MIGRANTI: NUOVO PATTO EUROPEO, PER OPEN ARMS È “UNA RIFORMA EPOCALE CHE DIMENTICA CHI MUORE IN MARE”
Il 12 giugno 2026 è entrato in vigore il Nuovo Patto europeo su Migrazione e
Asilo, insieme alle norme italiane di attuazione.
Le nuove disposizioni introducono cambiamenti radicali, dalle identificazioni
più severe, alle procedure di frontiera accelerate, oltre a un ampio ricorso
alla detenzione. Il patto modifica profondamente anche la condizione giuridica
dei Minori Non Accompagnati.
Diverse le organizzazioni che denunciano il rischio di compromettere il diritto
d’asilo, tra queste Open Arms. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuta
Valentina Brinis, Advocacy Officer dell’associazione Open Arms. Ascolta o
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Di seguito il comunicato diffuso da Open Arms:
Dal 12 giugno entra in vigore una parte del Patto Europeo sulla Migrazione e
l’Asilo. Open Arms: In centinaia di pagine di regolamenti, procedure e
meccanismi di controllo, il soccorso in mare non viene menzionato. Questo
silenzio non è una dimenticanza: è una scelta politica deliberata.
12.06.2026 – Da oggi, 12 giugno, entrerà in vigore una parte del Patto Europeo
sulla Migrazione e l’Asilo. Una riforma che si presenta come la risposta europea
strutturale al fenomeno migratorio, ma che non prevede misure dedicate al
soccorso delle persone in difficoltà nelle acque del Mediterraneo. Non sono
stati infatti approntati meccanismi di coordinamento, risorse o riconoscimenti
del ruolo delle organizzazioni umanitarie che ogni giorno operano in quelle
acque.
Secondo i numeri rilasciati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i
Rifugiati, nei primi cinque mesi del 2026, 1.239 persone sono morte o disperse
nel Mediterraneo. Un incremento superiore al 150% (dato OIM) rispetto allo
stesso periodo dell’anno precedente: il dato più alto per questo periodo
dell’anno dal 2014. Intanto, solo il 21% delle persone arrivate in Italia nei
primi cinque mesi del 2026 è stato soccorso da navi delle ONG nel Mediterraneo.
“Il Mediterraneo non ha bisogno di più controllo. Ha bisogno di più soccorso, di
più mezzi, di più persone formate per farlo. Il Patto va nella direzione
opposta.” – afferma Valentina Brinis, advocacy officer di Open Arms, ONG che
lavora da oltre 10 anni e ha affiancato al lavoro di ricerca e soccorso nel
Mediterraneo anche una vera e propria attività di monitoraggio dei flussi.
Una governance costruita per innalzare muri, non per tutelare persone – Il Patto
evidenzia un approccio securitario e il peggioramento delle condizioni di
accoglienza con un aumento generalizzato delle espulsioni, violando il principio
di non respingimento e la Costituzione italiana, che prevede la valutazione
individuale per le richieste d’asilo.
Le misure che entrano in vigore oggi disegnano un’idea molto precisa di cosa
l’Europa voglia fare della migrazione: gestirla come una minaccia da contenere,
non come una realtà umana da governare con strumenti adeguati. Le modifiche
approvate rafforzano un’impostazione che svuota progressivamente il diritto
d’asilo della sua dimensione individuale, sostituendo l’esame effettivo delle
singole storie con presunzioni di sicurezza, automatismi e procedure accelerate.
La procedura accelerata obbligatoria per chi proviene da paesi con tasso di
riconoscimento inferiore al 20% è forse la misura più preoccupante: chi arriva
da determinati paesi viene giudicato in base alla propria nazionalità, non alla
propria storia. Un esempio su tutti è quello delle migrazioni ambientali
provenienti dal Bangladesh. Da anni Open Arms soccorre nel Mediterraneo un
numero crescente di persone provenienti dal Bangladesh: nei primi tre mesi del
2026, i bangladesi rappresentano il 29% di tutti gli arrivi via mare in Italia.
Con l’entrata in vigore del Patto, queste persone – dopo un anno di viaggio,
dopo aver attraversato deserti, frontiere e il Mediterraneo – saranno
automaticamente sottoposte a procedura accelerata e, nella grande maggioranza
dei casi, rimpatriate poiché il paese d’origine è ritenuto, sicuro nonostante
l’innalzamento del livello del mare ha postato allo sfollamento di circa 20
milioni di persone e il paese sia terzo paese al mondo con il più alto rischio
di sfollamento per alluvione.
In tutti questi anni, non ci sono state proposte in merito alla costruzione di
un’alternativa sicura per queste persone: nessun corridoio umanitario, nessun
visto, nessun accordo che permettesse a queste persone un viaggio regolare e
sicuro. Il Patto non cambia nulla in questo senso: non prevede alcuna misura di
accesso legale, alcun canale alternativo alla traversata del mare. A confermare
questo approccio securitario è anche la circolare che, in vista dell’entrata in
vigore del Patto, dispone l’attivazione immediata di tavoli interistituzionali
presso le Prefetture dei porti assegnati alle ONG, con particolare attenzione
alle procedure di screening sanitario coordinate con la CRI: un impianto che
disciplina nei minimi dettagli il controllo e la gestione degli arrivi, mentre
continua a non prevedere alcuna misura strutturale di soccorso in mare.
“Questo Patto tutela i cittadini europei da un pericolo immaginario e lascia
senza protezione le persone che ne avrebbero più bisogno: persone che, anche
quando non fuggono da persecuzioni dirette, sono costrette a rotte che
richiedono anni perché non esiste nessuna via alternativa e legale per
raggiungere l’Europa.” denuncia Valentina Brinis, advocacy officer di Open Arms.