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Ridisegnare un’altra città
IL DIRITTO ALLA CITTÀ, DICONO TANTI SPAZI SOCIALI E OCCUPAZIONI ABITATIVE DI ROMA, PRENDE FORMA E SI ESPANDE QUANTO PIÙ BENI E RELAZIONI SONO SOTTRATTE AL PROFITTO. PER QUESTO C’È CHI NEGA IN TUTTI I MODI QUEL DIRITTO. IN QUESTO CONTESTO DALL’ANGELO MAI E LUCHA Y SIESTA, DA ACROBAX A CASALE GARIBALDI, PASSANDO PER CASALE FALCHETTI, ESC ATELIER, PALESTRA POPOLARE SAN LORENZO, CASETTA ROSSA, ARARAT, LSA100CELLE, BRANCALEONE, SPIN TIME NON SMETTONO DI IMMAGINARE, RIDISEGNARE E CREARE IN BASSO, LÌ DOVE È ANCORA POSSIBILE CAMBIARE IN PROFONDITÀ LE RELAZIONI SOCIALI, UN’ALTRA CITTÀ, DA SOTTRARRE AI PRIVATI CHE SPECULANO SU BENI E TERRITORI PER RESTITUIRLA A CHI LA VIVE E LA ABITA: IN QUESTE SETTIMANE, PER QUEL GRANDE “DISEGNO” COLLETTIVO, HANNO INDIVIDUATO ANCHE UNA LORO AGENDA Foto Andrea Valeri (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- La città che vogliamo? L’eccedenza di fa programma, si potrebbe dire, in un sistema che ormai mette a profitto anche l’aria. Si scherza su ciò che di base è la verità, all’assemblea sit-in indetta nel parco San Sebastiano da3 protagonist3 della vita artistica e culturale dell’Angelo Mai dopo i sigilli apposti dalla questura la notte tra il 27 e il 28 giugno. L’ennesimo atto proditorio che è diventato l’occasione per ricomporre i percorsi dei tanti spazi sociali così come delle occupazioni abitative, e fare fronte comune per rivendicare il diritto alla città a misura della vita delle persone. La chiamata è stata immediata, e la risposta è stata generale. Tantissim3, furios3, determinat3. Perché l’Angelo Mai sconta dalla sua prima occupazione nel 2004 a Monti un atteggiamento persecutorio fatto di sgomberi, sigilli, labirinti burocratici per non arrivare mai all’assegnazione, perché questa è la modalità fotocopia che tutti gli spazi subiscono, a cominciare da quelli ormai sgomberati, perché questa volta si è attivata la questura, brandendo l’obbligo del certificato di prevenzione incendi (CPI) stringente dopo la tragedia di Crans Montana. Lecito, se non avessero chiuso il teatro (non soggetto al provvedimento) ma solo la parte dove la messa a norma deve essere ultimata. Continuiamo l’elenco? Eccolo: perché che intervenga la questura sa di scelta politica e non amministrativa, perché infilarsi nel labirinto kafkiano delle norme amministrative vuol dire rimanere impantanati a produrre documenti, un tempo rubato alle attività, alle iniziative, all’organizzazione, alla sistemazione, alla vita degli spazi sociali della città. E sono tanti, va detto (lo avevamo raccontato nell’AmMappa! prodotta durante l’occupazione del Globe nel 2021, una preziosissima mappa di tutti gli spazi sociali, e delle diverse condizioni in cui si trovavano). Un tema su cui in tant3, a cominciare da Lucha y Siesta, hanno posto l’accento: la solitudine – e quindi gli ostacoli decuplicati – dei percorsi che ciascuno ha fatto, una conseguenza della delibera 104 approvata poi nel 2022, ma fondamentalmente disapplicata nella sua sostanza: essere uno strumento per legittimare queste esperienze, rovesciando il valore di mercato misura di tutte le cose con il valore dell’attività umana di servizio. La cura contro lo sfruttamento. Ecco l’eccedenza, tutto ciò che non può essere messo a profitto. Ed è esattamente il perno dell’inclusione di tutte le esperienze presenti, comprese quelle come LOA Acrobax che hanno scelto di non misurarsi con la delibera. Ma che sono a tutti gli effetti determinanti per la vita sociale di questa città. E che insieme agli altri, Casale Garibaldi, Casale Falchetti, Esc Atelier, Palestra Popolare San Lorenzo, Casetta Rossa, Ararat, LSA100celle, Brancaleone, tanto per elencarne alcuni fra gli altri, comprese le occupazioni abitative come Spin Time, pretendono di ridefinire le regole. A cominciare dall’inosservanza della delibera 104: dalla sostenibilità dei canoni in termini di economia sociale alla questione bandi inesistente mentre è prevista l’assegnazione e persino la condivisione se c’è più di una richiesta sullo stesso spazio, previa accordo fra le parti; quel “comma 22” che è l’imputazione di lavori e costi “senza titolo di possesso” neanche fossero vuoti a perdere; il “diritto di prelazione” di chi è già occupante; l’assegnazione gratuita di tutti gli