Senigallia: una grande e bella manifestazione regionale e alcune domande finali…Dopo le grandi mobilitazioni autunnali nel capoluogo regionale che, tra
settembre e ottobre, hanno avuto nei blocchi del porto il loro apice e che sono
proseguite anche nei mesi successivi con iniziative a sostegno della prima
missione della Flotilla, una moltitudine che ha attraversato le strade di tutto
il mondo, ieri è stata un’altra grande giornata di manifestazioni un po’
ovunque, in solidarietà e a fianco degli attivisti e delle attiviste che, nelle
ultime settimane, replicando la precedente esperienza, hanno cercato e stanno
cercando di rompere il criminale assedio dello Stato israeliano nei confronti
della popolazione palestinese.
E nelle Marche questa volta Senigallia è stata l’epicentro dei tanti “equipaggi
di terra”.
La ragione è semplice: tra i tre marchigiani presenti, due sono senigalliesi,
Vittorio Sergi, insegnante e attivista di lungo corso, e Maurizio Menghini; il
terzo è l’anconetano Marco Montenovi, regista indipendente di Ancona.
Da moltissimi anni, nella città di mare, non si vedeva una manifestazione così
numerosa; chi ha buona memoria ha fatto riferimento alla mobilitazione
studentesca contro il decreto Gelmini. Ieri, andando oltre le più rosee
aspettative, un migliaio di persone di ogni età ha rotto il tranquillo
“struscio” del sabato sera.
Partito dal piazzale della stazione, il lungo serpentone con in testa lo
striscione firmato Sumud Flotilla “Thiago e Saif liberi subito” e sotto “e tutti
i prigionieri nelle carceri sioniste”, ha imboccato corso 2 Giugno, cuore del
centro storico, e così i tanti seduti nei bar per l’aperitivo hanno ascoltato i
numerosi interventi di denuncia della terribile situazione a Gaza anche dopo la
presunta tregua.
Sono stati ricordati i numeri della catastrofe umanitaria in atto a partire dal
7 ottobre, quando, dopo il massacro di Hamas, Israele ha scatenato una tempesta
di bombe che ha raso al suolo Gaza, mettendo in atto un vero e proprio
genocidio, successivamente allargatosi alla Cisgiordania con i crimini dei
coloni e dell’Idf e che da settimane sta colpendo il Libano, nella
“gazizzazione” del Paese.
Tutto questo parallelamente alla guerra di aggressione israelo-statunitense nei
confronti dell’Iran, ottenendo, per eterogenesi dei fini, non solo di scatenare
una crisi energetica internazionale i cui costi, come sempre, stanno pagando
coloro che hanno sempre subito le conseguenze delle politiche economiche
antisociali, ma anche di ricompattare il consenso attorno alla dittatura
teocratica degli ayatollah.
Tornando alla bella giornata di ieri, a cui hanno aderito numerose associazioni
e che si è avvalsa dell’organizzazione del “Coordinamento Marche Palestina” con
il supporto del centro sociale senigalliese “Spazio Autogestito Arvultura”, da
più di vent’anni fulcro di tutte le iniziative dei movimenti a Senigallia e non
solo, il corteo è proseguito fino al porto, davanti a quel mare dove, a distanza
di migliaia di chilometri, la Sumud Flotilla ha ripreso a navigare verso la
Turchia, mentre è arrivata anche la bella notizia della liberazione di Thiago e
Saif, anche se, come sempre in questi casi, dovranno subire l’espulsione.
C’è stato anche un collegamento in diretta con Vittorio Sergi, seppure
complicato da ascoltare per la cattiva ricezione. In ogni caso, la mattina di
sabato sul Carlino locale era uscita una sua intervista in cui annunciava ancora
“una navigazione di circa 36 ore e due attraversamenti brevi, di circa due ore
l’uno, in acque internazionali tra la Grecia e la Turchia. Questi saranno per
noi i punti più sensibili, poiché sono i luoghi dove più probabilmente la marina
israeliana potrebbe tentare delle azioni contro la flottiglia, come hanno già
annunciato i media israeliani, mentre Marco Rubio, nel suo viaggio in Italia, ha
contattato anche le autorità turche”, prosegue Sergi, “per chiedere loro di non
far partire la flottiglia, di non accoglierla”.
