Le città «identitarie» e la nostalgia del fascismoL’amministrazione del leghista Alan Fabbri, sindaco di Ferrara al secondo
mandato, a distanza di anni si conferma parte di un laboratorio politico della
destra italiana volto a riscrivere la storia locale e nazionale del fascismo.
Strutturato o improvvisato che sia, questo laboratorio, ha prima di tutto
ridotto a brand e spettacolo continuo la città di Ferrara, occupando da anni, e
per mesi, le piazze e i parchi principali cittadini con kermesse musicali e
televisive dal grande impatto ambientale e sociale, con gravi disagi per gli
abitanti, molti dei quali in risposta hanno costituito gruppi e comitati di
protesta (Comitato di quartiere Caldirolo libera, Gruppo Save the park per la
difesa del Parco Bassani, Comitato dei residenti di Piazza Ariostea).
L’urbanista Romeo Farinella a riguardo ha scritto:
> la trasformazione del Parco Urbano Giorgio Bassani in arena per grandi eventi
> di massa, […] 1.200 ettari di ecosistema urbano concepito come opera di
> rinaturalizzazione – è stato trasformato nella sede di concerti da 50.000
> spettatori l’uno. Il risultato, dopo Springsteen [anno 2025, NdR] e Vasco
> Rossi [anno 2026, NdR] ci mostra un parco letteralmente devastato.
Per quanto attiene agli eventi nella cornice di piazza Ariostea, recentemente il
giornalista Andrea Musacci, in un dettagliato articolo per Lavocediferrara.it,
spiega che l’edizione 2026 del Summer festival, 19 eventi dal 13 giugno al 26
luglio, ha visto la decisa reazione dei residenti:
> Nella diffida inviata lo scorso 11 maggio dal legale dei residenti a Comune,
> Prefetto, Soprintendenza e ARPAE, si contesta la violazione da parte del
> Comune della Delibera della Regione Emilia-Romagna n. 1197/2020 per la
> disciplina delle manifestazioni temporanee. Delibera che prevede che i Comuni
> adeguino i propri regolamenti ai criteri dalla stessa entro 12 mesi dalla sua
> entrata in vigore. Adeguamento non fatto dal Comune di Ferrara, che continua a
> utilizzare un Regolamento per la disciplina delle attività rumorose del 2014,
> non più valido.
La giunta Fabbri, dunque, dopo aver mercificato piazze e parchi pubblici, messo
mano alla toponomastica cittadina (luoghi dedicati a Bettino Craxi, Sgarbi
padre, e Sergio Ramelli), ora riempie il vuoto che ha creato proponendo un
identitarismo puerile, calato dall’alto, intriso di fascismo, finanziato con
soldi pubblici. Ci riferiamo alla proposta di un ennesimo festival, questa volta
delle fantomatiche «città identitarie», che si terrà in città dal 2 al 5 luglio
prossimo.
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ESTREMA DESTRA
EJA EJA PROPRIETÀ
Redazione Jacobin Italia
Come segnalato dall’Anpi di Ferrara, il «Festival delle città identitarie» è
sostenuto da fondi statali e comunali, parte dei quali sottratti al bilancio del
Comune, più precisamente al finanziamento di borse di studio e tirocini per
studenti universitari. Tra i personaggi che hanno dato identità culturale alla
città ci sarebbe, secondo gli organizzatori, in qualità di aviatore, il ras
squadrista Italo Balbo, inserito senza un apparente filo logico tra le figure di
Lucrezia Borgia e i registi Florestano Vancini e Michelangelo Antonioni.
Su Jacobin abbiamo già parlato delle bande paramilitari agli ordini di Balbo, le
quali usarono la violenza e il terrore per spegnere i tentativi di emancipazione
della classe lavoratrice bracciantile e creare una società di sudditi e
sottoposti. Per un ritratto più esaustivo rimandiamo ancora una volta al lavoro
di Girolamo De Michele, autore del libro Un delitto di regime. Vita e morte di
don Minzoni, prete del popolo (Neri Pozza, 2023).
