
Grecia. “Il carcere isola, le lettere connettono”
Progetto Melting Pot Europa - Monday, May 11, 2026«Tutto ciò che mi resta dentro è un po’ di speranza, perché deve esserci una ragione per vivere – bisogna continuamente trovare delle ragioni. Sono queste ragioni a illuminare i momenti più bui e a guidarci nel ritrovare la strada. Dopotutto, anche nei momenti più oscuri, dentro di noi splende sempre una stella che nessuno ha il potere di portarci via. Nessuno ha il potere di spegnere il fuoco che vive nella speranza».
Omid
Da oltre due anni Omid è detenuto nel carcere di Avlona, in Grecia.
L’8 giugno 2026 comparirà davanti alla Corte d’Appello di Rodi per l’udienza sul ricorso contro una condanna a 66 anni e 6 mesi di carcere per “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare”.
La sua storia è quella di una delle tante persone migranti criminalizzate alle frontiere europee per aver preso il timone di un’imbarcazione durante una traversata.
Attorno al suo caso, The Human Rights Legal Project (HRLP) – organizzazione indipendente che segue la sua difesa legale – ha lanciato una campagna internazionale di solidarietà e raccolta fondi per sostenere il processo d’appello.
“Justice begins with solidarity”, scrive l’organizzazione: la giustizia inizia dalla solidarietà.
Dall’Iran alla Grecia
Omid è un giovane curdo iraniano cresciuto in un contesto di forte impegno politico e sociale.
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Fin dall’adolescenza ha partecipato all’attivismo studentesco in Iran come membro del Partito Democratico del Kurdistan e di un’organizzazione impegnata nella difesa dei diritti ambientali. È vegano e attivista per i diritti degli animali.
Nel 2017, a soli 15 anni, è stato costretto a lasciare l’Iran insieme alla sua famiglia per cercare protezione in Turchia.
Durante il soggiorno in Turchia ha scelto di convertirsi al cristianesimo, ma il rigetto della domanda d’asilo e il rischio di deportazione lo hanno costretto a fuggire nuovamente.
Per Omid, un eventuale ritorno in Iran significherebbe affrontare un concreto rischio di persecuzione: per la sua appartenenza alla minoranza curda, per il suo attivismo politico e per la conversione religiosa, che nel contesto iraniano può portare ad accuse gravissime, fino alla pena di morte.
“Nella Repubblica Islamica dell’Iran, qualsiasi attività politica contro il regime può portare ad accuse di propaganda contro lo Stato o di ‘guerra contro Dio’. Le punizioni possono arrivare fino alla pena di morte. Questa è una minaccia reale per un attivista politico come me.”
Omid
Il naufragio e l’accusa di essere “scafista”
Nel luglio del 2022 Omid si è imbarcato dalla Turchia con l’intenzione di raggiungere l’Italia e chiedere protezione internazionale.
Durante la traversata, però, una tempesta ha colpito l’imbarcazione e il motore si è guastato in acque greche.
Secondo quanto ricostruito dalla difesa legale, Omid stava traducendo agli altri passeggeri le indicazioni del capitano mentre tutti cercavano inutilmente di riparare il motore. Alla fine le persone a bordo sono state costrette a chiedere soccorso a una nave commerciale, che le ha consegnate alle autorità greche.
Trasferito nel campo di Kos, Omid è stato interrogato e arrestato dalla polizia greca con l’accusa di traffico di esseri umani sulla base del presunto “boat-driving”. Inizialmente rischiava fino a 465 anni di carcere.
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Nel novembre 2023 il tribunale del Dodecaneso, a Rodi, lo ha condannato in primo grado a 66 anni e mezzo di detenzione.
Ha presentato appello lo stesso giorno.
La criminalizzazione delle persone in movimento
Il caso di Omid non è isolato.
Negli ultimi anni la Grecia è diventata uno dei principali luoghi di sperimentazione delle politiche europee di criminalizzazione della migrazione. Sempre più persone migranti vengono accusate di essere trafficanti semplicemente per aver guidato un gommone, tradotto istruzioni o aiutato altre persone durante la traversata.
Numerose organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato processi sommari, pene sproporzionate e gravi limitazioni del diritto alla difesa.
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Per questo HRLP sottolinea che il processo di Omid “non riguarda solo lui, ma ogni persona in movimento perseguita invece che protetta”.
La campagna lanciata in vista dell’appello punta non solo a sostenere le spese legali, ma anche a rompere l’isolamento prodotto dalla detenzione.
L’organizzazione invita persone, collettivi e associazioni a inviare a Omid lettere, poesie, fotografie, disegni e messaggi di solidarietà.
“Prison isolates, letters connect”: il carcere isola, le lettere connettono.
La vicenda di Omid parla di una persona incarcerata per aver cercato di sopravvivere. Ma parla anche di un sistema che continua a trattare il movimento delle persone come un crimine.
E della necessità, oggi più che mai, di costruire solidarietà transnazionale contro queste politiche.