La giustizia in manette e le crepe dei valori europei nell’intervento artistico di Laika tra Bruxelles e Roma

Pressenza - Friday, May 8, 2026

Con una maschera bianca immacolata e una parrucca rossa sgargiante, l’artista di strada italiana Laika 1954 ha costruito, negli ultimi sette anni, un’identità artistica singolare fondata sull’anonimato, sull’urgenza politica e sulla riappropriazione dello spazio pubblico. Attiva in diversi Paesi e sempre più impegnata accanto a campagne strategiche e lotte dal basso, l’artista romana è diventata una delle voci più riconoscibili della street art europea contemporanea, trasformando muri, poster e interventi urbani in critiche incisive agli abusi di potere, alle disuguaglianze, al silenzio istituzionale e, in particolare, alla complicità europea nel genocidio in corso in Palestina.

Indicata da La Repubblica tra le “100 donne che hanno cambiato il mondo” nel 2021 e citata in numerosi media internazionali, Laika si è inizialmente fatta conoscere attraverso piccole campagne di sticker a Roma, per poi raggiungere un pubblico globale con opere come Jenesuispasunvirus, contro il razzismo anti-cinese all’inizio della pandemia di COVID-19, e L’Abbraccio, dedicata a Patrick Zaki e Giulio Regeni nei pressi dell’ambasciata egiziana a Roma.

Negli ultimi mesi, l’artista si è recata a Barcellona per dipingere clandestinamente alcune imbarcazioni della Global Sumud Flotilla prima della loro partenza umanitaria verso Gaza, nell’ambito di una missione internazionale volta a rompere il blocco israeliano e a portare aiuti alla popolazione palestinese.

All’inizio di questa settimana, alla vigilia della Giornata dell’Europa 2026, Laika ha realizzato una importante azione politica: un intervento artistico coordinato e simultaneo tra Roma e Bruxelles, due capitali profondamente intrecciate sia alle fondamenta simboliche sia alle crescenti contraddizioni dell’Unione europea e alle politiche attuali dei suoi Stati membri.

Giornata dell’Europa e messa in scena cosmetica dell’unità europea

Ogni anno, il 9 maggio, le istituzioni europee celebrano la Giornata dell’Europa attraverso eventi accuratamente messi in scena nel Quartiere europeo di Bruxelles. Gli edifici istituzionali aprono le porte ai visitatori, stand nazionali distribuiscono bocconi folkloristici e gastronomici selezionati con logiche di “gastronazionalismo”, mentre animatori in stile parco tematico guidano le folle lungo i corridoi della governance europea in un’atmosfera sempre più simile a una mini-Disneyland politica.

Quest’anno, vassoi di pastéis de nata industriali venivano tagliati in fretta da tirocinanti esausti davanti a lunghe code. Allo stesso tempo, stand di popcorn in stile circo rafforzavano ulteriormente l’atmosfera da parco divertimenti e la crescente turistificazione del Quartiere europeo. Sotto il sole primaverile, pezzi di pane bretone circolavano tra i visitatori mentre le istituzioni europee tentavano, temporaneamente e non senza difficoltà, di reinventarsi come spazi accessibili di celebrazione, apertura e unità culturale.

Questa immagine accuratamente costruita contrastava nettamente con le realtà che si sviluppano oltre le facciate vetrate del distretto istituzionale di Bruxelles, in particolare in Belgio, dove l’aggravarsi delle tensioni sociali, la crisi abitativa, la precarietà lavorativa e l’aumento delle disuguaglianze socio-economiche continuano a segnare la vita quotidiana.

Eppure, dietro questa atmosfera festiva, emerge sempre più chiaramente un’altra realtà.

Per molti visitatori — in particolare giovani europei provenienti dal Sud e dall’Est del continente, in cerca di migliori opportunità professionali sempre meno accessibili nei Paesi d’origine — il Quartiere europeo rappresenta insieme aspirazione e distanza: la promessa di carriere prestigiose e contratti stabili idealizzati, spesso lontani dalla realtà, ma anche un universo istituzionale fortemente isolato, percepito come scollegato dalle crisi sociali e dalle tensioni politiche che attraversano gli spazi al di fuori delle sue aree accuratamente controllate.

