Senza razzismo solo a parole--------------------------------------------------------------------------------
C’è un report, appena pubblicato dall’European Network Against Racism (ENAR),
che aiuta a comprendere quel che sta accadendo in questi ultimi giorni e non
solo, in Italia. Un lavoro di ricerca che mette insieme, in maniera comparativa,
sette rapporti nazionali e che prende il nome di Raceless in name only:
whiteness and the racial governance of mobility in European Union (Privi di
razzismo solo a parole: la bianchezza e la gestione razziale della mobilità
nell’Unione Europea).
Sin dalle prime pagine si capisce non solo il senso di quel che sarà il
contenuto di questo lavoro, ma emerge in maniera nitida la chiave di lettura con
cui leggere questo tempo.
Chi da anni si occupa di scrivere, parlare, mettere in guardia su antirazzismo e
decolonizzazione, sapeva e sa quel che sta accadendo, scrivono i curatori: la
normalizzazione dell’esclusione, il diffondersi della tecnocratizzazione del
sospetto, le cosiddette emergenze migratorie utilizzate per accrescere la paura,
hanno rafforzato non solo politiche di profilazione razziale ma anche un sentire
sociale ostile nei confronti delle persone nere.
Politiche e sentire che raggiungono il picco dell’evidenza e del differente
approccio quando vi è stato da dare una risposta alle persone rifugiate che
fuggivano dall’Ucraina. La possibilità di muoversi nel continente europeo, così
come il sentimento di solidarietà e compassione che si è creato tra la gente,
sono due aspetti che non sono emersi in occasione di altri conflitti e nei
confronti delle persone che scappavano e che hanno trovato e continuano a
trovare sul loro cammino migratorio ostilità e barriere.
Tutto questo, si legge nel rapporto, non è casuale, riflette una gerarchia di
vicinanza e prossimità che ha a che fare con la whiteness, la bianchezza. Una
logica che ritroviamo declinata lungo una medesima linea razziale, economica e
politica che abita tanto nelle leggi quanto nelle zone di frontiera, sia interne
che esternalizzate, che negli episodi di violenza più o meno visibile che
ritroviamo nelle nostre città e nei racconti dei media.
Con un ulteriore passo in più, sottolinea ENAR, le parole e le azioni della
destra estrema non sono più confinate ma “sempre più riecheggiate e normalizzate
da politiche che ne diventano espressione principale”. Basti vedere il termine
remigrazione utilizzato inizialmente da frange estremiste in maniera
provocatoria che diventa programma governativo.
Il report
Il progetto mette insieme una serie di analisi e ricerche che vanno dal giugno
2024 al dicembre 2025, lungo cinque zone di frontiera (Germania/Austria,
Germania/Repubblica ceca, Italia/Francia, Croazia/Slovenia e la regione di
confine basca) e tre paesi europei, Cipro, Francia e Grecia.
Diversi i report presi in considerazione, così come molteplici sono le realtà
che lavorano su queste tematiche e che sono state coinvolte. Tra le dodici
persone che hanno condotto l’indagine, la metà ha un background migratorio e vi
è chi ha personalmente subito episodi di discriminazione razziale.
Ad aprire la ricerca un glossario, in modo che sia chiaro non solo il contenuto
ma a cosa si riferiscono esattamente i termini utilizzati, da blackness a
coloniality/decoloniality, da migranticisation a necropolitics, da racialisation
a struttural racism e whiteness. Parole che sono più di un vocabolario tematico,
racchiudono la declinazione di schemi razziali e nazionalistici che diventano
norme che escludono e creano società escludenti.
A mostrare come questo sia realtà varie testimonianze nel report. La
profilazione razziale spesso raccontata vede persone nere essere perquisite
senza nessun tipo di motivazione particolare, in contesti che non sono di
controllo o frontiera. Azioni portate avanti da forze dell’ordine che non
riconoscono un’europeità che non sia bianca e che individuano nel colore un
discrimine, che per ENAR è espressione di una continuità coloniale e
discriminazione razziale. Discriminazione che spesso si palesa già dal tipo di
approccio con cui avviene la richiesta di documento.
La preoccupazione
Partendo dal presupposto che tutta la riforma del diritto europeo, che inizia
dal febbraio 2024 con l’obiettivo di arrivare al famoso Patto d’asilo e
migrazione del prossimo giugno, aveva come premessa quella di uniformare l’area
Schengen nel rispetto del principio di non discriminazione, ENAR commissiona uno
studio che vuole metter insieme, in maniera documentata, quel che accade nelle
pratiche di frontiera così come nelle norme che regolamentano le procedure
accelerate di controllo dei documenti, l’interpretazione di paese terzo sicuro e
lo strumento del rimpatrio.
I report, i racconti e le leggi sempre più escludenti rispetto alla concessione
dei visti così come alla presa in carico delle domande d’asilo, mettono in luce
con il tempo non solo un aumento di una sorta di continuità d’approccio
coloniale, ma anche un accrescimento dei poteri discrezionali delle forze
dell’ordine, non solo di frontiera.
La preoccupazione delle ricercatrici e ricercatori è che questo loro lavoro che
descrive in termini crudi quel che accade alle persone, trovi nel nuovo Patto su
migrazione e asilo una sorta di ulteriore normalizzazione delle forme razziali
di profilazione, di utilizzo di procedure accelerate e detentive.
“L’abolizione del diritto d’asilo e il concretizzarsi dell’esternalizzazione
delle persone migranti in paesi terzi, realizza la marcatura di queste persone
come sgradite. La riforma del Codice di frontiera di Schengen che regolerà le
forme di libero movimento all’interno dei confini europei con i controlli sulla
mobilità delle persone razzializzate rimarcherà la loro differente condizione di
appartenenza”.
L’obiettivo
Rappresentare nero su bianco cosa sta accadendo e come questa Europa stia
gestendo i diritti legati alla migrazione, vuole essere un monito a una
mobilitazione collettiva nei diversi paesi europei in cui le persone migranti
vengono di continuo razzializzate.
Gli episodi di cronaca che si susseguono ormai rendono palese non solo la
quotidianità degli eventi, ma l’urgenza all’azione di contrasto a questo
immaginario dominante per cui non esiste un’europeità (ma noi potremmo
aggiungere una italianità) che non sia bianca.
D’altra parte, altro aspetto non secondario che il report mette in luce: “la
governance migratoria europea è strutturata dalla supremazia bianca, che è
espressione di logiche coloniali che si ripetono e si materializzano nelle
pratiche di esclusione, violenza e discriminazione che non sono più casi isolati
o eccezionali, ma pratiche sistematiche e strutturali che si ripetono”.
La frase di apertura del rapporto Raceless in name only è “When you kow, you
know”. Quando sei a conoscenza, sei a conoscenza. Ecco, tutto si può dire
rispetto a quel che sta accadendo tranne che non lo sapevamo.
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Pubblicato su Nigrizia
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