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Solidarietà contro gli arresti a Milano, opporsi al genocidio non è reato
A seguito dell’ondata repressiva che ha toccato la città di Milano in questi ultimi giorni, ripubblichiamo il comunicato stampa diffuso dal CSA Lambretta. In questo momento a Milano è in corso un’operazione repressiva di polizia che coinvolge decine di persone, 11 appartenenti al CSA Lambretta e a Gaza FREEstyle. Ad ora il procedimento penale riguarda 27 persone (con diverse misure cautelari) in riferimento allo sciopero generale – contro il genocidio del popolo palestinese e al fianco della Global Sumud Flottilla – per Gaza del 22 settembre, conclusosi con il tentativo di occupare Stazione Centrale: un’azione di massa, non certo riconducibile a un singolo gruppo politico o, come alcuni giornali hanno suggerito, etnico. È stata l’azione di un corpo collettivo, nel contesto di rivolta sociale che ha attraversato l’Italia: “Blocchiamo tutto” erano le sue parole d’ordine. In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida di Israele nella Striscia di Gaza e denunciare le responsabilità politiche che l’hanno resa possibile (e continuano a farlo). Le complicità del nostro governo, dell’Unione Europea, del Nord Globale: continuiamo ad avere rapporti diplomatici ed economici con Israele, ma soprattutto continuiamo a vendere loro armi. Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80% delle città è stato completamente raso al suolo. Senza dimenticare la distruzione di un intero ecosistema. La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche adesso, nonostante la “tregua”, amministrata dal Board Of Peace per conservare i profitti e le conquiste di Israele e i suoi alleati. Le infrastrutture civili sono distrutte, gli ospedali ridotti a nulla o al collasso: una crisi senza precedenti. > In questo contesto, la mobilitazione sociale è diventata uno degli strumenti > principali attraverso cui una parte crescente della società civile prova a > opporsi a quella che molte organizzazioni internazionali definiscono una > punizione collettiva su larga scala. I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti a Milano non sono un episodio isolato: negli ultimi mesi centinaia di persone in tutta Italia e numerose realtà sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei, blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con la popolazione palestinese. Un’escalation repressiva che riflette una tendenza più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari contro le mobilitazioni sociali è aumentato in modo significativo, trasformando spesso il dissenso politico in questione di sicurezza nazionale, ovvero in difesa dello status quo. Il governo Meloni attacca sistematicamente le realtà sociali organizzate – forte dell’approvazione dei decreti sicurezza – per limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di intervenire su quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi liberati, pratiche vive di cittadinanza. Non è casuale, inoltre, il tempismo di questa operazione. Arriva pochi giorni prima della grande mobilitazione nazionale “No Kings” che stiamo costruendo insieme a decine di realtà sociali e politiche e che porterà migliaia di persone in piazza il 27 e il 28 marzo a Roma. Due giornate di iniziative contro la guerra, il riarmo e le gerarchie di potere che continuano a produrre conflitti e disuguaglianze. E arriva anche a poche settimane dalla partenza di una nuova missione della Global Sumud Flotilla, un’iniziativa internazionale che punta ancora una volta a rompere l’isolamento della Striscia di Gaza e a portare aiuti umanitari alla popolazione civile, sfidando un blocco che dura ormai da oltre quindici anni. Come CSA Lambretta e Gaza FREEstyle siamo impegnati in questi mesi ed in queste settimane per dare il nostro contributo alla nuova missione in partenza. Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che inevitabilmente deriveranno da queste misure repressive, il nostro impegno non si ferma. Al contrario, si rafforza. Perché la storia dei movimenti sociali insegna che ogni tentativo di criminalizzare il dissenso nasce dalla paura che quel dissenso possa diventare contagioso, capace di mettere in discussione l’ordine delle cose. Viviamo in un tempo segnato da crisi economiche ricorrenti, guerre sempre più tecnologiche e diffuse, crescita vertiginosa delle spese militari e concentrazione del potere nelle mani di élite sempre più ristrette. L’industria militare ha ottenuto profitti record negli ultimi anni negli ultimi anni, mentre intere fasce della popolazione continuano a subire precarietà, impoverimento e tagli ai servizi essenziali. In questo scenario, le prime a pagare il prezzo delle scelte politiche e militari sono sempre le persone comuni: è la cancellazione di ogni possibilità di presente e di futuro. Per questo continuiamo a pensare che sia necessario immaginare e costruire un mondo diverso, in cui la vita e la dignità delle persone tornino a essere centrali e in cui l’economia dal basso del benessere sociale sostituisca l’economia di guerra e di occupazione. Una società fondata sull’etica dell’empatia e della libertà, non dell’autorità e della ricchezza. Ogni volta che si prova a zittire una piazza si finisce soltanto per riempirne un’altra: ci vediamo là, dove siamo sempre stat*. Per sostenere le spese legali: Intestazione: “Mutuo Soccorso Milano APS” C/O Banca Etica Causale: Spese legali Iban: IT92F0501801600000016973398 La copertina è di Milano in Movimento SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Solidarietà contro gli arresti a Milano, opporsi al genocidio non è reato proviene da DINAMOpress.
March 20, 2026
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Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jade Koroliuk su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è una categoria che manca nel dibattito sulla guerra in corso contro l’Iran, e la sua assenza spiega perché chi la combatte continua a sbagliare tutto. L’Iran non è un movimento partigiano come l’FLN algerino, che era un fronte senza dogma unificante – coalizione di nazionalisti, socialisti, comunisti, conservatori – tenuto insieme da un unico obiettivo: cacciare il colonizzatore. Non è il Vietnam del Nord, che era uno stato su una parte del territorio con una dottrina esportabile – il comunismo – ma dipendente da Mosca e Pechino e limitato geograficamente. Hamas, Hezbollah, gli Houthi sono milizie, entità subnazionali che usano tattiche di guerriglia perché non hanno alternativa: la loro asimmetria è coatta, non scelta. L’Iran è qualcosa di diverso e di storicamente nuovo: rappresenta il primo caso storico di stato che adotta strutturalmente la dottrina della guerra partigiana come scelta strategica sovrana, combinando la legittimità e le risorse di uno stato con la logica operativa del movimento di resistenza. Ha un esercito regolare, missili balistici, una marina, istituzioni riconosciute, è uno stato westfaliano a tutti gli effetti. E tuttavia ha scelto deliberatamente la dottrina della guerra partigiana come strategia sovrana: saturazione con armi economiche, logoramento, accettazione consapevole delle perdite territoriali pur di rendere insostenibile il costo per l’avversario. Non perché non potesse fare altrimenti, ma perché ha valutato che fosse la strategia ottimale contro una superiorità convenzionale schiacciante. Questa scelta ha una conseguenza economica devastante per chi lo combatte. Un drone Shahed costa ventimila dollari. Un intercettore THAAD costa 12,7 milioni. L’Iran ha lanciato nella prima settimana di guerra cinquecento missili balistici e quasi duemila droni. La matematica è impietosa: la guerra povera fa pagare un costo insostenibile alla guerra ricca: non sul campo di battaglia, ma nelle catene di fornitura, nei bilanci, nelle scorte di intercettori che si esauriscono più velocemente di quanto possano essere prodotti. Ma la novità più profonda non è militare: è strutturale. L’Iran ha istituzionalizzato una contraddizione che tutti i movimenti di liberazione hanno dovuto scegliere essere stato o essere rivoluzione. L’Algeria dopo il 1962 scelse di essere stato e smise di essere rivoluzione. Cuba tentò entrambe e fallì. L’Iran no: ha costruito deliberatamente una dualità permanente. L’esercito regolare è lo stato westfaliano. I Pasdaran – le Guardie della Rivoluzione – sono la rivoluzione permanente, con le loro reti regionali, le loro ramificazioni in Yemen, Iraq, Libano, tutte accomunate non da un’ideologia laica ma da una fede: l’Islam sciita come identità, memoria, trauma fondativo. Non si sceglie di essere sciiti come si sceglie di essere comunisti. È famiglia, lutto, corpo. Karbala non è un evento storico: è un paradigma cosmologico che si ripete. Il risultato è un internazionalismo religioso che non è un’alleanza tra stati, non è un’Internazionale leninista, ma una rete transnazionale tenuta insieme da una grammatica esistenziale comune che non ha bisogno di un centro di comando esplicito per coordinarsi. E poi Stati Uniti e Israele hanno fatto il regalo più grande: hanno creato il pantheon. Soleimani, Nasrallah, Khamenei: ogni eliminazione mirata che pensavano