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Casale Garibaldi non si arrende di fronte allo sgombero e alla burocrazia
Nonostante la lunga storia dello spazio sociale, la commissione che ha stilato la graduatoria delle domande presentate per l’assegnazione dello spazio Casale Garibaldi ha ritenuto che i vincitori fossero altri. Ma non c’è nessuna voglia di arrendersi a questa palese ingiustizia. Se ne discuterà sabato 17 gennaio alle 16 L'articolo Casale Garibaldi non si arrende di fronte allo sgombero e alla burocrazia proviene da DINAMOpress.
SPAZI SOCIALI SOTTO ATTACCO DEL GOVERNO. LE COMUNITÀ REAGISCONO: PARTECIPATE ASSEMBLEE A ROMA E NAPOLI, SABATO QUELLA NAZIONALE A TORINO
Il Governo Meloni ha una linea chiara: eliminare con qualsiasi mezzo il dissenso e, contiguamente, spazzare via ogni storico spazio sociale in Italia.  Radio Onda d'Urto ha approfondito, in una trasmissione, questi temi: ospiti Andrea Alzetta, dello Spin Time e Ubaldo di Officina 99 di Napoli. Contro gli attacchi alle realtà di movimento il commento di Luca Casarini, storico attivista e di Mediterranea Saving Human.
“Roma è tutta qui”, non si può cancellare la ricchezza degli spazi sociali
Fra il 2012 e il 2013, 50 occupazioni di immobili inutilizzati riescono a dare una casa a migliaia di persone, nuclei di famiglie immigrate e italiane. È lo Tsunami Tour, una mobilitazione enorme promossa dai movimenti di lotta per la casa uniti contro la mancanza di soluzioni al problema abitativo, che a Roma condanna decine di migliaia di persone a vivere in precarietà. Spin Time è una di queste occupazioni. Il palazzo di dieci piani nel quartiere Esquilino era stata la sede dell’Inpdap (Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti dell’Amministrazione Pubblica) l’ente che gestiva la previdenza e l’assistenza per le e i dipendenti pubblici fino alla sua soppressione nel 2011, quando le sue funzioni sono state trasferite all’INPS. L’immobile viene allora acquisito da un fondo di investimenti immobiliare Investire SGR per essere “valorizzato”. > In realtà la sua valorizzazione sociale inizia da subito dopo l’occupazione. > Con il “cantiere di rigenerazione urbana” si mette in moto un processo che > porta il palazzo ad aprirsi verso l’esterno, facendo coesistere la dimensione > abitativa con quella dei servizi alla cittadinanza, tanto di carattere sociale > quanto culturale. Sfruttando le potenzialità dell’ex-sede Inpdap, infatti, gli spazi cambiano rapidamente forma e scopo. La sala conferenze diventa un auditorium, sede di spettacoli teatrali e concerti di musica classica, la vecchia mensa si trasforma in un’osteria popolare e a queste attività se ne aggiungono molte altre: dalle residenze artistiche al doposcuola per il quartiere, dalla falegnameria agli sportelli sociali. A Spin Time arrivano in tanti e tante: la comunità proveniente dal Teatro Valle, le associazioni cattoliche, quelle lgbtqia+, i comitati di quartiere e l’associazione della vicina scuola elementare Di Donato. In breve tempo si sperimenta un modello di convivenza che riguarda non solo le oltre 300 persone di 25 nazionalità diverse che abitano nel palazzo, ma decine e decine di realtà che qui cominciano a incontrarsi e a contaminarsi. Si aggiungono poi negli anni seguenti i ragazzi e le ragazze della rivista “Scomodo”, che utilizzano una parte dello spazio per dar vita a una redazione e a un centro di aggregazione giovanile. > Come le occupazioni hanno insegnato, la città è disseminata di edifici > lasciati inutilizzati per anni, che possono essere riconvertiti a uso > abitativo. Queste esperienze sono state capaci di rigenerare pezzi di città e > trasformare ruderi urbani in comunità solidali per l’abitare di tanti