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17 LUGLIO 1936: SCOPPIA LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA, “L’INIZIO DI UNA RIVOLUZIONE SOCIALE IN DIVERSE AREE DEL PAESE”
Il 17 luglio 1936 segna l’inizio della Guerra civile spagnola. Le forze reazionarie spagnole, guidate da alcuni generali tra i quali il futuro dittatore Francisco Franco, tentano il colpo di stato convinte di conquistare il potere in breve tempo. In realtà, una rivolta di massa delle classi lavoratrici, che in diverse aree si traduce in un tentativo di rivoluzione sociale, impedisce alle forze nazionaliste di affermarsi in maniera relativamente rapida. I nazionalisti riusciranno a prevalere militarmente soltanto dopo tre anni di guerra civile, duri scontri e massacri ai danni degli insorti repubblicani. “Quando scoppia il colpo di stato, i lavoratori, i proletari, scendono in piazza, si armano, nonostante i delegati governativi nelle varie città all’inizio si rifiutino di fornire loro armi, e trasformano la risposta puramente militare in una vera e propria rivoluzione“, spiega Flavio Guidi, già ricercatore e storico all’Università di Barcellona, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Questo non avviene dappertutto nello stesso modo: a Barcellona, e in generale in Catalunya, avviene; avviene in Aragona e parzialmente a Valencia. A Madrid e in altre città della Spagna che non cadono subito in mano ai franchisti (cioè la maggioranza) c’è una risposta militare forte, i lavoratori si organizzano, collaborano in alcuni casi anche con settori delle forze dell’ordine fedeli alla Repubblica, come la Guardia de asalto e piccoli settori della Guardia Civil che non aderiscono al golpe, e riescono a sconfiggere i militari”. “In alcune zone, come la Catalunya o l’Aragona, non ci si limita però alla sconfitta militare dei franchisti. In queste aree lo scontro si trasforma anche in una rivoluzione sociale: vengono espropriate le fabbriche, sotto il controllo dei lavoratori viene nazionalizzato praticamente tutto“, continua Guidi sulla nostra emittente. “In breve tempo, già entro la fine di agosto – aggiunge lo storico – si chiarisce che all’interno del fronte repubblicano ci sono due posizioni principali, pur con sfumature interne: da un lato chi pensa sia necessario unire la lotta contro i militari golpisti alla rivoluzione sociale, e questi sono soprattutto gli anarchici della CNT (Confederación Nacional del Trabajo) e il POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista); dall’altro chi pensa, invece, che il tema fondamentale è vincere la guerra civile e poi si penserà al futuro, e questi sono soprattutto il Partito Comunista ufficiale, la destra socialista e le varie formazioni repubblicane, oltre all’unico partito di destra che aderisce al fronte repubblicano, il Partito Nazionalista Basco“. A fine luglio, cioè a un paio di settimane di distanze dal tentativo golpista dei militari, i tre quarti dello stato spagnolo sono ancora nelle mani delle forze antifasciste e repubblicane, dalla Catalunya ai Paesi Baschi e fino a Madrid. In un primo momento, dunque, il tentativo di prendere il potere da parte delle forze reazionarie fallisce. Nei tre anni di guerra civile successivi, tuttavia, sul piano militare prevarranno le forze golpiste reazionarie, anche tramite l’intervento dell’Italia fascista e della Germania nazista. L’Unione Sovietica, invece, a partire dall’ottobre del 1936 sosterrà il fronte repubblicano con l’invio di armi. L’unico altro stato a sostenere la Repubblica fu il Messico. Tuttavia, con l’appoggio aereo di fascisti e nazisti le forze reazionarie riusciranno a sbarcare in Andalusìa, a conquistarla nel giro di un anno, avanzare verso Madrid e, alla fine, anche verso Barcellona. A novant’anni dal 17 luglio 1936, Radio Onda d’Urto ha intervistato Flavio Guidi, militante di Sinistra Anticapitalista di Brescia che ha vissuto a lungo in Catalunya, dove ha lavorato come ricercatore all’Università di Barcellona sul rapporto tra Spagna e Italia nel Novecento, in particolare durante la Guerra civile e la transizione. Ascolta o scarica.
July 17, 2026
Radio Onda d`Urto
Immaginare l'impossibile
La rivoluzione del 1968 Teresa Coppola Chi sono i giovani del ‘68? Quali sono le somiglianze con i tempi che viviamo oggi? Come re-immaginare un mondo diverso, anche quando ci sembra impossibile? Se guardiamo alla gioventù nella storia, questa è sicuramente una parte della società che agisce sulla lunga durata1. In questo flusso, che scorre ancora oggi, vogliamo scovare le “chiavi di volta”, quei meccanismi della storia che sono stati cruciali, che hanno tracciato una direzione diversa. Il...
July 17, 2026
Revista Lêgerîn
Una Comune di Parigi contemporanea
Come la gioventù del Bakur si è sollevata in difesa della vita comunitaria Di Marcos Pacheco Fuochi d’artificio illuminano il cielo di rosso, verde e giallo per tutta la notte. Nelle strade sono stati accesi falò ovunque e persone di tutte le età si sono riunite attorno ad essi. Molte danzano in cerchio intorno ai fuochi al ritmo della roboante musica diffusa dagli altoparlanti. Ogni volta che la musica si interrompe, la gioventù intona con potenti voci i canti, che vengono subito ripresi dal...