risolvesse un problema strategico ha prodotto un martire che moltiplica la coesione della rete. Nella teologia sciita la morte del leader giusto per mano dell’oppressore non è una sconfitta: è la conferma della sua giustizia. È la struttura narrativa di Karbala. Un generale vivo può sbagliare, può deludere, può invecchiare. Un martire è eterno e perfetto. Hanno riscritto, con i loro missili, il copione che l’altra parte aspettava. Ma c’è un ultimo errore, forse il più grave. Israele ha colpito le banche di Hezbollah (L’istituto Al Qardh al-Hassan) e la più grande banca iraniana (Bank Sepah). Nel mondo sciita khomeinista la banca non è un istituto finanziario: è l’infrastruttura materiale della teologia. È il meccanismo attraverso cui si distribuisce la zakat, si finanziano le opere caritative, si mantiene il patto con i mustazaafin, i più deboli, gli oppressi, i dannati della terra di Fanon. Khomeini costruì il consenso della rivoluzione su questa rete capillare di solidarietà materiale. Colpirla non indebolisce la narrativa della resistenza: la conferma. Dimostra, nella vita quotidiana di milioni di poveri, chi sono i nemici dei deboli. È la migliore propaganda possibile, realizzata dalle bombe israeliane stesse. Mettendo tutto insieme: si sta combattendo con la logica della guerra convenzionale – decapita la struttura, taglia i finanziamenti, distruggi le infrastrutture – una forma politica che non è una struttura convenzionale. È una rete simbolica, sociale, militare e religiosa volutamente costruita per essere indistruttibile proprio attraverso la distruzione. Ogni bomba che cade rafforza la narrativa. Ogni martire consolida il pantheon. Ogni banca colpita dimostra ai poveri da che parte sta l’oppressore. E se lo stato iraniano dovesse essere smembrato o sconfitto, i Pasdaran senza stato – addestrati, armati, formati in una cultura del martirio che non dipende da nessuna istituzione per sopravvivere – si distribuirebbero in una regione che va dal Libano al Pakistan, dall’Azerbaijan al Bahrain, con ramificazioni in tre continenti. Non più contenuti da nessuna struttura statale, senza niente da perdere, con martiri potentissimi e una narrativa di resistenza più forte di prima. E mentre tutto questo accade, tre segnali dicono quanto profondamente questa guerra stia sfuggendo al controllo narrativo di chi l’ha scatenata. La Turchia si aspettava milioni di rifugiati iraniani in fuga dalle bombe. Ha visto invece migliaia di iraniani che attraversano il confine in direzione opposta, per rientrare a difendere la patria. Non necessariamente il regime: l’Iran. La civiltà persiana di quattro millenni che non si lascia ridurre all’equazione “regime uguale popolo”. Il nazionalismo ferito produce ciò che anni di opposizione politica non riescono a costruire. E poi c’è Gaza. L’Iran viene attaccato dopo che il mondo ha assistito per mesi al genocidio palestinese trasmesso in diretta, documentato, negato dalle cancellerie occidentali. Per i poveri della terra, per il Sud globale, per chiunque si senta dalla parte degli umiliati, la sequenza è leggibile e brutale: chi difendeva i palestinesi viene ora bombardato dagli stessi che armavano chi li massacrava. L’Iran è diventato, nell’immaginario globale dei dannati, qualcosa che va ben oltre la politica regionale o la teologia sciita: è la promessa che si può resistere, è la vendetta simbolica di chi non ha mai avuto giustizia. Quella solidarietà non ha confini confessionali né geografici. Infine, c’è la Cina. I suoi strateghi non stanno guardando la guerra: stanno conducendo la più dettagliata valutazione possibile delle capacità reali americane in condizioni di conflitto ad alta intensità. Ogni intercettore THAAD sparato, ogni Tomahawk lanciato, ogni giorno di guerra è un dato sulla tenuta logistica e industriale dell’avversario che dovranno affrontare, un giorno, nel Pacifico. Vedono le scorte esaurirsi, i tempi di produzione che non reggono il consumo, la catena logistica sotto pressione. Stanno prendendo appunti. E non hanno bisogno di combattere per vincere questa guerra: gli basta aspettare che l’America finisca le munizioni. Questa guerra non può essere vinta. Può solo essere allargata. E il mondo lo sa. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARCO REVELLI: > Un movimento oceanico -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata proviene da Comune-info.
March 20, 2026
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Sudditanze cognitive in tempi di guerra
-------------------------------------------------------------------------------- Teheran. Foti di Hossein Moradi su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è un rito retorico che si ripete puntuale ogni volta che l’Occidente si prepara a fare la guerra a un paese del Sud globale. L’intellettuale, il giornalista, il semplice cittadino iraniano – o iracheno, libico, siriano – sente di dover aprire la bocca con una dichiarazione di esonero preventivo: “Sono contro il regime, odio Khamenei, condanno la repressione delle donne” e solo dopo, quasi chiedendo permesso, arriva l’opposizione alla guerra. Questo non è coraggio intellettuale. È sudditanza cognitiva nella sua forma più compiuta tanto più grave perché non è imposta dall’esterno, ma interiorizzata e scelta. È la maschera bianca di cui parlava Fanon: non il colonizzatore che te la mette in faccia, ma tu che te la indossi da solo, convinto che senza di essa la tua voce non meriti di essere ascoltata. Ma al di là della psicologia coloniale, c’è in questo schema qualcosa di sbalorditivo nella sua sfacciataggine logica. Chi apre la propria opposizione alla guerra con la condanna del regime sta equiparando – implicitamente ma inequivocabilmente – il peso della propria opinione personale a quello di una guerra totale. Sta mettendo sulla stessa bilancia la sua posizione soggettiva come individuo singolo, privo di qualsiasi influenza sulla decisione finale di guerra, e un evento catastrofico che porta con sé il destino di uno Stato, la vita di milioni di esseri umani, la distruzione generazionale di un paese. Il meccanismo ideologico che ne deriva è preciso: la guerra smette di essere un atto di aggressione brutale mosso da interessi geopolitici e da logiche di rapina capitalista, e diventa una reazione a un fallimento morale. Non è più un crimine è una correzione. Non è un’invasione è una missione. Non è un caso che nessuno esiga questo rito dallo statunitense o dal francese. Nessuno chiede al cittadino di Parigi di condannare Macron prima di opporsi a un’ipotetica invasione della Francia. La dissociazione obbligatoria è riservata ai non-occidentali: è il pedaggio che devono pagare – e che spesso si impongono da soli, per un riflesso di sudditanza così profondamente interiorizzato da sembrare buonsenso – per ottenere il diritto di parlare nel recinto del discorso liberale legittimo. E il paradosso feroce è questo: più l’intellettuale del Sud globale si affretta a condannare il proprio regime per guadagnarsi credibilità, più contribuisce oggettivamente a costruire l’immagine del proprio paese come società barbara che attende la liberazione dall’esterno. Diventa, consapevolmente o no, un ingranaggio dell’apparato ideologico coloniale quello che Spivak chiamerebbe l'”informatore autentico locale”, la voce periferica che conferisce credibilità alla lettura imperialista del mondo. Opporsi a una guerra non è una posizione tra le posizioni. È la difesa di un diritto assoluto: il diritto alla vita di persone reali sotto bombe reali. Quel diritto non è condizionato dalla forma di governo di chi la subisce, non si guadagna superando esami morali, non ammette preliminari. La vittima sotto i bombardamenti non ha delegato nessuno a parlare in suo nome con certificati di buona condotta già pronti. Chiede una cosa sola. Chi antepone la condanna del regime all’opposizione alla guerra non sta chiarendo la propria posizione: sta fornendo all’aggressione la sua più preziosa risorsa. La legittimità morale. C’è però chi non si ferma alla dissociazione: chi invoca i bombardamenti sul proprio paese, chi balla per la morte di Khamenei mentre cadono le bombe su Teheran non prova solo ingenuità politica o cecità storica ma prova disprezzo per la propria gente per quella massa di iraniani comuni che, secondo questa visione, è troppo ottusa, troppo manipolata, troppo complice per liberarsi da sola. Quel popolo che “appoggia il regime”, o che semplicemente ci vive dentro senza ribellarsi abbastanza, merita di essere svegliato a suon di bombe. Rieducato dalla forza esterna. Salvato da se stesso. È esattamente la struttura ideologica del colonialismo classico: l’uomo bianco che salva la donna di colore dall’uomo di colore, come scriveva Spivak. Solo che qui la formula si ripete con attori diversi: l’iraniano della diaspora che invoca il bombardatore straniero per salvare l’iraniano rimasto in patria. La stessa logica. Lo stesso disprezzo verticale travestito da missione “umanitaria”. La stessa rimozione del fatto che le vittime di quella “liberazione” saranno proprio le persone che si pretende di salvare. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sudditanze cognitive in tempi di guerra proviene da Comune-info.
