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In difesa di Victor Serge
Per decenni, chiunque scrivesse di Victor Serge doveva iniziare spiegando chi fosse e perché dovesse interessarci. Nonostante un’enorme eredità letteraria, era stato letteralmente cancellato dalla storia sovietica, una figura dimenticata persino da gran parte della sinistra. La storia raramente è clemente con i vinti, e Serge si è schierato dalla parte degli sconfitti, con coloro che si rifiutavano di scendere a compromessi con il capitalismo o di arrendersi allo stalinismo. Il prezzo da pagare è stato alto, ma la sua voce eloquente e la sua penna potente non hanno potuto impedire che venisse messo da parte, ignorato o mal compreso, condannato a una vita di povertà. Quattro dei suoi libri, e altri scritti inediti, sono stati confiscati dalla censura sovietica (Glavlit), sebbene lo consacrino come un uomo che appartiene al nostro futuro. Chi era Serge? Operaio, militante, intellettuale, internazionalista per esperienza e convinzione, e sempre povero, visse dal 1890 al 1947. Ha partecipato a tre rivoluzioni, trascorrendo un decennio in diverse prigioni ed essendo politicamente attivo in sette paesi. Ha pubblicato più di trenta libri lasciando migliaia di pagine di opere inedite. Nato Victor Kibalchich in Belgio da genitori anarco-populisti russi in esilio, è morto in esilio in Messico come pensatore e scrittore socialista indipendente e non dogmatico. Ha trascorso la maggior parte degli anni dal 1919 al 1936 in Unione sovietica, come parte di una generazione rivoluzionaria che aspirava a creare una società socialista. Sono stati però sconfitti da Joseph Stalin, che ha instaurato una dittatura burocratica e autoritaria governando in nome del comunismo. Serge ha dedicato il resto della sua vita a comprendere le promesse e i fallimenti dell’esperimento sovietico, non per rinunciare al socialismo, ma per salvarlo dalla catastrofe dello stalinismo. Si è opposto al capitalismo prima come anarchico, poi come bolscevico. Si è opposto alle pratiche antidemocratiche del bolscevismo e in seguito a Stalin come esponente dell’opposizione di sinistra. Ha discusso con Lev Trockij dall’interno della sinistra antistalinista e si è opposto sia al fascismo che all’emergente Guerra fredda come marxista rivoluzionario irriducibile. Le sue posizioni lo hanno posto spesso in contrasto con i suoi contemporanei occidentali, causandogli molta sofferenza e isolandolo proprio dal movimento a cui aveva dedicato tanti anni, correndo grandi rischi. Eppure non si è lasciato sopraffare dal pessimismo. Non ha vacillato mai nel suo impegno per la creazione di una società che difendesse e promuovesse la libertà, la dignità e la condizione umana. Per Serge la democrazia non era un accessorio del socialismo, ma la sua condizione indispensabile. Attraverso i suoi saggi, memorie, taccuini, romanzi e articoli giornalistici, ha cercato di comprendere le sconfitte del ventesimo secolo per illuminare le possibilità del futuro, auspicando un rinnovamento del pensiero e della pratica socialista. Scrivendo dall’esilio in Messico negli ultimi anni della sua vita, ha lasciato un monito ai «dogmatici fossilizzati» che credevano che la rivoluzione europea fosse inevitabile dopo la guerra. > Un’epoca oscura si sta aprendo davanti all’Europa e al mondo. I migliori > rivoluzionari sono stati annientati dalle sconfitte passate e dalla guerra. > Dovrà trascorrere del tempo prima che si formino nuovi quadri. I vecchi > programmi e le vecchie routine socialiste sono stati superati e devono essere > rinnovati. Lo stalinismo, vittorioso grazie al sostegno incondizionato e alle > concessioni fatte dagli Alleati, sarà più pericoloso che mai […] Se vogliamo > salvare l’Europa, dobbiamo cominciare riunendo tutte le forze democratiche > libere per poter semplicemente praticare l’arte di non estinguersi. L’ammonimento di Serge coglieva il pensiero rivoluzionario, ma risolutamente indipendente, di un uomo che insisteva sull’impossibilità di un socialismo senza libertà e democrazia. Come disse nel 1942: > Vogliamo partecipare alla costruzione di un socialismo restituito alla sua > dignità e ai suoi veri obiettivi, cosa possibile solo attraverso > un’organizzazione di uomini liberi. Vogliamo idee oneste e chiare all’interno > di un sano movimento operaio, rinvigorito dalla competizione fraterna e dal > libero dibattito. Dal cuore della democrazia, del socialismo e del movimento > operaio minacciati, difendiamo soprattutto la libertà di opinione e la dignità > umana del militante, i diritti delle minoranze e lo spirito critico. > Combattiamo senza sosta, e non smetteremo di combattere, contro il controllo > del pensiero, il culto del leader, l’obbedienza passiva e gli spregevoli > stratagemmi dei partiti soggetti a una cieca disciplina, nonché contro l’uso > sistematico di menzogne, calunnie e assassinii. Riscoprire Serge non è un’operazione di salvataggio. L’impasse si è sbloccata: la pubblicazione dei suoi Carnet (Quaderni, 1936-1947) da parte di Agone, le nuove edizioni delle Memorie di un rivoluzionario e dei suoi romanzi da parte di New York Review of Books, e ora due importanti nuove biografie – Victor Serge: Unruly Revolutionary di Mitchell Abidor e Il giovane Victor Serge di Claudio Albertani – segnano una sorta di rinascita di Serge. Siamo entrati in un periodo in cui il compito non è più semplicemente quello di presentare la sua eredità letteraria e rivoluzionaria, ma di difenderla. Scriviamo da diverse tradizioni politiche – anarchismo, Opposizione di Sinistra, socialismo rivoluzionario – ma siamo uniti dalla comune convinzione che la biografia di Abidor, pur ricca di documentazione d’archivio, travisi il soggetto. L’eredità di Serge non è quella di