Era uno spazio aperto

Comune-info - Thursday, April 16, 2026

Quando lo spazio si restringe l’aria si fa rarefatta. È da qui che bisogna partire. Da una sensazione fisica, sottile ma sempre più evidente: quella di un quartiere che cambia pelle, e nel farlo rischia di perdere qualcosa di essenziale. Non si tratta solo di muri o destinazioni d’uso, ma di ciò che hanno significato i luoghi.

Il 15 aprile 2011 una comunità ha detto con chiarezza che il CasiNo non si sarebbe fatto. Non fu solo un gesto, ma una rottura. Una presa di posizione contro la speculazione, contro le mafie, contro un modello che si nutre della fragilità e trasforma tutto in profitto, anche la cultura, anche le vite.

Sotto un gazebo, raccogliendo firme, è iniziato qualcosa che non si è più fermato. Da quell’azione è emerso un bisogno collettivo rimasto troppo a lungo in silenzio: il bisogno di spazi vivi, accessibili, capaci di accogliere e far crescere relazioni.

Quello stesso giorno, mentre qui nasceva un’esperienza, a Gaza veniva ucciso Vittorio Arrigoni. A lui fu dedicata una sala. “Restiamo umani” non è mai stato uno slogan: è stato un principio, una direzione che ha attraversato ogni gesto, ogni scelta, ogni incontro.

Il Nuovo Cinema Palazzo era questo: una moltitudine. Un’assemblea viva, mutevole, imperfetta. Uno spazio aperto, gratuito, orizzontale, dove l’obiettivo non era il guadagno ma la possibilità di esistere insieme, fuori dalle logiche del mercato.

La strada entrava nel palazzo e il palazzo usciva in strada. Le voci si mescolavano: passanti, artistə, abitanti. Per moltə era la prima volta in un luogo così. Per moltə era una casa che fino a quel momento era stata negata. Lì si costruiva cultura come capacità di vivere, non come prodotto da vendere. Il Nuovo Cinema Palazzo cresceva ribelle. Cresceva vulcano.

L’8 febbraio del 2012 il Tribunale civile di Roma assolse gli e le imputatə per l’occupazione parlando di una «moltitudine di persone», e riconobbe che «l’interesse alla base dell’azione dimostrativa […] nell’occupazione dell’edificio è di natura politica, non patrimoniale o egoistica». Si difendeva una vocazione culturale, non un interesse privato. Era la dimostrazione concreta che un altro modo di abitare e autogovernare gli spazi era possibile.

Eppure, nel 2020, tutto questo è stato sgomberato dalla polizia di Stato. Caschi, scudi, manganelli. In piena pandemia. Ancora una volta, la violenza dello Stato a ristabilire la violenza del mercato. Il diritto del capitale sopra quello delle persone. Quello spazio è stato svuotato.

Ma quello che era successo lì dentro non si è mai fermato: resta l’“Olandese Volante” che approda nei cortei contro la guerra, nelle assemblee contro la speculazione edilizia, nelle lotte per l’accessibilità dei servizi culturali e dello sport.

Per cinque anni quel luogo è rimasto vuoto. Oggi il Cinema Palazzo riapre come progetto imprenditoriale. Ci viene raccontato come una rinascita. Ma è una sostituzione. È la trasformazione di un bene comune in prodotto. Di una comunità in pubblico. Di una rivolta in evento. Di uno spazio condiviso a uno spazio selettivo.

E fa ancora più male vedere chi quella storia l’ha vissuta prestarsi a questa narrazione, offrendo la propria arte come simbolo di qualcosa che ne è la negazione.

E questa non è una questione che riguarda solo un edificio. È il segno di un processo più ampio, che attraversa tutta la città. Gli spazi pubblici si riducono, si trasformano: diventano altro, spesso per pochi. I quartieri cambiano e, nel farlo, selezionano. La socialità diventa un privilegio. L’accesso un filtro. Il diritto di vivere un luogo, qualcosa che si compra.

Dire che non si riconosce questa nuova esperienza non significa essere contro la cultura. Significa rifiutare l’idea che la cultura possa esistere solo dentro logiche di mercato. Significa difendere spazi aperti, attraversabili, vivi, in cui la partecipazione non sia mediata dal consumo.

Il Nuovo Cinema Palazzo non era solo cultura. Era relazione, solidarietà, conflitto, immaginazione. Era la prova concreta che non lasciare indietro nessuna e nessuno è possibile. Che si può costruire senza vendere tutto. Che si può esistere senza chiedere il permesso al mercato. Quella esperienza non è replicabile. Non è acquistabile. Non è imitabile. E non è cancellabile.

Perché ogni spazio collettivo porta con sé qualcosa che non può essere ricreato altrove: memoria, legami, pratiche. E quando scompare, non viene sostituito. Viene perso. Per questo ricordare non è nostalgia. È un atto necessario. Per non dimenticare cosa è stato possibile. Per continuare a immaginare che possa esserlo ancora.

Oggi più che mai, in un quartiere sempre più divorato dal privato, rivendichiamo spazi aperti, accessibili, autogestiti.

Spazi dove incontrarsi senza dover consumare, dove creare senza dover produrre profitto, dove esistere senza essere trasformati in merce. Il nuovo cinema palazzo non è dentro quelle mura. È nella voglia di rivoluzione, nel pensiero critico, nell’altruismo, nella fantasia.

E a chi oggi racconta una continuità che non esiste, rispondiamo con chiarezza: le storie non sono tutte uguali. Alcune si incontrano, altre si escludono.

Il Nuovo Cinema Palazzo era tutta un’altra storia. E lo è ancora.

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UN PALAZZO COMUNE Sono tante le storie che dimostrano come il Nuovo Cinema Palazzo sia stato prima di tutto relazione e solidarietà. Quando ad esempio fu sgomberato Scup, dove come redazione di Comune avevamo una stanzetta per le riunioni, il Nuovo Cinema Palazzo non ci pensò due volte a metterci a disposizione un angolo del cinema dove incontrarci. Così, un paio di volte a settimane, per alcuni mesi, capitava che la mattina eravamo i primi ad entrare al Cinema Palazzo, tanto da costringere Sarah Gainsforth, oggi giornalista e ricercatrice apprezzatissima, oppure Marcello Fonte (che non aveva ancora recitato in film come Io sono tempesta o il pluripremiato Dogman di Garrone), venivano puntualissimi ad accoglierci. Una volta mettemmo su insieme anche un’iniziativa fantastica che riempì di farina il Cinema: più di cento persone di tutte le età parteciparono a un laboratorio di autoproduzione del pane con pasta madre.

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