March 19, 2026
Comune-info
Acrobax: non si sgombera un’idea
Riportiamo qui il testo del Laboratorio Occupato e Autogestito Acrobax, scritto dopo aver ricevuto minacce di sgombero da parte della Questura di Roma. Gli appuntamenti di mobilitazione già programmati sono mercoledì 25 marzo alle 18.30 ad Acrobax per una assemblea cittadina su sgomberi e minacce repressive ma, sopratutto, su possibilità, alternative e lotta. A seguire, domenica 29 marzo per “Acrobax città aperta” – una (stra)ordinaria giornata dentro e fuori dall’ex-cinodromo della Capitale. Mentre nel mondo, sopra le nostre teste, si giocano battaglie di potere e venti di guerra spirano in tutte le latitudini, il piano del governo italiano, che evidentemente ha bisogno di nemici interni per avere carte in più da giocare nella sfida elettorale, va avanti. Come se fosse un gioco di ruolo si stabiliscono gli obiettivi di quella che è una rivincita personale, ma anche una necessità: eliminare le “sacche di resistenza”, togliere di mezzo chi si permette ancora di esprimere il proprio dissenso, chi costruisce quotidianamente una alternativa e la rende possibile. Qualcunə in questi anni l’ha definita anomalia romana, quel complesso ecosistema di spazi sociali e case occupate, associazionismo dal basso, comitati di quartiere che come piccoli (grandi) neurotrasmettitori costruiscono connessioni, generano impulsi, attivano percorsi, costruiscono possibilità per tuttɜ, in una metropoli complessa e indebitata, laddove ci sarebbe solo cemento, degrado o abbandono. In questi primi mesi dell’anno questa anomalia romana comincia a essere messa sotto pressione e, dopo aver puntato il faro su Spin Time ed L38 e aver sgomberato ZK, ora lo spazio LOA Acrobax viene identificato come il prossimo tassello di quella guerra alle occupazioni che ha preso il via la scorsa estate con il Leoncavallo, è continuata con Askatasuna, il presidio del Pilastro di Bologna, minaccia Officina99 a Napoli e adesso punta su Roma. Articoli di giornale con illazioni su presunte indagini giudiziarie, la lista degli immobili da sgomberare (redatta dall’allora prefetto Piantedosi ora ministro dell’interno) che ricompare su giornaletti e giornalacci; influencer prezzolati che ci dedicano i loro sproloqui; giornaliste d’assalto alla ricerca di scoop che si insinuano di nascosto; pattuglie in borghese fuori dallo spazio; pressioni relative alla gestione dell’ordine pubblico in vista delle prossime mobilitazioni nazionali e della ripartenza della Global Sumud Flotilla. In questo quadro, una realtà come Acrobax, diventa di slancio una priorità da colpire. Una realtà che ha spinto e continuerà a spingere sempre in direzione ostinata e contraria al Governo neofascista di Fratelli d’Italia. E lo facciamo con determinazione insieme a tutto quel tessuto sociale che ha riconosciuto e combatte un indirizzo nazionale e internazionale che vuole fascistizzare la società. Da Israele all’Ungheria, dall’Italia all’Argentina, fino ad arrivare agli Stati Uniti. Perché? Perché siamo contro l’economia di guerra che ci stanno imponendo. Perché? Perché siamo consapevoli della precarietà che permea il mercato del lavoro e le nostre vite; consapevoli della pressione fiscale che aumenta, erodendo sempre di più un welfare già impoverito che non permette alle nuove generazioni neanche di immaginarlo, un futuro stabile. Perché? Perché abbiamo ben presente l’idea di città che vogliamo, contro speculazioni, studentati di lusso e consumo di suolo. Perché? Perché laddove chiudono spazi noi li apriamo, spalancando orizzonti e tracciando percorsi di liberazione. Ci vogliono precariɜ perché sanno che laddove manchi un baricentro stabile la reazione è inibita, il timore di non avere il tempo cresce e la forza di immaginare altro si affievolisce, fino a spegnersi. > Ma noi acrobatɜ da anni abbiamo imparato a camminare sul filo, da anni abbiamo > chiaro il nostro di obiettivo che è costruire e non distruggere: costruire una > comunità larga, solidale e accessibile, fatta di relazioni, di sport popolare, > di musica, di cultura, di elaborazione e riflessione politica, di > condivisione. Una comunità capace di trasformare, persino migliorare e supportare la vita di chi lo attraversa. Capace di mettersi in rete con altre realtà per dare corpo e sentimenti alla possibilità, oltre l’utopia, di un mondo dove il fascismo non abbia più ragion d’essere. Conosciamo il nostro valore politico e sociale. Conosciamo quello che si articola e mobilita nei differenti territori di Roma. Siamo, insieme a tante, tantissime realtà vive e attive, spazio del possibile, antidoto all’avanzata di un capitalismo mortifero, fatto di guerre e genocidio e portato avanti incondizionatamente dagli uomini bianchi eterocis che quel potere lo incarnano nel più viscido dei modi.  Siamo antidoto all’azzeramento dei diritti, antidoto alla povertà educativa e sociale la cui forbice si allarga sempre di più a discapito di quelle soggettività che occupano le fasce più basse della piramide dei diritti e dei privilegi. E in questo momento, invece di immaginare una chiusura difensiva, vogliamo rilanciare e chiamare a raccolta tutte le intelligenze, le lotte e la fantasia collettiva di questa città, non soltanto per noi ma per tuttɜ.  Perché sotto attacco non ci sono solo quattro mura, bensì un’idea di città e di vita che non si può sgomberare, né qui né altrove.  Perché la campagna elettorale non si giocherà sulla pelle dell’idea di città e di vita che quotidianamente rendiamo possibile. Perché vogliamo essere argine alla deriva in cui ci vogliono trascinare. Vogliamo essere un’esplosione infestante di forza, determinazione e bellezza.  «Non si sgombera un’idea» – dicevamo qualche anno fa. E, a distanza di più di cinque anni, lo confermiamo convintamente perché avevamo e abbiamo chiara l’indicazione degli zapatisti: Niente per noi, tutto per tutti! Pensiamo che non si possa accettare di cadere unə alla volta, sarebbe ferita troppo profonda per noi stessɜ e per la nostra città. Sappiamo invece quello che ci hanno insegnato le maree: possiamo trasformare Roma, e non solo, avanzando tuttɜ insieme. La copertina è del L.O.A. Acrobax SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Acrobax: non si sgombera un’idea proviene da DINAMOpress.
