Tag - media

Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen
I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il […] L'articolo Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano
Sostenere chi racconta le rotte
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- The Routes Journal – Il giornale delle rotte – è un progetto di comunicazione alternativa sulla mobilità impedita: racconta la criminalizzazione delle rotte migratorie e le conseguenze che questa produce sulla vita delle persone che le percorrono. Nasce dal desiderio di un gruppo di ricercatori, artisti, migranti e attivisti di offrire uno sguardo diverso sul fenomeno migratorio. A partire dai materiali informativi che le persone in movimento producono sulle proprie condizioni materiali e sociali lungo le rotte, una newsroom cooperativa lavora per trasformare fotografie, audio e video in storie accessibili a un pubblico non specialistico. Può essere definito un progetto informativo sul “movimento interrotto”. Non ha una sede fissa: la sua sede è ovunque vivano i suoi corrispondenti, perché The Routes Journal racconta i luoghi e le storie di chi è in movimento. Il progetto ambisce a connettere mondi diversi e lontani. Lo fa su Instagram, provando a descrivere ciò che accade al di là delle frontiere dell’Europa, ovvero l’esperienza quotidiana delle persone migranti che parlano dalle coste tunisine, dagli hangar libici, dalle barche, solo per fare qualche esempio. Parla di rotte migratorie, oggi quella del Mediterraneo centrale, quella dell’Oceano Indiano, quella Canaria; domani, chissà. Lo scopo è evidenziare la traccia silenziosa di quelle rotte: non indicazioni su dove andare, ma racconti di come si vive nel passaggio e nell’attesa. Narra la violenza dei confini, l’abbandono, la paura, ma anche le pratiche quotidiane di resistenza e di solidarietà. Restituisce il quotidiano di chi abita le rotte, componendo una topografia dell’assenza, della precarietà, della necropolitica. The Routes Journal è una newsroom all’interno della cosiddetta underground railroad, animata da corrispondenti: uomini e donne dall’altra parte del mare, dall’altra parte del confine della “fortezza Europa”. Alcuni partecipano regolarmente, altri solo sporadicamente. Sono persone che hanno tentato più volte di raggiungere l’Europa e che ora sono confinati in una “terra di mezzo”. Inviano scatti dalle loro case, filmano gli accampamenti in cui vivono, scrivono poesie; tra un movimento e l’altro. Tra arresti e sequestri. Prima di attraversare, di fare boza. Tra cokseurs, arabes, barnamiche, acque blu, bussolier e capitani. The Routes Journal trasforma la loro esperienza in testimonianza pubblica. Abou è uno di loro. Ha appena sedici anni ed è stato detenuto in una prigione libica, torturato a scopo di estorsione. Marine racconta la disperazione di avere una figlia malata senza sapere dove portarla per farla curare, perché nera: arrivata in ospedale, l’hanno cacciata. Farhan ha invece voluto pubblicare il corpo esanime dell’amico, ucciso senza ragione alla fine del Ramadan del 2026. Poi c’è Aissatou, Lamine, Xavier e molti altri. Le loro storie si intrecciano e insieme, come nella reazione chimica che dal negativo porta alla fotografia, ci restituiscono un’immagine che in molti vorrebbero tenere nascosta o rendere invisibile. La loro partecipazione a The Routes Journal è gratuita e volontaria. Ma hanno bisogno di medicinali, cibo, cure ospedaliere, telefoni. Vorremmo poterli sostenere. Vi chiediamo di aiutarci con una raccolta fondi, perché possano continuare a raccontare di che materia è fatta l’esternalizzazione dei confini dell’Unione Europea. Potete donare con queste due modalità: * IBAN: IT87N0830401804000003424187 intestato all’Associazione Melting Pot Odv, causale: The Routes Journal * Tramite la raccolta fondi su Paypal -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Meltingpot.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sostenere chi racconta le rotte proviene da Comune-info.
July 11, 2026
Comune-info
Cecchini contro bambini a Gaza: la notizia è invisibile
I “vigili della libertà”, giusto un po’ ciechi Di solito, i premi giornalistici hanno grande risonanza sui media italiani. Si tratta in larghissima parte di riconoscimenti che colleghi attribuiscono ad altri colleghi, un po’ sempre quelli, a dirla tutta, e anche i titoli si somigliano: Taldeitali giornalista dell’anno! Pinco Pallino […] L'articolo Cecchini contro bambini a Gaza: la notizia è invisibile su Contropiano.
July 2, 2026
Contropiano
[Da Roma a Bangkok] Perché non è poi mancato il petrolio?