July 10, 2026
Revista Lêgerîn
Archeologia repressiva – di Gianni Giovannelli
Breve premessa per i più giovani. Il 4 giugno 1975 fu sequestrato dalle Brigate Rosse l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, morto poi nel 2022. Era rinchiuso in una cascina nei pressi di Aqui Terme, chiamata Spiotta, oggi ristrutturata dai nuovi proprietari, con un bel cancello all’ingresso. Il Gancia fu liberato da quattro carabinieri; uno (D’Alfonso) morì [...]
July 9, 2026
Effimera
“ARCHIVIO DEL GATTO NERO”: VIAGGIO NEI 40 ANNI DI RADIO ONDA D’URTO. STORIE, VOCI, LOTTE.
“L’Archivio del Gatto Nero” è un viaggio negli archivi (più che) 40ennali di Radio Onda d’Urto, emittente radiofonica antagonista nata in una cantina di vicolo delle Sguizzette (Brescia) il 18 dicembre 1985 e che da allora trasmette, ogni giorno, informazione autonoma e indipendente, senza pubblicità, padrini e padroni. Ogni mercoledì, dalle ore 15.15 alle ore 16 – sulle frequenze antagoniste di Radio Onda d’Urto – 45 minuti in viaggio nel tempo e nello spazio. Dall’archivio della Radio ripeschiamo interviste, voci, storie, lotte, ancora oggi capaci di aiutarci a “conoscere il mondo per trasformarlo”, come recita lo slogan che anima tutt’oggi il Gatto Nero dell’informazione (che puoi sostenere anche con il 5×1000 nella tua dichiarazione dei redditi). Le puntate 2026: 8 luglio: speciale 25 Aprile (VI). Le interviste a studentesse e studenti di Brescia a 80 anni dalla Liberazione, realizzate nel 2025. Ascolta o scarica 1 luglio: speciale Strage di Piazza Loggia a Brescia (V). Collage di testimonianze dalle interviste raccolte negli anni dalla Radio. Ascolta o scarica 24 giugno: storia popolare del Risorgimento, a 167 dalla battaglia di Solferino con lo storico Emilio Franzina. Ascolta o scarica 17 giugno: speciale 25 Aprile (V). La storia della 53esima Brigata Garibaldi “13 Martiri di Lovere”, sul lago Sebino.  Ascolta o scarica 10 giugno: Italia e servitù militari Usa, una storia che viene da lontano. Trasmissione del 2003, dopo l’aggressione all’Iraq. Ascolta o scarica 3 giugno: 80 anni dal voto alle donne in Italia e il ricordo del militante socialista e repubblicano irlandese, Bobby Sands. Ascolta o scarica 27 maggio: l’audio-racconto di Radio Onda d’Urto sulla strage fascista, di Stato e della Nato di piazza della Loggia, 28 maggio 1974, a Brescia. Ascolta o scarica 20 maggio: gli audio di Radio Onda d’Urto dalla People’s Platform Europe, convocata a Vienna nel 2025 dal movimento di liberazione curdo. Ascolta o scarica 13 maggio: speciale Strage di Piazza Loggia a Brescia (IV). Le testimonianze di due compagni, all’epoca della Strage – 28 maggio 1974 – studenti all’Itis Castelli di Brescia. Ascolta o scarica 6 maggio:  storia della Nakba in Palestina, a 78 anni dall’inizio della “catastrofe”.   Ascolta o scarica 29 aprile: speciale 25 Aprile (IV). La storia dei quartieri operai di Campo Fiera e Porta Milano a Brescia, dal Biennio Rosso all’antifascismo, con lo storico Marcello Zane. Ascolta o scarica 22 aprile: speciale Renata De Marco. Audio di alcuni interventi della compagna bresciana, di Cobas Scuola e Non Una Di Meno, scomparsa a 80 anni. Ascolta o scarica 15 aprile:  15 anni dall’omicidio a Gaza di Vittorio “Vik” Arrigoni. Ascolta o scarica 8 aprile: speciale Strage di Piazza Loggia a Brescia (III). “Strage, per una memoria non pacificata”. Intervento di Umberto Gobbi, di Radio Onda d’Urto, dal convegno dell’11 maggio 2024 organizzato dalla stessa Radio Onda d’Urto a Brescia. Ascolta o scarica 1 aprile: le X Giornate di Brescia, insurrezione popolare contro la dominazione austriaca, dal 23 marzo al 1 aprile 1849. Ascolta o scarica 25 marzo: l’azione partigiana di via Rasella a Roma, il 23 marzo 1944, e l’eccidio nazifascista delle Fosse Ardeatine, il 24 marzo 1944.Ascolta o scarica 18 marzo: speciale Cuba contro il bloqueo. Il mancato assalto alla Caserma Moncada, il 26 luglio 1953, e l’inizio della Rivoluzione contro il dittatore Batista. Ascolta o scarica 11 marzo: speciale 25 Aprile (III). La memoria storica della lotta di Liberazione, tra rimozione degli elementi di conflitto e la narrazione del  “secondo Risorgimento”.   Ascolta o scarica 4 marzo: speciale 90esimo della Guerra civile in Spagna (I).  Presentazione del libro “Garibaldini in Spagna. Storia della XII Brigata Internazionale nella guerra di Spagna” (Edizioni Kappa Vu, 2019).   