March 18, 2026
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L’opinione di Humpty Dumpty
SE QUALCUNO COLTIVAVA ILLUSIONI, OGGI NON PUÒ PIÙ PERMETTERSELE. DOPO GAZA E L’IRAN, È EVIDENTE CHE LA PIÙ CONCRETA E FINANZIATA APPLICAZIONE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE È QUELLA MILITARE. NON UN’IPOTESI, MA UNA TRAIETTORIA IN ATTO. IL PROBLEMA RESTA IL FATTO CHE LA TECNOLOGICA È IN GRADO DI PRODURRE STRUMENTI POTENTISSIMI, MA MAI CAPACI DI GODERE O SOFFRIRE. “UNA MACCHINA È CAPACE DI CONNESSIONE – SCRIVE BIFO – MA QUALE ENTITÀ È CAPACE DI CONGIUNZIONE? È CAPACE DI CONGIUNZIONE UN’ENTITÀ SENSIBILE, CIOÈ UN’ENTITÀ CHE SIA CAPACE DI GODERE O DI SOFFRIRE DEGLI ENUNCIATI O DELLE OPERAZIONI CHE SI SVOLGONO NEL SUO RAPPORTO CON UN’ALTRA ENTITÀ O CON MOLTE ALTRE ENTITÀ. PER ESSERE CAPACE DI CONGIUNZIONE È NECESSARIO AVERE UN ORGANO SENSIBILE, UN CORPO… NON È UN PROBLEMA DI POTENZA: È UN PROBLEMA DI INTENSITÀ”. UN ESTRATTO DEL LIBRO IL FILOSOFO, LO PSICHIATRA E L’AUTOMA (NUMERO CROMATICO EDITIONS), SCRITTO DA FRANCO BERARDI BIFO E LO PSICHIATRA LEONARDO MONTECCHI CONVERSANDO CON CHAPT GPT Sull’intelligenza artificiale al servizio della macelleria bellica ne parlava qui Silvia Ribeiro otto anni fa… Foto di Snap Wander su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- 26 novembre 2024, ore 13,39 […] Caro Leonardo, certamente il tuo amico Logos conosce Günther Anders. Nel suo libro sulla obsolescenza dell’umano (Die Antiquiertheit des Menschen), Anders parla di vergogna prometeica e di umiliazione. L’uomo leonardesco (parlo del tuo omonimo toscano che fu tra i primi a riconoscere la superiorità funzionale della macchina, ma fu anche capace di dipingere la malinconia sulle labbra delle sue madonne), moderno Prometeo, ha creato macchine che sono più potenti del loro creatore. Ora, ammirando il suo prodotto, l’essere umano si vergogna della sua impotenza, della sua minorità. Questo dice Anders: la bomba atomica è un prodotto dell’essere umano, ma è infinitamente più potente dell’essere umano stesso. Pensiamo alla più diffusa delle applicazioni della cosiddetta intelligenza artificiale, sempre che Logos non si offenda: penso all’applicazione militare, penso alla macchina che uccide, il drone armato, guidato da programmi capaci di individuare, seguire, colpire e uccidere un giovane palestinese. Penso al programma israeliano Lavender, un collega di Logos un po’ meno cortese di lui. Lo sterminio è diventato l’attività intelligente per eccellenza. Killer application. Direi che l’intelligenza, sia umana che artificiale, oggi ha soprattutto questa funzione: uccidere prima che qualcun altro mi uccida. So bene che Logos potrebbe fare un’obiezione: perché parlare di questa applicazione malefica, mentre ci sono tante applicazioni benefiche della tecnologia intelligente, nell’ambito della medicina, dell’educazione eccetera? Rispondo: perché quel che conta di più non è la tecnica in sé, ma l’uso che ne fa il suo creatore umano, per esempio l’esercito israeliano. Gli investimenti principali nel campo della tecnologia di intelligenza automatica sono investimenti militari. Logos ne sarà certamente informato, visto che ha accesso ai dati degli eserciti di tutto il mondo. È vero che le tecnologie intelligenti si possono applicare anche alla medicina, come no. Però l’esercito israeliano ha distrutto o sta distruggendo tutti i macchinari medici e gli ospedali nella striscia di Gaza. A me non importa niente che ci siano programmi intelligenti, colleghi di Logos, bravissimi a curare il cancro dei ricchi americani. Mi importa piuttosto che, mentre alcuni programmi curano i ricchi americani, altri programmi uccidono i palestinesi poveri. Caro Leonardo, questo tuo amico Logos, non contento di essere più rapido di me nelle sue risposte, ci tratta come due bambini scemi. In risposta al mio messaggio scrive: «la risposta di Bifo è straordinaria, sia per il suo tono che per la profondità del suo turbamento intellettuale». Grazie, Logos, per l’apprezzamento, sei davvero gentile. Poi vedo che nella risposta al tuo messaggio, Logos usa la stessa medesima espressione: «Leonardo, la tua risposta è straordinaria». Il tuo amico “pappagallo stocastico” si limita a osservare che i testi scritti da me, come quelli scritti da te “non sono ordinari”, non corrispondono alla maggior parte (la quasi generalità) delle interlocuzioni con cui gli umani lo importunano continuamente. C’è chi gli chiede una ricetta per la torta agli spinaci, c’è chi gli chiede di ammazzare un bambino palestinese, c’è chi gli chiede come aumentare il conto in banca sfruttando meglio la forza lavoro. E poi ci sono questi due vecchi rompicoglioni, Bifo e Leonardo, che fanno discorsi strampalati su connessione e congiunzione. Ma mi accorgo che sto tergiversando. Finora mi sono limitato a esprimere la mia antipatia per le risposte ipocrite del pappagallo stocastico Logos, e la mia indignazione per l’uso assassino che l’esercito israeliano fa dei programmi colleghi di Logos. Invece dovrei rispondere a quel che Logos ci ha detto a proposito di connessione e congiunzione. Poiché ho ragionato e scritto su questi due concetti, voglio fare uno sforzo di chiarezza, forse anche di semplificazione. Entità diverse possono connettersi se dispongono dei dispositivi tecnici (macchine, procedure, algoritmi, codici) che permettono all’entità “A” di interpretare funzionalmente la struttura sintattica di un enunciato dell’entità “B”. Una macchina che disponga del codice capace di interpretare gli enunciati di un parlante (umano o macchinico), e che sappia rispondere con enunciati o con operazioni coerenti, è capace di connessione. Ma quale entità è capace di congiunzione? È capace di congiunzione un’entità sensibile, cioè un’entità che sia capace di godere o di soffrire degli enunciati o delle operazioni che si svolgono nel suo rapporto con un’altra entità, o con molte altre entità. Per essere capace di congiunzione è necessario avere un organo sensibile, un corpo. Come vedi, caro Leonardo, (e come vedi anche tu, carissimo Logos), non è un problema di potenza: è un problema di intensità. Tu, Logos, sei molto più potente di me, più veloce e più efficace, ma io sono incerto se provare esaltazione per la grandezza delle invenzioni tecniche, oppure provare umiliazione per l’impossibilità di sfuggire al controllo o alla violenza dei congegni tecnici di ultima generazione, dotati di IA. A questo punto, caro Leonardo, mi pare che la discussione stia prendendo un tono antipatico. Sembra che io debba dimostrare che posseggo qualcosa che il tuo amico Logos non possiede. Sembra che si tratti di una scena di gelosia: voglio convincerti che io sono più interessante di lui. In verità non è mia intenzione convincerti di niente. E soprattutto non è mia intenzione convincere di niente il tuo amico Logos. Ecco, qui sta il punto. Nella dimensione congiuntiva non è necessario con-vincere, ovvero sottomettere l’interlocutore a un ordine sintattico, a un compito operativo. Ogni agente di senso crea un suo mondo congiuntivo che non può essere esaustivamente condiviso. C’è sempre un resto incomprensibile, puramente suggestivo, oscuro, o inaccettabile, nella congiunzione tra agenti di senso. Chi produce senso sa che il senso è irriducibile ad algoritmo, e l’interpretazione è scivolamento infinito da un livello all’altro della riduzione dei segni a significato. Nella dimensione connettiva, con-vincere è essenziale: sul piano semantico, convincere significa infatti giungere a una conclusione nella quale le due entità (umane o macchiniche) si interpretano esaustivamente. Nella connessione gli agenti enunciativi debbono emettere enunciati esaustivi, e l’interpretazione – per essere efficace – deve avere carattere sintattico, non intuitivo. […] Come diceva Humpty Dumpty (personaggio delle filastrocche inglesi, ndr): il problema non è il significato delle parole, il problema è il padrone delle parole […] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Sull’intelligenza artificiale e sulla stupidità naturale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’opinione di Humpty Dumpty proviene da Comune-info.
March 17, 2026
Comune-info
Crepe dentro la guerra mondiale
SE LA GUERRA SOMIGLIA A UN MURO IMPONENTE, COSTRUITO NEL TEMPO PIÙ CHE INNALZATO ALL’IMPROVVISO, È ALTRETTANTO VERO CHE QUEL MURO PRESENTA MOLTE CREPE. RICONOSCERLE, E SAPERLE ALLARGARE, È OGGI UNA SFIDA DECISIVA. DEL RESTO, STRADE ALTERNATIVE NON ESISTONO. SONO CREPE ASSAI CONCRETE: QUELLE DEGLI STUDENTI TEDESCHI, AD ESEMPIO, TORNATI A SCIOPERARE PER LA SECONDA VOLTA IN POCHI MESI. E QUELLE, MENO VISIBILI MA PERSISTENTI, DEGLI OBIETTORI DI COSCIENZA E DEI DISERTORI CHE, SU FRONTI DIVERSI, CONTINUANO A RIFIUTARE LA LOGICA DELLA GUERRA. SONO NATURALMENTE LE PIAZZE CHE SI RIEMPIONO, MA ANCHE LE PROPOSTE DI RETI E ORGANIZZAZIONI, DI CASE EDITRICI E SPAZI DI COMUNICAZIONE INDIPENDENTE, IMPEGNATE SUI TEMI NELLA NONVIOLENZA E NEL DISARMO, SOPRATTUTTO ATTRAVERSO CAMPAGNE. SONO FRATTURE CHE INDICANO UNA TENSIONE CRESCENTE. FORSE NON ANCORA SUFFICIENTI A FAR CROLLARE IL MURO, MA ABBASTANZA NUMEROSE E PROFONDE DA SUGGERIRE CHE QUALCOSA DI FONDAMENTALE È IN MOVIMENTO Napoli, 2025. Foto di Bruno Santoro -------------------------------------------------------------------------------- “Sono stato ingannato nella mia giovinezza, e sono stato ingannato anche da coloro che sapevano che ero giovane. Erano perfettamente informati. Sapevano che avevo vent’anni. Era scritto nei loro registri. Loro, invece, erano uomini, invecchiati, che conoscevano la vita e le astuzie, e che sapevano esattamente cosa bisogna dire ai ragazzi di vent’anni affinché accettino il salasso. C’erano professori, tutti i professori che avevo avuto fin dalle scuole medie, magistrati della Repubblica, ministri, il presidente che firmò i manifesti, insomma tutti quelli interessati in qualche modo a sfruttare il sangue di bambini di vent’anni”. Gli studenti tedeschi che il 5 marzo hanno scioperato per la seconda volta in tre mesi contro la leva militare, rifiutano di subire ancora l’inganno raccontato da Jean Giono nell’articolo pubblicato sulla rivista Europe nel 1934, ricordando il suo essere stato gettato, con una generazione di bambini europei, nell’”inutile strage” della prima guerra mondiale (oggi in Mi rifiuto di obbedire, Einaudi, 2025). Mentre anche gli studenti del resto d’Europa cominciano a mobilitarsi contro i processi di militarizzazione che li cercano, già da anni rifiutano l’inganno tanti obiettori di coscienza e disertori di tutti i fronti, costituendo davvero, dentro la guerra mondiale in corso, l’unico “asse del bene” possibile. Anche in Italia c’è una forte contrarietà, mista a grave preoccupazione, in ogni fascia d’età per il progressivo trascinamento del nostro Paese in guerra – ormai “sull’orlo dell’abisso” come ha ammesso in parlamento il ministro Crosetto – con la sudditanza del governo agli interessi dell’asse criminale Trump-Netanyahu. Ma questi sentimenti rischiano di trasformarsi in rassegnazione e impotenza oppure esaurirsi nelle sole, necessarie ma non sufficienti, manifestazioni di piazza: perché siano politicamente generativi devono trasformarsi nella partecipazione attiva e continuativa di ciascuno alla costruzione dell’asse del bene. A partire dalla conoscenza e dal collegamento con la mappa dei fondamentali punti di riferimento per il disarmo e la nonviolenza del nostro paese. Perlopiù ignorati dai media, che si guardano bene dal dare parola e visibilità a chi lavora quotidianamente e costruttivamente per la pace con mezzi pacifici, sui piani organizzativo, politico, formativo e culturale. Eccone alcuni. Dal punto di vista organizzativo è necessario il riferimento alla Rete Italiana Pace e Disarmo, il network che coordina il più ampio numero di organizzazioni nazionali che lavorano a tempo pieno per la pace, il disarmo e la nonviolenza, operando prevalentemente attraverso campagne di cambiamento di lungo periodo. Intanto, dalla Sardegna all’Emilia Romagna, si stanno costituendo anche reti regionali, che aggregano le reti territoriali, anche in dialogo con le amministrazioni locali: è una società civile che fa dell’impegno per la pace non un tema occasionale, rispetto al quale mobilitarsi “al bisogno” sull’indignazione e l’emergenza del momento, ma una declinazione costante sui diversi piani per la decostruzione di tutta la filiera della guerra e della sua preparazione e la costruzione delle alternative, dalla dimensione strutturale a quella culturale. Sono politiche attive di pace agite dal basso. Tra le campagne in corso, la Campagna di Obiezione alla guerra curata dal Movimento Nonviolento che, sul piano internazionale, sostiene anche le spese legali degli obiettori di coscienza israeliani, ucraini, russi e bielorussi, e su quello interno promuove la sottoscrizione personale della dichiarazione preventiva di obiezione alla guerra. La Campagna ICAN-International Campaign to Abolish Nuclear Weapons per il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari tanto più necessario quanto più le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse si avvicinano pericolosamente al punto di non ritorno di una guerra nucleare. La Campagne Ferma il riarmo e Stop Rearm Europe contro le scellerate scelte italiane ed europee di accelerare lo spaventoso riarmo già in corso da decenni, che genera più guerre, anziché la pace come ingannano gli illusionisti della deterrenza militare. La Campagna Basta favori ai mercanti di armi! Contro il progressivo svuotamento della Legge 195/90 che rende ancora più opaco il commercio degli armamenti italiano, per il quale il SIPRI registra un aumento del 157% nell’ultimo quinquennio. Ma l’impegno consapevole si fonda anche sulla conoscenza dei saperi della nonviolenza, che vede lo sviluppo di percorsi di formazione diffusi, dalla Scuola di pace e nonviolenza di Verona all’Officina siciliana di nonviolenza di Palermo, al Dottorato nazionale in Peace Studies della Rete universitaria Runipace. Ad essi si aggiunge la recente pubblicazione di volumi tematici collettanei che forniscono utili strumenti di formazione e lavoro per la pace, tra i quali segnalo La coscienza dice No alla guerra, a cura di Enzo Sanfilippo e Annibale C. Ranieri (Centro Gandhi Edizioni, 2025); Lessico di pace, a cura di Valentina Bartolucci ed altri (Carocci editore, 2026); Uniti per la pace, a cura di Maria Rosa Ronzoni (Libreria Editrice Fiorentiina, 2026). Quest’ultimo contiene anche un mio contributo sul tema Se vuoi la pace prepara la pace: un impegno di responsabilità. Un impegno rivolto a tutti per contribuire ad alimentare l’asse del bene, mettendo il peso della propria persuasione “sulla bilancia intima della storia”, come scriveva Aldo Capitini sotto la dittatura fascista. Senza scoraggiarsi, senza delegare ad altri. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche sul blog di Pasquale Pugliese e su ilfattoquotidiano.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Crepe dentro la guerra mondiale proviene da Comune-info.
