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Storia di un sodalizio tra Polizia e vittima di bullismo
«Ho 26 anni e vivo a Roma, ho studiato recitazione, ho un diploma come attrice e regista. La mia passione più grande è il teatro. Incontro i ragazzi nelle scuole. Ho subìto di tutto, fin dalla scuola elementare: mi hanno picchiato, hanno rubato le mie cose personali, hanno messo in rete le mie immagini. Alle scuole medie la situazione è diventata insostenibile». Così raccontava, Flavia Rizza nel 2025 prendendo professionalmente sul serio il ruolo che le era stato affidato nel corso degli anni, via via sempre più ufficiale e strutturato dalla Polizia di Stato come testimonial vittima di bullismo, tanto da sviluppare proprio quella competenza-chiave per stimolare l’empatia del proprio pubblico di studenti e studentesse. Un po’ come nel caso del progetto “Bulli-Stop” (un teatro pedagogico sul cui scenario di staglia nitido il numero verde della Polizia di Stato), dove però gli attori impersonano una parte, ma non sono stati direttamente vittime di bullismo. Ciò che sorprende, però, è il curriculum da vittima che inizia fin dalla scuola primaria e prosegue fino ai 18 anni, alle superiori con alcune varianti, come quella “cyber” su un tema fisso: in pratica un’esperienza da vittima di bullismo lunga 14 anni. A diciotto anni era già conosciutissima come testimonial di bullismo e alla fine del liceo delle Scienze Umane, un indirizzo spesso intrapreso da profili, fragili, problematici e desiderosi di conoscere meglio sé stessi, a Popolare Network, nel 2017, si leggeva «(…) ho 18 anni e sono al quinto anno del liceo delle scienze umane. Inizia così il racconto, la riflessione di Flavia Rizza (…), che è stata in passato vittima prima del bullismo, poi del cyberbullismo. Una ragazza che ha sofferto, ma che si è ribellata e ha vinto la sua battaglia. Ed è anche diventata un’importante testimonial». In quell’articolo si citava anche una lettera inviata a “Skuola.net”, un sito web che da sempre non disdegna di fare l’occhiolino alle forze dell’ordine o alla Nissolino Corsi Srl, quella delle cosiddette “carriere in divisa“. Nel corso di questi anni gli interventi di Flavia nelle scuole hanno sempre avuto sullo sfondo la Polizia di Stato come spesso ci è capitato di raccontare in tante altre occasioni sempre a proposito di bullismo e cyberbullismo (Progetto “Scuole Sicure”). Oggi Flavia Rizza, a 27 anni e questa lunga storia di violenza trova delle analogie nel libro “Il bullismo“, e gira per le scuole presentandolo insieme ad un altro comunicatore professionista testimone anche lui di storie personali di bullismo, sebbene trascinatesi per meno tempo, Giuseppe Sciarra. Flavia continua ad essere testimonial della Polizia di Stato girando per le scuole che la annunciano tramite circolari che invitano caldamente a prenotarsi perché questi incontri pare registrino sempre il tutto esaurito. In questi giorni Flavia gira presentando, appunto, oltre al proprio “caso umano” anche questo libro scritto per i tipi dell’Asino d’Oro, che probabilmente darà un peso un po’ più scientifico ai suoi interventi. Gli studi di teatro e recitazione hanno sicuramente affinato le sue capacità comunicative entrando così strutturalmente nelle campagne di comunicazione del Ministero degli Interni che ovviamente, hanno tutto l’interesse a non porsi domande sul perché di presunte o reali forme, sembrerebbe sempre più dilaganti, di violenza. Legalità, rispetto della legge, Polizia di Stato o Carabinieri come angeli-custodi: quante volte ci siamo sentiti dire, in risposta alle nostre critiche “e meno male che almeno loro ci sono!”. Noi, invece, ci sentiamo di dire che questi interventi dello Stato rispetto a fenomeni sociali indubbiamente seri e complessi, così come la cooptazione di “vittime professioniste”, rivelano un approccio “tutto chiacchiere e distintivo” citando un film che rappresenta, invece, un inno allo Stato di Diritto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’uomo che resta. Cospito e i libri – di Luigi Vergallo
In casa mia si raccontava una storia che riguardava il Ticinese, il nostro quartiere, e uno degli uomini che lo abitavano. Quest’uomo era conosciuto da tutti e lo conosceva bene anche la mia famiglia. Non entra in questo mio scritto, dunque, né come un personaggio astratto, né come una funzione narrativa. Era un uomo [...]
May 20, 2026
Effimera
La nuova militarizzazione della Germania: “rinascita dello spirito” o puro revanscismo?
Questo corposo documento che vi proponiamo è stato pubblicato qualche giorno fa su Russia Today a firma di Dmitry Medvedev, attuale Presidente del consiglio di sicurezza della Federazione Russa nonché ex presidente della Federazione stessa, in una legislatura, alternandosi con Putin nella carica. Il sistema mediatico occidentale lo descriveva fino […] L'articolo La nuova militarizzazione della Germania: “rinascita dello spirito” o puro revanscismo? su Contropiano.
