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Il grido di Sabir
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Associazione Sabir -------------------------------------------------------------------------------- Sabir è una comunità educativa impegnata nel territorio di Crotone che in questi anni ha cercato con pazienza di tenere insieme anche proposte per accogliere ragazzi migranti – molti dei quali arrivati dopo aver attraversato deserti, torture, guerre e detenzioni in Turchia o Libia – tra supporto psicologico, mediazione culturale, continuità scolastica, formazione professionale, attività sportive, percorsi di affido familiare e affido culturale. Si tratta di proposte che vanno molto al di là della prassi ordinaria dell’accoglienza disegnata dai governi. È il frutto di uno sforzo educativo enorme e fortemente radicato nel territorio che ha permesso di creare relazioni di fiducia e corresponsabilità sociale, rompendo di fatto la logica assistenziale nei confronti dei minori stranieri non accompagnati. Oggi però tutto questo rischia di essere cancellato da anni di logiche emergenziali. In una lettera aperta di Sabir, rilanciata dalla Rete delle comunità solidali, si legge: “Non esistono, allo stato, soluzioni logistiche compatibili con la prosecuzione dei percorsi già avviati. Non esistono garanzie sulla continuità educativa. Non esiste alcuna visione pedagogica. Esiste soltanto una logica amministrativa che tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire. Ed è forse questo il punto più grave. In Italia si organizzano continuamente tavoli sulla devianza giovanile, sulle baby gang, sull’emarginazione sociale e sul disagio dei minori. La politica nazionale invoca sicurezza, integrazione e prevenzione. Si moltiplicano dichiarazioni pubbliche sulla necessità di investire sui giovani e sui percorsi educativi. Poi però, nei territori, si lasciano spegnere esperienze che funzionano davvero. Si mortificano realtà che hanno dimostrato concretamente che un altro modello di accoglienza è possibile: un modello fondato sulla relazione educativa, sulla presenza quotidiana, sulla costruzione di autonomia e sul radicamento territoriale…”. Lettera apertaDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il grido di Sabir proviene da Comune-info.
May 27, 2026
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Anche se vi credete assolti
EL HISRI, DIRIGENTE PER DIVERSI ANNI DEL CARCERE MITIGA A TRIPOLI, PICCHIAVA PERSONALMENTE OGNI GIORNO ALMENO UNA DONNA: LA MISOGINIA ERA DICHIARATA. “CAGNE, SCHIAVE, PUTTANE” ERANO GLI APPELLATIVI PER LE MADRI VIOLENTATE DAVANTI AI FIGLI, OPPURE FATTE ABORTIRE A PUGNI IN PANCIA SE ERANO INCINTE. I BAMBINI PICCOLI CHE PIANGEVANO, NON COMMUOVEVANO IL RELIGIOSISSIMO EL HISRI. LI PRENDEVA A CALCI O LI AMMAZZAVA. AD ALCUNI È TOCCATO ESSERE STUPRATI DA LUI, PERSONALMENTE. LE TESTIMONIANZE RACCOLTE PER IL PROCESSO IN CORSO ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE RAGGELANO IL SANGUE. “QUI EL HISRI DOVREBBE SEDERE A FIANCO DI PASSATI E PRESENTI MINISTRI E SOTTOSEGRETARI ITALIANI, ALTI FUNZIONARI DEI SERVIZI SEGRETI, E ANCHE PRESIDENTI DEL CONSIGLIO – SCRIVE LUCA CASARINI, RICORDANDO I CONTINUI ACCORDI FIRMATI DALL’ITALIA CON LA LIBIA SULLE MIGRAZIONI – MA IN REALTÀ, CON QUESTO LIVELLO DI FORZA E POTENZA CHE PUÒ ESPRIMERE UN TRIBUNALE COME QUESTO, CHE SI ALIMENTA DI RICERCA DI GIUSTIZIA E NON DI VENDETTA, QUELLI CHE MANCANO, QUELLI CHE FUGGONO SEMPRE DAI PROCESSI USANDO LE LORO IMMUNITÀ, SONO TUTTI E TUTTE QUI. ANCHE SE VI CREDETE ASSOLTI SIETE LO STESSO COINVOLTI…” Disegno di Mauro Biani originariamente pubblicato sul manifesto (2017) -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo giorno delle udienze dedicate alla discussione istruttoria per il rinvio a giudizio o meno del torturatore di Mitiga El-Hisri, alla Corte Penale Internazionale (qui un articolo sul primo giorno di udienze, Un mostro che contiene molti mostri, ndr), si è chiuso dopo la prima parte dell’arringa difensiva degli avvocati dell’imputato. Lui, seduto appoggiato al muro da un lato, affiancato da quattro poliziotti di origini africane, è stato immobile tutto il tempo, sguardo fisso verso l’altro lato, quello dell’accusa. A un certo punto muoveva le labbra come se stesse pregando. L’aspetto, e il ghigno feroce con il quale si presentava davanti alle sue vittime, terrorizzate solo a sentirne pronunciare il nome, non fanno pensare a uno che prega. Ma invece, ascoltando la descrizione minuziosa del modus operandi della banda di El Hisri, si scopre che proprio la persecuzione religiosa era una delle maggiori attività a Mitiga. Per assicurarsi un posto nel loro personale paradiso si sono inventati un Islam funzionale ai loro interessi e schifose pulsioni. Succede con tutte le religioni, Dio è sempre stato preso in ostaggio dai fanatici, e anche dai compari di Almasri ed El Hisri: conducevano all’inferno gli “infedeli”, e cioè ogni essere umano al quale sequestravano la vita, e lo torturavano e stupravano in nome di Dio. Vengono in mente Trump, Nethanyau, Putin e Kyrill, gli Ayatollah e le derive messianiche delle guerre contemporanee. L’Isis, i suprematisti bianchi di Quanon, il miliardario Thiel e il suo “anticristo”, i rosari sventolati ai comizi di quelli che fanno morire donne, uomini e bambini nel Mediterraneo. A pensarci bene, quei banditi di Mitiga sono in buona e autorevole compagnia. La persecuzione religiosa praticata da El Hisri, ha avuto come prime vittime cittadini e cittadine libici e musulmani, giudicati eretici da questa sorta di gran sacerdoti dell’orrore. Le testimonianze raggelano il sangue: seviziati, umiliati, spezzati nello spirito e nel corpo con strumenti di tortura forgiati appositamente per procurare più male possibile. El Hirsri, che spesso eseguiva personalmente le violenze, documentate a centinaia, era però particolarmente appassionato di donne e bambini. Il lager di Mitiga, che in realtà è una delle prigioni ufficiali del sistema libico, è organizzato a sezioni. C’è la sala delle torture, dove fiumi di sangue hanno intriso il pavimento e i tavolacci degli aguzzini, che dopo averlo fatto scorrere dai corpi martoriati, ordinavano ad altri prigionieri di pulire. A poca distanza gli edifici della sezione femminile, in mano ad El Hisri. Gli altri due sottocapi, Almasri designato dal governo libico con il titolo di “responsabile della polizia giudiziaria”, e lo zio di El Hisri, padrone della zona maschile, insieme all’unico imputato arrestato in Germania e oggi a processo, costituiscono la struttura di vertice del lager, fondato da Kara, il capo supremo della milizia Rada. El Hisri picchiava personalmente e ogni giorno almeno una donna: la misoginia era