La giustizia in manette e le crepe dei valori europei nell’intervento artistico di Laika tra Bruxelles e RomaCon una maschera bianca immacolata e una parrucca rossa sgargiante, l’artista di
strada italiana Laika 1954 ha costruito, negli ultimi sette anni, un’identità
artistica singolare fondata sull’anonimato, sull’urgenza politica e sulla
riappropriazione dello spazio pubblico. Attiva in diversi Paesi e sempre più
impegnata accanto a campagne strategiche e lotte dal basso, l’artista romana è
diventata una delle voci più riconoscibili della street art europea
contemporanea, trasformando muri, poster e interventi urbani in critiche
incisive agli abusi di potere, alle disuguaglianze, al silenzio istituzionale e,
in particolare, alla complicità europea nel genocidio in corso in Palestina.
Indicata da La Repubblica tra le “100 donne che hanno cambiato il mondo” nel
2021 e citata in numerosi media internazionali, Laika si è inizialmente fatta
conoscere attraverso piccole campagne di sticker a Roma, per poi raggiungere un
pubblico globale con opere come Jenesuispasunvirus, contro il razzismo
anti-cinese all’inizio della pandemia di COVID-19, e L’Abbraccio, dedicata a
Patrick Zaki e Giulio Regeni nei pressi dell’ambasciata egiziana a Roma.
Negli ultimi mesi, l’artista si è recata a Barcellona per dipingere
clandestinamente alcune imbarcazioni della Global Sumud Flotilla prima della
loro partenza umanitaria verso Gaza, nell’ambito di una missione internazionale
volta a rompere il blocco israeliano e a portare aiuti alla popolazione
palestinese.
All’inizio di questa settimana, alla vigilia della Giornata dell’Europa 2026,
Laika ha realizzato una importante azione politica: un intervento artistico
coordinato e simultaneo tra Roma e Bruxelles, due capitali profondamente
intrecciate sia alle fondamenta simboliche sia alle crescenti contraddizioni
dell’Unione europea e alle politiche attuali dei suoi Stati membri.
Giornata dell’Europa e messa in scena cosmetica dell’unità europea
Ogni anno, il 9 maggio, le istituzioni europee celebrano la Giornata dell’Europa
attraverso eventi accuratamente messi in scena nel Quartiere europeo di
Bruxelles. Gli edifici istituzionali aprono le porte ai visitatori, stand
nazionali distribuiscono bocconi folkloristici e gastronomici selezionati con
logiche di “gastronazionalismo”, mentre animatori in stile parco tematico
guidano le folle lungo i corridoi della governance europea in un’atmosfera
sempre più simile a una mini-Disneyland politica.
Quest’anno, vassoi di pastéis de nata industriali venivano tagliati in fretta da
tirocinanti esausti davanti a lunghe code. Allo stesso tempo, stand di popcorn
in stile circo rafforzavano ulteriormente l’atmosfera da parco divertimenti e la
crescente turistificazione del Quartiere europeo. Sotto il sole primaverile,
pezzi di pane bretone circolavano tra i visitatori mentre le istituzioni europee
tentavano, temporaneamente e non senza difficoltà, di reinventarsi come spazi
accessibili di celebrazione, apertura e unità culturale.
Questa immagine accuratamente costruita contrastava nettamente con le realtà che
si sviluppano oltre le facciate vetrate del distretto istituzionale di
Bruxelles, in particolare in Belgio, dove l’aggravarsi delle tensioni sociali,
la crisi abitativa, la precarietà lavorativa e l’aumento delle disuguaglianze
socio-economiche continuano a segnare la vita quotidiana.
Eppure, dietro questa atmosfera festiva, emerge sempre più chiaramente un’altra
realtà.
Per molti visitatori — in particolare giovani europei provenienti dal Sud e
dall’Est del continente, in cerca di migliori opportunità professionali sempre
meno accessibili nei Paesi d’origine — il Quartiere europeo rappresenta insieme
aspirazione e distanza: la promessa di carriere prestigiose e contratti stabili
idealizzati, spesso lontani dalla realtà, ma anche un universo istituzionale
fortemente isolato, percepito come scollegato dalle crisi sociali e dalle
tensioni politiche che attraversano gli spazi al di fuori delle sue aree
accuratamente controllate.