Con la chiusura dello stretto di Hormuz conseguente all'attacco di Israele e Usa all'Iran, è scoppiato il panico mediatico per la mancanza di petrolio che veniva data per certa. In particolare per giorni i media occidentali hanno parlato del collasso dei paesi asiatici che sarebbero stati privi di petrolio. La realtà è diversa e in questa trasmissione cerchiamo di documentare e analizzare che il collasso dei paesi asiatici non c'è stato; inoltre, in realtà, il petrolio nel mondo non è mancato e in questo in ruolo della Cina è stato determinante. Ecco i due articoli che abbiamo usato per risolvere il "mistero" del petrolio cinese: Taipei time Il mistero del calo della domanda di petrolio in Cina non è un mistero https://www.taipeitimes.com/News/editorials/archives/2026/06/25/2003859688 Perché il petrolio non è salito oltre i 200 dollari al barile nonostante la chiusura di Hormuz? Il ruolo della Cina e quanto può durare. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/06/09/crisi-hormuz-petrolio-cina-scorte-notizie/8412588/                  
July 1, 2026
Radio Onda Rossa
Israele, i media italiani e la propaganda
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di mohammed al bardawil su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Chiamiamola con il suo nome, senza girarci attorno: quella pubblicata dal Corriere della Sera martedì 23 giugno non è un’intervista a Isaac Herzog. Esce mentre la Commissione ONU dichiara che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira da Israele. È un’operazione di propaganda istituzionale confezionata nella forma dell’intervista. Il presidente israeliano non viene interrogato: viene accompagnato. Gli viene offerto uno spazio protetto in cui depositare i propri messaggi — l’Iran, Hezbollah, l’amicizia mediterranea, il turbamento per una petizione letteraria — senza che nessuno gli chieda conto di nulla che conti davvero. Le regole del genere giornalistico prevedono che l’intervistatore eserciti pressione, che verifichi le affermazioni, che segnali le contraddizioni. Qui non accade nulla di tutto questo. Il risultato è un testo che avrebbe potuto scrivere l’ufficio comunicazione della presidenza israeliana: formalmente dialogico, sostanzialmente monologico. Il momento più rivelatore è quando Herzog dice agli italiani: “Siamo vicini nel Mediterraneo, siamo amici, i problemi dobbiamo discuterli come si fa tra amici”. Bella formula. Peccato che l’amico in questione presieda istituzionalmente uno Stato che da anni blocca sistematicamente l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza — cibo, medicine, carburante — condannando la popolazione civile a morire non solo sotto le bombe ma per fame e per sete. Un assedio che organizzazioni internazionali, relatori ONU e la stessa Corte Internazionale di Giustizia hanno definito in termini che non lasciano spazio all’ambiguità. Di questo, nell’intervista, non c’è traccia. Nessuna domanda sulle condizioni dei palestinesi. Nessuna domanda sugli aiuti bloccati. Nessuna domanda sulla carestia indotta. Settanta mila morti. Zero domande. Ma quel lessico dell’amicizia non è innocente: è uno strumento. Israele ha sviluppato negli anni una dottrina sofisticata di lawfare diplomatico, l’uso sistematico del linguaggio della moderazione, del dialogo, della vicinanza tra popoli per neutralizzare preventivamente la pressione legale e politica internazionale. Quando Herzog parla da amico, non sta cercando un confronto: sta costruendo un perimetro discorsivo dentro cui le domande scomode non trovano posto. L’intervistatore che accetta quella cornice senza interrogarla non è un giornalista neutrale: è un compartecipe di quella strategia. Il Corriere ha accettato la cornice. Senza una domanda di riserva. Il profilo in box lo presenta come ex leader laburista, quasi a rassicurare il lettore: ecco un uomo di sinistra, un moderato, una voce ragionevole. Quello che il box non dice è che Herzog, da presidente, ha firmato ogni decreto militare, ha legittimato ogni operazione, ha coperto istituzionalmente ogni fase di una campagna che ha raso al suolo Gaza e ucciso 70.000 persone. Parlare da amico agli italiani mentre si firmavano le bombe non è moderazione. È cinismo con una buona conferenza stampa. Il giornalista non gli chiede nulla che conti. Cosa risponde alle misure cautelari della Corte Internazionale di Giustizia che ha riconosciuto il rischio plausibile di genocidio? Cosa pensa del mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per Netanyahu e Gallant? Come giudica l’assedio sistematico degli aiuti umanitari, configurabile come crimine di guerra? Perché Israele continua a bombardare ospedali, scuole, campi profughi? Niente. Silenzio. Cambio di argomento. Il momento più oltraggioso arriva quando Herzog liquida la violenza dei coloni in Cisgiordania come opera di “un piccolo gruppo ai margini della società”. Piccolo gruppo. I coloni sono circa 700.000. Gli insediamenti sono illegali ai sensi del diritto internazionale — articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, ribadito da decine di risoluzioni ONU e dalla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024. La violenza dei coloni contro i palestinesi è documentata, sistematica, spesso coperta e armata dall’esercito israeliano. Chiamarla “margini” non è un’opinione politica: è una bugia. E il Corriere non la corregge, non la contesta, non la segnala nemmeno con una nota. Questa è la “permission to narrate” teorizzata da Edward Said: il privilegio di presentarsi come interlocutore ragionevole, di fissare i termini del discorso, di essere intervistati anziché interrogati. Herzog non è un moderato della pace. È il presidente costituzionale di uno Stato sotto procedimento per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, il cui primo ministro è ricercato dalla Corte Penale Internazionale. Un uomo che firmava le bombe con la stessa mano con cui oggi parla di amicizia mediterranea e si dice turbato per una petizione letteraria. Il Corriere gli ha offerto una tribuna. Non ha fatto giornalismo. Ha semplicemente fornito una comoda opportunità di propaganda, in un giorno che avrebbe meritato ben altre domande. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Israele, i media italiani e la propaganda proviene da Comune-info.
