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Antonio Casilli and Julian Posada for Democracy Now !
Antonio Casilli and Julian Posada were both invited by the independent media outlet Democracy Now! to discuss their research on the hidden human labor behind artificial intelligence. In the interview, they take a deep dive into the hidden AI data workforce; the men and women whose labor makes chatbots and large language models (LLMs) possible, and who are increasingly becoming the new factory workers of the digital economy. Drawing on their research in Kenya, Madagascar, and Venezuela, they explore the working conditions of these workers across global labor markets, highlighting the significant inequalities between countries and, most importantly, bringing workers’ own voices to the forefront as they fight for dignity, recognition, and better working conditions. To see Antonio Casilli’s Interview click here And to see Julian Posada’s interview click here
September 1, 2026
DiPLab
Come si torna a vedere con i propri occhi?
-------------------------------------------------------------------------------- Coperta per Gaza. “Movimento 4 settembre”, Campobasso (foto Gaza FREEstyle) -------------------------------------------------------------------------------- «Fabbrico fake news». È Eli Hazan a pronunciare queste parole, secondo quanto riportato da un video circolato in questi giorni. Hazan è un uomo che ha lavorato ai vertici della comunicazione politica israeliana. Una dichiarazione che spiazza, alla quale se ne aggiunge subito un’altra: «La verità non conta più. I fatti non contano più». Hazan descrive i social media come un campo di battaglia, un luogo nel quale Israele deve combattere una guerra online contro i suoi oppositori e nel quale, apparentemente, l’accuratezza dei fatti può diventare secondaria. Israele sta riversando somme senza precedenti nella comunicazione e nella propaganda, nel tentativo di contrastare il crollo del sostegno internazionale seguito a ciò che è accaduto a Gaza. Siamo di fronte a una guerra informativa nella quale è la verità stessa a diventare qualcosa da abbattere. Ma forse non è solo la verità l’obiettivo. È lo sguardo. Fabbricare fake news non significa soltanto inventare fatti falsi, significa decidere cosa deve entrare nel campo visivo di milioni di persone e cosa deve restarne fuori. Quale immagine di Gaza arriva, e quale no. Quale corpo si vede, e quale viene tenuto ai margini dell’inquadratura. Non basta più che le guerre si combattano sul terreno. Si combattono anche su X e TikTok, nei motori di ricerca, nelle immagini, negli hashtag, perfino nelle risposte che riceviamo dalle intelligenze artificiali. Si combattono, cioè, per il controllo di ciò che possiamo vedere. E quando viene distrutta la fiducia nella possibilità stessa della verità, vince chi decide cosa mettere davanti ai nostri occhi. Il vero obiettivo della propaganda contemporanea non è sempre convincerti di una menzogna. A volte è molto più semplice: convincerti che non esiste più alcuna verità possibile, e intanto continuare a scegliere, al posto tuo, che cosa guardare. Quando succede questo, la democrazia diventa fragilissima. Una democrazia può sopravvivere al dissenso. Può sopravvivere a opinioni radicalmente opposte. Ma difficilmente può sopravvivere se i cittadini non condividono più nemmeno uno sguardo comune da cui partire per discutere. Siamo entrati in un’epoca nella quale gli Stati non combattono soltanto per convincere l’opinione pubblica. Combattono per costruire l’ambiente visivo nel quale l’opinione pubblica formerà le proprie convinzioni. Ed è qui che torna in mente Günther Anders. Prima di molti altri, Anders aveva visto una frattura fondamentale del mondo contemporaneo: la distanza sempre più grande tra ciò che siamo capaci di produrre e ciò che siamo capaci di immaginare, la chiamava la sproporzione prometeica, e la pensava a proposito della bomba atomica: sapevamo costruirla, non sapevamo più sentirne per intero le conseguenze. Prendendo in prestito