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La strage di gennaio
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Queste le parole con cui Rafael Atangana Landy, un familiare del Camerun, si rivolge alle autorità competenti, alle famiglie e comunità coinvolte e alle persone in ascolto davanti all’ennesima strage di frontiera. Raphael ha contattato MEM.MED per avere supporto nella ricerca di suo figlio David Ekobena e insieme stiamo portando avanti questa battaglia.  Buongiorno, buongiorno a tutta la grande famiglia. Posso solo dire buongiorno perché è una formula di cortesia, ma le parole, l’espressione del cuore e del volto raccontano la desolazione che stiamo attraversando oggi. Denti che digrignano, cuori straziati, lacrime che scorrono. Abbiamo tutti perso persone a noi carissime in questa tragedia. Mio figlio David è partito da Sfax, faceva parte di quel viaggio verso l’Italia. Non è mai arrivato. Non abbiamo più avuto sue notizie. Non era solo: era con i suoi amici, con i suoi cari, che oggi sono diventati tutti nostri figli. È con immenso dolore, con profonda sofferenza e rabbia e tra molte lacrime che esprimiamo questa desolazione. Non posso che porgere le mie più sentite condoglianze e la mia piena solidarietà alle altre famiglie colpite, come lo sono io oggi. Chiediamo alle autorità italiane di aiutarci a ritrovare i corpi dei nostri figli, sapendo quanto sia importante celebrare le esequie, poter ritrovare, vedere e salutare per l’ultima volta i propri cari: i nostri figli, i nostri fratelli, le nostre mogli, le nostre sorelle, tutti coloro che hanno perso un familiare in questa tragedia. Tanto coraggio, e che il Signore ci sostenga. Dal Camerun, più precisamente da Douala, Grazie di cuore a chi ci sostiene Il massacro di gennaio Durante il mese di gennaio, a causa di violenze sempre più feroci in Tunisia, da Sfax, centinaia di persone hanno preso il largo, tra il 14 e il 21 gennaio, tentando di raggiungere le coste settentrionali del Mediterraneo. Nello stesso periodo, un ciclone, poi chiamato Harry, si è abbattuto sul Canale di Sicilia. Le conseguenze della crisi ambientale hanno colpito con forza le coste siciliane e tunisine per due settimane. Così come la violenza sistemica delle frontiere si è abbattuta su quei corpi in lotta per la libertà. Di quelle barche partite da Sfax solamente una è arrivata a Lampedusa, delle altre non si è più saputo nulla. Mediterranea, Refugees in Libya e Alarm Phone, parlano di più di dieci imbarcazioni e di almeno mille persone disperse in mare. Nei media, il silenzio ha inghiottito il massacro.  Nelle settimane successive, però, alcuni corpi sono riemersi tra le onde del mare, e alcuni di questi recuperati dalle navi di soccorso o dalle autorità marittime italiane. Corpi decomposti ma anche persone che hanno un nome e una storia, nonché una famiglia, che ad oggi rimane in attesa di risposte e di un riconoscimento. Per questo, insieme ad altre associazioni attive sul campo, abbiamo inviato una lettera alle autorità competenti nazionali e locali in cui si raccomanda e si sollecita  l’attivazione immediata di tutte le procedure utili all’identificazione e alla degna sepoltura. Le istanze delle famiglie Parallelamente, come per Rafael, ci siamo attivate per le familiari di persone scomparse originarie del Camerun, del Gambia, della Costa D’Avorio, dell’Algeria e del Sierra Leone partite da Sfax e dall’Algeria in quei giorni. Attraverso il tramite della legale dell’associazione è stata presentata denuncia di scomparsa e sono state mandate richieste alle autorità competenti dei territori in cui sono stati rinvenuti i corpi affinché venga verificata l’eventuale corrispondenza tra le salme recuperate e le persone scomparse segnalate. Considerato l’avanzato stato di decomposizione dei corpi rinvenuti, questo probabilmente potrà avvenire solo tramite il prelievo e la comparazione del DNA.  