Tag - Iran

Più delle armi, contano petrolio e gas
Saranno petrolio e gas a decidere la durata della guerra di aggressione contro l’Iran. Più che le intenzioni folli di Netanyahu o le stramberie di Trump, infatti, è il peso che l’economia mondiale sta accumulando – dopo appena tre settimane – a far pendere la bilancia verso un durata non […] L'articolo Più delle armi, contano petrolio e gas su Contropiano.
March 20, 2026
Contropiano
Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jade Koroliuk su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è una categoria che manca nel dibattito sulla guerra in corso contro l’Iran, e la sua assenza spiega perché chi la combatte continua a sbagliare tutto. L’Iran non è un movimento partigiano come l’FLN algerino, che era un fronte senza dogma unificante – coalizione di nazionalisti, socialisti, comunisti, conservatori – tenuto insieme da un unico obiettivo: cacciare il colonizzatore. Non è il Vietnam del Nord, che era uno stato su una parte del territorio con una dottrina esportabile – il comunismo – ma dipendente da Mosca e Pechino e limitato geograficamente. Hamas, Hezbollah, gli Houthi sono milizie, entità subnazionali che usano tattiche di guerriglia perché non hanno alternativa: la loro asimmetria è coatta, non scelta. L’Iran è qualcosa di diverso e di storicamente nuovo: rappresenta il primo caso storico di stato che adotta strutturalmente la dottrina della guerra partigiana come scelta strategica sovrana, combinando la legittimità e le risorse di uno stato con la logica operativa del movimento di resistenza. Ha un esercito regolare, missili balistici, una marina, istituzioni riconosciute, è uno stato westfaliano a tutti gli effetti. E tuttavia ha scelto deliberatamente la dottrina della guerra partigiana come strategia sovrana: saturazione con armi economiche, logoramento, accettazione consapevole delle perdite territoriali pur di rendere insostenibile il costo per l’avversario. Non perché non potesse fare altrimenti, ma perché ha valutato che fosse la strategia ottimale contro una superiorità convenzionale schiacciante. Questa scelta ha una conseguenza economica devastante per chi lo combatte. Un drone Shahed costa ventimila dollari. Un intercettore THAAD costa 12,7 milioni. L’Iran ha lanciato nella prima settimana di guerra cinquecento missili balistici e quasi duemila droni. La matematica è impietosa: la guerra povera fa pagare un costo insostenibile alla guerra ricca: non sul campo di battaglia, ma nelle catene di fornitura, nei bilanci, nelle scorte di intercettori che si esauriscono più velocemente di quanto possano essere prodotti. Ma la novità più profonda non è militare: è strutturale. L’Iran ha istituzionalizzato una contraddizione che tutti i movimenti di liberazione hanno dovuto scegliere essere stato o essere rivoluzione. L’Algeria dopo il 1962 scelse di essere stato e smise di essere rivoluzione. Cuba tentò entrambe e fallì. L’Iran no: ha costruito deliberatamente una dualità permanente. L’esercito regolare è lo stato westfaliano. I Pasdaran – le Guardie della Rivoluzione – sono la rivoluzione permanente, con le loro reti regionali, le loro ramificazioni in Yemen, Iraq, Libano, tutte accomunate non da un’ideologia laica ma da una fede: l’Islam sciita come identità, memoria, trauma fondativo. Non si sceglie di essere sciiti come si sceglie di essere comunisti. È famiglia, lutto, corpo. Karbala non è un evento storico: è un paradigma cosmologico che si ripete. Il risultato è un internazionalismo religioso che non è un’alleanza tra stati, non è un’Internazionale leninista, ma una rete transnazionale tenuta insieme da una grammatica esistenziale comune che non ha bisogno di un centro di comando esplicito per coordinarsi. E poi Stati Uniti e Israele hanno fatto il regalo più grande: hanno creato il pantheon. Soleimani, Nasrallah, Khamenei: ogni eliminazione mirata che pensavano risolvesse un problema strategico ha prodotto un martire che moltiplica la coesione della rete. Nella teologia sciita la morte del leader giusto per mano dell’oppressore non è una sconfitta: è la conferma della sua giustizia. È la struttura