spazi, occupati e liberi, seguendo la stessa procedura messa in atto per l’ex Rialto. Questi i punti messi a fuoco nelle successive due assemblee tenute a Spin Time, che hanno prodotto la necessità di stilare un documento comune che metta insieme tutte le esigenze, sociali, culturali e abitative per ridisegnare un’altra città, da sottrarre ai privati che speculano su beni e territori per restituirla a chi la vive e la abita. Un programma comune, che consenta di restituire tempo alla cura e all’immaginario, al gioco e alla condivisione, ora così compresso e sottratto alle tantissime attività e alle altrettante potenzialità da mettere in campo. La prima tappa di questo percorso sarà il 30 luglio, quando a Casale Garibaldi la direzione tecnica del Municipio V si presenterà “per un sopralluogo” indipendentemente dalla presenza dell3 attivitst3. Una vera provocazione, non solo perché di sopralluoghi ne sono stati fatti a iosa, ma perché vuol dire ritenere di poter agire impunemente solo per il fatto di avere un ruolo. Qui sta un nodo determinante, che la stessa delibera 104 contiene: parlare di “Roma Capitale proprietaria” degli spazi come se quest’ente non fosse incarnato da tutt3 3 cittadin3, ma una superfetazione del potere chissà come determinato dal voto. Una dinamica patriarcale che deve finire, per fare posto ad un’autentica condivisione ben più orizzontale. Di questo anche si parlerà a settembre, per il ventennale di Renoize, il festival organizzato da Acrobax nel nome di Renato Biagetti, ucciso dai fascisti il 27 agosto 2006 a Focene. “Colpire uno vuol dire colpire tutt3”: è il segnale che arriva da questo essersi ritrovat3, vale per 3 compagn3 come per gli spazi. Ed è chiaro a tutt3 che l’intervento della questura è il segnale d’allarme di una fase politica su un brutto crinale. Forse lo sanno anche dall’amministrazione comunale, dal momento che pochi giorni dopo la mobilitazione un comunicato stampa dell’assessorato al patrimonio fa sapere di aver istituito una “task force” (e già la definizione è insopportabile, se il linguaggio è importante) per gli spazi sociali e culturali, a cui segue una telefonata all’Angelo Mai per informare che è stata fatta domanda per il dissequestro dello spazio. Che queste prese di posizione siano la conseguenza della mobilitazione? O magari della denuncia ormai generalizzata dello scandalo dell’assegnazione gratuita dell’ex Rialto S. Ambrogio? Se non è un gioco delle parti seguiranno sicuramente atti concreti, a cominciare dall’ascolto finalizzato ad un radicale cambiamento nella gestione della città. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ridisegnare un’altra città proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
Il Collettivo Angelo Mai chiede l’aiuto di tutti e tutte
Fino al 2006 il Collettivo Angelo Mai ha occupato gli spazi dell’ex-Istituto storico del rione Monti a Roma, poi dopo lo sgombero al Collettivo è stata assegnata dall’amministrazione comunale una ex-bocciofila nel Parco di San Sebastiano, che dal 2009 è diventato il nuovo centro del loro lavoro. La vecchia sede, che era stata inserita nell’elenco dei beni pubblici da cartolarizzare, è stata  acquisita dal Comune e destinata a scuola. A utilizzare lo spazio è il “Viscontino”, una scuola media del rione Monti dotata di spazi insufficienti e in cattivo stato di conservazione. Nonostante la Delibera 104 fin dal 2022 regolamenti la concessione di spazi comunali alle associazioni senza fini di lucro per finalità sociali, culturali e formative, le assegnazioni procedono a rilento e anche l’Angelo Mai non ha ancora chiuso l’iter burocratico per il contratto definitivo. Nella nuova sede alle Terme di Caracalla il Collettivo continua le sue attività di sperimentazione artistica e attivismo politico. Sotto la continua minaccia di sgombero e numerose azioni giudiziarie l’Angelo Mai resiste e continua a produrre concerti e spettacoli, laboratori e prove, invenzioni e incontri. Diventa il simbolo di resistenza culturale a livello nazionale producendo spettacoli, concerti, performance e tanto altro. In tutti questi anni gli sono stati assegnati  importanti riconoscimenti proprio per le attività portate avanti con artisti di diverse generazioni e nazionalità. > Poi un fulmine a ciel sereno! Nella notte fra il 27 e il 28 giugno lo spazio > culturale di