Negli ultimi mesi, le proteste attorno alle istituzioni europee si sono
moltiplicate: dagli agricoltori contrari alle conseguenze previste dell’accordo
Mercosur, fino agli attivisti mobilitati contro la complicità europea nella
distruzione di Gaza e nel genocidio del popolo palestinese. Diverse
organizzazioni della società civile denunciano la contrazione dello spazio
democratico, l’allineamento subordinato alle posizioni imperialiste degli Stati
Uniti e la crescente contraddizione tra gli impegni dichiarati dell’Unione
europea in materia di diritti umani, valori fondativi e le sue pratiche
geopolitiche e liberali.
È proprio in questo clima di disillusione e confronto che nasce l’intervento di
Laika per la Giornata dell’Europa, oggi visibile con forza sui muri di Bruxelles
e Roma.
Roma e Bruxelles: murales paralleli contro la complicità
Il progetto, realizzato simultaneamente a Roma e Bruxelles, è stato sviluppato
in collaborazione con Justice for Palestine, l’Iniziativa dei Cittadini Europei
(ICE) in rapida espansione, divenuta una delle più importanti campagne di
mobilitazione transnazionale dalla creazione di questo strumento nel 2012. A
differenza della maggior parte delle ICE precedenti, spesso bisognose di anni di
organizzazione, finanziamenti e supporto istituzionale per ottenere visibilità,
questa campagna ha superato il milione di firme in soli tre mesi dal suo lancio
nel gennaio 2026.
A Bruxelles, in rue Wayenberg vicino al Théâtre Varia, Laika ha installato A
Bloodthirsty Love, raffigurando il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu
mentre bacia la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Il
murale accusa direttamente le istituzioni europee di complicità politica,
diplomatica ed economica con Israele durante la guerra in corso a Gaza.
A Roma, davanti agli uffici della Commissione europea, un’altra opera mostra la
Presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni mentre stringe la mano a un
colono israeliano.
Un terzo filo visivo collega le due città: Dikè: Justice in Danger. L’opera
rappresenta la Giustizia, coronata dalle stelle europee, rapita da due soldati
israeliani. Una versione è apparsa a Place Sainte-Catherine a Bruxelles, l’altra
in via della Cordonata a Roma.
L’abito blu della Giustizia contiene inoltre un appello alla liberazione di
Thiago Ávila e Saif Abu Keshek, denunciando quella che gli attivisti definiscono
la detenzione illegale dei due uomini da parte delle autorità israeliane dopo
l’intercettazione della Global Sumud Flotilla in acque internazionali, mentre
tentava di portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza assediata.
Il messaggio è inequivocabile. Per Laika e per gli attivisti che sostengono la
campagna, non c’è molto da celebrare a livello istituzionale nella Giornata
dell’Europa 2026. Al contrario, le opere rappresentano il momento attuale come
una crisi democratica, giuridica e morale all’interno del progetto europeo
stesso.
“Questa è un’Europa complice di genocidio e apartheid”, afferma la campagna,
sostenendo che il continuo sostegno dell’UE a Israele contraddice profondamente
gli impegni fondativi dell’Unione in materia di democrazia, diritto
internazionale e diritti umani.
Il ritorno dell’Iniziativa dei Cittadini Europei
Uno strumento interno al sistema istituzionale europeo sta tuttavia iniziando a
rivelare la propria forza politica dopo oltre un decennio di visibilità
limitata: l’Iniziativa dei Cittadini Europei.
Introdotta dal Trattato di Lisbona e operativa dal 2012, l’ICE è stata concepita
come il primo strumento sovranazionale di democrazia partecipativa al mondo,
consentendo ai cittadini europei di richiedere direttamente azioni legislative
alle istituzioni dell’Unione. Per anni, tuttavia, il meccanismo è rimasto
marginale, faticando a ottenere riconoscimento pubblico, legittimità politica o
mobilitazione di massa.