e tante. Il valore di queste esperienze è stato riconosciuto dall’amministrazione Capitolina, tanto da inserire nel Piano Strategico per il Diritto all’Abitare 2023-2026, Spin Time, insieme a Metropoliz-MAAM, fra gli immobili da acquisire e riproporre quello che è già avvenuto per l’occupazione di Porto Fluviale per la quale, dopo l’acquisto, è stata avviata la ristrutturazione utilizzando i fondi del bando europeo Pinqua. Acquistare e regolarizzare Spin Time significherebbe restituire a tutta la cittadinanza ciò che gli spetta di diritto. Riconoscere formalmente la funzione pubblica che svolge da anni. Dare finalmente a centinaia di famiglie e individui in emergenza abitativa una soluzione sicura, senza sradicarli da quello che ormai da dieci anni è il loro luogo di vita. Ma ecco che nell’ottobre 2023 si manifesta l’intenzione del Ministro degli Interni Matteo Piantedosi di voler sgomberare il palazzo, nonché della volontà della proprietà Investire SGR di trasformarlo in un albergo. Parte allora una resistenza che vede la solidarietà di molte associazioni, movimenti e sindacati per non cancellare un’esperienza importante per tutta la città. > Dopo quanto accaduto a Milano con lo sgombero del Leoncavallo e a Torino con > quello di Askatasuna, la minaccia per Spin Time diventa reale. Si manifesta da > parte del governo un piano di attacco agli spazi sociali in quanto luoghi di > aggregazione e di partecipazione. Spazi in cui si dimostra che immaginare > un’altra città è possibile, mettendo insieme esperienze diverse che sappiano > convivere e progettare il loro futuro. È quello che la comunità di Spin Time intende fare, e per discutere con tutta la città ha convocato un’assemblea pubblica per sabato 10 gennaio alle 14 in via di Santa Croce in Gerusalemme 55. Nel comunicato di convocazione scrivono: «Abbiamo visto crescere l’onda di solidarietà in seguito ai numerosi articoli che minacciavano lo sgombero del nostro palazzo. Associazioni, cittadin3, partiti, sindacati, giornalist3 e attor3 hanno risposto al nostro appello. Ora dobbiamo rimetterci all’opera e dare una risposta organizzata a questa minaccia. Perché se vogliono chiudere gli spazi sociali e abitativi, bisogna rispondere come comunità. Incontriamoci perché abbiamo bisogno di una città a misura di tutt3, in cui l’educazione è garantita a tutte le fasce d’età, in cui il diritto all’abitare non è ostacolato dalla speculazione privata. Una città che non esclude, ma che accoglie». E concludono: «Questa battaglia dobbiamo vincerla, non solo per Spin Time, ma per tutte le esperienze che dal basso organizzano i mondi possibili che questa destra di governo disprezza». La copertina è di Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo “Roma è tutta qui”, non si può cancellare la ricchezza degli spazi sociali proviene da DINAMOpress.
Una città diversa
C’È LO SGOMBERO AVVENUTO IN UNA SITUAZIONE TUTT’ALTRO CHE LIMPIDA. C’È POI LA MANIFESTAZIONE DI SABATO, CON I LACRIMOGENI DELLE FORZE DELL’ORDINE SPARATI AD ALTEZZA UOMO. MA PRIMA DI TUTTO QUANTO ACCADE A TORINO È UN ATTACCO ALLA POSSIBILITÀ DI IMMAGINARE UNA CITTÀ DIVERSA: PERCHÉ SI PUÒ ESSERE D’ACCORDO O MENO CON ALCUNE SCELTE E PRATICHE POLITICHE, MA ASKATASUNA, COME MOLTI ALTRI SPAZI DI TANTE CITTÀ, RESTA UNO DEI POCHI LUOGHI DI TORINO CAPACI DI COSTRUIRE RELAZIONI SOCIALI, TRA DOPOSCUOLA, INIZIATIVE CULTURALI, SPORT POPOLARE, MUTUALISMO. IL CUORE DELLA QUESTIONE È CHIARO: A QUELLI CHE SONO IN ALTO NON PIACE CHI METTE IN DISCUSSIONE L’IDEA DI CITTÀ COME SPAZIO REGOLATO DAL MERCATO (GRAZIE AL QUALE, AD ESEMPIO, TORINO HA OLTRE 6.000 SFRATTI IN CORSO E 75MILA ABITAZIONI INUTILIZZATE), E DALL’AMMINISTRAZIONE -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì mattina a Torino è stato sgomberato Askatasuna, uno dei più noti centri sociali in Italia. Il nome, in basco, significa “libertà” e non è una scelta casuale. Lo sgombero, come ormai noto, è avvenuto in una situazione tutt’altro che limpida, al termine di perquisizioni disposte nell’ambito di indagini su disordini e atti vandalici che hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati di diverse persone legate ai centri sociali torinesi. Askatasuna, però, non è solo un luogo politico: è stato per anni uno spazio vivo, attraversato da attività sociali, culturali e solidali, un punto di riferimento per il quartiere e per molte persone che lì hanno trovato supporto, relazioni, iniziative aperte alla città. Ridurre tutto a una questione di ordine pubblico significa cancellare questa storia e non interrogarsi sul vuoto che uno sgombero così produce. Ma uno sgombero non è mai un atto neutro. È un gesto politico, anche quando viene presentato come semplice applicazione della legge o ripristino dell’ordine. Chiudere uno spazio come Askatasuna significa affermare una certa idea di città: una città in cui il conflitto viene espulso invece che attraversato, in cui le forme di aggregazione non istituzionali sono tollerate solo finché restano invisibili, innocue, silenziose. Nel quartiere, Askatasuna non era percepito solo come un “centro sociale”, etichetta spesso usata per semplificare e delegittimare. Era uno spazio attraversato da studenti, famiglie, migranti, associazioni informali. Un luogo dove si facevano doposcuola, iniziative culturali, sport popolare, mutualismo. Dove si costruivano legami. Lo sgombero non cancella solo dei muri occupati: cancella relazioni, interrompe pratiche, lascia un vuoto che difficilmente verrà colmato da politiche pubbliche. Centri come Askatasuna hanno svolto una funzione che le istituzioni faticano a riconoscere: hanno trasformato spazi inutilizzati in luoghi di relazione, offrendo attività culturali accessibili, supporto informale, pratiche di mutualismo, sport popolare, momenti di confronto politico. Non sostituiscono i servizi pubblici, ma ne mostrano le mancanze. E lo fanno dal basso, senza finanziamenti strutturali, basandosi sul lavoro volontario e su una partecipazione che non è consumo, ma presenza. Per questo risultano spesso scomodi. Perché non chiedono solo di essere “tollerati”, ma mettono in discussione l’idea stessa di città come spazio regolato esclusivamente dal mercato e dall’amministrazione. Nei centri sociali la cittadinanza non è un titolo astratto, ma una pratica quotidiana: si costruisce nel fare insieme, nel prendersi cura, nel conflitto aperto quando necessario. Certo, non sono luoghi innocui o pacificati. La conflittualità fa parte della loro natura, così come l’opposizione a un ordine sociale che produce esclusione. Ma ridurli a problemi di ordine pubblico significa non voler vedere ciò che rappresentano: una forma di partecipazione politica e sociale che non passa dai canali tradizionali, e che proprio per questo viene spesso delegittimata o repressa. Lo sgombero rappresenta una guerra silenziosa contro forme di vita che non rientrano nei modelli dominanti. Non fa rumore, non occupa le prime pagine a lungo, ma erode pezzo dopo pezzo il tessuto democratico delle città. Qualcosa viene tolto a tutti: la possibilità di immaginare una città diversa, più porosa, più giusta, più viva. -------------------------------------------------------------------------------- Emilia De Rienzo, insegnante, formatrice, vive a Torino -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI CHIARA SASSO: > Smontato il processo di Torino -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una città diversa proviene da Comune-info.