viale delle Terme di Caracalla è stato posto sotto sequestro e > chiuso dalla Polizia Locale a seguito di alcuni controlli di sicurezza. Lo spazio è stato dichiarato inadeguato, nonostante il faticoso e oneroso percorso di adeguamento alle norme previste che da un anno era in atto. Adesso con il blocco delle attività tutto è ancora più difficile. > Continua l’attacco a Roma e in tutto il paese agli spazi sociali che hanno > rappresentato uno spazio politico per la difesa dei diritti, contro le > ingiustizie e le frontiere, dove si è costruita un’idea di città inclusiva e > solidale. In quei luoghi ci si è opposti alla gestione dello spazio urbano con > una continua privatizzazione dello spazio pubblico ed è proprio questo che si > vuole colpire. Per sostenere le spese e per non lasciare solo l’Angelo Mai è stata lanciata una sottoscrizione. Gli attivisti del Collettivo scrivono nel loro appello: «L’Angelo Mai rischia di non riaprire. Per ottenere il dissequestro e riaprire al pubblico dobbiamo affrontare subito lavori di messa a norma, interventi tecnici, pratiche amministrative e certificazioni. Nel frattempo, però, affitto, rate e spese continuano a correre, mentre lo spazio è chiuso e non può sostenersi con la sua programmazione. Da 22 anni l’Angelo Mai è un luogo indipendente di cultura, ricerca artistica, diritti e comunità. Non possiamo permettere che questa storia si fermi». Trovi qui la raccolta partecipa per fare in modo che lo spazio torni a produrre cultura e attività sociali come ha fatto per 22 anni! La copertina è di Facebook Angelo Mai Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il Collettivo Angelo Mai chiede l’aiuto di tutti e tutte proviene da DINAMOpress.
July 9, 2026
DINAMOpress
A Milano “Giù le mani dalla città”
Il progetto “Giù le mani dalla città” è nato a Milano un anno fa con l’intento di mappare i processi di speculazione edilizia e le trasformazioni urbane che espellono le persone dai loro quartieri. Promossi dallo spazio sociale il Cantiere e da Cura Lab, il laboratorio di ricerca territoriale guidato da Francesca Cognetti del Politecnico di Milano, si sono svolti alcuni itinerari per attraversare e capire la complessità del territorio, le trasformazioni in atto e le ricadute sulla vita dei quartieri. Dopo i tour di mappatura nella zona di Villa Pizzone, Bindellina e Portello e quello tra il Parco delle Cave e Piazza d’Armi  dei mesi scorsi, sabato 6 giugno si è svolta la terza tappa. Appuntamento alle 11 davanti lo stadio di San Siro, sotto un cielo reso limpido dal temporale notturno mentre si diffonde la musica delle prove di Tiziano Ferro per il concerto serale. Il numeroso gruppo dei “mappatori” si mette in marcia. Si parte con la ricostruzione della storia dell’iconico stadio Sandro Meazza destinato adesso alla demolizione. Costruito nel 1926 dal Milan, diviene di proprietà del comune di Milano nel 1935 e tale è rimasto  fino al 5 novembre 2025, quando è stato firmato il rogito che cede la proprietà dell’impianto e di tutte le aree circostanti alle due società sportive Inter e Milan, ovvero ai fondi gestiti da Oaktree e RedBird, per la misera cifra di 197 milioni di euro. Sulla legittimità della vendita sta indagando la magistratura. Ma non si parla solo dello stadio, guardandosi intorno si capisce che l’operazione che riguarda questo   quadrante milanese è molto più grande. C’è l’area dello Stadio del Trotto con i suoi manufatti che Italia Nostra ha tentato dagli anni ‘90 di proteggere chiedendo l’apposizione di un vincolo ambientale, ma con una mossa a sorpresa l’amministrazione nel 2014 con una semplice determinazione dirigenziale, senza sottoporre la decisione al voto del Consiglio comunale, ha deciso di procedere con il cambio di destinazione d’uso dei terreni. Ora è possibile costruire residenze. Non ha perso tempo la società Hines che ha immediatamente presentato un progetto per la costruzione di 1300 appartamenti, di cui  700 destinati all’affitto. Intanto lì attorno ci sono cantieri quasi ultimati e appartamenti in vendita a prezzi non accessibili alla gran parte della popolazione. Anche questo viene presentato come un “esempio di avanguardia di rigenerazione urbana” che «diventerà una vibrante destinazione urbana collettiva ricca di verde, sport, esperienze da vivere e capace di offrire momenti da condividere. Il verde fa da ricucitura al contesto residenziale, connettendo nuovi residenti e il quartiere esistente in una comunità connessa e contemporanea. Un’ innovativa chiave di lettura degli spazi pubblici si sviluppa in sintonia con l’identità unica del contesto storico per creare un’esperienza di quartiere senza precedenti che accoglie un mix intergenerazionale ad alto valore sociale». Si pensa a un intervento analogo a quanto è già stato realizzato nell’adiacente area di via dei Rospigliosi dove accanto a un edificio in linea di 8 piani svetta una torre di 22 piani. Sull’intervento è in corso un’indagine per presunta lottizzazione abusiva e abusi edilizi. Ancora in cammino si lambisce il quartiere di edilizia pubblica San Siro realizzato alla fine degli anni ’30 conosciuto come “il quadrilatero”. È uno dei più grandi complessi di edilizia residenziale pubblica di Milano (con oltre 6.000 alloggi) gestito principalmente da ALER Milano. Il quartiere quando è nato  era ai margini della città, oggi non è più così. È racchiuso come un’isola e circondato dalla trasformazione in atto di questa parte di città. Nel quartiere lavora da più di dieci anni un gruppo di studio dell’università, che ha creato un vero e proprio distaccamento nel territorio che dà la possibilità di sperimentare liberamente progettualità e cooperazione. Anche il quadrilatero è minacciato dalla “rigenerazione”. Si parla di demolizione, di risanamento, di recupero. Ovunque si privatizza ogni proprietà pubblica, come è avvenuto al Lido di Milano. La sosta  di fronte al centro balneare progettato negli anni ’30 serve a ricostruire la storia di questo imponente impianto pubblico inaugurato nel 1931 e acquistato dal Comune di Milano nel 1936. Il Lido è stato per anni uno dei luoghi più frequentati dai milanesi, divenendo, assieme all’Idroscalo,  il posto dove praticare sport o fuggire dall’afa estiva. A prezzi popolari in questi centri balneari comunali si poteva trascorrere l’estate in città. «Una nuova vita per il Lido di piazzale Lotto», dichiara la Giunta che ha approvato «fattibile e rispondente  all’interesse pubblico la proposta di progetto per l’affidamento in concessione per la realizzazione di un nuovo centro sportivo nell’area nonché la successiva gestione per un periodo di 42 anni presentata da parte della società iberica Ingesport health and SPA consulting S.A., leader dei centri Go fit». Il canone annuale della concessione è stato quantificato in 80mila euro. Si parla anche in questo caso di rigenerazione, ma si sottrae alla città  servizi essenziali e spazio pubblico. La lunga camminata si conclude in piazza Stuparic 18 nello Spazio di Mutuo Soccorso, questo si rigenerato! Un complesso edilizio dal quale 30 anni fa sono state sfrattate tutte le famiglie con l’intenzione di demolire e ricostruire. Un vincolo ha impedito la demolizione e tutto è caduto in abbandono. Fino a quando  nel 2013 dopo anni di lotte e di progetti che si sono sviluppati a partire dal Centro Sociale Cantiere e dal Comitato abitanti di San Siro la struttura è stata occupata, per dare casa a chi non l’aveva e per dare vita alle molte attività sociali e solidali che oggi fanno vivere lo spazio. Nel grande cortile con un pranzo sociale si è chiusa la mappatura  in attesa dell’appuntamento per le prossime tappe. Intanto il 12,13 e 14 giugno si festeggiano  i 25 anni di vita del Centro Sociale Cantiere a via Monterosa 84. La copertina proviene dal sito www.cantiere.org. Le foto all’interno dell’articolo sono dell’autrice Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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June 12, 2026
DINAMOpress
[2026-06-08] ASSEMBLEA - IL QUADRATO - PARCO DELLE ENERGIE - EX SNIA @ Quadrato Ex-Snia
ASSEMBLEA - IL QUADRATO - PARCO DELLE ENERGIE - EX SNIA Quadrato Ex-Snia - Via Prenestina, 175, 00176 Roma RM (lunedì, 8 giugno 19:00) ASSEMBLEA IL QUADRATO - PARCO DELLE ENERGIE - EX SNIA Il Quadrato è un bene comune e uno spazio vivo di sport, socialità e cultura. Vogliamo prendercene cura insieme e costruire il suo futuro collettivamente. Ordine del giorno: 1. Cura e manutenzione dello spazio 2. Idee e visioni per il futuro dello spazio e della struttura 3. Progetto sportivo e convivenza tra realtà Lokomotiv e esterne Partecipa! Porta le tue idee. Costruiamo insieme il futuro del nostro spazio!