Ascolta o scarica 26 febbraio: speciale Strage di Piazza Loggia a Brescia (II). Fascisti e padroni: traiettorie politiche e biografie nell’Italia degli anni Settanta. Elio Catania e Caterina Prever dal convegno dell’11 maggio 2024 organizzato da Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica 18 febbraio: Radio libere, controcultura, autorganizzazione. Con Primo Moroni (1995)  Ascolta o scarica 11 febbraio: le Foibe tra storia, mistificazioni e strumentalizzazioni politiche (1945).  Ascolta o scarica 4 febbraio: speciale 25 Aprile (II). Tra via Rasella e le Fosse Ardeatine.   Ascolta o scarica 28 gennaio: speciale Strage di Piazza Loggia a Brescia (I). Il libro “La tigre e i gelidi mostri. Una verità d’insieme sulle stragi politiche in Italia” di Gianfranco Bettin e Maurizio Dianese.  Ascolta o scarica 21 gennaio: la morte di Lenin in Unione Sovietica (1924) Ascolta o scarica 14 gennaio: speciale 25 Aprile (I). Il ruolo dei comunisti nella Liberazione. Ascolta o scarica (puntate 2025) 17 dicembre: la nascita di Radio Onda d’Urto a Brescia (1985) Ascolta o scarica 10 dicembre: la liberazione No Tav di Venaus (2008)  Ascolta o scarica 3 dicembre: l’omicidio poliziesco di Alexis Grigoropoulos ad Atene, Grecia (2008)  Ascolta o scarica 26 novembre: la morte a Cuba di Fidel Castro (2016) . Ascolta o scarica 19 novembre: la Rivoluzione dei Soviet al potere in Russia (1917)  Ascolta o scarica 12 novembre: la lotta di migranti e antirazzisti sopra e sotto la Gru di Brescia (2010)    Ascolta o scarica 5 novembre: la fine della Prima Guerra Mondiale (1918). Ascolta o scarica 29 ottobre: la marcia fascista su Roma (1922).   Ascolta o scarica 22 ottobre: l’omicidio in Bolivia di Ernesto Che Guevara (1967). Ascolta o scarica
July 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Una via d’uscita
-------------------------------------------------------------------------------- Selva Lacandona, Chiapas (Messico 2008). Foto di Massimo Tennenini -------------------------------------------------------------------------------- Spesso, nella diffusa consapevolezza che stiamo vivendo la fine di una cultura, si affaccia l’esigenza – o la speranza – di un nuovo inizio, che, cioè, dopo il crollo di una lunga tradizione, una nuova e più viva venga prima o poi in essere. Contro questa ingenua aspettativa, occorre ricordare che non di un nuovo inizio abbiamo bisogno, ma di una via di uscita. Ammesso che un nuovo inizio fosse possibile, tutto allora ricomincerebbe come prima, magari con idee e progetti diversi, ma pur sempre entro il solco di un’epoca storica e di una tradizione in qualche modo omogenee alla precedente. Dopo il collasso della storia dell’Occidente, l’ultima cosa che possiamo volere è una nuova epoca storica, vogliamo piuttosto farla finita con le epoche, uscire una volta per tutte e non semplicemente ricominciare. Uscire verso dove? Non possiamo dirlo, ma questo è bene, il nostro silenzio è più prezioso delle chiacchiere sui caratteri di un improbabile futuro, che tradiscono la loro solidarietà col passato ripetendo formule stantie come «nuovo o post- o transumanesimo». Come dice la scimmia di Una relazione per un’Accademia (racconto di Kafka raccolto in Franz Kafka. Tutti i racconti, antologia curata da Ervino Pocar per Mondadori, ndr), che è diventata qualcosa di radicalmente altro: «Non volevo la libertà, soltanto una via di uscita». -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Vogliamo vincere. Come? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una via d’uscita proviene da Comune-info.
July 7, 2026
Comune-info
Israele e Usa. La fine della “relazione speciale”
È difficile da immaginare, ma sicuramente verrebbe accolto bene dal popolo americano. Ne hanno abbastanza di Israele. Ci è voluto molto tempo, ma la “relazione speciale” tra Stati Uniti e Israele ha finalmente iniziato a volgere al termine. Tutto ebbe inizio con Henry S. Truman negli anni ’40. Egli sostenne […] L'articolo Israele e Usa. La fine della “relazione speciale” su Contropiano.
July 7, 2026
Contropiano
La lunga genealogia della violenza di Stato
Il nuovo libro di Turi Palidda e la continuità militaresca della sicurezza italiana. Recensione di 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860 Ci sono libri che arrivano nel momento giusto e altri che arrivano quando sono necessari. Il nuovo lavoro di Turi Palidda appartiene […] L'articolo La lunga genealogia della violenza di Stato su Contropiano.
