di rivolgere una preghiera ai tanti poveri che sono passati di lì. In tanti hanno dormito tra quelle panche. Quante storie, quante paure e quante speranze hanno trovato riparo sotto quel tetto. Quella chiesa è stata benedetta dalla loro presenza. Lì i poveri, i migranti — i prediletti di Dio — hanno dormito e trovato rifugio. Chi entrerà in quella chiesa dovrà sentirsi davvero benedetto, perché entrerà in un luogo speciale. Quando, la domenica, celebrerete la Messa, guardate verso l’alto, verso quel matroneo un tempo gremito di poveri. Spero che possiate vedere ciò che io ho avuto la grazia di sperimentare: quelle braccia di Cristo che sembravano toccarli e proteggerli. Quei poveri che sono entrati con la veste bianca degli invitati alle nozze. Possano accogliervi e benedirvi. Carissimi, dobbiamo avere pazienza. Anche la Chiesa è fatta di uomini e di donne, portatori di fragilità, limiti e incertezze. Sinceramente, non riesco a non volerle bene, anche così, perché anche noi siamo fragili. Ma io vado avanti: con i poveri, con determinazione e senza paura. C’è ancora del buon seme in giro. Noi abbiamo seminato bene. Ma dobbiamo essere consapevoli di quanto Gesù ci ricorda: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Avanti, insieme, con coraggio, nonostante tutto. -------------------------------------------------------------------------------- Don Massimo, Pistoia 21 Agosto 2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un appello agli amici di Vicofaro proviene da Comune-info.
August 22, 2026
Comune-info
Dove dormiremo?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Mentre non si ferma la narrazione secondo cui, con lo smantellamento della tendopoli di San Ferdinando, all’interno della Piana di Gioia Tauro (Reggio Calabria), si apre finalmente una stagione di accoglienza nuova e dignitosa, è sufficiente leggere il regolamento approvato per la gestione delle palazzine di Contrada Serricella per accorgersi che la realtà racconta tutt’altra storia. Il documento promette un sistema di accoglienza «non fondato su logiche securitarie e di isolamento sociale», ma subito dopo prevede recinzione e videosorveglianza perimetrale, registrazione di ogni ingresso e ogni uscita, anche se ripetuti nella stessa giornata, accesso inibito dalle 23 alle 5 salvo deroga preventiva della direzione, ispezioni all’interno degli alloggi, riunioni e visite subordinate ad autorizzazione e persino l’allontanamento disposto dal Sindaco con comunicazione alla Questura. Eppure stiamo parlando di persone con regolare permesso di soggiorno e contratto di lavoro, che pagano un contributo per l’alloggio e che, in molti casi, rientrerebbero tranquillamente nei parametri per poter richiedere un alloggio popolare. Per questo è difficile non chiedersi se quello che viene presentato come un nuovo modello abitativo non assomigli, in realtà, molto più a un regolamento da centro di accoglienza che a quello destinato a lavoratori che vivono e lavorano sul territorio, contribuendo largamente alla sostenibilità della filiera agrumicola. Anche sul fronte economico, vale la pena ricordare le risorse che, negli anni, sono state impiegate per affrontare questa situazione. Negli ultimi nove anni, dalla realizzazione di questa tendopoli fino al suo recente smantellamento, sono transitati almeno 5,4 milioni di euro, che superano i 7 milioni se si considerano anche i moduli abitativi di Taurianova, con 3,6 milioni destinati al recente sgombero e alla cosiddetta fattoria solidale. A queste somme si aggiungono risorse difficili da quantificare, investite dal 2010 a oggi dopo i fatti di Rosarno. Di fronte a tutto questo, lasciare ancora senza una risposta adeguata chi tiene in piedi l’agricoltura di questo territorio è un esito che nessuno può seriamente presentare come un successo. In queste settimane abbiamo ricevuto diverse telefonate di lavoratori braccianti oggi impegnati nella raccolta in altre regioni e che nei prossimi mesi torneranno qui per la stagione degli agrumi. La loro preoccupazione è