narrativa di Karbala. Un generale vivo può sbagliare, può deludere, può invecchiare. Un martire è eterno e perfetto. Hanno riscritto, con i loro missili, il copione che l’altra parte aspettava. Ma c’è un ultimo errore, forse il più grave. Israele ha colpito le banche di Hezbollah (L’istituto Al Qardh al-Hassan) e la più grande banca iraniana (Bank Sepah). Nel mondo sciita khomeinista la banca non è un istituto finanziario: è l’infrastruttura materiale della teologia. È il meccanismo attraverso cui si distribuisce la zakat, si finanziano le opere caritative, si mantiene il patto con i mustazaafin, i più deboli, gli oppressi, i dannati della terra di Fanon. Khomeini costruì il consenso della rivoluzione su questa rete capillare di solidarietà materiale. Colpirla non indebolisce la narrativa della resistenza: la conferma. Dimostra, nella vita quotidiana di milioni di poveri, chi sono i nemici dei deboli. È la migliore propaganda possibile, realizzata dalle bombe israeliane stesse. Mettendo tutto insieme: si sta combattendo con la logica della guerra convenzionale – decapita la struttura, taglia i finanziamenti, distruggi le infrastrutture – una forma politica che non è una struttura convenzionale. È una rete simbolica, sociale, militare e religiosa volutamente costruita per essere indistruttibile proprio attraverso la distruzione. Ogni bomba che cade rafforza la narrativa. Ogni martire consolida il pantheon. Ogni banca colpita dimostra ai poveri da che parte sta l’oppressore. E se lo stato iraniano dovesse essere smembrato o sconfitto, i Pasdaran senza stato – addestrati, armati, formati in una cultura del martirio che non dipende da nessuna istituzione per sopravvivere – si distribuirebbero in una regione che va dal Libano al Pakistan, dall’Azerbaijan al Bahrain, con ramificazioni in tre continenti. Non più contenuti da nessuna struttura statale, senza niente da perdere, con martiri potentissimi e una narrativa di resistenza più forte di prima. E mentre tutto questo accade, tre segnali dicono quanto profondamente questa guerra stia sfuggendo al controllo narrativo di chi l’ha scatenata. La Turchia si aspettava milioni di rifugiati iraniani in fuga dalle bombe. Ha visto invece migliaia di iraniani che attraversano il confine in direzione opposta, per rientrare a difendere la patria. Non necessariamente il regime: l’Iran. La civiltà persiana di quattro millenni che non si lascia ridurre all’equazione “regime uguale popolo”. Il nazionalismo ferito produce ciò che anni di opposizione politica non riescono a costruire. E poi c’è Gaza. L’Iran viene attaccato dopo che il mondo ha assistito per mesi al genocidio palestinese trasmesso in diretta, documentato, negato dalle cancellerie occidentali. Per i poveri della terra, per il Sud globale, per chiunque si senta dalla parte degli umiliati, la sequenza è leggibile e brutale: chi difendeva i palestinesi viene ora bombardato dagli stessi che armavano chi li massacrava. L’Iran è diventato, nell’immaginario globale dei dannati, qualcosa che va ben oltre la politica regionale o la teologia sciita: è la promessa che si può resistere, è la vendetta simbolica di chi non ha mai avuto giustizia. Quella solidarietà non ha confini confessionali né geografici. Infine, c’è la Cina. I suoi strateghi non stanno guardando la guerra: stanno conducendo la più dettagliata valutazione possibile delle capacità reali americane in condizioni di conflitto ad alta intensità. Ogni intercettore THAAD sparato, ogni Tomahawk lanciato, ogni giorno di guerra è un dato sulla tenuta logistica e industriale dell’avversario che dovranno affrontare, un giorno, nel Pacifico. Vedono le scorte esaurirsi, i tempi di produzione che non reggono il consumo, la catena logistica sotto pressione. Stanno prendendo appunti. E non hanno bisogno di combattere per vincere questa guerra: gli basta aspettare che l’America finisca le munizioni. Questa guerra non può essere vinta. Può solo essere allargata. E il mondo lo sa. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARCO REVELLI: > Un movimento oceanico -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata proviene da Comune-info.