July 3, 2026
Contropiano
Cazzullo in Africa, un’occasione persa
A cavallo fra maggio e giugno è andato in onda su La7, con enorme successo di pubblico, Faccetta nera, un documentario in due puntate sulla storia del colonialismo italiano. Scritto e condotto da Aldo Cazzullo, il progetto è imponente in termini di lunghezza e sforzo produttivo, rappresenta per molti aspetti un unicum nella storia dei palinsesti italiani, e merita senz’altro di essere commentato e discusso.  Le premesse non erano delle migliori. Il reportage con cui il 15 maggio Aldo Cazzullo, sulle colonne dell’inserto 7 del Corriere della Sera, anticipava il lungo documentario che sarebbe stato trasmesso in prima serata, già faceva inarcare le sopracciglia del lettore accorto. Certo il pezzo non appartiene al vecchio repertorio apertamente apologetico: riconosce l’uso dei gas, parla della guerra fascista come di un crimine contro l’umanità, ricorda la brutalità dell’occupazione italiana; allo stesso modo, però, fa uso di registri narrativi che continuano a riprodurre l’immaginario coloniale anche mentre denunciano apertamente la violenza del colonialismo. L’Africa del reportage resta soprattutto uno scenario per un viaggio nella memoria nazionale: Massaua, Asmara, Addis Abeba non vengono realmente restituite come luoghi dotati di una propria soggettività storica e politica; diventano piuttosto tappe di un pellegrinaggio sentimentale, in un testo attraversato dalla continua oscillazione fra condanna morale e fascinazione estetica. Non si tratta della negazione dei crimini, ma si nota il rischio di una loro neutralizzazione narrativa dentro un racconto estetizzante, paternalista e sentimentale dell’esperienza coloniale. Il rischio di un’Italia che riesce ormai a riconoscere la violenza del colonialismo senza riuscire però davvero a decentrarsi dal proprio sguardo coloniale.  Le premesse, dicevamo, non erano delle migliori. Poi il 27 maggio è andata in onda la prima parte del documentario, con ombre e luci. Partiamo da queste ultime: apprezzabile la volontà di non ridurre la violenza coloniale al solo fascismo esplicitando con molta chiarezza le brutalità commesse dall’Italia liberale, dal carcere di Nocra allo scandalo Livraghi; le poche ma precise parole con cui Igiaba Scego ha inquadrato i rapporti di genere all’interno di una relazione sempre gerarchica; l’accenno non scontato al fatto che l’impiego della violenza estrema e degli stessi gas è di per sé il prodotto di una visione razzista dell’altro, privato della sua umanità. Elementi di una ricostruzione che venti, venticinque anni fa non avremmo visto in prima serata. E di questo va dato atto al programma: una denuncia così netta, esplicita, documentata dei crimini commessi dal colonialismo italiano, in televisione non si era mai vista.  LEGGI ANCHE… FASCISMO ALL’ARMI SIAM FASCISTI Redazione Jacobin Italia Se proviamo infatti a collocare lo speciale Faccetta nera nella storia della divulgazione televisiva degli ultimi trent’anni, questo è senz’altro uno dei primi documentari sul colonialismo destinati a un pubblico televisivo ampio, e il primo a mostrare tanto chiaramente la portata dei crimini coloniali italiani. Negli anni Novanta la Rai aveva acquistato Fascist Legacy di Ken Kirby, una produzione Bbc che metteva in luce con chiarezza i crimini di guerra del fascismo italiano; tuttavia non fu mai trasmesso e si dovette attendere il 2003 per vederne alcuni stralci su La7 e poi, tre anni più tardi e su un canale a pagamento, la versione integrale. Se poi cerchiamo tracce di una maggiore consapevolezza del tema nella televisione italiana degli anni successivi, bisogna attendere la nascita di Rai Storia nel 2009 e qualche episodio isolato, come la puntata del 2007 di Correva l’anno dedicata all’impero fascista o quella del 2014 de Il Tempo e la Storia sulla figura di Omar Al-Mukhtar, o ancora quella del 2016 dello stesso programma, in cui Ernesto Galli della Loggia veniva invitato a parlare di colonialismo italiano e della strage di Debra Libanòs, che minimizzava affermando come tutto il colonialismo europeo fosse costellato di episodi simili. Peraltro, si tratta di trasmissioni di breve respiro, certamente non destinate alla prima serata, e che mantengono un profilo molto basso nel racconto dei crimini, sia nella narrazione sia nei contenuti visivi. Dunque, contestualizzandolo e mettendolo in prospettiva storica, il documentario di Aldo Cazzullo emerge senz’altro come una positiva novità.  Certo nella prima parte c’è qualche scivolone in fondo perdonabile – a cui accenniamo rapidamente: un po’ superficiale il modo in cui si mostrano i memorabilia nella collezione Badoglio (e poi, nella seconda puntata, in quella di Vittorio Emanuele III) senza problematizzarli; un po’ orientalista lo sguardo, soprattutto su un’Eritrea solo capre e rovine – e un grosso, grosso problema proprio al centro della puntata. Ci riferiamo all’enorme spazio dato a Indro Montanelli, e l’imbarazzante modalità con cui è stata gestita la questione della sua sposa bambina, affidando a Dacia Maraini (con tutto il rispetto per l’autrice: ma perché?) una debolissima accusa, e a Marco Travaglio la difesa d’ufficio – ripetendo argomenti già detti altrove e riassumibili in «così facevan tutti»: no, Marco, punto primo non lo facevano tutti, punto secondo lo facevano lì e non in Europa (dove andare a letto con una 12enne sarebbe stato illegale e moralmente riprovevole anche allora) proprio perché il ruolo dei dominatori consentiva la libertà assoluta di trascendere i limiti etici e appropriarsi a piacere di spazi, risorse, corpi. Detto di questo segmento indifendibile, nel complesso la prima parte ha lasciato con un’impressione interlocutoria, rafforzata nei giorni seguenti dal fatto che nei social media, al netto dei molti complimenti, la quasi totalità delle (non poche) voci critiche accusava Cazzullo di essere stato troppo critico, troppo anti-colonialista, troppo anti-italiano (adducendo le solite argomentazioni, oscillanti tra il benaltrismo di «sì ma gli inglesi» e il classico «però gli abbiamo costruito le strade»). Certo, se