molto concreta e si riassume in una domanda: dove dormiremo? Sono lavoratori che torneranno nella Piana perché qui c’è il lavoro che li aspetta, ma per i quali, ancora una volta, non sembra esserci una risposta abitativa adeguata. A preoccupare è anche il modo in cui le istituzioni continuano a gestire il confronto su questi temi. Anche gli spazi istituzionali che dovrebbero favorire il dialogo e la costruzione di percorsi condivisi rischiano di ridursi a momenti di comunicazione unidirezionale di decisioni già assunte, senza un reale coinvolgimento delle realtà associative, umanitarie e sindacali che in questi anni hanno lavorato nella Piana di Gioia Tauro, accumulando esperienze e competenze che potrebbero essere messe a disposizione di un percorso realmente partecipato. Il fatto, ad esempio, che il Patto Territoriale continui a non essere riconosciuto come interlocutore, pur rappresentando una rete di realtà che da anni si occupano concretamente di questi problemi, è parte dello stesso problema. Il Patto Territoriale, intanto, torna a rilanciare la proposta di un Pronto Soccorso abitativo – coinvolgendo i Comuni della Piana di Gioia Tauro che si stanno spopolando – capace di affrontare le situazioni di vulnerabilità che certamente si riproporranno a breve e di garantire una risposta concreta a chi torna nella Piana per lavorare. Non ci interessa gettare fango su nessuno, né negare le difficoltà che accompagnano la gestione di una situazione complessa. Ci interessa, piuttosto, partire da un criterio semplice: nessuna delle regole contenute in quel regolamento verrebbe imposta a un assegnatario italiano di una casa popolare a Rosarno o a San Ferdinando. Se vogliamo davvero superare razzismo e ghettizzazione, dobbiamo smettere di guardare a queste persone soltanto come a gente da assistere e controllare e cominciare a riconoscerle per quello che sono: lavoratori che hanno diritto a vivere dignitosamente nei territori in cui lavorano. -------------------------------------------------------------------------------- Da diverse settimane, una rete comunitaria composta da associazioni, sindacati, enti, cittadini e cittadine, che opera nella Piana di Gioia Tauro e che si è autonominata Patto Territoriale (pattoterritoriale@proton.me), promuove iniziative pubbliche per creare consapevolezza critica rispetto a quanto avviene nei propri territori e mettere in discussione la ghettizzazione dei lavoratori braccianti. Il Patto Territoriale propone prima di tutto di creare inserimenti abitativi dignitosi dei lavoratori all’interno delle città: gli insediamenti separati dai centri abitati rafforzano infatti le condizioni di disagio e impedisce la costruzione di relazioni. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Fuori dal ghetto. Azione! -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dove dormiremo? proviene da Comune-info.
August 10, 2026
Comune-info
È qui che bisogna stare
QUALCUNO TAGLIA LA LEGNA CON CUI SI ACCENDERANNO I FUOCHI CHE SCALDERANNO MANI E PENTOLE NEI CAMPI. ALTRI TAGLIANO VERDURE E LAVANO PENTOLONI ENORMI. ALTRI ANCORA METTONO DA PARTE QUALCHE GIOCATTOLO E MOLTI VESTITI. MA CI SONO PURE COLLETTIVI CHE SI OCCUPANO DI DIRITTI, OPPURE CHE PENSANO ALLE SCHEDE SIM DA DISTRIBUIRE O A DOCUMENTARE LE VIOLENZE DELLA POLIZIA E A SEGNALARE LA PRESENZA DEI FASCISTI. “È QUI CHE BISOGNA STARE”, SCRIVE LUCIANO UMMARINO IN QUESTO DIARIO DA CALAIS, IN FRANCIA, A 33 CHILOMETRI DALL’INGHILTERRA, DOVE UN GRUPPO DI PERSONE DI CASETTA ROSSA SPA, SPAZIO SOCIALE AUTOGESTITO DI GARBATELLA, A ROMA, È ANDATO PER PORTARE UN SOLIDARIETÀ AI MIGRANTI. “SU UNA PARETE BIANCA, IN FONDO ALLA SPIAGGIA DI CALAIS, C’È UN MURALE DI BANKSY. UNA BAMBINA, LA VALIGIA APPOGGIATA A TERRA, GUARDA CON UN CANNOCCHIALE VERSO L’INGHILTERRA. SOPRA DI LEI, APPOLLAIATO SULL’OBIETTIVO, UN AVVOLTOIO ASPETTA. QUELLO SGUARDO NON APPARTIENE SOLO A CALAIS. SI POSA SULL’EVROS E SULL’EGEO, TRA LA TURCHIA E LA GRECIA. ATTRAVERSA IL CANALE DI SICILIA, DAVANTI A LAMPEDUSA. SI PERDE NEL DESERTO TRA IL MESSICO