Cuba in Angola: un’odissea africana
Articolo di Nicola Tanno
Il 1975 viene di solito considerato come un anno nero per il governo
statunitense, che dopo più di un decennio di bombardamenti e massacri di massa
fu costretto a ritirarsi dal Vietnam del Sud. Pochi, però, ricordano che in
quello stesso anno si consumò un’altra sconfitta per l’amministrazione
Ford-Kissinger, consumatasi lontana dai riflettori, ma pregna di conseguenze a
lungo termine.
Nel novembre 1975 prese il via l’operazione Carlota, la missione cubana di
sostegno militare al Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (Mpla), che
la vide contrapposta sul campo contro vari alleati di Washington: i movimenti
angolani Fnla e Unita di orientamento anticomunista, lo Zaire di Mobutu e,
soprattutto, il Sudafrica dell’apartheid.
In poche settimane il Mpla e centinaia di soldati caraibici si fronteggiarono
con questi nemici ottenendo una vittoria pregna di effetti: l’indipendenza
dell’Angola e la sua (momentanea) unità territoriale, l’affermazione militare di
un movimento di sinistra, il ridimensionamento delle ambizioni del reazionario
Mobutu e, soprattutto, la prima fondamentale sconfitta dell’esercito bianco
sudafricano. Quest’ultimo evento incrinò l’immagine di invincibilità di Pretoria
e aprì le porte a nuove rivolte dentro e fuori il paese.
Il 7 novembre 1975 un battaglione di 652 uomini appartenenti alle Forze Speciali
del Ministero degli Interni cubano (le Tropas Especiales del Minint) prese il
volo verso Luanda. Nel frattempo, un reggimento d’artiglieria con centinaia di
soldati salpò a bordo della nave Vietnam Heroico diretto anch’esso verso
l’Angola.
L’obiettivo era quello di fermare l’avanzata settentrionale dell’armata
controllata da Mobutu (il Fronte di Liberazione Nazionale dell’Angola, Fnla) e,
a sud, quella del Sudafrica. Sia gli Stati uniti che l’Unione sovietica rimasero
di stucco di fronte alla spregiudicatezza dell’azione cubana. Per quale motivo
Fidel Castro decise di impegnarsi in una missione a più di diecimila chilometri
da casa? Quali erano le finalità dell’operazione Carlota?
DA ALGERI A LUANDA
Come racconta Piero Gleijeses in Conflicting Missions. Havana, Washington and
Africa 1959–1976, l’attivismo cubano in Africa cominciò subito dopo la vittoria
della rivoluzione del 1959. Nel 1963 trecentocinquanta soldati cubani si
mobilitarono in sostegno del governo algerino di Ben Bella per resistere alle
pretese espansionistiche del Marocco. Non vi furono scontri armati: la sola
presenza cubana bastò a far desistere Rabat dai suoi progetti.
Cuba era convinta che l’Africa fosse in ebollizione e che il modo migliore per
indebolire l’imperialismo statunitense fosse quello di esportarvi la
rivoluzione. Nel 1965 Ernesto Che Guevara – per conto del governo cubano e non
per una sua iniziativa personale – guidò un centinaio di volontari in sostegno
alla rivolta dei Simba, di orientamento lumumbista e attiva nella zona orientale
del Congo. Tuttavia, gli esiti della missione furono fallimentari, come
testimoniato dalla frustrazione che emerge dalle pagine dei diari del Che: agli
occhi di Guevara, i Simba apparivano indisciplinati, scarsamente motivati e
incapaci di conquistare la fiducia della popolazione locale.
Nonostante quest’insuccesso, l’azione cubana in Africa non si interruppe. Il Che
aveva allacciato rapporti con vari movimenti anticoloniali – soprattutto quelli
della Guinea Bissau e dell’Angola – oltre che con governi d’ispirazione
socialista come la Tanzania di Julius Nyerere e il Congo di Alphonse
Massamba-Débat. Proprio in Congo (quello confinante con lo Zaire), i cubani
installarono una base logistica e diplomatica che si rivelò fondamentale per le
operazioni successive.
La più importante di queste, fino al 1975, fu il sostegno al Paigc (Partito
Africano per l’Indipendenza della Guinea Bissau e di Capo Verde) nella sua lotta
contro l’Impero portoghese: quello che, non a caso, gli Stati uniti definirono
nel 1967 «il movimento di liberazione nazionale di maggior successo». Sostenuto
dal governo della Guinea di Ahmed Sékou Touré e armato dai sovietici, il Paigc
beneficiò molto dell’assistenza sanitaria cubana: quelli provenienti dall’Avana
furono gli unici medici attivi in tutta la guerriglia anti-portoghese.
Tuttavia, fu in Angola che l’impatto dell’intervento cubano raggiunse il suo
apice, al punto da mobilitare le maggiori potenze regionali e mondiali. A
seguito della Rivoluzione dei Garofani, l’Impero Portoghese collassò. La nuova
giunta militare progressista si impegnò da subito nello smantellamento delle
colonie e, tra queste, la più importante era certamente l’Angola.
Grande quasi quattro volte l’Italia, l’Angola era il quarto produttore mondiale
di caffè e il sesto produttore di diamanti, nonché un importante esportatore di
petrolio. Inoltre, si trattava di un territorio attraversato da profonde
divisioni etniche e con una numerosa popolazione bianca. A differenza della
Guinea Bissau, però, la guerriglia angolana si era dimostrata non solo
relativamente debole, ma anche frammentata in tre movimenti rivali. Il Mpla, di
orientamento marxista, era radicato a Luanda, nella fascia centro-settentrionale
del paese e nell’enclave di Cabinda, ed era guidato dall’intellettuale Agostinho
Neto. Il Fnla, strumento nelle mani del presidente zaireano Joseph-Désiré
Mobutu, operava nel nord e tentava di inserirsi nella capitale. Infine, la Unita
del carismatico e ambiguo Jonas Savimbi, destinata a un ruolo centrale negli
anni successivi ma nel 1975 militarmente inferiore alle altre due forze.
Il 15 gennaio 1975, con gli accordi di Alvor, il governo portoghese stabilì che
l’Angola sarebbe diventata indipendente l’11 novembre dello stesso anno e che,
nel frattempo, il paese sarebbe stato governato da un esecutivo transitorio
formato dalle tre organizzazioni. Dopo poche settimane, però, quell’unità
artificiale si sfaldò e scoppiò una guerra civile aperta. Il Fnla di Holden
Roberto – che da più di quindici anni viveva a Kinshasa protetto da Mobutu –
cercò fin da subito di prendere il controllo militare della capitale penetrando
da nord, e tentò anche di conquistare l’enclave di Cabinda, contando sulla
potenza militare garantita da Mobutu e dal sostegno statunitense.
Ciò che però mancava alle truppe di Roberto, e che invece possedevano Neto e il
Mpla, era la motivazione dei suoi soldati e il sostegno della popolazione. Nella
capitale, il movimento marxista espulse rapidamente il Fnla, mentre a nord le
brigate del Mpla resistettero agli attacchi sia nei pressi di Luanda sia
nell’enclave di Cabinda. La vittoria del Mpla sembrava ormai scontata quando, il
14 ottobre, le Sadf, le Forze di Difesa Sudafricane, invasero il paese da sud.
LA BATTAGLIA DI EBO
L’operazione Savannah, come venne battezzata dai sudafricani, era composta
prevalentemente da truppe regolari e da milizie della Unita (Unione Nazionale
per l’Indipendenza Totale dell’Angola), le forze guidate da Jonas Savimbi.
Caduto l’Impero portoghese, i razzisti sudafricani non potevano accettare che il
grande paese centroafricano cadesse nelle mani di un movimento marxista, che
avrebbe senza dubbio dato manforte ai movimenti anti-apartheid e alle forze
indipendentiste della Namibia. Sostenuti segretamente dagli Stati uniti e ben
consapevoli che il Mpla era pressato anche da nord, i sudafricani decisero
allora di attaccare da sud, convinti che il movimento marxista angolano non
avrebbe potuto reggere tre fronti contemporaneamente. In particolare, sia per
Pretoria che per Kinshasa, era fondamentale raggiungere Luanda prima dell’11
novembre, data in cui sarebbe stata proclamata l’indipendenza del paese.
Come previsto dagli strateghi della Sadf, l’avanzata da sud fu rapida,
nonostante le resistenze del Mpla e di alcune forze cubane già presenti sul
territorio. Pressata da nord e da sud, la caduta di Luanda sembrava imminente.
Fu a quel punto che Fidel Castro assunse la decisione storica di inviare un
contingente molto più ampio in sostegno di Neto. I rapporti da Brazzaville e da
Luanda sottolineavano la situazione critica in cui versava l’esercito angolano:
per Cuba non vi erano che due opzioni, o ritirare i pochi istruttori e militari
presenti sul fronte, oppure inviare migliaia di uomini. Su richiesta di Neto,
Castro optò per la seconda via. Si trattava di una scelta rischiosa: l’Unione
sovietica era impegnata in un delicato negoziato con gli Usa sulla riduzione
degli armamenti nucleari e non vedeva di buon occhio una maggiore mobilitazione
in Africa, Washington avrebbe reagito con ulteriore ostilità verso l’isola
ribelle e, soprattutto, venivano schierate le migliori truppe cubane in una
missione a diecimila chilometri dai propri confini. Un eventuale fallimento
della missione sarebbe potuto essere fatale per l’intero progetto
rivoluzionario.
Giunti a Luanda, i soldati cubani – guidati da Raúl Díaz Argüelles – furono
immediatamente dirottati a Quifangondo, a difesa della strada che conduceva
direttamente alla capitale. Fu lì, a soli tredici miglia da Luanda, che il 10
novembre 1975 850 angolani, 200 ribelli del Katanga (nemici di Mobutu) e 88
cubani respinsero l’attacco del contingente guidato da Holden Roberto. I 2.000
miliziani del Fnla, 1.200 zairiani, 120 mercenari portoghesi e un pugno di
consiglieri sudafricani e della Cia non riuscirono a sfondare le difese e furono
costretti alla ritirata. Il giorno dopo, l’11 novembre, come stabilito dagli
accordi di Alvor, i portoghesi ammainarono la propria bandiera dopo quasi cinque
secoli di dominio coloniale, e la sovranità passò ufficialmente al Mpla, che
proclamò la Repubblica Popolare dell’Angola con Agostinho Neto presidente.
Nel frattempo, a nord, 1.000 angolani e 232 cubani respinsero un nuovo assalto
delle truppe di Mobutu. Ma i pericoli maggiori provenivano dal sud. Fu lì,
presso la piccola località di Ebo, che l’armata internazionalista di uno Stato
socialista caraibico incontrò per la prima volta il potente esercito razzista e
colonialista sudafricano.
Dopo aver travolto le forze del Mpla e conquistato l’importante nodo stradale di
Cela, la colonna sudafricana della Task Force Foxbat si diresse verso la
capitale. Intuendo la direttrice dell’avanzata, Díaz Argüelles organizzò
un’imboscata esemplare: settanta militari cubani, affiancati da un piccolo
reparto angolano, aprirono il fuoco contro le truppe bianche sudafricane e la
fanteria della Unita, uccidendo una novantina di soldati nemici e distruggendo
otto mezzi corazzati. Lo scontro, benché circoscritto, ebbe un impatto
psicologico enorme. Nelle parole di un ufficiale sudafricano, fu «una domenica
nera» per Pretoria. Per la prima volta, l’avanzata sudafricana era stata
fermata, e non dall’esercito di una grande potenza occidentale, ma da una
manciata di comunisti caraibici. Le immagini dei prigionieri bianchi catturati
dagli angolani e dai cubani ebbero un effetto devastante in patria, incrinando
l’immagine di invincibilità che la Sadf coltivava da decenni. Da quel momento in
poi, l’idea che il Sudafrica potesse prendere Luanda «in poche settimane»
cominciò a svanire.
La vittoria di Ebo non pose fine ai combattimenti, ma segnò un punto di non
ritorno. Tra novembre e dicembre sbarcarono presso le coste angolane migliaia di
giovani soldati cubani, che riuscirono a sconfiggere non solo le forze di
Mobutu, ma anche mercenari britannici e francesi reclutati nell’ambito di
un’operazione finanziata dagli Stati uniti. A sud, i sudafricani – nonostante
diversi tentativi di penetrare verso Luanda – furono infine costretti al ritiro
completo tra gennaio e marzo 1976 e preferirono concentrarsi sul riarmo della
Unita di Savimbi. Nei tre lustri successivi, la guerra tra due «visioni di
libertà» – come titola il libro di Piero Gleijeses Visions of Freedom, dedicato
al confronto tra Cuba e Sudafrica dopo il 1976 – continuò a lungo, fino alla
grande battaglia di Cuito Cuanavale del 1987.