queste sono le reazioni di una parte del pubblico italiano – per quanto rappresentativi possano essere i commenti sui social – allora il documentario, con tutti i suoi limiti, una qualche utile funzione pedagogica ce l’ha. O in altre parole: non stiamo tanto a sottilizzare, ché qui di lavoro da fare ce n’è ancora moltissimo, ci pare. LEGGI ANCHE… FASCISMO LA MARCIA SULL’AFRICA Valeria Deplano Poi, il 3 giugno è andata in onda la seconda e ultima puntata, che avrebbe dovuto (in teoria) esaurire il tema della guerra e parlare di tutto il resto. Il problema è che questo resto (ben poco a dire il vero) è stato rappresentato dando continuamente di gomito allo spettatore, che apprende dell’imperatore Haile Sellassie, figura ricostruita tra aneddoti di sapore esotico e puntualizzando tra le righe che il merito di aver abolito la schiavitù comunque spetta agli italiani; che la presenza italiana ha lasciato molte eredità linguistiche, culinarie e architettoniche (che ci sono, ma sarebbe meglio osservarle in maniera meno autocompiaciuta); che il tenente Guillet abbandonò «in lacrime» la compagna africana per tornare dalla moglie italiana (presentato come aneddoto romantico e non come un comune destino di migliaia donne e figli abbandonati dai maschi rimpatriati). Un malcelato e ammiccante compiacimento – sorvolo sulla citazione letterale, quasi con occhiolino al pubblico, dell’ascaro secondo cui «Italiani grandi soldati, fare culo così agli abissini» – ha ammantato queste poche cose non militari.  La deriva nostalgica che si innesca non appena entrano nell’inquadratura le permanenze italiane nell’Eritrea di oggi è peraltro una retorica già vista nel dibattito pubblico italiano degli ultimi decenni. Non è un caso che un articolo de L’Espresso del 2000 a firma Pietro Veronese definisse Asmara una «commovente città italiana» – immagine che sembra riecheggiare anche nell’approccio di Cazzullo – come se questo luogo rappresentasse una sorta di zona franca nella memoria del colonialismo, in cui (a differenza dell’Etiopia) prevalgono immagini di «modernità» e «italianità» mentre il carattere violento e gerarchico del dominio coloniale resta più facilmente sullo sfondo. Colpisce inoltre, con la parziale eccezione della scrittrice di origine somala Igiaba Scego coinvolta soprattutto nella prima parte, l’assenza di voci autorevoli. Interpellati sul tema del colonialismo sono infatti il giornalista Marco Travaglio e il regista Luca Guadagnino, forti della loro riconoscibilità pubblica ma certo non qualificabili come esperti.  LEGGI ANCHE… POLITICA LA RIMOZIONE COLONIALE E IL GOVERNO MELONI Luca Manucci Il risultato è che gran parte di queste altre due ore abbondanti è stata, di nuovo, tutta schiacciata su una ricostruzione vecchio, vecchissimo stampo. In cui non si fa altro che sciorinare elenchi di dati (uomini, mezzi, munizioni, morti), battaglie dopo battaglie; ripetere mantra che si sarebbe potuto leggere ottant’anni fa (gli italiani che a Keren «si batterono magnificamente»). Una narrazione quasi interamente occupata dal fatto bellico, lasciando da parte la cultura e la società: donne e uomini, la loro vita, lavoro, interazioni, mancano completamente. L’Africa che Aldo Cazzullo racconta è ancora sostanzialmente l’«avventura» (il termine ricorre più volte nella puntata del 3 giugno) che raccontava – sarà un caso la scelta del titolo? – Arrigo Petacco in Faccetta nera (Mondadori 2003), per non citare che un esempio editorialmente fortunato; o l’Africa del cuore raccontata per decenni dagli ex coloni. Con l’aggiunta, certo, di copiose informazioni sui crimini. Ma se il fenomeno è riassumibile in una guerra, e alla fine la «colpa» coloniale è condensata nei crimini di guerra e non in una relazione strutturalmente violenta e razzista, cosa rimane? Un’occasione perduta – una grande occasione, considerando che mai nella tv italiana si era visto tanto spazio, tempo, risorse e telespettatori (1,2 milioni la prima sera) dedicati a questo tema – di dare agli italiani un affresco più completo, ampio, sfaccettato.  Viene allora da chiedersi quale sia il senso di tutta l’operazione, quale l’obiettivo, il messaggio. E sorge il sospetto che la risposta sia da cercare nelle ultime frasi, che chiudono reportage e documentario, restando alla fine impresse nella mente del pubblico. Frasi con cui Aldo Cazzullo conclude sostenendo che tutta la ricostruzione conferma e dimostra una cosa: che gli orrori coloniali sono stati un’eccezione rispetto alla vera identità italiana, anzi, alla «vera vocazione» degli italiani che è «la pace», rispetto a cui tutto il resto è un errore o, crocianamente, una parentesi.  L’operazione allora a questo serviva: a rinnovare il repertorio retorico classico degli «italiani brava gente», ma in una forma aggiornata, post-negazionista? Mandare a dormire gli spettatori tranquilli, perché i crimini vengono sì denunciati con forza, forse per la prima volta con questa forza in Tv, ma la violenza viene poi reinterpretata come deviazione temporanea rispetto a un carattere nazionale fondamentalmente mite, umano, pacifico? Peccato. *Ariela Desio è dottoranda in Studi storici presso l’Università di Siena e l’Università di Firenze. La sua ricerca analizza i dibattiti pubblici sul passato coloniale italiano tra il 1990 e il 2020, attraverso i media tradizionali e digitali. È membro del progetto Horizon Europe Conciliare – Confidently Changing Colonial Heritage ed è stata Visiting PhD Researcher presso il Centre for Contemporary and Digital History (C2DH) dell’Università del Lussemburgo. Prima di intraprendere il dottorato, ha insegnato lingua e letteratura italiana nelle scuole secondarie di secondo grado statali. Emanuele Ertola è ricercatore presso l’università di Siena dove insegna Storia contemporanea. Si è occupato prevalentemente di storia del colonialismo, della decolonizzazione, e di memoria pubblica. Il suo libro più recente è Tracce fasciste. l’eredità materiale del Ventennio (Laterza, 2026). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Cazzullo in Africa, un’occasione persa proviene da Jacobin Italia.