June 24, 2026
Comune-info
La profezia dei fiumi. Intervista a Bertha Zúñiga Cáceres
INCONTRO CON LA COORDINATRICE DEL CONSIGLIO CIVICO DELLE ORGANIZZAZIONI POPOLARI E INDIGENE DELL’HONDURAS (COPINH), BERTHA ZÚÑIGA CÁCERES, SPESSO CHIAMATA AFFETTUOSAMENTE BERTITA, FIGLIA DI BERTA CÁCERES. LA DIFESA DEL POPOLO LENCA, LA MEMORIA DELLA MADRE, IL COLONIALISMO VERDE, LA RESPONSABILITÀ DELLE BANCHE EUROPEE E LA NECESSITÀ DI PASSARE OVUNQUE DALLA RESISTENZA ALLA COSTRUZIONE DI ALTERNATIVE. L’AVVERTIMENTO DEI POPOLI INDIGENI AL MONDO Bertha Zúñiga Cáceres è coordinatrice generale del COPINH, il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras. È figlia di Berta Cáceres, indigena Lenca, femminista, ambientalista, fondatrice del COPINH, assassinata il 2 marzo 2016 per la sua opposizione al progetto idroelettrico Agua Zarca sul fiume Gualcarque, sacro per il popolo Lenca. In questa intervista, Bertha parla della propria formazione politica, del rapporto con la madre, delle lotte del COPINH per il riconoscimento dei territori indigeni, della difesa dei fiumi e dei boschi, ma anche della costruzione di esperienze comunitarie alternative. Al centro dell’intervista c’è una critica netta alla cosiddetta transizione ecologica quando diventa una nuova forma di estrattivismo: una transizione “verde” solo nel linguaggio, ma fondata ancora su colonialismo, razzismo e violenza contro le comunità indigene. Sei cresciuta dentro una lotta. In un certo senso non sei diventata difensora dei diritti umani con il tempo ma sei nata in quel mondo, dentro l’esperienza del COPINH, accanto a tua madre. Ti sei mai chiesta se fosse una scelta? Hai mai pensato: “Non voglio più lottare”? Credo che siano vere entrambe le cose. Da una parte non è una scelta, o almeno non la si vive subito come una scelta. È come se fossi nata lì, come se quella fosse la maniera in cui ho imparato a vivere. Quando ero bambina, però, vedevo le situazioni di pericolo che affrontavano le persone del COPINH. A un certo punto ho chiesto a mia madre e alle persone della mia famiglia perché continuassero a fare tutto questo, perché non facessero qualcosa che io allora consideravo più “normale”. Ricordo che mia madre fu molto ferma. Mi disse: “Tu adesso non lo capisci, ma questa è una responsabilità per noi. Le mie figlie non saranno indifferenti alla mia lotta”. Lei aveva conosciuto persone con ruoli di leadership sociale in altri luoghi i cui figli e figlie non volevano sapere nulla di quella lotta. E per questo ci interpellava continuamente. Ci diceva che avremmo dovuto fare ciò che volevamo della nostra vita, ma contribuendo alla libertà del nostro popolo. Lei parlava dell’emancipazione del popolo dalle sue radici. Diceva: “Lavorerete con il vostro popolo”. Era molto forte nel ricordarcelo. Poi la vita stessa ti ritrova, ti riporta sempre al tuo territorio, alla tua lotta. Per me, a un certo punto, questa lotta è diventata anche qualcosa di mio. Fa parte della mia storia, della storia del mio popolo, di ciò che ho imparato da altre persone della mia famiglia, dai compagni e dalle compagne. A un certo punto senti una responsabilità così grande che non hai più davvero la possibilità di scegliere. Diventa anche una necessità personale: essere parte di una storia. Ci sono molte generazioni prima di noi e ce ne saranno altre che continueranno questo cammino. Nelle interviste ti chiedono spesso di tua madre. È inevitabile, ed è giusto, ma tu oggi hai una tua posizione, una tua visione, una tua responsabilità politica. Come vivi questo ritorno continuo alla figura di Berta Cáceres? Quando ero bambina sono cresciuta molto dentro i movimenti sociali. C’erano molti riferimenti alle lotte rivoluzionarie. Per esempio, noi giocavamo a fare le guerrigliere: prendevamo uno zaino, un bastone, e dicevamo che eravamo guerrigliere. Era qualcosa di quotidiano… Nella mia famiglia, soprattutto mia nonna ammirava molto Fidel Castro. Una volta mia madre mi disse: “Non bisogna idealizzare le persone. Tutte le persone hanno molte cose buone, ma hanno anche difetti”. Io le chiesi: “Anche Fidel Castro?”