La brutale vita dei lavoratori dell’antica RomaLa nostra idea di Roma, con le sue infrastrutture efficienti e le sue splendide
opere architettoniche, è indissolubilmente legata ai nomi degli imperatori, dei
generali e dei senatori che ne dispongono (e pagano) la costruzione. In questo
contesto, la complessità economica dell’impero romano appare come il risultato
dell’azione di pochi uomini ricchi e potenti al comando di una moltitudine di
lavoratori anonimi.
Non è un caso che la rappresentazione più efficace del dinamismo economico
romano sia la grande proprietà terriera. Nel mondo romano, il modo più semplice
per massimizzare la produzione e lo scambio passa per un maggiore sfruttamento
da parte del proprietario terriero delle persone che svolgono il lavoro vero e
proprio, siano essi lavoratori liberi o schiavi. Pertanto, qualunque forma di
disuguaglianza si formi nel sistema romano è la conseguenza naturale di
un’economia precapitalistica.
Surviving Rome offre una visione molto diversa della vita economica di Roma.
Spostando l’attenzione dagli indicatori macroeconomici di crescita alla gente
comune, ci mostra come realmente si vive, si lavora e si muore durante i quattro
secoli che separano la Tarda Repubblica (I secolo a.C.) dal Tardo Impero (III
secolo d.C.). Non racconta la macrostoria dell’ascesa e del declino economico
dell’impero, ma ci offre microstorie di contadini e schiavi – uomini, donne e i
loro figli – che devono guadagnarsi da vivere in un mondo duro come agricoltori,
pastori, filatori, ceramisti o commercianti part-time.
Il libro di Kim Bowes descrive la vita dei lavoratori romani che producono e
consumano un’enorme varietà di beni, contribuendo a un sistema economico
oppressivo che costringe la maggior parte della popolazione ad aumentare la
produzione per far fronte alle esigenze del consumo compulsivo e del conseguente
indebitamento. Le loro condizioni sociali riecheggiano molti aspetti
dell’esperienza delle classi lavoratrici nel capitalismo contemporaneo.
STORIA DAL BASSO
Kim Bowes è un’esperta di cultura materiale e di economia del mondo romano. Ha
scritto sull’edilizia abitativa, sul significato sociale del denaro, del debito
e del risparmio, nonché su numerosi aspetti della vita quotidiana nel mondo
antico. Bowes nutre uno spiccato interesse per individui in situazioni storiche
di povertà, in particolare in aree rurali.
Tra il 2009 e il 2014 dirige il primo studio sistematico sui contadini romani
mai intrapreso. The Roman Peasant Project, 2009-2014: Excavating the Roman Rural
Poor esamina i dati archeologici provenienti da siti rurali non d’élite nella
Toscana meridionale per mostrare come i contadini locali organizzano abitazioni,
dieta, e strategie agricole, tra cui la mobilità del lavoro e le transazioni
commerciali.
I risultati suggeriscono che sono i piccoli contadini-proprietari a dominare le
campagne attraverso siti specializzati sparsi nel paesaggio rurale, piuttosto
che i grandi proprietari terrieri. Questa strategia consente ai contadini di
insediarsi nel territorio e di massimizzare l’uso di appezzamenti diseguali.
L’agricoltura non è semplicemente finalizzata alla raccolta dei cereali per la
sussistenza: infatti, i contadini intensificano la loro produzione agraria
integrando la rotazione delle colture di cereali e legumi con cospicui
investimenti nell’allevamento. Gli animali vengono utilizzati per l’aratura,
diventando anche, negli ultimi anni della loro vita, un alimento chiave della
dieta contadina.
Consumi così eterogenei, con cereali, verdura, frutta e carne a integrare la
dieta, supportano l’idea che la campagna non produca soltanto per la città
consumatrice, sede delle élite e dei loro investimenti, ma costituisca anche di
per sé un bacino di domanda.
I dati dagli scavi mostrano che città e campagna non sono bloccate in un
rapporto di dipendenza, ma coesistono in complesse reti di produzione e consumo
di beni, tra cui ceramica, vetro, pelle e tessuti. La manodopera si muove
abbastanza liberamente tra luoghi diversi, con i contadini che ogni giorno si
spostano dalle abitazioni rurali ai campi sparsi. Occasionalmente si
trasferiscono nei vicini mercati rurali e urbani dove vendono i raccolti in
cambio di denaro, a sua volta utilizzato per acquistare sia il cibo che non
possono produrre direttamente che ceramiche e beni artigianali.
Il progetto guidato da Bowes propone un modello flessibile, costruito sulle
scelte economiche dei contadini che popolano le campagne romane. Essi mostrano
un alto livello di differenziazione sociale e consumano una dieta potenzialmente
diversificata. L’organizzazione agricola si basa su diversi tipi di proprietà
terriera e su un regime di lavoro misto che coinvolge tutti i membri della
famiglia. Gli scambi avvengono nel contesto di un’economia monetizzata con
libero accesso e intervento su mercati esterni.
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DAL CAMPO ALLA TEORIA ECONOMICA
A conclusione del Roman Peasant Project, Bowes pubblica un importante saggio
teorico aspramente critico nei confronti degli approcci cliometrici allo studio
dell’economia romana. In When Kuznets Went to Rome, sostiene che gli studi
macroeconomici volti a ricostruire il Pil aggregato o pro capite, gli indici di
disuguaglianza o i livelli salariali, se utilizzati come indicatori economici,
non dicono molto sull’effettivo benessere, le esigenze e le opportunità dei
lavoratori romani, così come non rivelano le reali condizioni della classe
operaia contemporanea. In sostanza, ribadiscono ideologicamente il paradigma
dominante della crescita progressiva come principale motore economico di
qualsiasi società storica e applicano retrospettivamente una dinamica politica
contemporanea al passato.
Per correggere questa narrazione, Bowes propone di esaminare i consumi effettivi
a livello familiare. Questa prospettiva consente agli studiosi di dimostrare che
nel mondo premoderno la maggioranza dei lavoratori ha molteplici fonti di
reddito e produce eccedenze significative per accedere al mercato. Ciò non solo
rivela che la «trappola della sussistenza» è in realtà un’invenzione
storiografica, ma svela anche un quadro di strategie complesse ed esperienze di
vita che meritano di essere comprese.
DARSI DA FARE PER VIVERE
Surviving Rome va oltre gli studi precedenti di Bowes che, in questo nuovo
libro, combina il rigoroso approccio teorico sviluppato in When Kuznets Went to
Rome con la massiccia raccolta di dati intrapresa per il Roman Peasant Project.
Il risultato è un magnifico resoconto di come il 90% della popolazione
dell’impero romano – tra i 50 e i 60 milioni di persone, a seconda delle stime –
vive, lavora e muore durante il periodo in esame.
Il messaggio del libro è semplice: l’impero romano si basa su una dinamica
economia di mercato. I romani producono e consumano beni agrari, artigianali e
industriali in grandi quantità. Gli scambi avvengono a livello locale, regionale
e interregionale, guidati da infrastrutture imperiali e con un alto grado di
monetizzazione fin nelle aree rurali più remote.
Nella ricostruzione di Bowes, la forza trainante dell’economia romana non è né
lo Stato romano e i suoi quadri – come l’esercito o l’amministrazione
finanziaria – né i super ricchi proprietari terrieri. Si tratta dei lavoratori
comuni, con la loro produzione specializzata, gli elevati livelli di domanda e i
modelli di consumo diversificati. L’imperativo sociale per il 90% è accedere a
beni di prima necessità per migliorare il proprio benessere e il proprio status.
Bowes definisce questo fenomeno il costo dell’inclusione sociale, e lo ritiene
fondamentale per la genesi e l’espansione di una rivoluzione dei consumi.
Il concetto di rivoluzione dei consumi non è nuovo nello studio dell’economia
romana. Nel suo studio innovativo Peasant and Empire in Christian North Africa,
Lesley Dossey utilizza questo concetto per spiegare il massiccio sviluppo
sociale ed economico delle campagne africane nella tarda antichità. Secondo
l’interpretazione di Dossey, il IV secolo d.C. vede un’enorme crescita della
domanda contadina. I contadini africani non si limitano a produrre per gli
abitanti delle città: utilizzano il mercato anche per aumentare i propri redditi
e, di conseguenza, i propri livelli di consumo.
Bowes applica l’idea di una rivoluzione dei consumi al I e al II secolo d.C.,
estendendo il suo effetto trasformativo al pieno periodo imperiale, quando
l’economia raggiunge il suo punto di massima espansione in termini di produzione
e scambio di merci.
Bowes, tuttavia, rifugge dai confronti diacronici tra gli indicatori
macroeconomici dell’economia romana e di quella moderna, come anche dalle
analogie semplicistiche tra passato e presente. Esamina invece una serie di
differenze e una somiglianza fondamentale nelle strutture delle due economie.