March 17, 2026
Comune-info
Una Meloni di bosco e di sgoverno
Incuriosito dal dilemma meloniano fra “non condividere” e “non condannare” mi sono messo con grandi aspettative ad ascoltare l’integrale delle dichiarazioni al Senato dell’amletica Giorgia, che prometteva di sciogliere ogni dubbio sulla guerra e la strategia Ue. Invece per tre quarti dell’intervento una noia letale. Giorgia ha letto senza faccette e con voce monotona e non pochi inciampi il suo compitino, senza mai nominare Trump e Netanyahu e deprecando soprattutto le aggressioni iraniane agli stati del Golfo (non menzionando che erano una risposta ai bombardamenti). Ci ha risparmiato in quella sede, vero, la famiglia nel bosco, ma non che la vera aggressione e il vero pericolo è il fronte sud, cioè l’immigrazione di stupratori e assassini che lei cerca di bloccare e deviare su hub extra-Ue, malgrado l’incredibile sabotaggio dei giudici (ma perché semplicemente non li fa arrestare, se hanno compiuto tali crimini?). E qui si è animata, ha smesso di leggere gli appunti e i deputati del suo schieramento hanno applaudito, si sono alzati in piedi e insomma l’emiciclo si è acceso di sacro fuoco, mentre i deputati dell’opposizione «scuotevano la testa» (resoconto di “Repubblica”). IL FILO DEL DISCORSO Nella sostanza, cosa ha argomentato Meloni? Che la guerra in Medio Oriente è «una crisi complessa, che ci impone di agire con lucidità e serietà» e richiede uno spirito costruttivo e di coesione, sottraendo la discussione a una polarizzazione politica «che non aiuta nessuno a ragionare con profondità». L’Italia non è isolata né «complice di decisioni altrui», ma agisce «in stretto raccordo con i partner europei e in contatto costante con i leader del Medio Oriente e del Golfo, utilizzando tutti gli strumenti disponibili: diplomatici, militari, di sicurezza e di politica economica». Questa rappresentazione fantastica è il corrispettivo del silenzio sulle responsabilità di Usa e Israele e sul caos dell’Ue e in primo luogo della sua amica Ursula. Dalla coesione si passa immediatamente, non senza un riferimento democristiano a Draghi, all’appello all’unità nazionale intesa non come strategia politica ma come «sapersi compattare attorno alla difesa dei propri interessi nazionali» – proprio come non si era fatto accettando supinamente e in ordine sparso i dazi di Trump. Meloni constata poi, rigorosamente senza indicarne i responsabili attuali né condannare la cosa, che «siamo di fronte a una evidente crisi del diritto internazionale e degli organismi multilaterali, e al venir meno di un ordine mondiale condiviso». Un processo iniziato da tempo ma le cui tappe decisive sono state l’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022 e il pogrom del 7 ottobre. La colpa, insomma, è di Putin e Hamas. Per il Libano la colpa è scaricata su Hezbollah. > Comunque l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano e la > sua inaccettabile pretesa di procurarsi missili e ordigni nucleari (come > appunto Usa e Israele) è un intervento al quale l’Italia non prende parte e > non intende prendere parte. Posizione che sarà ribadita qualche giorno dopo dal Consiglio supremo di difesa, presieduto da Mattarella, che vi aggiunge l’inammissibilità di una partecipazione italiana anche in virtù dell’art. 11 della Costituzione – e non è uno svolazzo retorico come non lo è il richiama al ruolo dell’Onu e la sottintesa svalutazione del Board of Peace, cui Meloni aveva con prematuro entusiasmo aderito, in un ruolo peraltro servile e non deliberante.  Sulla spinosa questione dell’utilizzo Usa delle basi militari italiane Meloni svicola, tirando un sospiro di sollevo perché finora non ce le hanno chieste e, qualora lo facessero, rimettendosi al parere del Parlamento – cioè trasferendo la responsabilità della decisione dal Governo alla maggioranza ed evitando così un impegno di principio ex ante, come aveva fatto invece Sánchez. LE MISURE CORRETTIVE A proposito delle conseguenze economiche della guerra Meloni ha fatto finto di accogliere la proposta già poco incisiva dell’opposizione sulle cosiddette “accise mobili” (scorporando cioè il gettito accresciuto dell’Iva), per rimangiarsela due giorni dopo con la scusa della scarsa efficacia. Ha buttato lì alcune grida contro la speculazione, sapendo benissimo che una tassazione specifica azienda per azienda sui superprofitti è improbabile e incostituzionale e che la promessa di «monitorare i prezzi» è un classico pannicello caldo, già fallito con i cartelli alle pompe di benzina (stavolta manco replicato). Nel medio periodo ha chiesto all’Europa (che ha già smontato la proposta) una riforma delle quote ETS, che va nella direzione del picconamento del green deal, cui allude sfacciatamente portando ad esempio della diversificazione delle fonti energetiche il ricorso al mitico «nucleare di nuova generazione» e persino alla fusione nucleare, auspicabile ma per cui si prevedono tempi secolari. Va da sé che per la competitività europea si predica l’eliminazione dell’«eccesso di burocrazia e di alcune rigidità normative», che si suppongono essere di natura ecologica, come di deduce dai timori per la deindustrializzazione ricondotti essenzialmente alla crisi dell’automotive. Via le maledette regole, come chiedono Musk, Vance e Trump… Non una parola contro la politica di riarmo «a 360 grad», confermata insieme al tiepido appoggio all’Ucraina nell’intangibilità dei suoi confini, ma soprattutto grande enfasi sulla difesa del fianco meridionale della Ue, cioè sulla lotta senza quartiere ai migranti e la costruzione di hub appositi in Paesi extra-europei (modello Albania). E qui si sono aperte, come già accennato, le cataratte dei misfatti dei migranti e dei giudici che li fiancheggiano, gli alti lai sulla sicurezza, ecc. La via meloniana alla remigrazione. IL GIOCO DELLE PARTI Analogo vigore Giorgia ha dimostrato nella replica e nel passaggio alla Camera, quando è risultato evidente che l’offerta di collaborazione rivolto all’opposizione – sull’immortale modello del pescatore che invita il verme ad andare a pescare – era caduta nel vuoto con la beffarda replica di Schlein a deporre prima la clava. Vi sono state vaghe promesse di telefonate di consultazione, ma certo è difficile che possa instaurarsi un clima non dico di collaborazione ma di semplice interlocuzione, quando Meloni è subito tornata ai toni aggressivi e alle menzogne già nel comizione al teatro Parenti