Dispositivi della frontiera diffusaI NUOVI CENTRI PER EFFETTUARE LE PROCEDURE DI FRONTIERA DELLE RICHIESTE D’ASILO
SARANNO LA BASE LOGISTICA DEL MODELLO DI SFRUTTAMENTO SPERIMENTATO A PARTIRE
DAGLI ANNI NOVANTA NEL SUD ITALIA PER L’AGRICOLTURA
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Trieste, migranti della Rotta Balcanica. Foto di Lorena Fornasir
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In maggio il Dipartimento Libertà civili e immigrazione del ministero
dell’Interno ha pubblicato una circolare che illustra in maniera estremamente
chiara gli orientamenti politici del Governo Meloni in merito alla gestione
delle frontiere, a seguito dell’applicazione del Patto Europeo su migrazione e
asilo. Questo documento, passato in sordina rispetto al dibattito pubblico sul
tema, ridefinisce in maniera radicale il ruolo delle frontiere, stravolgendo le
prassi e le garanzie democratiche effettive per l’esercizio del diritto d’asilo.
In realtà, la circolare non è altro che l’esposizione degli orientamenti decisi
dal Governo per recepire il nuovo regolamento procedure n° 1348 del 2024[1], in
particolare l’art. 54, che definisce i criteri generali dei luoghi per
l’espletamento delle procedure di frontiera per le richieste d’asilo. Dunque, il
radicamento normativo espresso dalla circolare è il nuovo regolamento procedure,
che consente di creare questi nuovi criteri che portano a un modello di
frontiera diffusa. Tuttavia, è il Governo a decidere quali luoghi utilizzare per
le procedure di frontiera, il profilo che devono assumere e la loro ubicazione.
Proviamo a formulare delle ipotesi di lettura e interpretazione politica di
questi documenti: in ragione di una presunta e non meglio specificata
“particolare connotazione geografica nazionale”, non si esclude alcun sito in
cui effettuare le procedure di frontiera e si introduce la possibilità di
utilizzare unità operative itineranti; tutti i luoghi classificati come
“frontiera” fanno parte di una “rete nazionale a supporto della frontiera
esterna dell’Unione”.
Questa definizione chiarisce l’obiettivo politico, ma non spiega le procedure da
applicare per evitare il rischio di una compressione o addirittura di una
sospensione del diritto d’asilo e della mancata applicazione della Convenzione
di Ginevra. In pratica, si assiste a uno spostamento verso l’interno del
concetto di frontiera, trasformando ogni luogo in un valico di frontiera. Per
rendere concreta questa bizzarra interpretazione del concetto di frontiera,
imposta dal Regolamento procedure, il Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione
ha redatto un elenco dei valichi di frontiera, suddividendoli in 52 zone aeree e
111 zone marittime, e ha assegnato a ciascuna di queste zone un’area di
competenza.
Naturalmente, le frontiere terrestri non sono contemplate nell’elenco, in quanto
l’Italia non ha frontiere terrestri con paesi esterni all’Unione Europea e le
procedure di frontiera si applicano alle frontiere esterne, ovvero quelle che
dividono un paese membro dell’UE da un paese non membro. Fa eccezione solo la
Svizzera, che non è membro dell’UE, ma applica le norme del Patto di Schengen,
tra cui l’applicazione del nuovo regolamento RAM che sostituisce il regolamento
di Dublino.
Le zone di terra di pertinenza della Rotta Balcanica, uno dei canali di ingresso
più importanti del Paese, ad esempio, non dovrebbero avere luoghi dedicati alla
gestione delle procedure di frontiera terrestri. I posti individuati per la zona
di frontiera orientale, il Friuli Venezia Giulia, dovrebbero infatti essere
dedicati esclusivamente agli ingressi nella zona del porto di Trieste e
dell’aeroporto di Ronchi dei Legionari, dove potrebbero avvenire gli arrivi
dalla frontiera esterna. Sappiamo già che le fantasie del governo non vanno in
questa direzione. Quando queste ridicole procedure verranno applicate, sarà
necessario monitorare molto bene cosa accadrà in quell’area del Paese, già
tristemente nota per i respingimenti illegali avvenuti durante il periodo della
pandemia[2].
