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Il disastro in Spagna è anche italiano. Perché non dirlo?
Fare informazione di merda è un «must» anche nelle disgrazie. I tg ci hanno inondato, anche giustamente, con le immagini del grande disastro ferroviario spagnolo. Si trattta del primo incidente con vittime sulla rete ad alta velocità spagnola da quando è stata portata a termine la liberalizzazione-privatizzazione, tra il 2019 […] L'articolo Il disastro in Spagna è anche italiano. Perché non dirlo? su Contropiano.
Ma che strana “dittatura”…
In Italia e in Europa c’è ancora gente – nelle redazioni dei giornali o nelle toilette di Montecitorio – che ci dice ogni giorno quanto sia “legittimo” bombardare un paese sovrano e rapirne il presidente perché lì c’è una “dittatura” e quindi bisogna esportarci la “democrazia”.  Neanche il fatto che […] L'articolo Ma che strana “dittatura”… su Contropiano.
Un foglio di carta
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- John Berger ha scritto che, nel dialogo, ognuno può diventare “un foglio di carta” su cui l’altro deposita i suoi pensieri. Un’immagine semplice e radicale, che affida alla parola una responsabilità: quella di aprire uno spazio, non di occuparlo. Diventare “carta” significa accettare di sospendere il proprio punto di vista, di non sovrapporre subito le proprie ragioni a ciò che l’altro sta cercando di dire. Significa farsi foglio bianco, pronto ad accogliere parole che parlano di vissuti, emozioni, idee, conflitti. È un gesto che richiede tempo e pazienza, la stessa di cui parlava Anna Frank quando scriveva che “la carta è più paziente degli uomini”. Ma quella pazienza non riguarda solo le relazioni personali. È una condizione della democrazia. Senza ascolto, senza la disponibilità a diventare “carta” per la parola dell’altro, la democrazia si svuota e resta solo la forza: la voce che sovrasta, lo slogan che chiude, la decisione che non ammette replica. Viviamo in un tempo in cui il dialogo viene spesso sostituito dalla contrapposizione permanente. Le parole non cercano più di incontrare, ma di colpire; non aprono spazi comuni, li presidiano. In questo clima, la vera pace appare sempre più fragile, perché non nasce mai dall’imposizione, ma dalla capacità di riconoscere l’altro come interlocutore, non come nemico da ridurre al silenzio. Quando nessuno è disposto a farsi “carta”, il conflitto diventa assoluto e la violenza sembra l’unico linguaggio possibile. Eppure la pace comincia proprio lì: nel gesto minimo e difficile di chi ascolta senza prevaricare, di chi accoglie la parola altrui senza trasformarla subito in un bersaglio. Anche la scrittura nasce da questo stesso impulso. Chi scrive lo fa per essere letto, spinto — come ricorda Berger — da un desiderio di ospitalità verso lettori reali o immaginari. Se questo impulso viene meno, la scrittura si riduce a monologo e il pensiero smette di circolare. È così forse che dovremmo immaginare oggi il compito della parola, nella vita pubblica come in quella privata: farsi spazio di incontro, terreno condiviso, possibilità di pace. Quando ad esempio affidiamo i nostri pensieri alle pagine di Comune, spero che qualcuno li accolga con pazienza e, se lo vorrà, rimandi indietro ciò che quelle parole hanno smosso in lui o in lei. Non per avere ragione, ma per continuare a costruire, insieme, un mondo abitabile. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un foglio di carta proviene da Comune-info.
Onu bloccata dagli Usa, il Venezuela prova a resistere
New York centro del mondo stravolto, per un giorno e poi si vedrà. Tutto è girato però attorno al Venezuela aggredito militarmente dagli Usa e alla figura del presidente legittimo, Nicolàs Maduro, rapito dalle forze speciali Usa dopo la strage della sua scorta, e sua moglie Cilia Flores. In tribunale, […] L'articolo Onu bloccata dagli Usa, il Venezuela prova a resistere su Contropiano.
L’attacco a Putin è (quasi) ingestibile
C’è qualcosa di noiosamente ripetitivo nel modo in cui il sistema mediatico europeo tratta le vicende guerra/trattative sull’Ucraina. Ma proprio questa ripetitività rivela un “metodo”, una logica, un intento. E molta cecità. La vera notizia-bomba degli ultimi giorni è certamente il tentativo di Kiev di colpire una delle residenze ufficiali […] L'articolo L’attacco a Putin è (quasi) ingestibile su Contropiano.
Israele, profilo di un paese suprematista. Pena di morte, censure e divieti a Ong e media
A una settimana dall’inizio del 2026, può essere utile fare il punto sul profilo delle forme di organizzazione politica che ha assunto Israele negli ultimi due anni, in concomitanza con l’aver messo allo scoperto il suo intento genocidiario. Prima la pulizia etnica avveniva più “silenziosamente”, ma ora il sionismo è […] L'articolo Israele, profilo di un paese suprematista. Pena di morte, censure e divieti a Ong e media su Contropiano.
Se dei media prestigiosi diventano ‘buca delle lettere’ di Servizi segreti
Dalla vera ‘Intelligence Usa’ la dura smentita A smentire la notizia della Reuters, Tulsi Gabbard, nientemeno che la direttrice dell’intelligence nazionale degli Stati Uniti (a coordinare tutte le sedici agenzie di spionaggio Usa, a partire dalla famigerata Cia). Sotto schiaffo, «I guerrafondai del Deep State e i loro media di […] L'articolo Se dei media prestigiosi diventano ‘buca delle lettere’ di Servizi segreti su Contropiano.