dichiarata. “Se un diavolo muore gli angeli sono contenti” è una frase dell’imputato riportata da una testimone che ha assistito all’agonia di una donna torturata e stuprata, poi morta. “Cagne, schiave, puttane” erano gli appellativi per le madri violentate davanti ai figli, oppure fatte abortire a pugni in pancia se erano incinte. I bambini piccoli che piangevano, non commuovevano il “religioso” El Hisri. Li prendeva a calci, o li ammazzava. Ad alcuni è toccato essere stuprati da lui, personalmente. I capi spiegavano ai loro soldati, molti arruolati a forza in cambio della vita o della salvezza dei loro familiari, che gli africani, ma anche i libici nelle loro mani, erano solo “schiavi”. “Schiavo”, così si rivolgevano agli internati di Mitiga, catturati o nelle strade di Tripoli, oppure in mare dalla cosiddetta “Guardia costiera libica” e poi deportati e consegnati nelle mani dei carcerieri. Persecuzione religiosa ed ideologica, misoginia, violenze sessuali anche su bambine e bambini, torture, uccisioni, gambizzazioni: ogni crudeltà che esiste è stata e purtroppo è ancora, praticata. Eppure anche El Hisri, in questa Corte, ha diritto a difendersi dalle accuse che farebbero ammutolire chiunque. C’è uno staff intero di avvocati del diritto internazionale, assicuratigli proprio dalla Corte, che cerca di smontare questo processo. A partire dalla sua legittimità: “Anche la Nato, durante i bombardamenti del 2011, ha commesso crimini in Libia. Perché quelli non sono stati giudicati?” dichiara l’avvocato egiziano che conduce il lavoro della difesa. La strategia è la stessa, probabilmente studiata anche da “consulenti” italiani, che ha portato Almasri a presentare ricorso presso la Corte stessa per “vizio di giurisdizione”, reclamando per sé il diritto di essere processato in Libia. E dunque, rimanere di fatto impunito. Questa tattica ha preso forma dal momento stesso del suo arresto in Italia, che per il governo, non doveva avvenire: in fretta e furia qualcuno da Palazzo Chigi, prima di procedere all’esfiltrazione del ricercato verso la Libia per sottrarlo alla Corte, ha suggerito alle autorità libiche di emettere un mandato di arresto per Almasri. “Vogliamo processarlo noi” scrive il capo della procura di Tripoli su un documento che arriva miracolosamente sul tavolo del Ministro della Giustizia Nordio che si trova in mano la patata bollente. Questo improvvisa quanto palesemente falsa volontà delle autorità libiche di arrestare e processare il loro capo della polizia giudiziaria, diventerà uno degli alibi di Nordio, Piantedosi, Mantovano e sottobosco vario, per evitare di essere processati a loro volta in Italia. Coprire la vergogna di aver protetto un torturatore, non riaccompagnandolo a casa con un volo di Stato, non sembra però cosa possibile. Almasri adesso, protetto in Libia da un finto arresto che lo ha semplicemente messo al sicuro dalla Corte Penale internazionale, ha presentato il suo ricorso, che verrà valutato nei prossimi mesi all’Aja, ed El Hisri ha uno staff intero di avvocati, che lo difende. Anche lui, qui in Olanda, è rinchiuso in un carcere che rispetto al lager che dirige in Libia, sembra un hotel a cinque stelle. È seduto, riposato e vestito ogni giorno con un completo diverso da centinaia di euro, e non ha catene. Non è seviziato, stuprato, torturato, come lo sono state le sue vittime. Eppure sta anche in questo paradosso la forza, la potenza che il diritto internazionale e il suo sistema di giustizia – oggi sotto attacco da Trump, da Putin, da Nethanyau e anche dai piccoli loro servitori nostrani – possiede: le garanzie di difesa anche per i peggiori criminali, sulla base del principio di presunzione di innocenza per chiunque, nonostante l’evidenza. La salvaguardia della dignità umana, garantita anche a un mostro, per ricordare a tutti che i “mostri” sono umani, non alieni. Questa postura del diritto, che trae la sua legittimità dalle garanzie per ognuno, è ciò che vorrebbe essere cancellato dai candidati al governo del mondo che stanno bombardando e massacrando con le loro guerre centinaia di migliaia di persone. Il diritto basato sulla forza brutale contro il diritto basato su una idea di giustizia e di diritti umani attribuiti anche ai carnefici. La Corte Penale Internazionale è stata davvero una recente grande conquista per un’idea di democrazia e di convivenza possibile. Per una idea di mondo governato con umanità anche quando ha a che fare con il disumano, con l’orrore, con l’inaccettabile. E gli avvocati del torturatore continueranno a tessere la loro trama concettuale per spiegare perché il loro assistito non può essere processato. E le procuratrici e procuratori dell’accusa, continueranno a dare voce alle testimonianze dei sepolti vivi di Mitiga, che rappresentano tutti i sepolti vivi in ogni “non luogo” di cui si dotano anche i paesi come l’Italia per internare quella che decidono essere “l’umanità in eccesso”. Dai Cpr ai lager libici, il principio è esattamente lo stesso. Si possono torturare le persone “con i ferri, con i vetri, con i fili, con i gas, con gli strumenti più segreti”, come recita l’antica canzone di Ricky Gianco, oppure imbottendoli di psicofarmaci e portandoli alla pazzia e al suicidio, come accade nelle nostre democratiche carceri e nei campi di internamento per migranti disseminati in tutta Italia, in tutta Europa, e che si vorrebbero in tutto il Mediterraneo. Ma il principio è sempre lo stesso: avere il potere di decidere chi deve vivere e chi deve morire, ridurre a “nuda vita” esseri umani spogliati da ogni diritto, da ogni dignità, privati “dell’anima”. Il paradosso ritorna, potente: per impedire che questo possa accadere, bisogna garantire anche ai carnefici, anche ai tiranni, anche ai peggiori colpevoli, il diritto ad avere un processo giusto, il diritto a non essere ammazzati seduta stante dopo le descrizioni delle loro orribili colpe. Quei carnefici dunque, contengono una parte di noi, non dobbiamo mai dimenticarlo. Nel caso della Libia, del sistema terrificante che è stato messo in piedi per fermare donne, uomini e bambini migranti, è vero anche dal punto di vista materiale, concreto. Qui El Hisri dovrebbe sedere a fianco di passati e presenti ministri e sottosegretari italiani, alti funzionari dei servizi segreti, e anche presidenti del Consiglio. Ma in realtà, con questo livello di forza e potenza che può esprimere un tribunale come questo, che si alimenta di ricerca di giustizia e non di vendetta, quelli che mancano, quelli che fuggono sempre dai processi usando le loro immunità, sono tutti e tutte qui. Anche se vi credete assolti siete lo stesso coinvolti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Anche se vi credete assolti proviene da Comune-info.