La circolare, pur affermando in modo assertivo che sono già stati individuati i
luoghi in cui in via prioritaria verranno svolte le procedure di frontiera,
quelli attivati dalla cosiddetta Legge Puglia (563/95) prodotta dal Governo Dini
e mai più smantellati per un totale di 3132 posti, ci fa sapere anche che verrà
recuperato l’utilizzo degli hotspot attivi e non[3], per un totale di 3519
posti, che attiverà 3804 nuovi posti[4] e che in caso di necessità si potranno
utilizzare anche i posti disponibili nel sistema dei CAS (Centri di Accoglienza
Straordinaria), che in questi anni hanno sopperito all’inadeguato allargamento
del Sistema SAI, dunque una funzione completamente diversa rispetto a quella che
si vuole attribuire con l’indirizzo ministeriale introdotto dalla
circolare. Inoltre sono stati individuati 489 posti dedicati al trattenimento
per le procedure di frontiera[5]. Tutti questi posti sono attivati per
concorrere a raggiungere la “capacità adeguata” stabilita dagli accordi europei
e tuttavia si precisa che nonostante l’avvio dei posti è contemplata l’ipotesi
di non vincolare le procedure di frontiera a luoghi deputati solo a questa
mansione. Questo comporta che i luoghi attivi potranno essere utilizzati in modo
flessibile in base alle esigenze procedurali. È del tutto evidente che tale
promiscuità produrrà una riduzione e una compressione delle attività dedicate
alla tutela dei richiedenti, come già avviene nei luoghi promiscui allestiti
negli anni, vedi i casi di Brindisi Restinco e Gradisca D’Isonzo (Gorizia) dove
nella stessa area sono attivi spazi dedicati ai richiedenti asilo e spazi
dedicati alle persone trattenute nel CPR e dove l’accesso ad enti di tutela è
ridotto e ampiamente osteggiato. Questi stessi centri dedicati ai richiedenti
asilo oggi diventano anche luoghi dove possono essere svolte le procedure di
frontiera. Insomma, la chiarezza di questa circolare è data dalla esplicitazione
politica della volontà di rendere flessibile e discrezionali i diritti e
creare sovrapposizione procedurale allo scopo di tenere in un limbo giuridico ed
esistenziale le persone che arrivano per chiedere protezione internazionale.
All’interno delle modifiche legislative realizzate dall’introduzione del Patto
migrazione e asilo UE, tra le quali la finta revisione del vituperato
Regolamento Dublino, che prende il nome di RAM e lascia inalterato il principio
che a valutare la procedura d’asilo sia il primo paese Ue nel quale avviene
l’ingresso del richiedente asilo, l’Italia sta riproponendo la funzione che ha
tenuto negli ultimi trenta anni: precarizza gli ingressi, costruisce o
allestisce grandi strutture per contenere le persone in procedura di asilo, non
agevola percorsi di accoglienza e integrazione tali da consentire una vita degna
e incanala i richiedenti dentro i circuiti del lavoro, creando un filo diretto
fra il regime di frontiera e i canali dello sfruttamento[6]. Abbiamo verificato
negli anni che le procedure di frontiera accelerate, quelle che il regolamento
procedure sistematizza, comprimono i diritti delle persone perché rispondono ad
esigenze di propaganda di emergenza e non alla effettiva verifica delle
condizioni delle persone. Inoltre i tempi annunciati dalle norme quasi mai
vengono realmente mantenuti. Le procedure di frontiera, sistematizzate dal
regolamento procedure già citato, prevedono anche una estensione da 60 a 90
giorni per accedere al mercato del lavoro. Come illustrato altrove, questa
modifica, questa modifica legislativa non incide sui processi reali, anzi
contribuisce a precarizzare e a modellare il mercato del lavoro dove sorgeranno
i centri.
