
Senigallia: una grande e bella manifestazione regionale e alcune domande finali…
Pressenza - Sunday, May 10, 2026Dopo le grandi mobilitazioni autunnali nel capoluogo regionale che, tra settembre e ottobre, hanno avuto nei blocchi del porto il loro apice e che sono proseguite anche nei mesi successivi con iniziative a sostegno della prima missione della Flotilla, una moltitudine che ha attraversato le strade di tutto il mondo, ieri è stata un’altra grande giornata di manifestazioni un po’ ovunque, in solidarietà e a fianco degli attivisti e delle attiviste che, nelle ultime settimane, replicando la precedente esperienza, hanno cercato e stanno cercando di rompere il criminale assedio dello Stato israeliano nei confronti della popolazione palestinese.
E nelle Marche questa volta Senigallia è stata l’epicentro dei tanti “equipaggi di terra”.
La ragione è semplice: tra i tre marchigiani presenti, due sono senigalliesi, Vittorio Sergi, insegnante e attivista di lungo corso, e Maurizio Menghini; il terzo è l’anconetano Marco Montenovi, regista indipendente di Ancona.
Da moltissimi anni, nella città di mare, non si vedeva una manifestazione così numerosa; chi ha buona memoria ha fatto riferimento alla mobilitazione studentesca contro il decreto Gelmini. Ieri, andando oltre le più rosee aspettative, un migliaio di persone di ogni età ha rotto il tranquillo “struscio” del sabato sera.
Partito dal piazzale della stazione, il lungo serpentone con in testa lo striscione firmato Sumud Flotilla “Thiago e Saif liberi subito” e sotto “e tutti i prigionieri nelle carceri sioniste”, ha imboccato corso 2 Giugno, cuore del centro storico, e così i tanti seduti nei bar per l’aperitivo hanno ascoltato i numerosi interventi di denuncia della terribile situazione a Gaza anche dopo la presunta tregua.
Sono stati ricordati i numeri della catastrofe umanitaria in atto a partire dal 7 ottobre, quando, dopo il massacro di Hamas, Israele ha scatenato una tempesta di bombe che ha raso al suolo Gaza, mettendo in atto un vero e proprio genocidio, successivamente allargatosi alla Cisgiordania con i crimini dei coloni e dell’Idf e che da settimane sta colpendo il Libano, nella “gazizzazione” del Paese.
Tutto questo parallelamente alla guerra di aggressione israelo-statunitense nei confronti dell’Iran, ottenendo, per eterogenesi dei fini, non solo di scatenare una crisi energetica internazionale i cui costi, come sempre, stanno pagando coloro che hanno sempre subito le conseguenze delle politiche economiche antisociali, ma anche di ricompattare il consenso attorno alla dittatura teocratica degli ayatollah.
Tornando alla bella giornata di ieri, a cui hanno aderito numerose associazioni e che si è avvalsa dell’organizzazione del “Coordinamento Marche Palestina” con il supporto del centro sociale senigalliese “Spazio Autogestito Arvultura”, da più di vent’anni fulcro di tutte le iniziative dei movimenti a Senigallia e non solo, il corteo è proseguito fino al porto, davanti a quel mare dove, a distanza di migliaia di chilometri, la Sumud Flotilla ha ripreso a navigare verso la Turchia, mentre è arrivata anche la bella notizia della liberazione di Thiago e Saif, anche se, come sempre in questi casi, dovranno subire l’espulsione.
C’è stato anche un collegamento in diretta con Vittorio Sergi, seppure complicato da ascoltare per la cattiva ricezione. In ogni caso, la mattina di sabato sul Carlino locale era uscita una sua intervista in cui annunciava ancora “una navigazione di circa 36 ore e due attraversamenti brevi, di circa due ore l’uno, in acque internazionali tra la Grecia e la Turchia. Questi saranno per noi i punti più sensibili, poiché sono i luoghi dove più probabilmente la marina israeliana potrebbe tentare delle azioni contro la flottiglia, come hanno già annunciato i media israeliani, mentre Marco Rubio, nel suo viaggio in Italia, ha contattato anche le autorità turche”, prosegue Sergi, “per chiedere loro di non far partire la flottiglia, di non accoglierla”.