Come dichiarato anche da Rafael, in un’intervista dei giorni scorsi alla televisione italiana, è fondamentale il coinvolgimento delle autorità consolari dei Paesi di origine, così come del Ministero degli Affari Esteri e delle altre istituzioni competenti. È indispensabile che vengano predisposte e rese accessibili tutte le procedure necessarie alla raccolta dei campioni di DNA dei familiari residenti nei loro Paesi e al loro tempestivo invio alle autorità competenti italiane, così da consentire la comparazione con il materiale genetico prelevato dalle salme. Contro-monitoraggio e richieste Benché i media nazionali e locali parlino di circa 15/17 salme rinvenute a seguito della strage legata al ciclone Harry, secondo il nostro monitoraggio, i numeri sarebbero più alti:  da gennaio ad oggi almeno 22 corpi sono riemersi dal mare, in diversi territori della regione Sicilia e Calabria, lungo le coste delle province di Trapani, Siracusa, Agrigento, Termini Imerese, Caltanissetta, Cosenza, Vibo Valentia. Il modo frammentario e approssimativo con cui queste informazioni sono state finora diffuse, prevalentemente attraverso fonti giornalistiche invece che canali istituzionali, oltre a denunciare la noncuranza e l’approssimazione con cui queste morti vengono trattate, impedisce di avere dati affidabili sul numero effettivo dei corpi e sui luoghi di ritrovamento, privando anche le famiglie delle persone disperse di informazioni essenziali sul destino dei propri cari. Per questo motivo, abbiamo presentato un accesso civico generalizzato agli uffici delle prefetture e dei comuni competenti nei territori interessati, con l’obiettivo di ottenere dati puntuali e verificabili. In particolare, abbiamo richiesto informazioni relative al numero dei ritrovamenti, ai luoghi esatti in cui sono avvenuti, agli attori coinvolti, alla tipologia di accertamenti e di raccolta dati effettuati sulle salme, al numero totale delle persone identificate, ai luoghi di sepoltura e, ove possibile, anche informazioni relative al genere e all’età delle vittime. Riteniamo fondamentale che le autorità competenti attivino un canale diretto di comunicazione con le famiglie, affinché queste possano essere costantemente e correttamente informate sullo stato dei recuperi e dei dati raccolti; che tutte le procedure finalizzate a una corretta identificazione vengano svolte tempestivamente. Si ritiene infatti cruciale poter restituire l’identità ai dispersi anche a distanza di tempo, e ciò è possibile soltanto se le procedure, tra cui il prelievo del DNA della salma e dei familiari, vengano rispettate scrupolosamente, e se la sepoltura sia disposta con assoluta certezza del luogo. Ribadiamo l’importanza di riconoscere che anche un corpo decomposto ha un valore, appartiene a una vita vissuta e si inserisce in una rete di affetti che ne cercano le tracce. Per questo sollecitiamo le navi di soccorso e chiunque avvisti in mare o in terra resti umani a porre ogni sforzo al fine di recuperarli. Tutti i resti corporei, anche quelli decomposti, sono tracce preziose, non residui senza significato. Infatti, anche i corpi non integri, attraverso le tecniche forensi e la comparazione del DNA, possono essere identificati, dando risposte alle loro famiglie. E così tracciare identità e nomi, opponendosi alla logica che riduce alcune morti e alcuni resti a perdite senza memoria.  Morte e incuria nella morte sono prassi politiche della gestione delle frontiere a cui non ci arrenderemo mai. Porteremo sempre l’attenzione su ciò da cui gli Stati vogliono distogliere lo sguardo: persone, famiglie e comunità distrutte dalla violenza dei confini. Affinché tutto questo dolore possa essere veramente visto. Perché queste voci esigono di essere ascoltate. In memoria delle persone martiri per la libertà di movimento. Insieme alle loro famiglie, con rabbia e con amore. Non dimentichiamo e non perdoniamo. -------------------------------------------------------------------------------- Mem.Med Memoria Mediterranea è un collettivo di ricercatorə, antropologhə, avvocatə, psicologhə, sociologhə, mediatorə, geografə e attivistə che si muovono nell’area Mediterranea per analizzare in maniera critica i confini che lo limitano, i processi migratori che lo attraversano e le politiche che li regolamentano. Mem.Med Memoria Mediterranea è un progetto nato dal lavoro congiunto e partecipato delle associazioni: Borderline Sicilia Onlus, CarovaneMigranti, Clinica Legale per i Diritti Umani (CLEDU) di Palermo, Campagna LasciateCIEntrare, Rete Antirazzista Catanese, Watch the Med-AlarmPhone. Per sostenere le attività e il progetto di Mem.Med Memoria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La strage di gennaio proviene da Comune-info.