. E lei mi rispose: “Sì, anche Fidel Castro”. Io non riuscivo a crederci… Mia madre mi ha insegnato anche questo: ogni persona ha il proprio modo di lottare. Ogni persona è insostituibile. Lei, per esempio, è una persona insostituibile nella nostra organizzazione. Noi diciamo sempre che è presente, che è viva, ed è così. Però la sua assenza ha lasciato un vuoto enorme. La forma di lotta che aveva lei non è qualcosa che qualcuno possa semplicemente riprodurre. Nessuno è arrivato a fare la stessa cosa. E certamente non io. A un certo punto ho avuto molte insicurezze. Anche se sono sempre stata parte del COPINH, non avevo mai avuto un incarico direttivo. Accettare il coordinamento del COPINH è stato molto difficile per me. Io volevo lottare, ma non volevo avere un incarico dentro l’organizzazione. Era una responsabilità enorme, un peso psicologico molto forte che sento ancora. Però so anche, e lei me lo diceva sempre, che ogni persona è unica, che ognuno avrà il proprio modo di lottare. Io non cercherò mai di rimpiazzarla, né di sostituirla, né di paragonarmi a lei. Lei è stata una persona immensa, con una grande esperienza, una grande intelligenza, una grande saggezza. Io so molto chiaramente di essere una persona diversa da lei. So che ciò che vivrò sarà simile, ma anche molto diverso. E allo stesso tempo mi sentirò sempre molto orgogliosa di lei. Il rapporto che ho con mia madre è un rapporto amoroso. Quando la ricordo, la ricordo con molto affetto. La sento soprattutto dentro quella relazione personale. Certo, per me è difficile dover parlare tanto di lei, vederla in video, vederla in foto, e allo stesso tempo custodire i miei ricordi personali, naturali, quotidiani. Però quello che dico sempre è che lei era la stessa come leader sociale e come madre. Così come chiedeva alla gente di lottare, lo chiedeva anche a noi. Aveva un carattere molto forte, ma era anche molto allegra. Godeva della lotta, rideva molto, faceva battute. Ricordo un episodio del 20 febbraio 2016. Il COPINH fece un’azione forte dentro l’area dell’impresa costruttrice del progetto idroelettrico. Fu una situazione durissima, molto tesa. C’erano poliziotti, militari. Fecero camminare le persone per circa otto ore, con bambini, neonati, anziani, perché non lasciarono passare gli autobus del COPINH. Io stavo monitorando quello che le stava accadendo. A un certo punto lei perse il segnale del telefono e io non seppi più nulla. Quando riprese la linea mi disse: “No, va tutto bene, ci stiamo riportando qui. Sono qui con il comandante Rosquilla”. Era un compagno, e lei lo chiamava così, “comandante Rosquilla”. Stava scherzando. Io pensavo: come si può, in una situazione così tremenda, ridere e raccontare barzellette? Ma era anche questo il mio rapporto con lei. Ed è una delle cose che ho imparato. -------------------------------------------------------------------------------- pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Nel mondo Berta Cáceres è spesso ricordata come martire dell’ecologismo. Ma la sua lotta era anche indigena, femminista, politica. Metteva al centro il popolo Lenca, i diritti collettivi, il ruolo delle donne nei movimenti sociali. Come recuperi oggi questa complessità? Una cosa molto presente nel pensiero del COPINH, e in buona parte questa visione è stata elaborata dalla nostra compagna Berta Cáceres, è che le lotte non si possono fare a pezzi. Non possono essere monotematiche. Non possiamo lottare solo per la terra. Non possiamo lottare solo per il nostro popolo. Nel momento stesso in cui lottiamo per la nostra terra, dobbiamo lottare anche per la Palestina, per il popolo curdo, per le comunità K’iche’ in Guatemala, per tanti altri popoli. Berta diceva sempre, ed è parte dell’analisi dei movimenti in America Latina, che quello che abbiamo davanti è un sistema che ci domina in molti modi. E quindi bisogna combatterlo nel modo più integrale possibile. Parlava del capitalismo, del patriarcato, del razzismo come strutture di dominazione. Per noi questa è anche la maniera di continuare la lotta. Che cosa sta accadendo oggi in Honduras? Quali sono le lotte principali del COPINH? Una lotta molto importante per noi, dentro l’eredità del COPINH, è una lotta che dura da più di trent’anni: il riconoscimento, da parte dello Stato honduregno, della proprietà della terra del popolo indigeno Lenca. Storicamente, da quando esiste come Stato, l’Honduras non ha fatto nulla per avanzare davvero nel riconoscimento dei territori dei popoli indigeni. Parliamo di