Tuttavia la figura di Italo Balbo va tratteggiata con precisione anche perché il
ras risulta protagonista di un continuo e pericoloso tentativo odierno di
normalizzare il fascismo nazionale e cambiare l’immagine stessa di Ferrara, già
città Medaglia d’argento della Resistenza italiana.
Occorre ribadire che, sottesa a questo tipo di operazioni, c’è la volontà di
ridurre la portata delle gravissime responsabilità morali e storiche del
fascismo attraverso personaggi dal profilo apparentemente «moderno». Celebrare
la grandezza di aspetti unidimensionali o del tutto parziali, serve a
dimenticare la Storia, con la cornice terribile, l’idea bieca dello sviluppo
della persona e delle relazioni umane, insomma l’esperienza catastrofica del
fascismo italiano.
Sul piano locale, il già citato Farinella ha evidenziato come le vicende
cittadine narrate fin qui in qualche modo si intreccino e sovrappongano
generando se non un disegno, di certo un risultato politico revanscista
concreto:
Al parco dedicato allo scrittore [Giorgio Bassani, NdR] che raccontò al mondo la
Ferrara del fascismo e delle leggi razziali si contrappone ora un festival che
celebra Italo Balbo – uno dei costruttori di quella stessa stagione – come
figura identitaria della città, con tanto di saluti istituzionali del
vicesindaco in piazza Municipio.
In passato, a proporre la celebrazione del gerarca ferrarese in qualità di
trasvolatore ed eroe dell’aeronautica, in spregio ai portati della storiografia
recente – e forse ignorando che la tomba del gerarca di Quartesana, a Orbetello,
è tuttora parte del gran tour dei neofascisti della penisola – era stato il
divulgatore culturale ferrarese Vittorio Sgarbi.
Ebbene, per evitare la celebrazione acritica del capo squadrista, vale la pena
ricordare con lo storico Nick Carter che Balbo portò nel ferrarese una
catastrofe sociale: distruzione economica, violenza e morte. Ne Il fascismo in
persona (Mimesis 2021), collettanea curata da Andrea Baravelli, Carter ribadisce
che è chiaro come «Il ritorno di interesse per Italo Balbo, con l’annesso
moltiplicarsi delle iniziative celebrative, sia stato prodotto da una memoria
selettiva, che ha oscurato gli aspetti più deprecabili del passato per esaltare
un solo aspetto: il Balbo aviatore». Un altro storico, Paul Corner, definisce
Italo Balbo «un uomo di profondo cinismo, che curava la sua stella senza badare
troppo alle implicazioni per gli altri […] Il fascismo per lui fu soprattutto
veicolo di ascesa e di affermazione personale».
Ma purtroppo, nell’operazione «Città identitarie» non si tratta solo
dell’apologia di un gerarca fascista. Città identitaria è di per sé un ossimoro,
un pleonasmo, in sé la definizione non vuol dire nulla, ma attenzione ancora una
volta al vuoto e alle formule vacue, perché in tempo di crisi finiscono per
colmare voragini.
Come ha spiegato Francesco Remotti ne L’ossessione identitaria (Laterza 2017),
l’identitarismo è sempre sintomo di una crisi politica e socio-culturale.
L’identitarismo è un mito moderno conflittuale e esclusivo, spesso diretto
contro minoranze e legato a tradizioni dal carattere antidemocratico. Inoltre,
verrebbe da chiedersi se esistono città non identitarie. Tutti i luoghi sono
portatori di una qualche identità, quest’ultima è sempre mobile, e in tal senso
non esistono città non identitarie, ma la verità è che dietro questo uso
distorto delle parole ci sono vecchie idee che per fortuna conosciamo bene
grazie ai lavori di Furio Jesi (Cultura di destra) e Umberto Eco (Ur-fascismo).