PRODUZIONE DOMESTICA
L’economia romana differisce notevolmente da quella capitalista per due aspetti
principali. Innanzitutto, sebbene i salari siano onnipresenti nel mondo romano,
raramente sono sufficienti a coprire i bisogni primari di una famiglia, ma
fungono da fonte di reddito aggiuntiva e occasionale.
A differenza del mondo industriale, dove si verifica una continua lotta tra
capitale e lavoro, l’economia agraria dei gruppi subalterni premoderni non
funziona secondo quello che E.P. Thompson chiama il nesso monetario, ovvero un
meccanismo economico che postula una relazione tra livelli salariali e standard
di vita, nonché conflitti tra datore di lavoro e dipendente per salari equi.
Poiché i lavoratori romani non possono contare sui salari come fonte primaria
della loro sussistenza, continuano a fare affidamento sull’agricoltura e sulla
produzione domestica. Ciò non significa che non operino in un’economia di
mercato; anzi, sono pienamente integrati nelle sue strutture, ma partecipano
alla domanda e all’offerta espandendo la produzione domestica più che vendendo
il proprio lavoro a qualcun altro.
La seconda differenza è che i lavoratori romani non sono quasi mai in grado di
accumulare risparmi. A differenza dei contadini e degli artigiani durante la
«rivoluzione industriosa» del XVIII secolo, che accumulano risparmi attraverso
matrimoni ritardati e una crescente operosità, il 90% dei lavoratori romani ha
meno possibilità di espandere i propri redditi e mettere da parte del denaro per
compensare i rischi di un’economia agraria con rendimenti incostanti.
Bowes sostiene che sia l’economia romana che quella tardo capitalista
condividano una caratteristica comune: la precarietà, che in entrambi i contesti
significa che le persone possono passare facilmente dal cavarsela (talvolta
anche vivere molto bene) allo scendere al di sotto della soglia di sussistenza.
La rivoluzione consumistica impone alla popolazione romana di acquistare beni
compulsivamente. Non dovremmo interpretare questa tendenza come un indicatore di
una «società benestante» nel senso espresso da J.K. Galbraith nel suo omonimo
libro del 1958. Piuttosto, essa rivela una società in cui è estremamente costoso
e difficile vivere e (a volte) persino sopravvivere. Come osserva Bowes, proprio
come i lavoratori moderni, il 90% dei romani è perennemente indebitato, con la
precarietà come compagna costante.
L’ECONOMIA DEI MOLTI
Gli studi sull’economia romana si concentrano principalmente sui meccanismi per
estrarre risorse dalla popolazione per ricostruire come istituzioni come lo
Stato o i mercati utilizzano il denaro e distribuiscono o scambiano beni. Il
dibattito, dunque, riguarda principalmente le diverse forme di riscossione delle
imposte, in denaro o in natura, la raccolta e il trasferimento delle rendite
agricole e il ruolo del sistema monetario unificato nel facilitare le
transazioni tra partner istituzionali, nonché il modo in cui le istituzioni
consentono l’accesso al mercato.
L’interesse per la popolazione si limita a stabilire quale regime fondiario e
lavorativo – locazione, lavoro salariato o schiavitù – abbia maggiori
probabilità di aumentare la produzione e migliorare l’efficienza dell’economia
imperiale. In sostanza, gli studi si concentrano più sul modo in cui i
proprietari terrieri organizzano la produzione e su come le istituzioni li
sostengono nel trasferire o scambiare beni che su come i lavoratori gestiscono
la propria vita.
Surviving Rome adotta una prospettiva diversa. Come in altre società
preindustriali, la grande maggioranza delle persone nel mondo romano – circa
9/10 della popolazione – vive e lavora nelle campagne. Se si vuole capire come
funziona una società di questo tipo e se la sua gente se la cava bene o meno,
bisogna guardare ai contadini piuttosto che alle molto più documentate e
visibili élite.
I contadini rappresentano la maggior parte del 90%, pur non essendo mai
agricoltori a tempo pieno. La visione senza tempo del contadino che si guadagna
da vivere lavorando (con l’aiuto della sua famiglia) un piccolo appezzamento di
terreno è un mito che gli scrittori romani creano per celebrare il valore morale
del cittadino romano ideale.