Come dichiarò anni dopo un ufficiale sudafricano in pensione, l’Angola
rappresentò «la Baia dei Porci» dell’esercito razzista. L’immagine di
invincibilità della Sadf, costruita in decenni di dominio militare e di secoli
di colonialismo europeo, era stata infranta. E le conseguenze non tardarono a
manifestarsi. A marzo 1976 i guerriglieri della Swapo in Namibia lanciarono la
loro prima grande offensiva. Due mesi dopo, in Sudafrica dopo esplose la rivolta
di Soweto.
(ANCHE) CUBA SCONFISSE L’APARTHEID
Per quale motivo uno Stato socialista con enormi difficoltà economiche e
assediato dalla più grande potenza militare della storia decise di impegnarsi
attivamente in Angola, Guinea Bissau, Zaire e poi, con meno gloria, in Etiopia e
Somalia? Fidel Castro e il gruppo dirigente socialista cubano, come riconosciuto
dagli stessi apparati statunitensi, furono sempre «autentici» nel loro spirito
rivoluzionario: più desiderosi «di essere ricordati come martiri rivoluzionari
che come pianificatori economici». Fidel, Raúl e il Che erano animati da un alto
grado di idealismo e credevano che l’Africa fosse il nuovo epicentro delle
rivolte anticoloniali. L’enorme processo di decolonizzazione degli anni Sessanta
sembrava dar loro ragione. Tuttavia, l’idealismo di Fidel era accompagnato da
una strategia ben definita di tutela della propria rivoluzione. Cuba solo in
parte promosse sommovimenti rivoluzionari nelle Americhe, non colpì mai la base
di Guantanamo occupata dagli statunitensi e non mosse un dito per difendere il
governo di Juan Bosch nella Repubblica Domenicana quando il paese venne invaso
dagli Usa. Cuba si impegnò, invece, per danneggiare gli interessi statunitensi
in quei posti dove sarebbe stato più difficile l’intervento nordamericano, e
cercando di non correre eccessivi rischi: né in Algeria, né in Guinea Bissau i
cubani si impegnarono in conflitti armati, in Zaire i caduti furono soltanto
sei, e su trentamila ufficiali dispiegati in Angola tra novembre 1975 e marzo
1976, i morti furono circa duecento (tra cui Raúl Díaz Argüelles, il capo della
missione militare). Fatto sta, però, che l’intervento cubano fu decisivo per le
sorti dell’Africa centrale e australe: I cubani salvarono l’Algeria dalle mire
marocchine (scatenando l’ira non solo di Rabat ma anche di Parigi), diedero un
sostegno imprescindibile al Paigc della Guinea Bissau, salvarono l’Angola
dall’invasione zairiana e sudafricana, e dopo il 1976 addestrarono e armarono i
guerriglieri della Swapo namibiana e dell’Anc sudafricana. Infine, combatterono
nella più grande battaglia convenzionale avvenuta sul suolo africano dalla
Seconda guerra mondiale, a Cuito Cuanavale, infliggendo al Sudafrica una
sconfitta strategica che avrebbe pesato enormemente sulla fine del regime
dell’apartheid. Tutto ciò Cuba lo fece autonomamente: al contrario di quanto
ritenevano i servizi di intelligence statunitensi, Cuba non chiese il permesso a
Mosca per intervenire in Angola. Certamente, Fidel era cosciente del fatto che,
in ultima istanza, l’Urss avrebbe dovuto sostenerli, ma le scelte cubane vennero
prese in autonomia, nell’ambito di una politica estera rivoluzionaria che i
sovietici spesso consideravano troppo avventurosa.
Nel libro-intervista con Ignacio Ramonet, Fidel Castro lamentava il fatto che
l’azione cubana in Africa fosse stata dimenticata. A cinquant’anni
dall’Operazione Carlota, ancora meno persone ricordano il sacrificio che Cuba
sostenne per l’Africa. Oggi l’isola caraibica vive i suoi giorni peggiori,
strangolata come mai prima dal blocco economico, e con grandi nubi che si
addensano all’orizzonte. Ma nonostante questo, i cubani conservano un merito che
nessuna crisi economica può cancellare: in Angola, nella Namibia e contro
l’apartheid combatterono non per sé stessi, ma per la libertà degli altri. E
questo li colloca, senza ambiguità, dal lato giusto della storia.
*Nicola Tanno è laureato in scienze politiche e in analisi economica delle
istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato
Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Vive e lavora da anni a Barcellona.
L'articolo Cuba in Angola: un’odissea africana proviene da Jacobin Italia.