Per togliere dubbi residui basti leggere il sedicente Manifesto (in realtà
qualche generico e superficiale paragrafo) del sito Culturaidentità.it, fondato
da Edoardo Sylos Labini, conduttore della trasmissione televisiva Radix su
Raitre, per comprendere che l’iniziativa in questione trascende la vicenda di
Balbo; in realtà si tratta di un sito da cui partono una serie di proposte
culturali tese surretiziamente a sdoganare il razzismo attraverso un insieme di
elementi a noi ben noti: la declinazione del termine «identità» del tutto
esclusiva, l’uso di mitologie irrazionalistiche sulle passate virtù italiche, la
favola circa una antica nazione da preservare; il tutto condito con una
spruzzata di beni culturali e paesaggio, di bellezza, banda larga e rinascita
della provincia. Con questo manifesto e con quello sovrapponibile di
«CulturaIdentità» siamo poco distanti dall’idea di purezza, si ammicca a una
difesa di un «noi» interclassista, antico e fisso, edenico, a una nazione messa
a repentaglio non dalle disuguaglianze, dall’ingiustizia, dalle responsabilità
delle classi dirigenti, ma da un nemico estraneo e esterno – ovviamente lo
straniero – impegnato a sostituirci, e in qualche modo a inquinare e deteriorare
l’ambiente ancestrale.
Si legga per esempio questo stralcio, all’apparenza innocuo, sullo spopolamento,
preso dal Manifesto delle città identitarie, badando all’asserzione che ho
sottolineato:
> ad abitare questi centri restano solo gli anziani e, spesso, gli immigrati
> distribuiti nei centri d’accoglienza, unica possibilità per gli amministratori
> locali di recuperare ed utilizzare risorse da riversare sul territorio. Di
> fatto è in questo entroterra che si realizza il fenomeno della grande
> sostituzione. Solo un cambio di paradigma culturale e, soprattutto, economico,
> che favorisca il reinsediamento produttivo, manifatturiero o agricolo, potrà
> davvero arrestare questo processo, incentivando giovani e adulti in età
> fertile a trasferirvisi.
Mentre la parte finale del Manifesto di CulturaIdentità ribadisce:
> Italianizzare. Favoriamo, incentiviamo, premiamo il ritorno in Patria degli
> intelletti italiani dispersi all’estero per costrizioni economiche.
> Sovranizzare. Restituiamo la propria storia a ogni gente, lottiamo per la
> sovranità di tutti i popoli senza divario di stirpe, di lingua, di classe, di
> religione (sic). Integrare. Consentiamo l’inserimento di chi vive una
> disabilità in un contesto sociale e culturale, regaliamo una speranza
> abbattendo ogni barriera mentale. Riordinare. Ricominciamo dall’ovvio, dal
> normale, dall’ordine naturale delle cose (sic). Rifiutiamo il finto
> umanitarismo livellatore, eterofobico. Difendere. Difendiamo la persona, la
> famiglia dal suo inviolabile domicilio rivendicando con forza la legittima
> difesa.
A parte la scomparsa dell’individuo con i suoi diritti, contro l’umanitarismo e
l’uguaglianza, in questo poco chiaro «ordine naturale» (ma la natura è tutto
tranne che una categoria interpretativa), si inneggia alla difesa armata della
proprietà.
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CITTÀ
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Redazione Jacobin Italia
Quanto al ruralismo dannunziano dei succitati manifesti, quando si parla dei
coltivatori della terra, della provincia agricola spopolata italiana al cospetto
della nazione, gli autori potrebbero magari ricordare con Antonio Gramsci che il
Regno d’Italia i contadini italici li ha storicamente schiacciati sotto il peso
di una tassazione iniqua, per poi mandarli a farsi sterminare nelle trincee a
centinaia di migliaia; e che il fascismo, dopo aver oppresso il mondo
bracciantile su commissione degli agrari, nella Seconda guerra mondiale portò il
paese alla distruzione, accompagnato dalle Leggi razziali e dalle occupazioni
coloniali. Il vero distruttore della sovranità italiana così tanto osannata da
post e neofascisti odierni, è stato, è bene ricordarlo, il fascismo stesso,
gettandosi in maniera irresponsabile in alleanze e conflitti il cui prezzo è
stato pagato per intero dalle classi popolari italiane.
