
LA STORIA DEL PRIMO MAGGIO: “UNA GIORNATA DI LOTTA PER L’EMANCIPAZIONE DELLA CLASSE LAVORATRICE”
Radio Onda d`Urto - Friday, May 1, 2026
“I cattolici hanno la Pasqua, da oggi in poi anche i lavoratori avranno la loro Pasqua”. Sono le parole pronunciate dal socialista Andrea Costa nel 1893 a proposito della data del Primo maggio, dichiarata dalla Seconda internazionale, nel 1889, Festa internazionale dei lavoratori.
La storia di questa ricorrenza, infatti, affonda le proprie radici nella storia del movimento operaio e delle lotte per l’emancipazione di lavoratori e lavoratrici, in particolare con la rivendicazione della riduzione dell’orario della giornata lavorativa.
Radio Onda d’Urto ha intervistato Maria Grazia Meriggi, storica dei movimenti sociali e delle culture politiche dei mondi del lavoro in Europa nell’Ottocento e Novecento. Ascolta o scarica.
La scelta della data del Primo maggio ha origine nelle grandi mobilitazioni operaie che, nella seconda metà dell’Ottocento, attraversarono gli Stati Uniti d’America e la cui rivendicazione centrale era la riduzione dell’orario della giornata lavorativa. Queste lotte, guidate in un primo momento dall’Ordine dei cavalieri del Lavoro (Knights of Labour), ottennero l’approvazione, nel 1866, da parte dello stato dell’Illinois, della prima legge della storia che stabiliva la giornata di 8 ore lavorative.
“Varare una legge, tuttavia, non significa certo applicarla”, nota Maria Grazia Meriggi. L’applicazione e l’espansione di questa legge in tutti gli Stati Uniti, infatti, fu lenta e graduale. Anche per questo, nel 1886, la Federation of Organized Trades and Labour Unions fissò il Primo maggio, in occasione del 19º anniversario dell’entrata in vigore della legge, come il giorno di scadenza limite per estendere la normativa su tutto il territorio statunitense, pena l’organizzazione di uno sciopero generale a oltranza.
La risposta fu durissima. La polizia operò una repressione durissima, uccidendo 6 lavoratori e ferendone molti altri. Contro la repressione brutale venne organizzata un’altra manifestazione per il giorno successivo, in Haymarket Square. Vi furono scontri e fu lanciata una bomba, che ferì anche dei poliziotti. Nessuno è mai stato in grado di appurare chi lanciò questo ordigno sulla folla. Nonostante questo, furono condannati a morte – senza alcuna prova – 7 militanti anarchici.
“Si tratta dei famosi martiri di Chicago – spiega nell’intervista Maria Grazia Meriggi – che sono entrati nell’iconografia mitologica del movimento operaio americano, ma ancora di più di quello europeo. Infatti, proprio a causa dell’eco di quelle condanne, le autorità federali statunitensi imposero lo spostamento di una data commemorativa di questi episodi non più in maggio ma in una data completamente diversa, cioè il primo lunedì di settembre, che potremmo definire come il Primo maggio americano”.
La grande mobilitazione del movimento operaio statunitense contribuì alla ripresa della mobilitazione per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici anche in Europa. La lotta degli operai negli Stati Uniti, la mobilitazione del Primo maggio 1886 a Chicago e le sue conseguenze repressive furono tema di discussione al Congresso che nel 1889, a Parigi, diede vita alla Seconda internazionale dei lavoratori.
“In tutto questo periodo, che dura fino al secondo dopoguerra, non c’è una istituzionalizzazione del Primo maggio come festa”, spiega Maria Grazia Meriggi ai nostri microfoni. “Era necessario scioperare, oppure organizzare un comizio fuori dall’orario di lavoro. In molti casi, come nella Francia repubblicana, queste manifestazioni venivano duramente represse”.
“In altri casi, per esempio in Italia, ci sono delle amministrazioni comunali che dichiarano che quel giorno è sospeso il lavoro, è una situazione a macchia di leopardo”, aggiunge la storica del lavoro nell’intervista.
Per quanto riguarda l’Italia, aggiunge Meriggi, durante il fascismo il regime “era molto preoccupato del Primo maggio. Mussolini era molto preoccupato dell’eco che aveva nel cuore dei lavoratori e delle lavoratrici italiane. Per questo manifestare il Primo maggio era reato”. “Non solo – aggiunge la studiosa – il regime proclamò il 21 marzo Festa del Lavoro, non dei lavoratori. È significativo, perché si tratta di una cosa molto diversa: il tema non è più il diritto di rivendicare delle trasformazioni della propria condizione da parte dei lavoratori, ma una festa corporativa, che unifica lavoratori e imprenditori, sfruttati e sfruttatori”.
La storia del Primo maggio, quindi, è la storia di una giornata di lotta per i diritti universali e l’emancipazione della classe operaia, della classe lavoratrice. Negli anni, però, il suo senso è stato trasformato, soprattutto dalla narrazione ufficiale e istituzionale, ma non solo. Addirittura molto, troppo spesso la si sente chiamare “Festa del lavoro”, non dei lavoratori e lavoratrici.
“È una giornata che può essere interpretata ancora, oggi, come un momento di mobilitazione – commenta Maria Grazia Meriggi – per ricordare a tutti che esistono due classi, con delle articolazioni interne, ma esiste una classe operaia, che include i precari, i riders, ma anche i lavoratori intellettuali sfruttati, persino i professori universitari (voglio dire che il comando capitalistico ha invaso i luoghi del lavoro, compresi quelli non manuali)… Insomma, è una data che serve a ricordare che esistono delle contrapposizioni sociali che nessuna ideologia può coprire o nascondere”.