March 22, 2026
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L’ostello che accoglie dignità
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- A San Giuseppe Vesuviano (Città metropolitana di Napoli), venerdì 20 marzo è stato inaugurato il primo ostello sociale ad alta autonomia del territorio, realizzato nell’ambito del progetto “Su.Pr.Eme 2” (piano quinquennale nato in ambito Ue per il superamento delle forme di caporalato e situazioni di grave marginalità vissute dai migranti nelle regioni del sud): una struttura di pronta accoglienza rivolta a persone che emergono da situazioni di sfruttamento lavorativo e in condizioni di forte vulnerabilità. “L’ostello rappresenta una risposta immediata per chi intende fuoriuscire da condizioni di sfruttamento, con l’obiettivo di accompagnare le persone nel superamento delle situazioni di fragilità e nell’accesso a percorsi di inclusione abitativa e lavorativa”, spiegano le associazioni YaBasta RestiamoUmani e Nova Koinè, note per il loro progetti di accoglienza diffusa. Si tratta di una struttura particolarmente significativa per l’area vesuviana, dove il fenomeno dello sfruttamento lavorativo è diffuso, e che si inserisce nel più ampio intervento di prevenzione e contrasto al lavoro sommerso e al caporalato. Il progetto è realizzato sul territorio da una rete composta da Regione Campania, Dedalus, ActionAid Napoli Cooperativa Shannara, Legambiente Campania e dalle associazioni YaBasta RestiamoUmani, Nova Koinè e Cittadini per l’ambiente. L’inaugurazione è avvenuta alla presenza di Michele Sepe (sindaco di San Giuseppe Vesuviano), padre Carmelo Prestipino (Provinciale della Congregazione dei Giuseppini del Murialdo), padre Giuseppe d’Oria (Direttore del Centro Giovanile della Congregazione) e degli enti partner del progetto Su.Pr.Eme2. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’ostello che accoglie dignità proviene da Comune-info.
March 22, 2026
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La costruzione politico-giuridica dello scafista
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Pedro Kümmel su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- [Fonte: Meltingpot.org] Come funziona la criminalizzazione delle persone migranti, in particolare tramite l’individuazione della figura dello “scafista”? Il report “Dal mare al carcere” 1, redatto da Arci Porco Rosso di Palermo e borderline-europe, cerca di rispondere a questa domanda. I dati raccolti mostrano che durante il 2025, in Italia, sono avvenuti 467 arresti per il reato di “facilitazione dell’immigrazione irregolare” previsto all’art. 12 del Testo Unico Immigrazione (TUI) e 97 persone sono state arrestate appena sbarcate. Secondo i dati raccolti nel report, «non esiste carcere in cui non ci sia qualcuno criminalizzato per aver facilitato la libertà di movimento» 2.  Cerchiamo di chiarire il contesto giuridico e politico. L’art. 12 del TUI, innanzitutto, disciplina i reati legati al favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, prevedendo pene severe per chi organizza, finanzia o facilita l’ingresso illegale di stranieri in Italia, causando volontariamente o involontariamente lesioni o morte alle persone migranti coinvolte. Le pene previste vanno dai 10 ai 30 anni, in base alla gravità della situazione, a cui si aggiungono aumenti di pene in caso di aggravanti e il divieto di bilanciamento tra circostanze aggravanti e attenuanti, salvo limitate eccezioni. Quest’ultimo aspetto è il più problematico, in contrasto con l’art. 3 della Costituzione, che impone che il legislatore non introduca discipline irragionevoli o discriminatorie: in questo caso, tuttavia, una condotta caratterizzata da involontarietà può comportare pene prossime a quelle previste per l’omicidio volontario 3. Inoltre, sembra non venir rispettato neanche l’art. 27 della Costituzione, che prevede una pena volta alla rieducazione del condannato mentre qui, al contrario, l’intento è eminentemente repressivo. Il punto più delicato riguarda proprio i cosiddetti “scafisti”: accade spesso che vengano identificati con coloro che reggono il timone dell’imbarcazione, che magari sono costretti a farlo come forma di pagamento della traversata.  