Piazza Fontana, sono stati loro…
Milano, venerdì 12 dicembre 1969. A metà pomeriggio la Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, brulica ancora di correntisti. Chi vende bestiame, chi sementi, chi aziende intere. Il salone è un alveare. Le voci rimbalzano tra le colonne. Il fruscio delle carte si mescola ai passi. Poi: tutto si spezza. […] L'articolo Piazza Fontana, sono stati loro… su Contropiano.
Piazza Fontana, sono stati loro…
Milano, venerdì 12 dicembre 1969. A metà pomeriggio la Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, brulica ancora di correntisti. Chi vende bestiame, chi sementi, chi aziende intere. Il salone è un alveare. Le voci rimbalzano tra le colonne. Il fruscio delle carte si mescola ai passi. Poi: tutto si spezza. […] L'articolo Piazza Fontana, sono stati loro… su Contropiano.
I giovani non vogliono arruolarsi, nonostante la propaganda
-------------------------------------------------------------------------------- Bologna, 28 novembre. Foto di Federica Zanetti -------------------------------------------------------------------------------- La consultazione Guerra e conflitti proposta dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza a ragazzi e ragazze tra i 14 e i 18 anni ha il pregio di provare a colmare il vuoto nella ricerca in relazione all’impatto che questi anni di dilagante bellicismo stanno producendo sulla crescita emotiva, psicologica e valoriale degli adolescenti italiani. Sul sito dell’Autorità garante – dove si specifica che il questionario è stato realizzato con la Consulta delle ragazze e dei ragazzi, supportati da un esperto – i temi dell’indagine sono sintetizzati in questi termini: “Come ti informi sulla guerra? Quali emozioni provi davanti alle immagini dei conflitti? Cosa pensi del ruolo della tua generazione nella costruzione della pace?”. Si aggiunge inoltre che attraverso le risposte “ci puoi far conoscere come percepisci la guerra e quale rapporto hai con la violenza, la paura e l’idea di responsabilità”. Diciamo subito che, in risposta ad un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano che dava notizia della circolare diffusa tra le scuole invitando gli insegnanti a divulgarlo nelle classi, l’Autorità garante ha anticipato un dato della consultazione in corso, da cui si evince che alla specifica domanda “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo con questa informazione?”, il 68% dei 4.000 adolescenti che hanno partecipato fin qui all’indagine ha risposto sonoramente di no, con una forte prevalenza tra le ragazze (73,6%) rispetto ai ragazzi (60,2). E dopo quasi quattro anni di ideologia bellicista diffusa attraverso la militarizzazione dei media, che ha trasformato “l’informazione come guerra combattuta con altri mezzi” – secondo la definizione che ne dà Andrea Cozzo nel recente Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina – questo non era affatto un risultato scontato. Anche perché ragazzi e ragazze sulla guerra, questione che emerge come loro preoccupazione principale, continuano a informarsi prevalentemente attraverso la televisione, medium tradizionale con l’elmetto. Inoltre, entrando nel merito del questionario – tra questioni importanti e opportune e altre più discutibili, ossia che meritano di essere discusse magari quando l’indagine sarà pubblicata integralmente – è necessario rilevare che questa domanda ha una dimensione tecnicamente tendenziosa, ossia non neutrale, perché associa esplicitamente il senso di responsabilità all’arruolamento militare per la guerra, rendendo di fatto la risposta contraria – pur espressa dalla grande maggioranza dei partecipanti – sintomo di implicita e sottintesa irresponsabilità. Eppure, le cose stanno esattamente al contrario per diverse ragioni, che l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza avrebbe dovuto tenere presenti nella formulazione delle domande. Proviamo a ricordare le principali, a cominciare dalla Costituzione italiana che ha proprio a fondamento il solenne “ripudio” della guerra (Art. 11), per il quale fare la guerra è etimologicamente ed eticamente ripugnante: dunque è responsabile non parteciparvi, anziché il contrario. Né il dovere di “difesa della patria” (Art. 52) – che pure nelle domande non è citata – implica necessariamente la dimensione militare, perché, più volte, la Corte costituzionale ne ha sancito la possibilità anche attraverso la difesa civile, non armata e nonviolenta (che fonda, tra l’altro, il Servizio civile universale). Anche per questo, già Aldo Capitini proponeva di inserire le tecniche della nonviolenza nell’insegnamento dell’educazione civica a scuola (L’educazione civica nella scuola e nella vita sociale). Coraggio che devono avere tutti, a cominciare da chi svolge ruoli educativi e formativi, in questi tempi di rinata “isteria di guerra” (Edgar Morin, Di guerra in guerra): quel 68% di giovani responsabili e sovrani sono una garanzia per il futuro, da non scoraggiare, ma da garantire e coltivare. La responsabilità, oggi più che mai, è nell’obiezione alla guerra, non nell’arruolamento, per cui – se se ne voleva inserire il principio – la domanda avrebbe dovuto essere: “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e obietterei all’arruolamento?”. Come fanno gli studenti tedeschi, per esempio, che scioperano contro il ritorno della coscrizione, ribadendo che non vogliono diventare carne da cannone, né imparare ad uccidere studenti come loro. Ma con la divisa di un altro colore. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE PUGLIESE: > Organizzare dovunque la diserzione LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GUIDO VIALE: > Il tempo è ora -------------------------------------------------------------------------------- [Articolo pubblicato su I blog del Fatto Quotidiano, qui con l’autorizzazione dell’autore] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I giovani non vogliono arruolarsi, nonostante la propaganda proviene da Comune-info.