E GLI STATI UNITI, O SI FERMA CONTRO IL FILO SPINATO DI CEUTA E MELILLA, TRA IL MAROCCO E LA SPAGNA…” -------------------------------------------------------------------------------- 25 luglio. Roma, Calais e Gaza Vi scriviamo dai nostri Van, con Roma ormai alle spalle, appena varcato il confine italo francese, e la strada che corre dritta verso Calais. Siamo partite e partiti ieri da Piazza Sauli (quartiere Garbatella di Roma) che era meravigliosa piena come raramente l’abbiamo vista: più di cinquecento persone per la Pastasciutta Antifascista, i fornelli dei ristoranti del quartiere accesi fianco a fianco, la cucina di Casetta Rossa che lavorava insieme al collettivo Fermenti, tutto l’arcipelago di Mompracem — che non per caso porta il nome dell’isola dei ribelli di Salgari — stretto attorno agli stessi tavoli. Insieme al Municipio VIII. Tutte e tutti con l’Anpi. La stessa pasta che nel luglio del ’43 la famiglia Cervi offrì al paese per festeggiare la caduta di Mussolini, ieri è tornata a dire che quella storia non è affatto chiusa: continua da Calais a Gaza, ovunque un confine provi a decidere chi ha diritto a restare e chi no. Continua contro ogni sovranisno, ogni ICE in ogni angolo del pianeta. Da quella piazza, tra un abbraccio e l’ultimo brindisi, siamo partitə con due Van carichi di compagne e compagni, diretti al confine. Ad aspettarci c’è, tra gli altri, Refugee Community Kitchen (RCK), che ogni giorno cucina centinaia di pasti per chi ha attraversato migliaia di chilometri a piedi: ci uniremo ai loro fornelli con le stesse mani che ieri erano a Piazza Sauli, per lottare con chi la frontiera prova a respingere. Vi racconteremo il viaggio, un chilometro alla volta. -------------------------------------------------------------------------------- 26 luglio. Il deposito di legna Siamo arrivati a Calais. Diciotto ore di viaggio non sono uno scherzo — si sentono nelle gambe, negli occhi, nella schiena. Ma in quelle ore succede anche altro: c’è chi il viaggio l’ha iniziato da quasi sconosciuta/o e ne è uscito con un volto nuovo, con lati che nessuno si aspettava. Si scoprono ironie, silenzi, tenerezze che nella quotidianità, chissà perché, non emergono mai. Ed è anche questo, forse, il senso della missione: prima ancora di arrivare, si comincia già a costruire qualcosa insieme. Il primo giorno l’abbiamo passato al Woodyard, il deposito della legna del progetto dell’Auberge des Migrants, insieme al collettivo che lo gestisce: si taglia, si divide, si riempie sacco dopo sacco. Un lavoro duro, ma necessario. Il mare di Calais è bellissimo, e proprio per questo fa più male: nasconde insidie per chi ha già attraversato deserti, ha già superato mille frontiere, e si ritrova ancora qui, fermo, in una situazione allucinante, abbandonato dall’Europa, dalla Francia, da ogni istituzione — che non solo non aiuta, ma sgombera, reprime, viola diritti. E oltre alle istituzioni, arrivano anche i fascisti, dalla Francia e dall’Inghilterra, a minacciare e talvolta aggredire chi vive nei campi e chi, come queste realtà, prova a costruire solidarietà. Ma qui ci sono anche realtà che non si arrendono, che lottano ogni giorno per trasformare la frontiera da zona di guerra in zona di solidarietà, di cooperazione, di speranza — per costruire, come diceva Alexander Langer, “l’importanza dei costruttori di ponti, dei saltatori di muri, degli esploratori di frontiera”. Il magazzino, oltre alla legna, ospita di tutto: sacchi a pelo, tende, derrate alimentari, e una grande cucina che presto sarà anche nostra — cucineremo per portare pasti nei campi intorno a Calais e in altre città come Dunkerque. E quella legna che oggi abbiamo recuperato, tagliato, preparato, accenderà i fuochi che scalderanno mani e pentole nei campi. Il fuoco che accenderanno servirà a cucinare, a scaldarsi, ma anche a dire: siamo qui, esistiamo, resistiamo, nonostante tutto. E oggi siamo felici di aver alimentato quel fuoco. -------------------------------------------------------------------------------- 27 e 28 