In ricordo di Enrico Pugliese

Jacobin Italia - Thursday, December 11, 2025
Articolo di Francesco Massimo

È scomparso pochi giorni fa Enrico Pugliese (Castrovillari, 26 aprile 1942 – Roma, 28 novembre 2025), uno dei più importanti sociologi italiani degli ultimi decenni, professore universitario a Salerno, Napoli e Roma. Direttore scientifico dell’Ires Campania negli anni Ottanta. Intellettuale impegnato, è stato militante politico in varie organizzazioni della sinistra.  Anche in seguito a quelle esperienze non ha mai rinunciato a mettere la sua intelligenza, le sue conoscenze, il suo rigore metodologico al servizio dei movimenti sociali – specialmente i disoccupati e le lavoratrici e i lavoratori immigrati – e all’analisi critica della società italiana. 

Esponente della migliore scuola meridionalista allievo e amico di Manlio Rossi Doria al Centro di Specializzazione e Ricerche Economico-Agrarie per il Mezzogiorno di Portici; studente borsista Harkness alla Columbia di New York nel pieno delle mobilitazioni studentesche del Sessantotto, a cui partecipò attivamente; studioso del Mezzogiorno rurale in trasformazione, del mercato del lavoro e in particolar modo della disoccupazione, del lavoro nero e delle politiche sociali, e infine dell’immigrazione e dell’emigrazione italiane. Su tutti questi argomenti pubblicò saggi di assoluto rilievo e coordinò ricerche collettive importanti, in sodalizio con figure come Giovanni Mottura, Augusto Graziani, Maria Immacolata Macioti, Vittorio Capecchi, Fabrizia Ramondino e molti altri. Aperto a tutte le scienze umane e sociali padroneggiava l’economia, la psicologia sociale e le metodologie quantitative. Collaborò con alcuni grandi nomi internazionali della sociologia come Paul Lazarsfeld, di cui introdusse alcune opere in Italia, e Raymond Boudon. 

Il lavoro e l’attenzione ai cambiamenti strutturali dell’occupazione, è stato il prisma attraverso cui Pugliese ha osservato cambiamenti socio-economici e demografici importanti ma poco studiati. Prima, specialmente insieme a Giovanni Mottura, nelle ricerche sulle zone rurali del meridione  – in una fase storica, gli anni Sessanta, in cui l’attenzione di tutti era orientata verso le industrie del nord e verso la «centralità operaia», un approccio quest’ultimo che nelle sue forme più dogmatiche non aveva mai smesso di criticare; poi le ricerche condotte a Napoli, specialmente con il Centro di Coordinamento Campano, fondato nel 1969 insieme a Mottura, Fabrizia Ramondino e altri studenti e operai. 

Come ricordato da Marcello Anselmo sul Corriere del Mezzogiorno, l’attività del Centro di Coordinamento Campano era ispirata al metodo dell’inchiesta sociale, una tradizione plurale che in Italia discendeva dalle iniziative di Danilo Dolci in Sicilia e dall’esperienza dei Quaderni Rossi al Nord. In quest’ottica, la ricerca era in primis un’attività politica, basata sull’immersione totale nei contesti sociali studiati e sulla cooperazione con gli attori sociali coinvolti nella ricerca. Il gruppo produsse importanti inchieste sul lavoro nero (che Pugliese teneva a distinguere dalla categoria troppo vaga di lavoro informale), sulla condizione operaia all’AlfaSud, sul decentramento produttivo e la ristrutturazione del settore calzaturiero, sul lavoro a domicilio e sul nascente movimento dei disoccupati organizzati. Ciò permise a Pugliese e compagni di seguire da vicino e con solidarietà le condizioni di vita del proletariato meridionale, così come, più tardi, quelle dei lavoratori immigrati. Pugliese preferiva questo termine, «immigrati» al più diffuso «migranti», in qualche modo per sottolineare la presenza e la  consistenza delle persone e non la sola mobilità. Molte di queste ricerche vennero pubblicate sulla rivista Inchiesta, fondata da Vittorio Capecchi, e anche, fra l’altro, nel volume sulla Campania della Storia d’Italia Einaudi, con un saggio intitolato Mercato del lavoro e occupazione nel secondo dopoguerra e firmato da Pugliese, Patrizia Cotugno e Enrico Rebeggiani. 

Lo sguardo di Pugliese però non era limitato al Mezzogiorno e alla sua complessità, ma anche all’insieme della società italiana e internazionale. Quest’attività di ricerca si concretizzò prima con dei lavori teorici ed empirici sulla disoccupazione, con un saggio fondamentale uscito per il Mulino, poi tradotto anche in Francia (Socio-économie du chômage, Parigi, L’Harmattan, 1997), poi come pioniere degli studi sulle migrazioni interne e internazionali in Italia. Ancora, con dei lavori di analisi delle politiche sociali. Infine, nell’ultimo quindicennio, Pugliese si era soffermato sulla crescita della Terza e Quarta età e sulla recente ripresa dell’emigrazione dall’Italia. Su quest’ultimo fenomeno, insisteva sul fatto che esso fosse un fenomeno irriducibile allo stereotipo della «fuga dei cervelli» ma molto più ampio e caratterizzato dal peso prevalente delle classi subalterne. 

Viaggiatore infaticabile, ha continuato fino agli ultimi anni a spostarsi da una città all’altra d’Europa per presentare le sue ricerche a partecipare a convegni e incontri pubblici, spesso in collaborazione con le antiche associazioni della diaspora italiana come la Filef (Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie) o la Faim (Forum Associazioni italiane nel mondo). Per Pugliese la ricerca sociologica andava fatta «sporcandosi le scarpe», uno degli insegnamenti di Rossi Doria. Invece di «oggettificare» le persone, Pugliese ei suoi compagni cercavano l’incontro e l’esperienza diretta, che si trattasse di fabbriche, campagne, o piccoli laboratori urbani.

Sull’Inchiesta sociale in Italia, curò un piccolo volume per Carocci nel 2009, da poco ristampato. Di formazione marxista mai rinnegata, aveva uno sguardo sempre lucido e ironico sul mondo. Un’ironia che riservava prima di tutto a sé stesso e ai suoi amici. Pugliese aveva soprattutto una grande capacità comunicativa, trasversale, capace di variare i registri e indirizzarsi a tutte e tutti. Nei suoi discorsi pubblici, che fossero lezioni universitarie, raduni politici o interventi radiofonici, riusciva a catturare l’uditorio e a trasmettere la sua passione. Si esprimeva correntemente e amava mescolare l’inglese e l’italiano, ma non per vanità: era sempre un inglese fuori moda, da film americano degli anni Sessanta. Si diceva addirittura che sapesse ancora parlare il greco antico. In ogni caso, il suo vago accento calabrese, specialmente quel modo di pronunciare la -tr-, rendeva il suo eloquio inconfondibile.

Animatore di riviste come Inchiesta e quella del manifesto, ha sempre seguito l’attività di Jacobin. Proprio al debutto della nostra rivista, il numero 1 sull’Italia «paese senza sinistra», decidemmo di dedicare un articolo ai suoi lavori sulle nuove emigrazioni italiane. 

Enrico Pugliese ha lasciato un’eredità politica e intellettuale fondamentale per la storia della ricerca sociologica e per il dibattito politico. Alla famiglia, ai suoi amici, collaboratori e allievi va la nostra più sincera ed affettuosa vicinanza.

*Francesco Massimo è ricercatore a Sciences Po, Parigi. 

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