un uomo che ha abbandonato il socialismo per l’anticomunismo della Guerra fredda. È quella di un pensatore socialista che ha rifiutato ogni capitolazione – allo stalinismo, al liberalismo, alla disperazione – e che ha pagato a caro prezzo quel rifiuto. LEGGI ANCHE… MARXISMI CAPIRE LENIN Owen Dowling - Paul Le Blanc SENZA ETICHETTE Provenire da tradizioni politiche e intellettuali distinte ci libera dalla tentazione di confinare Victor Serge in un’unica interpretazione tendenziosa e di sottoporlo al giudizio del senno di poi, come se ogni fase della sua vita puntasse inevitabilmente al suo presunto anticomunismo successivo. Che si provenga dall’anarchismo, dal trotskismo, dal socialismo rivoluzionario o da altre correnti di sinistra, una cosa dovrebbe rimanere comune: il rifiuto di trasformare una vita segnata da lotte, sconfitte e resistenza in un processo fatto di insinuazioni. È da questa comune preoccupazione – non dall’accordo su ogni questione politica – che ci accostiamo alla biografia di Abidor. Eppure è proprio questo che Abidor fa fin troppo spesso. Il libro contiene materiale prezioso, tra cui documenti importanti e racconti toccanti, ad esempio degli anni di Serge in Francia. Il problema non è che Abidor sia severo con Serge; è che il suo approccio interpretativo centrale ci appare profondamente viziato. Egli psicologizza Serge, mette in dubbio la sua sincerità e il suo carattere morale, ed esagera aneddoti e frasi estrapolate dal contesto. L’uso fazioso di materiale reale finisce per produrre un’immagine distorta di Serge. La falsificazione non implica necessariamente l’invenzione di fatti; può consistere nel riorganizzarli in modo tale che non corrispondano più al loro contesto originale. Essendo un anarchico, ci si sarebbe potuti ragionevolmente aspettare che la critica di Abidor si concentrasse sulla decisione di Serge di aderire al Partito bolscevico nel 1919, segnando la sua rottura con l’anarchismo della giovinezza. Ma non è così. Nel suo resoconto della giovinezza di Serge, Abidor tratta il movimento anarco-individualista, di cui Serge fu un membro attivo per quasi un decennio, con scarsa simpatia. Ancor più grave è il suo atteggiamento nel trattare il ruolo di Serge nell’affare Liabeuf, la campagna politica del 1910 che culminò nell’esecuzione dell’operaio Jean-Jacques Liabeuf. Abidor osserva che il giornalista socialista Gustave Hervé fu processato per dichiarazioni pubbliche, mentre Serge no. Pur riconoscendo che non esistono prove documentali che spieghino perché Serge sfugga al processo, invita comunque il lettore a dedurre che la sua immunità fosse il risultato di dubbi rapporti con la polizia. La mancanza di prove funge più da invito al sospetto che da motivo di cautela storica. Abidor riserva le sue critiche più aspre a Serge per gli ultimi anni della sua vita. A quel tempo, lavorando in un isolamento sempre maggiore, Serge aveva approfondito la sua analisi dello stalinismo. Alcuni dei giudizi espressi nella sua corrispondenza, nei suoi appunti e negli scritti successivi sono oggetto di dibattito e recano l’inconfondibile impronta delle straordinarie circostanze in cui furono redatti. La violenza dello stalinismo, il ricordo dei processi di Mosca, la catastrofe della Seconda guerra mondiale, l’assassinio di Trotsky e l’isolamento politico di Serge durante il suo ultimo esilio in Messico pesarono profondamente sul suo pensiero. Riconoscere questo inasprimento di tono, tuttavia, non avvalora l’interpretazione di Abidor. Si tratta forse di una conversione da parte di Serge a un anticomunismo rozzo e volgare? Noi non lo crediamo. Abidor interpreta Serge attraverso la propria lente – che definisce il suo «paradigma interiore» – e dubita della sua sincerità, come se Serge esprimesse opinioni che non condivideva. La sua tesi centrale è che Serge, negli ultimi anni della propria vita, sia diventato un convinto anticomunista. Basa questa affermazione su una premessa errata: l’idea che l’Unione sovietica sotto Stalin rappresentasse ancora, seppur in modo distorto, il progetto socialista. In effetti, Abidor accetta l’idea che l’Urss fosse uno Stato comunista, una posizione sorprendente per chi ha avuto un’affinità con la tradizione anarchica. La definisce persino «l’unico Stato socialista» senza prendere seriamente in considerazione l’analisi di Serge secondo cui lo stalinismo rappresentava un sistema antitetico al socialismo, antisocialista e disumano. Nelle pagine conclusive della biografia, Abidor scrive che l’insistenza di Serge sulla protezione della libertà politica e della democrazia «lo trasformò in un nemico intransigente del comunismo». Non potrebbe esserci affermazione più chiara dell’accettazione da parte di Abidor della definizione stessa di comunismo data da Stalin al suo sistema – una definizione che avrebbe fatto rabbrividire Karl Marx e che Serge si impegnò per tutta la sua vita a confutare. Fortunatamente, non c’è bisogno di speculare: le idee di Serge sono chiaramente documentate nei suoi saggi e articoli, in particolare in Per un rinnovamento del socialismo, scritto in Messico negli anni Quaranta e pubblicato in francese su Masses: Socialisme et Liberté (giugno 1946). Lì, Serge afferma che «il collettivismo non è, come si potrebbe essere tentati di supporre, sinonimo di socialismo, e può persino assumere forme antisocialiste di sfruttamento del lavoro e disprezzo per l’umanità». La definizione di socialismo di Serge pone meno enfasi sulla struttura economica della società e più sulla sua organizzazione politica e giuridica, ovvero sui diritti umani, la libertà e la democrazia. Lavorando in isolamento, privato della generazione rivoluzionaria che aveva compreso dall’interno sia il marxismo che lo stalinismo, Serge si trovava a dover