June 8, 2026
Gancio de Roma
CATANIA: NASCE UN NUOVO SPAZIO LIBERATO, SI CHIAMA LAMPO – LABORATORIO MELTING POT OCCUPATO
Nasce un nuovo spazio sociale a Catania, Lampo, Laboratorio melting pot occupato. “Lavoratori, migranti, studentesse e studenti, medi e universitari, ed esponenti di associazioni del terzo settore” hanno occupato uno stabile di proprietà comunale nel quartiere San Berillo, in via Carro. Gli e le occupanti stanno rimettendo in sesto lo stabile abbandonato, trasformato negli anni in una discarica a cielo aperto. Le prossime attività saranno decise dalle assemblee pubbliche “per capire le necessità degli abitanti, elaborare idee e individuare chi gestirà un’esperienza pensata all’insegna dell’antirazzismo, della prospettiva di classe e del contrasto al modello di città che il governo nazionale e quelli locali stanno imponendo ai centri italiani”. “Stanno impiegando i soldi del Pnrr – denunciano attiviste e attivisti – per trasformare il centro storico in una vetrina per turisti e soddisfare gli interessi dei privati“. La zona, acquisita dal Comune di Catania, doveva infatti ospitare uno slargo, a uso e consumo dei locali privati e della loro “movida”. Le parole su Radio Onda d’Urto di Rosa, attivista di Catania. Ascolta o scarica. Di seguito, il comunicato arrivato da San Berilio, Catania: “Nasce La.M.P.O. (Laboratorio Melting Pot Occupato), uno spazio liberato dalle logiche del razzismo, e della speculazione, in un quartiere lasciato all’abbandono e all’incuria ma ricco di relazioni e vitalità. In un lampo veniamo espropriatə di tutto: in un lampo perdiamo la casa, i documenti, il lavoro, la libertà. In un lampo perdiamo il diritto a una vita degna di essere vissuta e la città non è più di coloro che la abitano. Ma il lampo è una luce che squarcia il buio: questo laboratorio politico urbano si propone di contrastare la politica degli sgomberi e i ritmi disumanizzanti della gentrificazione, promuovendo pratiche di riappropriazione e di socialità. Vuole essere un crocevia in cui le esistenze marginalizzate e non, si riconnettono per creare nuovi fronti di lotta, sperimentare insieme nuovi linguaggi, rafforzare le reti di mutualismo. In mezzo ad un deserto chiamato decoro, rivendichiamo con forza che le nostre vite valgono: nessuna persona deve essere esclusa, nessuna vita deve essere invisibile. Nasce La.M.P.O., venite a costruirlo insieme a noi!”
June 4, 2026
Radio Onda d`Urto
Roma, sgomberato L38 Squat
Polizia e ATER demoliscono uno storico luogo di lotta e mutualismo mentre il quartiere resta segnato da case vuote, degrado e assenza di manutenzione. All’alba di questa mattina Roma si …
Le piccole scene della vita
C’È UN PICCOLO LUOGO, IN UNA CITTÀ CIRCONDATA DALLE ALPI, DOVE CHIUNQUE PUÒ RITORNARE A ESSERE QUALCUNO CHE RACCONTA E QUALCUNO CHE VIENE ASCOLTATO. UNA SALA PER NON PIÙ DI CINQUANTA PERSONE NELLA QUALE L’ARTE (TEATRO, DANZA, SPETTACOLI DI STRADA IN SALA PERCHÉ QUI LA STRADA LA CONOSCONO MOLTO BENE, ARTI CIRCENSI E MIMO, MARIONETTE, PERFINO OPERA E PICCOLA MUSICA DAL VIVO, MA ANCHE POESIA E RACCONTI) SERVE A RICUCIRE LE LACERAZIONI INVISIBILI. IN QUESTA SALA, I SENZATETTO, I VICINI, I VOLONTARI, GLI ASSISTENTI SOCIALI, GLI ARTISTI E I SOGNATORI SI SIEDONO FIANCO A FIANCO. NON SI SA PIÙ CHI È CHI -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Nella cantina della sede centrale della Fondazione Carrefour-Rue & Coulou, a Ginevra, sta avvenendo un piccolo miracolo sotterraneo. Un luogo giaceva lì in letargo, come un vecchio gatto che avesse deciso di fare un pisolino lungo diversi anni. E poi, senza preavviso, si è stirato, ha aperto un occhio, poi due, e ha deciso che il mondo meritava ancora un po’ di luce. Questo luogo è CodeBar – Les petites scènes, una sala da una cinquantina di posti, minuscola come un segreto, ma vasta come un cuore che ricomincia a battere. Un luogo dove si scende per rialzarsi meglio. Da quasi sessant’anni, la Fondazione accoglie chi è stato troppo battuto dalla vita, in particolare le persone senza dimora. Offre pasti, letti, spazi di riposo – ma anche, e forse è questo l’aspetto più rivoluzionario, spazi dove si può ritornare a essere qualcuno che racconta e qualcuno che viene ascoltato. La rinascita di CodeBar si inserisce in