May 20, 2026
Contropiano
Sul declino degli Stati Uniti
SE DOBBIAMO RAGIONARE DEL DECLINO DEGLI USA E DELLE SUE CONSEGUENZE, FACCIAMOLO CON IMMANUEL WALLERSTEIN, CHE NE PARLAVA GIÀ NEGLI ANNI SETTANTA, NON CON LA GRAMMATICA DELLA GEOPOLITICA MA PARTENDO DALLE LOTTE POPOLARI. L’INIZIO DI QUEL DECLINO, HA DETTO, È STATA LA “RIVOLUZIONE MONDIALE DEL 1968”. CON ECCEZIONALE LUCIDITÀ, HA POI IMMAGINATO DIVERSE COSE SU QUANTO SAREBBE ACCADUTO TRA IL 2025 E IL 2050… Primo maggio, San Francisco. Foto di Chris Carlsson -------------------------------------------------------------------------------- Negli ultimi anni, si sono moltiplicati gli analisti che si definiscono “geopolitici”, dediti all’interpretazione della realtà globale e, in particolare, delle relazioni interstatali tra le grandi e medie potenze. Anche all’interno dei movimenti di base, la tentazione geopolitica è presente, portando alcuni a schierarsi con la Cina o la Russia, mentre altri hanno optato per l’Iran, senza considerare la difesa del popolo (non dei governi) contro l’aggressione imperialista. Molti analisti geopolitici parlano costantemente del declino degli Stati Uniti, che a loro dire è un processo inevitabile destinato a culminare nel breve termine, persino durante la guerra contro l’Iran. Le presidenze di Donald Trump sembrano alimentare questa tendenza, in modo che il breve termine, l’immediatezza, ci impediscano di vedere il lungo processo di declino che non è cominciato ieri e non finirà domani. In contrasto con queste opinioni, che spesso sostituiscono un’analisi rigorosa, si distingue Immanuel Wallerstein per aver saputo farsi promotore di una prospettiva di lungo termine, ispirato da uno dei suoi mentori, Fernand Braudel. In più di un’occasione, lo storico francese ha detto che gli eventi sono polvere, contrapponendoli al lungo termine (la lunga durata), che, a suo dire, è la prospettiva dei saggi. Esaminerò alcuni dei contributi più importanti di Wallerstein, concentrandomi su due opere: The United States and the World: Yesterday, Today and Tomorrow, del 1992, e Peace, stability and legitimacy: 1990-2025/2050 del 1994. Il primo punto è che coloro che oggi parlano fino alla nausea del declino degli Stati Uniti dovrebbero sapere che Wallerstein iniziò ad analizzarlo già negli anni Settanta e che nei due decenni successivi si dedicò ad approfondire questa convinzione. Se fu in grado di prevederlo con così largo anticipo, non fu per ragioni ideologiche, bensì osservando i cicli storici di nascita, maturità e declino di tutte le egemonie globali negli ultimi cinque secoli. Ciò lo ha portato ad affermare che il periodo compreso tra il 1990 e il 2025/2050 “sarà molto probabilmente un periodo di poca pace, poca stabilità e poca legittimità”. Di conseguenza, il sistema-mondo (un altro dei suoi contributi concettuali al pensiero critico) entrerà in un periodo di caos sistemico che provocherà molteplici biforcazioni, e l’equilibrio verrà ristabilito quando uno dei percorsi prevarrà e si raggiungerà un nuovo ordine sistemico. Il secondo punto che voglio sottolineare è che Wallerstein individuò l’inizio del declino degli Stati Uniti e del sistema-mondo capitalista nella “rivoluzione mondiale del 1968”, un concetto da lui stesso coniato, che ha il grande pregio di collocare la causa del declino dell’impero nelle lotte di classe, nelle lotte popolari e in varie forme di oppressione, e non nella competizione tra potenze, come tendono a fare gli analisti geopolitici contemporanei. Non si tratta solo di una questione politica, ma fondamentalmente etica e di coerenza analitica, poiché egli aderiva alla massima di Marx sulla centralità delle lotte di classe nella storia dell’umanità. Questo era un tema che prendeva molto sul serio e che permeava la sua visione del sistema, il quale, a suo avviso, non sarebbe crollato a causa di presunte leggi economiche, crisi di sovrapproduzione o limiti ambientali e sociali desiderati, bensì per l’organizzazione e la resistenza di coloro che si trovavano alla base della piramide sociale. In terzo luogo, negli anni ’90, comprese che le avanguardie non erano più necessarie e che l’unità e la struttura verticale delle forze emancipatorie avrebbero rappresentato un ostacolo ai cambiamenti necessari. Infatti, nel primo dei testi citati, sosteneva che, a lungo termine, i movimenti “servivano più a sostenere il sistema che a minarlo”. Le sue analisi abbracciavano il sistema nel suo complesso, inclusa la “geocultura” liberale nata sulla scia della Rivoluzione francese: l’insieme di idee, valori e norme culturali che sono alla base del sistema-mondo capitalista e che iniziò a incrinarsi intorno al periodo della rivoluzione del 1968. Tra le sue osservazioni chiave, ha sottolineato che la piramide antisistemica che chiamiamo centralismo democratico era alla radice della deriva capitalista dei movimenti emancipatori. Nei primi anni ’90, previde guerre nucleari locali, un tema che solo ora sta entrando nel dibattito, e una “nuova peste nera” che non avevamo ancora previsto. Stabilì connessioni tra la proliferazione di nuove malattie, come l’AIDS, e il crollo dello Stato, in un’analisi che suggeriva che non si trattasse di diverse crisi, ma di un’unica crisi con molteplici manifestazioni. Per concludere, scelgo una delle sue affermazioni più profonde. Disse che la parte superiore del sistema si sta espandendo e che potrebbe emergere un sistema con ampia libertà per la metà superiore e significativa oppressione per la metà inferiore. Questo sarebbe un sistema stabile: “un paese metà libero e metà schiavo”, ma che, proprio per la sua stabilità, potrebbe durare a lungo. Non è forse proprio questo ciò che il progressismo sta costruendo? -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sul declino degli Stati Uniti proviene da Comune-info.
May 16, 2026
Comune-info
Pisa. Svastiche contro Franco Serantini e il cantiere San Bernardo
A Pisa, come in Italia e in Europa, tornano le camicie brune. Nei giorni scorsi sono state tracciate diverse svastiche e simboli fascisti in alcuni luoghi simbolo della Pisa antifascista e aggregativa. E’ un segnale preoccupante ma non sorprendente, dato lo sviluppo di alcune frange nazi fasciste che hanno trovato […] L'articolo Pisa. Svastiche contro Franco Serantini e il cantiere San Bernardo su Contropiano.
May 16, 2026
Contropiano
“ARCHIVIO DEL GATTO NERO”: VIAGGIO NEI 40 ANNI DI RADIO ONDA D’URTO. STORIE, VOCI, LOTTE.
“L’Archivio del Gatto Nero” è un viaggio negli archivi (più che) 40ennali di Radio Onda d’Urto, emittente radiofonica antagonista nata in una cantina di vicolo delle Sguizzette (Brescia) il 18 dicembre 1985 e che da allora trasmette, ogni giorno, informazione autonoma e indipendente, senza pubblicità, padrini e padroni. Ogni mercoledì, dalle ore 15.15 alle ore 16 – sulle frequenze antagoniste di Radio Onda d’Urto – 45 minuti in viaggio nel tempo e nello spazio. Dall’archivio della Radio ripeschiamo interviste, voci, storie, lotte, ancora oggi capaci di aiutarci a “conoscere il mondo per trasformarlo”, come recita lo slogan che anima tutt’oggi il Gatto Nero dell’informazione (che puoi sostenere anche con il 5×1000 nella tua dichiarazione dei redditi). Le puntate 2026: 13 maggio: speciale Strage di Piazza Loggia a Brescia (IV). Le testimonianze di due compagni, all’epoca della Strage – 28 maggio 1974 – studenti all’Itis Castelli di Brescia. Ascolta o scarica 6 maggio:  storia della Nakba in Palestina, a 78 anni dall’inizio della “catastrofe”.   