May 22, 2026
Comune-info
Un mostro che contiene molti mostri
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Nicolas Messifet su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il monitor interno dal quale chi assiste all’udienza del processo a El – Hisri, uno dei capi torturatori del lager di Mitiga in Libia, ogni tanto mostra la faccia dell’imputato. Non ha segni di tortura, non sembra stare male, non ha stracci addosso o catene ai polsi come le sue vittime: solo quegli occhi che guardano fisso, che non si abbassano nemmeno quando la procuratrice della Corte Penale Internazionale descrive lo stupro di una donna compiuto davanti al figlio piccolo, costretto da El Hisri a guardare. I giudici che con i loro staff di investigatori hanno lavorato quindici anni a raccogliere prove, testimonianze, foto, video, documenti ufficiali e tantissimo altro materiale, lo definiscono un processo “storico” – a “milestone” – per provare a fare giustizia contro un vero e proprio sistema di violazione permanente dei diritti umani. Il “sistema Libia” appunto, che però non potrebbe esistere se non fosse stato congegnato anche a partire da “menti” italiane ed europee. El Hisri, detto Al Bouti, è un pari grado di Almasri, quello fatto fuggire dal governo italiano e riportato con il Falcon dei servizi segreti proprio a Mitiga, dove la maggior parte dei crimini contro l’umanità e crimini di guerra sono stati compiuti. Il nome di Almasri è stato pronunciato già dalle prime battute durante la lettura dei diciassette capi di imputazione. È chiaro, da dentro questo tribunale, perché Almasri non doveva arrivarci alla sbarra. Il “sistema Libia” è fondato su una complicità evidente tra livelli istituzionali e milizie criminali che si sono spartite la Libia dopo la destituzione violenta di Gheddafi del 2011. L’inchiesta della CPI parte da quel momento, e documenta le atrocità commesse dall’imputato e dai suoi complici fino al 2020. Si passa dunque, dal 2017, anno della stipula del patto Italia-Libia, sottoscritto da Minniti e Gentiloni, con i clan di signorotti della guerra tra cui anche la milizia “Rada”, una tra le più potenti- si parla di 1.500 soldati inquadrati militarmente e forniti di armi, mezzi e soldi-quella che controlla la prigione di Mitiga, nordest di Tripoli e, cosa assai rilevante, l’aeroporto internazionale, peraltro ricostruito grazie ai lavori forzati dei migranti prigionieri. Un processo come questo non è la semplice descrizione in generale di tutto ciò che già sappiamo, atrocità comprese. No. Il primo livello è la responsabilità individuale dell’imputato, con prove, riscontri, volti, referti medici, circostanze precise. Ascoltare la descrizione di torture, stupri e violenze di ogni genere, delle quali El Hisri è personalmente responsabile, è dura. All’entrata, dopo controlli rigidi per l’accesso, distribuiscono un vademecum dove te lo scrivono che potrebbe essere troppo dura assistere, ascoltare. Che puoi uscire in qualsiasi momento. Il secondo livello, quello che stabilisce la relazione tra un crimine efferato e la categoria dei crimini contro l’umanità, è il carattere strutturale, pianificato, nel quale ogni singolo atto criminale è inserito, e la funzione che svolge nell’assicurare potere di vita e di morte sulle persone che lo subiscono. E qui il lavoro approfondito e puntuale dei giudici ci offre una prima importante verità: le prime vittime di El Hisri, di Almasri, del capo supremo della Rada, Al Kora, sono stati i cittadini libici. Sono libici quelli sequestrati e torturati per primi, oppositori politici, avvocati, giornalisti, studenti o anche persone che possedevano dei terreni, una casa, dei soldi. Si capisce la parabola dunque che porta a ciò che oggi conosciamo del sistema Libia: dopo la caduta di Gheddafi, si formano i gruppi armati che con la scusa della “rivoluzione”, cominciano ad accaparrarsi il potere e materialmente pezzi di territorio. Nel caso della “Rada” ad esempio, è un quartiere di Tripoli che gli dà i natali, e da lì la conquista di un’area strategica come quella dell’aeroporto e fin sulla costa con l’accesso al mare, trasforma quattro banditi di un clan familiare, in uomini che comandano. Che negoziano un pezzetto di quello che altri, simili a loro ma magari più scaltri, hanno già preso in cambio della fedeltà all’Occidente. In uno degli ultimi rapporti dell’Onu sulla Libia, concentrato sulle violazioni dell’embargo sulle armi, si parla del clan di Dbaibaba, attuale premier del governo di Tripoli riconosciuto dall’Unione Europea, come uno dei più criminali e potenti. Stessa cosa se si osserva la “carriera” del ministro degli Interni Trebelsi, l’amicone di Piantedosi, segnalato dalla segreteria di stato americana già durante la prima presidenza Trump come “trafficante e contrabbandiere”. La Rada ha gestito la sua prigione, il suo lager, a partire dall’eliminazione dei dissidenti libici e dell’imposizione del regno del terrore a Tripoli, offrendo sul “mercato” le sue capacità. Rada “Security Defence Force”. Rada “polizia giudiziaria”. Tutti titoli assegnati dai vari governi ufficiali. Ma d’altronde non era il prefetto Caravelli, capo dei servizi segreti esterni a dichiarare che “con la Rada ottima collaborazione”? Questo strutturazione della milizia inizialmente impegnata contro i cittadini libici, anch’essi torturati, ammazzati, anche le donne libiche stuprate, anche i bambini libici violentati e terrorizzati e chissà cos’altro, viene poi dal 2017 impiegata per i migranti. Le pratiche disumane sono rielaborate per il nuovo business, quello di fermare profughi e rifugiati che tentano di raggiungere l’Italia e l’Europa via mare. Ma chi suggerisce alla Rada di fare questo? In cambio di che cosa, di quanti soldi? Chi suggerisce la creazione di un nuovo sistema di respingimento di massa, articolato nella cattura in mare di chi prova a fuggire, e nella successiva deportazione e internamento nei lager? Chi regala mezzi, addestramenti, ruoli ai vari El Hisri per fare tutto questo? Ascoltando le accuse ci si rende conto di cosa abbiamo fatto, noi che apparteniamo ai paesi “civili”, noi che abbiamo i governi “democratici”: abbiamo alimentato gli orrori, le atrocità che prima sono state compiute contro la società civile libica per trasformarli e strutturarli in “orrori funzionali”, utili alla nostra “guerra” ai migranti. Ascoltando l’excursus dei procuratori della Corte, che puntualmente delineano lo sviluppo e il ruolo di una milizia e dei suoi capi, si capisce che El Hisri è solo quello che si è fatto prendere. Non è lui il “mostro” in mezzo a quelli “normali”. Lui è solo un mostro meno potente di tutti gli altri. Viene spontaneo, dinnanzi al primo processo di questo livello che finalmente si celebra, dopo decine di migliaia di morti in mare e nel deserto, pensare a una Norimberga. Ma Norimberga non si può fare solo con un criminale che altrimenti rischia di diventare un capro espiatorio. Qui mancano quelli potenti, quelli che non si sporcano le mani. Quelli che in Libia ci vanno con l’aereo di stato, quelli che il quartiere di El Hisri manco sanno dov’è. E dopo il primo giorno, è tutto. -------------------------------------------------------------------------------- [Dalla Corte Penale Internazionale, Luca Casarini] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un mostro che contiene molti mostri proviene da Comune-info.