Un manifesto vacuo dunque, dal lessico destrorso, dove troviamo i termini
consueti dell’identitarismo reazionario della peggiore destra italiana, «terra,
tradizione, nazione», «valori ancestrali» ma mai un cenno alla Repubblica, alla
democrazia, alla Costituzione italiana, ai diritti umani e internazionali, alla
costruzione della pace.
Un sito e un festival che a loro modo rivelano un network intorno a cui ruotano
una serie di soliti personaggi firmatari: intellettuali, da Diego Fusaro,
Marcello Veneziani, al già citato Sgarbi; compaiono pure i nomi del comico
Umberto Smaila, del cantante Enrico Ruggeri, o dello chef Carlo Cracco.
Personaggi che in questa compagine dovrebbero avere il compito di accreditare e
rendere presentabili le proposte culturali di destra, che purtroppo presentabili
non sono.
Sorprende che un’iniziativa così sbilanciata all’estrema destra raccolga le
adesioni di alcuni operatori culturali locali, come l’attore e cineasta Stefano
Muroni, che finora si era attestato sul crinale del cerchiobottismo, tra
rivalutazioni acritiche del gerarca Rossoni in qualità di «rifondatore» di
Tresigallo, e il film dedicato all’omicidio squadrista di Don Minzoni, parroco
antifascista di Argenta, ucciso nel 1923, probabilmente su mandato, ma di certo
con l’avallo del già citato Balbo.
In questo contesto confusionario, nel quale però la confusione ha il suo ruolo
specifico, l’operato del Comune di Ferrara, attraverso i suoi rappresentanti, il
vice sindaco Alessandro Balboni e l’assessore alla cultura Marco Gulinelli,
conferma il ruolo di testa di ponte di questa città che, se in passato è stata
il laboratorio politico dello squadrismo agrario, oggi continua a rappresentare
il varco o il crocevia dove si fanno strada la destra italiana a nord e la lega
a sud del Po.
Un’amministrazione che vuole costruire una nuova identità attraverso l’abuso
della storia come veicolo identitario e propagandistico, il revisionismo
acritico, la rimozione e rivalutazione pseudoscientifica (si veda anche il già
citato caso di Tresigallo), non confrontandosi con i massimi princìpi civili
dell’umanità, ma sempre trincerati in un’espressione di sé ambivalente, in
quanto ipermoderna, perché deumanizzante, e al contempo nostalgica della
peggiore epoca storica nazionale. Già, perché soltanto vivere nella nostalgia
(cosciente o inconscia che sia) del fascismo può produrre un discorso dove viene
calpestato il patrimonio culturale di una città Patrimonio dell’Unesco, per
poter smarrire ad arte il senso della Storia.
*Sandro Abruzzese, insegnante e scrittore irpino, vive a Ferrara. È autore di
Mezzogiorno padano (Manifestolibri, 2015), CasaperCasa (Rubbettino, 2018) e
Niente da vedere (Rubbettino, 2022). Gli ultimi due titoli sono usciti nella
collana «Che ci faccio qui», diretta dall’antropologo Vito Teti. Nel 2025, per i
tipi di Rogas, ha pubblicato Meridionali si diventa, scritti 2015-2025, raccolta
di saggi e interventi sulla questione meridionale. È tra gli autori del
documento Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica. Collabora con
quotidiani e su siti letterari tra i quali Doppiozero e Le parole e le cose. Il
suo blog personale si chiama Raccontiviandanti.
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