Ascolta o scarica 29 aprile: speciale 25 Aprile (IV). La storia dei quartieri operai di Campo Fiera e Porta Milano a Brescia, dal Biennio Rosso all’antifascismo, con lo storico Marcello Zane. Ascolta o scarica 22 aprile: speciale Renata De Marco. Audio di alcuni interventi della compagna bresciana, di Cobas Scuola e Non Una Di Meno, scomparsa a 80 anni. Ascolta o scarica 15 aprile:  15 anni dall’omicidio a Gaza di Vittorio “Vik” Arrigoni. Ascolta o scarica 8 aprile: speciale Strage di Piazza Loggia a Brescia (III). “Strage, per una memoria non pacificata”. Intervento di Umberto Gobbi, di Radio Onda d’Urto, dal convegno dell’11 maggio 2024 organizzato dalla stessa Radio Onda d’Urto a Brescia. Ascolta o scarica 1 aprile: le X Giornate di Brescia, insurrezione popolare contro la dominazione austriaca, dal 23 marzo al 1 aprile 1849. Ascolta o scarica 25 marzo: l’azione partigiana di via Rasella a Roma, il 23 marzo 1944, e l’eccidio nazifascista delle Fosse Ardeatine, il 24 marzo 1944.Ascolta o scarica 18 marzo: speciale Cuba contro il bloqueo. Il mancato assalto alla Caserma Moncada, il 26 luglio 1953, e l’inizio della Rivoluzione contro il dittatore Batista. Ascolta o scarica 11 marzo: speciale 25 Aprile (III). La memoria storica della lotta di Liberazione, tra rimozione degli elementi di conflitto e la narrazione del  “secondo Risorgimento”.   Ascolta o scarica 4 marzo: speciale 90esimo della Guerra civile in Spagna (I).  Presentazione del libro “Garibaldini in Spagna. Storia della XII Brigata Internazionale nella guerra di Spagna” (Edizioni Kappa Vu, 2019).   Ascolta o scarica 26 febbraio: speciale Strage di Piazza Loggia a Brescia (II). Fascisti e padroni: traiettorie politiche e biografie nell’Italia degli anni Settanta. Elio Catania e Caterina Prever dal convegno dell’11 maggio 2024 organizzato da Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica 18 febbraio: Radio libere, controcultura, autorganizzazione. Con Primo Moroni (1995)  Ascolta o scarica 11 febbraio: le Foibe tra storia, mistificazioni e strumentalizzazioni politiche (1945).  Ascolta o scarica 4 febbraio: speciale 25 Aprile (II). Tra via Rasella e le Fosse Ardeatine.   Ascolta o scarica 28 gennaio: speciale Strage di Piazza Loggia a Brescia (I). Il libro “La tigre e i gelidi mostri. Una verità d’insieme sulle stragi politiche in Italia” di Gianfranco Bettin e Maurizio Dianese.  Ascolta o scarica 21 gennaio: la morte di Lenin in Unione Sovietica (1924) Ascolta o scarica 14 gennaio: speciale 25 Aprile (I). Il ruolo dei comunisti nella Liberazione. Ascolta o scarica (puntate 2025) 17 dicembre: la nascita di Radio Onda d’Urto a Brescia (1985) Ascolta o scarica 10 dicembre: la liberazione No Tav di Venaus (2008)  Ascolta o scarica 3 dicembre: l’omicidio poliziesco di Alexis Grigoropoulos ad Atene, Grecia (2008)  Ascolta o scarica 26 novembre: la morte a Cuba di Fidel Castro (2016) . Ascolta o scarica 19 novembre: la Rivoluzione dei Soviet al potere in Russia (1917)  Ascolta o scarica 12 novembre: la lotta di migranti e antirazzisti sopra e sotto la Gru di Brescia (2010)    Ascolta o scarica 5 novembre: la fine della Prima Guerra Mondiale (1918). Ascolta o scarica 29 ottobre: la marcia fascista su Roma (1922).   Ascolta o scarica 22 ottobre: l’omicidio in Bolivia di Ernesto Che Guevara (1967). Ascolta o scarica
May 15, 2026
Radio Onda d`Urto
Affaristi vs statisti, il tavolo di Pechino
Volare alto quando hai davanti degli struzzi. E’ l’effetto che fa leggere i resoconti del discorso fatto da Xi Jinping stamattina accogliendo ufficialmente la delegazione statunitense guidata da Trump. Non c’è osservatore nel mondo che ignori quanto sia pericoloso – per tutto il pianeta, non solo per Cina e Usa […] L'articolo Affaristi vs statisti, il tavolo di Pechino su Contropiano.
May 14, 2026
Contropiano
Il sisma dei movimenti
La classe non esiste fin dall’inizio, né nasce automaticamente da una comune condizione economica, ma si costruisce attraverso un processo storico e culturale. L’approccio from below di Edward Thompson, in The Making of the English Working Class, mette in discussione una delle idee più radicate della teoria sociale: la classe non precede i processi sociali, ma si forma al loro interno, cioè «accade» (happened) nel tempo attraverso esperienze condivise, conflitti e pratiche collettive.  Questa prospettiva può essere utilizzata anche per studiare i movimenti sociali, osservando i momenti di rottura che rendono visibili le tensioni presenti nei territori. Per farlo, però, è necessario superare l’idea dello scontro di piazza come fenomeno incomprensibile, ridotto alle velleità di gruppi interessati solo a provocare danni o a mettere in scena l’estetica del conflitto, cioè alla violenza. Quest’interpretazione, spesso riproposta dai media quando le piazze si incendiano, si fonda su una concezione paradossalmente «pacificata» della società, come se quest’ultima fosse priva di rapporti di potere e fratture. In realtà, negli interstizi del mondo globale, orientato alla produzione ed estrazione di valore, si accumulano dissensi e forze esplosive che trovano poi espressione nello spazio pubblico. L’evento conflittuale, quindi, non crea il problema, ma lo rende visibile: porta in evidenza, se si è capaci di guardare, le condizioni comuni di sfruttamento, di prevaricazione, di violenza, spesso stratificate nel tempo e trasmesse tra generazioni. Allo stesso tempo, il protagonismo della piazza fa emergere istanze, desideri e immaginari incompatibili con l’organizzazione dicotomica delle società. Se si assume davvero questa prospettiva, diventa marginale chiedersi quando nasce un movimento. Piuttosto, occorre interrogarsi su quando ha già iniziato a esistere senza essere riconosciuto come tale. Dunque, anticipiamo l’orologio della storia, senza fermarci al solo contesto. Per farlo, si potrebbero mobilitare categorie della scienza politica o le metafore marxiste, marxiane e operaiste. Oppure, ed è forse la scelta più feconda, possiamo rivolgerci a quelle narrazioni che meglio restituiscono la dimensione collettiva: i romanzi. Qui, l’evento che rivela il movimento prende spesso corpo in un personaggio.  LEGGI ANCHE… MOVIMENTI GLI EQUIPAGGI DI TERRA IN CERCA DI UNA ROTTA Giulio Calella È Étienne Lantier, in Germinal di Émile Zola, che entrando in miniera non porta con sé una teoria, ma riconosce progressivamente una condizione comune: lo sfruttamento diventa percezione condivisa, e da esperienza individuale si trasforma in possibilità collettiva. È Pelagea Nilovna Vlasova, in La madre di Gor’kij, che osservando la politicizzazione del figlio Pavel passa dalla paura alla partecipazione, fino alla militanza, diventando veicolo delle idee che circolano clandestinamente. È Ernest Everhard, nel Tallone di Ferro di Jack London, che legge nelle contraddizioni del presente la forma di un conflitto che non si è ancora dispiegato, rendendo intelligibile ciò che è già in atto. È Ibrahima Bakayoko, in I pezzi di legno di Dio di Ousmane Sembène, che tiene insieme una moltitudine dispersa, trasformando la condizione condivisa in organizzazione e durata. Sono esempi di un mosaico più ampio che usa la letteratura come leva, più che come semplice campo di indagine. Storie del reale e sintomi di un immaginario collettivo che non sono anticipazione, presagio o prefigurazione: sono piuttosto l’indicazione che qualcosa già esiste prima di essere nominato. Torniamo, ora, alla storia con la consapevolezza dello sguardo nuovo delineato pocanzi. E proviamo a rintracciare traiettorie e genealogie dei movimenti. Partiamo dall’Italia. Genova 1960: il segno di un antifascismo che rinnovò l’esperienza della Resistenza. Torino 1962: Piazza Statuto, la rivolta degli operai immigrati ruppe con il modello Valletta e prefigurò l’imminenza del 1969, seguendo un percorso a sinistra del Pci iniziato nel 1956 ma che, a ben vedere, non può essere sussunto solamente dalla crisi dello stalinismo. C’erano altre ragioni per scontrarsi con la polizia, per quegli uomini e quelle donne che vivevano in case malsane e sovraffollate, con redditi minimi, turnando alla catena di montaggio della Fiat e del suo indotto. Nel caso del movimento studentesco della Pantera, la riforma Ruberti fu il reagente di una miscela esplosiva fatta di precarietà, mancanza