terre che appartengono storicamente al popolo Lenca, anche se il suo territorio è stato ridotto. Una delle nostre lotte ancora aperte riguarda diverse comunità che chiedono allo Stato l’emissione di titoli comunitari, nei quali venga riconosciuto il possesso collettivo della terra. Questo è l’origine di molte altre violazioni dei diritti umani nei nostri territori. Allo stesso tempo, naturalmente, si è rafforzata la lotta in difesa dei fiumi, dei boschi, del territorio in generale e anche del sottosuolo, minacciato da alcuni progetti minerari. Ma c’è anche un altro elemento su cui riflettiamo molto e che fa parte della visione del COPINH: migliorare la qualità della vita del popolo Lenca. Noi viviamo una contraddizione. I popoli originari, e il popolo Lenca come parte di questi popoli, hanno vissuto un abbandono da parte dello Stato honduregno rispetto al compimento dei loro diritti. Lo Stato c’è quando si tratta di privatizzare le terre, quando si tratta di provare a cancellare la nostra identità come popolo Lenca. In quel caso lo Stato c’è. Ma non c’è per l’educazione, non c’è per la salute, non c’è per le strade, non c’è per i bisogni fondamentali delle comunità… Per questo anche noi ci siamo chieste come migliorare la qualità della vita a partire dalla situazione che abbiamo. Rivendichiamo la costruzione di un modello di vita che permetta di vivere in condizioni di maggiore giustizia e minore disuguaglianza, senza dover cedere i nostri diritti fondamentali. Per noi è anche un dovere della lotta storica del COPINH lavorare sull’articolazione dei movimenti. Sappiamo che il COPINH ha un riconoscimento importante in Honduras e anche in altri luoghi del mondo, ma ci sono altre organizzazioni che affrontano situazioni simili, spesso con meno capacità. In questi trent’anni abbiamo sviluppato molti apprendimenti. Sono strumenti che ci hanno permesso, per esempio, di ottenere la carcerazione di otto persone vincolate all’assassinio di mia madre, tra cui il presidente dell’impresa. Ma altre comunità stanno vivendo enormi difficoltà, soprattutto comunità piccole, con grande impegno ma anche con molte fragilità organizzative. Per noi è molto importante condividere questi apprendimenti. Oggi in Honduras siamo in un momento difficile. Ha assunto un nuovo governo da gennaio. Per noi è un governo che prosegue la linea di Juan Orlando Hernández, il narco-presidente, un governo criminale che ha implementato politiche di sicurezza e di persecuzione. Sotto quel governo è stata assassinata mia madre, insieme a molte altre persone in Honduras. C’è stata anche una persecuzione molto forte contro la lotta del COPINH. Noi diciamo sempre che l’intenzione dell’assassinio di mia madre era porre fine alla lotta del popolo Lenca e, in modo specifico, alla lotta del COPINH. È un momento complicato. Ma vogliamo affrontare questa situazione, portare più coscienza in altri luoghi del paese, ad altre persone del popolo honduregno, e far emergere anche quella forza di articolazione che esiste in altri territori fuori dalle frontiere dell’Honduras. Il COPINH non è solo denuncia e resistenza. Costruisce radio comunitarie, fa formazione politica, agroecologia, crea spazi di cura… È attraversato da una ricerca del buen vivir comunitario. Come discutete internamente questo passaggio dalla resistenza alla costruzione di alternative? Questa discussione si è ampliata. Noi partecipiamo a uno spazio che si chiama Reencuentro Mesoamericano de Movimientos en Resistencia. Lì ci siamo sfidate a non limitarci a resistere. Molti popoli hanno mostrato la propria capacità di difendere i territori, di reagire davanti a un attacco, di ottenere alcune vittorie nonostante l’assedio. Però ci siamo anche sfidate a costruire. Diciamo: passiamo dalla resistenza anche alla costruzione. I governi e le imprese non vogliono che costruiamo. Per questo ci attaccano tanto e ci tolgono la possibilità di avere il tempo per pensare. Viviamo tra allarmi, emergenze, allerte permanenti. Questo non ci dà la possibilità di costruire. Eppure questa è parte della nostra consegna come movimento. Abbiamo fatto scambi molto belli per imparare, per esempio, sullo sviluppo delle energie comunitarie o delle ecotecnologie, e su come queste possano rispondere ai bisogni fondamentali delle comunità. Vogliamo