July 2, 2026
Jacobin Italia
Le città «identitarie» e la nostalgia del fascismo
L’amministrazione del leghista Alan Fabbri, sindaco di Ferrara al secondo mandato, a distanza di anni si conferma parte di un laboratorio politico della destra italiana volto a riscrivere la storia locale e nazionale del fascismo. Strutturato o improvvisato che sia, questo laboratorio, ha prima di tutto ridotto a brand e spettacolo continuo la città di Ferrara, occupando da anni, e per mesi, le piazze e i parchi principali cittadini con kermesse musicali e televisive dal grande impatto ambientale e sociale, con gravi disagi per gli abitanti, molti dei quali in risposta hanno costituito gruppi e comitati di protesta (Comitato di quartiere Caldirolo libera, Gruppo Save the park per la difesa del Parco Bassani, Comitato dei residenti di Piazza Ariostea).  L’urbanista Romeo Farinella a riguardo ha scritto:  > la trasformazione del Parco Urbano Giorgio Bassani in arena per grandi eventi > di massa, […] 1.200 ettari di ecosistema urbano concepito come opera di > rinaturalizzazione – è stato trasformato nella sede di concerti da 50.000 > spettatori l’uno. Il risultato, dopo Springsteen [anno 2025, NdR] e Vasco > Rossi [anno 2026, NdR] ci mostra un parco letteralmente devastato.  Per quanto attiene agli eventi nella cornice di piazza Ariostea, recentemente il giornalista Andrea Musacci, in un dettagliato articolo per Lavocediferrara.it, spiega che l’edizione 2026 del Summer festival, 19 eventi dal 13 giugno al 26 luglio, ha visto la decisa reazione dei residenti:  > Nella diffida inviata lo scorso 11 maggio dal legale dei residenti a Comune, > Prefetto, Soprintendenza e ARPAE, si contesta la violazione da parte del > Comune della Delibera della Regione Emilia-Romagna n. 1197/2020 per la > disciplina delle manifestazioni temporanee. Delibera che prevede che i Comuni > adeguino i propri regolamenti ai criteri dalla stessa entro 12 mesi dalla sua > entrata in vigore. Adeguamento non fatto dal Comune di Ferrara, che continua a > utilizzare un Regolamento per la disciplina delle attività rumorose del 2014, > non più valido. La giunta Fabbri, dunque, dopo aver mercificato piazze e parchi pubblici, messo mano alla toponomastica cittadina (luoghi dedicati a Bettino Craxi, Sgarbi padre, e Sergio Ramelli), ora riempie il vuoto che ha creato proponendo un identitarismo puerile, calato dall’alto, intriso di fascismo, finanziato con soldi pubblici. Ci riferiamo alla proposta di un ennesimo festival, questa volta delle fantomatiche «città identitarie», che si terrà in città dal 2 al 5 luglio prossimo. LEGGI ANCHE… ESTREMA DESTRA EJA EJA PROPRIETÀ Redazione Jacobin Italia Come segnalato dall’Anpi di Ferrara, il «Festival delle città identitarie» è sostenuto da fondi statali e comunali, parte dei quali sottratti al bilancio del Comune, più precisamente al finanziamento di borse di studio e tirocini per studenti universitari. Tra i personaggi che hanno dato identità culturale alla città ci sarebbe, secondo gli organizzatori, in qualità di aviatore, il ras squadrista Italo Balbo, inserito senza un apparente filo logico tra le figure di Lucrezia Borgia e i registi Florestano Vancini e Michelangelo Antonioni. Su Jacobin abbiamo già parlato delle bande paramilitari agli ordini di Balbo, le quali usarono la violenza e il terrore per spegnere i tentativi di emancipazione della classe lavoratrice bracciantile e creare una società di sudditi e sottoposti. Per un ritratto più esaustivo rimandiamo ancora una volta al lavoro di Girolamo De Michele, autore del libro Un delitto di regime. Vita e morte di don Minzoni, prete del popolo (Neri Pozza, 2023). Tuttavia la figura di Italo Balbo va tratteggiata con precisione anche perché il ras risulta protagonista di un continuo e pericoloso tentativo odierno di normalizzare il fascismo nazionale e cambiare l’immagine stessa di Ferrara, già città Medaglia d’argento della Resistenza italiana.  Occorre ribadire che, sottesa a questo tipo di operazioni, c’è la volontà di ridurre la portata delle gravissime responsabilità morali e storiche del fascismo attraverso personaggi dal profilo apparentemente «moderno». Celebrare la grandezza di aspetti unidimensionali o del tutto parziali, serve a dimenticare la Storia, con la cornice terribile, l’idea bieca dello sviluppo della persona e delle relazioni umane, insomma l’esperienza catastrofica del fascismo italiano.  