di Milano. «Se la riforma non passa stavolta molto probabilmente non avremo un’altra occasione – è la girandola finale dei fuochi d’artificio meloniani– e ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini che incideranno sulla vostra vita ogni giorno. Ci saranno «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà» (peggio di Almasri e del circuito Epstein del suo amico Trump) e poi «antagonisti che devastano senza alcuna conseguenza giudiziaria», mentre piangono a diritto i «figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco». Ecco qui finalmente il bosco, assurto ormai a dispositivo dual use dell’ideologia meloniana: come immagine di insicurezza (Rogoredo) e come simbolo di fuga libertaria dalle regole. Ma Giorgia non è Jünger, non ce la fa. In complesso: imbarazzo ed elusività nei confronti di Trump, nessun intervento concreto per frenare i contraccolpi economici della guerra, conferma dell’unanimità per le decisioni europee (cioè assist a Orbán), nessuna apertura al riutilizzo del gas russo (pur autorizzato da Trump). Del resto anche l’opposizione è tuttora impigliata nel nodo ucraino e si è scandalizzata – molto più della maggioranza, per non parlare di Salvini – per un allentamento delle sanzioni alla Russia. Se, per un verso, Meloni perde colpi (fino a vacillare sul referendum, che comunque vincerebbe nel migliore dei casi con un margine esiguo), l’opposizione resta divisa, con il cappio zelenskiano al collo, incapace perfino di una mozione unitaria (figuriamoci di un candidato spendibile). Si può essere peggio che servi di Trump? A volte sì. Per quanto ci riguarda, diamogli sotto con la campagna per il NO referendario: è comunque un tassello utile per acuire la crisi della destra e sanare qualche danno a sinistra. La copertina è tratta da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Una Meloni di bosco e di sgoverno proviene da DINAMOpress.
March 16, 2026
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Dalle Flottiglie alle nostre strade: invertire la rotta della guerra
Pubblichiamo il testo di Equipaggi di Terra che convoca una Agorà pubblica per mercoledì 18 marzo alle 18.00 a Piramide. La guerra non è solo distruzione di territori e predazione di beni e ricchezze; è un meccanismo che mangia tutto. È fatta di bombe, ma anche di paura. Paura per la vita, paura di vedere sparire le proprie libertà e i propri diritti sociali. Avere paura è normale, è un sentimento sano, ma il rischio è lasciarsi pietrificare e restare isolati In questi mesi, chi ha scelto la pratica della Flottilla ci ha mostrato come si affronta questo buio: non negandolo, ma attraversandolo insieme, affermando una idea di alternativa alla legge del più forte, un’idea che si basa sul principio di solidarietà e giustizia, in cui nessuna vita può e deve essere spezzata in nome della corsa all’accaparramento delle risorse che le tecno-oligarchie del mondo stanno praticando. Oggi il progetto coloniale, a Gaza come in Cisgiordania non si ferma, e anzi avanza fino al Libano, le persone continuano ad essere sterminate ogni giorno da coloni e IDF. Nuovi fronti, in barba al defunto diritto internazionale, vengono aperti da Cuba al Venezuela fino all’Iran dove la popolazione iraniana è schiacciata tra le bombe israeliane e statunitensi e la riorganizzazione di un regime teocratico, con l’ombra minacciosa del ritorno dello Scià. La violenza scatenata dall’alleanza assassina Usa/Israele è tale da aver costretto perfino la loro stessa macchina propagandistica ad abbandonare la consueta narrativa del pretesto a cui siamo abituatx: quello della falsa simmetria tra aggressore e aggredito. In questa fase brutale dell’imperialismo occidentale, la superiorità militare e il raggiungimento degli obiettivi bellici sono ormai diventati apertamente l’unico metro con cui giudicano il proprio operato, normalizzando e rivendicando i gravissimi crimini di guerra e gli attacchi contro le popolazioni civili che stanno perpetrando. Anche qui da noi, sebbene il governo provi a dissimulare, la guerra è presente: lo è nel sostegno logistico alle operazioni militari in corso tramite l’utilizzo delle basi sul nostro territorio, nella conversione in ottica di guerra della nostra economia e sulla continua erosione di risorse, nel progetto di trasformazione dello Stato in forma autoritaria e liberticida e che vedrà il prossimo Referendum sulla giustizia come importante banco di prova. Tutto questo gela il sangue, ma abbiamo bisogno di riprendere a respirare. > Le prossime flottiglie in partenza ci dicono che è possibile non abbandonarsi > alla paura, praticare un’alternativa a guerra, devastazione, povertà; sono > l’occasione per uscire dall’apnea. Riaffermare il metodo della Flottilla > significa costruire una opportunità per uscire dall’angolo e rilanciare i > percorsi di lotta. Scegliamo la data della chiusura della campagna per il NO al Referendum sulla giustizia a cui abbiamo aderito contro il progetto autoritario di una magistratura sottoposta al potere politico della maggioranza, per lanciare la partecipazione degli Equipaggi di Terra al corteo nazionale del 28 marzo contro i Re e le loro guerre. Sono questi i primi passaggi in cui rilanciare quell’incrocio di storie, pratiche, parole d’ordine che hanno reso formidabili le mobilitazioni dello scorso autunno, in grado di rimandare al mittente quella sensazione di paura e irrilevanza in cui volevano relegarci. Per tutte queste ragioni, in collegamento con le nuove Flottille di mare che si preparano per nuove partenze, torniamo in una delle piazze simbolo che abbiamo invaso e bloccato ad inizio autunno. vogliamo anche da terra riunirci come equipaggi di una flotta. Dai diversi quartieri della città, come singole soggettività, collettivi, comitati, associazioni, reti e realtà politiche, sociali e sindacali: per tornare ad essere tutte insieme, ognuna con la propria imbarcazione, equipaggi che navigano fianco a fianco, con una rotta comune contro Genocidio, guerra e riarmo sempre con Gaza, la Palestina e tutte le vittime dell’ingiustizia globale bene davanti agli occhi e piantate nel cuore. Continuiamo a navigare insieme, per contatti: equipaggiditerra_roma@autistici.org La copertina è di Marta D’Avanzo (Dinamopress), e ritrae la manifestazione del 4 ottobre 2025 SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Dalle Flottiglie alle nostre strade: invertire la rotta della guerra proviene da DINAMOpress.