costruirle noi, con le nostre risorse, nel modo che riteniamo giusto, senza aspettare che arrivi lo Stato, che spesso non arriva mai nelle comunità, o che arrivi un’impresa a ricattarci.La logica è sempre stata questa: volete una diga? Allora vi diamo salute, strade, ospedali. Però dovete approvare la diga. Questa è la logica dell’estrattivismo. I popoli originari, le comunità rurali, molte comunità contadine sono diventate la spazzatura del sistema capitalista. Siamo il luogo in cui il sistema getta i propri rifiuti. Siamo il luogo dove finisce tutto ciò che di peggio produce il capitalismo. Com’è possibile che in Europa si paghino crediti di carbonio, che ci siano imprese che fanno affari con l’ossigeno prodotto dai boschi delle nostre comunità, quando noi siamo quelli che hanno contaminato meno? In Honduras l’85 per cento dei boschi e delle montagne si trova in comunità indigene. Perché le pressioni dobbiamo pagarle noi, se siamo quelli che hanno contaminato meno? Mi sembra importante che le persone europee impegnate sulle questioni ambientali tengano questo dentro le proprie riflessioni. Altrimenti ci lasciamo avvolgere da cose apparentemente ecologiche o verdi, che in realtà sono affari e nuove forme di colonialismo. In Europa si parla di transizione energetica, energie rinnovabili, progetti per il clima. Ma spesso questi progetti, nei territori del Sud globale, si traducono in sfruttamento, imposizione e violazione dei beni comuni. Come denunciate questo meccanismo? Abbiamo iniziato questa visita nei Paesi Bassi, dove si trova la banca di sviluppo olandese FMO, una delle banche che finanziarono la diga Agua Zarca, che si voleva costruire nella comunità di Río Blanco. Già prima di essere assassinata, mia madre aveva comunicato con questa banca e le aveva detto di non coinvolgersi nel finanziamento del progetto, perché era un progetto che violava i diritti delle comunità. Nel momento in cui la banca si coinvolse, era già stato assassinato il compagno Tomás García, presidente del Consiglio indigeno. Furono persino contrattate imprese per realizzare una specie di audit, o relazioni, sulla situazione nella comunità. Alla fine, in una di queste relazioni si concluse che il 67 per cento dei fondi erogati per la costruzione del progetto era stato deviato per commettere attività illecite. Attività che, sostanzialmente, servivano ad attaccare e neutralizzare la lotta del COPINH, compresa la lotta di mia madre in difesa del sacro fiume Gualcarque. Per noi è chiaro che esiste una nuova offensiva: ciò che viene chiamato colonialismo verde. Le imprese stanno esercitando pressione. Quando parliamo di FMO, non parliamo solo del denaro dato per quel progetto. Mia madre ci disse, prima di morire: “Credo che sarà difficile fermare questo progetto. O si attiva una lotta molto forte a livello comunitario, che renda impossibile la costruzione, oppure l’altra strategia è impedire che il denaro proveniente da quei fondi arrivi all’impresa”. Loro diedero il denaro, ma diedero anche appoggio politico. Per esempio, la banca diceva che lì non c’erano comunità indigene. E noi dicevamo: chi è una banca olandese per dire se esiste o non esiste un popolo originario? La banca ha sempre sostenuto l’impresa. La prima volta che venimmo in Europa, proprio nei Paesi Bassi, fu dieci anni fa. Parlammo con il direttore della banca. Lui disse: “È molto triste tutto quello che mi avete raccontato, però datemi le prove, perché io non vi credo”. Questa è un’attitudine razzista, discriminatoria. Esiste un pregiudizio: siamo noi a dover provare che un’impresa ha esercitato violenza sistematica e che ha assassinato persone. Eppure, fino a poco tempo fa, la banca continuava a dire che il COPINH era un’organizzazione violenta, come se questo giustificasse la violenza vissuta da parte dello Stato e dell’impresa. È una situazione preoccupante. Il 51 per cento delle azioni di FMO appartiene allo Stato olandese, e il 95 per cento delle azioni di Finnfund appartiene allo Stato finlandese. Non c’è soltanto la responsabilità di una banca: c’è anche la responsabilità di Stati che usano denaro del popolo olandese e del popolo finlandese per finanziare violenza. Quali alleanze sono possibili con i movimenti europei? In questi dieci anni di lotta per la giustizia, la solidarietà