affrontare i contorni del mondo del dopoguerra. Nel suo manoscritto inedito Économie Dirigée et Démocratie (Economia Diretta e Democrazia ), Serge analizza la «pianificazione» sovietica come l’antitesi della democrazia e della pianificazione stessa: non la regolamentazione consapevole della società da parte di produttori liberamente associati, come definita da Marx, bensì comandi perentori (ukases) emanati dall’alto, impossibili da eseguire se non sulla carta. Descrive l’Urss per quello che era: un sistema che operava attraverso il terrore contro la propria popolazione, gestito dalla dittatura staliniana del segretariato e della polizia segreta. Non aveva nulla in comune con gli ideali dell’Ottobre. Una lettera di Serge a René Lefeuvre, inclusa nell’edizione del 1984 di 16 Fusillés à Moscou (16 colpiti a Mosca), mostra un uomo preoccupato per la pubblicazione da parte di Lefeuvre di un rapporto ritenuto non sufficientemente critico nei confronti dell’imperialismo americano – un netto contrasto con la rappresentazione riduttiva di Abidor: «Capisco che la minaccia stalinista la allarmi. Ma questo non deve farci perdere di vista la nostra visione d’insieme. Non dobbiamo fare il gioco del blocco anticomunista; e, a giudicare dai primi numeri di Masses, meritiamo di essere criticati per averlo fatto». Un sentimento simile emerge anche nei Quaderni. Nel settembre del 1944, scrisse che «la battaglia è aperta tra il Partito comunista totalitario e la democrazia socialista». Chiarì subito che l’opposizione decisiva non era più, come nel 1917-1918, tra rivoluzione socialista e reazione capitalista, ma anche tra totalitarismo stalinista e socialismo democratico. Nel 1942, a proposito della Spagna, scrive che gli obiettivi della rivoluzione democratica «possono essere raggiunti solo dalle masse socialiste» e devono essere superati con misure radicali di «nazionalizzazione che implichino una pianificazione». Nel settembre del 1944, contrapponendo il «Partito comunista totalitario» alla «democrazia socialista», Serge formula l’alternativa in termini di «totalitarismo stalinista» contro «socialismo democratico», senza fare alcuna concessione al liberalismo occidentale. In un’intervista rilasciata a Protean Magazine nel dicembre 2025, Abidor dichiara: «[Serge] voleva essere un intellettuale newyorkese. Alla fine della sua vita, se avesse potuto essere qualsiasi cosa al mondo, sarebbe stato un intellettuale ebreo newyorkese». Questa è una costruzione forzata e non dimostrabile. Serge non stava percorrendo la traiettoria dell’ambiente intellettuale newyorkese – la parabola di Max Eastman e Max Shachtman, ossia la storia ben nota degli ex trotskisti che si spostano a destra verso il Congresso per la Libertà Culturale, l’apparato culturale della Cia. Questa è una traiettoria storica reale, ma non è quella di Serge. LEGGI ANCHE… ANTIFASCISMO «PROLETARI DI TUTTI GLI UNIVERSI PARALLELI UNITEVI!» Giuliano Santoro - Wu Ming 1 ARRICCHIRE IL SOCIALISMO, NON CONDANNARLO Abidor interpreta il rispetto che Serge ha sempre avuto per l’individuo come antimarxista, il che significa fraintendere sia Marx che Serge, i quali consideravano questo valore sia come punto di partenza che come conclusione. Marx sosteneva che la libertà umana e l’autorealizzazione fossero possibili solo con l’abolizione del capitalismo, che riduce l’individuo a merce. Rosa Luxemburg insisteva sulla libertà di pensiero individuale, soprattutto per i propri nemici. E così faceva anche Serge. L’esperienza politica di Serge non lo portò a rinunciare al socialismo dopo il trionfo di Stalin, bensì ad arricchirlo con una dichiarazione dei diritti umani. In Per un rinnovamento del socialismo, pubblicato su Masses: Socialisme et Liberté (giugno 1946), Serge auspicava un aggiornamento del pensiero marxista alla luce della psicologia, della scienza e delle nuove formazioni sociali. Si trattava di un rinnovamento, non di un rifiuto. Lavorando in isolamento, privato della generazione rivoluzionaria che aveva compreso dall’interno sia il marxismo che lo stalinismo, Serge si confrontava con i contorni del mondo del dopoguerra, tentando di analizzare una formazione in divenire. Riusciva a intuire le tendenze, ma morì proprio mentre la Guerra fredda prendeva forma, prima che le sue implicazioni fossero pienamente evidenti. Serge morì nel novembre del 1947. La Dottrina Truman era stata proclamata nel marzo dello stesso anno; il Congresso per la Libertà Culturale risale al 1950. L’intera architettura ideologica dell’anticomunismo del dopoguerra non emerse se non dopo la sua morte. Proiettare tale struttura su Serge non è interpretazione. È un anacronismo tendenzioso, così come è anacronistico supporre, come fa Abidor sottovoce nell’intervista a Protea, che Serge «avrebbe» appoggiato gli americani in Vietnam. Abidor attribuisce grande importanza al fatto che Serge abbia lavorato come corrispondente dal Messico per The New Leader, considerandola una prova della sua convergenza ideologica con la socialdemocrazia di destra. La verità è più prosaica: Serge non aveva soldi e quasi nessun mezzo per guadagnarsi da vivere in Messico. Viveva di scrittura, ma lo Stato sovietico gli precluse sistematicamente ogni possibilità di pubblicazione. Manuel Alemán, futuro presidente del Messico, ammise che vi erano forti pressioni sovietiche per negare a Serge qualsiasi mezzo di espressione pubblica. Quindi Serge scriveva ovunque riuscisse a pubblicare e, nel caso de The New Leader, veniva pagato. Si rifiutò anche di sottomettersi alla censura: disse a Nancy e Dwight Macdonald che la rivista permetteva un pluralismo che la stampa trotskista stessa non tollerava. Allo stesso tempo, Serge scriveva per Politics, la rivista socialista libertaria diretta da Dwight