di prospettive, ma anche di culture underground, di centri sociali, luoghi di socialità e laboratori di autorganizzazione. Per il movimento antiglobalizzazione e altermondialista, quanto avvenne a Seattle innescò un terremoto mondiale, con articolazioni diverse dalla Selva Lacandona messicana alle piazze europee. Studiarne la magnitudo significa, soprattutto, sganciare lo sguardo da Piazza Alimonda come tragica fine di un percorso collettivo e concentrarsi sui presupposti che, a diverse latitudini, hanno prodotto soggettività e mobilitazioni. Anche per il movimento studentesco dell’Onda Anomala, la riforma Gelmini fu solamente il reagente: la consapevolezza della crisi del 2008 disegnò scenari politici che confluirono a Roma, il 14 dicembre 2010, lasciando in eredità il rifiuto di pagare la crisi. Letti in una prospettiva europea, i movimenti sociali non appaiono come eventi isolati, ma come momenti di emersione di processi più lunghi. Lo sciopero generale in Belgio, nel 1960, contro la Loi unique che introduceva tagli alla spesa pubblica per compensare la fine del ciclo coloniale, rivelava anche la crisi del fordismo ed esprimeva una radicalità della base operaia che eccedeva tanto le mediazioni del sindacato (Fgtb) quanto la leadership del Partito socialista belga. Sia gli scontri di Notting Hill (1952) sia il massacro di Parigi (1961) palesavano le forme di colonialità persistenti in Inghilterra e in Francia dopo la fine degli imperi. Gli scioperi selvaggi (wildcat strikes) tra gli anni Cinquanta e Sessanta mostrarono un protagonismo operaio che sfuggiva al controllo di sindacati e partiti: portuali (1955-1956), minatori e operai dell’industria automobilistica (1956-1957) in Inghilterra; contro la riforma delle pensioni (1953) e poi nell’industria pesante (1957-1959) in Francia. In Germania Ovest, a partire dal 1967, si svilupparono scioperi selvaggi i cui protagonisti erano i Gasterbeiter – lavoratori immigrati dalla Turchia, dall’Italia e dalla Jugoslavia. Queste manifestazioni portarono, due anni dopo, allo sciopero alla Ford di Colonia e ai Septemberstreiks del 1969. E non va dimenticato quanto avvenne in Spagna, sotto la dittatura di Franco: 1962, i minatori delle Asturie incrociarono le braccia, coinvolgendo oltre 300.000 persone nel paese. Chiedevano reddito ma, implicitamente, anche la fine del regime.  LEGGI ANCHE… MOVIMENTI GLI SCIOPERI DELLA SOCIETÀ CIVILE Stefano Poggi Sugli anni Sessanta e Settanta, molto è stato scritto. Il sogno della rivoluzione, volume collettaneo curato da Alessandro Barile e Alberto Pantaloni, raccoglie contributi con una prospettiva di lunga durata sul 1968, in linea con l’approccio qui adottato. Negli anni Ottanta continuarono i segnali di trasformazione: i Vondelstraat riots ad Amsterdam, nel 1980, mostrarono fino a che punto fosse avanzata la lotta per la casa e la forza del movimento squatter; la rivolta di Brixton, l’anno successivo, mise in luce il ruolo della razza nel segmentare la società britannica, definendo la forma del lavoro, la geografia della città e l’accesso ai servizi. Potremmo andare avanti così, allungando la lista in Europa: la battaglia di Orgreave e lo sciopero dei minatori britannici contro Margaret Thatcher (1984-85); il grande filone dei movimenti ambientalisti (ecologisti e antinucleari) con le proteste esplose a Wyhl (1975) e Creys-Malville (1977). Oppure, potremmo guardare ad altri continenti: a quegli episodi che indicano l’insorgenza di movimenti sociali relativi alle soggettività razzializzate negli Stati uniti, contro le dittature in America Latina – si pensi solo al Cordobazo argentino del 1969 – ai processi di decolonizzazione e liberazione, contro la precarizzazione del lavoro (l’Abc paulista tra il 1978 e il 1980), alle proteste anti-apartheid in Sud Africa a partire dallo sciopero di Durban (1973), alla sollevazione popolare coreana di Gwangju (1980). Potremmo ampliare questa genealogia introducendo altre lotte: quella dei movimenti indigeni, per la terra e l’acqua, per la casa. E, non in ultimo per importanza, contro il patriarcato – basta citare il giugno 2015 per evocare l’Argentina di Ni una menos. In questo quadro eterogeneo di eventi e movimenti, lo scontro di piazza si manifesta come interruzione pratica e simbolica delle logiche politiche che amministrano i territori e sovraintendono alla produzione e riproduzione sociale. Un approccio sismografico al tessuto sociale mostra l’accumulazione di tensioni carsiche che poi esplodono in piazza tra spontaneismo e organizzazione, dipanando faglie che portano ad altri terremoti a distanza di tempo; rivela come ogni ciclo di mobilitazione abbia composizioni sociali e pratiche di piazza specifiche. Proprio in questa direzione va La lunga frattura, volume a cura della Redazione di InfoAut, che analizza il movimento «blocchiamo tutto», non limitandosi a interpretare le cesure, ma cercando di ricollegarsi alla crisi del 2008, senza far venir meno l’attenzione sulla capacità del movimento, in Italia, di inanellare due scioperi generali che hanno paralizzato il sistema di guerra. In questo contesto, ha assunto un ruolo di rilievo la Global Sumud Flottilla, amplificando dal mare di navigazione a quello dell’etere l’opposizione al genocidio perpetrato da Israele. La Palestina e Gaza non sono più unicamente quel conflitto, ma il detonatore che attiva altri significati, conduce a pratiche e cesella slogan che direzionano la protesta.  In questo senso, ridurre quanto avviene in piazza a mera questione di ordine pubblico non è casuale, ma mira a nascondere agli occhi dei più le ragioni e le condizioni che hanno portato all’esplosione. Così, pure, il gergo giornalistico – con il quale si comanda la classe politica – cerca di plasmare la morale e di definire forme accettate e vietate dello stare in piazza. L’etimologia latina di «violenza», per esempio, insiste sul modo impetuoso, irruento e prevaricatorio – nei confronti dell’individuo o di un sistema di governo – del condurre azioni. Cela, cioè, quanto c’era prima, le ragioni che hanno generato il terremoto. È questa un’esaltazione di ciò che si definisce violenza? No, certo che no: perché ci possono essere rotture dell’ordine sociale che non necessariamente finiscono nell’illegalità, nel non consentito da un sistema normativo.  Studiare la conflittualità sociale permette di comprendere la storia e le storie di forme di opposizione e resistenza, di non assimilazione, tra ribellione e ipotesi rivoluzionarie; significa non cedere il passo agli appiattimenti mediatici che di volta in volta vengono proposti. Guardando nel fuoco della piazza, si può scoprire molto di più della violazione dell’ordine, e non è necessario essere militanti. Abitiamo un tempo nel quale nuove guerre e vecchi conflitti costituiscono un orizzonte incerto. Proprio sul crinale di questa crisi globale è importante osservare per comprendere, invece di guardare ciò che è stato visto da altri per noi. Questo sguardo ha un potenziale di rottura immenso perché riverbera nelle coscienze e attiva forme di partecipazione incalcolabili.  *Gabriele Proglio è Professore Associato di storia contemporanea presso l’Università di Scienze Gastronomiche. Si occupa di movimenti sociali, di processi memoriali e di storia orale, di cibo e migrazioni, di storia del Mediterraneo. Tra le sue pubblicazioni: Porta Palazzo. Una storia orale e sensoriale del mercato più grande d’Europa (Donzelli, 2025); I fatti di Genova. Una storia orale del G8 (Donzelli, 2021); Mediterraneo nero. Archivio, memorie, corpi (Manifestolibri, 2019); Border Lampedusa. Subjectivity, Visibility and Memory in Stories of Sea and Land (Palgrave, 2018); Decolonizing the Mediterranean. European Colonial Heritages in North Africa and the Middle East (Cambridge 2017). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il sisma dei movimenti  proviene da Jacobin Italia.