luglio. Tra i fornelli di Calais Vi scrivo di due giornate insieme, perché a Calais i ritmi si mangiano le ore libere, e la sera, quando dovrei fermarmi a raccontare, sono già le grandi cucine di Refugee Community Kitchen (RCK) ad avermi occupato la testa e le braccia. Lunedì e martedì siamo tornati nello stesso magazzino dove pochi giorni fa tagliavamo la legna, stavolta però nella grande cucina. Da questa cucina escono, ogni giorno, quasi mille pasti destinati ai campi lungo la costa. Abbiamo passato le giornate lì dentro dalle 9 alle 17, a tagliare verdure, lavate pentoloni enormi, fianco a fianco con un’altra delegazione arrivata dall’Olanda e con altre persone – attiviste e attivisti, semplici cittadine e cittadini – che ogni giorno regalano ore di lavoro al progetto. E la cucina, in realtà, è solo un angolo di quello che succede qui dentro. C’è un gruppo che smista senza sosta le donazioni – sacchi a pelo, tende, coperte – un altro che si occupa soprattutto dei più piccoli, tra vestiti, giocattoli e laboratori pensati per loro. Ci sono collettivi che seguono i diritti delle donne rifugiate, altri che si battono per la tutela di chi rifugiato lo è per definizione. E poi c’è chi, per ore, riempie contenitori d’acqua enormi da portare nei campi, tra loro, li ho riconosciuti dall’accento, anche alcuni italiani. Un vero e proprio arcipelago di attività diverse, che convivono sotto lo stesso tetto e insieme valgono più della somma delle parti. Io non parlo né francese né inglese, e qui questo pesa davvero: faccio fatica a scambiare parole con le tante attiviste e attivisti, le volontarie e i volontari, le coordinatrici e i coordinatori di RCK. Ascolto, ma quello che mi arriva resta spesso solo suono: sillabe che non riesco ad afferrare, che non diventano mai significato. Così ho imparato a usare di più gli occhi, quasi per compensare: osservo con più attenzione i gesti, gli sguardi, il modo in cui ciascuno si muove per l’altro senza bisogno di spiegazioni. Credo sia proprio questo, in fondo, a tenere insieme un posto come questo: persone di lingue e paesi diversi che, senza troppe parole capite, finiscono per guardare tutte nella stessa direzione. Ed è questo sguardo condiviso, più delle parole che mi restano solo suono, a sorprendermi ogni giorno di più, la portata enorme, globale, di un progetto a cui anche noi, in piccolo, stiamo contribuendo. Poi c’è quello che nessuno sguardo riesce ad addolcire. Ieri il mare ha restituito due corpi: due persone morte tentando la traversata verso l’Inghilterra, che sono – lo sappiamo con una precisione che fa male – la cinquecentoquarantatreesima e la cinquecentoquarantaquattresima vittima di questa frontiera dal 1999 a oggi. Mi torna in mente una frase dalle prime pagine di American Tabloid, di James Ellroy: «I morti appartengono ai vivi che più ostinatamente li rivendicano». Credo sia esattamente per questo che qualcuno, qui, tiene il conto esatto di ogni vita persa in questo tratto di mare, da anni: perché nessuno di quei numeri resti senza nessuno che lo reclami. Oggi siamo andatə alla manifestazione in loro ricordo nel centro della città, insieme ai movimenti e alle realtà solidali del posto. Contro un’idea di confine che uccide e che le destre più becere trasformano in propaganda d’odio, caccia al nemico, minacce verso chi resiste e verso chi cerca solo salvezza. E per non dimenticare che, su questo, nemmeno i governi che si dicono di sinistra hanno saputo scegliere una strada davvero diversa. È qui che bisogna stare, tra i fornelli e questo arcipelago che ogni giorno mi lascia stupito. Per ora, è la sola risposta che so dare. -------------------------------------------------------------------------------- 30 luglio. Abbiamo le gambe, non le radici La Warehouse di Calais è un vero arcipelago. Ogni giorno me ne accorgo un po’ di più: sotto lo stesso tetto cooperano progetti diversi. La cucina che ogni giorno sfama i campi lungo la costa lavora a pochi metri dal Channel Info Project — CHIP — che porta ricarica elettrica, schede