May 20, 2026
Comune-info
Camminare bendati
-------------------------------------------------------------------------------- Taranto, 15 maggio. Foto di Giustizia per Taranto -------------------------------------------------------------------------------- A Waterloo Place, nel cuore monumentale di Londra, è comparsa una figura. Un uomo in abito formale avanza con passo deciso verso il vuoto. Il volto è completamente coperto da una bandiera. Non la porta: la subisce. Non la espone: la indossa come una benda. L’installazione, attribuita a Banksy, non è stata scelta a caso né per il gesto né per il luogo. Attorno si innalzano le statue che celebrano la storia imperiale britannica — la retorica della potenza, la memoria pubblica della nazione, il culto di sé che ogni impero trasforma in marmo. In mezzo a quella grammatica della celebrazione, la figura bendata introduce una frattura silenziosa: non celebra nulla, non ricorda nulla, ma cammina. Cammina con la sicurezza di chi è convinto di sapere dove sta andando. Cammina verso il precipizio. Il nazionalismo è questa cosa: non l’amore per un luogo o una lingua, ma la certezza che rende inutile lo sguardo. La bandiera sul volto non lascia entrare nulla, nessun dubbio, nessun volto altrui, nessuna storia che non sia già stata decisa. È un dispositivo di chiusura che si spaccia per identità, una paura che viene somministrata come appartenenza. E funziona tanto meglio quanto più si ammanta di retorica: il popolo, la nazione, i confini, i nemici. Le destre che si ispirano al fascismo — e alcune, senza ipocrisie, al nazismo — hanno capito da tempo che non serve la violenza esplicita per preparare il terreno alla violenza. Basta lavorare sulle coscienze. Basta convincere che ci sono vite che contano e vite che non contano. Basta insegnare a non vedere. La filosofia del Novecento ha un nome per questo: la sparizione del volto. Per Emmanuel Lévinas, il volto dell’altro è il luogo in cui si fonda ogni etica possibile, non come astrazione, ma come appello concreto e irriducibile. Quando guardi il volto di un altro essere umano, qualcosa ti chiede conto. Quando quel volto viene rimosso — sostituito da una categoria, da uno straniero, da un clandestino, da un nero — quella richiesta scompare. E ciò che rimane è solo gestione: il problema da risolvere, il numero da ridurre, il corpo da espellere. Alle 5 di mattina del 10 maggio 2026, in piazza Fontana a Taranto, Bakari Sako stava andando a prendere il treno. Aveva 35 anni, veniva dal Mali, faceva il bracciante. Una “baby gang” lo ha accerchiato e ucciso a coltellate. Sei fermati, di cui quattro minorenni tra i 15 e i 17 anni. Secondo la procura, il gruppo cercava qualcuno di vulnerabile da colpire — “in questo caso un ragazzo nero”, ha detto la procuratrice per i minorenni. La pista dell’odio razziale è ancora in corso di accertamento. Ma le telecamere avevano già immortalato lo stesso gruppo, sei minuti prima, mentre intimidiva un altro uomo di origine subsahariana. Bakari Sako non era un simbolo. Era una persona. Aveva due mogli in Mali, entrambe incinte quando è morto. Lavorava. Si alzava prima dell’alba per prendere un treno. Qualcuno lo ha visto e ha deciso che era il tipo di cosa che si può colpire. Questo non nasce dal niente. Nasce da anni di propaganda che ha lavorato sistematicamente a togliere il volto ai migranti — a trasformarli in invasori, in emergenza, in minaccia da cui difendersi. Nasce dai decreti sicurezza, dai porti chiusi come atti di forza, dai comunicati che contano gli sbarchi come fossero dati di borsa. Nasce dal linguaggio della destra di governo che normalizza la disumanizzazione e poi si stupisce — o finge di stupirsi — quando la disumanizzazione produce conseguenze fisiche. La violenza razzista non arriva come fulmine a ciel sereno: arriva dopo che qualcuno ha preparato il cielo. E arriva nel silenzio. Perché la morte di Bakari Sako non ha generato, dalla politica, quasi nessuna reazione. Un uomo ucciso all’alba mentre andava al lavoro, e chi governa questo paese ha scelto di non nominarlo. Il silenzio non è neutro: è una scelta. È la scelta di chi sa che nominare costerebbe qualcosa — almeno la coerenza con il discorso che si è costruito. La domanda che quell’immagine pone non riguarda solo chi porta la bandiera sul volto. Riguarda anche chi guarda e cosa sceglie di fare. Perché non tutti hanno scelto il silenzio. La procuratrice Eugenia Pontassuglia ha parlato chiaro: “Non ci sono decreti sicurezza che tengano, dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere ed essere rispettata”. Associazioni, sindacati, singoli cittadini hanno detto il nome di Bakari Sako quando chi governa preferiva non dirlo. Non sono una maggioranza rumorosa. Ma esistono — e la loro esistenza conta, perché dimostra che la benda non è un destino: è una scelta. E le scelte si possono fare diversamente. La figura di Banksy cammina verso il precipizio con la sicurezza di chi non vede più. Ma attorno a lei, in quello stesso spazio carico di storia e di retorica, qualcuno si è fermato a guardare. Qualcuno ha riconosciuto nell’installazione non un’opera d’arte da ammirare, ma uno specchio da rifiutare. Ci sono persone che la benda non se la sono mai messa, e persone che hanno trovato la forza di togliersela. È da lì — non dall’alto, non dalle istituzioni che tacciono — che si ricomincia a costruire qualcosa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Camminare bendati proviene da Comune-info.