questa tradizione di gesti semplici e radicali. Un luogo per la cultura viva, non per lo spettacolo Qui non ci sono concerti fragorosi né spettacoli calibrati. CodeBar è uno strumento di equilibrio mentale, un piccolo laboratorio dove l’arte serve a ricucire le lacerazioni invisibili, a ridare un po’ di colore ai pensieri, a riscaldare le anime congelate. Vi si accolgono forme artistiche che hanno in comune l’essere vive, incarnate, un po’ fragili, un po’ folli, sempre umane: teatro (stand-up, burlesque con qualche risata che a volte scappa senza preavviso); danza (dal gesto minuscolo al vortice che scompiglia i capelli); spettacoli di strada in sala (perché la strada, qui, la conosciamo bene); arti circensi e mimo (l’arte di restare in piedi anche quando tutto vacilla); marionette (quei piccoli esseri che spesso dicono ciò che noi non osiamo più dire); opera in versione tascabile (fa vibrare le pareti); piccola musica dal vivo (non per fare rumore, ma per fare del bene); poesia (la vitamina C dello spirito); racconti e narrazioni (l’arte di raccontare se stessi, di raccontare gli altri, di tessere storie che ci tengono uniti). Qui, ogni disciplina diventa uno strumento di riparazione, un pretesto per l’incontro, un respiro condiviso. Perché una sala spettacoli in una fondazione sociale? Perché la cultura non è un supplemento. Perché l’equilibrio mentale non si cura solo con le pillole. Perché la dignità passa anche attraverso la bellezza, la sorpresa, la risata, il pensiero, la possibilità di dire: «Anch’io ho una storia». In questa piccola sala, i senzatetto, i vicini, i volontari, gli assistenti sociali, gli artisti e i sognatori si siedono fianco a fianco. Non si sa più chi è chi – ed è proprio così che deve essere. Si diventa un pubblico, un coro, una piccola comunità effimera. La rinascita di CodeBar è la rinascita di un noi. Un luogo modesto, un gesto audace Riaprire questa sala significa affermare che la cultura cura, la creazione ripara, l’arte unisce, la bellezza è un diritto… e che anche una cantina può diventare un faro (certamente un piccolo faro, ma pur sempre un faro). È anche offrire agli artisti uno spazio raro: un luogo dove si suona per persone che non sempre hanno accesso alla cultura, ma che spesso ne hanno più bisogno, e il miglior senso dell’umorismo. Un piccolo palcoscenico per grandi storie CodeBar – Les petites scènes non è solo un luogo di spettacolo. È un luogo dove si racconta, dove si ascolta, dove ci si riconosce. Un luogo dove le fragilità diventano punti di forza, dove i silenzi diventano respiri, dove le storie – piccole o grandi – diventano ponti. La sua rinascita è un atto di fiducia: fiducia nell’arte, negli artisti, nel pubblico, nella capacità di ciascuno di essere ancora più vivo. Un luogo minuscolo, sì. Ma un luogo dove si può, per una sera, sentirsi un po’ più vivi. -------------------------------------------------------------------------------- *Fin dai suoi primi passi, ben prima che il suo nome figurasse in un registro, la Fondazione Carrefour-Rue & Coulou, con sede in Rue Élisabeth-Baulacre 10, 1202 Ginevra/Svizzera, non è mai stata una semplice entità. È una forza viva, una resistenza all’inaccettabile, una mano che rifiuta di mollare. All’inizio non c’era un progetto, ma una certezza: «Nessuno dovrebbe dover giustificare il proprio diritto di esistere». Noël Constant, presidente e fondatore, non ha espresso questi principi a parole. Li ha tradotti in azione, nella realtà. Lì dove troppo spesso le voci si spengono sotto il silenzio assordante dell’indifferenza. Non siamo un’istituzione che osserva. Noi agiamo. Qui nessuno deve dimostrare di meritare aiuto. Nessuna casella da spuntare. Nessun modulo da compilare. Solo una mano tesa. Rifiutiamo le soluzioni affrettate, dettate dall’urgenza. Crediamo nella ricostruzione paziente, umana, rispettosa del ritmo di ciascuno. All’altezza di donne e uomini. I margini fanno parte del libro. Ma dobbiamo accettare che delle vite vacillino e scompaiano tra le righe? No. Costruiamo ponti, non barriere. Creiamo legami, mai confini. Perché aiutare non deve essere una posizione di potere, ma un atto di condivisione, un movimento del cuore. Si tratta di ricostruirsi ma anche di nutrirsi: di accedere alle