SIM, connessione e informazioni affidabili a chi si prepara alla traversata: il filo che tiene insieme chi da qui prova a raggiungere l’altra sponda. Poco più in là c’è Utopia 56, che fa le maraude notturne intorno e dentro i campi, documenta le violenze della polizia, segnala la presenza dei fascisti, distribuisce vestiti e sacchi a pelo. C’è Woodyard, la falegnameria, di cui vi ho già raccontato, che porta nei campi tonnellate di legna da ardere, per scaldarsi, per cucinare, e per tenere accesi fuochi che sono anche un segnale: un modo di dire «siamo qui», “Aqui estamos”. Ieri una parte di noi è partita a distribuire nei campi i pasti che la grande cucina del magazzino aveva preparato. Chi è tornato mi ha raccontato di un’umanità molto giovane, che vuole costruirsi un futuro — ed è disposta ad attraversare quelle poche miglia di mare, e lo fa, anche per le famiglie rimaste nei paesi di origine. Quello stesso mare che le separa da ciò che immaginano è, se lo attraversi, anche ciò che a quella vita le unisce. Pino Cacucci scrive che le radici sono importanti nella vita di un uomo, ma che noi uomini «abbiamo le gambe, non le radici» — fatte apposta per andare altrove. La distribuzione è durata a lungo, centinaia e centinaia di persone, sotto un sole che anche qui a Calais si è fatto sentire con una forza che non ti aspetteresti così a nord. E in mezzo a quella fila lunghissima colpisce soprattutto l’organizzazione: non si lascia nulla al caso. Esistono regole d’ingaggio precise per ogni evenienza, dall’arrivo della polizia alle incursioni delle squadracce di estrema destra, fino alla cura di chi, tra le persone rifugiate, porta con sé fragilità che chiedono un’attenzione in più. È un sapere collettivo che si trasmette nei briefing e nei training prima di ogni uscita, con la stessa cura con cui si distribuisce un pasto. Ma è un’altra la cosa che qui a Calais ho notato con nettezza: la distanza tra questo pezzo straordinario di società che costruisce solidarietà — l’autorganizzazione dal basso, le ONG, la società civile internazionale — e la città politica, quella della sinistra tradizionale e anche quella nuova, francese. Non le ho mai viste incontrarsi. Camminano su binari paralleli dove non esistono incroci. Ieri abbiamo trovato il tempo per goderci un po’ la splendida spiaggia di Calais. E anche le ostriche di questi mari. Momenti belli e sereni che sono anch’essi parte fondamentale di una missione così intensa. Proprio ora arrivano notizie non belle da Roma. A Spin Time la scorsa notte c’è stato un principio d’incendio in un locale tecnico che è stato domato dagli stessi abitanti, che hanno evacuato l’edificio in autonomia e in sicurezza, senza danni a persone o cose. Da allora, però, non è permesso rientrare nelle proprie case se non uno alla volta, scortati, per recuperare l’indispensabile, mentre centinaia di persone restano in strada, sotto il caldo di Roma. Il timore è che un gesto di responsabilità collettiva venga trasformato in un pretesto amministrativo per allontanare chi lì vive, e che qualcuno a destra ne approfitti per chiudere i conti con Spin Time. Ma hanno fatto male i conti di questo sono sicuro. -------------------------------------------------------------------------------- 1 agosto. Una bambina guarda verso l’Inghilterra Su una parete bianca, in fondo alla spiaggia di Calais, c’è un murale di Banksy che i venti e la salsedine non sono ancora riusciti a cancellare. Una bambina, la valigia appoggiata a terra, guarda con un cannocchiale verso l’Inghilterra. Sopra di lei, appollaiato sull’obiettivo, un avvoltoio aspetta. Fu dipinto nel 2015, negli anni della Jungle, ma quello sguardo non è mai cambiato: è lo stesso di chi, da quella spiaggia, ogni notte, continua a cercare un margine di mare da attraversare. Quello sguardo, in fondo, non appartiene solo a Calais. Si posa sull’Evros e sull’Egeo, tra la Turchia e la Grecia. Attraversa il canale di Sicilia, davanti a Lampedusa. Si perde nel deserto tra il Messico e gli Stati Uniti, o si ferma