May 18, 2026
Comune-info
Il Diritto di asilo alla prova del patto europeo
VENERDÌ 22 MAGGIO 2026, LA RETE NAZIONALE EUROPASILO – A CUI ADERISCONO ALCUNI DEI PIÙ CONSOLIDATI PROGETTI DELLO SAI (SISTEMA ACCOGLIENZA INTEGRAZIONE) – PROMUOVE A BOLOGNA IL CONVEGNO NAZIONALE CON RACCOLTA ESPERTI, OPERATORI E ISTITUZIONI PER ANALIZZARE LE NUOVE NORME EUROPEE E COSTRUIRE RISPOSTE COMUNI NEI TERRITORI. “IL NUOVO PATTO EUROPEO SULLA MIGRAZIONE E L’ASILO È UNA REALTÀ: QUALI SARANNO LE CONSEGUENZE CONCRETE SUI TERRITORI? IL CUORE DEL NOSTRO CONVEGNO SARANNO LE COMUNITÀ DI PRATICA, SPAZI DI LAVORO COLLETTIVO PER NON FARSI TROVARE IMPREPARATI…”. I TEMI DEI 4 TAVOLI DI LAVORO DEL POMERIGGIO -------------------------------------------------------------------------------- Il Nuovo Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo è una realtà: quali saranno le conseguenze concrete sui territori? A Bologna non staremo solo a guardare. Il cuore del nostro convegno saranno le Comunità di pratica, spazi di lavoro collettivo per non farsi trovare impreparati. Ecco i 4 tavoli di lavoro del pomeriggio: MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI: Analisi degli impatti delle nuove norme e costruzione di alternative possibili per la tutela dei più vulnerabili. NUOVI DIRITTI: Contro la tentazione di creare “servizi separati”, lavoriamo per un welfare universale che includa i rifugiati nelle comunità locali. LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE: Quali impatti avranno le restrizioni ai movimenti in UE sui progetti di vita delle persone e sui nostri sistemi di accoglienza? PROCEDURA ACCELERATA E TRATTENIMENTO: Strategie per garantire il diritto alla difesa e alla tutela legale nonostante l’estensione delle procedure rapide. Informazioni e iscrizioni (posti limitati per i tavoli) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il Diritto di asilo alla prova del patto europeo proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
Senza razzismo solo a parole
-------------------------------------------------------------------------------- C’è un report, appena pubblicato dall’European Network Against Racism (ENAR), che aiuta a comprendere quel che sta accadendo in questi ultimi giorni e non solo, in Italia. Un lavoro di ricerca che mette insieme, in maniera comparativa, sette rapporti nazionali e che prende il nome di Raceless in name only: whiteness and the racial governance of mobility in European Union (Privi di razzismo solo a parole: la bianchezza e la gestione razziale della mobilità nell’Unione Europea). Sin dalle prime pagine si capisce non solo il senso di quel che sarà il contenuto di questo lavoro, ma emerge in maniera nitida la chiave di lettura con cui leggere questo tempo. Chi da anni si occupa di scrivere, parlare, mettere in guardia su antirazzismo e decolonizzazione, sapeva e sa quel che sta accadendo, scrivono i curatori: la normalizzazione dell’esclusione, il diffondersi della tecnocratizzazione del sospetto, le cosiddette emergenze migratorie utilizzate per accrescere la paura, hanno rafforzato non solo politiche di profilazione razziale ma anche un sentire sociale ostile nei confronti delle persone nere. Politiche e sentire che raggiungono il picco dell’evidenza e del differente approccio quando vi è stato da dare una risposta alle persone rifugiate che fuggivano dall’Ucraina. La possibilità di muoversi nel continente europeo, così come il sentimento di solidarietà e compassione che si è creato tra la gente, sono due aspetti che non sono emersi in occasione di altri conflitti e nei confronti delle persone che scappavano e che hanno trovato e continuano a trovare sul loro cammino migratorio ostilità e barriere. Tutto questo, si legge nel rapporto, non è casuale, riflette una gerarchia di vicinanza e prossimità che ha a che fare con la whiteness, la bianchezza. Una logica che ritroviamo declinata lungo una medesima linea razziale, economica e politica che abita tanto nelle leggi quanto nelle zone di frontiera, sia interne che esternalizzate, che negli episodi di violenza più o meno visibile che ritroviamo nelle nostre città e nei racconti dei media. Con un ulteriore passo in più, sottolinea ENAR, le parole e le azioni della destra estrema non sono più confinate ma “sempre più riecheggiate e normalizzate da politiche che ne diventano espressione principale”. Basti vedere il termine remigrazione utilizzato inizialmente da frange estremiste in maniera provocatoria che diventa programma governativo. Il report Il progetto mette insieme una serie di analisi e ricerche che vanno dal giugno 2024 al dicembre 2025, lungo cinque zone di frontiera (Germania/Austria, Germania/Repubblica ceca, Italia/Francia, Croazia/Slovenia e la regione di confine basca) e tre paesi europei, Cipro, Francia e Grecia. Diversi i report presi in considerazione, così come molteplici sono le realtà che lavorano su queste tematiche e che sono state coinvolte. Tra le dodici persone che hanno condotto l’indagine, la metà ha un background migratorio e vi è chi ha personalmente subito episodi di discriminazione razziale. Ad aprire la ricerca un glossario, in modo che sia chiaro non solo il contenuto ma a cosa si riferiscono esattamente i termini utilizzati, da blackness a coloniality/decoloniality, da migranticisation a necropolitics, da racialisation a struttural racism e whiteness. Parole che sono più di un vocabolario tematico, racchiudono la declinazione di schemi razziali e nazionalistici che diventano norme che escludono e creano società escludenti. A mostrare come questo sia realtà varie testimonianze nel report. La profilazione razziale spesso raccontata vede persone nere essere perquisite senza nessun tipo di motivazione particolare, in contesti che non sono di controllo o frontiera. Azioni portate avanti da forze dell’ordine che non riconoscono un’europeità che non sia bianca e che individuano nel colore un discrimine, che per ENAR è espressione di una continuità coloniale e discriminazione razziale. Discriminazione che spesso si palesa già dal tipo di approccio con cui avviene la richiesta di documento. La preoccupazione Partendo dal presupposto che tutta la riforma del diritto europeo, che inizia dal febbraio 2024 con l’obiettivo di arrivare al famoso Patto d’asilo e migrazione del prossimo giugno, aveva come premessa quella di uniformare l’area Schengen nel