cure, alle docce, al bucato, al parrucchiere, al podologo, alle cure dentistiche, alla medicina d’urgenza, ai contributi per occhiali e apparecchi acustici e persino alle protesi gratuite; di ritrovare l’autonomia attraverso attività adeguate; di ricostituire la propria autostima con vestiti, mobili, stoviglie; di sentire le risate dei bambini, che ricevono i loro giocattoli senza condizioni, senza contropartita. Il rifugio per senzatetto «La Coulou» accoglie senza fare domande. Ma qui l’urgenza non si limita all’immediato. Insieme alle persone disegniamo prospettive: monolocali mobili, rifugi dedicati a donne e bambini, case in attesa di permesso. Laddove si estendono le ombre, costruiamo vie di fuga. E poiché sopravvivere non basta, vogliamo offrire la possibilità di respirare, di sognare, di ritrovare il gusto della vita. Un villaggio di vacanza, un vecchio autobus londinese trasformato in centro di attività, uno spazio di condivisione dietro la stazione Cornavin, un luogo dove la porta non si chiude mai, una sala spettacoli, una galleria d’arte, un giornale di strada, una radio partecipativa, ecc. Camminiamo insieme, scriviamo insieme, ripariamo ciò che può essere riparato.Rifiutiamo che la fiducia sia un lusso. Perché, al di là dei numeri e delle azioni, Carrefour-Rue & Coulou è una protesta: «Dare il meglio a chi non ha più nulla» non è un’utopia. È una promessa. Una parola data, una parola mantenuta. (Noël Constant e il suo team) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le piccole scene della vita proviene da Comune-info.
April 18, 2026
Comune-info
Era uno spazio aperto
-------------------------------------------------------------------------------- Quando lo spazio si restringe l’aria si fa rarefatta. È da qui che bisogna partire. Da una sensazione fisica, sottile ma sempre più evidente: quella di un quartiere che cambia pelle, e nel farlo rischia di perdere qualcosa di essenziale. Non si tratta solo di muri o destinazioni d’uso, ma di ciò che hanno significato i luoghi. Il 15 aprile 2011 una comunità ha detto con chiarezza che il CasiNo non si sarebbe fatto. Non fu solo un gesto, ma una rottura. Una presa di posizione contro la speculazione, contro le mafie, contro un modello che si nutre della fragilità e trasforma tutto in profitto, anche la cultura, anche le vite. Sotto un gazebo, raccogliendo firme, è iniziato qualcosa che non si è più fermato. Da quell’azione è emerso un bisogno collettivo rimasto troppo a lungo in silenzio: il bisogno di spazi vivi, accessibili, capaci di accogliere e far crescere relazioni. Quello stesso giorno, mentre qui nasceva un’esperienza, a Gaza veniva ucciso Vittorio Arrigoni. A lui fu dedicata una sala. “Restiamo umani” non è mai stato uno slogan: è stato un principio, una direzione che ha attraversato ogni gesto, ogni scelta, ogni incontro. Il Nuovo Cinema Palazzo era questo: una moltitudine. Un’assemblea viva, mutevole, imperfetta. Uno spazio aperto, gratuito, orizzontale, dove l’obiettivo non era il guadagno ma la possibilità di esistere insieme, fuori dalle logiche del mercato. La strada entrava nel palazzo e il palazzo usciva in strada. Le voci si mescolavano: passanti, artistə, abitanti. Per moltə era la prima volta in un luogo così. Per moltə era una casa che fino a quel momento era stata negata. Lì si costruiva cultura come capacità di vivere, non come prodotto da vendere. Il Nuovo Cinema Palazzo cresceva ribelle. Cresceva vulcano. L’8 febbraio del 2012 il Tribunale civile di Roma assolse gli e le imputatə per l’occupazione parlando di una «moltitudine di persone», e riconobbe che «l’interesse alla base dell’azione dimostrativa […] nell’occupazione dell’edificio è di natura politica, non patrimoniale o egoistica». Si difendeva una vocazione culturale, non un interesse privato. Era la dimostrazione concreta che un altro modo di abitare e autogovernare gli spazi era possibile. Eppure, nel 2020, tutto questo è stato sgomberato dalla polizia di Stato. Caschi, scudi, manganelli. In piena pandemia. Ancora una volta, la violenza dello Stato a ristabilire la violenza del mercato. Il diritto del capitale sopra quello delle persone. Quello spazio è stato svuotato. Ma quello che era successo lì dentro non si è mai fermato: resta