la sua intuizione, dovremmo chiederci se oggi quella stessa sproporzione non riguardi anche le parole e le immagini. Abbiamo costruito sistemi capaci di produrne più di quante possiamo leggere, immagini più numerose di quante possiamo verificare, versioni dei fatti più rapide di quanto possiamo confrontarle. È forse questa la nuova sproporzione: da una parte apparati capaci di produrre e moltiplicare incessantemente informazioni, immagini e narrazioni; dall’altra noi, con il nostro tempo limitato, la nostra attenzione fragile, la fatica di capire e di guardare davvero, non solo di ricevere ciò che ci viene messo davanti. A un certo punto ci stanchiamo. E diciamo: non credo più a niente. Ma è proprio allora che diventiamo più vulnerabili. Perché il punto non è soltanto la crisi della verità: è ciò che accade quando, smarrita la fiducia nella verità, ci consegniamo alla realtà costruita da qualcun altro, a uno sguardo che non è più il nostro. E allora chiediamoci: come si torna a vedere con i propri occhi? Non a una certezza facile, perché la realtà è complessa, contraddittoria, difficile da comprendere. Va cercata, ascoltata. A volte ci costringe a cambiare idea. Ma continua ad accadere. Anche quando nessuno la racconta, anche quando nessuno la inquadra per noi. È nelle vite delle persone, nelle cose piccole che spesso non fanno notizia e che per questo restano, di regola, fuori campo. Se il potere si gioca sempre di più su chi decide che cosa vediamo, allora vedere ciò che nessuno ha interesse a mostrarti diventa, forse, un piccolo atto politico. Spesso incontro, davanti al suo portone, una signora molto anziana. È curva. Accanto a lei ci sono il suo deambulatore e una piccola spesa. Per entrare in casa deve superare una rampa di scale prima di raggiungere l’ascensore. E allora aspetta. Non chiede nulla. Non chiama nessuno. Aspetta semplicemente che qualcuno passi e si accorga di lei. Che qualcuno veda il deambulatore. La piccola borsa della spesa. Che veda lei. La fatica di quella rampa di scale. E capisca, senza che lei debba dirlo, che da sola non può farcela. Perché chiedere, a volte, è faticoso. È doloroso. Ogni volta penso che forse la realtà comincia proprio da qui: da qualcuno che nessun algoritmo ha interesse a mostrarci, e che aspetta comunque, davanti a noi. Dal nostro sguardo, quello vero, non quello che qualcun altro ha già deciso per noi. Possiamo discutere per ore del mondo, indignarci, condividere notizie, litigare per affermare le nostre ragioni. E poi passare accanto a quella signora senza vederla. La realtà, forse, era lì. Davanti a noi. Ad aspettare che qualcuno, per una volta, decidesse di guardare con i propri occhi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Come si torna a vedere con i propri occhi? proviene da Comune-info.
September 1, 2026
Comune-info
Per una fotografia delle relazioni
VIVIAMO IMMERSI IN UN FLUSSO ININTERROTTO DI IMMAGINI CHE ANESTETIZZA LA NOSTRA CAPACITÀ DI ATTENZIONE. MA LA FOTOGRAFIA È ANCHE IN GRADO DI DEVIARE QUESTO FLUSSO: ACCADE CON LA COSIDDETTA FOTOGRAFIA UMANISTA, QUELLA CHE MOSTRA LE PERSONE NELLA LORO VITA DI OGNI GIORNO, LE LORO RELAZIONI CON GLI ALTRI E CON IL MONDO, UNA FOTOGRAFIA CHE NON SI LIMITA A DOCUMENTARE UNA REALTÀ MA CERCA DI RESTITUIRNE LA DIMENSIONE UMANA. SCRIVE MASSIMO TENNENINI, ANTROPOLOGO, FOTOGRAFO E FILMAKER, CHE ACCOMPAGNA LA VITA DI COMUNE DA MOLTI ANNI: «IL FOTOGRAFO NON DOVREBBE CERCARE SEMPLICEMENTE DI “RUBARE” UN’ESPRESSIONE O DI CATTURARE UN VOLTO, MA COSTRUIRE LE CONDIZIONI PERCHÉ QUELLA PERSONA POSSA MOSTRARSI. LA FOTOGRAFIA NASCE ALLORA DA UNA FORMA DI ASCOLTO…» Messico – Chiapas, nella Selva Lacandona -------------------------------------------------------------------------------- La fotografia umanista può essere definita come una forma di fotografia che pone l’essere umano nella sua vita quotidiana, le sua relazioni con gli altri e con il mondo al centro dello sguardo fotografico. Non si limita a documentare una realtà, ma cerca di restituirne la dimensione umana. Un elemento