In tutto il vasto territorio imperiale, dagli odierni Paesi Bassi all’Egitto, i
contadini romani sono tutt’altro che romantici o conservatori nell’elaborare le
loro strategie economiche. Hanno molteplici fonti di reddito derivanti da una
campagna integrata in un complesso sistema di scambi.
A volte i contadini possiedono diversi appezzamenti di terra. Tuttavia, poiché
l’offerta di terreni non è mai sufficiente, più di frequente affittano gli
appezzamenti da grandi o medi proprietari terrieri. Il doppio status di piccoli
proprietari e affittuari richiede una complessa pianificazione delle risorse
lavorative da parte della famiglia contadina, che deve tenere conto delle
necessità stagionali dell’agricoltura, come la rotazione delle colture e il
raccolto. I contadini devono anche rispettare le esigenze concomitanti della
produzione ceramica, dell’artigianato o del commercio di prodotti agrari e
tessili sul mercato locale.
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CARENZE ED ECCEDENZE
La combinazione di diverse attività può comportare una carenza di manodopera. A
sua volta, ciò offre opportunità per i lavoratori salariati esterni che di
solito vengono reclutati tra pastori part-time o contadini senza terra. A volte,
tuttavia, la composizione variabile del nucleo familiare può anche dar luogo a
un surplus di manodopera, rendendo necessario che alcuni membri del nucleo
familiare lavorino per un salario sulla terra di qualcun altro.
Questo dinamismo economico porta Bowes a sostenere che il rapporto tra terra,
lavoro e produzione non è predeterminato da una legge economica generale ma
piuttosto influenzato dall’attività contadina e dalla contingenza storica. In
sostanza, a seconda della situazione, un contadino, sua moglie e i suoi figli
possono agire come piccoli proprietari terrieri, affittuari, lavoratori
salariati, pastori part-time, commercianti o lavoratori tessili e della ceramica
– a volte tutto allo stesso tempo.
La capacità dei contadini di gestire queste attività sfata altre due convinzioni
errate. Innanzitutto, nonostante il diffuso analfabetismo tra la popolazione
rurale, le famiglie lavoratrici sono in grado di affrontare calcoli complessi e
tenere registri dettagliati delle tasse, degli affitti, degli obblighi pubblici
e privati, ecc. Come i poveri nella società contemporanea, i lavoratori romani
sono in grado di effettuare calcoli senza saper leggere o scrivere.
In secondo luogo, gestiscono le transazioni quotidiane in modo molto razionale e
in termini di valore monetario. È vero che le campagne soffrono di una scarsità
strutturale di monete, poiché i contadini hanno costantemente bisogno di
contanti. Ma come afferma Rory Naismith nel suo suggestivo libro Making Money in
the Early Middle Ages, la scarsità di monete nei commerci quotidiani non
impedisce alla gente comune di misurare il valore della terra, del bestiame e
dei beni di mercato in unità monetarie. La contabilità monetaria è una modalità
economica fondamentale per coloro che vivono in campagna.
Bowes propone come esempio di questa razionalità economica due storie di
contadini nell’Egitto del I secolo. Epimaco possiede alcuni piccoli appezzamenti
vicino ad Hermopolis nella valle del Nilo e gestisce la sua fattoria con l’aiuto
di quattro o cinque schiavi e lavoratori salariati giornalieri. La natura
dispersa dei suoi beni e la dipendenza dal lavoro salariato probabilmente
rendono necessaria una contabilità complessa. Impiega uno schiavo di nome Didimo
per tenere libri contabili che registrano le spese giornaliere di ogni mese con
ricevute organizzate cronologicamente. Le entrate e le uscite vengono quindi
bilanciate, riportando eventuali profitti o deficit al mese successivo.
Soterico, un mezzadro, e la sua famiglia conservano i contratti di locazione, le
ricevute dell’affitto e delle tasse, i documenti di estinzione del debito, e
ricevute di acquisto e di risarcimento. Sebbene non conoscano bene il greco,
gestiscono efficacemente contratti di locazione e prestiti, richiedono le
ricevute di pagamento e conservano questi documenti per anni dopo la loro
scadenza. Queste due storie di famiglie contadine riflettono, a livello locale,
la più ampia storia economica dell’impero romano.
UNA CLASSE FERITA
Uno dei capitoli più notevoli del libro affronta gli effetti distruttivi del
lavoro sulla salute dei lavoratori. Il periodo romano conosce uno degli
sfruttamenti più intensi delle campagne prima della meccanizzazione
dell’agricoltura nella seconda metà del XIX secolo. La massiccia espansione
della produzione di surplus agricolo e l’incessante spinta ad aumentare i
consumi hanno un enorme impatto sulla popolazione lavoratrice.