internazionale è stata decisiva, in molti modi. Una forma importante è stata l’alleanza per fare ricerca. In Honduras, e più in generale in America Latina, il tema della trasparenza diventa sempre più complesso, soprattutto man mano che avanzano governi più autoritari e meno democratici. Indagare su chi c’è dietro lo sviluppo di un progetto che viola i diritti umani è una parte molto importante. È anche grazie a ricerche realizzate da qui che abbiamo scoperto il coinvolgimento di una banca olandese nel progetto. Un’altra parte è la possibilità di realizzare azioni concrete di solidarietà: abbiamo creato brigate per andare in Honduras, osservatori, scambi di comunicazione, abbiamo ricevuto sostegno per le traduzioni, per condividere notizie, perché viviamo anche molti blocchi mediatici. Abbiamo ancora alleanze molto importanti, che ci hanno permesso, per esempio, di avere una rappresentanza legale nei Paesi Bassi e di denunciare la banca FMO, una delle banche coinvolte. Per noi, che veniamo da comunità dove già in Honduras è difficile avere avvocati, avere un avvocato o un’équipe di avvocati a livello internazionale sarebbe quasi impossibile senza gesti di solidarietà e senza la reazione di altri movimenti. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La profezia dei fiumi. Intervista a Bertha Zúñiga Cáceres proviene da Comune-info.
June 19, 2026
Comune-info
I “liberali” son più matti di Trump
Si potrebbe infierire sul sistema mediatico occidentale e sui cosiddetti “politici” atlantisti che ora devono fare i conti con una sconfitta pesante dopo una guerra all’Iran condotta per motivi tutt’altro che nobili, ma rivestita con i soliti panni d’occasione (la “democrazia”, le “donne”, la “libertà”, ecc), elencando le cazzate che […] L'articolo I “liberali” son più matti di Trump su Contropiano.
June 18, 2026
Contropiano
Perché Vannacci non è il problema principale
-------------------------------------------------------------------------------- Disegno di Gianluca Foglia Fogliazza (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Ogni volta che Roberto Vannacci parla, il dibattito pubblico si accende. Accade quando nega l’esistenza del femminicidio, quando attacca i diritti delle minoranze, quando trasforma differenze e fragilità in bersagli polemici. Ci indigniamo, discutiamo, replichiamo. Poi attendiamo la provocazione successiva. Ma forse stiamo guardando dalla parte sbagliata. La domanda più importante non è cosa pensa Vannacci: le sue idee sono note e, per molti aspetti, coerenti con una certa cultura che attraversa le destre contemporanee. La domanda davvero che forse ci dobbiamo porre, è un’altra: perché queste parole trovano ascolto? Perché occupano così tanto spazio? Perché riescono a intercettare una rabbia diffusa? Per provare a rispondere può essere utile tornare a una categoria elaborata da Antonio Gramsci: la “rivoluzione passiva”. Con questa espressione Gramsci descriveva quei processi storici nei quali le classi dominanti, invece di essere travolte dal malcontento popolare, riescono ad assorbirlo, a deviarlo, a trasformarlo in uno strumento di conservazione. Accolgono una parte delle domande che emergono dalla società, ma lo fanno in modo da lasciare intatti i rapporti di potere esistenti. Se osserviamo molte delle retoriche che attraversano le destre contemporanee, il meccanismo appare sorprendentemente attuale. Esiste una rabbia sociale reale. Esiste la precarietà. Esiste la difficoltà di arrivare a fine mese. Esiste il progressivo impoverimento di ampi settori della popolazione. Esiste la percezione di un futuro più incerto per i propri figli. Esiste la sensazione che la politica non riesca più a incidere sui grandi processi economici. Tutto questo è reale. Ma invece di interrogarsi sulle cause strutturali del disagio – l’aumento delle disuguaglianze, la concentrazione della ricchezza, la precarizzazione del lavoro, l’indebolimento dei servizi pubblici… – il discorso pubblico viene continuamente spostato altrove. I problemi diventano i migranti, le persone LGBT, il femminismo, il politicamente corretto, l’antifascismo, i diritti civili… Non si nega il disagio. Lo si reindirizza. La rabbia viene riconosciuta ma privata del suo oggetto reale. È qui che figure come Vannacci svolgono una funzione politica