fondamentale è quindi lo sguardo. La fotografia nasce da uno sguardo partecipe, attento e rispettoso, che non considera la persona fotografata come un semplice oggetto da rappresentare, ma come un soggetto portatore di una storia, di una memoria e di una propria dignità. Cerca di suscitare una relazione emotiva e una riflessione sulla condizione umana. La realtà viene interpretata attraverso la sensibilità del fotografo, attraverso la scelta dell’istante, dell’inquadratura, della luce e soprattutto attraverso la relazione che si stabilisce con il soggetto. Una fotografia fatta attraverso uno sguardo umano: uno sguardo capace di osservare, comprendere e restituire dignità alla persona e alla realtà che la circonda. Il rapporto tra fotografo e soggetto è forse il punto più delicato della fotografia. Nel ritratto, infatti, il fotografo non si trova semplicemente davanti a una persona: si trova davanti a un’altra soggettività. Fotografare significa quindi stabilire, anche se per poco tempo, una relazione. Ogni ritratto è dunque il risultato di un incontro tra due sguardi. Questo aspetto assume un’importanza particolare. Il fotografo non dovrebbe cercare semplicemente di “rubare” un’espressione o di catturare un volto, ma costruire le condizioni perché quella persona possa mostrarsi. La fotografia nasce allora da una forma di ascolto: prima ancora di premere il pulsante, occorre osservare, aspettare, comprendere. È particolarmente importante distinguere tra guardare e vedere. Guardare può essere un atto rapido e superficiale; vedere implica invece attenzione. Un volto non è soltanto una fisionomia: porta con sé segni, esperienze, appartenenze, emozioni, silenzi. Nel ritratto, il fotografo cerca di attraversare quella superficie senza pretendere di possederne il significato. Questo è ancora più evidente quando si fotografano persone appartenenti a culture lontane da quella del fotografo. Esiste sempre il rischio di trasformare l’altro in un’immagine esotica, in una rappresentazione stereotipata della diversità. La fotografia dovrebbe invece cercare di restituire al soggetto la sua individualità: non “un indigeno”, non “un contadino”, non “un povero”, ma quella precisa persona, con il proprio sguardo e la propria storia. Nel ritratto, quindi, l’etica e l’estetica finiscono per incontrarsi. Come fotografiamo qualcuno dipende anche da come lo consideriamo. Una persona fotografata con rispetto può conservare nella fotografia una presenza, una dignità e una complessità che vanno oltre l’immagine stessa. In questa prospettiva, il ritratto non è semplicemente la fotografia di qualcuno, ma la fotografia di un incontro. Il volto che appare nell’immagine appartiene al soggetto, ma l’immagine appartiene anche alla relazione che si è stabilita tra chi ha fotografato e chi ha accettato di essere fotografato. Anche quando fotografa persone appartenenti a realtà lontane dalla propria, dovrebbe cercare di riconoscere nel soggetto una persona con una propria individualità, una propria storia e una propria dignità. Si crea così una relazione reciproca perché io guardo te e tu guardi me mentre ti guardo. In quel breve istante entrambi partecipano alla costruzione dell’immagine. Ciò che conta è la capacità del fotografo di cogliere qualcosa che vada oltre la superficie del volto: uno sguardo, una tensione, una fragilità, una fierezza. Non quando il fotografo riesce semplicemente a “rubare” un’espressione, ma quando riesce a creare le condizioni perché l’altro possa mostrarsi, anche solo per un istante, nella propria irriducibile individualità. Forse è proprio questo che rende il ritratto così affascinante: fotografare il volto dell’altro significa confrontarsi con ciò che dell’altro non potremo mai possedere completamente. L’immagine ce ne restituisce una traccia, un frammento, una presenza; tutto il resto rimane al di là della fotografia. In questo tipo di fotografia lo sguardo non dovrebbe essere soltanto curioso, ma attento e partecipe. Guardare l’altro significa cercare di avvicinarsi alla sua realtà senza