25 aprile: la costituzione del futuro

Pressenza - Friday, April 24, 2026

Intorno alle celebrazioni del 25 Aprile vorrei fare alcune riflessioni a mente fredda.

Giusto per entrare subito in argomento direi che la definizione di “Giornata della Liberazione” non è in sé sbagliata, ma può significare fin troppe cose, risultando infine ambigua. Se per “liberazione” vogliamo intendere che la lotta armata condotta dalle formazioni partigiane sia stata in grado di dare un contributo decisivo alla sconfitta del fascismo sul piano militare, credo che saremmo in errore e soprattutto credo che finiremmo per sottovalutare il vero significato di quelle gloriose giornate e della fondamentale eredità che ci hanno lasciato.

In quei giorni del 1945 l’esito della guerra era già determinato, essendo ormai evidente che i regimi nazista e fascista della Germania e del nostro Paese erano destinati ad essere cancellati dalla storia. Sono sinceramente convinto che se anche non ci fosse stata nessuna lotta di resistenza armata in Italia, rispetto allo svolgimento e agli esiti del conflitto non sarebbe cambiato proprio nulla. 

Il grande valore della Resistenza sta in altro: innanzitutto un moto di orgoglio e di dignità nazionale contro gli orrori del fascismo; la riaffermazione di vecchi valori di libertà e democrazia che il regime aveva calpestato; una rinnovata fiducia verso un futuro diverso e migliore che sarebbe dipeso dalla buona volontà comune; la grande capacità di sapere dialogare, a partire dai comuni intenti, tra forze tra loro molto diverse che andavano dai monarchici ai comunisti. 

In sintesi il vero salto valoriale non era tanto “il liberarsi del passato” (tanto meno in senso puramente “militare”) quanto piuttosto “la costituzione del futuro”. Non credo possa sfuggire che qui l’uso del termine costituzione non è casuale, proprio perché ritengo che tutti i meriti della Resistenza, che abbiamo cercato di elencare, trovarono la loro perfetta sintesi nella promulgazione della Costituzione Repubblicana che da lì a poco avrebbe rappresentato l’ipotesi di un nuovo inizio per il nostro Paese. 

E’ stata l’unica Costituzione di un Paese sconfitto nata, a differenza di quella tedesca e giapponese, non sotto dettatura statunitense ma quale espressione di un’assemblea popolare, eletta per la prima volta anche da donne e a cui le donne parteciparono.

A questo punto è però bene precisare che non è mia intenzione operare una sorta di santificazione acritica della nostra Carta fondamentale. A partire dal fatto che da sempre ho ritenuto che il capitalismo, con la sua storia, le sue leggi e i suoi valori e disvalori, rappresenta l’origine di molti dei mali della modernità, non posso non rilevare come tra l’Italia repubblicana e il suo passato fascista, vi siano molti punti di continuità specialmente riguardo ai rapporti di produzione e ai rapporti tra le classi. Tuttavia non posso non sottolineare come, in questa comune storia dell’Occidente che spesso si ripete uguale nelle sue nefandezze, la nostra Costituzione rappresenti comunque uno dei momenti migliori così come il fascismo ne incarna il peggio. 

L’ambiguità che può crearsi intorno al concetto di “liberazione” deve inoltre fare i conti con la sua interpretazione antipartigiana e filoccidentale. Secondo questa visione, dovremmo dire che i “veri liberatori” sono stati gli eserciti in armi degli alleati angloamericani, a cui dobbiamo il ritorno alla democrazia. Una tesi assolutamente falsa. Gli alleati erano rappresentati da eserciti di occupazione a cui interessava solo vincere la guerra e non certo liberare l’Italia dal fascismo. 

Senza perdere tempo in lunghe spiegazioni, basterà ricordare che la Spagna falangista del generale Franco, neutrale durante il secondo conflitto mondiale, non solo non fu liberata, ma dopo la guerra entrò a far parte della NATO, accolta quale alleata, come sarebbe avvenuto con ogni probabilità anche per un’Italia fascista non belligerante, se Mussolini, convinto che la Germania nazista aveva già vinto, non avesse deciso l’entrata in guerra, dopo un iniziale diniego, pensando di partecipare ad una rapida spartizione del bottino.

È importante sottolineare questo passaggio perché, come credo, è proprio su questa idea degli eserciti che ci hanno liberato dal nazifascismo che si è costruita, dal dopoguerra in poi, quella retorica che ha portato oggi gli USA ad auto considerarsi (in realtà a fingersi) generosi “esportatori di democrazia” tramite le loro guerre di aggressione.  

Al di là di ogni retorica celebrativa, dunque, occorre non smettere di interrogarsi sulle questioni che ancora la Resistenza ci propone, sull’attualità delle sue pratiche e dei suoi valori, sulla problematicità dell’impiego della forza contro l’arroganza del potere, sulla irrinunciabilità della solidarietà sociale che l’ha animata e ha ispirato la nascita della Repubblica.

      

Antonio Minaldi