rispetto del principio di non discriminazione, ENAR commissiona uno studio che vuole metter insieme, in maniera documentata, quel che accade nelle pratiche di frontiera così come nelle norme che regolamentano le procedure accelerate di controllo dei documenti, l’interpretazione di paese terzo sicuro e lo strumento del rimpatrio. I report, i racconti e le leggi sempre più escludenti rispetto alla concessione dei visti così come alla presa in carico delle domande d’asilo, mettono in luce con il tempo non solo un aumento di una sorta di continuità d’approccio coloniale, ma anche un accrescimento dei poteri discrezionali delle forze dell’ordine, non solo di frontiera. La preoccupazione delle ricercatrici e ricercatori è che questo loro lavoro che descrive in termini crudi quel che accade alle persone, trovi nel nuovo Patto su migrazione e asilo una sorta di ulteriore normalizzazione delle forme razziali di profilazione, di utilizzo di procedure accelerate e detentive. “L’abolizione del diritto d’asilo e il concretizzarsi dell’esternalizzazione delle persone migranti in paesi terzi, realizza la marcatura di queste persone come sgradite. La riforma del Codice di frontiera di Schengen che regolerà le forme di libero movimento all’interno dei confini europei con i controlli sulla mobilità delle persone razzializzate rimarcherà la loro differente condizione di appartenenza”. L’obiettivo Rappresentare nero su bianco cosa sta accadendo e come questa Europa stia gestendo i diritti legati alla migrazione, vuole essere un monito a una mobilitazione collettiva nei diversi paesi europei in cui le persone migranti vengono di continuo razzializzate. Gli episodi di cronaca che si susseguono ormai rendono palese non solo la quotidianità degli eventi, ma l’urgenza all’azione di contrasto a questo immaginario dominante per cui non esiste un’europeità (ma noi potremmo aggiungere una italianità) che non sia bianca. D’altra parte, altro aspetto non secondario che il report mette in luce: “la governance migratoria europea è strutturata dalla supremazia bianca, che è espressione di logiche coloniali che si ripetono e si materializzano nelle pratiche di esclusione, violenza e discriminazione che non sono più casi isolati o eccezionali, ma pratiche sistematiche e strutturali che si ripetono”. La frase di apertura del rapporto Raceless in name only è “When you kow, you know”. Quando sei a conoscenza, sei a conoscenza. Ecco, tutto si può dire rispetto a quel che sta accadendo tranne che non lo sapevamo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Nigrizia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Senza razzismo solo a parole proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
Sulle Linee guida del diritto di asilo 2026
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Nathanaël Desmeules su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il presente documento costituisce una scheda critica di analisi giuridica realizzata dall’APS Spazi Circolari e dallo Studio Legale Antartide delle Linee guida emanate dalla Commissione nazionale per il diritto di asilo nel marzo 2026 1. Le Linee guida in esame, pur inserendosi in un quadro normativo in profonda evoluzione – segnato dall’entrata in vigore del regolamento (UE) 2024/1348 e dal consolidamento della direttiva 2013/32/UE – presentano una serie di indicazioni operative che sollevano significativi profili di illegittimità. L’analisi individua sei aree critiche in cui le scelte interpretative della Commissione nazionale si pongono in tensione, o in aperto contrasto, con la giurisprudenza di legittimità italiana, con il diritto dell’Unione europea e con i principi fondamentali che governano le procedure di protezione internazionale. Per ciascuna area tematica, il documento ricostruisce il fondamento normativo della critica, richiama i precedenti giurisprudenziali rilevanti e ne evidenzia le ricadute concrete sui procedimenti in corso. Le questioni esaminate spaziano dal trattamento delle domande reiterate, con particolare attenzione al principio di prossimità nella determinazione della competenza territoriale e alla (mancata) considerazione di nuovi elementi relativi alla protezione speciale, all’analisi dei profili di illegittimità relativi alle ipotesi di domande reiterate previste dall’art. 29-bis del D.Lgs. 25/2008. Vengono inoltre analizzati i profili problematici relativi alla determinazione della procedura applicabile, ai termini per la procedura ordinaria, all’esame prioritario e alle declaratorie di manifesta infondatezza. La scheda si avvale di un approccio metodologico integrato: al commento congiunto CNA/UNHCR si affiancano contributi tratti dalla dottrina più recente, dall’analisi della giurisprudenza nazionale ed europea e dall’osservazione delle prassi applicative sviluppatesi nelle sedi competenti. L’obiettivo è offrire agli operatori del diritto – avvocati, giudici, funzionari e organizzazioni della società civile – uno strumento di orientamento critico, utile tanto nella fase amministrativa quanto in quella contenziosa, in un settore in cui la coerenza tra indirizzo istituzionale e vincoli normativi assume un rilievo diretto sulla tutela di diritti fondamentali. INDICE 1. Domande reiterate * 1.1. Mancanza di riferimenti in merito alla possibilità di nuovi elementi attinenti la protezione speciale * 1.2. Competenza territoriale per l’esame della domanda reiterata: il principio di prossimità ignorato 2. Determinazione della procedura applicabile 3. Termini per la procedura ordinaria 4. Esame prioritario 5. Le procedure accelerate in 3 giorni e le ipotesi di ulteriore accelerazione: la domanda reiterata in fase di esecuzione di un provvedimento di allontanamento di cui all’art. 29-bis del D.Lgs. 25/2008 * 5.1. Imminenza dell’allontanamento * 5.2. Competenza del questore prevista al comma 1-bis: un vizio strutturale * 5.3. Assenza di decisione collegiale per le ipotesi di cui all’art. 29-bis * 5.4. Diritto di restare sul territorio fino ai termini per l’impugnazione nei casi di inammissibilità 29-bis * 5.4.1. Nella fase amministrativa * 5.4.2. Nella fase giudiziaria 6. Manifesta infondatezza Scarica la scheda di analisi critica -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Meltingpot.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sulle Linee guida del diritto di asilo 2026 proviene da Comune-info.