contro il filo spinato di Ceuta e Melilla, tra il Marocco e la Spagna. Cambiano le lingue, i governi, i colori delle divise: l’avvoltoio, sopra ogni cannocchiale, resta lo stesso. Noi quello sguardo l’abbiamo incontrato per una settimana, tra i sacchi di legna del magazzino, i fornelli accesi dalle 9 alle 17, le migliaia di pasti distribuiti nei campi lungo la costa. L’abbiamo incontrato nei nomi sconosciuti di due persone recuperate dal mare, e poi in altre quattro, prima ancora di riuscire a elaborare le prime. Nella rabbia di una commemorazione, nella pazienza di chi smista coperte e sacchi a pelo, nell’ostinazione silenziosa di chi, senza nessun aiuto dalle istituzioni, costruisce ogni giorno un pezzo di casa comune. Ma la missione, per noi, è cominciata già diciotto ore prima di arrivare, al volante a turno lungo l’autostrada, tra una sosta e un cambio di guida. Abbiamo scoperto, in quelle ore, lati di compagne e compagni che pensavamo di conoscere già: chi si è messo a cantare per tenersi sveglio, chi ha raccontato per la prima volta perché è entrato in questa storia. È un pezzo di missione che non finisce nelle foto dei campi, ma è lì che una delegazione si tiene insieme. Oggi ripartiamo da Calais. Nei furgoni portiamo indietro quelle diciotto ore, i volti conosciuti meglio lungo la strada, e la consapevolezza che quella frontiera non finisce sulla costa francese: si allunga fino all’Egeo, fino a Lampedusa, fino al deserto tra Messico e Stati Uniti, fino allo stretto di Gibilterra, e passa anche da Garbatella, da Roma, da ogni confine che scegliamo di non guardare. Portiamo a casa il compito di non lasciare che quello sguardo resti solo di migliaia di sconosciuti — di farlo diventare, appena possibile, anche il nostro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo È qui che bisogna stare proviene da Comune-info.
August 2, 2026
Comune-info
Sabir, la lingua del mare oltre i confini
-------------------------------------------------------------------------------- Torre Faro, Messina. Foto di Luca N su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- “Il mare prende, il mare dà” è un antico proverbio marinaio e un modo di dire popolare che esprime la doppia natura del mare: una risorsa generosa che offre nutrimento, vita e lavoro, ma anche un elemento imprevedibile e crudele capace di reclamare vite e distruggere. Il nostro mare Mediterraneo ce lo ricorda ogni giorno con le salme dei migranti che emergono lungo le coste, con i naufragi che ormai non fanno più notizia. Oggi purtroppo questo mare sembra essere solo fonte di dolore e rabbia. Eppure il Mediterraneo ha una storia antica e complessa, resa ancora più straordinaria grazie all’incontro tra culture, storie e popoli diversi, che ne hanno solcato le acque nei secoli. In particolare, tra l’XI e il XIX secolo, da Marsiglia a Istanbul, Tunisi e Algeri, Genova e Palermo, il Mare nostrum è stato il perno dell’intensa attività commerciale di marinai e pescatori, provenienti dalle coste di Europa, Asia ed Africa. Tra di loro non c’erano barriere e la comunicazione era facilitata da un idioma, il sabir, parlato in tutti i porti e sulle navi del Mar Mediterraneo. Noto anche come lingua franca mediterranea, il nome deriva dal termine sabir – sapere – poiché spesso le conversazioni iniziavano con espressioni come “saber”, cioè “saper fare”. Altri autori sostengono che il termine “sabir” sia stato recuperato dall’opera “Il Borghese gentiluomo” di Moliére, uno dei più importanti autori del teatro classico francese del XVII secolo. Nell’opera satirica, portata in scena per la prima volta nel 1670 alla corte di Re Luigi XIV, Molière fa pronunciare al muftì, un alto ufficiale della legge religiosa nei paesi musulmani, le parole “Se ti sabir; Ti respondir; Se non sabir; Tazir, tazir” ovvero “Se tu sai, rispondi. Se non sai, rimani in silenzio”. Era una lingua nata per dare ordini o per trattare, come testimoniano le frasi giunte fino a noi nei diari di viaggio o in altre opere letterarie (come