importante: contribuiscono a trasformare la sofferenza in una guerra culturale permanente. Una guerra che mobilita emozioni forti e costruisce identità contrapposte, senza mai mettere davvero in discussione gli equilibri economici che alimentano quella stessa sofferenza. Per questo sarebbe un errore considerare Vannacci un semplice fenomeno folkloristico. Il problema non è l’eccesso verbale. Il problema è ciò che quell’eccesso riesce a nascondere. Questo meccanismo oggi trova un alleato formidabile nell’architettura dei media e degli algoritmi social. Le piattaforme digitali non sono spazi neutri: sono costruite per massimizzare il tempo che vi trascorriamo, e sanno che nulla ci trattiene più a lungo della rabbia. La provocazione non è solo una strategia politica, è un modello di business: chi si indigna commenta, condivide, risponde. Chi commenta genera traffico. Chi genera traffico produce pubblicità. Chi produce pubblicità genera profitto. Per le piattaforme, non per noi. Siamo intrappolati in un ecosistema informativo che monetizza la nostra rabbia, trasformando la discussione pubblica in uno spettacolo continuo dove chi urla più forte vince l’attenzione della giornata. Si tende a rispondere alle provocazioni denunciandone il carattere razzista, sessista o omofobo – spesso giustamente – ma restiamo prigionieri dello stesso terreno di gioco. È così che la destra detta l’agenda. Si discute della provocazione del giorno. Si rincorre la polemica. Si smentisce. Ci si indigna. E intanto scompaiono dal dibattito le questioni fondamentale: perché tante persone si sentono abbandonate? Perché il lavoro non garantisce più sicurezza? Perché la sanità e la scuola pubblica appaiono sempre più fragili? In altre parole, si combattono i sintomi senza affrontare la malattia. Naturalmente sarebbe un errore opposto ridurre tutto all’economia. Le persone non vivono soltanto come lavoratori. Vivono anche attraverso relazioni, identità, riconoscimento, desideri, paure. I diritti civili non sono una distrazione rispetto ai diritti sociali, sono parte della stessa idea di democrazia. Una società che discrimina le minoranze è spesso anche una società che accetta più facilmente le disuguaglianze. Una società che abitua al disprezzo dell’altro finisce per indebolire anche la solidarietà necessaria a difendere i beni comuni. Per questo la sfida non consiste nello scegliere tra diritti sociali e diritti civili, ma nel ricostruire il legame tra le due dimensioni. Le democrazie si indeboliscono quando aumentano contemporaneamente l’insicurezza materiale e l’esclusione simbolica. Quando le persone stanno peggio e, nello stesso tempo, si abituano a considerare alcuni esseri umani meno degni di altri. La frammentazione sociale produce una profonda solitudine. E quando le persone sono lasciate sole di fronte all’incertezza, l’ostilità diventa l’unico rifugio identitario disponibile. La vera scommessa politica ed educativa non è solo decostruire la polemica di turno, ma “ricostruire” un “noi” autentico e solidale, capace di curare l’isolamento prima che si trasformi in rancore. Per contrastare questa deriva non basta indignarsi. Occorre nominare ciò che viene sistematicamente rimosso. Ricostruire i legami tra le sofferenze individuali e le loro cause collettive. Smettere di abboccare all’esca mediatica per imporre, finalmente, le nostre domande. In fondo la domanda decisiva non è cosa pensa Vannacci. È perché, di fronte a una crisi che produce disuguaglianze e solitudine, continuiamo a discutere di capri espiatori invece che dei meccanismi che producono quella crisi. È urgente occupare il dibattito con le nostre priorità, e non inseguire le provocazioni del giorno. Senza mai affrontarne la radice. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Perché Vannacci non è il problema principale proviene da Comune-info.
June 16, 2026
Comune-info
Attenti a Modena…
Che sta succedendo  nella placida città di pianura, dove si producono meccanica di precisione e tortellini? Viene da chiederselo, leggendo notizie e veleni ormai quotidiani che arrivano da Modena. Non che la città fosse un luogo bucolico ed estraneo alle tensioni sociali: il tribunale è intasato da centinaia di cause contro lavoratori […] L'articolo Attenti a Modena… su Contropiano.
June 10, 2026
Contropiano