May 6, 2026
Jacobin Italia
LA STORIA DEL PRIMO MAGGIO: “UNA GIORNATA DI LOTTA PER L’EMANCIPAZIONE DELLA CLASSE LAVORATRICE”
“I cattolici hanno la Pasqua, da oggi in poi anche i lavoratori avranno la loro Pasqua”. Sono le parole pronunciate dal socialista Andrea Costa nel 1893 a proposito della data del Primo maggio, dichiarata dalla Seconda Internazionale, nel 1889, Festa internazionale dei lavoratori. La storia di questa ricorrenza, infatti, affonda le proprie radici nella storia del movimento operaio e delle lotte per l’emancipazione di lavoratori e lavoratrici, in particolare con la rivendicazione della riduzione dell’orario della giornata lavorativa.  Radio Onda d’Urto ha intervistato Maria Grazia Meriggi, storica dei movimenti sociali e delle culture politiche dei mondi del lavoro in Europa nell’Ottocento e Novecento. Ascolta o scarica. La scelta della data del Primo Maggio ha origine nelle grandi mobilitazioni operaie che, nella seconda metà dell’Ottocento, attraversarono gli Stati Uniti d’America e la cui rivendicazione centrale era la riduzione dell’orario della giornata lavorativa. Queste lotte, guidate in un primo momento dall’Ordine dei cavalieri del Lavoro (Knights of Labour), ottennero l’approvazione, nel 1866, da parte dello stato dell’Illinois, della prima legge della storia che stabiliva la giornata di 8 ore lavorative. “Varare una legge, tuttavia, non significa certo applicarla”, nota Maria Grazia Meriggi. L’applicazione e l’espansione di questa legge in tutti gli Stati Uniti, infatti, fu lenta e graduale. Anche per questo, nel 1886, la Federation of Organized Trades and Labour Unions fissò il Primo maggio, in occasione del 19º anniversario dell’entrata in vigore della legge,  come il giorno di scadenza limite per estendere la normativa su tutto il territorio statunitense, pena l’organizzazione di uno sciopero generale a oltranza. La risposta fu durissima. La polizia operò una repressione durissima, uccidendo 6 lavoratori e ferendone molti altri. Contro la repressione brutale venne organizzata un’altra manifestazione per il giorno successivo, in Haymarket Square. Vi furono scontri e fu lanciata una bomba, che ferì anche dei poliziotti. Nessuno è mai stato in grado di appurare chi lanciò questo ordigno sulla folla. Nonostante questo, furono condannati a morte – senza alcuna prova –  7 militanti anarchici. “Si tratta dei famosi martiri di Chicago – spiega nell’intervista Maria Grazia Meriggi – che sono entrati nell’iconografia mitologica del movimento operaio americano, ma ancora di più di quello europeo. Infatti, proprio a causa dell’eco di quelle condanne, le autorità federali statunitensi imposero lo spostamento di una data commemorativa di questi episodi non più in maggio ma in una data completamente diversa, cioè il primo lunedì di settembre, che potremmo definire come il Primo maggio americano”. La grande mobilitazione del movimento operaio statunitense contribuì alla ripresa della mobilitazione per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici anche in Europa. La lotta degli operai negli Stati Uniti, la mobilitazione del Primo maggio 1886 a Chicago e le sue conseguenze repressive furono tema di discussione al Congresso che nel 1889, a Parigi, diede vita alla Seconda internazionale dei lavoratori. “In tutto questo periodo, che dura fino al secondo dopoguerra, non c’è una istituzionalizzazione del Primo maggio come festa”, spiega Maria Grazia Meriggi ai nostri microfoni. “Era necessario scioperare, oppure organizzare un comizio fuori dall’orario di lavoro. In molti casi, come nella Francia repubblicana, queste manifestazioni venivano duramente represse”. “In altri casi, per esempio in Italia, ci sono delle amministrazioni comunali che dichiarano che quel giorno è sospeso il lavoro, è una situazione a macchia di leopardo”, aggiunge la storica del lavoro nell’intervista. Per quanto riguarda l’Italia, aggiunge Meriggi, durante il fascismo il regime “era molto preoccupato del Primo maggio. Mussolini era molto preoccupato dell’eco che aveva nel cuore dei lavoratori e delle lavoratrici italiane. Per questo manifestare il Primo maggio era reato”. “Non solo – aggiunge la studiosa – il regime proclamò il 21 marzo Festa del Lavoro, non dei lavoratori. È significativo, perché si tratta di una cosa molto diversa: il tema non è più il diritto di rivendicare delle trasformazioni della propria condizione da parte dei lavoratori, ma una festa corporativa, che unifica lavoratori e imprenditori, sfruttati e sfruttatori”. La storia del Primo maggio, quindi, è la storia di una giornata di lotta per i diritti universali e l’emancipazione della classe operaia, della classe lavoratrice. Negli anni, però, il suo senso è stato trasformato, soprattutto dalla narrazione ufficiale e istituzionale, ma non solo. Addirittura molto, troppo spesso la si sente chiamare “Festa del lavoro”, non dei lavoratori e lavoratrici. “È una giornata che può essere interpretata ancora, oggi, come un momento di mobilitazione – commenta Maria Grazia Meriggi – per ricordare a tutti che esistono due classi, con delle articolazioni interne, ma esiste una classe operaia, che include i precari, i riders, ma anche i lavoratori intellettuali sfruttati, persino i professori universitari (voglio dire che il comando capitalistico ha invaso i luoghi del lavoro, compresi quelli non manuali)… Insomma, è una data che serve a ricordare che esistono delle contrapposizioni sociali che nessuna ideologia può coprire o nascondere”.