Negli ultimi mesi, le proteste attorno alle istituzioni europee si sono moltiplicate: dagli agricoltori contrari alle conseguenze previste dell’accordo Mercosur, fino agli attivisti mobilitati contro la complicità europea nella distruzione di Gaza e nel genocidio del popolo palestinese. Diverse organizzazioni della società civile denunciano la contrazione dello spazio democratico, l’allineamento subordinato alle posizioni imperialiste degli Stati Uniti e la crescente contraddizione tra gli impegni dichiarati dell’Unione europea in materia di diritti umani, valori fondativi e le sue pratiche geopolitiche e liberali.

È proprio in questo clima di disillusione e confronto che nasce l’intervento di Laika per la Giornata dell’Europa, oggi visibile con forza sui muri di Bruxelles e Roma.

Roma e Bruxelles: murales paralleli contro la complicità

Il progetto, realizzato simultaneamente a Roma e Bruxelles, è stato sviluppato in collaborazione con Justice for Palestine, l’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) in rapida espansione, divenuta una delle più importanti campagne di mobilitazione transnazionale dalla creazione di questo strumento nel 2012. A differenza della maggior parte delle ICE precedenti, spesso bisognose di anni di organizzazione, finanziamenti e supporto istituzionale per ottenere visibilità, questa campagna ha superato il milione di firme in soli tre mesi dal suo lancio nel gennaio 2026.

A Bruxelles, in rue Wayenberg vicino al Théâtre Varia, Laika ha installato A Bloodthirsty Love, raffigurando il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu mentre bacia la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Il murale accusa direttamente le istituzioni europee di complicità politica, diplomatica ed economica con Israele durante la guerra in corso a Gaza.

A Roma, davanti agli uffici della Commissione europea, un’altra opera mostra la Presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni mentre stringe la mano a un colono israeliano.

Un terzo filo visivo collega le due città: Dikè: Justice in Danger. L’opera rappresenta la Giustizia, coronata dalle stelle europee, rapita da due soldati israeliani. Una versione è apparsa a Place Sainte-Catherine a Bruxelles, l’altra in via della Cordonata a Roma.

L’abito blu della Giustizia contiene inoltre un appello alla liberazione di Thiago Ávila e Saif Abu Keshek, denunciando quella che gli attivisti definiscono la detenzione illegale dei due uomini da parte delle autorità israeliane dopo l’intercettazione della Global Sumud Flotilla in acque internazionali, mentre tentava di portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza assediata.

Il messaggio è inequivocabile. Per Laika e per gli attivisti che sostengono la campagna, non c’è molto da celebrare a livello istituzionale nella Giornata dell’Europa 2026. Al contrario, le opere rappresentano il momento attuale come una crisi democratica, giuridica e morale all’interno del progetto europeo stesso.

“Questa è un’Europa complice di genocidio e apartheid”, afferma la campagna, sostenendo che il continuo sostegno dell’UE a Israele contraddice profondamente gli impegni fondativi dell’Unione in materia di democrazia, diritto internazionale e diritti umani.

Il ritorno dell’Iniziativa dei Cittadini Europei

Uno strumento interno al sistema istituzionale europeo sta tuttavia iniziando a rivelare la propria forza politica dopo oltre un decennio di visibilità limitata: l’Iniziativa dei Cittadini Europei.

Introdotta dal Trattato di Lisbona e operativa dal 2012, l’ICE è stata concepita come il primo strumento sovranazionale di democrazia partecipativa al mondo, consentendo ai cittadini europei di richiedere direttamente azioni legislative alle istituzioni dell’Unione. Per anni, tuttavia, il meccanismo è rimasto marginale, faticando a ottenere riconoscimento pubblico, legittimità politica o mobilitazione di massa.