l’“Olandese Volante” che approda nei cortei contro la guerra, nelle assemblee contro la speculazione edilizia, nelle lotte per l’accessibilità dei servizi culturali e dello sport. Per cinque anni quel luogo è rimasto vuoto. Oggi il Cinema Palazzo riapre come progetto imprenditoriale. Ci viene raccontato come una rinascita. Ma è una sostituzione. È la trasformazione di un bene comune in prodotto. Di una comunità in pubblico. Di una rivolta in evento. Di uno spazio condiviso a uno spazio selettivo. E fa ancora più male vedere chi quella storia l’ha vissuta prestarsi a questa narrazione, offrendo la propria arte come simbolo di qualcosa che ne è la negazione. E questa non è una questione che riguarda solo un edificio. È il segno di un processo più ampio, che attraversa tutta la città. Gli spazi pubblici si riducono, si trasformano: diventano altro, spesso per pochi. I quartieri cambiano e, nel farlo, selezionano. La socialità diventa un privilegio. L’accesso un filtro. Il diritto di vivere un luogo, qualcosa che si compra. Dire che non si riconosce questa nuova esperienza non significa essere contro la cultura. Significa rifiutare l’idea che la cultura possa esistere solo dentro logiche di mercato. Significa difendere spazi aperti, attraversabili, vivi, in cui la partecipazione non sia mediata dal consumo. Il Nuovo Cinema Palazzo non era solo cultura. Era relazione, solidarietà, conflitto, immaginazione. Era la prova concreta che non lasciare indietro nessuna e nessuno è possibile. Che si può costruire senza vendere tutto. Che si può esistere senza chiedere il permesso al mercato. Quella esperienza non è replicabile. Non è acquistabile. Non è imitabile. E non è cancellabile. Perché ogni spazio collettivo porta con sé qualcosa che non può essere ricreato altrove: memoria, legami, pratiche. E quando scompare, non viene sostituito. Viene perso. Per questo ricordare non è nostalgia. È un atto necessario. Per non dimenticare cosa è stato possibile. Per continuare a immaginare che possa esserlo ancora. Oggi più che mai, in un quartiere sempre più divorato dal privato, rivendichiamo spazi aperti, accessibili, autogestiti. Spazi dove incontrarsi senza dover consumare, dove creare senza dover produrre profitto, dove esistere senza essere trasformati in merce. Il nuovo cinema palazzo non è dentro quelle mura. È nella voglia di rivoluzione, nel pensiero critico, nell’altruismo, nella fantasia. E a chi oggi racconta una continuità che non esiste, rispondiamo con chiarezza: le storie non sono tutte uguali. Alcune si incontrano, altre si escludono. Il Nuovo Cinema Palazzo era tutta un’altra storia. E lo è ancora. -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- UN PALAZZO COMUNE Sono tante le storie che dimostrano come il Nuovo Cinema Palazzo sia stato prima di tutto relazione e solidarietà. Quando ad esempio dodici anni fa fu sgomberato Scup, dove come redazione di Comune avevamo una stanzetta per le riunioni, il Nuovo Cinema Palazzo non ci pensò due volte a metterci a disposizione un angolo del cinema dove incontrarci. Così, un paio di volte a settimana, per alcuni mesi, capitava che la mattina eravamo i primi ad entrare e trovavamo Sarah Gainsforth, oggi giornalista e ricercatrice apprezzatissima (soprattutto sui temi del diritto all’abitare), oppure Marcello Fonte (che non aveva ancora recitato in film come Io sono tempesta o il pluripremiato Dogman di Garrone), puntualissimi ad accoglierci. Una volta mettemmo su insieme anche un’iniziativa fantastica che riempì di farina il Cinema: più di cento persone di tutte le età parteciparono a un laboratorio di autoproduzione del pane con pasta madre. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Era uno spazio aperto proviene da Comune-info.
April 16, 2026
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Sosteniamo InStabile, Culture in Movimento
Come laboratorio perUnaltracittà abbiamo firmato, sostenuto e rilanciato l’appello di InStabile, il teatro tenda sull’Arno che in 6 anni di attività artistica e sociale ha fatto vivere e letteralmente trasformato un’area abbandonata vicino al ponte di Varlungo. InStabile si … Leggi tutto L'articolo Sosteniamo InStabile, Culture in Movimento sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.