La brutale vita dei lavoratori dell’antica Roma
La nostra idea di Roma, con le sue infrastrutture efficienti e le sue splendide opere architettoniche, è indissolubilmente legata ai nomi degli imperatori, dei generali e dei senatori che ne dispongono (e pagano) la costruzione. In questo contesto, la complessità economica dell’impero romano appare come il risultato dell’azione di pochi uomini ricchi e potenti al comando di una moltitudine di lavoratori anonimi. Non è un caso che la rappresentazione più efficace del dinamismo economico romano sia la grande proprietà terriera. Nel mondo romano, il modo più semplice per massimizzare la produzione e lo scambio passa per un maggiore sfruttamento da parte del proprietario terriero delle persone che svolgono il lavoro vero e proprio, siano essi lavoratori liberi o schiavi. Pertanto, qualunque forma di disuguaglianza si formi nel sistema romano è la conseguenza naturale di un’economia precapitalistica. Surviving Rome offre una visione molto diversa della vita economica di Roma. Spostando l’attenzione dagli indicatori macroeconomici di crescita alla gente comune, ci mostra come realmente si vive, si lavora e si muore durante i quattro secoli che separano la Tarda Repubblica (I secolo a.C.) dal Tardo Impero (III secolo d.C.). Non racconta la macrostoria dell’ascesa e del declino economico dell’impero, ma ci offre microstorie di contadini e schiavi – uomini, donne e i loro figli – che devono guadagnarsi da vivere in un mondo duro come agricoltori, pastori, filatori, ceramisti o commercianti part-time.  Il libro di Kim Bowes descrive la vita dei lavoratori romani che producono e consumano un’enorme varietà di beni, contribuendo a un sistema economico oppressivo che costringe la maggior parte della popolazione ad aumentare la produzione per far fronte alle esigenze del consumo compulsivo e del conseguente indebitamento. Le loro condizioni sociali riecheggiano molti aspetti dell’esperienza delle classi lavoratrici nel capitalismo contemporaneo. STORIA DAL BASSO Kim Bowes è un’esperta di cultura materiale e di economia del mondo romano. Ha scritto sull’edilizia abitativa, sul significato sociale del denaro, del debito e del risparmio, nonché su numerosi aspetti della vita quotidiana nel mondo antico. Bowes nutre uno spiccato interesse per individui in situazioni storiche di povertà, in particolare in aree rurali.  Tra il 2009 e il 2014 dirige il primo studio sistematico sui contadini romani mai intrapreso. The Roman Peasant Project, 2009-2014: Excavating the Roman Rural Poor esamina i dati archeologici provenienti da siti rurali non d’élite nella Toscana meridionale per mostrare come i contadini locali organizzano abitazioni, dieta, e strategie agricole, tra cui la mobilità del lavoro e le transazioni commerciali.  I risultati suggeriscono che sono i piccoli contadini-proprietari a dominare le campagne attraverso siti specializzati sparsi nel paesaggio rurale, piuttosto che i grandi proprietari terrieri. Questa strategia consente ai contadini di insediarsi nel territorio e di massimizzare l’uso di appezzamenti diseguali. L’agricoltura non è semplicemente finalizzata alla raccolta dei cereali per la sussistenza: infatti, i contadini intensificano la loro produzione agraria integrando la rotazione delle colture di cereali e legumi con cospicui investimenti nell’allevamento. Gli animali vengono utilizzati per l’aratura, diventando anche, negli ultimi anni della loro vita, un alimento chiave della dieta contadina.  Consumi così eterogenei, con cereali, verdura, frutta e carne a integrare la dieta, supportano l’idea che la campagna non produca soltanto per la città consumatrice, sede delle élite e dei loro investimenti, ma costituisca anche di per sé un bacino di domanda.  I dati dagli scavi mostrano che città e campagna non sono bloccate in un rapporto di dipendenza, ma coesistono in complesse reti di produzione e consumo di beni, tra cui ceramica, vetro, pelle e tessuti. La manodopera si muove abbastanza liberamente tra luoghi diversi, con i contadini che ogni giorno si spostano dalle abitazioni rurali ai campi sparsi. Occasionalmente si trasferiscono nei vicini mercati rurali e urbani dove vendono i raccolti in cambio di denaro, a sua volta utilizzato per acquistare sia il cibo che non possono produrre direttamente che ceramiche e beni artigianali. Il progetto guidato da Bowes propone un modello flessibile, costruito sulle scelte economiche dei contadini che popolano le campagne romane. Essi mostrano un alto livello di differenziazione sociale e consumano una dieta potenzialmente diversificata. L’organizzazione agricola si basa su diversi tipi di proprietà terriera e su un regime di lavoro misto che coinvolge tutti i membri della famiglia. Gli scambi avvengono nel contesto di un’economia monetizzata con libero accesso e intervento su mercati esterni.  LEGGI ANCHE… STORIA ALLE ORIGINI DEL CAPITALISMO Paolo Tedesco DAL CAMPO ALLA TEORIA ECONOMICA  A conclusione del Roman Peasant Project, Bowes pubblica un importante saggio teorico aspramente critico nei confronti degli approcci cliometrici allo studio dell’economia romana. In When Kuznets Went to Rome, sostiene che gli studi macroeconomici volti a ricostruire il Pil aggregato o pro capite, gli indici di disuguaglianza o i livelli salariali, se utilizzati come indicatori economici, non dicono molto sull’effettivo benessere, le esigenze e le opportunità dei lavoratori romani, così come non rivelano le reali condizioni della classe operaia contemporanea. In sostanza, ribadiscono ideologicamente il paradigma dominante della crescita progressiva come principale motore economico di qualsiasi società storica e applicano retrospettivamente una dinamica politica contemporanea al passato. Per correggere questa narrazione, Bowes propone di esaminare i consumi effettivi a livello familiare. Questa prospettiva consente agli studiosi di dimostrare che nel mondo premoderno la maggioranza dei lavoratori ha molteplici fonti di reddito e produce eccedenze significative per accedere al mercato. Ciò non solo rivela che la «trappola della sussistenza» è in realtà un’invenzione storiografica, ma svela anche un quadro di strategie complesse ed esperienze di vita che meritano di essere comprese.  DARSI DA FARE PER VIVERE  Surviving Rome va oltre gli studi precedenti di Bowes che, in questo nuovo libro, combina il rigoroso approccio teorico sviluppato in When Kuznets Went to Rome con la massiccia raccolta di dati intrapresa per il Roman Peasant Project. Il risultato è un magnifico resoconto di come il 90% della popolazione dell’impero romano – tra i 50 e i 60 milioni di persone, a seconda delle stime – vive, lavora e muore durante il periodo in esame.  Il messaggio del libro è semplice: l’impero romano si basa su una dinamica economia di mercato. I romani producono e consumano beni agrari, artigianali e industriali in grandi quantità. Gli scambi avvengono a livello locale, regionale e interregionale, guidati da infrastrutture imperiali e con un alto grado di monetizzazione fin nelle aree rurali più remote. Nella ricostruzione di Bowes, la forza trainante dell’economia romana non è né lo Stato romano e i suoi quadri – come l’esercito o l’amministrazione finanziaria – né i super ricchi proprietari terrieri. Si tratta dei lavoratori comuni, con la loro produzione specializzata, gli elevati livelli di domanda e i modelli di consumo diversificati. L’imperativo sociale per il 90% è accedere a beni di prima necessità per migliorare il proprio benessere e il proprio status. Bowes definisce questo fenomeno il costo dell’inclusione sociale, e lo ritiene fondamentale per la genesi e l’espansione di una rivoluzione dei consumi.  