il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes). Un altro esempio tipico di frase in Sabir riportata dalla storia è: “Anda, anda canaglia, anda a palazzo” (Vai, vai canaglia, vai a casa/lavoro). Una lingua nata per comunicare dicevamo, farsi capire di cui restano poche testimonianze scritte. Soltanto nel 1830, in Francia, fu pubblicato il “Dizionario della lingua franca o piccolo moresco” che ha recuperato molti termini del sabir, dotato di un frasario per la vita quotidiana di chi volesse lavorare e vivere vicino al mare. Nell’Ottocento però il suo vocabolario si è disperso ed è stato assorbito dai dialetti dei pescatori ma molti termini sono usati ancora oggi in Italia per indicare pesci, venti, parti delle imbarcazioni o contrattazioni commerciali. Parole nate dalla fusione di radici arabe, greche e ispaniche sono diventate, a tutti gli effetti, parole dialettali locali. Era una lingua di contatto che non apparteneva a nessuno ma che permetteva a tutti di intendersi, una lingua del mare “mediterraneus”, ovvero “in mezzo alle terre”, che ha rappresentato la culla della civiltà occidentale. Secondo gli studiosi di glottologia e linguistica, il sabir rappresenta una tra le più antiche e longeve lingue pidgin oggi conosciute, ovvero quei lessici sviluppati a partire dall’unione di influenze linguistiche differenti,in seguito a fenomeni di migrazioni, colonizzazioni e relazioni commerciali, come per esempio il pidgin nigeriano, il chinglish (cinese – inglese ) o il fanalago sudafricano. Il sabir non aveva una grammatica complessa che si adattava al contesto, seguiva il ritmo dei gesti e dei suoni. Il suo vocabolario era un mix linguistico delle sponde del Mediterraneo: 65-70% italiano, con fortissime influenze dei dialetti marinai dell’epoca, in particolare genovese e veneziano, poi spagnolo (10%), altra grande lingua commerciale e imperiale dell’epoca. A queste si aggiungono contaminazioni da arabo, catalano, greco, occitano, sardo, siciliano e turco. Come le onde del mare il sabir andava e veniva e ogni volta si modificava e si arricchiva: i marinai di Genova e Venezia portavano i propri dialetti nel Mediterraneo e al contempo rientravano a casa introducendo parole “ibridate” nei dialetti costieri locali. Il veneziano e il ligure hanno infatti assorbito e stabilizzato nel proprio lessico marittimo termini alterati dal sabir, legati alle manovre delle barche, ai venti e alle merci. Il siciliano invece ha fatto da ponte grazie alla posizione strategica nel Mediterraneo dell’isola. La parola siciliana patruni (padrone/comandante), è entrata nel sabir e si è evoluta fino a radicarsi persino nelle varianti costiere di Algeri e Tunisi. Scirocco deriva dall’arabo šulūq (vento del sud-est) e il sabir lo ha standardizzato rendendolo universale per tutti i marinai del Mediterraneo, superando le varianti locali. Ghibli, un termine libico-arabo passato attraverso il sabir per indicare il vento caldo del deserto, oggi è usato in molti gerghi costieri del Sud Italia; oppure bonaccia, unione della radice romanza (buono) con la semplificazione tipica del sabir per indicare la totale assenza di vento e il mare calmo. Nei dialetti siciliano e sardo (specialmente legati alla pesca del tonno e alle tonnare), il termine Rais / Raisi si usa ancora oggi per indicare il capo assoluto della pesca. Deriva direttamente dall’arabo ra’īs (capo/comandante), parola cardine del sabir per indicare il capitano della nave. L’elenco di parole in uso derivanti dal sabir oggi è ancora molto ricco e testimonia di un’epoca durata diversi secoli in cui il nostro mare era il centro di scambi non solo commerciali ma culturali che hanno superato le barriere linguistiche inventando una comunicazione semplice e diretta. Un Mediterraneo ombelico del mondo, culla di civiltà e sapienze ben lontano dall’immagine che sempre più si sta radicando nell’immaginario collettivo delle persone del nostro tempo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sabir, la lingua del mare oltre i confini proviene da Comune-info.