Questa scelta politica si rende palese oggi, perché rompe una prassi consolidata
negli anni di allestire grandi centri nelle aree del Sud e della Sicilia con
alta capacità di assorbimento lavorativo, di manodopera poco qualificata, per
ampliare anche al nord le zone di utilizzo dei grandi centri così da coprire la
domanda di manodopera inevasa derivante dalla caotica e volutamente inefficiente
procedura del decreto flussi. A questo proposito, è sufficiente comparare i dati
relativi al numero di richieste pervenute nel decreto flussi dalle varie regioni
italiane e ai tassi di successo delle procedure di rilascio dei permessi di
soggiorno per comprendere che il mondo produttivo spinge a richiedere manodopera
a basso costo anche per effetto della crisi del manifatturiero del nord, in
particolare quello che dipende dalle relazioni economiche con la Germania.
I dati prodotti dalla campagna “Ero straniero”[7] ci offrono un’opportunità per
approfondire questa analisi. Si evidenzia che le domande pervenute presso le
prefetture sono 720.467, su una disponibilità di quote di 119.836. Solo 24.858,
il 20,7%, sono le pratiche concluse con successo. In termini numerici assoluti,
la classifica delle cinque regioni con il maggior numero di domande presentate è
la seguente: Campania (40.116), Lombardia (36.222), Lazio (24.120), Veneto
(23.596), Emilia-Romagna (15.489). Analizzando i dati, emerge una corrispondenza
geografica tra l’apertura dei nuovi centri governativi per le procedure di
frontiera menzionati e le richieste di nulla osta lavorativo del decreto flussi.
I numeri attribuiti ai singoli centri non sono essenziali, sebbene non siano
metodologicamente privi di connessione. Come dimostrato dalla nostra analisi nel
tempo, i grandi centri si rivelano strumenti logistici ad alta rotazione,
fungendo da collettore per la creazione di zone franche destinate a fungere da
bacini di manodopera just in time.
Dunque, ciò che intravediamo sul piano politico è che il Patto Ue su migrazione
e asilo si sta assestando come un grande strumento di propaganda liberista e sta
attuando un cedimento dall’interno di un complesso quadro normativo che ha come
scopo la garanzia di diritti soggettivi inalienabili. Il composito pacchetto
legislativo e culturale sul quale il Patto Ue sta agendo avrà effetti sul
quadro generale delle politiche continentali in termini di divisione
internazionale del lavoro sia rispetto al bacino del mediterraneo sia rispetto
ai singoli stati nella articolata gerarchia interna alla UE. La linea del
Governo Meloni ancora l’Italia a un settore manifatturiero che tiene i suoi
equilibri sulla manodopera non qualificata e su settori produttivi a basso
contenuto tecnologico. In ragione di ciò lo sfruttamento della manodopera
straniera è in linea con il modello produttivo ricercato dal Governo e le scelte
logistiche in tema di procedura di frontiera si legano in maniera stretta con le
esigenze del mercato del lavoro che abbiamo adottato. Queste procedure, in
sintesi, operano simultaneamente a decostruire il diritto d’asilo e cercano di
superare anche i pochi e irrealistici vincoli imposti dallo strumento giuridico
del Decreto Flussi. Un tentativo maldestro.
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[Gianluca Nigro, Associazione Finis Terrae]
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[1] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:L_202401348
[2]
https://altreconomia.it/la-feroce-normalita-dei-respingimenti-illegali-ai-confini-dellunione-europea/
https://altreconomia.it/i-respingimenti-italiani-in-slovenia-sono-illegittimi-condannato-il-ministero-dellinterno/;
[3] Isola Capo Rizzuto, Roccella Jonica, Reggio Calabria, Vibo Valentia,
Taranto, Lampedusa, Porto Empedocle, Catania, Messina, Pozzallo, Augusta,
Pantelleria
[4] In Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria,
Lombardia, Piemonte Sardegna, Sicilia, Toscana, Veneto
[5] Modica (Ragusa), Porto Empedocle (Agrigento) Gjader (Albania)
[6]
https://www.osservatoriorepressione.info/patto-per-chi-il-regime-di-frontiera-e-lo-sfruttamento/
[7]https://erostraniero.it/territori/
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Pubblicato anche su Osservatorio repressione
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