pretendere di possederla o di comprenderla completamente. È uno sguardo che riconosce una distanza che può essere culturale, sociale, geografica, talvolta anche emotiva, ma cerca di trasformarla in una possibilità di incontro. Qui entra in gioco l’empatia. Essere empatici non significa necessariamente identificarsi con la persona fotografata, significa piuttosto riconoscere che davanti all’obiettivo c’è un individuo portatore di una propria storia, di una memoria, di emozioni e di una propria visione del mondo. Significa anche che a volte il gesto più rispettoso può essere quello di non scattare -------------------------------------------------------------------------------- Articolo scritto in occasione della Giornata mondiale della fotografia si celebra ogni anno il 19 agosto per ricordare l’invenzione del dagherrotipo nel 1839. Massimo Tennenini, antropologo, fotografo e filmaker, si occupa da molti anni dei popoli nativi dell’America Latina e in particolare delle popolazioni Maya del Guatemala e del Sud-Est messicano. Ha collaborato con la cattedra di Antropologia Economica e con quella di Antropologia Culturale presso la facoltà di “Scienze della comunicazione” dell’Università La Sapienza di Roma. Aiuto regista e autore dei testi, ha lavorato, tra l’altro, per la Rai (nella realizzazione di alcune inchieste), il ministero dell’Ambiente, la Cgil e alcune Ong (ha collaborato, tra l’altro, con organizzazioni indigene del Chiapas per la creazione di diverse “Case di salute”). Ha realizzato numerose mostre fotografiche e diversi audiovisivi. Il suo sito è www.tennenini.it. Un anno fa abbiamo scelto una fotografia di Massimo Tennenini per la copertina del libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi (ed. Eleuthera), che raccogli testi di Marco Calabria. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per una fotografia delle relazioni proviene da Comune-info.
August 28, 2026
Comune-info
Stare svegli
Foto di Danny Burke su Unsplash C’è una canzone, prima ancora che uno slogan. Nel 1938 un musicista di nome Lead Belly scrive “Scottsboro Boys”, la storia di nove ragazzi neri accusati ingiustamente di stupro in Alabama, arrestati su un treno, quasi linciati prima ancora del processo. Alla fine della canzone, un avvertimento a chi come lui attraversa quello stato: se ci passate, tenete gli occhi aperti. “Stay woke“. Non è una metafora. È un consiglio pratico, di quelli che si danno a chi rischia la vita per un errore di percorso. Un modo per dire: io sono già stato dentro l’ingiustizia, tu non fidarti della quiete apparente. Da lì la parola ha camminato per decenni dentro le comunità afroamericane, passata di bocca in bocca, prima di ogni hashtag: un modo di volersi bene restando all’erta, di proteggersi a vicenda da un pericolo che per altri era invisibile e per loro era quotidiano. Poi, qualche anno fa, qualcosa si è spezzato. La parola è uscita da quella bocca ed è entrata in un’altra — talk show, meme, dibattiti — e a un certo punto ha smesso di indicare una vigilanza per diventare un’etichetta con cui accusare. Il passaggio non è stato annunciato. È successo nel punto esatto in cui qualcuno ha iniziato a usarla senza aver mai avuto bisogno di restare sveglio per sopravvivere. È lì che vorrei fermarmi. In quel punto di cerniera. Perché forse il problema non è la parola, è che l’abbiamo spostata senza chiederci se avevamo il diritto di portarcela via. Restare svegli, per chi l’ha coniato, non era una posizione da difendere nei dibattiti. Era un modo per accorgersi di chi restava indietro o veniva travolto, non come categoria astratta, ma come persona con un nome e una storia. Il lavoratore che muore in un cantiere o sotto il sole nei campi, nel silenzio di tutele evaporate in nome del profitto. La donna che chiede aiuto prima che sia troppo tardi e si scontra con la sottovalutazione o l’abbandono. Il ragazzo nato e cresciuto nelle nostre città a cui una legge cieca continua a ripetere che questa non è la sua casa, lasciandolo in una sospensione senza tutele. La