Questa situazione è cambiata radicalmente tra la fine del 2025 e l’inizio del
2026.
Diverse iniziative hanno dimostrato la capacità dell’ICE di attivare
partecipazione politica transnazionale, dalle campagne per il diritto all’aborto
in Europa fino a Justice for Palestine, che chiede la sospensione dell’accordo
di associazione UE-Israele e che oggi costituisce anche il quadro politico a
sostegno dell’intervento artistico di Laika.
La campagna è rapidamente diventata una delle ICE a crescita più rapida nella
storia dell’Unione europea, superando il milione di firme in soli tre mesi e
raggiungendo le soglie nazionali in dieci Stati membri — ben oltre il minimo di
sette previsto dalla normativa europea.
L’iniziativa chiede la sospensione completa dell’accordo di associazione
UE-Israele, sostenendo che l’attuale cooperazione legittima violazioni
sistematiche del diritto internazionale, occupazione, politiche di apartheid e
la continua distruzione di Gaza.
Gli organizzatori sottolineano che la mobilitazione va ben oltre gli
schieramenti politici tradizionali, riunendo organizzazioni palestinesi,
collettivi dal basso, gruppi della società civile, artisti e cittadini comuni in
tutta Europa.
Oltre Bruxelles: esiste un’altra Belgio
L’intervento di Laika mette inoltre in discussione la tendenza a ridurre
Bruxelles al solo ruolo di capitale istituzionale dell’Europa.
Mentre il Quartiere europeo ospitava le celebrazioni ufficiali, altre zone della
città accoglievano forme di espressione collettiva radicalmente diverse. A pochi
minuti da uno dei murales di Laika, Place Sainte-Catherine ospitava la Fête de
la Dignité, mentre i preparativi della Zinneke Parade proseguivano nei quartieri
attraverso laboratori artistici popolari e progetti comunitari collettivi.
Queste realtà urbane parallele rivelano un’altra Bruxelles — lontana
dall’immagine istituzionale costruita e promossa durante la Giornata
dell’Europa. Una città profondamente multilingue, socialmente frammentata,
politicamente contesa, ma intensamente viva grazie alla partecipazione popolare
più che alla coreografia istituzionale.
L’arte come perturbazione politica
Il nome “Laika” richiama sia la cagnolina sovietica lanciata nello spazio nel
1954 sia la fotocamera Leica, evocando osservazione, distanza ed esposizione.
L’artista descrive questo pseudonimo come un invito a “puntare allo spazio”:
osservare la società da una prospettiva più ampia, libera da limiti imposti.
L’anonimato resta centrale in questo progetto. Nascondendo la propria identità
dietro una maschera, Laika sposta deliberatamente l’attenzione dalla persona ai
messaggi politici, in difesa dei diritti sociali, civili e umani.
Nel corso degli anni, il suo lavoro ha affrontato femminicidi, migrazioni lungo
la rotta balcanica, la guerra in Ucraina, i diritti LGBTQ+, il razzismo, la
libertà delle donne afghane e la memoria antifascista in Italia. Le sue opere
sono apparse a Roma, in Bosnia, in Messico, negli Stati Uniti e in tutta Europa,
mentre mostre e documentari ne hanno ampliato la visibilità internazionale.
Nonostante il crescente riconoscimento istituzionale, Laika continua a
rivendicare il potenziale profondamente sovversivo della street art: effimera,
accessibile, diretta e inseparabile dallo spazio pubblico.
In occasione della Giornata dell’Europa 2026, questa perturbazione ha colpito
direttamente il cuore simbolico dell’Unione europea.
Per molti visitatori che attraversano le giornate porte aperte accuratamente
patinate delle istituzioni di Bruxelles, il progetto europeo continua a
presentarsi come una celebrazione della pace, della democrazia e della
prosperità condivisa. I murales di Laika pongono tuttavia una domanda molto più
scomoda, costringendo osservatori e passanti a interrogarsi su cosa rimanga
realmente di questi valori quando le leadership europee sono sempre più accusate
di silenzio, complicità o indifferenza di fronte a distruzione di massa,
occupazione e guerra.
Anna Lodeserto