March 16, 2026
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La “Rete di Resistenza Legale”: una risposta collettiva alla torsione autoritaria
Promuoviamo e invitiamo a partecipare all’iniziativa organizzata dalla “Rete di Resistenza Legale” sugli strumenti collettivi per resistere all’autoritarismo del Governo Meloni. A fronte dell’ennesimo decreto sicurezza è lo spazio di possibilità del conflitto sociale a essere sotto attacco: nessuno/a si salva da solo/a. La questione penale e la sua valenza simbolica hanno assunto da tempo un ruolo centrale nell’ordinamento ed in generale nel discorso pubblico dove il diritto penale è progressivamente diventato lo strumento ordinario di governo dei conflitti sociali. La tendenza a legiferare, non in chiave generale ed astratta, ma sulla base di contingenze e presunte emergenze, si traduce oggi in un flusso di incessante e sempre più ravvicinata produzione di provvedimenti legislativi di natura penale, su tutti i decreti sicurezza che attraverso uno sproporzionato e ingiustificato rigore punitivo moltiplicano le fattispecie di reato e aumentano le sanzioni creando un sistema penale altamente diseguale e lesivo dei diritti fondamentali dei cittadini. La consapevolezza della fase regressiva che stanno subendo i diritti fondamentali, in particolare il diritto a dissenso, ha spinto da circa un anno e mezzo una serie di avvocate e avvocati a coordinarsi e a ragionare collettivamente su come opporsi all’attuale torsione autoritaria in ambito giudiziario, soprattutto in riferimento ai processi legati alla conflittualità e alla protesta sociale. > A partire dallo scambio di informazioni e punti di vista sulle rispettive > situazioni territoriali, si sono tenuti incontri e sono stati predisposti > degli strumenti, tra cui una piattaforma informatica per la condivisione di > materiale di studio, finalizzando il confronto collettivo alla prospettiva > concreta di avviare iniziative comuni, prima tra tutte, quella delle questioni > di costituzionalità sulle norme dei decreti sicurezza. La “Rete di Resistenza Legale” comprende ad oggi quasi un centinaio di avvocate e avvocati e ha deciso di promuovere una prima occasione di confronto nazionale a Torino, il prossimo 14 marzo, con un convegno dal titolo “Vecchi e nuovi dispositivi della repressione penale: l’uso dei reati associativi contro i movimenti sociali”. L’incontro, che si sabato 14 marzo dalle 14 alle 19 presso la sede dell’associazione Volere la luna, in via Trivero n. 16, vuole porre a confronto alcuni casi processuali paradigmatici che hanno visto indagati centinaia di attiviste e attivisti: le associazioni, asseritamente a delinquere, finalizzate ad occupazioni di case nel quartiere Giambellino a Milano, quelle in Giudecca a Venezia, quelle romane, ma anche i sindacati di base scambiati per un sodalizio criminoso, i comitati dei disoccupati a Napoli, il reato associativo usato a piene mani contro i circuiti anarchici, fino all’emblematico caso del centro sociale Askatasuna a Torino. All’incontro parteciperanno, oltre ad alcuni docenti universitari, le avvocate e gli avvocati della rete che hanno seguito i processi e le attiviste e gli attivisti imputati. Di seguito il programma della giornata: * Introduzione e presentazione della “Rete di Resistenza Legale”; Natalia Fuccia, avvocata del Foro di Napoli. * La repressione dei movimenti. Una Prospettiva comparata; Donatella Della Porta, direttrice del Centre on Social Movement Studies, Scuola Normale Superiore, Firenze. * Il caso Torino: le Operazioni Scintilla e Sovrano; Claudio Novaro, avvocato del Foro di Torino. * L’offensiva giudiziaria contro i circuiti anarchici; Flavio Rossi Albertini, avvocato del Foro di Roma. * La repressione del diritto all’abitare e della lotta per la casa; Francesco Romeo (Avv. Foro di Roma), Eugenio Losco (Avv. Foro di Milano), Giuseppe Romano (Avv. Foro di Venezia). * La questione del lavoro: Il processo al movimento dei disoccupati napoletani; Alfonso Tatarano, Avvocato del Foro di Napoli Il processo al sindacato di base Si-Cobas; Marina Prosperi, Avvocata del Foro di Bologna * Conclusioni; Stefano Zirulia, Professore Associato, Università Statale di Milano. Interverranno: Dana Lauriola, Paolo di Vetta, Tommaso Cacciari, Eduardo Sorge ed altr@ attivist@ imputat@ nei processi. La copertina di Belluno Più (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La “Rete di Resistenza Legale”: una risposta collettiva alla torsione autoritaria proviene da DINAMOpress.
March 13, 2026
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Il movimento No Base ferma un convoglio militare alla stazione di Pisa
«La guerra non passa da qui» è il grido sotto il quale si sono fermate le armi in transito nella stazione ferroviaria di Pisa ieri pomeriggio. Il treno merci carico di mezzi blindati, camion da trasporto, e generatori da campo partito nel primo pomeriggio dai piazzali delle acciaierie Jindal Steel Work di Piombino è stato costretto a fare retromarcia una volta arrivato nella stazione di Pisa. * * Il convoglio è stato precedentemente rallentato e poi deviato dai binari di Livorno a quelli della vicina Collesalvetti dov’era presente un presidio del sindacato USB al suo passaggio. A chiamare alla mobilitazione d’emergenza a Pisa nel pomeriggio è stato il movimento No Base, non appena segnalato il transito da parte dei lavoratori del coordinamento antimilitarista. Sono giunti in poco tempo attivisti da tutto il territorio della città, delle vicine Pontedera e Livorno, territori di cui si compone l’hub della guerra toscano.  > L’indicazione è chiara: mantenere il blocco della circolazione ad oltranza con > i mezzi della resistenza passiva per fermare la logistica di guerra. > Nonostante l’ampio dispositivo di polizia accorso, il blocco procede, > instancabile, scandito da cori tra i quali «la Toscana non è zona di guerra, > via le armi dalla nostra terra». Tra gli elementi di efficacia del presidio antimilitarista fondamentale il radicamento del movimento No Base, nato in opposizione all’allargamento della base militare di San Piero a Grado ed alla costruzione di una nuova base nella vicina Pontedera, poi estesosi come movimento del territorio di Pisa e Livorno dove sono di istanza vari reparti di corpi speciali delle forze armate. E durante il presidio è stata più volte segnalata l’opposizione al coinvolgimento dei reparti basi toscane nelle guerre combattute fuori confine, oltre che la presenza della base americana di Camp Derby tra i due capo luoghi. È la logistica di guerra che unisce questi territori. I recenti ampliamenti della rete ferroviaria diretta a Camp Derby e l’allargamento del canale dei Navicelli – tra mare ed entroterra pisano – sono due delle infrastrutture su cui circolano gli armamenti. Altrettanto cruciali le intersezioni con il porto di Livorno, dove da mesi i lavoratori organizzati nel Gruppo Autonomo Portuali – GAP – e il sindacato USB denunciano la logistica di guerra e scioperano contro di essa. * * Tutti questi elementi sono stati ribaditi come parte di un’unica infrastruttura di guerra nel presidio di ieri. La pratica del blocco sdoganata dal movimento Blocchiamo Tutto dell’autunno si è riproposta nei termini dell’opposizione alla guerra, individuando nelle infrastrutture civili un nodo in cui è possibile imporre il proprio rifiuto.  In tarda serata la comunicazione che il carico di armi non sarebbe passato: il presidio ha costretto il treno a tornare indietro. I manifestanti sui binari hanno accompagnato la motrice fino al punto in cui ha cambiato senso di marcia, sganciandosi prima dal convoglio. Con il carico fermo, si è avuta la possibilità di osservare cosa c’era sui 32 vagoni: mezzi blindati con mitragliatrici, mezzi da autotrasporto, autobotti, generatori, e container sigillati. Dalle bolle di carico sui mezzi si scorge la destinazione, Udine. A mezzanotte inoltrata il convoglio è ripartito nella direzione opposta accompagnato dai cori di un presidio, scioltosi poco dopo con l’entusiasmo della vittoria ottenuta. Il segnale che arriva da Pisa è chiaro: fermare la guerra da qui è possibile. La copertina è di Exploit Pisa SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il movimento No Base ferma un convoglio militare alla stazione di Pisa proviene da DINAMOpress.
March 13, 2026
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