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Trauma e vergogna
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Lo stupore ha sempre qualcosa d’infantile. Incanta, affascina, attrae, soffia nell’anima un sapore primordiale. L’origine, il sacro e il profano si mescolano. Un turbinio, un caos di emozioni, disegnano l’orizzonte delle percezioni. Il graffito è lì, è inciso, non lascia scampo. Non è su una roccia, ma su una parete umana. Il paesaggio non è quello di una grotta ma un “luogo” del corpo. Il colore, che di solito è legato alla terra, qui è sfacciatamente rosso sangue. L’epidermide è sfregiata con unghie di mastino tanto da disegnare un graffito perfetto. I pensieri si volatilizzano, fluttuano scompigliati nell’aria densa. I rumori che provengono muti da quel corpo violato, si contaminano con quelli di una piazza assordante, in parte distratta, in parte attratta fino all’incredulità, dall’abisso di quella violenza. Lo spazio del mondo circostante si fa invadente, trasgressivo. Tutti vogliono sapere cosa è successo. Troppo difficile è trasformare quella violenza cieca in qualcosa di pensabile. La paralisi prende il sopravvento. Sentimenti come impotenza, sconforto, indignazione affollano il bisbiglio che non trova asilo se non in una scomposta grammatica emotiva. Tutto è concretamente vero: i cani che lo hanno azzannato, i poliziotti che li hanno aizzati, i mastini che hanno attaccato lui e i suoi compagni inferocendosi sui genitali. L’ospedale per le gravi ferite. Infine, gli otto giorni trascorsi in una prigione con un solo pezzo di pane. “Ricevevamo una sola pagnotta di pane al giorno in modo che rimanessimo cadaveri viventi”. È il 7 agosto di una calda serata estiva: la quotidiana banale pratica del male questa sera ha il muso dei mastini d’assalto e la maschera del trauma. “La realtà è teatro di vita: un teatro senza immaginazione, senza illusione1”. La scena, sottratta all’immaginazione, non ha nulla di onirico nonostante quel graffito su pelle umana apra allo stupore. Porta invece in superficie ciò che è occulto. Ai nostri confini di terra, da anni, si consuma la tortura. Non un bosco è innocente; le mine della guerra ancora innescate su cui saltano corpi umani, le fototrappole, i droni, le telecamere, sono gli strumenti di comuni rappresaglie e push back ai danni di uomini, donne e bambini migranti. La maschera del trauma, dunque, fa sorgere in noi sentimenti di odio e di rabbia, soprattutto di indignazione. Nella declinazione delle reazioni manca la vergogna: la nostra vergogna. È stupefacente il contrasto tra noi e la pacatezza di quell’uomo assaltato dai cani, dalla spalla, ai genitali. Dov’è finito, in lui, il trauma? Perché invece si vergogna? C’è sicuramente uno scarto: lui avrebbe bisogno di essere “visto”, riconosciuto, di percepire la nostra debolezza come qualità costitutiva di una relazione empatica. Trova invece l’intrusività rapace, la curiosità invasiva, l’accalcamento scomposto per vedere quel graffito quasi fosse un’attrazione. In questo scarto fra noi e lui, sorge lo shock della vergogna. È lo shock d’essere spogliato di qualsiasi valore, di essere ridotto o trasformato in una “cosa”. Si copre il corpo che qualcun’altro gli ha scoperto per mostrarci la spalla lacerata. Lui non vorrebbe mostrare, non intende farsi curare. La vergogna rivela tutto il suo disagio d’essere colto nella propria nudità, nella propria debolezza. È una colpa che lo induce a coprirsi, quasi a sparire, come infatti avviene di lì a poco. Il disprezzo subito dai suoi aguzzini, l’umiliazione d’essere stato attaccato dai cani, lo porta a rendersi invisibile e ritrarsi dalla scena della piazza, proteggendosi dagli sguardi intrusivi. Come in un accrocco familiare, imperfetto quanto si vuole, si siede lontano da noi, in un cerchio chiuso con “viaggiatori” improvvisati, suoi connazionali che, conoscendo bene quelle violenze, sanno anche restituire un legame fatto di comprensione immediata, di sentimenti reciproci e di cura affettiva. Lui, come tutti loro, non può permettersi di cedere al trauma. Ha un mandato familiare da onorare: vivi e salva-ci. Non c’è tempo per ascoltare il dolore interiore. “Il trauma è il dolore degli impotenti” secondo Herman2. Un migrante violentato dalla rotta di terra o di mare, non può cedere ai propri sentimenti. L’intero suo villaggio ha raccolto i soldi affinché lui arrivasse in Europa e potesse, un giorno, restituire un po’ di benessere a coloro che hanno investito in lui come fosse un capitale umano. Che fine hanno fatto, dunque, le emozioni traumatiche? Si può solo supporre che esse vivano separate dalla parte orientata alla vita quotidiana, in questo caso alla sopravvivenza, o bloccate in una modalità di difesa, comunque incapsulate. La ferita più profonda che è anche la più viva, traspare da quel suo gesto elusivo che lo porta a sottrarsi alla vista comune, simile a colui che non si sente pienamente umano, che prova una sensazione di indegnità, quasi fosse, come dice la Butler “non degno di vita”3. Il corpo azzannato da quei mastini è, prima di tutto, un corpo destituito di valore in cui il cuore della violenza è l’attacco all’identità. Esso ci restituisce però, in modo potente, il nodo della nostra identità. Chi siamo noi di fronte al male? Chi siamo noi, nella “Piazza del Mondo”, a Trieste, (il luogo in cui ogni giorno alcune persone accolgono i migranti della rotta balcanica, ndr), di fronte a un essere torturato? Le reazioni emotive fanno a zuffa tra la rabbia e l’impotenza, mentre non proviamo quel sentimento basilare che è la vergogna. Nulla vogliamo conoscere dello straniero che è in noi stessi, che ci abita come terra oscura e rimossa. Il fuori è lo spazio in cui tutto ciò che turba può essere estromesso. Il disumano, il mostruoso, quella sorta di discarica che trasforma l’altro in “cosa”, non può coincidere con noi stessi. L’area semantica a cui rimanda quel graffito su pelle umana viene da fuori, è collocato altrove. La piazza, popolata dall’incredulità, può comodamente scindere l’aspetto della violenza dalla sua implicazione, e considerare la tortura una pratica che non ci riguarda poiché noi siamo altro, noi accogliamo, noi curiamo. Con Abdelmalek Sayad, autore de La doppia assenza, possiamo dire che il contatto con lo straniero, specchio di noi stessi, ci mette in relazione con le nostre parti traumatiche costringendoci a vedere qualcosa che è insopportabile, che eccede, che abita ai confini dell’identità e quindi non è appropriabile. Quello specchio che per noi è il volto del migrante, dovrebbe portarci allo svelamento di aree comuni, di aree intrapsichiche abitate sì da emozioni complesse e, proprio per questo, da esplorare. Dovrebbe farci provare quella vergogna che lui stesso sente per la nudità della sua debolezza, che poi diventa, usando Lévinas, la vergogna per “la nudità di un’esistenza incapace di nascondersi”4. Noi, però, non siamo nudi. Anzi, siamo esposti. Siamo immersi in una cultura svergognata fatta di esibizionismo, di narcisismo, di sfacciataggine, dove tutto è sovraesposto e, come diceva Baudrillard, dove non c’è “più nulla da vedere” perché tutto è già stato mostrato. Guai non essere nessuno, non apparire, non esibirsi. Quindi, con quella violenza, con quel graffito umano, noi non c’entriamo, siamo altro, innanzitutto “siamo”. In quei morsi di cane, in quell’assalto ai genitali, troviamo la morte della nostra vergogna. Lui semplicemente “non è”. È invece un corpo di dolore, una cosa da fotografare e da esporre come tutto, appunto, si espone. Lui è invisibile ai nostri occhi. Dipende, in verità, con quale occhio interno noi lo guardiamo, con quali parole lo accogliamo, con quale ascolto interiore lo sentiamo. Quale grido interno risale a noi da quell’essere torturato? Quella domanda che neppure Cristo ha saputo trattenere nella croce: perché mi viene fatto del male? con cui Simone Weil5 ci interroga nel suo scritto del 1943, è una domanda che riguarda tutti noi, privati ormai del pudore e della vergogna in quanto complici, diretti o indiretti, di una violenza che stiamo a guardare. I pensieri cadono automaticamente fuori, in un altro regime, quello del non pensato come da sempre sono le situazioni dell’emergenza, per fare di quella stessa violenza una familiare estraneità. Bisognerebbe invece passarci attraverso, lasciando che le aree psicosomatiche arcaiche si mobilitino in un corpo a corpo capace di assumere la vergogna come stigma della nostra umana disumanità. Vivere in “intimità con l’orrore”, sostare nel disumano, ritrovare la nostra ferita nello sguardo ferito dell’altro è, forse, l’unica area intermedia che avvicina le nostre sponde allo spazio dell’incontro possibile. Consentire che il perturbante irrompa con una frase, un gesto tutto da decifrare – come quello dell’uomo dal graffito umano che si copre mentre qualcuno lo s-copre – per ri-collocarlo, anziché fuori da noi, in noi, nel nostro apparato psichico simbolizzante, sarebbe un modo per riconoscere il diritto ad essere estraneo, straniero; il diritto di resistere e di mantenere un elemento inassimilabile. Questo riconcilierebbe anche noi stessi alla nostra “umanità” abitata da quella che ho definito una familiare estraneità. Solo così il trauma può insegnare a noi stessi la via della cura permettendo che la vergogna rientri nel nostro alfabeto emozionale in cui giocare il senso e lo scacco della nostra umana esistenza. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Resnik S., Sul fantastico, Bollati Boringhieri 1993, p.158 2 Herman J., Guarire dal trauma, Magi edizioni, 1992, p.51 3 Butler J., Vite precarie, 2004 4 Lèvinas E., Dell’evasione, Cronopio, Napoli, 2008, p. 32 5 Weil S., La persona e il sacro, Adelphi, Milano, 2012 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trauma e vergogna proviene da Comune-info.
September 6, 2026
Comune-info
Nelle case arbëreshë il mate non manca mai
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il festival delle migrazioni organizzato dall’associazione Don Vincenzo Matrangolo è giunto quest’anno alla sua XV edizione. Quindici anni in cui tra le colline brulle dell’entroterra cosentino è arrivato il mondo. Negli anni il festival è cresciuto ed evoluto, passato da stanziale presso la sede dell’associazione ad Acquaformosa a festival itinerante con giornate organizzate dai progetti aderenti all’associazione nei comuni arbëreshë che fanno accoglienza. Il contesto è quello che il nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), lapidariamente liquida nell’obiettivo 4 così: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza….“. Luoghi senza speranza, da abbandonare al proprio destino quindi. Eppure, in questi piccoli comuni dove anche farsi curare diventa un’impresa, non si respira aria di rassegnazione. Sette comuni uniti nel progetto di accoglienza dell”associazione Don Vincenzo Matrangolo stanno scrivendo un’altra storia. È una storia che non si limita all’incontro annuale del festival delle migrazioni ma anzi, il festival è l’espressione di un lavoro quotidiano di incontri, presa in carico di persone che pian piano diventano cittadini di questi luoghi, li colorano con le loro stoffe, li profumano con le loro spezie, li riempiono con le voci e le risa dei bimbi che giocano per le stradine dei vicoli. Terre abitate dai rifugiati albanesi che nel 1.500 sono arrivati in Italia per sottrarsi alla ferocia dei turchi. Hanno conservato la loro lingua d’origine, attualmente molto diversa dall’albanese moderno, le loro abitudini e tradizioni. Ad Acquaformosa, nella chiesa si celebra il rito bizantino in lingua arbëreshë e greco antico, nelle feste popolari si sfoggiano gli abiti della antica tradizione arbëreshë. Questi luoghi hanno conservato il patrimonio culturale del Paese di origine senza per questo chiudersi al nuovo. Le comunità arbëreshë, come tutto il meridione italiano, sono state le protagoniste del secondo esodo emigratorio italiano del dopo guerra. Moltissimi si sono trasferiti in Argentina, dove, con il passa parola, si sono ritrovati e hanno creato piccole comunità. In questi luoghi perciò si sa bene cosa significa emigrare, inserirsi in un contesto sociale differente, imparare la lingua del Paese che accoglie, apprenderne le abitudini e le consuetudini. Non stupisce perciò scoprire che una volta rientrati in patria, molti abbiano voluto portare con sé qualcosa di quella vita. Lungro, a pochi passi da Acquaformosa è la capitale del mate, bevanda diffusa in sud America, e nelle case arbëreshë il mate non manca mai, lo si trova un po’ ovunque nei negozietti. Il dulce de leche viene spesso servito a colazione nei “bnb” locali. In molti parlano spagnolo e per le strade si sentono le persone che parlano l’arbëreshë con qualche intercalare in italiano. Insomma le terre arbëreshë sono una sintesi perfetta di quello che rappresenta il fenomeno migratorio oggi: scambi culturali, conoscenza, solidarietà. Un meticciato che ha arricchito e continua ad arricchire tutti. In questo contesto chi arriva da terre lontane non può non sentirsi a casa, come ci siamo sentiti tutti noi durante il festival, accolti da una grande famiglia. Sono oltre cento cinquanta le persone, per lo più giovani locali che hanno avuto l’opportunità di restare in queste terre, avviare una professione e mettere a disposizione le competenze e l’umanità per accogliere i meno fortunati della Terra. Ragazze e ragazzi che ogni giorno lavorano in questi luoghi che qualcuno ha già decretato come aspiranti al suicidio. In quest’ultima edizione del Festival delle Migrazioni è emersa con chiarezza tutta la volontà di riscatto, di dimostrare non solo che un altro mondo è veramente possibile ma che reagire all’ineluttabile si può e si deve. Lo abbiamo visto nella cura dei particolari, nell’attenzione con cui sono stati preparati gli incontri: da San Sosti, Bisignano, San Basile, Vaccarizzo, Cerzeto, San Benedetto Ullano fino all’ultimo giorno ad Acquaformosa dove tutto ha preso il via, quindici anni fa. Non so come sia possibile ma ogni anno – come negli anni precedenti – gli organizzatori sono riusciti a superarsi. I dibattiti organizzati hanno coinvolto esperti ed attivisti di fama internazionale spaziando su tutti i temi che direttamente o indirettamente riguardano il fenomeno migratorio e tutti i problemi e gli inciampi che un’onda anomala di rabbia xenofoba procura alle persone che emigrano. Oltre trentamila persone dal 2014 ad oggi sono morte in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste dicono le stime ufficiali, ci ricorda Luciano Scalettari di Resq, un numero impressionante ma purtroppo, molto probabilmente approssimato per difetto. Vite spezzate senza che si trovi una giustificazione a questa strage, senza che si provi a porne rimedio. E chi riesce ad arrivare, si trova ad affrontare un altro calvario, quello di trovare un modo per vivere e non sopravvivere in questa società. La stessa società che implementa i CPR, criminalizza le persone straniere – soprattutto chi proviene dal continente africano – che taglia risorse all’accoglienza inclusiva dei progetti SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione). Nei luoghi del festival, vicini in linea d’aria uno dall’altro ma collegati da strade tortuose e impervie, una folla di persone ha potuto conoscere l’altra realtà, quella che i grandi media non raccontano o non riescono a raccontare: gli abusi di potere, le violenze e le violazioni dei diritti fondamentali delle persone, i costi esorbitanti di questo sistema ma anche toccare con mano esperienze di inclusione sociale, interazione che nonostante tutto funzionano. Certamente l’accoglienza organizzata all’interno dei progetti SAI resta minoritaria, solo 41.000 persone sono accolte in queste realtà a fronte di oltre 230.000 richiedenti asilo presenti in Italia e il nostro governo attuale non sembra interessato ad implementare questo sistema di accoglienza. Ogni sera uno o due dibattiti, ogni sera una folla compatta e ordinata ha affrontato il viaggio tra i calanchi per andare a sentire, a capire. C’è tanta voglia di capire, di squarciare il velo. Oltre mille persone presenti nei vari dibattiti, oltre 10.000 persone nei vari concerti tra cui più di 2.000 nella giornata finale ad Acquaformosa con i Modena City Ramblers. 260.000 mila visualizzazioni delle pagine Instagram e Facebook del festival. Altissimo come sempre il livello, sempre con il cuore alla Palestina. Le testimonianze di Roberto Ventrella della Global Sumud Flottilla e Enzo Infantino volontario da anni impegnato nei campi profughi palestinesi e attivista di Recosol (la rete delle comunità solidali) hanno riacceso i riflettori sulla tragedia del popolo palestinese, sul silenzio complice degli Stati europei e sull’ipocrisia dei nostri governanti. Immancabili ad ogni tavolo le GazaCola e il materiale illustrativo sulla situazione a Gaza. I proventi serviranno a finanziare iniziative a sostegno del popolo gazawi. Nelle cene sociali organizzate nei paesi ospitanti, un tripudio di colori e sapori: piatti della tradizione arbëreshë andavano magnificamente a braccetto con pietanze medio orientali, africane, ucraine e afghane. Facile immaginare che nelle cucine si parlasse l’unica lingua possibile, quella della condivisione. Nonostante la presenza imponente di partecipanti, tutti sono stati trattati con riguardo e cura. Stand con materiale informativo, gadget, tutti realizzati dai singoli progetti. Bellissime le borse e le magliette con i disegni di Fabio Magnasciutti ormai ospite fisso al festival e ora insignito della nomina di ambasciatore dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo. Cosa resta di tutto questo? Cosa resta alle persone che hanno partecipato e agli organizzatori dopo tanto lavoro? Chi si occupa di migrazioni ed accoglienza lo sa, spesso si ha la sensazione di impotenza, di non riuscire ad arrivare a chi non conosce il dramma di questo fenomeno e lo vede solo come una minaccia, un nemico da annientare. Il nuovo Patto Europeo del resto è tutto questo: un documento che sancisce la criminalizzazione dei migranti, i respingimenti e ora c’è chi parla di remigrazione senza probabilmente capirne veramente il significato. Resta perciò, alla fine di un festival come questo, la sensazione che continuiamo a parlarci tra di noi senza riuscire a “bucare” il muro alzato da quest’Europa ormai troppo lontana dal Manifesto di Ventotene. Nonostante ciò, fosse anche per una sola vita salvata dalla perversa logica repulsiva, vale la pena di continuare. L’associazione Don Vincenzo Matrangolo ce lo sta dimostrando così come altre piccole e grandi realtà presenti e resistenti del territorio nazionale. Nella serata finale del festival, due ragazzi migranti – Fedi Mgasseb e Faysal Naeem Mia – sono saliti sul palco e hanno raccontato le loro storie, il loro viaggio fin qui e come, dopo inimmaginabili traumi, sono stati accolti dalla Rete Vesuviana Solidale. Il viaggio in mare su un barchino fatiscente che dopo qualche ora di navigazione si è fermato in avaria. Cinque giorni fermi immobili nel mare, senza cibo né acqua, una massa di persone di origini diverse, lingue differenti, in silenzio pregavano. Faysal ha detto, nel suo italiano chiaro ma ancora stentato: “Non parlavamo la stessa lingua, non ci capivamo ma piangevamo tutti allo stesso modo”. Ecco, per Faysal, Fedi e tutti gli altri, uomini, donne e bambini in viaggio su questa Terra, vale la pena di continuare in questa direzione ostinata e contraria, restando umani. -------------------------------------------------------------------------------- Roberta Ferruti, Recosol -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nelle case arbëreshë il mate non manca mai proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Un appello agli amici di Vicofaro
-------------------------------------------------------------------------------- Un appello alle tante amiche e ai tanti amici che conoscono — o hanno conosciuto — l’esperienza di Vicofaro, l’hanno sostenuta e hanno apprezzato il lavoro compiuto per soccorrere tanti migranti. Abbiamo accolto molte persone, le abbiamo soccorse e curate, le abbiamo accompagnate nel difficile cammino verso la ricostruzione di una vita. Insieme a tanti amici siamo riusciti a costruire una grande comunità solidale, composta da credenti nella giustizia e nella dignità di ogni essere umano. Dobbiamo essere orgogliosi di questo lavoro. Sappiamo che non è stato inutile. Questo straordinario percorso, vissuto insieme per dieci anni, è stato interrotto violentemente l’anno scorso dall’intervento della Polizia. Quelle immagini resteranno a lungo una ferita per tutta la nostra comunità cittadina e non solo. Mi hanno sconvolto i pannelli inchiodati alle finestre e alle porte per impedire ai poveri di entrare. Non potrò mai dimenticare la tristezza provata nel vedere avvitare chiodi su quelle assi di legno. E non potrò dimenticare le poche cose dei nostri ragazzi — gli zaini, i vestiti, gli oggetti personali — ammucchiate davanti alla chiesa. Per un intero anno, insieme alla nostra equipe di volontari, abbiamo lavorato per cercare di salvare questa esperienza. Non ci siamo riusciti. Certamente molti ragazzi sono stati ricollocati e oggi stanno meglio: era questo il nostro obiettivo, e ne siamo felici. Ma il prezzo di quell’operazione è stato la chiusura e lo sbarramento della nostra comunità, della nostra parrocchia, del nostro ospedale da campo. La conseguenza sarà che molti migranti rimarranno in strada senza protezione non potranno più contare nella nostra casa aperta. Devo dirlo con coraggio: nel nostro caso la Chiesa non ci ha protetti. Ha accettato il ricatto della politica. Vicofaro, questa chiesa-rifugio, doveva essere chiusa e il suo parroco reso non operativo. E così è stato. Mi sono sentito tradito e abbandonato. Nel mio caso la Chiesa ha preferito accordarsi con il potere e con politiche ingiuste nei confronti dei migranti. Si è scelto di mettere il Vangelo da parte. Si è preferito assecondare quelle forze politiche che per anni hanno alimentato incomprensione e paura. «Vogliamo un vero parroco», gridavano. Sono stati accontentati; di più, gli è stata consegnata la Parrocchia. Ho cercato giustizia attraverso i ricorsi, ma non ci sono riuscito. Ora sono anch’io un parroco rimosso, “bocciato”, messo da parte, delegittimato. Potete immaginare il mio stato d’animo e la mia preoccupazione per tutti quei ragazzi che oggi si trovano a Ramini e rischiano di finire in strada. Non è necessario dirvi che farò tutto il possibile per proteggerli. Penso anche a tutti coloro che hanno creduto in questo progetto. So che molti sono delusi e indignati. Eppure non siamo sconfitti. Viviamo in un momento storico molto difficile, nel quale valori fondamentali come la giustizia, la solidarietà e l’umanità sono messi in discussione. Ma il cammino compiuto a Vicofaro non è stato inutile. Dieci anni di accoglienza, di cura e di condivisione non possono essere cancellati da una decisione o da una chiusura. Dobbiamo accettare che, in alcuni percorsi, possano esserci degli stop. Ma uno stop non significa necessariamente la fine. Significa anche che il testimone può essere raccolto da altri, in altri luoghi e in altri contesti. A Vicofaro abbiamo dimostrato che si possono realizzare cose importanti anche con pochi mezzi, quando esistono la volontà, il coraggio e la disponibilità a mettersi in gioco. Questo stile, questo modo di essere ha disturbato molto. Ha disturbato tutti coloro che concepiscono il servizio come una professione. Ha disturbato un modo dove corrono tanti soldi. Alle persone che oggi hanno preso possesso di Vicofaro voglio dire questo: quando entrerete in quella chiesa, ricordatevi di rivolgere una preghiera ai tanti poveri che sono passati di lì. In tanti hanno dormito tra quelle panche. Quante storie, quante paure e quante speranze hanno trovato riparo sotto quel tetto. Quella chiesa è stata benedetta dalla loro presenza. Lì i poveri, i migranti — i prediletti di Dio — hanno dormito e trovato rifugio. Chi entrerà in quella chiesa dovrà sentirsi davvero benedetto, perché entrerà in un luogo speciale. Quando, la domenica, celebrerete la Messa, guardate verso l’alto, verso quel matroneo un tempo gremito di poveri. Spero che possiate vedere ciò che io ho avuto la grazia di sperimentare: quelle braccia di Cristo che sembravano toccarli e proteggerli. Quei poveri che sono entrati con la veste bianca degli invitati alle nozze. Possano accogliervi e benedirvi. Carissimi, dobbiamo avere pazienza. Anche la Chiesa è fatta di uomini e di donne, portatori di fragilità, limiti e incertezze. Sinceramente, non riesco a non volerle bene, anche così, perché anche noi siamo fragili. Ma io vado avanti: con i poveri, con determinazione e senza paura. C’è ancora del buon seme in giro. Noi abbiamo seminato bene. Ma dobbiamo essere consapevoli di quanto Gesù ci ricorda: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Avanti, insieme, con coraggio, nonostante tutto. -------------------------------------------------------------------------------- Don Massimo, Pistoia 21 Agosto 2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un appello agli amici di Vicofaro proviene da Comune-info.
August 22, 2026
Comune-info
Il piede di cartone
-------------------------------------------------------------------------------- Quel piede di cartone giunto nella notte senza urla, senza clamore, sorretto da braccia benevoli per elevarlo da terra. Ha valicato i confini resistendo alle pietre taglienti, agli aghi di pino, agli scorpioni, al fango dei boschi, alle pozzanghere d’acqua sporca dove si abbeverano i maiali selvatici. Procede ora stremato lungo il selciato della “Piazza del mondo” di Trieste. È un piede testardo che non si arrende. L’infezione avanza, forse le dita sono già in cancrena ma lui non vuole fermarsi. È il suo patto con la vita. “O vivo o muoio”. Scegliendo la vita, non si sottrae al dolore di patirla. Ventisei ossa, trentatré articolazioni, più di cento tra muscoli, tendini e legamenti lo stanno sostenendo. La parte più bassa del corpo gli sorregge l’intera persona. Sta alla periferia del suo stesso corpo e, come un secondo cuore, spinge la linfa verso l’alto. Cocciuto, va contro la gravità che lo vorrebbe a terra, dolente, inerme, vinto. Nella sua epidermide è tracciata la mappa del cammino dall’Afghanistan all’Iran, alla Turchia, alla terribile Bulgaria per finire nella fossa umana della Bosnia. Cade, si risolleva, viene battuto, umiliato, riportato nel buco nero del confine, là dove tutto ha inizio. La radice del suo piede, tuttavia, è forte di quel dolore simile alla granata esplosa nel tempo della propria vita anteriore. Si rialza, valica di nuovo i confini, il piede lo tradisce ancora, il fango e le piogge dei boschi lo infettano. Gli amici non l’abbandonano e nella notte calda di luglio approda nella Piazza del mondo. Fiero nel pezzo di cartone che gli tiene insieme la carne come fosse una seconda pelle, appare nella sua forma inquietante altero e dignitoso. C’è un’atmosfera che lo circonda e che richiama il perturbante. L’immaginario scava subito dentro quell’involucro e ne rifugge inorridito. Il perturbante serve a questo: a reagire rimuovendo l’angoscia. Là dentro c’è la morte, la cancrena corrode, mangia, richiama la caduta. Tra la presunzione di una fine presunta prossima e la realtà di un individuo che non vuole arrendersi, scorre lo spazio abitato da qualcosa che si chiama resistenza, dignità, rispetto. Tuttavia, la parte prende il posto del tutto, il piede fa sparire la persona e lo spettatore catturato da quell’immagine che scorre nel web, interviene, consiglia, si prodiga, impone, giudica, affinché quel piede venga riparato. Il corpo, non la persona, è l’oggetto del coinvolgimento. L’individuo, è relegato nell’ombra, privato di volontà e deumanizzato come esattamente è accaduto lungo tutto il suo esilio: lui non conta, per i confini è solo un numero da statistica, per il voyerismo mediatico, è solo un piede da ospedalizzare. C’è una pulsione che invece sorregge quel corpo: si chiama desiderio. Un piede morente che vuole vivere è scandaloso. Reca in sé una verità sovversiva che riflette, come in uno specchio, l’immagine di un corpo sociale complice di una violenza inaccettabile. Ho visto bambine e bambini provenire dalla Rotta balcanica con i piedi ghiacciati, le dita nere che abbiamo scongelato nel catino di acqua tiepida ma rimaste comunque un pezzo di legno. Li ho visti proseguire vero il nord Europa con il primo treno del mattino, incuranti del loro dolore e “curanti” invece del mandato familiare: “Vai, vivi e salvaci”. Un’idea non possiede odore, non è ascoltabile né tattile (Bion). Quel piede di cartone emana l’odore del marcio e, in sé, parla la lingua della tragedia. L’odore della tragedia è succulento, permette di salvarci l’anima e di intervenire sulla tastiera appropriandosi di un piede di cartone come fosse solo un pezzo di carne. Nel web l’angoscia di quell’immagine viene sedata attraverso l’esplosione di commenti velenosi o distorti che giocano sulla rimozione del trauma senza accettare che il vero trauma non è quello del migrante bensì il nostro. L’angoscia, si palesa però anche attraverso la tentazione opposta fatta di sdegno che offre un riparo morale grazie a parole di commiserazione e pietà, di nuovo senza accettare che il migrante non è vittima ma protagonista di sé stesso. Pochi riconoscono che resistere richiede a quel piede la competenza tutta interiore a mantenere integro il proprio equilibrio, a non cedere alla caduta. A noi che restiamo nel reale della scena, dentro la Piazza del mondo, fra quei corpi di dolore, richiede invece la volontà di ascoltare il silenzio abitato dal linguaggio del corpo. Riusciamo così a riconoscere lo stigma straordinario del desiderio. Un desiderio di vita, di libertà, persino di gioia nell’essere salvo anche se cadùco, una pulsione che impedisce la caduta. Cadere sarebbe una resa, una consegna, una profanazione del desiderio. Ed è proprio la mancanza di una caduta che fa scandalo tanto quanto il desiderio che anima quel corpo. Cadere riconsegnerebbe il migrante al suo ruolo di inferiorità e di vittima. Se non è un terrorista, uno spacciatore, uno che porta via il lavoro, almeno che sia vittima. Che lui, colui che dovrebbe soccombere, “rimanga in piedi” è insopportabile. Rimanda a un’alterità, a un contrappasso del senso comune che supera la misura. Quel migrante diventa improvvisamente una figura dell’eccesso. È l’ospite indesiderato che viola l’ordine preordinato delle emozioni. Non lui è “illegale” ma la sua tenuta. In tal modo, parafrasando il titolo di un bellissimo libro di Shahram Khosravi Io sono confine, lui stesso mostra che è confine, territorio in cui si gioca la propria autodeterminazione e la propria autenticità di profugo. Il suo corpo ferito, il suo piede di cartone tracciano una calligrafia di orme sospese tra il paese d’origine, l’esilio e l’approdo. Tre categorie esistenziali che sono però vita ed esperienza vissuta sul proprio essere. Quel piede, quel corpo non chiedono nulla. Solo una pausa, una sosta, per poter continuare il viaggio. Tutt’attorno, la scena si riempie di voci con la vacua superficialità che tesse ciò che non si comprende: “un piede in cancrena?! Va subito portato in ospedale! Di cancrena si muore!” Qualcun altro, scatenato dalla vista insopportabile del cartone che avvolge il piede marcio, lancia strali e accuse surreali. Pochi conoscono il silenzio. Nell’ascolto del silenzio invece, le parole scorrono in un dialogo muto che fa da ponte con la realtà psichica. In questo regno intermedio tra la parola e l’essere, s’intuisce in quell’uomo afghano e in quel piede che lo vertebra, un “sole interno”, una luce che egli custodisce in sé e che non si può profanare. È li che nasce la sua verticalità, la sua capacità di “stare in piedi”, cioè eretto. Resnik parlerebbe dell’incorporazione di una funzione vertebrante che ordina l’essere nel mondo. Unita a una funzione più avvolgente e contenitiva darebbe luogo all’esperienza combinata tra pensiero ed emozione. Nella Piazza del mondo, palcoscenico reale ma anche metafora psichica, parafrasando Winnicott verrebbe da dire che “il nostro specchio è il volto del migrante”. In questo caso è il piede, non come volto, ma come misura di una verticalità che il nostro sguardo non sa interpretare poiché mancano le emozioni per capirlo. Quel piede ha vissuto l’esperienza della soglia tra la vita e la morte, è memoria che sente, è anche enclave di un territorio ermetico difficile da rappresentare. L’incontro con questa dinamica unito all’immagine traumatica del piede di cartone, crea un movimento a ritroso dentro la palude della psiche sociale accompagnata dal bisogno di rimuovere tutto ciò che è scomodo. Ritorniamo così ad essere abitati da quella terra oscura di cui non vogliamo sapere nulla e che risale a noi solo come sintomo di una società malata di indifferenza e individualismo. Quel piede di cartone, alle prime luci dell’alba, se n’è andato alla volta del nord Europa e, ostinatamente, cocciutamente, è giunto dove voleva arrivare. Ora si che è salvo davvero. La sua immagine resterà indelebile nella mai mente. Continua a interrogarmi, ad affascinarmi per la sua mancanza di una caduta. Il trauma che ha suscitato in me, in noi, nel web, non può e non deve chiudersi. È un trauma di cui nulla vorremmo sapere ma di cui io non voglio liberarmi. Vorrei, invece, che continui ad essermi maestro nella mia pratica della cura. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il piede di cartone proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Capire Ceuta
LA QUESTIONE MIGRANTE NON RIGUARDA L’ORDINE PUBBLICO. È UNA QUESTIONE SOCIALE E POLITICA: RIGUARDA LA LIBERTÀ DI MOVIMENTO, L’IRRISOLTA EREDITÀ DEL COLONIALISMO, NEL CASO DI CEUTA ANCHE LE RELAZIONI TRA SPAGNA, MAROCCO E ALGERIA. IL GOVERNO SÁNCHEZ? IN QUESTI ANNI HA CONDOTTO PROBABILMENTE LA POLITICA MIGRATORIA MENO RAZZISTA D’EUROPA, EPPURE, DI FRONTE A CEUTA, HA IMMEDIATAMENTE INVIATO L’ESERCITO E ALZATO UNA BARRIERA IN MARE. “È LA PROVA CHE IL PROBLEMA NON È QUESTO O QUEL GOVERNO, MA LA CORNICE – SCRIVE MARCO ANTONIO PIRRONE – FINCHÉ LA QUESTIONE MIGRANTE VIENE TRATTATA COME QUESTIONE DI SICUREZZA E ORDINE PUBBLICO, OGNI ESECUTIVO, DI QUALUNQUE COLORE, FINIRÀ PER MILITARIZZARE LA FRONTIERA, ALIMENTANDO LA FEROCIA RAZZISTA DELLE DESTRE INTERNAZIONALI CHE DI QUELLA CORNICE SONO LE INTERPRETI PIÙ COERENTI…” Foto di David Valverde su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Tra il 30 e il 31 luglio 2026 circa sessantamila persone hanno attraversato la frontiera tra il Marocco e l’enclave di Ceuta1, a nuoto, a piedi, aggirando il molo del Tarajal2: l’equivalente del 70% della popolazione dell’enclave. Decine di morti – annegati o schiacciati nella calca contro il frangiflutti, i bilanci provvisori oscillano tra 40 e oltre 80 vittime – e, nel giro di quarantotto ore, il rientro in Marocco della quasi totalità degli entrati: senza cibo, senza un posto dove dormire, respinti anche a sassate da parte della popolazione. La Spagna ha inviato l’esercito e ha iniziato a installare una barriera marittima di contenimento lunga cinquecento metri3. Al grido italico “invasione, invasione”, l’Italia di Giorgia Meloni ha chiesto la sospensione della Spagna da Schengen, Trump ha usato Ceuta come spot elettorale – ciò che fa abitualmente, sin da prima dell’inizio dei suoi due mandati, con la frontiera messicana -, Musk ha rilanciato su X un video che paragona i migranti agli zombie di World War Z. In poche ore la macchina retorica dell’“invasione” e della “sicurezza” funzionava a pieno regime, come avviene da quaranta anni a questa parte quando l’uso politico delle migrazioni fa comodo, sia da parte dei governi che dei rappresentanti del neoliberismo. Vorrei provare a dare di questa vicenda un’altra chiave di lettura, sottraendola a quella macchina, evidenziando tre elementi. Primo: la fabbrica dell’invasione. I dati smentiscono la narrazione securitaria prima ancora che la si finisca di raccontare. Gli arrivi irregolari in Spagna nel primo semestre del 2026 erano in calo rispetto al 2025; la stragrande maggioranza di chi è entrato a Ceuta è tornata indietro in poche ore, a piedi, volontariamente. Non un’occupazione, dunque, ma un movimento di corpi poveri, in gran parte giovani e giovanissimi marocchini, attratti da una voce – una sentenza del Tribunal Supremo dalla portata in realtà assai limitata, che le reti social e dei trafficanti hanno trasformato nella promessa che chi arriva dal mare non possa essere espulso, a differenza di chi arriva da terra (chissà poi perché!) – e respinti dalla realtà materiale di una città di ottantacinquemila abitanti, simbolo oggi dei muri e delle frontiere erette dalla “civile” e democratica Europa contro il libero movimento delle persone. Eppure “invasione” e “sicurezza” restano le parole d’ordine dei governi europei e delle destre fasciste e razziste. Come ho cercato di mostrare altrove1, la retorica dell’invasione non descrive nulla: traduce in linguaggio numerico e securitario la paura dell’erosione dei privilegi accumulati dalle società più ricche. La vera invasione non è quantitativa ma qualitativa: è l’irruzione di corpi che mettono in discussione il monopolio proprietario2 della libertà di movimento e rivelano che i diritti e le ricchezze di pochi sono costruiti sull’esclusione e sullo sfruttamento di molti. Secondo: l’uso politico del corpo migrante. Che la polizia marocchina non abbia fermato l’enorme flusso di persone “improvvisamente” in fuga dal Marocco non è un mistero né un complotto: è una decisione politica, con un precedente esplicito nel maggio 2021, quando Rabat “aprì” la stessa frontiera per punire Madrid dell’ospedalizzazione del leader del Polisario, ottenendo un anno dopo la capitolazione spagnola sul Sahara Occidentale. Questa volta il segnale arriva dieci giorni dopo la visita di Sánchez ad Algeri, cioè dopo il riavvicinamento della Spagna al rivale storico del Marocco. Circolano anche, rilanciate da voci autorevoli, tesi su una regia statunitense e israeliana. Qui occorre distinguere con rigore. Che esista una pressione documentata di Washington e di ambienti neocon filo-israeliani sulla Spagna – un rapporto della Commissione Appropriazioni del Congresso USA che ad aprile definiva Ceuta e Melilla “situate in territorio marocchino”, le uscite dell’ambasciatore israeliano all’ONU, gli editoriali che invocano una “seconda Marcia Verde” – è un fatto. Che Washington e Tel Aviv abbiano orchestrato operativamente l’apertura della frontiera non è, allo stato, documentato da nulla. La lettura più fondata è intermedia: la rottura tra Madrid da un lato e l’amministrazione Trump e Israele dall’altro (sulle basi negate per la guerra all’Iran, sul riconoscimento della Palestina, sulla definizione di Israele come “Stato genocida”) ha creato le condizioni permissive dentro cui Rabat ha potuto azzardare un ricatto migratorio di scala inedita. Non serve il complotto per riconoscere che i migranti vengono usati come arma nelle tensioni tra Stati e tra aree regionali: lo fece la Libia di Gheddafi e post-Gheddafi, lo fa il Marocco, lo ha fatto la Bielorussia sul fronte est. Ma l’arma funziona solo perché l’Europa ha esternalizzato ai regimi di confine il lavoro sporco del contenimento, consegnando loro la leva. E tanto il ricatto quanto il modo in cui la vicenda viene rappresentata e gestita rivelano, come ha scritto Giorgio Cremaschi, “tutta la miseria e l’ottusità colonialista con cui l’Europa, come gli Usa, affronta la questione migrante”3. In fondo sono i due lati della stessa medaglia: il capitalismo usa i migranti come spauracchio dell’invasione e della insicurezza, i paesi terzi cui è ceduto il lavoro sporco del controllo sulle migrazioni aprono le maglie per ricattare i paesi colonizzatori e ricchi con la minaccia dell’invasione e dell’insicurezza quando possono trarne un vantaggio o alzare il prezzo delle loro sporche prestazioni. Terzo: ciò di cui non si parla mai, lavoro e libertà. La domanda che nessun governo si pone è perché decine di migliaia di giovani marocchini si gettino in mare al primo spiraglio. La risposta sta nelle condizioni materiali del Maghreb: disoccupazione giovanile di massa, economie subordinate, promesse tradite prima dalla decolonizzazione e poi da cinquant’anni di neoliberismo – gli “aggiustamenti strutturali” del FMI che hanno soffocato sul nascere società civili e movimenti sociali in Algeria, Marocco e Tunisia4, dentro quella frattura Nord-Sud del Mediterraneo che è insieme economica, sociale e di rappresentazioni5. È la sovrappopolazione relativa del capitalismo mediterraneo: forza-lavoro eccedente, prodotta dagli stessi rapporti capitalistici e neocoloniali che poi la respingono. Un chiarimento è però necessario, perché la categoria marxiana di esercito industriale di riserva viene oggi manipolata – dalle destre come da certa sinistra sovranista – per dipingere i migranti come minaccia ai salari degli autoctoni. Come ha mostrato Pietro Basso, lavoratori emigranti ed esercito industriale di riserva non sono la stessa cosa; la produzione da parte del capitale di un esercito di riserva è una legge dell’accumulazione, non un evento passeggero legato a questa o quella politica migratoria; ed è il capitale, non chi migra, ad alimentare la concorrenza tra occupati e disoccupati, corredandola da secoli di politiche e rappresentazioni tese ad approfondire le linee di divisione tra i due campi. La conclusione politica di Marx era l’esatto contrario del chiudi-frontiere: la «collaborazione sistematica» tra occupati e disoccupati – oggi, la lotta unitaria tra nativi e migranti, a partire dalla piena uguaglianza di diritti – perché «ogni solidarietà tra occupati e disoccupati turba infatti il “puro” gioco di quella legge»6. I muri, le barriere galleggianti, i droni di Frontex, gli accordi con i paesi terzi non servono a fermare le migrazioni: servono a selezionare e inferiorizzare chi entra nell’ordine salariale europeo, producendo quella clandestinità che rende la manodopera ricattabile e a buon mercato7. La razzializzazione – la costruzione del migrante come minaccia, come inassimilabile, come “nemico” – è il dispositivo ideologico che rende possibile e “legittimo” tutto questo: gerarchizzare gli esseri umani sulla base del valore è una necessità strutturale del capitalismo, non una questione culturale o di ignoranza8. E quando la selezione fallisce, resta la tanatopolitica: le morti al frangiflutti del Tarajal, come quelle nel Mediterraneo centrale e nel deserto di Sonora, non sono fatalità ma esiti previsti e accettati delle strategie di governo dei confini9. Un’ultima osservazione riguarda proprio la Spagna. Il governo Sánchez ha condotto in questi anni la politica migratoria più aperta d’Europa – regolarizzazioni di massa, l’ammissione che l’economia e il welfare spagnoli hanno bisogno dei migranti – dimostrando, contro tutte le retoriche, che un’accoglienza sostenibile è possibile. Eppure, di fronte a Ceuta, anche l’avanzata e democratica Spagna ha immediatamente inviato l’esercito e alzato una barriera in mare. È la prova che il problema non è questo o quel governo, ma la cornice: finché la questione migrante viene trattata come questione di sicurezza e ordine pubblico, ogni esecutivo, di qualunque colore, finirà per militarizzare la frontiera, alimentando la ferocia razzista delle destre internazionali che di quella cornice sono le interpreti più coerenti. Perché la questione migrante non è una questione di ordine pubblico. È una questione sociale, politica, economica, civile ed etica: riguarda il lavoro e la libertà10. Riguarda il diritto di non emigrare e il diritto di muoversi; riguarda chi produce la ricchezza e chi se ne appropria; riguarda l’irrisolta eredità del colonialismo e del neocolonialismo che ha fatto del Mediterraneo una frontiera armata invece che un mare fra le terre. I sessantamila di Ceuta, tornati indietro in un giorno, hanno mostrato al mondo – più di qualunque saggio – che a premere sulle frontiere non è un’orda ma una domanda universale di libertà e di dignità. La vera paura del capitale non è l’arrivo dei migranti: è che la loro rivendicazione della libertà diventi universale e contagiosa. Per questo si fa la “guerra ai migranti”. Chi ha a cuore le sorti dei poveri e degli oppressi, a questa domanda non deve rispondere con le boe galleggianti, ma rifondando universalismo e internazionalismo dal basso: un internazionalismo delle pratiche, delle soggettività migranti, delle reti solidali che attraversano i confini11, capace di riconoscere che nella libertà di movimento – ancorata all’emancipazione economica, non alla sua mistificazione liberale – si gioca oggi una posta fondamentale della lotta di classe. -------------------------------------------------------------------------------- Note 1 M.A. Pirrone, Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo, PM edizioni, 2025, in particolare le Conclusioni 2 F. Gambino, Sulla cittadinanza proprietaria. Dai bagagli appresso all’investimento proprietario, in A. Dal Lago (a cura di), Lo straniero e il nemico. Materiali per l’etnografia contemporanea, Costa & Nolan, Genova-Milano 1998, pp. 187-208 3 G. Cremaschi, A Ceuta tutta la miseria e l’ottusità colonialista dell’Europa, il Fatto Quotidiano (blog), 31 luglio 2026 4 M.A. Pirrone, Dalla colonizzazione all’”islamismo radicale”. Globalizzazione, identità culturale e sviluppi politici nel mondo arabo-islamico, «Studi Emigrazione/Migration Studies», XXXVII, n. 137, 2000, pp. 67-97 5 M.A. Pirrone, Movimenti, frontiere e fratture mediterranee, Mimesis, Milano 2007 6 P. Basso, Marx sull’esercito industriale di riserva e le migrazioni: vietato abusarne!, in M. Musto, A.M. Iacono (a cura di), Ricostruire l’alternativa con Marx. Economia, ecologia, migrazione, Carocci, Roma 2023, pp. 219-40; le citazioni da K. Marx, Il Capitale, libro I, sono riportate ivi, p. 222 7 Sul confine come dispositivo di “inclusione differenziale” della forza-lavoro si veda S. Mezzadra, B. Neilson, Confine come metodo, ovvero la moltiplicazione del lavoro, ombre corte, Verona 2014. Sull’industria globale della frontiera e la sua violenza: H. Walia, Border and Rule, Haymarket Books, Chicago 2021; P. Molnar, The Walls Have Eyes. Surviving Migration in the Age of Artificial Intelligence, The New Press, New York 2024 8 M.A. Pirrone, Razzismo, razzializzazione e valorizzazione del capitale all’epoca del capitalismo globale, in M. Grasso (a cura di), Razzismi, discriminazioni e confinamenti, Ediesse, Roma 2013, pp. 55-82 9 Ho affrontato la questione nel mio Guerra ai migranti, cit. Chi volesse approfondire il tema della necropolitica e della tanatopolitica delle frontiere può leggere A. Mbembe, Necropolitica, ombre corte, Verona 2016, e i lavori di S. Palidda; sul deserto come arma di deterrenza: J. De León, The Land of Open Graves. Living and Dying on the Migrant Trail, University of California Press, Oakland 2015 10 Sulla questione del nesso migrazioni/libertà ho dedicato molto spazio nel mio Guerra ai migranti, cit. perché credo sia una questione teorica fondamentale che ha a che fare proprio con le origini del capitalismo, il quale ha bisogno della libertà individuale per avere la forza lavoro da comprare ma al tempo stesso la teme perché è anche libertà di sottrarsi alle condizioni di questa vendita e di lottare contro di esse 11 S. Mezzadra, B. Neilson, cit.; cfr. anche le conclusioni di M.A. Pirrone, Guerra ai migranti, cit. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI AMADOR FERNANDEZ SAVATER: > Il chiodo a cui aggrapparsi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Capire Ceuta proviene da Comune-info.
August 3, 2026
Comune-info
È qui che bisogna stare
QUALCUNO TAGLIA LA LEGNA CON CUI SI ACCENDERANNO I FUOCHI CHE SCALDERANNO MANI E PENTOLE NEI CAMPI. ALTRI TAGLIANO VERDURE E LAVANO PENTOLONI ENORMI. ALTRI ANCORA METTONO DA PARTE QUALCHE GIOCATTOLO E MOLTI VESTITI. MA CI SONO PURE COLLETTIVI CHE SI OCCUPANO DI DIRITTI, OPPURE CHE PENSANO ALLE SCHEDE SIM DA DISTRIBUIRE O A DOCUMENTARE LE VIOLENZE DELLA POLIZIA E A SEGNALARE LA PRESENZA DEI FASCISTI. “È QUI CHE BISOGNA STARE”, SCRIVE LUCIANO UMMARINO IN QUESTO DIARIO DA CALAIS, IN FRANCIA, A 33 CHILOMETRI DALL’INGHILTERRA, DOVE UN GRUPPO DI PERSONE DI CASETTA ROSSA SPA, SPAZIO SOCIALE AUTOGESTITO DI GARBATELLA, A ROMA, È ANDATO PER PORTARE UN SOLIDARIETÀ AI MIGRANTI. “SU UNA PARETE BIANCA, IN FONDO ALLA SPIAGGIA DI CALAIS, C’È UN MURALE DI BANKSY. UNA BAMBINA, LA VALIGIA APPOGGIATA A TERRA, GUARDA CON UN CANNOCCHIALE VERSO L’INGHILTERRA. SOPRA DI LEI, APPOLLAIATO SULL’OBIETTIVO, UN AVVOLTOIO ASPETTA. QUELLO SGUARDO NON APPARTIENE SOLO A CALAIS. SI POSA SULL’EVROS E SULL’EGEO, TRA LA TURCHIA E LA GRECIA. ATTRAVERSA IL CANALE DI SICILIA, DAVANTI A LAMPEDUSA. SI PERDE NEL DESERTO TRA IL MESSICO E GLI STATI UNITI, O SI FERMA CONTRO IL FILO SPINATO DI CEUTA E MELILLA, TRA IL MAROCCO E LA SPAGNA…” -------------------------------------------------------------------------------- 25 luglio. Roma, Calais e Gaza Vi scriviamo dai nostri Van, con Roma ormai alle spalle, appena varcato il confine italo francese, e la strada che corre dritta verso Calais. Siamo partite e partiti ieri da Piazza Sauli (quartiere Garbatella di Roma) che era meravigliosa piena come raramente l’abbiamo vista: più di cinquecento persone per la Pastasciutta Antifascista, i fornelli dei ristoranti del quartiere accesi fianco a fianco, la cucina di Casetta Rossa che lavorava insieme al collettivo Fermenti, tutto l’arcipelago di Mompracem — che non per caso porta il nome dell’isola dei ribelli di Salgari — stretto attorno agli stessi tavoli. Insieme al Municipio VIII. Tutte e tutti con l’Anpi. La stessa pasta che nel luglio del ’43 la famiglia Cervi offrì al paese per festeggiare la caduta di Mussolini, ieri è tornata a dire che quella storia non è affatto chiusa: continua da Calais a Gaza, ovunque un confine provi a decidere chi ha diritto a restare e chi no. Continua contro ogni sovranisno, ogni ICE in ogni angolo del pianeta. Da quella piazza, tra un abbraccio e l’ultimo brindisi, siamo partitə con due Van carichi di compagne e compagni, diretti al confine. Ad aspettarci c’è, tra gli altri, Refugee Community Kitchen (RCK), che ogni giorno cucina centinaia di pasti per chi ha attraversato migliaia di chilometri a piedi: ci uniremo ai loro fornelli con le stesse mani che ieri erano a Piazza Sauli, per lottare con chi la frontiera prova a respingere. Vi racconteremo il viaggio, un chilometro alla volta. -------------------------------------------------------------------------------- 26 luglio. Il deposito di legna Siamo arrivati a Calais. Diciotto ore di viaggio non sono uno scherzo — si sentono nelle gambe, negli occhi, nella schiena. Ma in quelle ore succede anche altro: c’è chi il viaggio l’ha iniziato da quasi sconosciuta/o e ne è uscito con un volto nuovo, con lati che nessuno si aspettava. Si scoprono ironie, silenzi, tenerezze che nella quotidianità, chissà perché, non emergono mai. Ed è anche questo, forse, il senso della missione: prima ancora di arrivare, si comincia già a costruire qualcosa insieme. Il primo giorno l’abbiamo passato al Woodyard, il deposito della legna del progetto dell’Auberge des Migrants, insieme al collettivo che lo gestisce: si taglia, si divide, si riempie sacco dopo sacco. Un lavoro duro, ma necessario. Il mare di Calais è bellissimo, e proprio per questo fa più male: nasconde insidie per chi ha già attraversato deserti, ha già superato mille frontiere, e si ritrova ancora qui, fermo, in una situazione allucinante, abbandonato dall’Europa, dalla Francia, da ogni istituzione — che non solo non aiuta, ma sgombera, reprime, viola diritti. E oltre alle istituzioni, arrivano anche i fascisti, dalla Francia e dall’Inghilterra, a minacciare e talvolta aggredire chi vive nei campi e chi, come queste realtà, prova a costruire solidarietà. Ma qui ci sono anche realtà che non si arrendono, che lottano ogni giorno per trasformare la frontiera da zona di guerra in zona di solidarietà, di cooperazione, di speranza — per costruire, come diceva Alexander Langer, “l’importanza dei costruttori di ponti, dei saltatori di muri, degli esploratori di frontiera”. Il magazzino, oltre alla legna, ospita di tutto: sacchi a pelo, tende, derrate alimentari, e una grande cucina che presto sarà anche nostra — cucineremo per portare pasti nei campi intorno a Calais e in altre città come Dunkerque. E quella legna che oggi abbiamo recuperato, tagliato, preparato, accenderà i fuochi che scalderanno mani e pentole nei campi. Il fuoco che accenderanno servirà a cucinare, a scaldarsi, ma anche a dire: siamo qui, esistiamo, resistiamo, nonostante tutto. E oggi siamo felici di aver alimentato quel fuoco. -------------------------------------------------------------------------------- 27 e 28 luglio. Tra i fornelli di Calais Vi scrivo di due giornate insieme, perché a Calais i ritmi si mangiano le ore libere, e la sera, quando dovrei fermarmi a raccontare, sono già le grandi cucine di Refugee Community Kitchen (RCK) ad avermi occupato la testa e le braccia. Lunedì e martedì siamo tornati nello stesso magazzino dove pochi giorni fa tagliavamo la legna, stavolta però nella grande cucina. Da questa cucina escono, ogni giorno, quasi mille pasti destinati ai campi lungo la costa. Abbiamo passato le giornate lì dentro dalle 9 alle 17, a tagliare verdure, lavate pentoloni enormi, fianco a fianco con un’altra delegazione arrivata dall’Olanda e con altre persone – attiviste e attivisti, semplici cittadine e cittadini – che ogni giorno regalano ore di lavoro al progetto. E la cucina, in realtà, è solo un angolo di quello che succede qui dentro. C’è un gruppo che smista senza sosta le donazioni – sacchi a pelo, tende, coperte – un altro che si occupa soprattutto dei più piccoli, tra vestiti, giocattoli e laboratori pensati per loro. Ci sono collettivi che seguono i diritti delle donne rifugiate, altri che si battono per la tutela di chi rifugiato lo è per definizione. E poi c’è chi, per ore, riempie contenitori d’acqua enormi da portare nei campi, tra loro, li ho riconosciuti dall’accento, anche alcuni italiani. Un vero e proprio arcipelago di attività diverse, che convivono sotto lo stesso tetto e insieme valgono più della somma delle parti. Io non parlo né francese né inglese, e qui questo pesa davvero: faccio fatica a scambiare parole con le tante attiviste e attivisti, le volontarie e i volontari, le coordinatrici e i coordinatori di RCK. Ascolto, ma quello che mi arriva resta spesso solo suono: sillabe che non riesco ad afferrare, che non diventano mai significato. Così ho imparato a usare di più gli occhi, quasi per compensare: osservo con più attenzione i gesti, gli sguardi, il modo in cui ciascuno si muove per l’altro senza bisogno di spiegazioni. Credo sia proprio questo, in fondo, a tenere insieme un posto come questo: persone di lingue e paesi diversi che, senza troppe parole capite, finiscono per guardare tutte nella stessa direzione. Ed è questo sguardo condiviso, più delle parole che mi restano solo suono, a sorprendermi ogni giorno di più, la portata enorme, globale, di un progetto a cui anche noi, in piccolo, stiamo contribuendo. Poi c’è quello che nessuno sguardo riesce ad addolcire. Ieri il mare ha restituito due corpi: due persone morte tentando la traversata verso l’Inghilterra, che sono – lo sappiamo con una precisione che fa male – la cinquecentoquarantatreesima e la cinquecentoquarantaquattresima vittima di questa frontiera dal 1999 a oggi. Mi torna in mente una frase dalle prime pagine di American Tabloid, di James Ellroy: «I morti appartengono ai vivi che più ostinatamente li rivendicano». Credo sia esattamente per questo che qualcuno, qui, tiene il conto esatto di ogni vita persa in questo tratto di mare, da anni: perché nessuno di quei numeri resti senza nessuno che lo reclami. Oggi siamo andatə alla manifestazione in loro ricordo nel centro della città, insieme ai movimenti e alle realtà solidali del posto. Contro un’idea di confine che uccide e che le destre più becere trasformano in propaganda d’odio, caccia al nemico, minacce verso chi resiste e verso chi cerca solo salvezza. E per non dimenticare che, su questo, nemmeno i governi che si dicono di sinistra hanno saputo scegliere una strada davvero diversa. È qui che bisogna stare, tra i fornelli e questo arcipelago che ogni giorno mi lascia stupito. Per ora, è la sola risposta che so dare. -------------------------------------------------------------------------------- 30 luglio. Abbiamo le gambe, non le radici La Warehouse di Calais è un vero arcipelago. Ogni giorno me ne accorgo un po’ di più: sotto lo stesso tetto cooperano progetti diversi. La cucina che ogni giorno sfama i campi lungo la costa lavora a pochi metri dal Channel Info Project — CHIP — che porta ricarica elettrica, schede SIM, connessione e informazioni affidabili a chi si prepara alla traversata: il filo che tiene insieme chi da qui prova a raggiungere l’altra sponda. Poco più in là c’è Utopia 56, che fa le maraude notturne intorno e dentro i campi, documenta le violenze della polizia, segnala la presenza dei fascisti, distribuisce vestiti e sacchi a pelo. C’è Woodyard, la falegnameria, di cui vi ho già raccontato, che porta nei campi tonnellate di legna da ardere, per scaldarsi, per cucinare, e per tenere accesi fuochi che sono anche un segnale: un modo di dire «siamo qui», “Aqui estamos”. Ieri una parte di noi è partita a distribuire nei campi i pasti che la grande cucina del magazzino aveva preparato. Chi è tornato mi ha raccontato di un’umanità molto giovane, che vuole costruirsi un futuro — ed è disposta ad attraversare quelle poche miglia di mare, e lo fa, anche per le famiglie rimaste nei paesi di origine. Quello stesso mare che le separa da ciò che immaginano è, se lo attraversi, anche ciò che a quella vita le unisce. Pino Cacucci scrive che le radici sono importanti nella vita di un uomo, ma che noi uomini «abbiamo le gambe, non le radici» — fatte apposta per andare altrove. La distribuzione è durata a lungo, centinaia e centinaia di persone, sotto un sole che anche qui a Calais si è fatto sentire con una forza che non ti aspetteresti così a nord. E in mezzo a quella fila lunghissima colpisce soprattutto l’organizzazione: non si lascia nulla al caso. Esistono regole d’ingaggio precise per ogni evenienza, dall’arrivo della polizia alle incursioni delle squadracce di estrema destra, fino alla cura di chi, tra le persone rifugiate, porta con sé fragilità che chiedono un’attenzione in più. È un sapere collettivo che si trasmette nei briefing e nei training prima di ogni uscita, con la stessa cura con cui si distribuisce un pasto. Ma è un’altra la cosa che qui a Calais ho notato con nettezza: la distanza tra questo pezzo straordinario di società che costruisce solidarietà — l’autorganizzazione dal basso, le ONG, la società civile internazionale — e la città politica, quella della sinistra tradizionale e anche quella nuova, francese. Non le ho mai viste incontrarsi. Camminano su binari paralleli dove non esistono incroci. Ieri abbiamo trovato il tempo per goderci un po’ la splendida spiaggia di Calais. E anche le ostriche di questi mari. Momenti belli e sereni che sono anch’essi parte fondamentale di una missione così intensa. Proprio ora arrivano notizie non belle da Roma. A Spin Time la scorsa notte c’è stato un principio d’incendio in un locale tecnico che è stato domato dagli stessi abitanti, che hanno evacuato l’edificio in autonomia e in sicurezza, senza danni a persone o cose. Da allora, però, non è permesso rientrare nelle proprie case se non uno alla volta, scortati, per recuperare l’indispensabile, mentre centinaia di persone restano in strada, sotto il caldo di Roma. Il timore è che un gesto di responsabilità collettiva venga trasformato in un pretesto amministrativo per allontanare chi lì vive, e che qualcuno a destra ne approfitti per chiudere i conti con Spin Time. Ma hanno fatto male i conti di questo sono sicuro. -------------------------------------------------------------------------------- 1 agosto. Una bambina guarda verso l’Inghilterra Su una parete bianca, in fondo alla spiaggia di Calais, c’è un murale di Banksy che i venti e la salsedine non sono ancora riusciti a cancellare. Una bambina, la valigia appoggiata a terra, guarda con un cannocchiale verso l’Inghilterra. Sopra di lei, appollaiato sull’obiettivo, un avvoltoio aspetta. Fu dipinto nel 2015, negli anni della Jungle, ma quello sguardo non è mai cambiato: è lo stesso di chi, da quella spiaggia, ogni notte, continua a cercare un margine di mare da attraversare. Quello sguardo, in fondo, non appartiene solo a Calais. Si posa sull’Evros e sull’Egeo, tra la Turchia e la Grecia. Attraversa il canale di Sicilia, davanti a Lampedusa. Si perde nel deserto tra il Messico e gli Stati Uniti, o si ferma contro il filo spinato di Ceuta e Melilla, tra il Marocco e la Spagna. Cambiano le lingue, i governi, i colori delle divise: l’avvoltoio, sopra ogni cannocchiale, resta lo stesso. Noi quello sguardo l’abbiamo incontrato per una settimana, tra i sacchi di legna del magazzino, i fornelli accesi dalle 9 alle 17, le migliaia di pasti distribuiti nei campi lungo la costa. L’abbiamo incontrato nei nomi sconosciuti di due persone recuperate dal mare, e poi in altre quattro, prima ancora di riuscire a elaborare le prime. Nella rabbia di una commemorazione, nella pazienza di chi smista coperte e sacchi a pelo, nell’ostinazione silenziosa di chi, senza nessun aiuto dalle istituzioni, costruisce ogni giorno un pezzo di casa comune. Ma la missione, per noi, è cominciata già diciotto ore prima di arrivare, al volante a turno lungo l’autostrada, tra una sosta e un cambio di guida. Abbiamo scoperto, in quelle ore, lati di compagne e compagni che pensavamo di conoscere già: chi si è messo a cantare per tenersi sveglio, chi ha raccontato per la prima volta perché è entrato in questa storia. È un pezzo di missione che non finisce nelle foto dei campi, ma è lì che una delegazione si tiene insieme. Oggi ripartiamo da Calais. Nei furgoni portiamo indietro quelle diciotto ore, i volti conosciuti meglio lungo la strada, e la consapevolezza che quella frontiera non finisce sulla costa francese: si allunga fino all’Egeo, fino a Lampedusa, fino al deserto tra Messico e Stati Uniti, fino allo stretto di Gibilterra, e passa anche da Garbatella, da Roma, da ogni confine che scegliamo di non guardare. Portiamo a casa il compito di non lasciare che quello sguardo resti solo di migliaia di sconosciuti — di farlo diventare, appena possibile, anche il nostro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo È qui che bisogna stare proviene da Comune-info.
August 2, 2026
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Restituire ruolo e valore ai migranti
-------------------------------------------------------------------------------- Tra le attività di Edicola Equa, gestita nel quartiere Oltretorrente di Parma dal Ciac (centro noto per il suo impegno sui temi dell’accoglienza diffusa), c’è anche la cura di un’aiuola -------------------------------------------------------------------------------- Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti, a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà – spesso solo di facciata – per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società. Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava. Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati. Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica… Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora. Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere. Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia, ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Restituire ruolo e valore ai migranti proviene da Comune-info.
July 25, 2026
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Fuori dal ghetto. Azione!
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Storie di vita, storie di accoglienza negata e di soprusi, ma anche storie di riscatto. Il concorso della rassegna “Fuori dal ghetto. Rosarno Filmfestival” 2026 – promosso da Mediterranea Hope-Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Rete Comunità Solidali e S.O.S. Rosarno (con molte adesioni, tra cui la redazione di Comune-info/Benvenuti ovunque) – ha come tema centrale lo sfruttamento del lavoro. Il termine per inviare le opere è il 30 settembre. Qui il bando completo: BandoDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Fuori dal ghetto. Azione! proviene da Comune-info.
July 22, 2026
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33 chilometri
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Calais dista 33 chilometri dalle coste inglesi. Per alcune persone è una traversata di pochi minuti. Per altre – che arrivano da Afghanistan, Sudan, Kurdistan iracheno, Eritrea – mesi o anni di attesa tra sgomberi continui e senza diritti, in una frontiera dove si decide chi può esistere e chi no. Calais è, al pari di Ceuta e Lampedusa, di Lesbo e Bihac, una delle frontiere più dure d’Europa. Perché, anche se a tentare la traversata sono persone che nella quasi totalità dei casi hanno pieno diritto ad asilo e protezione, le istituzioni francesi e britanniche le tengono bloccate in un vergognoso rimpallo di responsabilità (e di fondi).  Dopo lo sgombero della “Jungle”, avvenuto nel 2016, migliaia di persone vivono ancora nella zona tra Calais e Dunkerque sparse nei boschi e ai margini delle strade, senza ripari stabili, in condizioni di estrema precarietà e totalmente privi di risorse. Da anni in questa zona associazioni e reti di solidarietà garantiscono ciò che le istituzioni francesi e britanniche negano: pasti, beni essenziali e supporto alle persone bloccate lungo la frontiera tra Francia e Regno Unito. Tra pochi giorni un gruppo di attiviste e attivisti di Casetta rossa, storico spazio sociale e culturale autogestito di Garbatella, a Roma, partirà per portare solidarietà, un contributo alle attività sul campo e beni di prima necessità. La loro è la scelta di campo di chi rifiuta un’Europa che respinge, alza muri e arriva a negare i più elementari diritti di base a chi fugge dall’inferno.  È in corso una raccolta di fondi e materiali a sostegno della missione, che si appoggerà a Refugee Community Kitchen e alle altre realtà che ogni giorno garantiscono pasti, beni essenziali e solidarietà a chi è in transito lungo questa frontiera. Le donazioni possono essere effettuate al link https://gofund.me/b29dd653e. I beni di prima necessità possono essere consegnati tutti i giorni dalle 16 in avanti a Casetta rossa, in via Magnaghi 14 a Roma. Servono abiti pesanti, prodotti per l’igiene personale, sacchi a pelo, tende, ma anche prodotti alimentari a lunga conservazione, guanti, mascherine, detergenti e disinfettanti.  Ogni contributo, anche piccolo, fa una differenza enorme per chi si trova bloccato lungo la frontiera, a pochi chilometri dal sogno di una vita dignitosa. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO REPORTAGE DALLA FRANCIA DEL 2015: > La chiamano la Jungle di Calais -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo 33 chilometri proviene da Comune-info.
July 20, 2026
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Sostenere chi racconta le rotte
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- The Routes Journal – Il giornale delle rotte – è un progetto di comunicazione alternativa sulla mobilità impedita: racconta la criminalizzazione delle rotte migratorie e le conseguenze che questa produce sulla vita delle persone che le percorrono. Nasce dal desiderio di un gruppo di ricercatori, artisti, migranti e attivisti di offrire uno sguardo diverso sul fenomeno migratorio. A partire dai materiali informativi che le persone in movimento producono sulle proprie condizioni materiali e sociali lungo le rotte, una newsroom cooperativa lavora per trasformare fotografie, audio e video in storie accessibili a un pubblico non specialistico. Può essere definito un progetto informativo sul “movimento interrotto”. Non ha una sede fissa: la sua sede è ovunque vivano i suoi corrispondenti, perché The Routes Journal racconta i luoghi e le storie di chi è in movimento. Il progetto ambisce a connettere mondi diversi e lontani. Lo fa su Instagram, provando a descrivere ciò che accade al di là delle frontiere dell’Europa, ovvero l’esperienza quotidiana delle persone migranti che parlano dalle coste tunisine, dagli hangar libici, dalle barche, solo per fare qualche esempio. Parla di rotte migratorie, oggi quella del Mediterraneo centrale, quella dell’Oceano Indiano, quella Canaria; domani, chissà. Lo scopo è evidenziare la traccia silenziosa di quelle rotte: non indicazioni su dove andare, ma racconti di come si vive nel passaggio e nell’attesa. Narra la violenza dei confini, l’abbandono, la paura, ma anche le pratiche quotidiane di resistenza e di solidarietà. Restituisce il quotidiano di chi abita le rotte, componendo una topografia dell’assenza, della precarietà, della necropolitica. The Routes Journal è una newsroom all’interno della cosiddetta underground railroad, animata da corrispondenti: uomini e donne dall’altra parte del mare, dall’altra parte del confine della “fortezza Europa”. Alcuni partecipano regolarmente, altri solo sporadicamente. Sono persone che hanno tentato più volte di raggiungere l’Europa e che ora sono confinati in una “terra di mezzo”. Inviano scatti dalle loro case, filmano gli accampamenti in cui vivono, scrivono poesie; tra un movimento e l’altro. Tra arresti e sequestri. Prima di attraversare, di fare boza. Tra cokseurs, arabes, barnamiche, acque blu, bussolier e capitani. The Routes Journal trasforma la loro esperienza in testimonianza pubblica. Abou è uno di loro. Ha appena sedici anni ed è stato detenuto in una prigione libica, torturato a scopo di estorsione. Marine racconta la disperazione di avere una figlia malata senza sapere dove portarla per farla curare, perché nera: arrivata in ospedale, l’hanno cacciata. Farhan ha invece voluto pubblicare il corpo esanime dell’amico, ucciso senza ragione alla fine del Ramadan del 2026. Poi c’è Aissatou, Lamine, Xavier e molti altri. Le loro storie si intrecciano e insieme, come nella reazione chimica che dal negativo porta alla fotografia, ci restituiscono un’immagine che in molti vorrebbero tenere nascosta o rendere invisibile. La loro partecipazione a The Routes Journal è gratuita e volontaria. Ma hanno bisogno di medicinali, cibo, cure ospedaliere, telefoni. Vorremmo poterli sostenere. Vi chiediamo di aiutarci con una raccolta fondi, perché possano continuare a raccontare di che materia è fatta l’esternalizzazione dei confini dell’Unione Europea. Potete donare con queste due modalità: * IBAN: IT87N0830401804000003424187 intestato all’Associazione Melting Pot Odv, causale: The Routes Journal * Tramite la raccolta fondi su Paypal -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Meltingpot.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sostenere chi racconta le rotte proviene da Comune-info.
July 11, 2026
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