Un’enorme quantità di nuovi dati provenienti da scheletri umani rivela le
pericolose conseguenze di vivere in un mondo in cui il corpo umano è la
principale macchina produttiva. Il lavoro imposto ai lavoratori danneggia
gravemente la loro salute. I loro corpi presentano livelli di stress e lesioni
senza precedenti. I romani che lavorano possono aver avuto accesso a cibo
migliore, pentole fatte su torni e bei vestiti, ma pagano un prezzo elevato in
cambio di benefici minimi.
Sebbene tutti i lavoratori romani soffrano di sovraccarico di lavoro, il 90% non
costituisce un blocco uniforme. Gli appartenenti alla maggioranza rurale sono
colpiti più gravemente rispetto ai loro corrispettivi urbani. Le persone che
vivono e lavorano in città come l’antica Londra, Cartagine o la stessa Roma
beneficiano di una dieta più varia, che comprende carne, formaggio, legumi e
pesce. Questa fonte stabile di proteine aiuta i lavoratori urbani a sopportare
il peso di molte ore di duro lavoro.
I lavoratori delle campagne non hanno né una varietà paragonabile né una fonte
stabile di proteine: mangiano meno carne e raramente hanno accesso al pesce.
Coloro che lavorano in industrie specializzate, come le miniere, o in
agricoltura svolgono lavori faticosi che richiedono un consumo di quasi 4.000
calorie al giorno. Se non riescono ad assumere tali razioni giornaliere – e
raramente ci riescono – i corpi subiscono gravi danni.
Ancora peggiore è la situazione per gli adolescenti di entrambi i sessi, poiché
la combinazione di un regime di lavoro pesante con proteine e vitamine
insufficienti limita gravemente la loro crescita. La maggior parte dei
lavoratori sopravvissuti a un’infanzia precaria porta per tutta la vita le
ferite del lavoro pesante.
LAVORO LIBERO E NON LIBERO
In termini di impatto sulla salute popolare, la differenza tra città e campagna
è più rilevante della distinzione giuridica tra lavoratori liberi e schiavi. I
lavoratori liberi poveri e gli schiavi svolgono mansioni simili, soprattutto in
industrie specializzate come le miniere e nelle campagne, ricevono salari
comparabili e hanno diete simili.
Gli scheletri degli schiavi sembrano identici a quelli dei lavoratori liberi
poveri. Questi risultati suggeriscono che la schiavitù non fornisce una
categoria distinta di lavoratori all’economia romana. Sebbene tali somiglianze
non diminuiscano la brutalità della schiavitù, esse dimostrano che l’esperienza
del lavoro pesante non solo rende fisicamente indistinguibili i lavoratori
liberi e quelli non liberi, ma li rende anche parte di un unico gruppo sociale.
Surviving Rome ci racconta come forze di mercato e un sistema imperiale
oppressivo costringono i lavoratori a diventare protagonisti di un circolo
vizioso. Nell’esaminare questo processo, Bowes sottolinea come motore principale
lo sforzo tenace dei poveri di essere inclusi socialmente, sebbene le strategie
di accumulazione delle élite costringano i lavoratori a svolgere più lavori per
guadagnarsi da vivere.
Quando parla di classe, Bowes preferisce le categorie di Pierre Bourdieu a
quelle di Karl Marx. Tuttavia, proprio come rilevato dallo studio di Bourdieu
sui contadini algerini, il collegamento tra produzione e consumo dal basso
rafforza in realtà il messaggio del libro. Nel passato romano, come nel presente
capitalista, sono i lavoratori a pagare il prezzo di un mondo pieno di beni.
*Paolo Tedesco insegna storia medievale all’Università di Tübingen. La sua
ricerca si concentra sulla storia economica e sociale della tarda antichità e il
medioevo, il destino dei contadini nei differenti tipi di società, e la lunga
storia del capitalismo. Le sue recenti pubblicazioni includono Writings on the
Tributary State and Commercial Capitalism (2024) e Living at the Margins:
African Peasants in an Age of Extremes, 300-900 CE (2025).
Questo articolo è uscito su Jacobin Mag, la traduzione è di Eugenia Vitello.
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L'articolo La brutale vita dei lavoratori dell’antica Roma proviene da Jacobin
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