persona anziana che rinuncia a curarsi perché la sanità pubblica è diventata un percorso ad ostacoli inaccessibile. Sono vite, non capitoli separati di un programma politico. Nessuno di loro vive la propria sopraffazione dividendo la mancanza di reddito dalla negazione della dignità: vive tutto insieme, nello stesso respiro faticoso. Forse è per questo che la parola, arrivata fin qui, suona così diversa da come è nata. Nel dibattito pubblico è diventata uno schieramento, si è o non si è, come se restare svegli fosse un’appartenenza invece che un’attenzione verso la sofferenza altrui. E una volta che un’attenzione diventa bandiera, smette di chiedere qualcosa a chi la usa. Diventa comoda. Viene da pensare a Simone Weil, quando scriveva che l’attenzione pura è la forma più rara e più alta di generosità. Per Weil, guardare davvero chi soffre non significa applicargli una categoria, un’etichetta o una teoria politica preconfezionata, ma rivolgergli una domanda semplicissima e spietata: «Qual è il tuo tormento?». Sotto la caricatura mediatica resta allora questa sola domanda originaria, che richiede lo sforzo di uno sguardo spogliato da ogni appartenenza. Non è un’ideologia da sbandierare, ma un esercizio continuo della presenza, la capacità di sostare di fronte al dolore dell’altro senza trasformarlo in un argomento di discussione. Qualcosa che va rinnovato ogni giorno, come chi, ancora oggi, ripete a chi ama: stai attento, tieni gli occhi aperti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Stare svegli proviene da Comune-info.
August 28, 2026
Comune-info
[Podcast] Julian Posada for “The Internet Is Crack”
DiPLab associate, Julian Possada (Assistant Professor at Yale University) was recently interviewed by Seth Camillo and Caroline Risberg for the podcast The Internet is Crack. In his book, “Platform Extractivism: Data Work and the People Powering Artificial Intelligence“, forthcoming at the University of California Press in October 2026, he examines the often invisible labor that makes AI and digital platforms possible, focusing on the workers, data practices, and extractive processes that underpin today’s AI systems. In this one-hour-long podcast, Julian Possada discusses the hidden labour behind artificial intelligence, how platforms source work from workers in the Global South, what this type of work actually entails, and how it perpetuates colonial patterns. He draws a few examples from his books and discusses the reality of data workers in Venezuela, a country specifically targeted by data annotation platforms because of its widespread internet access and the inflation crisis that has been ongoing for several years. You can listen to the podcast on Youtube
August 24, 2026
DiPLab
Perché l’emergenza climatica non appare costantemente in primo piano sui media?
Come ogni giorno mi sono messa pazientemente a sfogliare i quotidiani e le varie agenzie di notizie, i problemi peggiori sembrano essere nell’ordine: Ranucci, Qusra (giustamente, ma solo perché c’erano 5 italiani, altrimenti sulla grande stampa non sarebbe mai arrivata la notizia), Trump, Hormuz, e poi, non tanto la crisi […] L'articolo Perché l’emergenza climatica non appare costantemente in primo piano sui media? su Contropiano.
August 17, 2026
Contropiano
La repressione raccontata a mio figlio – di Emanuele Braga
In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali uccidono civili per [...]
July 31, 2026
Effimera
Cortina fumogena sul caso Fakir?
Ho letto con molta attenzione quasi tutti i giornali italiani e le agenzie che riportavano i risultati preliminari dell’autopsia di Fakir e mi sono fatta alcune domande, la prima è stata immediata, e mi sono chiesta: ma che vuol dire ’sta roba? Ciò che è trapelato è completamente inutile. Quindi […] L'articolo Cortina fumogena sul caso Fakir? su Contropiano.
July 26, 2026
Contropiano
Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen
I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il […] L'articolo Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano