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Il grido di Sabir
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Associazione Sabir -------------------------------------------------------------------------------- Sabir è una comunità educativa impegnata nel territorio di Crotone che in questi anni ha cercato con pazienza di tenere insieme anche proposte per accogliere ragazzi migranti – molti dei quali arrivati dopo aver attraversato deserti, torture, guerre e detenzioni in Turchia o Libia – tra supporto psicologico, mediazione culturale, continuità scolastica, formazione professionale, attività sportive, percorsi di affido familiare e affido culturale. Si tratta di proposte che vanno molto al di là della prassi ordinaria dell’accoglienza disegnata dai governi. È il frutto di uno sforzo educativo enorme e fortemente radicato nel territorio che ha permesso di creare relazioni di fiducia e corresponsabilità sociale, rompendo di fatto la logica assistenziale nei confronti dei minori stranieri non accompagnati. Oggi però tutto questo rischia di essere cancellato da anni di logiche emergenziali. In una lettera aperta di Sabir, rilanciata dalla Rete delle comunità solidali, si legge: “Non esistono, allo stato, soluzioni logistiche compatibili con la prosecuzione dei percorsi già avviati. Non esistono garanzie sulla continuità educativa. Non esiste alcuna visione pedagogica. Esiste soltanto una logica amministrativa che tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire. Ed è forse questo il punto più grave. In Italia si organizzano continuamente tavoli sulla devianza giovanile, sulle baby gang, sull’emarginazione sociale e sul disagio dei minori. La politica nazionale invoca sicurezza, integrazione e prevenzione. Si moltiplicano dichiarazioni pubbliche sulla necessità di investire sui giovani e sui percorsi educativi. Poi però, nei territori, si lasciano spegnere esperienze che funzionano davvero. Si mortificano realtà che hanno dimostrato concretamente che un altro modello di accoglienza è possibile: un modello fondato sulla relazione educativa, sulla presenza quotidiana, sulla costruzione di autonomia e sul radicamento territoriale…”. Lettera apertaDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il grido di Sabir proviene da Comune-info.
May 27, 2026
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Camminare bendati
-------------------------------------------------------------------------------- Taranto, 15 maggio. Foto di Giustizia per Taranto -------------------------------------------------------------------------------- A Waterloo Place, nel cuore monumentale di Londra, è comparsa una figura. Un uomo in abito formale avanza con passo deciso verso il vuoto. Il volto è completamente coperto da una bandiera. Non la porta: la subisce. Non la espone: la indossa come una benda. L’installazione, attribuita a Banksy, non è stata scelta a caso né per il gesto né per il luogo. Attorno si innalzano le statue che celebrano la storia imperiale britannica — la retorica della potenza, la memoria pubblica della nazione, il culto di sé che ogni impero trasforma in marmo. In mezzo a quella grammatica della celebrazione, la figura bendata introduce una frattura silenziosa: non celebra nulla, non ricorda nulla, ma cammina. Cammina con la sicurezza di chi è convinto di sapere dove sta andando. Cammina verso il precipizio. Il nazionalismo è questa cosa: non l’amore per un luogo o una lingua, ma la certezza che rende inutile lo sguardo. La bandiera sul volto non lascia entrare nulla, nessun dubbio, nessun volto altrui, nessuna storia che non sia già stata decisa. È un dispositivo di chiusura che si spaccia per identità, una paura che viene somministrata come appartenenza. E funziona tanto meglio quanto più si ammanta di retorica: il popolo, la nazione, i confini, i nemici. Le destre che si ispirano al fascismo — e alcune, senza ipocrisie, al nazismo — hanno capito da tempo che non serve la violenza esplicita per preparare il terreno alla violenza. Basta lavorare sulle coscienze. Basta convincere che ci sono vite che contano e vite che non contano. Basta insegnare a non vedere. La filosofia del Novecento ha un nome per questo: la sparizione del volto. Per Emmanuel Lévinas, il volto dell’altro è il luogo in cui si fonda ogni etica possibile, non come astrazione, ma come appello concreto e irriducibile. Quando guardi il volto di un altro essere umano, qualcosa ti chiede conto. Quando quel volto viene rimosso — sostituito da una categoria, da uno straniero, da un clandestino, da un nero — quella richiesta scompare. E ciò che rimane è solo gestione: il problema da risolvere, il numero da ridurre, il corpo da espellere. Alle 5 di mattina del 10 maggio 2026, in piazza Fontana a Taranto, Bakari Sako stava andando a prendere il treno. Aveva 35 anni, veniva dal Mali, faceva il bracciante. Una “baby gang” lo ha accerchiato e ucciso a coltellate. Sei fermati, di cui quattro minorenni tra i 15 e i 17 anni. Secondo la procura, il gruppo cercava qualcuno di vulnerabile da colpire — “in questo caso un ragazzo nero”, ha detto la procuratrice per i minorenni. La pista dell’odio razziale è ancora in corso di accertamento. Ma le telecamere avevano già immortalato lo stesso gruppo, sei minuti prima, mentre intimidiva un altro uomo di origine subsahariana. Bakari Sako non era un simbolo. Era una persona. Aveva due mogli in Mali, entrambe incinte quando è morto. Lavorava. Si alzava prima dell’alba per prendere un treno. Qualcuno lo ha visto e ha deciso che era il tipo di cosa che si può colpire. Questo non nasce dal niente. Nasce da anni di propaganda che ha lavorato sistematicamente a togliere il volto ai migranti — a trasformarli in invasori, in emergenza, in minaccia da cui difendersi. Nasce dai decreti sicurezza, dai porti chiusi come atti di forza, dai comunicati che contano gli sbarchi come fossero dati di borsa. Nasce dal linguaggio della destra di governo che normalizza la disumanizzazione e poi si stupisce — o finge di stupirsi — quando la disumanizzazione produce conseguenze fisiche. La violenza razzista non arriva come fulmine a ciel sereno: arriva dopo che qualcuno ha preparato il cielo. E arriva nel silenzio. Perché la morte di Bakari Sako non ha generato, dalla politica, quasi nessuna reazione. Un uomo ucciso all’alba mentre andava al lavoro, e chi governa questo paese ha scelto di non nominarlo. Il silenzio non è neutro: è una scelta. È la scelta di chi sa che nominare costerebbe qualcosa — almeno la coerenza con il discorso che si è costruito. La domanda che quell’immagine pone non riguarda solo chi porta la bandiera sul volto. Riguarda anche chi guarda e cosa sceglie di fare. Perché non tutti hanno scelto il silenzio. La procuratrice Eugenia Pontassuglia ha parlato chiaro: “Non ci sono decreti sicurezza che tengano, dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere ed essere rispettata”. Associazioni, sindacati, singoli cittadini hanno detto il nome di Bakari Sako quando chi governa preferiva non dirlo. Non sono una maggioranza rumorosa. Ma esistono — e la loro esistenza conta, perché dimostra che la benda non è un destino: è una scelta. E le scelte si possono fare diversamente. La figura di Banksy cammina verso il precipizio con la sicurezza di chi non vede più. Ma attorno a lei, in quello stesso spazio carico di storia e di retorica, qualcuno si è fermato a guardare. Qualcuno ha riconosciuto nell’installazione non un’opera d’arte da ammirare, ma uno specchio da rifiutare. Ci sono persone che la benda non se la sono mai messa, e persone che hanno trovato la forza di togliersela. È da lì — non dall’alto, non dalle istituzioni che tacciono — che si ricomincia a costruire qualcosa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Camminare bendati proviene da Comune-info.
May 18, 2026
Comune-info
Senza razzismo solo a parole
-------------------------------------------------------------------------------- C’è un report, appena pubblicato dall’European Network Against Racism (ENAR), che aiuta a comprendere quel che sta accadendo in questi ultimi giorni e non solo, in Italia. Un lavoro di ricerca che mette insieme, in maniera comparativa, sette rapporti nazionali e che prende il nome di Raceless in name only: whiteness and the racial governance of mobility in European Union (Privi di razzismo solo a parole: la bianchezza e la gestione razziale della mobilità nell’Unione Europea). Sin dalle prime pagine si capisce non solo il senso di quel che sarà il contenuto di questo lavoro, ma emerge in maniera nitida la chiave di lettura con cui leggere questo tempo. Chi da anni si occupa di scrivere, parlare, mettere in guardia su antirazzismo e decolonizzazione, sapeva e sa quel che sta accadendo, scrivono i curatori: la normalizzazione dell’esclusione, il diffondersi della tecnocratizzazione del sospetto, le cosiddette emergenze migratorie utilizzate per accrescere la paura, hanno rafforzato non solo politiche di profilazione razziale ma anche un sentire sociale ostile nei confronti delle persone nere. Politiche e sentire che raggiungono il picco dell’evidenza e del differente approccio quando vi è stato da dare una risposta alle persone rifugiate che fuggivano dall’Ucraina. La possibilità di muoversi nel continente europeo, così come il sentimento di solidarietà e compassione che si è creato tra la gente, sono due aspetti che non sono emersi in occasione di altri conflitti e nei confronti delle persone che scappavano e che hanno trovato e continuano a trovare sul loro cammino migratorio ostilità e barriere. Tutto questo, si legge nel rapporto, non è casuale, riflette una gerarchia di vicinanza e prossimità che ha a che fare con la whiteness, la bianchezza. Una logica che ritroviamo declinata lungo una medesima linea razziale, economica e politica che abita tanto nelle leggi quanto nelle zone di frontiera, sia interne che esternalizzate, che negli episodi di violenza più o meno visibile che ritroviamo nelle nostre città e nei racconti dei media. Con un ulteriore passo in più, sottolinea ENAR, le parole e le azioni della destra estrema non sono più confinate ma “sempre più riecheggiate e normalizzate da politiche che ne diventano espressione principale”. Basti vedere il termine remigrazione utilizzato inizialmente da frange estremiste in maniera provocatoria che diventa programma governativo. Il report Il progetto mette insieme una serie di analisi e ricerche che vanno dal giugno 2024 al dicembre 2025, lungo cinque zone di frontiera (Germania/Austria, Germania/Repubblica ceca, Italia/Francia, Croazia/Slovenia e la regione di confine basca) e tre paesi europei, Cipro, Francia e Grecia. Diversi i report presi in considerazione, così come molteplici sono le realtà che lavorano su queste tematiche e che sono state coinvolte. Tra le dodici persone che hanno condotto l’indagine, la metà ha un background migratorio e vi è chi ha personalmente subito episodi di discriminazione razziale. Ad aprire la ricerca un glossario, in modo che sia chiaro non solo il contenuto ma a cosa si riferiscono esattamente i termini utilizzati, da blackness a coloniality/decoloniality, da migranticisation a necropolitics, da racialisation a struttural racism e whiteness. Parole che sono più di un vocabolario tematico, racchiudono la declinazione di schemi razziali e nazionalistici che diventano norme che escludono e creano società escludenti. A mostrare come questo sia realtà varie testimonianze nel report. La profilazione razziale spesso raccontata vede persone nere essere perquisite senza nessun tipo di motivazione particolare, in contesti che non sono di controllo o frontiera. Azioni portate avanti da forze dell’ordine che non riconoscono un’europeità che non sia bianca e che individuano nel colore un discrimine, che per ENAR è espressione di una continuità coloniale e discriminazione razziale. Discriminazione che spesso si palesa già dal tipo di approccio con cui avviene la richiesta di documento. La preoccupazione Partendo dal presupposto che tutta la riforma del diritto europeo, che inizia dal febbraio 2024 con l’obiettivo di arrivare al famoso Patto d’asilo e migrazione del prossimo giugno, aveva come premessa quella di uniformare l’area Schengen nel rispetto del principio di non discriminazione, ENAR commissiona uno studio che vuole metter insieme, in maniera documentata, quel che accade nelle pratiche di frontiera così come nelle norme che regolamentano le procedure accelerate di controllo dei documenti, l’interpretazione di paese terzo sicuro e lo strumento del rimpatrio. I report, i racconti e le leggi sempre più escludenti rispetto alla concessione dei visti così come alla presa in carico delle domande d’asilo, mettono in luce con il tempo non solo un aumento di una sorta di continuità d’approccio coloniale, ma anche un accrescimento dei poteri discrezionali delle forze dell’ordine, non solo di frontiera. La preoccupazione delle ricercatrici e ricercatori è che questo loro lavoro che descrive in termini crudi quel che accade alle persone, trovi nel nuovo Patto su migrazione e asilo una sorta di ulteriore normalizzazione delle forme razziali di profilazione, di utilizzo di procedure accelerate e detentive. “L’abolizione del diritto d’asilo e il concretizzarsi dell’esternalizzazione delle persone migranti in paesi terzi, realizza la marcatura di queste persone come sgradite. La riforma del Codice di frontiera di Schengen che regolerà le forme di libero movimento all’interno dei confini europei con i controlli sulla mobilità delle persone razzializzate rimarcherà la loro differente condizione di appartenenza”. L’obiettivo Rappresentare nero su bianco cosa sta accadendo e come questa Europa stia gestendo i diritti legati alla migrazione, vuole essere un monito a una mobilitazione collettiva nei diversi paesi europei in cui le persone migranti vengono di continuo razzializzate. Gli episodi di cronaca che si susseguono ormai rendono palese non solo la quotidianità degli eventi, ma l’urgenza all’azione di contrasto a questo immaginario dominante per cui non esiste un’europeità (ma noi potremmo aggiungere una italianità) che non sia bianca. D’altra parte, altro aspetto non secondario che il report mette in luce: “la governance migratoria europea è strutturata dalla supremazia bianca, che è espressione di logiche coloniali che si ripetono e si materializzano nelle pratiche di esclusione, violenza e discriminazione che non sono più casi isolati o eccezionali, ma pratiche sistematiche e strutturali che si ripetono”. La frase di apertura del rapporto Raceless in name only è “When you kow, you know”. Quando sei a conoscenza, sei a conoscenza. Ecco, tutto si può dire rispetto a quel che sta accadendo tranne che non lo sapevamo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Nigrizia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Senza razzismo solo a parole proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
Non era un essere umano
-------------------------------------------------------------------------------- Taranto, 14 maggio: presidio antirazzista. Foto Flai Puglia (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Questa è la storia. Bakari Sako, aggredito a Taranto, a quanto si legge per futili motivi e poi ucciso a coltellate, non era un essere umano (aveva 35 anni, era un lavoratore agricolo originario del Mali). Tale è il racconto pressoché quotidiano che ormai da decenni viene diffuso ovunque. A cominciare dall’alto. L’orrenda novella che in Italia ci viene inculcata con ogni mezzo da decenni, o forse da molto prima, è che se un individuo ha la pelle scura, magari non parla la “nostra” lingua e, soprattutto, non è ricco e ben vestito, non è umano, punto. Non vale quanto un essere umano. La sua vita non conta. È una fiaba terribile costruita su un assunto altrettanto mostruoso, ma è comunque la pietra angolare della strategia con cui nel tempo una minoranza di figuri, del tutto privi davvero di ogni umanità, ha sempre più occupato le stanze del potere. D’altronde, ciascuno di noi racconta una storia. Con la sua vita, con quel che dice e più che mai con le proprie azioni. Noi tutti siamo storie viventi. Ciò malgrado, esiste una controindicazione in ogni racconto: dal momento che attecchisce nella mente del prossimo, cambiarlo diventa estremamente arduo. Soprattutto se è semplice e facile da ricordare. In particolare, se fa comodo ai peggiori istinti dei più. Fateci caso, perché ormai la trama vigente è la stessa da tempo ed è quasi identica ovunque: noi e la nostra terra abbiamo bisogno più di ogni altra cosa della protezione di persone forti e ben armate che ci difendano da loro. I mostri. I cattivi. Gli invasori. Gli alieni, i non umani. Non sono esseri umani, ricordalo, è il succo del racconto. Questo è il perenne mantra che ci viene sussurrato da tempo nell’orecchio come il veleno in quello del padre di Amleto. Un veleno costante, però, a rilascio prolungato, ma non letale. Che distrugge qualcosa di prezioso e tiene in vita il resto. Lo nutre e lo fortifica fino a renderlo prevalente. Quelli non sono esseri umani. Non come te. Non valgono quanto te. La loro vita non conta. Ecco perché la loro morte non merita attenzione. Chiaro, la storia ha uno scopo ben preciso. Fa il suo lavoro, come le altre, semplici e facili, che l’hanno preceduta. Vende alla grande perché la gente se la beve come l’acqua fresca in una giornata più calda del solito. E mentre i clienti elettori sono lì con il bicchiere in mano a dissetarsi – o a credere di farlo – alle loro spalle gli si può far di tutto e sono comunque contenti. L’arte del potere è tutta qui, signore e signori, da quando esiste l’uomo. Il problema è che quando racconti una storia semplice e facile per così tanto tempo, e su di essa costruisci un’intera società, non puoi prevedere fino a che punto le persone ci crederanno. Non puoi immaginare quanto la faranno propria. Quanto la prenderanno alla lettera. Se ha la pelle scura e non parla come me, e magari è un povero disgraziato, solo e senza un soldo… è come se fosse il nulla. Vale meno di nulla. Come un sassolino in terra che puoi prendere a calci per noia. Alla stregua della polvere che alzi camminando. Insignificante come un’ombra. E cosa c’è di male nello sfogare su quest’ultima la rabbia repressa o anche solo distrarsi cancellandola dal mondo? -------------------------------------------------------------------------------- Iscriviti alla Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher -------------------------------------------------------------------------------- Leggi anche: Taranto, il razzismo che non possiamo più raccontare come eccezione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non era un essere umano proviene da Comune-info.
May 16, 2026
Comune-info
La Piazza del mondo mostra che cercar di vivere è scandaloso
IL SINDACO DI TRIESTE HA ATTACCATO NUOVAMENTE CHI OGNI GIORNO INCONTRA COLORO CHE ARRIVANO DALLA ROTTA BALCANICA. INTANTO, SONO ARRIVATI A 65 I FORNELLI RESISTENTI CHE DA TUTTA ITALIA OGNI SERA SONO IMPEGNATI CON L’ASSOCIAZIONE LINEA D’OMBRA IN QUELLA CHE È STATA RIBATEZZATA PIAZZA DEL MONDO. I PRIMI FORNELLI SONO NATI TRE ANNI FA (FOTO: FORNELLI RESISTENTI MANTOVA). “LA PIAZZA DEL MONDO MOSTRA CHE CERCAR DI VIVERE È OGGI SCANDALOSO: BISOGNA ACCONTENTARSI DI SOPRAVVIVERE… IN PIAZZA DEL MONDO SI TENTA DI FAR POLITICA, DI COSTRUIRE MOMENTI DI POLIS, DI COMUNITÀ… SIAMO BEN CONSAPEVOLI CHE IL NOSTRO IMPEGNO È RISIBILE DI FRONTE ALL’IMMENSITÀ DEL COMPITO – SCRIVE GIAN ANDREA FRANCHI – MA SI DEVE COMINCIARE DA DOVE SI STA. E NOI QUI STIAMO CON DISPERATA SPERANZA…” -------------------------------------------------------------------------------- Ottobre 2023, nascono ufficialmente i primi Fornelli resistenti. Maggio 2026: piú di 65 Fornelli resistenti (da Como ad Ancona, da Cuneo a Pesaro…) insieme all’associazione Linea d’Ombra sono impegnati ogni sera a curare, sfamare, dissetare, rivestire, accogliere in strada, a Trieste, le persone migranti abbandonate dalle istituzioni. Da Como ad Ancona, da Cuneo a Pesaro. Foto Fornelli resistenti Mantova -------------------------------------------------------------------------------- L’ineffabile sindaco di Trieste Roberto Dipiazza attacca per l’ennesima volta la nascita quotidiana della “Piazza del Mondo” (così viene da anni chiamata da tanti e tante Piazza della Libertà, dove transitano ogni giorno decine di migranti provenienti dalla Rotta balcanica e diretti per lo più in Francia e in Nord Europa, ndr) perché, nutrendo i “migranti”, attiriamo anche i “criminali”. Le nostre città turistiche sono piene di gente in cerca di cibo: di turisti così cari al sindaco, ai sindaci, perché portano soldi e le città si vendono, come tutto, come la vita. Anche nella Piazza del Mondo si mangia. Ma in altro modo: differenza essenziale. In un modo che rimanda alla funzione antropologica profonda del dar da mangiare, come primo gesto radicale di cura per l’altro, riscoprendo le radici primarie della condizione umana per cui, alla nascita, il nutrimento contiene già tutto un cammino di vita. E il pasto in comune è sempre stato un momento di festa intesa come celebrazione della vita in quanto comunità. Nella Piazza del mondo si toccano e si vedono le radici della vita, cui occorre rivolgersi in un mondo che appare dominato da una radicale volontà e voluttà di morte. Nella piazza del Mondo si riscoprono le radici profonde della vita umana a partire dalle basi della con-vivenza, della vita come essere-in comune, che sembrano rievocare i gesti evangelici del curare i malati, nutrire gli affamati, vestire gli ignudi, ma anche socializzando, giocando, danzando. Ciò rischia di portare confusione, confondendo politica con carità o umanitarismo. Far politica oggi vuol dire risignificare questa parola logora ma che va mantenuta, perché creare neologismi fa solo confusione. Politica deriva da pòlis, città: occorre ricreare, re-inventare la città, partendo dai veri problemi sociali in un’epoca che tende a distruggere ogni forma di socialità in nome di una cultura dominante che è diventata mera distruzione della vita umana e non umana, di una cultura basata sulla lotta di tutti contro tutti in cui i più forti dominano senza controlli, intaccano le basi stesse della vita. Coloro che fuggono da paesi devastati dagli interessi dei potenti, chiamati “migranti” con disprezzo – mentre ogni labile richiamo a uno straccio di diritto internazionale è caduto e i diritti nazionali sono in crisi (come anche troppo si vede nel nostro paese s-governato a colpi di decreti legge) -, sono i portatori di un messaggio fondamentale, inciso nei loro corpi umiliati: riscoprire le fonti della vita in comune, distrutta dall’individualismo mortifero, ricreare la polis, la comunità come unica possibilità di un cammino di vita. La Piazza del Mondo mostra che cercar di vivere è oggi scandaloso: bisogna accontentarsi di sopravvivere, mentre le élites, ad ogni livello, sono intente ridurre la vita a una massa di merci. In Piazza del Mondo si tenta di far politica, di costruire momenti di polis, di comunità, fra noi “cittadini” e i senza terra, i senza patria ormai, facendo capire a tutti quelli che da lontano collaborano quotidianamente con noi – senza di cui la piazza non esisterebbe – la necessità di agire. Siamo ben consapevoli che il nostro impegno è risibile di fronte all’immensità del compito. Ma si deve cominciare da dove si sta. E noi qui stiamo con disperata speranza. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La Piazza del mondo mostra che cercar di vivere è scandaloso proviene da Comune-info.
May 12, 2026
Comune-info
L’università invisibile dell’accoglienza
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- La bellezza è sempre stata una delle forze più potenti e pervasive nella cultura umana, scrive Maura Gancitano. A Siena ci siamo trovati immersi nella bellezza della città. Travolti in un tardo pomeriggio a Piazza del Campo dal corteo e dagli sbandieratori della contrada del montone. Di notte camminando per vie deserte, da un palazzo all’altro fino all’imponente Duomo tutto per noi. Tutto per chi, Enrico Pusceddu, sommessamente, per non rompere quella magia, ci descriveva dettagli. Storico dell’arte lavora a Barcellona ma è originario di Samassi, dove è stato sindaco per diversi anni, ora a Siena come componente del direttivo Recosol. In quei vicoli fermare la bellezza come cura è diventata una necessità per chi si era scaracollato in treno, in auto, in aereo, da diverse regioni, lasciandosi alle spalle affanni e progetti in atto. Non sarà troppo? quel continuare a tenersi addosso sfide gravose fatte di progetti complessi che si misurano su vite altrui: minori non accompagnati, persone con alle spalle pesanti traumi. Tutti i giorni a combattere con stupide burocrazie con forze contrarie. Percorsi contro la tratta di donne nigeriane (Piam di Asti). Inclusione sociale e scuole di italiano (Rete Vesuviana Solidale, Scisciano e Marigliano). Piccoli comuni Arberesh, accolti nel 1.500 accoglienti nei nostri giorni: Acquaformosa (Ass. Don Vincenzo Matrangolo), Infine la scommessa solidale di un territorio difficile Crotone con l’Associazione Sabir e la Rete 26 ottobre. Fatiche e responsabilità, ritardi enormi dei finanziamenti quasi a voler spingere a desistere. Eppure questo “Patrimonio invisibile” continua ad esistere. È un dietro le quinte che non si vede, ma logora, un lavoro pesante, sempre in bilico. Lo rappresenta plasticamente Giovanni (ex sindaco), a un certo punto della passeggiata sfida la gravità, si arrampica su un muro e per alcuni minuti rimane appeso, vero free climber (bisogna essere bravi a tenere duro ostinati e contrari). La Rete delle Comunità Solidali con alcune delle esperienze territoriali sono state invitate all’Università degli Stranieri di Siena dal rettore Tomaso Montanari. E siamo a casa quando nel corridoio dell’Università si trova una targa che ricorda la strage di Cutro. Siamo a casa quando il professore riannoda nel suo intervento ricordi e pezzi di vita dove dentro ci ritroviamo tutti. Da Nord a Sud arrivati a Siena per un giorno, ognuno con un fardello più o meno pesante. Ma Siena è curativa, la città dove Mauro Pagani è stato direttore del festival la Città Aromatica, e ora ricorda anche lui la bellezza con una poesia di Sandro Penna. Fermare la bellezza. Almeno per un momento, il tempo di riprendere fiato. Si tornerà per altri incontri accettando l’invito del Rettorie ed entrare a far parte della Consulta dei Portatori di Interesse. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’università invisibile dell’accoglienza proviene da Comune-info.
April 30, 2026
Comune-info
L’accoglienza che non si vede
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Festival delle Migrazioni Acquaformosa – Associazione don V. Matrangolo -------------------------------------------------------------------------------- Lunedì 27 aprile una delegazione di Recosol proveniente da diverse parti d’Italia è stata accolta dal rettore dell’università di Siena, Tomaso Montanari e dal corpo docente per conoscere e confrontarsi sulle realtà della Rete delle Comunità Solidali che da anni, lontano dai riflettori, operano per creare comunità accoglienti, aperte e pacifiche.  L’incontro – “Patrimonio invisibile” – nasce dalla volontà di Montanari di approfondire quegli aspetti del fenomeno migratorio che fanno riferimento a un’accoglienza inclusiva, attenta al benessere delle persone accolte e delle comunità accoglienti le cui storie sono per l’appunto poco visibili, lontane dall’attenzione dei grandi media. L’accoglienza dei migranti e dei rifugiati  oggi viene disegnata come problematica, si fa riferimento ai grandi centri  per il rimpatrio o alle strutture che ospitano centinaia di persone in luoghi fuori da qualsiasi contesto sociale, mentre a macchia di leopardo molti comuni italiani continuano ad ospitare al proprio interno  stranieri – famiglie, donne vittime di tratta, minori non accompagnati, uomini – che studiano la nostra lingua, imparano un mestiere, vivono in abitazioni decorose e contribuiscono con il loro lavoro e la loro partecipazione alla vita comunitaria. Storie invisibili che però varrebbe la pena di raccontare, di conoscere e replicare per sfatare i falsi miti che la narrazione xenofoba ostinatamente impone attraverso i principali canali di comunicazione. Montanari ha ascoltato tutte le testimonianze ed è poi intervenuto per sottolineare quanto sia importante la collaborazione tra chi opera sui territori e i luoghi di studio e analisi. L’università è un luogo di formazione e  fornisce “gli strumenti” per permettere alle comunità di modificarsi, è necessario perciò interagire e trovare sempre nuove strade per contrastare logiche non inclusive.  All’incontro hanno partecipato in tanti. Giovanni Manoccio dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo di Acquaformosa (Cs), un ‘associazione che racchiude al suo interno sette comuni per la maggior parte di origine Arbereshe che oggi dà lavoro ad oltre cento persone calabresi che gestiscono i progetti di accoglienza diffusa – SAI- nei comuni aderenti. Ogni anno da oltre quattordici anni, l’associazione Don Vincenzo Matrangolo organizza il Festival delle migrazioni, dieci giorni di incontri, dibattiti, musica che coinvolge persone da tutto il mondo, divenendo ormai un riferimento internazionale per le persone che si occupano del fenomeno migratorio. Francesco Evangelista e Gianluca Annunziata della Rete Vesuviana Solidale che opera nell’area metropolitana di Napoli, nei comuni di Scisciano e Marigliano. La rete nata dalla collaborazione con diverse realtà locali ha aperto sportelli legali, organizza corsi di italiano gratuiti per tutti gli stranieri, ha un emporio solidale e ovviamente un progetto di accoglienza che prevede l’accompagno all’inserimento delle persone a tutto tondo grazie anche al supporto di associazioni ecclesiastiche. È oggi una realtà che incide profondamente sulla vita comunitaria, coinvolge la cittadinanza. Ha realizzato, tra le altre numerose iniziative, un campetto di calcio aperto e gratuito per tutti. Gli sportelli legali, nati come sostegno alle persone migranti, sono anch’essi oggi un riferimento per tutte le persone disagiate. Alberto Mossino del PIAM di Asti. Il PIAM (Progetto Integrazione Accoglienza Migranti) è un’associazione laica composta da operatori sociali e migranti. Nato come risposta concreta alla grande presenza sulle strade del territorio astigiano di giovani donne straniere costrette alla prostituzione, dal 2000 si occupa di donne e immigrazione, con particolare attenzione alle vittime di tratta e sfruttamento. Dal 2011 è stato avviato un progetto di integrazione per richiedenti asilo, profughi e rifugiati, con il preciso intento di offrire a queste persone ciò che più di ogni altra cosa determina l’integrazione: i diritti. Il diritto alla cittadinanza, innanzitutto. Ma anche il diritto alla casa, il diritto alla salute, il diritto all’istruzione, il diritto alla maternità, il diritto alla socialità e il diritto all’indipendenza. E ovviamente il diritto a sognare. Manuelita Scigliano presidente di Sabir e della Rete 26 febbraio. L’Associazione Sabir nasce (a Crotone) nel marzo 2017 su proposta di un gruppo di soci fondatori, già costituenti un gruppo informale di volontariato operante dal 2016 nell’ambito dell’educazione, della lotta alla povertà educativa, dell’inclusione sociale, della lotta alle disuguaglianze, del contrasto alla povertà, della solidarietà e della cooperazione internazionale. Sabir persegue finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale senza scopo di lucro in favore di quanti si trovano in condizione di fragilità ed emarginazione sociale. Inoltre, si pone lo scopo di promuovere lo sviluppo economico, sociale e culturale e di favorire la cooperazione internazionale nell’area mediterranea. In particolare, l’impegno di Manuelita è rivolto a lavorare sul territorio per garantire i diritti essenziali ai migranti e, a cominciare dai minori stranieri non accompagnati e sostenere i parenti delle vittime del naufragio di Cutro del 26 febbraio 2023 attraverso una rete di associazioni (la Rete 26 febbraio). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’accoglienza che non si vede proviene da Comune-info.
April 28, 2026
Comune-info
Il lento svuotarsi dell’accoglienza diffusa
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Chiromechino, carnevale 2026, Napoli -------------------------------------------------------------------------------- Secondo “La frontiera, ovunque”, il nuovo rapporto sul sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati in Italia curato da Openpolis e ActionAid Italia, sono in aumento il numero delle società for profit che gestiscono le strutture e il numero dei posti nei centri di prima accoglienza. Il rapporto fa il punto sui dati dei centri di accoglienza straordinari (Cas), del sistema di accoglienza e integrazione (Sai) e delle strutture di prima accoglienza. Le persone accolte al 31 dicembre 2024, dice il rapporto, erano poco più di 134mila, pari allo 0,23% della popolazione residente in Italia: una cifra che da sola dimostra un trend tutto sommato stabile. È evidente: per qualcuno, lo 0,23 per cento significa invasione e pretesto per nuove misure repressive. Nel capitolo relativo alla capienza nei centri, il rapporto segnala come oltre un terzo (il 36 per cento) ha più di cinquanta posti disponibili, confermando la tendenza negli anni a prediligere un sistema basato sulle grandi strutture anziché sull’accoglienza diffusa nei territori. Molte altre informazioni sono raccolte nel sito con le mappe dell’accoglienza (Centri d’Italia). È possibile scaricare il rapporto completo qui. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il lento svuotarsi dell’accoglienza diffusa proviene da Comune-info.