Questa situazione è cambiata radicalmente tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.

Diverse iniziative hanno dimostrato la capacità dell’ICE di attivare partecipazione politica transnazionale, dalle campagne per il diritto all’aborto in Europa fino a Justice for Palestine, che chiede la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele e che oggi costituisce anche il quadro politico a sostegno dell’intervento artistico di Laika.

La campagna è rapidamente diventata una delle ICE a crescita più rapida nella storia dell’Unione europea, superando il milione di firme in soli tre mesi e raggiungendo le soglie nazionali in dieci Stati membri — ben oltre il minimo di sette previsto dalla normativa europea.

L’iniziativa chiede la sospensione completa dell’accordo di associazione UE-Israele, sostenendo che l’attuale cooperazione legittima violazioni sistematiche del diritto internazionale, occupazione, politiche di apartheid e la continua distruzione di Gaza.

Gli organizzatori sottolineano che la mobilitazione va ben oltre gli schieramenti politici tradizionali, riunendo organizzazioni palestinesi, collettivi dal basso, gruppi della società civile, artisti e cittadini comuni in tutta Europa.

Oltre Bruxelles: esiste un’altra Belgio

L’intervento di Laika mette inoltre in discussione la tendenza a ridurre Bruxelles al solo ruolo di capitale istituzionale dell’Europa.

Mentre il Quartiere europeo ospitava le celebrazioni ufficiali, altre zone della città accoglievano forme di espressione collettiva radicalmente diverse. A pochi minuti da uno dei murales di Laika, Place Sainte-Catherine ospitava la Fête de la Dignité, mentre i preparativi della Zinneke Parade proseguivano nei quartieri attraverso laboratori artistici popolari e progetti comunitari collettivi.

Queste realtà urbane parallele rivelano un’altra Bruxelles — lontana dall’immagine istituzionale costruita e promossa durante la Giornata dell’Europa. Una città profondamente multilingue, socialmente frammentata, politicamente contesa, ma intensamente viva grazie alla partecipazione popolare più che alla coreografia istituzionale.

L’arte come perturbazione politica

Il nome “Laika” richiama sia la cagnolina sovietica lanciata nello spazio nel 1954 sia la fotocamera Leica, evocando osservazione, distanza ed esposizione. L’artista descrive questo pseudonimo come un invito a “puntare allo spazio”: osservare la società da una prospettiva più ampia, libera da limiti imposti.

L’anonimato resta centrale in questo progetto. Nascondendo la propria identità dietro una maschera, Laika sposta deliberatamente l’attenzione dalla persona ai messaggi politici, in difesa dei diritti sociali, civili e umani.

Nel corso degli anni, il suo lavoro ha affrontato femminicidi, migrazioni lungo la rotta balcanica, la guerra in Ucraina, i diritti LGBTQ+, il razzismo, la libertà delle donne afghane e la memoria antifascista in Italia. Le sue opere sono apparse a Roma, in Bosnia, in Messico, negli Stati Uniti e in tutta Europa, mentre mostre e documentari ne hanno ampliato la visibilità internazionale.

Nonostante il crescente riconoscimento istituzionale, Laika continua a rivendicare il potenziale profondamente sovversivo della street art: effimera, accessibile, diretta e inseparabile dallo spazio pubblico.

In occasione della Giornata dell’Europa 2026, questa perturbazione ha colpito direttamente il cuore simbolico dell’Unione europea.

Per molti visitatori che attraversano le giornate porte aperte accuratamente patinate delle istituzioni di Bruxelles, il progetto europeo continua a presentarsi come una celebrazione della pace, della democrazia e della prosperità condivisa. I murales di Laika pongono tuttavia una domanda molto più scomoda, costringendo osservatori e passanti a interrogarsi su cosa rimanga realmente di questi valori quando le leadership europee sono sempre più accusate di silenzio, complicità o indifferenza di fronte a distruzione di massa, occupazione e guerra.

Anna Lodeserto