Sul piano locale, il già citato Farinella ha evidenziato come le vicende cittadine narrate fin qui in qualche modo si intreccino e sovrappongano generando se non un disegno, di certo un risultato politico revanscista concreto: Al parco dedicato allo scrittore [Giorgio Bassani, NdR] che raccontò al mondo la Ferrara del fascismo e delle leggi razziali si contrappone ora un festival che celebra Italo Balbo – uno dei costruttori di quella stessa stagione – come figura identitaria della città, con tanto di saluti istituzionali del vicesindaco in piazza Municipio. In passato, a proporre la celebrazione del gerarca ferrarese in qualità di trasvolatore ed eroe dell’aeronautica, in spregio ai portati della storiografia recente – e forse ignorando che la tomba del gerarca di Quartesana, a Orbetello, è tuttora parte del gran tour dei neofascisti della penisola – era stato il divulgatore culturale ferrarese Vittorio Sgarbi.  Ebbene, per evitare la celebrazione acritica del capo squadrista, vale la pena ricordare con lo storico Nick Carter che Balbo portò nel ferrarese una catastrofe sociale: distruzione economica, violenza e morte. Ne Il fascismo in persona (Mimesis 2021), collettanea curata da Andrea Baravelli, Carter ribadisce che è chiaro come «Il ritorno di interesse per Italo Balbo, con l’annesso moltiplicarsi delle iniziative celebrative, sia stato prodotto da una memoria selettiva, che ha oscurato gli aspetti più deprecabili del passato per esaltare un solo aspetto: il Balbo aviatore». Un altro storico, Paul Corner, definisce Italo Balbo «un uomo di profondo cinismo, che curava la sua stella senza badare troppo alle implicazioni per gli altri […] Il fascismo per lui fu soprattutto veicolo di ascesa e di affermazione personale». Ma purtroppo, nell’operazione «Città identitarie» non si tratta solo dell’apologia di un gerarca fascista. Città identitaria è di per sé un ossimoro, un pleonasmo, in sé la definizione non vuol dire nulla, ma attenzione ancora una volta al vuoto e alle formule vacue, perché in tempo di crisi finiscono per colmare voragini.  Come ha spiegato Francesco Remotti ne L’ossessione identitaria (Laterza 2017), l’identitarismo è sempre sintomo di una crisi politica e socio-culturale. L’identitarismo è un mito moderno conflittuale e esclusivo, spesso diretto contro minoranze e legato a tradizioni dal carattere antidemocratico. Inoltre, verrebbe da chiedersi se esistono città non identitarie. Tutti i luoghi sono portatori di una qualche identità, quest’ultima è sempre mobile, e in tal senso non esistono città non identitarie, ma la verità è che dietro questo uso distorto delle parole ci sono vecchie idee che per fortuna conosciamo bene grazie ai lavori di Furio Jesi (Cultura di destra) e Umberto Eco (Ur-fascismo). Per togliere dubbi residui basti leggere il sedicente Manifesto (in realtà qualche generico e superficiale paragrafo) del sito Culturaidentità.it, fondato da Edoardo Sylos Labini,  conduttore della trasmissione televisiva Radix su Raitre, per comprendere che l’iniziativa in questione trascende la vicenda di Balbo; in realtà si tratta di un sito da cui partono una serie di proposte culturali tese surretiziamente a sdoganare il razzismo attraverso un insieme di elementi a noi ben noti: la declinazione del termine «identità» del tutto esclusiva, l’uso di mitologie irrazionalistiche sulle passate virtù italiche, la favola circa una antica nazione da preservare; il tutto condito con una spruzzata di beni culturali e paesaggio, di bellezza, banda larga e rinascita della provincia. Con questo manifesto e con quello sovrapponibile di «CulturaIdentità» siamo poco distanti dall’idea di purezza, si ammicca a una difesa di un «noi» interclassista, antico e fisso, edenico, a una nazione messa a repentaglio non dalle disuguaglianze, dall’ingiustizia, dalle responsabilità delle classi dirigenti, ma da un nemico estraneo e esterno – ovviamente lo straniero – impegnato a sostituirci, e in qualche modo a inquinare e deteriorare l’ambiente ancestrale. Si legga per esempio questo stralcio, all’apparenza innocuo, sullo spopolamento, preso dal Manifesto delle città identitarie, badando all’asserzione che ho sottolineato: > ad abitare questi centri restano solo gli anziani e, spesso, gli immigrati > distribuiti nei centri d’accoglienza, unica possibilità per gli amministratori > locali di recuperare ed utilizzare risorse da riversare sul territorio. Di > fatto è in questo entroterra che si realizza il fenomeno della grande > sostituzione. Solo un cambio di paradigma culturale e, soprattutto, economico, > che favorisca il reinsediamento produttivo, manifatturiero o agricolo, potrà > davvero arrestare questo processo, incentivando giovani e adulti in età > fertile a trasferirvisi. Mentre la parte finale del Manifesto di CulturaIdentità ribadisce: > Italianizzare. Favoriamo, incentiviamo, premiamo il ritorno in Patria degli > intelletti italiani dispersi all’estero per costrizioni economiche. > Sovranizzare. Restituiamo la propria storia a ogni gente, lottiamo per la > sovranità di tutti i popoli senza divario di stirpe, di lingua, di classe, di > religione (sic). Integrare. Consentiamo l’inserimento di chi vive una > disabilità in un contesto sociale e culturale, regaliamo una speranza > abbattendo ogni barriera mentale. Riordinare. Ricominciamo