LA STORIA DEL PRIMO MAGGIO: “UNA GIORNATA DI LOTTA PER L’EMANCIPAZIONE DELLA CLASSE LAVORATRICE”
“I cattolici hanno la Pasqua, da oggi in poi anche i lavoratori avranno la loro
Pasqua”. Sono le parole pronunciate dal socialista Andrea Costa nel 1893 a
proposito della data del Primo maggio, dichiarata dalla Seconda Internazionale,
nel 1889, Festa internazionale dei lavoratori.
La storia di questa ricorrenza, infatti, affonda le proprie radici nella storia
del movimento operaio e delle lotte per l’emancipazione di lavoratori e
lavoratrici, in particolare con la rivendicazione della riduzione dell’orario
della giornata lavorativa.
Radio Onda d’Urto ha intervistato Maria Grazia Meriggi, storica dei movimenti
sociali e delle culture politiche dei mondi del lavoro in Europa nell’Ottocento
e Novecento. Ascolta o scarica.
La scelta della data del Primo Maggio ha origine nelle grandi mobilitazioni
operaie che, nella seconda metà dell’Ottocento, attraversarono gli Stati Uniti
d’America e la cui rivendicazione centrale era la riduzione dell’orario della
giornata lavorativa. Queste lotte, guidate in un primo momento dall’Ordine dei
cavalieri del Lavoro (Knights of Labour), ottennero l’approvazione, nel 1866, da
parte dello stato dell’Illinois, della prima legge della storia che stabiliva la
giornata di 8 ore lavorative.
“Varare una legge, tuttavia, non significa certo applicarla”, nota Maria Grazia
Meriggi. L’applicazione e l’espansione di questa legge in tutti gli Stati Uniti,
infatti, fu lenta e graduale. Anche per questo, nel 1886, la Federation of
Organized Trades and Labour Unions fissò il Primo maggio, in occasione del 19º
anniversario dell’entrata in vigore della legge, come il giorno di scadenza
limite per estendere la normativa su tutto il territorio statunitense, pena
l’organizzazione di uno sciopero generale a oltranza.
La risposta fu durissima. La polizia operò una repressione durissima, uccidendo
6 lavoratori e ferendone molti altri. Contro la repressione brutale venne
organizzata un’altra manifestazione per il giorno successivo, in Haymarket
Square. Vi furono scontri e fu lanciata una bomba, che ferì anche dei
poliziotti. Nessuno è mai stato in grado di appurare chi lanciò questo ordigno
sulla folla. Nonostante questo, furono condannati a morte – senza alcuna prova –
7 militanti anarchici.
“Si tratta dei famosi martiri di Chicago – spiega nell’intervista Maria Grazia
Meriggi – che sono entrati nell’iconografia mitologica del movimento operaio
americano, ma ancora di più di quello europeo. Infatti, proprio a causa dell’eco
di quelle condanne, le autorità federali statunitensi imposero lo spostamento di
una data commemorativa di questi episodi non più in maggio ma in una data
completamente diversa, cioè il primo lunedì di settembre, che potremmo definire
come il Primo maggio americano”.
La grande mobilitazione del movimento operaio statunitense contribuì alla
ripresa della mobilitazione per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici
anche in Europa. La lotta degli operai negli Stati Uniti, la mobilitazione del
Primo maggio 1886 a Chicago e le sue conseguenze repressive furono tema di
discussione al Congresso che nel 1889, a Parigi, diede vita alla Seconda
internazionale dei lavoratori.
“In tutto questo periodo, che dura fino al secondo dopoguerra, non c’è una
istituzionalizzazione del Primo maggio come festa”, spiega Maria Grazia Meriggi
ai nostri microfoni. “Era necessario scioperare, oppure organizzare un comizio
fuori dall’orario di lavoro. In molti casi, come nella Francia repubblicana,
queste manifestazioni venivano duramente represse”.
“In altri casi, per esempio in Italia, ci sono delle amministrazioni comunali
che dichiarano che quel giorno è sospeso il lavoro, è una situazione a macchia
di leopardo”, aggiunge la storica del lavoro nell’intervista.
Per quanto riguarda l’Italia, aggiunge Meriggi, durante il fascismo il regime
“era molto preoccupato del Primo maggio. Mussolini era molto preoccupato
dell’eco che aveva nel cuore dei lavoratori e delle lavoratrici italiane. Per
questo manifestare il Primo maggio era reato”. “Non solo – aggiunge la studiosa
– il regime proclamò il 21 marzo Festa del Lavoro, non dei lavoratori. È
significativo, perché si tratta di una cosa molto diversa: il tema non è più il
diritto di rivendicare delle trasformazioni della propria condizione da parte
dei lavoratori, ma una festa corporativa, che unifica lavoratori e imprenditori,
sfruttati e sfruttatori”.
La storia del Primo maggio, quindi, è la storia di una giornata di lotta per i
diritti universali e l’emancipazione della classe operaia, della classe
lavoratrice. Negli anni, però, il suo senso è stato trasformato, soprattutto
dalla narrazione ufficiale e istituzionale, ma non solo. Addirittura molto,
troppo spesso la si sente chiamare “Festa del lavoro”, non dei lavoratori e
lavoratrici.
“È una giornata che può essere interpretata ancora, oggi, come un momento di
mobilitazione – commenta Maria Grazia Meriggi – per ricordare a tutti che
esistono due classi, con delle articolazioni interne, ma esiste una classe
operaia, che include i precari, i riders, ma anche i lavoratori intellettuali
sfruttati, persino i professori universitari (voglio dire che il comando
capitalistico ha invaso i luoghi del lavoro, compresi quelli non manuali)…
Insomma, è una data che serve a ricordare che esistono delle contrapposizioni
sociali che nessuna ideologia può coprire o nascondere”.