Macdonald. Ecco dunque il Serge dei suoi ultimi anni: non un anticomunista né un fautore della Guerra fredda, ma un pensatore socialista che cerca di rinnovare la tradizione in condizioni estremamente avverse. Soprattutto, era un grande scrittore. Evoca l’atmosfera degli anni Venti e Trenta all’interno dell’Unione sovietica e del movimento comunista, e descrive i dilemmi degli anni Quaranta con un senso di immediatezza e chiarezza. È sorprendente che Abidor non sottolinei l’importanza dei romanzi e delle poesie di Serge per comprendere la tragedia di una rivoluzione che si autodistrugge. Cinque mesi prima della sua morte, in una lettera datata 22 giugno 1947 e indirizzata a Podoliak, pseudonimo dello scrittore ucraino Hryhory Kostiuk, Serge dichiarò: «Rimango – irremovibilmente – un socialista, un sostenitore del socialismo democratico. Il sistema contro cui ho combattuto e continuo a combattere – e che lei conosce bene – lo considero una forma di totalitarismo; vale a dire, qualcosa di nuovo eppure profondamente disumano e antisocialista». Kostiuk non era né un liberale occidentale né un anticomunista della Guerra fredda; era un intellettuale rivoluzionario ucraino che aveva vissuto in prima persona il terrore sovietico, direttore di Vaplite, una rivista su cui Serge aveva pubblicato. Questo non è il ritratto di un uomo che si adagia sull’anticomunismo della Guerra fredda. È quello di un uomo che lotta per far sentire la propria voce contro l’isolamento, affermando con fermezza la necessità di un impegno socialista contro il totalitarismo stalinista. Siamo rimasti sorpresi dalla recensione di Ian Birchall su Jacobin, data l’alta stima che nutriamo per lui come storico. Indubbiamente, la sua recensione è più equilibrata del testo di Abidor, ma resta preoccupante che Birchall trovi convincente la conclusione di Abidor secondo cui «nei suoi ultimi anni, Serge considerava il comunismo il nemico principale». Birchall riconosce che si possono solo fare congetture su cosa Serge avrebbe pensato riguardo alla Corea o al Vietnam, ma ciononostante suggerisce per Serge una traiettoria politica che nei suoi scritti non trova riscontro. Questo punto è tanto più rilevante se si considera che lo stesso Birchall aveva precedentemente citato la lettera di Serge a Lefeuvre come prova del contrario. Quella lettera rivela un Serge allarmato dallo stalinismo, ma che si rifiuta esplicitamente di fare il gioco di un blocco anticomunista. Ci obbliga a resistere a interpretazioni eccessivamente semplicistiche: Serge non cessa di essere socialista solo perché identifica lo stalinismo come una minaccia centrale. Egli tenta, in circostanze tragiche, di mantenere una posizione rivoluzionaria indipendente tra il regime autoritario burocratico stalinista e il blocco capitalista occidentale. Abidor, dal canto suo, confonde la retorica con l’analisi. Le polemiche di un esule non costituiscono un programma politico. L’amarezza di un emarginato non è una dottrina. Un uomo braccato dallo stalinismo a Città del Messico, che vive in un mondo di assassinii, minacce e vendette, può pronunciare dichiarazioni terribili. Ma non si ottiene nulla trasformando queste affermazioni in un certificato di appartenenza a una famiglia politica definitivamente consolidata. Victor Serge era un uomo passionale e complesso, un anticonformista della politica, ma mai un rinnegato. Una biografia non dovrebbe né condannarlo né assolverlo, ma piuttosto cercare di comprenderlo, di leggere la sua vita e la sua opera secondo i loro stessi criteri. C’è una differenza tra scrivere la storia e condurre un processo. Serge, come ogni essere umano, era soggetto a errori e contraddizioni. Messo alla prova da tante avversità, cercando di ripensare al significato della democrazia socialista nel mondo del dopoguerra, fu un oppositore di sinistra critico che non abbandonò mai il socialismo, a differenza di coloro che soccombettero alla retorica del «dio fallito». Non trasformò il fallimento dello stalinismo nel fallimento del socialismo. Non rinunciò all’emancipazione collettiva. Al contrario, cercò di liberare il socialismo dalla sua deformazione burocratica e totalitaria. Per questo motivo, dobbiamo, in conclusione, contrapporre alla logica inquisitoria di Unruly Revolutionary la testimonianza del poeta Octavio Paz, che incontrò Serge in Messico nel 1942: > Fui subito attratto da Serge. Parlai a lungo con lui e conservo ancora due > delle sue lettere […] Nulla poteva essere più lontano dalla pedanteria dei > dialettici del calore umano di Serge, della sua semplicità e della sua > generosità. Un’intelligenza sensibile e vitale. Nonostante le sue sofferenze, > le sue battute d’arresto e i lunghi anni di aride dispute politiche, era > riuscito a conservare la sua umanità. Doveva questo, senza dubbio, alle sue > radici anarchiche; e anche al suo grande cuore […] Per me, Victor Serge era > l’epitome della fusione di due qualità opposte: l’intransigenza morale e > intellettuale unita alla tolleranza e alla compassione. *Claudio Albertani è uno storico e professore presso l’Università Autonoma del Messico. È autore di Rebelión y anarquía: El joven Victor Serge (1890–1919) . Insieme a Claude Rioux, ha curato i Carnets di Victor Serge (1936–1947). Suzi Weissman è professoressa emerita di scienze politiche al Saint Mary’s College of California. È autrice di Victor Serge: The Course Is Set on Hope e Victor Serge: A Political Biograph. Conduce il programma Beneath the Surface su Kpfk 90.7 FM a Los Angeles e realizza podcast per Jacobin Radio. Christian Dubucq è il traduttore francese della biografia del giovane Victor Serge scritta da Claudio Albertani. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo In difesa di Victor Serge proviene da Jacobin Italia.