Il concetto di rivoluzione dei consumi non è nuovo nello studio dell’economia romana. Nel suo studio innovativo Peasant and Empire in Christian North Africa, Lesley Dossey utilizza questo concetto per spiegare il massiccio sviluppo sociale ed economico delle campagne africane nella tarda antichità. Secondo l’interpretazione di Dossey, il IV secolo d.C. vede un’enorme crescita della domanda contadina. I contadini africani non si limitano a produrre per gli abitanti delle città: utilizzano il mercato anche per aumentare i propri redditi e, di conseguenza, i propri livelli di consumo.  Bowes applica l’idea di una rivoluzione dei consumi al I e al II secolo d.C., estendendo il suo effetto trasformativo al pieno periodo imperiale, quando l’economia raggiunge il suo punto di massima espansione in termini di produzione e scambio di merci.  Bowes, tuttavia, rifugge dai confronti diacronici tra gli indicatori macroeconomici dell’economia romana e di quella moderna, come anche dalle analogie semplicistiche tra passato e presente. Esamina invece una serie di differenze e una somiglianza fondamentale nelle strutture delle due economie.  PRODUZIONE DOMESTICA  L’economia romana differisce notevolmente da quella capitalista per due aspetti principali. Innanzitutto, sebbene i salari siano onnipresenti nel mondo romano, raramente sono sufficienti a coprire i bisogni primari di una famiglia, ma fungono da fonte di reddito aggiuntiva e occasionale.  A differenza del mondo industriale, dove si verifica una continua lotta tra capitale e lavoro, l’economia agraria dei gruppi subalterni premoderni non funziona secondo quello che E.P. Thompson chiama il nesso monetario, ovvero un meccanismo economico che postula una relazione tra livelli salariali e standard di vita, nonché conflitti tra datore di lavoro e dipendente per salari equi. Poiché i lavoratori romani non possono contare sui salari come fonte primaria della loro sussistenza, continuano a fare affidamento sull’agricoltura e sulla produzione domestica. Ciò non significa che non operino in un’economia di mercato; anzi, sono pienamente integrati nelle sue strutture, ma partecipano alla domanda e all’offerta espandendo la produzione domestica più che vendendo il proprio lavoro a qualcun altro. La seconda differenza è che i lavoratori romani non sono quasi mai in grado di accumulare risparmi. A differenza dei contadini e degli artigiani durante la «rivoluzione industriosa» del XVIII secolo, che accumulano risparmi attraverso matrimoni ritardati e una crescente operosità, il 90% dei lavoratori romani ha meno possibilità di espandere i propri redditi e mettere da parte del denaro per compensare i rischi di un’economia agraria con rendimenti incostanti. Bowes sostiene che sia l’economia romana che quella tardo capitalista condividano una caratteristica comune: la precarietà, che in entrambi i contesti significa che le persone possono passare facilmente dal cavarsela (talvolta anche vivere molto bene) allo scendere al di sotto della soglia di sussistenza.  La rivoluzione consumistica impone alla popolazione romana di acquistare beni compulsivamente. Non dovremmo interpretare questa tendenza come un indicatore di una «società benestante» nel senso espresso da J.K. Galbraith nel suo omonimo libro del 1958. Piuttosto, essa rivela una società in cui è estremamente costoso e difficile vivere e (a volte) persino sopravvivere. Come osserva Bowes, proprio come i lavoratori moderni, il 90% dei romani è perennemente indebitato, con la precarietà come compagna costante.  L’ECONOMIA DEI MOLTI  Gli studi sull’economia romana si concentrano principalmente sui meccanismi per estrarre risorse dalla popolazione per ricostruire come istituzioni come lo Stato o i mercati utilizzano il denaro e distribuiscono o scambiano beni. Il dibattito, dunque, riguarda principalmente le diverse forme di riscossione delle imposte, in denaro o in natura, la raccolta e il trasferimento delle rendite agricole e il ruolo del sistema monetario unificato nel facilitare le transazioni tra partner istituzionali, nonché il modo in cui le istituzioni consentono l’accesso al mercato. L’interesse per la popolazione si limita a stabilire quale regime fondiario e lavorativo – locazione, lavoro salariato o schiavitù – abbia maggiori probabilità di aumentare la produzione e migliorare l’efficienza dell’economia imperiale. In sostanza, gli studi si concentrano più sul modo in cui i proprietari terrieri organizzano la produzione e su come le istituzioni li sostengono nel trasferire o scambiare beni che su come i lavoratori gestiscono la propria vita. Surviving Rome adotta una prospettiva diversa. Come in altre società preindustriali, la grande maggioranza delle persone nel mondo romano – circa 9/10 della popolazione – vive e lavora nelle campagne. Se si vuole capire come funziona una società di questo tipo e se la sua gente se la cava bene o meno, bisogna guardare ai contadini piuttosto che alle molto più documentate e visibili élite. I contadini rappresentano la maggior parte del 90%, pur non essendo mai agricoltori a tempo pieno. La visione senza tempo del contadino che si guadagna da vivere lavorando (con l’aiuto della sua famiglia) un piccolo appezzamento di terreno è un mito che gli scrittori romani creano per celebrare il valore morale del cittadino romano ideale. In tutto il vasto territorio imperiale, dagli odierni Paesi Bassi all’Egitto, i contadini romani sono tutt’altro che romantici o conservatori nell’elaborare le loro strategie economiche. Hanno molteplici fonti di reddito derivanti da una campagna integrata in un complesso sistema di scambi. A volte i contadini possiedono diversi appezzamenti di terra. Tuttavia, poiché l’offerta di terreni non è mai sufficiente, più di frequente affittano gli appezzamenti da grandi o medi proprietari terrieri. Il doppio status di piccoli proprietari e affittuari richiede una complessa pianificazione delle risorse lavorative da parte della famiglia contadina, che deve tenere conto delle necessità stagionali dell’agricoltura, come la rotazione delle colture e il raccolto. I contadini devono anche rispettare le esigenze concomitanti della produzione ceramica, dell’artigianato o del commercio di prodotti agrari e tessili sul mercato locale.  LEGGI ANCHE… LAVORO LA NASCITA DELLA CLASSE OPERAIA IN ITALIA Paolo Tedesco CARENZE ED ECCEDENZE  La combinazione di diverse attività può comportare una carenza di manodopera. A sua volta, ciò offre opportunità per i lavoratori salariati esterni che di solito vengono reclutati tra pastori part-time o contadini senza terra. A volte, tuttavia, la composizione variabile del nucleo familiare può anche dar luogo a un surplus di manodopera, rendendo necessario che alcuni membri del nucleo familiare lavorino per un salario sulla terra di qualcun altro.  