Vittorio ha sottolineato come “stiamo navigando in formazione stretta: tutte le barche sono organizzate in gruppi «pod», cioè gruppi dove le barche navigano insieme per sostenersi in caso di problemi tecnici”.
Infine, due considerazioni finali che ci sentiamo di fare: una specifica su ieri, l’altra di carattere più generale.
Tra i tanti interventi ascoltati, ha decisamente stonato la parte finale del rappresentante palestinese del Coordinamento che, dopo aver denunciato giustamente i crimini dello Stato di Israele, ha auspicato una Palestina libera “dal fiume al mare”, aggiungendo però “dove tutti possano vivere in pace, cristiani e musulmani, mentre tutti i sionisti vanno cacciati, non li vogliamo”, insomma una specie di pulizia etnica al contrario.
Crediamo che un conto sia l’antisionismo — seppure, come abbiamo già scritto in passato, la storia del sionismo, come molti nazionalismi, sia complessa — e un altro sostenere posizioni di questo tipo.
Nel dibattito generale sulla situazione mediorientale, da tempo si è fatta strada la posizione di chi ritiene ipocrita e obsoleta la formula dei “due Stati” e viceversa prende come riferimento il “modello Rojava”, cioè una federazione territoriale, plurale, egualitaria, basata su principi libertari, femministi e anticapitalisti, dove tutte le culture possano convivere.
L’altra questione, sicuramente delicata, riguarda il tipo di missione.
Ferma restando l’incondizionata solidarietà con chi mette a repentaglio la propria vita per rilanciare l’attenzione sulla catastrofe in atto a Gaza e in Cisgiordania, ci sembra opportuna la riflessione uscita sui social e firmata dalla “Freedom Flotilla Italia”, dal significativo titolo: “Il popolo palestinese non ha bisogno di essere «salvato» da noi: ci indica, piuttosto, la strada di una liberazione collettiva”.
Il testo, dopo aver sottolineato come “ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania rende evidente quello che l’Occidente rappresenta e mette in atto: a Gaza nella sua forma più barbara e più scoperta, nell’intreccio di interessi, ricatti e complicità da cui siamo governati”, afferma che è proprio “tale intreccio che dovremmo fermare qui, sui nostri territori”.
“Il popolo palestinese ha bisogno che ci impegniamo a fare la nostra parte, ovvero occuparci di far sì che l’Occidente smetta di sostenere il sistema politico, economico e militare che rende possibile la devastazione di Gaza e l’occupazione permanente della Palestina”.
“Esiste una contraddizione che attraversa anche i movimenti di solidarietà: questo parlare continuamente al posto dei palestinesi. Questo prenderne il posto. Il modo stesso di rappresentarsi”… “decidere strategie e ipotizzare il loro futuro senza ascoltare chi in effetti vive sotto assedio”.
E ancora: “trasformare una lotta di liberazione in uno spazio simbolico dove proiettare il nostro bisogno di sentirci giusti, eroici, indispensabili”.
È una dinamica più profonda di quanto vogliamo ammettere e comprendere: una sopravvivenza culturale del colonialismo dentro le coscienze occidentali, l’idea che il dolore dei popoli oppressi diventi “credibile” solo quando viene tradotto, certificato e raccontato da voci europee o occidentali.
Domande, crediamo, legittime; riflessioni che pongono un problema reale, anche perché mettere a rischio la propria vita e investire risorse economiche non indifferenti per una spedizione complessa ed estremamente pericolosa sono tutte energie che sarebbe forse più opportuno indirizzare contro chi, nei nostri Paesi, è complice del genocidio e delle guerre in atto e, nello stesso tempo, rivolgere direttamente lo sforzo economico verso il popolo palestinese.
Il comunicato conclude ricordando come “molte e molti dalla Palestina iniziano a porci domande che non potremmo ignorare”.