September 5, 2026
Jacobin Italia
Aida amava i libri e viveva a Sarajevo
-------------------------------------------------------------------------------- Sarajevo. Foto di Defne Kucukmustafa su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Aida Buturović era una studentessa modello. Frequentava il corso di letterature comparate, parlava cinque lingue e amava la cultura e i libri. I libri, appunto, come quelli custoditi nella biblioteca di Sarajevo. La biblioteca era come la città stessa: un misto di arte di ispirazione ottomana e slava, con testi in numerose lingue. Rappresentava un punto di unione per Sarajevo. Custodiva ben un milione e mezzo di volumi provenienti da tutte le componenti della società bosniaca. Era un vero simbolo di quello che era sempre stata la città. Lo sapevano bene anche i nazionalisti serbi che, nell’aprile del 1992, iniziarono ad assediare la città. Pochi mesi dopo, nell’agosto dello stesso anno, l’artiglieria prese di mira l’edificio della biblioteca, la Vijećnica. Aida era lì. Perché ci lavorava, perché amava i libri. Perché non riteneva giusto che la violenza e l’odio colpissero la cultura. Bisognava fare qualcosa. Tra il milione e mezzo di volumi di cui parlavamo prima circa 150.000 erano esemplari rari o preziosi. Quando iniziarono a cadere le bombe, Aida non ci pensò un attimo, e corse a recuperare alcuni tomi. Nel frattempo tutti fuggivano in preda al panico mentre gli incendi diventavano sempre più incontrollabili. Aida voleva salvare più libri possibili. E riuscì a fuggire, raggiungendo la strada di fronte l’edificio. Poi arrivò l’ennesima esplosione. Il boato, le fiamme e una scheggia che la raggiunse alla testa, uccidendola sul colpo. L’edificio, nel frattempo, continuò a bruciare per tre giorni e tre notti. Sarajevo, nel frattempo, bruciò per quasi quattro anni mentre la fame, i mortai e i cecchini uccidevano circa 12.000 dei suoi abitanti nell’assedio più lungo dalla fine della seconda guerra mondiale. Oggi a ricordarla c’è una targa nella biblioteca che, nel frattempo, è stata ricostruita. Ma la figura di Aida rimane comunque molto sconosciuta nella cornice dell’assedio di Sarajevo. Eppure la ragazza morta per salvare i libri della biblioteca che racchiudeva gli scritti di tutte le lingue e le componenti della società bosniaca è un triste parallelo con la situazione del Paese balcanico in quegli anni. Un atto di resistenza estrema contro la guerra. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Aida amava i libri e viveva a Sarajevo proviene da Comune-info.
September 2, 2026
Comune-info
Europa e Serbia orfani di Langer e Matvejevic
MENTRE SI IMPEGNA A ONORARE IL GENOCIDA RATKA MLADIC CON UN FUNERALE DI STATO, C’È UN ALTRO GENERALE CHE LA SERBIA ANCORA SOTTRAE ALLA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE: È NOVAK ĐUKIĆ CONDANNATO PER CRIMINI DI GUERRA IN BOSNIA ED ERZEGOVINA, RITENUTO COLPEVOLE, TRA LE ALTRE COSE, DEL MASSACRO DELLA PORTA DI TUZLA NEL 1995. QUELLA STRAGE CONTRIBUÌ AL SUICIDÒ ALEXANDER LANGER. IL CASO MLADIĆ ACCENTUA IL VUOTO LASCIATO DA ALEX LANGER E DA UN GRANDE SCRITTORE COME PREDRAG MATVEJEVIĆ, E IL VALORE DELLA LORO STORICA OPPOSIZIONE A TUTTI I NAZIONALISMI La Serbia ha preso l’impegno di onorare il genocida generale Ratka Mladic con un funerale di Stato, sostenendo che glielo impone il protocollo. Su Osservatorio Balcani Nihad Suljić, vincitore del premio CESPIC (Centro Europeo di Scienza della Pace, Integrazione e Cooperazione): “… e quando lo fanno, non stanno glorificando soltanto un uomo, stanno glorificando l’ideologia che c’è dietro di lui, stanno pregando per un simbolo dei crimini, stanno invocando e normalizzando il fascismo e l’odio”. La preoccupazione del presidente Vučić (sempre che ne abbia) non è quella di irritare o no l’Europa, ma di giocare la sua carta nazionalista in vista delle prossime elezioni. Ad ottobre 2026 ci saranno le parlamentari e a gennaio 2027 seguiranno le presidenziali. Il voto avviene dopo un anno di forti proteste di massa e mobilitazioni della società civile e dei movimenti studenteschi iniziate nel 2024 a Novi Sad. La candidatura a diventare il 28esimo stato europeo è in stallo dal 2021. Otto Paesi UE si oppongono all’adesione: Belgio, Bulgaria, Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Svezia (con l’Italia Vučić vanta l’amicizia di Meloni alleata sul fronte del blocco dei migranti sulla Rotta Balcanica). Riccardo Amati su Fan Page intervistando David Scheffer, già ambasciatore Usa scrive: “Tollerare sovranismi guerrafondai sarebbe suicida. L’Unione farà bene a mettere in pausa le trattative per l’ingresso della Serbia, concordano molti osservatori. Si tratta di difendere il diritto internazionale, senza i doppi standard che lo indeboliscono anche davanti a Israele e agli Stati Uniti di Donald Trump”. Da giorni il profilo del Generale Mladic e le sue azioni militari occupano le pagine internazionali. Su Politics-Europe Zoran Arbutina ricorda che Mladic non è ritenuto responsabile solo del genocidio di 8.000 persone a Srebrenica, ma per 40 mesi sparò su Sarajevo uccidendo 11.000 persone di cui 1.600 bambini. In tre anni di guerra in Bosnia furono uccisi 100.000 civili e 2,2 milioni di persone divennero profughi. Sembra di leggere gli stessi dati che ora raccontano il genocidio di Gaza ad opera di Netanyahu. La guerra dei Balcani mi ha coinvolto insieme a centinaia di pacifisti italiani impegnati in soccorsi e aiuti. Si impegnò anche Erri De Luca, peccato non abbia fatto altrettanto con la Palestina. Personalmente ho ospitato, per quasi due anni, nella mia casa di Milano Biliana Marianovic che a Sarajevo svolgeva la professione di giudice in tribunale. A seguito dell’uccisione di un collega da parte di un cecchino, cercò rifugio in Italia assieme a suo figlio Marco di otto anni. A guerra terminata non tornò più in Bosnia, ma raggiunta dal marito a Malpensa, partirono tutti e tre per la Pennsylvania dove tutt’ora vivono. C’è un altro generale che la Serbia ancora ospita, sottraendolo alla giustizia internazionale (come fece per trent’anni con Mladic), si tratta di Novak Đukić condannato per crimini di guerra in Bosnia ed Erzegovina. È stato ritenuto colpevole di aver ordinato il famigerato massacro della porta di Tuzla (Kapija) il 25 maggio 1995. L’attacco di artiglieria uccise 71 persone, per la maggior parte giovani. A seguito di quella strage forse si suicidò Alexander Langer tra i migliori parlamentari europei che l’Italia abbia mai avuto. A lui ho dedicato una canzone nel 2025 a trent’anni dalla scomparsa e qui mi permetto di riproporla. Così scrivevo sul sito antiwarsongs.org presentando il brano ed il video che lo accompagna: https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=68945&lang=en La strage di Tuzla del 25 maggio 1995 forse fu “la goccia che fece traboccare il vaso” e minò la sua fiducia ostinata nella “azione nonviolenta” che per trent’anni aveva costellato la sua vita da attivista militante, pacifista, parlamentare europeo, ambientalista e fondatore dei Verdi italiani. Il disperato appello del sindaco di Tuzla Selim Beslagic, che pochi giorni prima della strage, chiedeva di fare qualcosa contro l’assedio della sua città, da due anni bersaglio dei cecchini, forse lo scosse ulteriormente e Alex scrisse una lettera pubblica chiedendo che i caschi blu delle Nazioni Unite agissero contro gli assedianti, contraddicendo in parte i principi che da sempre lo avevano animato. La lettera con tutti gli altri scritti di Alexander Langer è raccolta nel libro a lui dedicato: Il viaggiatore leggero (edito da Sellerio, con un’introduzione di Goffredo Fofi). La città di Tuzla il 31 ottobre 2021 gli ha conferito la cittadinanza onoraria postuma. Sarajevo l’aveva già fatto nel febbraio dello scorso anno. “Alexander Langer è il simbolo dell’empatia per la Bosnia e il dramma che stava vivendo”, ha detto Jasmin Imamovic, sindaco di Tuzla, durante la cerimonia, “lui si batteva per la pace e la riconciliazione contro chi seminava l’odio”. “Langer non ha sopportato il dolore per la sofferenza del popolo bosniaco”. Ci manca Alex Langer e con lui il grande scrittore Predrag Matvejevic. Il 14 novembre del 1996 in occasione di una conferenza organizzata a Novara, mi firmò una dedica sul suo libro Epistolario dell’altra Europa. In quel libro raccolse le lettere aperte che negli anni Settanta-Novanta aveva inviato agli uomini di potere. Le più note sulla questione Jugoslava sono quella a Tito del 17 luglio 1974 in cui nonostante molti meriti indiscutibili gli chiese di dimettersi. A Slobodan Milosevic nel 1989 a cui chiese profeticamente di suicidarsi e a Franjo Tudjman 1990 a cui rimproverò il pericoloso nazionalismo fascista dietro il paravento clericale della chiesa cristiana. Sempre nell’1989, l’anno della morte di suo padre nato a Odessa, scrisse Michail Gorbacev per la sua Perestrojka e a Deng Xiaoping colpevole del massacro di Tian an men. Predrag coniò il termine “Democratura” per definire la deriva della politica del ventesimo secolo. Dopo l’esilio e le cattedre di letteratura alla Sorbona di Parigi e alla Sapienza di Roma a la morte in solitudine di Predrag Matvejevic a Zagabria nel 2017 ha privato il mondo di un esempio di coraggio il cui testimone è stato raccolto da pochissimi intellettuali. Predrag non scriveva solo di politica ma soprattutto di letteratura e poesia, dei sui scritti si dice siano “Geopoetica”. A pagina 250 dell’epistolario è riportata la lettera scritta da Zagabria nel 1980 in cui rimprovera l’unione degli scrittori di Jugoslavia di non avere invitato al convegno di Struga nessun poeta israeliano, non per antisemitismo ma perché non si voleva danneggiare la relazione con i paesi non allineati, tra questi quelli arabi. Scrive: “Invitare poeti israeliani a leggere le proprie poesie da noi e a discutere con noi di poesia non significa contestare ai palestinesi il diritto a un proprio paese né quello di Israele alla sicurezza delle proprie frontiere. E’ banale ripetere che la poesia non ha confini”. Predrag come Langer amava i ponti, ci siamo incontrati ancora nel 2004 a Mostar, sua città natale, nell’occasione di un convegno dedicato al diritto all’acqua, contestualmente all’inaugurazione della ricostruzione del suo amato Stari Most. Anche a lui ho dedicato una canzone che ha per titolo lo stesso di un suo bellissimo libro: Tra asilo ed esilio, di cui allego il link per la visione del video, l’ascolto e la lettura del testo. Concludo questo articolo riflettendo ancora sull’Europa: l’ingresso al Parlamento Europeo oggi non ha più l’attrattiva che esercitava ai tempi di Alex Langer. Alla Serbia va bene starne ai margini e tenere aperte relazioni con Russia e Cina armando i suoi caccia con le loro bombe. È di questi giorni la notizia che l’Islanda, per la seconda volta, al referendum ha detto “No” all’ingresso in Europa. Si sono schierati col “No”, trasversalmente sia la sinistra radicale che la destra Nazional-conservatrice e parte del governo. L’Europa di oggi baratta la democrazia con la finanza, la tutela dell’ambiente con l’aumento delle spese militari (non dei corpi civili di Pace), la chiusura delle frontiere ai migranti con l’apertura di centri di detenzione in Ruanda, Albania, Libia. L’Europa balbetta con l’America di Trump timorosa dei dazi, tace con Netanyahu che attacca la corte penale internazionale... Come può preoccuparsi di questa Europa il Vučić di turno che se ne infischia della forma e della sostanza, come fanno tutti gli altri dittatorelli sparsi per il globo. Ricordo che di Alexander Langer ne scriveva molto bene Franco Lorenzoni con questo articolo: > Un maestro di inquietudine Caro Alexander Langer ci manchi tanto. [Paolo Rizzi Assopace Palestina] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Europa e Serbia orfani di Langer e Matvejevic proviene da Comune-info.
September 2, 2026
Comune-info
Quando il boia diventa eroe
LA MEMORIA MUORE QUANDO I CARNEFICI DIVENTANO EROI E LE VITTIME SOLTANTO NUMERI Foto di Nancy Hann su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Mentre noi discutiamo dei 17 centesimi della benzina, a poche centinaia di chilometri da casa nostra sta accadendo qualcosa di molto più grave. Ci stanno rubando la memoria. Ratko Mladić è morto. Anche Harald V di Norvegia é morto ma non fa notizia. Condannato all’ergastolo per genocidio Ratko ha compiuto crimini contro l’umanità. Oltre ottomila uomini e ragazzi musulmani massacrati a Srebrenica. Adesso la Serbia annuncia per lui i massimi onori militari e di Stato. Il problema non è un funerale. Il problema è rendere gli onori alla bara di un uomo condannato per genocidio. Mladić si faceva fotografare mentre accarezzava la testa dei bambini prima di massacrarli e disperdere i loro corpi a pezzi nelle fosse comuni. Questo dovrebbe preoccuparci più dei diciassette centesimi alla pompa di benzina Il male raramente arriva gridando: “Sono il male”. Prima cambia le parole. Poi cambia la memoria. Alla fine trasforma i carnefici in eroi. L’Europa ha dichiarato che la glorificazione dei criminali di guerra non ha posto nei suoi valori, tanto meno in un Paese che chiede di entrare nell’Unione. Sono gli stessi valori che hanno preteso dalla Turchia l’abolizione della pena di morte prima dell’apertura dei negoziati di adesione. L’Europa, se vuole ancora avere un’anima, deve avere confini morali prima ancora che geografici. Mosca intanto parla di sentenza ingiusta e manda le proprie condoglianze. Sulla falsariga dello stesso pensiero aspettiamo di vedere se arriverà qualche analoga parola da Israele, mentre il governo Netanyahu, con Ben-Gvir e la sua estrema destra, continua a Gaza uno scempio che la Commissione d’inchiesta dell’ONU ha definito “genocidio”. Per fortuna ci sono i giovani. Studenti serbi che strappano quegli striscioni celebrativi prendendosi insulti. Stiamo consegnando loro un mondo che non piace neppure a noi. Alcuni stanno avendo il coraggio di rifiutarlo. Il patto diabolico è questo: rendere tutto normale. I nostri criminali diventano eroi. I nostri morti sono vittime, quelli degli altri numeri. Le nostre bombe sono necessarie, quelle degli altri terrorismo. Dobbiamo recuperare la capacità di scandalizzarci. Chi tiene in mano il Vangelo ha ricevuto un ordine preciso: pregare per i nemici dunque. non festeggiamo la morte di Ratko, non desideriamo vendetta e lo affidiamo alla misericordia di Dio. Proprio quel Vangelo, però, ci obbliga a chiamare il male con il suo nome. Per i credenti, la misericordia non cancella la verità. Il perdono non assolve la storia: Gesù perdona il peccatore, non santifica il peccato. Il nazismo non comincia con i campi di sterminio. Comincia molto prima. Quando «i nostri» hanno sempre ragione. Quando i morti degli altri valgono meno. Quando la propaganda rende normale ciò che normale non è. La pace nasce così: dalla memoria che diventa verità, dalla verità che diventa giustizia, dalla giustizia che finalmente può diventare riconciliazione. Non c’è altra via. [Don Giacomo Martino, parroco a Genova] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando il boia diventa eroe proviene da Comune-info.
August 30, 2026
Comune-info
Cardini: basta insegnare solo l’Occidente
Non è lontano il tempo – manca ormai una manciata di settimane – nel quale ricomincerà la scuola: e con essa forse il tormentone della “riforma dell’insegnamento” della Storia avanzata mesi fa dal ministro Valditara con l’invito a tornare a mettere al centro del lavoro scolastico la storia dell’Italia. Al […] L'articolo Cardini: basta insegnare solo l’Occidente su Contropiano.