Un altro termine usato in questo caso è quello di “capitano”. Nel Contro dizionario del confine gli autori – ricercatori e ricercatrici dell’Università di Genova e di Parma riuniti sotto il nome collettivo di Equipaggio della Tanimar – spiegano che è un termine polisemico, dato che viene utilizzato sia da viaggiatori senza documenti, sia dai funzionari europei. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: “Dal mare al carcere”: report semestrale 2025 di Arci Porco Rosso -------------------------------------------------------------------------------- Per i primi, coloro che cercano di raggiungere le coste italiane, il termine fa riferimento a una figura su cui fare affidamento, che si spera non essere un impostore e sappia davvero portare avanti la traversata. Altre volte, invece, è un passeggero, obbligato a prendere il timone, spesso contro la sua volontà; in tutti i casi, comunque, rimane un viaggiatore. Per le istituzioni, al contrario, il capitano è solo un trafficante, uno “scafista” per l’appunto, da punire in base alle leggi contro l’immigrazione “illegale”. Egli diventa il responsabile da individuare e punire in modo esemplare, a volte solo a causa del fatto che viene trovato con in mano una chiave inglese, una candela del motore, senza nessuna altra prova a suo carico. Secondo gli autori del Contro dizionario, «la criminalizzazione del capitano mostra come le logiche repressive europee si riproducono sull’altra sponda del mediterraneo: esperienze lavorative pregresse o gesti contingenti diventano prove di colpevolezza. Per questo una volta che le barche sono in vista del soccorso i capitani tornano a confondersi nell’equipaggio, protetti spesso dai passeggeri» 4. In questi casi, quindi, il soggetto non organizza il traffico, non appartiene a strutture criminali e non gestisce l’operazione, ma è l’unico «che le autorità riescono a individuare, così su di lui si riversa tutta la domanda collettiva di repressione» 5, diventando un vero e proprio capro espiatorio. Tutto questo avviene, ovviamente, in accordo col più generale clima di repressione e controllo securitario italiano ed europeo. Il DDL sicurezza del governo Meloni 6 prevede, oltre ad un ruolo sempre più centrale per i CPR 7, il cosiddetto “blocco navale”, cioè la possibilità che, in caso di minaccia grave all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale, il governo possa impedire l’ingresso nelle acque territoriali italiane a imbarcazioni sospettate di trasportare migranti e fermare le navi in mare, trasferendo i migranti a bordo in Paesi terzi, se disponibili e “sicuri”. Come sottolinea l’associazione Antigone, questo provvedimento mira a «trasformare il diritto penale e amministrativo in uno strumento di gestione del consenso e dell’ordine pubblico, mettendo insieme categorie eterogenee – persone migranti, minorenni, attivisti, autori di reati comuni – come se fossero un unico problema di sicurezza» 8. Lungi dal rappresentare un’eccezione, il DDL si colloca in perfetta continuità con i più recenti regolamenti europei. A partire da giugno 2026, infatti, entrerà in vigore il Patto sulla migrazione e l’asilo dell’Unione Europea, approvato nel maggio 2024 9. Esso comprende dieci provvedimenti che mirano a modificare il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e a facilitare il rimpatrio di coloro che si ritiene non abbiano il diritto di rimanere in Europa. Sono previste, ad esempio, procedure più rapide per le domande di asilo e i rimpatri alle frontiere, con l’obiettivo di prendere decisioni entro 12 settimane, e la creazione di centri di accoglienza nei Paesi di primo ingresso. Al di là dei proclami di responsabilità e solidarietà, esso «si colloca all’interno di un processo più ampio di ristrutturazione dei principi fondanti della democrazia costituzionale europea» 10 e porta avanti l’esternalizzazione e la militarizzazione delle frontiere.  