Via alla striscionata
NEL 1981, GRAZIE ALL’IDEA, ALLA CREATIVITÀ E ALLA DETERMINAZIONE DI UN PICCOLO GRUPPO DI PERSONE, TRA CUI FELICE PIGNATARO, CHE SI SONO PRESI CURA DI UNO DEI TANTI SPAZI ABBANDONATI DELLE PALAZZINE DELL’ISTITUTO AUTONOMO CASE POPOLARI DI SCAMPIA, A NAPOLI, ACCANTO ALLE “VELE” CHE HANNO RESO NOTO QUEL PEZZO DI CITTÀ POPOLARE, È APPARSO IL GRIDAS. DA ALLORA, È DIVENTATO UN VULCANO DI RELAZIONI E INIZIATIVE CHE HANNO COINVOLTO, E CONTINUANO A FARLO, MIGLIAIA DI PERSONE. SOLIDARIETÀ, RIGENERAZIONE URBANA, CARNEVALI SOCIALI, ARTE E CULTURA AL SERVIZIO DEL TERRITORIO: IL GRIDAS È UN’UNIVERSITÀ DELLA STRADA, UN LUOGO DI PENSIERO CRITICO, UN DIPINTO CHE COLORA LA PERIFERIA, DOVE AMMINISTRATORI LOCALI, DOCENTI UNIVERSITARI, DIRIGENTI DI IMPRESE SOCIALI, AVREBBERO MOLTO DA IMPARARE. UNA SENTENZA DELLA CORTE D’APPELLO DI NAPOLI HA RESPINTO NEI GIORNI SCORSI IL RICORSO PRESENTATO DAL GRIDAS CONTRO LA CONDANNA PER “OCCUPAZIONE SENZA TITOLO”. PER PROTEGGERE IL GRIDAS PARTE LA “STRISCIONATA”: COME E PERCHÉ ADERIRE… La foto dello striscione del Gridas da scaricare e condividere sui social, taggando il Gridas. -------------------------------------------------------------------------------- Via alla striscionata! “Abusivo non è chi restituisce all’uso dei cittadini una struttura abbandonata da anni e ritenuta pericolosa per l’incolumità degli stessi, ma piuttosto il potere che per incuria espropria i cittadini delle strutture che potrebbero migliorarne la vita”. Felice Pignataro, 1994, lettera allo IACP rimasta senza risposta. Con l’assemblea di venerdì 12 dicembre, in cui abbiamo ricevuto sostegno e solidarietà, rilanciamo la mobilitazione in difesa del centro sociale sede del GRIDAS a rischio di sgombero. Non si cancellano quarantacinque anni di attivismo, di solidarietà, di rigenerazione urbana, di carnevali sociali, di arte e cultura al servizio della collettività. Giù le mani dagli spazi sociali Il GRIDAS non si tocca! Diamo ufficialmente il via alla striscionata a sostegno del GRIDAS. Pubblica la foto dello striscione sui social e tagga il Gridas. #IlGridasNonSiTocca [GRIDAS] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Via alla striscionata proviene da Comune-info.
RHO (MI): ENI MINACCIA DI SGOMBERO SOS FORNACE. MARTEDÌ 23 SETTEMBRE ASSEMBLEA PUBBLICA
Un mese dopo lo sfratto – sgombero del Leoncavallo, un altro spazio sociale milanese è sotto attacco. Si tratta di SOS Fornace, a Rho. Eni, proprietaria dell’area di via Risorgimento 18 attuale sede del centro sociale, ha chiesto infatti lo sgombero di SOS Fornace presentando istanza di sequestro preventivo dell’immobile. La richiesta è stata avanzata proprio nei giorni successivi allo sgombero del Leoncavallo. Si tratta della seconda istanza presentata nell’ultimo anno – la prima non è stata accolta – durante il quale la “multinazionale di stato” ha intensificando gli sforzi per rientrare in possesso dell’ex deposito occupato dal 2018, sulla scorta della prima, storica occupazione del 2005 in via San Martino. Attiviste e attivisti di SOS Fornace hanno lanciato un’assemblea pubblica che si svolgerà martedì 23 settembre alle ore 21 all’interno dello spazio sociale. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Andrea Papoff, di SOS Fornace. Ascolta o scarica.
La risposta giusta – di Effimera
La giornata di manifestazioni che ha attraversato Milano il 6 settembre 2025, in risposta allo sgombero del centro sociale Leoncavallo, è stata un avvenimento di grande valore che ha spezzato, almeno per un attimo, la narrazione negativa che ci circonda da ogni lato con i suoi corollari di impotenza e di paura. A nostro [...]