August 26, 2026
Contropiano
Se tu sapessi come va a finire
-------------------------------------------------------------------------------- Immagine Rete Yekatit 12-19 Febbraio -------------------------------------------------------------------------------- Nel corso di un’intervista concessa a Roger Cohen del New York Times, Giorgia Meloni ha detto una frase su cui vale la pena riflettere: “Clearly if we look at this history today it’s one thing. If we looked at it standing in the midst of it, probably we would have seen it differently, no?“. “Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi è una cosa. Se l’avessimo guardata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?”. Se tu ti fossi trovato a vivere, poniamo, nel 1936, quando Benito Mussolini proclamava trionfalmente la fondazione dell’Impero (tacendo il milione di vittime della guerra italiana in Etiopia) come l’avresti vista? Saresti stato contento di essere italiano, di avere finalmente un bell’Impero, saresti stato orgoglioso di avere ammazzato un milione di neri, no? In data 5 giugno e 8 luglio 1936, Mussolini aveva telegrafato a Graziani, dal ministero delle Colonie, i seguenti ordini: «Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi» e «Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare e condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici stop. Senza la legge del taglione ad decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma». Rodolfo Graziani, noto come il macellaio del Fezzan, riconosciuto criminale di guerra dalle Nazioni Unite, condannato dopo la guerra a diciannove anni di reclusione, e poi condonato e liberato dopo solo quattro mesi, aderì nel 1952 al partito di Giorgio Almirante, quello con la fiamma che Giorgia Meloni continua ad esibire. “Se l’avessimo guardata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?” dice la nostra presidente del Consiglio. Ci sarebbe piaciuta, ce la saremmo goduta, avremmo potuto battere le mani e tornare a casa orgogliosi di essere italiani e fascisti, no? Ma se la guardi oggi, be’, allora è un’altra cosa. If you look at this history it’s one thing. Cioè? Oggi come la vediamo quella storia? È semplice, oggi sappiamo com’è andata a finire. È andata a finire che abbiamo ammazzato un milione di neri ma questo non importa, tanto è vero che la Repubblica democristiana e stalinista permise al criminale di guerra Graziani di uscire dal carcere e di iscriversi a un partito di assassini che è il diretto antecedente del partito di Giorgia Meloni. Ma poi è andata a finire che Mussolini seguì quel mattoide di Hitler e la storia finì con mezzo milioni di italiani morti e la distruzione delle città. Finì che l’8 Settembre gli eroi nazionalisti tagliarono la corda oppure si misero dalla parte delle truppe naziste mentre tutto stava per crollare. Gli italiani, che avevano osannato Mussolini quando ordinava di ammazzare gli etiopi, a quel punto si spaventarono un po’ e cambiarono idea, almeno per qualche tempo. Adesso agli italiani piacciono di nuovo gli assassini. Hanno dimenticato chi era Rodolfo Graziani, hanno dimenticato le leggi razziali, hanno dimenticato il 25 luglio e l’8 settembre. Ma la brava Meloni, inavvertitamente, ci avverte: finché siamo nel mezzo di questa storia è una cosa. Ma poi come va a finire tra un po’? Dovremmo averlo imparato come va a finire quando i nazionalisti sono al potere: va sempre a finire con una catastrofe, con una carneficina, ieri con Hitler, oggi con Zelenskyy, con Putin e con Trump, poco i porta con chi, purché sia l’Occidente. La presidente ha aggiunto infatti che questa è la sua linea: “Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia molto importante”. Si scrive: unità dell’Occidente, ma si legge: unità della razza bianca dominatrice. L’unità dell’Occidente è l’unità dei colonialisti, degli schiavisti, in nome dei nazionalisti come Hitler e come Churchill, come Stalin e come Putin. Anche oggi la razza bianca dominatrice è in preda a una crisi di demenza senile, e si precipita verso la guerra. Da quale parte (con Zelenski o con Putin?) poco importa. Purché guerra sia, purché l’occidente si copra di gloria, nel prossimo, (forse imminente) 8 Settembre. Non è la prima volta che succede, e neppure la seconda. Ma questa volta potete starne certi: non avrete il tempo di ripensarci. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Memoria di un eccidio italiano -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Se tu sapessi come va a finire proviene da Comune-info.
August 24, 2026
Comune-info
Ucraina: la lunga guerra per procura degli Stati Uniti contro la Russia
Nel suo discorso di addio del gennaio 1961, Dwight Eisenhower mise in guardia gli americani contro “l’acquisizione di un’influenza ingiustificata, voluta o meno, da parte del Conglomerato Militare-Industriale” e contro il pericolo che “la politica pubblica stessa potesse diventare ostaggio di un’élite scientifico-tecnologica”. A sessantacinque anni di distanza, gli avvertimenti […] L'articolo Ucraina: la lunga guerra per procura degli Stati Uniti contro la Russia su Contropiano.
August 3, 2026
Contropiano
La repressione raccontata a mio figlio – di Emanuele Braga
In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali uccidono civili per [...]
July 31, 2026
Effimera
Dai fatti di Porzûs a Gladio e oltre, sino alla strage di Bologna
Alessandra Kersevan, autorevole storica delle vicende del confine orientale durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi, si ripresenta ai lettori con un nuovo libro relativo agli accadimenti del 7 febbraio 1945 sul monte Topli Uorch, più noti in seguito come i fatti di Malga Porzûs. Il libro Porzûs […] L'articolo Dai fatti di Porzûs a Gladio e oltre, sino alla strage di Bologna su Contropiano.
July 30, 2026
Contropiano