Vittorio ha sottolineato come “stiamo navigando in formazione stretta: tutte le
barche sono organizzate in gruppi «pod», cioè gruppi dove le barche navigano
insieme per sostenersi in caso di problemi tecnici”.
Infine, due considerazioni finali che ci sentiamo di fare: una specifica su
ieri, l’altra di carattere più generale.
Tra i tanti interventi ascoltati, ha decisamente stonato la parte finale del
rappresentante palestinese del Coordinamento che, dopo aver denunciato
giustamente i crimini dello Stato di Israele, ha auspicato una Palestina libera
“dal fiume al mare”, aggiungendo però “dove tutti possano vivere in pace ebrei,
cristiani e musulmani, mentre tutti i sionisti vanno cacciati, non li vogliamo”.
Una frase che potrebbe essere interpretata come una specie di pulizia etnica al
contrario anche se non pensiamo fosse nelle intenzioni del compagno palestinese.
Crediamo che un conto sia l’antisionismo — seppure, come abbiamo già scritto in
passato, la storia del sionismo, come molti nazionalismi, sia complessa — e un
altro sostenere posizioni di questo tipo.
Nel dibattito generale sulla situazione mediorientale, da tempo si è fatta
strada la posizione di chi ritiene ipocrita e obsoleta la formula dei “due
Stati” e viceversa prende come riferimento il “modello Rojava”, cioè una
federazione territoriale, plurale, egualitaria, basata su principi libertari,
femministi e anticapitalisti, dove tutte le culture possano convivere.
L’altra questione, sicuramente delicata, riguarda il tipo di missione.
Ferma restando l’incondizionata solidarietà con chi mette a repentaglio la
propria vita per rilanciare l’attenzione sulla catastrofe in atto a Gaza e in
Cisgiordania, ci sembra opportuna la riflessione uscita sui social e firmata
dalla “Freedom Flotilla Italia”, dal significativo titolo: “Il popolo
palestinese non ha bisogno di essere «salvato» da noi: ci indica, piuttosto, la
strada di una liberazione collettiva”.
Il testo, dopo aver sottolineato come “ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania
rende evidente quello che l’Occidente rappresenta e mette in atto: a Gaza nella
sua forma più barbara e più scoperta, nell’intreccio di interessi, ricatti e
complicità da cui siamo governati”, afferma che è proprio “tale intreccio che
dovremmo fermare qui, sui nostri territori”.
“Il popolo palestinese ha bisogno che ci impegniamo a fare la nostra parte,
ovvero occuparci di far sì che l’Occidente smetta di sostenere il sistema
politico, economico e militare che rende possibile la devastazione di Gaza e
l’occupazione permanente della Palestina”.
“Esiste una contraddizione che attraversa anche i movimenti di solidarietà:
questo parlare continuamente al posto dei palestinesi. Questo prenderne il
posto. Il modo stesso di rappresentarsi”… “decidere strategie e ipotizzare il
loro futuro senza ascoltare chi in effetti vive sotto assedio”.
E ancora: “trasformare una lotta di liberazione in uno spazio simbolico dove
proiettare il nostro bisogno di sentirci giusti, eroici, indispensabili”.
È una dinamica più profonda di quanto vogliamo ammettere e comprendere: una
sopravvivenza culturale del colonialismo dentro le coscienze occidentali, l’idea
che il dolore dei popoli oppressi diventi “credibile” solo quando viene
tradotto, certificato e raccontato da voci europee o occidentali.
Domande, crediamo, legittime; riflessioni che pongono un problema reale, anche
perché mettere a rischio la propria vita e investire risorse economiche non
indifferenti per una spedizione complessa ed estremamente pericolosa sono tutte
energie che sarebbe forse più opportuno indirizzare contro chi, nei nostri
Paesi, è complice del genocidio e delle guerre in atto e, nello stesso tempo,
rivolgere direttamente lo sforzo economico verso il popolo palestinese.
Il comunicato conclude ricordando come “molte e molti dalla Palestina iniziano a
porci domande che non potremmo ignorare”.
Sergio Sinigaglia