Non è solo l’Italia, tra l’altro, che inasprisce le misure repressive e criminalizzanti nei confronti delle persone in movimento. Human Rights Legal Project (HRLP) e Legal Centre Lesvos (LCL), che operano a Samo e Lesbo, supportando e difendendo migranti accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, hanno redatto un altro report 11 che dimostra che la situazione è critica anche in Grecia. Numerose persone identificate come “scafisti” all’arrivo in Grecia hanno riferito di essere state costrette, o sotto la minaccia delle armi da membri di reti di contrabbando, o perché non potevano pagare, o potevano pagare solo un prezzo ridotto (che di solito varia da diverse centinaia di euro a migliaia di euro, secondo i rapporti delle persone in movimento); in altri casi, le persone dovevano guidare la barca per necessità dopo essere state abbandonate in mare. Il report dimostra, attraverso casi studio e processi in corso, come anche in questo caso «le autorità greche stiano usando la legislazione contro il favoreggiamento dell’immigrazione illegale per perseguire proprio le persone che dovrebbero essere protette» 12. Queste misure si basano sul Protocollo ONU contro il Traffico di Migranti via Terra, Mare e Aria, detto Protocollo di Palermo e redatto nel 2000. Esso mira a prevenire e combattere il traffico di migranti, nonché promuovere la cooperazione tra gli Stati Parte a tal fine, tutelando al contempo i diritti dei migranti oggetto di traffico clandestino 13. Il «traffico di migranti» (smuggling) si riferisce all’ingresso illegale di una persona in uno Stato Parte di cui la persona non è cittadina o residente permanente, al fine di ricavare, direttamente o indirettamente, un vantaggio finanziario o materiale (sarebbe quindi in Italia il reato di favoreggiamento dell’immigrazione illegale). A differenza della tratta di esseri umani, che è il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’ospitalità o la ricezione di persone, tramite minaccia o uso della forza o altre forme di coercizione allo scopo dello sfruttamento, il traffico di migranti è concepito dal Protocollo principalmente come un crimine contro lo Stato e il controllo delle sue frontiere. Gli Stati Parte, infatti, devono perseguire il traffico come reato penale, ma il Protocollo specifica che i migranti oggetto del traffico non andranno incontro a procedimenti penali.  Come notano gli autori del report greco, la confusione dei due termini non solo demonizza chi viene accusato di favoreggiamento dell’immigrazione, ma non considera nemmeno il contesto in cui le persone sono costrette ad attraversare i confini, nel quale le reti di traffico sono l’unico mezzo per facilitare il passaggio di frontiere sempre più militarizzate e ostili. In assenza di leggi migratorie non discriminatorie che permettano alle persone di attraversare i confini in modo sicuro e legale, infatti, continueranno a esistere reti di questo tipo. La confusione deliberata tra tratta di esseri umani e favoreggiamento della migrazione, soprattutto quando i migranti vengono criminalizzati per facilitare il proprio movimento, rafforza le narrazioni anti-migranti che dipingono questi ultimi, in particolare gli uomini, come minacce criminali violente 14. Inoltre, Il Protocollo è alla base del “Facilitators Package”, costituito dalla Direttiva UE 2002/90/CE (di seguito ‘Direttiva sulla Facilitazione’) e dalla Decisione Quadro 2002/946/JA, adottata nel 2002, che imponeva a tutti gli Stati membri di creare legislazioni che rendessero reato penale per chiunque prestare assistenza a una persona nell’ingresso o nel transito del territorio di uno Stato membro dell’UE in violazione della legge nazionale 15. Il requisito che questo aiuto sia fornito per guadagno materiale è stato però rimosso dalla definizione europea, così come l’esenzione per i migranti che attraversano i confini, rendendo significativamente più facile per gli Stati membri criminalizzarli 16. Le conseguenze, ovviamente, ricadono proprio sulle vite delle persone migranti: gli autori del report sulla situazione greca notano che a settembre 2025, il 45,8% delle persone incarcerate in Grecia per favoreggiamento della migrazione irregolare stava scontando pene che vanno da 15 anni all’ergastolo, mentre il 31,6% dei detenuti da 5 a 10 anni 17. Anche per l’Italia la situazione è simile: le persone migranti quasi inevitabilmente finiscono per essere rinchiuse nei CPR, dato che «l’etichetta amministrativa della “pericolosità sociale”, attribuita automaticamente come conseguenza del reato, porta con sé la promessa di una detenzione senza una fine certa» 18. Gli autori del report Dal mare al carcere raccontano, ad esempio, che attualmente seguono i casi di 147 persone accusate o condannate come “scafisti”, di cui circa la metà sono ancora in carcere. Quattro persone – D., A., M. e L. – sono detenute da mesi nei CPR di Caltanissetta, Milo e Ponte Galeria, nonostante tutti abbiano richiesto asilo, e nonostante per due di loro che provengono da Russia e Ciad, la deportazione non sia nemmeno effettivamente praticabile.  