March 20, 2026
Comune-info
Iran tra guerra, autoritarismo e il rischio di un futuro incerto
Negli ultimi venti giorni il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti ha conosciuto una nuova e pericolosa escalation militare. Mentre i governi discutono di deterrenza, strategie e sicurezza regionale, sul terreno la realtà appare molto diversa: il prezzo umano della guerra ricade, come spesso accade, soprattutto sui civili.Secondo numerose testimonianze e fonti locali, diversi attacchi militari hanno colpito aree urbane densamente popolate. Edifici residenziali, infrastrutture civili e centri medici sono stati gravemente danneggiati. Tra gli episodi che hanno suscitato maggiore indignazione vi è il bombardamento di una scuola elementare frequentata da bambine durante le ore scolastiche.Un altro episodio particolarmente drammatico riguarda un ospedale che, secondo varie testimonianze, sarebbe stato colpito o gravemente danneggiato durante gli attacchi. Quando le strutture sanitarie diventano vittime dirette o indirette delle operazioni militari, le conseguenze umanitarie si moltiplicano in modo drammatico.Le guerre contemporanee dimostrano sempre più spesso una verità amara: la linea che dovrebbe separare obiettivi militari e vita civile tende a dissolversi rapidamente. Quartieri residenziali diventano improvvisamente zone di guerra, famiglie si trovano intrappolate tra sirene ed esplosioni, e bambini crescono nel rumore delle bombe. Dietro ogni cifra sulle vittime esistono storie umane: genitori che cercano i propri figli tra le macerie, medici che lavorano senza sosta in ospedali sovraffollati, famiglie costrette ad abbandonare le proprie case nel tentativo di trovare sicurezza altrove.In parallelo alla violenza militare, un altro fenomeno ha aggravato la situazione: la quasi totale interruzione dell’accesso a Internet in Iran. Il blackout digitale ha isolato milioni di cittadini dal resto del mondo, rendendo estremamente difficile la circolazione di informazioni indipendenti e il monitoraggio della situazione umanitaria.Quando una società è colpita contemporaneamente da bombardamenti e da silenzio informativo, il rischio è che la sofferenza umana diventi invisibile. Ma la tragedia della guerra si inserisce in una storia più lunga di autoritarismo politico. Il popolo iraniano vive da oltre un secolo tra cicli di potere concentrato, repressione e promesse incompiute di riforma. Prima sotto una monarchia centralizzata che limitava la partecipazione democratica, e poi sotto una Repubblica Islamica che ha costruito un sistema teocratico dominato da istituzioni religiose non elette.Entrambi i modelli hanno prodotto restrizioni delle libertà civili, censura e persecuzione degli oppositori.La crisi iraniana, tuttavia, non può essere risolta sostituendo un’autorità con un’altra. Negli ultimi anni alcune figure dell’opposizione in esilio hanno cercato di presentarsi come alternativa politica al sistema attuale. In particolare la figura di Reza Pahlavi viene talvolta proposta come possibile leader di una futura transizione.Tuttavia, la sua leadership è stata oggetto di forti critiche da parte di diversi gruppi politici e sociali iraniani.Molti attivisti ritengono che la sua strategia politica abbia contribuito ad aumentare le divisioni all’interno dell’opposizione, in particolare nei rapporti con diverse comunità e minoranze etniche presenti nel paese, tra cui curdi, baluci, turchi, turkmeni, lori e bakhtiari. Secondo questi critici, l’incapacità di costruire un fronte politico inclusivo e pluralista ha indebolito l’opposizione democratica e alimentato nuove tensioni interne.Inoltre, negli anni delle proteste popolari, alcuni osservatori hanno sostenuto che appelli e mobilitazioni provenienti dall’esterno abbiano talvolta incoraggiato giovani manifestanti a scendere nelle