dall’ovvio, dal > normale, dall’ordine naturale delle cose (sic). Rifiutiamo il finto > umanitarismo livellatore, eterofobico. Difendere. Difendiamo la persona, la > famiglia dal suo inviolabile domicilio rivendicando con forza la legittima > difesa. A parte la scomparsa dell’individuo con i suoi diritti, contro l’umanitarismo e l’uguaglianza, in questo poco chiaro «ordine naturale» (ma la natura è tutto tranne che una categoria interpretativa), si inneggia alla difesa armata della proprietà. LEGGI ANCHE… CITTÀ CITTÀ PUBBLICA E CITTÀ PRIVATA Redazione Jacobin Italia Quanto al ruralismo dannunziano dei succitati manifesti, quando si parla dei coltivatori della terra, della provincia agricola spopolata italiana al cospetto della nazione, gli autori potrebbero magari ricordare con Antonio Gramsci che il Regno d’Italia i contadini italici li ha storicamente schiacciati sotto il peso di una tassazione iniqua, per poi mandarli a farsi sterminare nelle trincee a centinaia di migliaia; e che il fascismo, dopo aver oppresso il mondo bracciantile su commissione degli agrari, nella Seconda guerra mondiale portò il paese alla distruzione, accompagnato dalle Leggi razziali e dalle occupazioni coloniali. Il vero distruttore della sovranità italiana così tanto osannata da post e neofascisti odierni, è stato, è bene ricordarlo, il fascismo stesso, gettandosi in maniera irresponsabile in alleanze e conflitti il cui prezzo è stato pagato per intero dalle classi popolari italiane. Un manifesto vacuo dunque, dal lessico destrorso, dove troviamo i termini consueti dell’identitarismo reazionario della peggiore destra italiana, «terra, tradizione, nazione», «valori ancestrali» ma mai un cenno alla Repubblica, alla democrazia, alla Costituzione italiana, ai diritti umani e internazionali, alla costruzione della pace.  Un sito e un festival che a loro modo rivelano un network intorno a cui ruotano una serie di soliti personaggi firmatari: intellettuali, da Diego Fusaro, Marcello Veneziani, al già citato Sgarbi; compaiono pure i nomi del comico Umberto Smaila, del cantante Enrico Ruggeri, o dello chef Carlo Cracco. Personaggi che in questa compagine dovrebbero avere il compito di accreditare e rendere presentabili le proposte culturali di destra, che purtroppo presentabili non sono. Sorprende che un’iniziativa così sbilanciata all’estrema destra raccolga le adesioni di alcuni operatori culturali locali, come l’attore e cineasta Stefano Muroni, che finora si era attestato sul crinale del cerchiobottismo, tra rivalutazioni acritiche del gerarca Rossoni in qualità di «rifondatore» di Tresigallo, e il film dedicato all’omicidio squadrista di Don Minzoni, parroco antifascista di Argenta, ucciso nel 1923, probabilmente su mandato, ma di certo con l’avallo del già citato Balbo. In questo contesto confusionario, nel quale però la confusione ha il suo ruolo specifico, l’operato del Comune di Ferrara, attraverso i suoi rappresentanti, il vice sindaco Alessandro Balboni e l’assessore alla cultura Marco Gulinelli, conferma il ruolo di testa di ponte di questa città che, se in passato è stata il laboratorio politico dello squadrismo agrario, oggi continua a rappresentare il varco o il crocevia dove si fanno strada la destra italiana a nord e la lega a sud del Po.  Un’amministrazione che vuole costruire una nuova identità attraverso l’abuso della storia come veicolo identitario e propagandistico, il revisionismo acritico, la rimozione e rivalutazione pseudoscientifica (si veda anche il già citato caso di Tresigallo), non confrontandosi con i massimi princìpi civili dell’umanità, ma sempre trincerati in un’espressione di sé ambivalente, in quanto ipermoderna, perché deumanizzante, e al contempo nostalgica della peggiore epoca storica nazionale. Già, perché soltanto vivere nella nostalgia (cosciente o inconscia che sia) del fascismo può produrre un discorso dove viene calpestato il patrimonio culturale di una città Patrimonio dell’Unesco, per poter smarrire ad arte il senso della Storia. *Sandro Abruzzese, insegnante e scrittore irpino, vive a Ferrara. È autore di Mezzogiorno padano (Manifestolibri, 2015), CasaperCasa (Rubbettino, 2018) e Niente da vedere (Rubbettino, 2022). Gli ultimi due titoli sono usciti nella collana «Che ci faccio qui», diretta dall’antropologo Vito Teti. Nel 2025, per i tipi di Rogas, ha pubblicato Meridionali si diventa, scritti 2015-2025, raccolta di saggi e interventi sulla questione meridionale. È tra gli autori del documento Tornare nel Delta al tempo della crisi climatica. Collabora con quotidiani e su siti letterari tra i quali Doppiozero e Le parole e le cose. Il suo blog personale si chiama Raccontiviandanti. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Le città «identitarie» e la nostalgia del fascismo proviene da Jacobin Italia.
June 30, 2026
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