May 17, 2026
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Non era un essere umano
-------------------------------------------------------------------------------- Taranto, 14 maggio: presidio antirazzista. Foto Flai Puglia (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Questa è la storia. Bakari Sako, aggredito a Taranto, a quanto si legge per futili motivi e poi ucciso a coltellate, non era un essere umano (aveva 35 anni, era un lavoratore agricolo originario del Mali). Tale è il racconto pressoché quotidiano che ormai da decenni viene diffuso ovunque. A cominciare dall’alto. L’orrenda novella che in Italia ci viene inculcata con ogni mezzo da decenni, o forse da molto prima, è che se un individuo ha la pelle scura, magari non parla la “nostra” lingua e, soprattutto, non è ricco e ben vestito, non è umano, punto. Non vale quanto un essere umano. La sua vita non conta. È una fiaba terribile costruita su un assunto altrettanto mostruoso, ma è comunque la pietra angolare della strategia con cui nel tempo una minoranza di figuri, del tutto privi davvero di ogni umanità, ha sempre più occupato le stanze del potere. D’altronde, ciascuno di noi racconta una storia. Con la sua vita, con quel che dice e più che mai con le proprie azioni. Noi tutti siamo storie viventi. Ciò malgrado, esiste una controindicazione in ogni racconto: dal momento che attecchisce nella mente del prossimo, cambiarlo diventa estremamente arduo. Soprattutto se è semplice e facile da ricordare. In particolare, se fa comodo ai peggiori istinti dei più. Fateci caso, perché ormai la trama vigente è la stessa da tempo ed è quasi identica ovunque: noi e la nostra terra abbiamo bisogno più di ogni altra cosa della protezione di persone forti e ben armate che ci difendano da loro. I mostri. I cattivi. Gli invasori. Gli alieni, i non umani. Non sono esseri umani, ricordalo, è il succo del racconto. Questo è il perenne mantra che ci viene sussurrato da tempo nell’orecchio come il veleno in quello del padre di Amleto. Un veleno costante, però, a rilascio prolungato, ma non letale. Che distrugge qualcosa di prezioso e tiene in vita il resto. Lo nutre e lo fortifica fino a renderlo prevalente. Quelli non sono esseri umani. Non come te. Non valgono quanto te. La loro vita non conta. Ecco perché la loro morte non merita attenzione. Chiaro, la storia ha uno scopo ben preciso. Fa il suo lavoro, come le altre, semplici e facili, che l’hanno preceduta. Vende alla grande perché la gente se la beve come l’acqua fresca in una giornata più calda del solito. E mentre i clienti elettori sono lì con il bicchiere in mano a dissetarsi – o a credere di farlo – alle loro spalle gli si può far di tutto e sono comunque contenti. L’arte del potere è tutta qui, signore e signori, da quando esiste l’uomo. Il problema è che quando racconti una storia semplice e facile per così tanto tempo, e su di essa costruisci un’intera società, non puoi prevedere fino a che punto le persone ci crederanno. Non puoi immaginare quanto la faranno propria. Quanto la prenderanno alla lettera. Se ha la pelle scura e non parla come me, e magari è un povero disgraziato, solo e senza un soldo… è come se fosse il nulla. Vale meno di nulla. Come un sassolino in terra che puoi prendere a calci per noia. Alla stregua della polvere che alzi camminando. Insignificante come un’ombra. E cosa c’è di male nello sfogare su quest’ultima la rabbia repressa o anche solo distrarsi cancellandola dal mondo? -------------------------------------------------------------------------------- Iscriviti alla Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher -------------------------------------------------------------------------------- Leggi anche: Taranto, il razzismo che non possiamo più raccontare come eccezione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non era un essere umano proviene da Comune-info.
May 16, 2026
Comune-info
La Piazza del mondo mostra che cercar di vivere è scandaloso
IL SINDACO DI TRIESTE HA ATTACCATO NUOVAMENTE CHI OGNI GIORNO INCONTRA COLORO CHE ARRIVANO DALLA ROTTA BALCANICA. INTANTO, SONO ARRIVATI A 65 I FORNELLI RESISTENTI CHE DA TUTTA ITALIA OGNI SERA SONO IMPEGNATI CON L’ASSOCIAZIONE LINEA D’OMBRA IN QUELLA CHE È STATA RIBATEZZATA PIAZZA DEL MONDO. I PRIMI FORNELLI SONO NATI TRE ANNI FA (FOTO: FORNELLI RESISTENTI MANTOVA). “LA PIAZZA DEL MONDO MOSTRA CHE CERCAR DI VIVERE È OGGI SCANDALOSO: BISOGNA ACCONTENTARSI DI SOPRAVVIVERE… IN PIAZZA DEL MONDO SI TENTA DI FAR POLITICA, DI COSTRUIRE MOMENTI DI POLIS, DI COMUNITÀ… SIAMO BEN CONSAPEVOLI CHE IL NOSTRO IMPEGNO È RISIBILE DI FRONTE ALL’IMMENSITÀ DEL COMPITO – SCRIVE GIAN ANDREA FRANCHI – MA SI DEVE COMINCIARE DA DOVE SI STA. E NOI QUI STIAMO CON DISPERATA SPERANZA…” -------------------------------------------------------------------------------- Ottobre 2023, nascono ufficialmente i primi Fornelli resistenti. Maggio 2026: piú di 65 Fornelli resistenti (da Como ad Ancona, da Cuneo a Pesaro…) insieme all’associazione Linea d’Ombra sono impegnati ogni sera a curare, sfamare, dissetare, rivestire, accogliere in strada, a Trieste, le persone migranti abbandonate dalle istituzioni. Da Como ad Ancona, da Cuneo a Pesaro. Foto Fornelli resistenti Mantova -------------------------------------------------------------------------------- L’ineffabile sindaco di Trieste Roberto Dipiazza attacca per l’ennesima volta la nascita quotidiana della “Piazza del Mondo” (così viene da anni chiamata da tanti e tante Piazza della Libertà, dove transitano ogni giorno decine di migranti provenienti dalla Rotta balcanica e diretti per lo più in Francia e in Nord Europa, ndr) perché, nutrendo i “migranti”, attiriamo anche i “criminali”. Le nostre città turistiche sono piene di gente in cerca di cibo: di turisti così cari al sindaco, ai sindaci, perché portano soldi e le città si vendono, come tutto, come la vita. Anche nella Piazza del Mondo si mangia. Ma in altro modo: differenza essenziale. In un modo che rimanda alla funzione antropologica profonda del dar da mangiare, come primo gesto radicale di cura per l’altro, riscoprendo le radici primarie della condizione umana per cui, alla nascita, il nutrimento contiene già tutto un cammino di vita. E il pasto in comune è sempre stato un momento di festa intesa come celebrazione della vita in quanto comunità. Nella Piazza del mondo si toccano e si vedono le radici della vita, cui occorre rivolgersi in un mondo che appare dominato da una radicale volontà e voluttà di morte. Nella piazza del Mondo si riscoprono le radici profonde della vita umana a partire dalle basi della con-vivenza, della vita come essere-in comune, che sembrano rievocare i gesti evangelici del curare i malati, nutrire gli affamati, vestire gli ignudi, ma anche socializzando, giocando, danzando. Ciò rischia di portare confusione, confondendo politica con carità o umanitarismo. Far politica oggi vuol dire risignificare questa parola logora ma che va mantenuta, perché creare neologismi fa solo confusione. Politica deriva da pòlis, città: occorre ricreare, re-inventare la città, partendo dai veri problemi sociali in un’epoca che tende a distruggere ogni forma di socialità in nome di una cultura dominante che è diventata mera distruzione della vita umana e non umana, di una cultura basata sulla lotta di tutti contro tutti in cui i più forti dominano senza controlli, intaccano le basi stesse della vita. Coloro che fuggono da paesi devastati dagli interessi dei potenti, chiamati “migranti” con disprezzo – mentre ogni labile richiamo a uno straccio di diritto internazionale è caduto e i diritti nazionali sono in crisi (come anche troppo si vede nel nostro paese s-governato a colpi di decreti legge) -, sono i portatori di un messaggio fondamentale, inciso nei loro corpi umiliati: riscoprire le fonti della vita in comune, distrutta dall’individualismo mortifero, ricreare la polis, la comunità come unica possibilità di un cammino di vita. La Piazza del Mondo mostra che cercar di vivere è oggi scandaloso: bisogna accontentarsi di sopravvivere, mentre le élites, ad ogni livello, sono intente ridurre la vita a una massa di merci. In Piazza del Mondo si tenta di far politica, di costruire momenti di polis, di comunità, fra noi “cittadini” e i senza terra, i senza patria ormai, facendo capire a tutti quelli che da lontano collaborano quotidianamente con noi – senza di cui la piazza non esisterebbe – la necessità di agire. Siamo ben consapevoli che il nostro impegno è risibile di fronte all’immensità del compito. Ma si deve cominciare da dove si sta. E noi qui stiamo con disperata speranza. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La Piazza del mondo mostra che cercar di vivere è scandaloso proviene da Comune-info.