July 23, 2026
Comune-info
Fuori dal ghetto. Azione!
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Storie di vita, storie di accoglienza negata e di soprusi, ma anche storie di riscatto. Il concorso della rassegna “Fuori dal ghetto. Rosarno Filmfestival” 2026 – promosso da Mediterranea Hope-Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Rete Comunità Solidali e S.O.S. Rosarno (con molte adesioni, tra cui la redazione di Comune-info/Benvenuti ovunque) – ha come tema centrale lo sfruttamento del lavoro. Il termine per inviare le opere è il 30 settembre. Qui il bando completo: BandoDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Fuori dal ghetto. Azione! proviene da Comune-info.
July 22, 2026
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33 chilometri
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Calais dista 33 chilometri dalle coste inglesi. Per alcune persone è una traversata di pochi minuti. Per altre – che arrivano da Afghanistan, Sudan, Kurdistan iracheno, Eritrea – mesi o anni di attesa tra sgomberi continui e senza diritti, in una frontiera dove si decide chi può esistere e chi no. Calais è, al pari di Ceuta e Lampedusa, di Lesbo e Bihac, una delle frontiere più dure d’Europa. Perché, anche se a tentare la traversata sono persone che nella quasi totalità dei casi hanno pieno diritto ad asilo e protezione, le istituzioni francesi e britanniche le tengono bloccate in un vergognoso rimpallo di responsabilità (e di fondi).  Dopo lo sgombero della “Jungle”, avvenuto nel 2016, migliaia di persone vivono ancora nella zona tra Calais e Dunkerque sparse nei boschi e ai margini delle strade, senza ripari stabili, in condizioni di estrema precarietà e totalmente privi di risorse. Da anni in questa zona associazioni e reti di solidarietà garantiscono ciò che le istituzioni francesi e britanniche negano: pasti, beni essenziali e supporto alle persone bloccate lungo la frontiera tra Francia e Regno Unito. Tra pochi giorni un gruppo di attiviste e attivisti di Casetta rossa, storico spazio sociale e culturale autogestito di Garbatella, a Roma, partirà per portare solidarietà, un contributo alle attività sul campo e beni di prima necessità. La loro è la scelta di campo di chi rifiuta un’Europa che respinge, alza muri e arriva a negare i più elementari diritti di base a chi fugge dall’inferno.  È in corso una raccolta di fondi e materiali a sostegno della missione, che si appoggerà a Refugee Community Kitchen e alle altre realtà che ogni giorno garantiscono pasti, beni essenziali e solidarietà a chi è in transito lungo questa frontiera. Le donazioni possono essere effettuate al link https://gofund.me/b29dd653e. I beni di prima necessità possono essere consegnati tutti i giorni dalle 16 in avanti a Casetta rossa, in via Magnaghi 14 a Roma. Servono abiti pesanti, prodotti per l’igiene personale, sacchi a pelo, tende, ma anche prodotti alimentari a lunga conservazione, guanti, mascherine, detergenti e disinfettanti.  Ogni contributo, anche piccolo, fa una differenza enorme per chi si trova bloccato lungo la frontiera, a pochi chilometri dal sogno di una vita dignitosa. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO REPORTAGE DALLA FRANCIA DEL 2015: > La chiamano la Jungle di Calais -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo 33 chilometri proviene da Comune-info.
July 20, 2026
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