Questo dinamismo economico porta Bowes a sostenere che il rapporto tra terra, lavoro e produzione non è predeterminato da una legge economica generale ma piuttosto influenzato dall’attività contadina e dalla contingenza storica. In sostanza, a seconda della situazione, un contadino, sua moglie e i suoi figli possono agire come piccoli proprietari terrieri, affittuari, lavoratori salariati, pastori part-time, commercianti o lavoratori tessili e della ceramica – a volte tutto allo stesso tempo.  La capacità dei contadini di gestire queste attività sfata altre due convinzioni errate. Innanzitutto, nonostante il diffuso analfabetismo tra la popolazione rurale, le famiglie lavoratrici sono in grado di affrontare calcoli complessi e tenere registri dettagliati delle tasse, degli affitti, degli obblighi pubblici e privati, ecc. Come i poveri nella società contemporanea, i lavoratori romani sono in grado di effettuare calcoli senza saper leggere o scrivere.  In secondo luogo, gestiscono le transazioni quotidiane in modo molto razionale e in termini di valore monetario. È vero che le campagne soffrono di una scarsità strutturale di monete, poiché i contadini hanno costantemente bisogno di contanti. Ma come afferma Rory Naismith nel suo suggestivo libro Making Money in the Early Middle Ages, la scarsità di monete nei commerci quotidiani non impedisce alla gente comune di misurare il valore della terra, del bestiame e dei beni di mercato in unità monetarie. La contabilità monetaria è una modalità economica fondamentale per coloro che vivono in campagna.  Bowes propone come esempio di questa razionalità economica due storie di contadini nell’Egitto del I secolo. Epimaco possiede alcuni piccoli appezzamenti vicino ad Hermopolis nella valle del Nilo e gestisce la sua fattoria con l’aiuto di quattro o cinque schiavi e lavoratori salariati giornalieri. La natura dispersa dei suoi beni e la dipendenza dal lavoro salariato probabilmente rendono necessaria una contabilità complessa. Impiega uno schiavo di nome Didimo per tenere libri contabili che registrano le spese giornaliere di ogni mese con ricevute organizzate cronologicamente. Le entrate e le uscite vengono quindi bilanciate, riportando eventuali profitti o deficit al mese successivo. Soterico, un mezzadro, e la sua famiglia conservano i contratti di locazione, le ricevute dell’affitto e delle tasse, i documenti di estinzione del debito, e ricevute di acquisto e di risarcimento. Sebbene non conoscano bene il greco, gestiscono efficacemente contratti di locazione e prestiti, richiedono le ricevute di pagamento e conservano questi documenti per anni dopo la loro scadenza. Queste due storie di famiglie contadine riflettono, a  livello locale, la più ampia storia economica dell’impero romano.  UNA CLASSE FERITA  Uno dei capitoli più notevoli del libro affronta gli effetti distruttivi del lavoro sulla salute dei lavoratori. Il periodo romano conosce uno degli sfruttamenti più intensi delle campagne prima della meccanizzazione dell’agricoltura nella seconda metà del XIX secolo. La massiccia espansione della produzione di surplus agricolo e l’incessante spinta ad aumentare i consumi hanno un enorme impatto sulla popolazione lavoratrice.  Un’enorme quantità di nuovi dati provenienti da scheletri umani rivela le pericolose conseguenze di vivere in un mondo in cui il corpo umano è la principale macchina produttiva. Il lavoro imposto ai lavoratori danneggia gravemente la loro salute. I loro corpi presentano livelli di stress e lesioni senza precedenti. I romani che lavorano possono aver avuto accesso a cibo migliore, pentole fatte su torni e bei vestiti, ma pagano un prezzo elevato in cambio di benefici minimi.  Sebbene tutti i lavoratori romani soffrano di sovraccarico di lavoro, il 90% non costituisce un blocco uniforme. Gli appartenenti alla maggioranza rurale sono colpiti più gravemente rispetto ai loro corrispettivi urbani. Le persone che vivono e lavorano in città come l’antica Londra, Cartagine o la stessa Roma beneficiano di una dieta più varia, che comprende carne, formaggio, legumi e pesce. Questa fonte stabile di proteine aiuta i lavoratori urbani a sopportare il peso di molte ore di duro lavoro.  I lavoratori delle campagne non hanno né una varietà paragonabile né una fonte stabile di proteine: mangiano meno carne e raramente hanno accesso al pesce. Coloro che lavorano in industrie specializzate, come le miniere, o in agricoltura svolgono lavori faticosi che richiedono un consumo di quasi 4.000 calorie al giorno. Se non riescono ad assumere tali razioni giornaliere – e raramente ci riescono – i corpi subiscono gravi danni. Ancora peggiore è la situazione per gli adolescenti di entrambi i sessi, poiché la combinazione di un regime di lavoro pesante con proteine e vitamine insufficienti limita gravemente la loro crescita. La maggior parte dei lavoratori sopravvissuti a un’infanzia precaria porta per tutta la vita le ferite del lavoro pesante.  LAVORO LIBERO E NON LIBERO In termini di impatto sulla salute popolare, la differenza tra città e campagna è più rilevante della distinzione giuridica tra lavoratori liberi e schiavi. I lavoratori liberi poveri e gli schiavi svolgono mansioni simili, soprattutto in industrie specializzate come le miniere e nelle campagne, ricevono salari comparabili e hanno diete simili.  Gli scheletri degli schiavi sembrano identici a quelli dei lavoratori liberi poveri. Questi risultati suggeriscono che la schiavitù non fornisce una categoria distinta di lavoratori all’economia romana. Sebbene tali somiglianze non diminuiscano la brutalità della schiavitù, esse dimostrano che l’esperienza del lavoro pesante non solo rende fisicamente indistinguibili i lavoratori liberi e quelli non liberi, ma li rende anche parte di un unico gruppo sociale. Surviving Rome ci racconta come forze di mercato e un sistema imperiale oppressivo costringono i lavoratori a diventare protagonisti di un circolo vizioso. Nell’esaminare questo processo, Bowes sottolinea come motore principale lo sforzo tenace dei poveri di essere inclusi socialmente, sebbene le strategie di accumulazione delle élite costringano i lavoratori a svolgere più lavori per guadagnarsi da vivere. Quando parla di classe, Bowes preferisce le categorie di Pierre Bourdieu a quelle di Karl Marx. Tuttavia, proprio come rilevato dallo studio di Bourdieu sui contadini algerini, il collegamento tra produzione e consumo dal basso rafforza in realtà il messaggio del libro. Nel passato romano, come nel presente capitalista, sono i lavoratori a pagare il prezzo di un mondo pieno di beni. *Paolo Tedesco insegna storia medievale all’Università di Tübingen. La sua ricerca si concentra sulla storia economica e sociale della tarda antichità e il medioevo, il destino dei contadini nei differenti tipi di società, e la lunga storia del capitalismo. Le sue recenti pubblicazioni includono Writings on the Tributary State and Commercial Capitalism (2024) e Living at the Margins: African Peasants in an Age of Extremes, 300-900 CE (2025). Questo articolo è uscito su Jacobin Mag, la traduzione è di Eugenia Vitello. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La brutale vita dei lavoratori dell’antica Roma proviene da Jacobin Italia.
April 30, 2026
Jacobin Italia