
Quando finirà la guerra
Comune-info - Saturday, March 14, 2026
Unsplash.com«Non sono rimasti obiettivi da colpire. La guerra finirà presto. Ma finirà nel momento in cui lo deciderò io». In poche parole, Donald Trump ha riassunto una certa idea del potere. Non quella della responsabilità politica tra Stati, né quella della diplomazia che cerca di limitare la violenza, ma una concezione quasi proprietaria della guerra: qualcosa che può continuare o fermarsi secondo la volontà di chi la conduce.
Se si leggono i rapporti degli analisti internazionali su ciò che sta accadendo oggi in Medio Oriente, questa frase suona ancora più inquietante. Perché mentre i leader parlano di obiettivi, strategie e deterrenza, la realtà della guerra appare molto diversa: è fatta soprattutto di civili che perdono le loro case, le loro città, la loro vita quotidiana.
Un recente rapporto dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) descrive con precisione questa realtà. In Iran milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case. In Libano intere comunità del sud stanno abbandonando i villaggi sotto i bombardamenti. A Gaza due milioni di persone continuano a vivere in una condizione di distruzione e assedio che sembra non avere fine.
La guerra viene spesso raccontata come una partita tra potenze: Stati Uniti, Israele, Iran. Ma se si guarda alle sue conseguenze concrete, la guerra colpisce le popolazioni, aggrava le condizioni di vita per un tempo indefinito, semina morte e distruzione.
Nel Libano meridionale, l’offensiva contro Hezbollah sta producendo uno svuotamento progressivo del territorio. All’inizio a fuggire sono state soprattutto le comunità sciite, dove si presume siano presenti infrastrutture militari. Ma con il passare dei giorni anche villaggi cristiani e sunniti stanno lasciando le loro case. L’idea di creare una “zona di sicurezza” lungo il confine rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso: lo sradicamento di intere popolazioni civili.
Un’altra dimensione riguarda le infrastrutture. Depositi di petrolio colpiti, impianti energetici danneggiati, sistemi di desalinizzazione distrutti. Non sono soltanto obiettivi strategici. Sono strutture che permettono alle persone di vivere: bere acqua, respirare aria non contaminata, mantenere una vita quotidiana minima. Quando vengono colpite, la guerra non distrugge soltanto il presente. Distrugge le condizioni stesse della vita civile.
C’è poi un effetto meno visibile ma altrettanto grave: quello sulla sicurezza alimentare. Il Medio Oriente dipende fortemente dalle importazioni di cibo e dalle rotte commerciali che attraversano lo Stretto di Hormuz. Se queste rotte si interrompono, i prezzi dei fertilizzanti e dei prodotti agricoli aumentano rapidamente. La guerra regionale diventa così un problema globale.
Eppure, leggendo molte analisi geopolitiche, colpisce spesso il linguaggio utilizzato. La violenza appare come una dinamica quasi automatica: escalation, reazioni, ritorsioni. Le responsabilità politiche si dissolvono in formule impersonali. Ma le guerre non sono processi naturali. Sono decisioni. Colpiscono uomini, donne, bambini inermi. Nei racconti dei media scompaiono gli esseri umani.
Per questo la frase di Trump non è solo una provocazione retorica. È la rivelazione di una logica più profonda: l’idea che la guerra sia uno strumento di potere, qualcosa che può essere prolungato o concluso secondo la volontà politica di pochi, ne suo caso è lui che lo deciderà. Si può ammettere una tale risposta? Non importa se la guerra continua a produrre ciò che produce sempre: città svuotate, famiglie in fuga, infrastrutture distrutte, paure che resteranno a lungo anche quando le armi taceranno.
Forse dovremmo allora ricordare le parole di Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri (Nottetempo): «Nessun “noi” dovrebbe essere dato per scontato quando si guarda il dolore degli altri». Perché è proprio quando quel “noi” diventa assoluto che la guerra smette di vedere esseri umani e comincia a vedere soltanto obiettivi.
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