May 12, 2026
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L’accoglienza che non si vede
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Festival delle Migrazioni Acquaformosa – Associazione don V. Matrangolo -------------------------------------------------------------------------------- Lunedì 27 aprile una delegazione di Recosol proveniente da diverse parti d’Italia è stata accolta dal rettore dell’università di Siena, Tomaso Montanari e dal corpo docente per conoscere e confrontarsi sulle realtà della Rete delle Comunità Solidali che da anni, lontano dai riflettori, operano per creare comunità accoglienti, aperte e pacifiche.  L’incontro – “Patrimonio invisibile” – nasce dalla volontà di Montanari di approfondire quegli aspetti del fenomeno migratorio che fanno riferimento a un’accoglienza inclusiva, attenta al benessere delle persone accolte e delle comunità accoglienti le cui storie sono per l’appunto poco visibili, lontane dall’attenzione dei grandi media. L’accoglienza dei migranti e dei rifugiati  oggi viene disegnata come problematica, si fa riferimento ai grandi centri  per il rimpatrio o alle strutture che ospitano centinaia di persone in luoghi fuori da qualsiasi contesto sociale, mentre a macchia di leopardo molti comuni italiani continuano ad ospitare al proprio interno  stranieri – famiglie, donne vittime di tratta, minori non accompagnati, uomini – che studiano la nostra lingua, imparano un mestiere, vivono in abitazioni decorose e contribuiscono con il loro lavoro e la loro partecipazione alla vita comunitaria. Storie invisibili che però varrebbe la pena di raccontare, di conoscere e replicare per sfatare i falsi miti che la narrazione xenofoba ostinatamente impone attraverso i principali canali di comunicazione. Montanari ha ascoltato tutte le testimonianze ed è poi intervenuto per sottolineare quanto sia importante la collaborazione tra chi opera sui territori e i luoghi di studio e analisi. L’università è un luogo di formazione e  fornisce “gli strumenti” per permettere alle comunità di modificarsi, è necessario perciò interagire e trovare sempre nuove strade per contrastare logiche non inclusive.  All’incontro hanno partecipato in tanti. Giovanni Manoccio dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo di Acquaformosa (Cs), un ‘associazione che racchiude al suo interno sette comuni per la maggior parte di origine Arbereshe che oggi dà lavoro ad oltre cento persone calabresi che gestiscono i progetti di accoglienza diffusa – SAI- nei comuni aderenti. Ogni anno da oltre quattordici anni, l’associazione Don Vincenzo Matrangolo organizza il Festival delle migrazioni, dieci giorni di incontri, dibattiti, musica che coinvolge persone da tutto il mondo, divenendo ormai un riferimento internazionale per le persone che si occupano del fenomeno migratorio. Francesco Evangelista e Gianluca Annunziata della Rete Vesuviana Solidale che opera nell’area metropolitana di Napoli, nei comuni di Scisciano e Marigliano. La rete nata dalla collaborazione con diverse realtà locali ha aperto sportelli legali, organizza corsi di italiano gratuiti per tutti gli stranieri, ha un emporio solidale e ovviamente un progetto di accoglienza che prevede l’accompagno all’inserimento delle persone a tutto tondo grazie anche al supporto di associazioni ecclesiastiche. È oggi una realtà che incide profondamente sulla vita comunitaria, coinvolge la cittadinanza. Ha realizzato, tra le altre numerose iniziative, un campetto di calcio aperto e gratuito per tutti. Gli sportelli legali, nati come sostegno alle persone migranti, sono anch’essi oggi un riferimento per tutte le persone disagiate. Alberto Mossino del PIAM di Asti. Il PIAM (Progetto Integrazione Accoglienza Migranti) è un’associazione laica composta da operatori sociali e migranti. Nato come risposta concreta alla grande presenza sulle strade del territorio astigiano di giovani donne straniere costrette alla prostituzione, dal 2000 si occupa di donne e immigrazione, con particolare attenzione alle vittime di tratta e sfruttamento. Dal 2011 è stato avviato un progetto di integrazione per richiedenti asilo, profughi e rifugiati, con il preciso intento di offrire a queste persone ciò che più di ogni altra cosa determina l’integrazione: i diritti. Il diritto alla cittadinanza, innanzitutto. Ma anche il diritto alla casa, il diritto alla salute, il diritto all’istruzione, il diritto alla maternità, il diritto alla socialità e il diritto all’indipendenza. E ovviamente il diritto a sognare. Manuelita Scigliano presidente di Sabir e della Rete 26 febbraio. L’Associazione Sabir nasce (a Crotone) nel marzo 2017 su proposta di un gruppo di soci fondatori, già costituenti un gruppo informale di volontariato operante dal 2016 nell’ambito dell’educazione, della lotta alla povertà educativa, dell’inclusione sociale, della lotta alle disuguaglianze, del contrasto alla povertà, della solidarietà e della cooperazione internazionale. Sabir persegue finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale senza scopo di lucro in favore di quanti si trovano in condizione di fragilità ed emarginazione sociale. Inoltre, si pone lo scopo di promuovere lo sviluppo economico, sociale e culturale e di favorire la cooperazione internazionale nell’area mediterranea. In particolare, l’impegno di Manuelita è rivolto a lavorare sul territorio per garantire i diritti essenziali ai migranti e, a cominciare dai minori stranieri non accompagnati e sostenere i parenti delle vittime del naufragio di Cutro del 26 febbraio 2023 attraverso una rete di associazioni (la Rete 26 febbraio). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’accoglienza che non si vede proviene da Comune-info.
April 28, 2026
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