April 28, 2026
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Capracotta accoglie
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ad inizio di aprile i grandi media hanno raccontato l’intensa nevicata di Capracotta, anche se in questo splendido paese dell’Appennino molisano (il più alto comune dell’Appennino del Sud) non è certo una novità. Qualcosa di nuovo e importante è avvenuto invece qualche giorno dopo, quando per la prima volta questa località, ha accolto una famiglia nell’ambito di un progetto di accoglienza diffusa. Si tratta di un nucleo familiare di origine turca, arrivato con il programma nazionale SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione) promosso dal ministero dell’Interno, coordinato in questo caso dal Comune di Agnone, ente capofila del progetto sul territorio. Il SAI, come noto ai lettori di Benvenuti Ovunque, rappresenta una rete pubblica che, malgrado i tagli e i tentativi di smantellarla, va oltre la semplice ospitalità, offrendo percorsi strutturati per l’autonomia di richiedenti asilo e rifugiati. Dall’assistenza sanitaria e psicologica all’apprendimento della lingua italiana, fino all’inserimento lavorativo e sociale, ogni fase è orientata a favorire una relazione vera e complessa tra rifugiati e società. La famiglia, racconta l’associazione locale Amici di Capracotta, è stata accolta in una struttura del comune situata nei pressi del Santuario della Madonna di Loreto, recentemente riqualificata grazie al progetto “Montagna accogliente”, iniziativa pensata per rendere il territorio sempre più inclusivo e aperto. «Crediamo profondamente che l’accoglienza sia un valore fondamentale, oltre che un’opportunità di crescita per tutta la comunità – ha detto il sindaco Candido Paglione- L’arrivo di questa famiglia rappresenta per noi un momento importante: un’occasione di grande umanità e di arricchimento reciproco, nel segno della solidarietà e della condivisione. A loro rivolgiamo il più sincero benvenuto: Capracotta è anche casa vostra». Del resto qui l’accoglienza ha una lunga storia: c’è prima di tutto l’accoglienza vissuta dai capracottesi emigranti in tanti paesi del mondo (in primis Argentina e Usa, ma anche Germania e Francia) e in molte città italiane (da Roma a Milano passando per Torino); c’è l’accoglienza dei tante famiglie originarie che tornano l’estate triplicando, insieme ai turisti in cerca di fresco, il numero dei residenti; c’è ora, finalmente, anche l’accoglienza di migranti. In realtà, basta percorrere un chilometro della strada che porta da Capracotta a San Pietro Avellana per conoscere un’altra storia importante di accoglienza. Subito dopo l’Armistizio dell’8 settembre, numerosi prigionieri di guerra alleati fuggirono dal campo di concentramento di Sulmona nascondendosi tra i boschi abruzzesi e molisani. Nel loro vagabondare furono spesso aiutati e sfamati da tanti contadini italiani che divisero con loro il poco che avevano nonostante fossero minacciati di morte dalle ordinanze tedesche. A Capracotta, comune situato all’interno della linea Gustav e per questo completamente distrutto dai tedeschi (citato anche da Ernest Hemingway in Addio alle armi) il 4 novembre 1943 i fratelli Rodolfo e Gasperino Fiadino furono portati sulla strada verso San Pietro Avellana e fucilati per aver accolto, nascosto e sfamato alcuni prigionieri. Accogliere, spezzare il pane con chi non ne ha, resistere alla violenza della guerra restano parte della memoria di questa gente di montagna. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Capracotta accoglie proviene da Comune-info.
April 18, 2026
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Nel silenzio del Mediterraneo
-------------------------------------------------------------------------------- Da Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- L’ultimo naufragio, nel giorno di Pasqua, ha lasciato dietro di sé almeno ottanta morti. I sopravvissuti sono 32. Tra loro, un ragazzo egiziano di quindici anni, partito da solo, arrivato a Lampedusa e poi chiuso in un silenzio che è quello del trauma. Nel silenzio del Mediterraneo si continua a morire. Le immagini parlano da sole: persone aggrappate a uno scafo rovesciato, corpi già dispersi nel mare. Non è un incidente. È una tragedia che si ripete. Nel 2026, nel Mediterraneo centrale, sono già morte o scomparse 765 persone. Più del doppio rispetto allo scorso anno. Oggi muore una persona ogni nove che tenta la traversata. Eppure gli arrivi sono diminuiti. Questo significa una cosa sola: non è il numero delle partenze a determinare la morte, ma l’assenza di soccorsi, il vuoto di responsabilità, le politiche che tengono lontani gli occhi e le navi. E allora diciamolo con chiarezza: non si possono vincere le elezioni sulla morte e sulla sofferenza di esseri umani. Non si può trasformare il confine in un luogo dove la vita vale meno. Non si può costruire consenso sul rischio calcolato della morte. Non possiamo continuare a trasformare queste vite in numeri. Non possiamo limitarci a contare i morti. Due donne, rimaste sole con i loro bambini, hanno chiesto che i corpi dei loro mariti siano sepolti vicino al luogo dove vivranno. È una richiesta minima. È una richiesta umana. Serve un cambiamento: più operazioni di salvataggio, vie legali e sicure di ingresso, corridoi umanitari, politiche che mettano al centro la vita, non il confine. L’Europa non può continuare a voltarsi dall’altra parte. Perché ogni naufragio non è solo una tragedia: è una responsabilità collettiva. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nel silenzio del Mediterraneo proviene da Comune-info.
April 8, 2026
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