25 aprile: la costituzione del futuroIntorno alle celebrazioni del 25 Aprile vorrei fare alcune riflessioni a mente
fredda.
Giusto per entrare subito in argomento direi che la definizione di “Giornata
della Liberazione” non è in sé sbagliata, ma può significare fin troppe cose,
risultando infine ambigua. Se per “liberazione” vogliamo intendere che la lotta
armata condotta dalle formazioni partigiane sia stata in grado di dare un
contributo decisivo alla sconfitta del fascismo sul piano militare, credo che
saremmo in errore e soprattutto credo che finiremmo per sottovalutare il vero
significato di quelle gloriose giornate e della fondamentale eredità che ci
hanno lasciato.
In quei giorni del 1945 l’esito della guerra era già determinato, essendo ormai
evidente che i regimi nazista e fascista della Germania e del nostro Paese erano
destinati ad essere cancellati dalla storia. Sono sinceramente convinto che se
anche non ci fosse stata nessuna lotta di resistenza armata in Italia, rispetto
allo svolgimento e agli esiti del conflitto non sarebbe cambiato proprio nulla.
Il grande valore della Resistenza sta in altro: innanzitutto un moto di orgoglio
e di dignità nazionale contro gli orrori del fascismo; la riaffermazione di
vecchi valori di libertà e democrazia che il regime aveva calpestato; una
rinnovata fiducia verso un futuro diverso e migliore che sarebbe dipeso dalla
buona volontà comune; la grande capacità di sapere dialogare, a partire dai
comuni intenti, tra forze tra loro molto diverse che andavano dai monarchici ai
comunisti.
In sintesi il vero salto valoriale non era tanto “il liberarsi del passato”
(tanto meno in senso puramente “militare”) quanto piuttosto “la costituzione del
futuro”. Non credo possa sfuggire che qui l’uso del termine costituzione non è
casuale, proprio perché ritengo che tutti i meriti della Resistenza, che abbiamo
cercato di elencare, trovarono la loro perfetta sintesi nella promulgazione
della Costituzione Repubblicana che da lì a poco avrebbe rappresentato l’ipotesi
di un nuovo inizio per il nostro Paese.
E’ stata l’unica Costituzione di un Paese sconfitto nata, a differenza di quella
tedesca e giapponese, non sotto dettatura statunitense ma quale espressione di
un’assemblea popolare, eletta per la prima volta anche da donne e a cui le donne
parteciparono.
A questo punto è però bene precisare che non è mia intenzione operare una sorta
di santificazione acritica della nostra Carta fondamentale. A partire dal fatto
che da sempre ho ritenuto che il capitalismo, con la sua storia, le sue leggi e
i suoi valori e disvalori, rappresenta l’origine di molti dei mali della
modernità, non posso non rilevare come tra l’Italia repubblicana e il suo
passato fascista, vi siano molti punti di continuità specialmente riguardo ai
rapporti di produzione e ai rapporti tra le classi. Tuttavia non posso non
sottolineare come, in questa comune storia dell’Occidente che spesso si ripete
uguale nelle sue nefandezze, la nostra Costituzione rappresenti comunque uno dei
momenti migliori così come il fascismo ne incarna il peggio.
L’ambiguità che può crearsi intorno al concetto di “liberazione” deve inoltre
fare i conti con la sua interpretazione antipartigiana e filoccidentale. Secondo
questa visione, dovremmo dire che i “veri liberatori” sono stati gli eserciti in
armi degli alleati angloamericani, a cui dobbiamo il ritorno alla democrazia.
Una tesi assolutamente falsa. Gli alleati erano rappresentati da eserciti di
occupazione a cui interessava solo vincere la guerra e non certo liberare
l’Italia dal fascismo.
Senza perdere tempo in lunghe spiegazioni, basterà ricordare che la Spagna
falangista del generale Franco, neutrale durante il secondo conflitto mondiale,
non solo non fu liberata, ma dopo la guerra entrò a far parte della NATO,
accolta quale alleata, come sarebbe avvenuto con ogni probabilità anche per
un’Italia fascista non belligerante, se Mussolini, convinto che la Germania
nazista aveva già vinto, non avesse deciso l’entrata in guerra, dopo un iniziale
diniego, pensando di partecipare ad una rapida spartizione del bottino.
È importante sottolineare questo passaggio perché, come credo, è proprio su
questa idea degli eserciti che ci hanno liberato dal nazifascismo che si è
costruita, dal dopoguerra in poi, quella retorica che ha portato oggi gli USA ad
auto considerarsi (in realtà a fingersi) generosi “esportatori di democrazia”
tramite le loro guerre di aggressione.
Al di là di ogni retorica celebrativa, dunque, occorre non smettere di
interrogarsi sulle questioni che ancora la Resistenza ci propone, sull’attualità
delle sue pratiche e dei suoi valori, sulla problematicità dell’impiego della
forza contro l’arroganza del potere, sulla irrinunciabilità della solidarietà
sociale che l’ha animata e ha ispirato la nascita della Repubblica.
Antonio Minaldi