Un altro caso menzionato è quello di Mouad, nome di fantasia di un giovane ragazzo guineano che, nonostante abbia prodotto documentazione proveniente dal Paese di origine che prova il suo essere minorenne, è stato condannato a 3 anni e mesi 4 di reclusione 19. Inoltre, nonostante le dichiarazioni di solidarietà nei confronti dei civili iraniani, ci sono stati processi contro tre persone provenienti dall’Iran: Maysoon Majidi, attivista e regista curdo-iraniana, Marjan Jamali, e Babai Amir, coimputato di quest’ultima. Quest’anno sia Maysoon che Marjan sono state assolte, a seguito di forti campagne di solidarietà avviate sia al livello locale che nazionale. Purtroppo, pur con una storia molto simile, Babai Amir ha subito una condanna a sei anni, a seguito della quale ha tentato di togliersi la vita. I giudici hanno concesso le attenuanti generiche, riducendo la pena ma confermando la responsabilità penale già stabilita in primo grado 20.  «Nel clima di guerra e di odio razzista che ci circonda, può essere facile cedere al pessimismo e avere la sensazione che tutto sia perduto», notano in conclusione gli autori del rapporto. Tuttavia, «le parole chiare e potenti di Maysoon, Alaa e di tante altre persone criminalizzate, insieme alla determinazione di attivist3 e politicə che scelgono di schierarsi apertamente in solidarietà, ci ricordano che arrendersi non è un’opzione e che continuare a lottare per ciò che è giusto è una responsabilità collettiva» 21.  1. La criminalizzazione dei cosiddetti scafisti nel 2025, 15/02/2026 ︎ 2. Consulta il rapporto ︎ 3. Art. 12-bis TUI: morte o lesioni nei reati di immigrazione clandestina alla Corte Costituzionale, Avv. Massimo Ferrante ︎ 4. Equipaggio della Tanimar, Controdizionario del confine. Parole alla deriva del Mediterraneo centrale, Tamu Edizioni, 2025, p. 62 ︎ 5. Lo “scafista” come artefatto giuridico e sociale, Il Manifesto (9 febbraio 2024) ︎ 6. Patto migrazione e asilo, governo approva ddl per attuazione (12 febbraio 2026) ︎ 7. Tra le misure previste il divieto di avere cellulari o fare riprese nei centri di detenzione e la forte limitazione alle visite degli assistenti parlamentari: Blocco navale delle ong, la destra torna alla carica, Il Manifesto (12 febbraio 2026) ︎ 8. Pacchetto sicurezza. Antigone: “un nuovo e grave attacco allo Stato di diritto. Non sono questi i provvedimenti che portano benefici sulla sicurezza” (16 gennaio 2026) ︎ 9. Patto sulla migrazione e l’asilo, Commissione EU (21 maggio 2024) ︎ 10. Da diritto a ricatto, la capriola della Ue, Il Manifesto (14 febbraio 2026) ︎ 11. Report: The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion? (novembre 2025) ︎ 12. The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion? p. 8. ︎ 13. Protocollo addizionale  della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Criminalità organizzata transnazionale per combattere il traffico di migranti via terra, via mare e via aria ︎ 14. The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion?, pp. 11-12. ︎ 15. Il 13 settembre 2023, la Presidente von der Leyen ha proposto di rinforzare gli strumenti a disposizione dell’UE per contrastare il traffico di migranti aggiornando questa direttiva. Cfr. qui il link ︎ 16. The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion?, pp. 9-10. ︎ 17.  The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion? p. 10. ︎ 18. La criminalizzazione dei cosiddetti scafisti nel 2025 ︎ 19. Migranti, la storia del ragazzino scambiato per maggiorenne e da due anni nel carcere con gli adulti, La Repubblica (maggio 2025) ︎ 20. Sbarco di migranti a Roccella Ionica, ridotta la pena per Amir Babai: la difesa annuncia ricorso in Cassazione, La Gazzetta del Sud (13 marzo 2026) ︎ 21. La criminalizzazione dei cosiddetti scafisti nel 2025 ︎ -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La costruzione politico-giuridica dello scafista proviene da Comune-info.
March 22, 2026
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