I giovani non vogliono arruolarsi, nonostante la propaganda--------------------------------------------------------------------------------
Bologna, 28 novembre. Foto di Federica Zanetti
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La consultazione Guerra e conflitti proposta dall’Autorità garante per
l’infanzia e l’adolescenza a ragazzi e ragazze tra i 14 e i 18 anni ha il pregio
di provare a colmare il vuoto nella ricerca in relazione all’impatto che questi
anni di dilagante bellicismo stanno producendo sulla crescita emotiva,
psicologica e valoriale degli adolescenti italiani. Sul sito dell’Autorità
garante – dove si specifica che il questionario è stato realizzato con la
Consulta delle ragazze e dei ragazzi, supportati da un esperto – i temi
dell’indagine sono sintetizzati in questi termini: “Come ti informi sulla
guerra? Quali emozioni provi davanti alle immagini dei conflitti? Cosa pensi del
ruolo della tua generazione nella costruzione della pace?”. Si aggiunge inoltre
che attraverso le risposte “ci puoi far conoscere come percepisci la guerra e
quale rapporto hai con la violenza, la paura e l’idea di responsabilità”.
Diciamo subito che, in risposta ad un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano
che dava notizia della circolare diffusa tra le scuole invitando gli insegnanti
a divulgarlo nelle classi, l’Autorità garante ha anticipato un dato della
consultazione in corso, da cui si evince che alla specifica domanda “Se il mio
Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei.
Quanto sei d’accordo con questa informazione?”, il 68% dei 4.000 adolescenti che
hanno partecipato fin qui all’indagine ha risposto sonoramente di no, con una
forte prevalenza tra le ragazze (73,6%) rispetto ai ragazzi (60,2).
E dopo quasi quattro anni di ideologia bellicista diffusa attraverso la
militarizzazione dei media, che ha trasformato “l’informazione come guerra
combattuta con altri mezzi” – secondo la definizione che ne dà Andrea Cozzo nel
recente Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina – questo non era
affatto un risultato scontato. Anche perché ragazzi e ragazze sulla guerra,
questione che emerge come loro preoccupazione principale, continuano a
informarsi prevalentemente attraverso la televisione, medium tradizionale con
l’elmetto.
Inoltre, entrando nel merito del questionario – tra questioni importanti e
opportune e altre più discutibili, ossia che meritano di essere discusse magari
quando l’indagine sarà pubblicata integralmente – è necessario rilevare che
questa domanda ha una dimensione tecnicamente tendenziosa, ossia non neutrale,
perché associa esplicitamente il senso di responsabilità all’arruolamento
militare per la guerra, rendendo di fatto la risposta contraria – pur espressa
dalla grande maggioranza dei partecipanti – sintomo di implicita e sottintesa
irresponsabilità. Eppure, le cose stanno esattamente al contrario per diverse
ragioni, che l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza avrebbe dovuto
tenere presenti nella formulazione delle domande.
Proviamo a ricordare le principali, a cominciare dalla Costituzione italiana che
ha proprio a fondamento il solenne “ripudio” della guerra (Art. 11), per il
quale fare la guerra è etimologicamente ed eticamente ripugnante: dunque è
responsabile non parteciparvi, anziché il contrario. Né il dovere di “difesa
della patria” (Art. 52) – che pure nelle domande non è citata – implica
necessariamente la dimensione militare, perché, più volte, la Corte
costituzionale ne ha sancito la possibilità anche attraverso la difesa civile,
non armata e nonviolenta (che fonda, tra l’altro, il Servizio civile
universale). Anche per questo, già Aldo Capitini proponeva di inserire le
tecniche della nonviolenza nell’insegnamento dell’educazione civica a scuola
(L’educazione civica nella scuola e nella vita sociale).
Coraggio che devono avere tutti, a cominciare da chi svolge ruoli educativi e
formativi, in questi tempi di rinata “isteria di guerra” (Edgar Morin, Di guerra
in guerra): quel 68% di giovani responsabili e sovrani sono una garanzia per il
futuro, da non scoraggiare, ma da garantire e coltivare. La responsabilità, oggi
più che mai, è nell’obiezione alla guerra, non nell’arruolamento, per cui – se
se ne voleva inserire il principio – la domanda avrebbe dovuto essere: “Se il
mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e obietterei
all’arruolamento?”.
Come fanno gli studenti tedeschi, per esempio, che scioperano contro il ritorno
della coscrizione, ribadendo che non vogliono diventare carne da cannone, né
imparare ad uccidere studenti come loro. Ma con la divisa di un altro colore.
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[Articolo pubblicato su I blog del Fatto Quotidiano, qui con l’autorizzazione
dell’autore]
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