strade senza adeguate strutture di protezione o organizzazione politica, esponendoli alla repressione violenta dello Stato. La storia recente dell’Iran dimostra che quando i cittadini scendono in piazza contro un sistema autoritario, spesso pagano un prezzo altissimo.Il dibattito sull’opposizione iraniana è quindi attraversato da interrogativi profondi: quale tipo di leadership può realmente rappresentare le aspirazioni democratiche della società? Un altro elemento controverso riguarda le posizioni di alcune figure dell’opposizione rispetto alla pressione militare internazionale contro l’Iran. Una parte della società iraniana teme che qualsiasi sostegno a bombardamenti o interventi militari possa aggravare la sofferenza della popolazione civile. In questo senso, il rischio più grande è che il destino di milioni di persone venga trasformato in uno strumento di lotta geopolitica o di ambizione politica. La storia recente del Medio Oriente dimostra che le guerre raramente producono democrazia. Più spesso lasciano dietro di sé città distrutte, economie collassate e società traumatizzate per generazioni. Per questo motivo la domanda centrale rimane inevitabile: quanto ancora dovranno pagare i civili per decisioni prese lontano dalle loro vite? Il popolo iraniano ha già pagato un prezzo altissimo attraverso decenni di autoritarismo, crisi economiche e isolamento internazionale.Costringerlo a pagare anche il prezzo di una guerra sarebbe un errore storico di proporzioni incalcolabili Il costo economico della guerra e la questione delle riparazioni Oltre alla tragedia umanitaria, ogni guerra porta con sé un prezzo economico che può pesare su una società per generazioni. Le infrastrutture distrutte, le reti energetiche danneggiate, le città bombardate e i sistemi sanitari indeboliti richiedono decenni di ricostruzione.La storia recente offre esempi molto chiari. Dopo la guerra del Golfo del 1991, l’Iraq è stato obbligato a pagare ingenti riparazioni di guerra attraverso il sistema internazionale di compensazione delle Nazioni Unite. Il processo di pagamento è durato più di trent’anni e ha comportato il trasferimento di una parte significativa delle entrate petrolifere del paese per risarcire i danni del conflitto. Questo precedente mostra come le conseguenze economiche della guerra possano prolungarsi ben oltre la fine delle operazioni militari.Nel caso dell’Iran, il rischio sarebbe ancora più grave. L’economia del paese è già fortemente indebolita da anni di sanzioni, inflazione e crisi strutturali. Una guerra su larga scala potrebbe distruggere ulteriormente le infrastrutture economiche e industriali.In uno scenario del genere, la ricostruzione richiederebbe risorse immense che lo Stato iraniano potrebbe non essere in grado di sostenere. Se un paese con un’economia fragile si trovasse costretto ad affrontare anche il peso di eventuali riparazioni o costi di ricostruzione, potrebbe essere costretto a dipendere quasi esclusivamente dalle proprie risorse naturali, come il petrolio. Questo significherebbe che una parte significativa delle entrate nazionali verrebbe destinata al pagamento dei costi della guerra invece che al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Per i cittadini comuni ciò potrebbe tradursi in inflazione più alta, disoccupazione diffusa, servizi pubblici indeboliti e un rallentamento drammatico dello sviluppo economico.La ricostruzione di città distrutte e infrastrutture essenziali può richiedere decenni. In molti casi, i paesi colpiti da guerre prolungate restano segnati da economie fragili e da profonde disuguaglianze sociali per generazioni. Divisioni nell’opposizione e il rischio di nuove forme di autoritarismo Parallelamente alla crisi geopolitica e alla minaccia della guerra, l’Iran affronta anche una profonda frammentazione politica all’interno dell’opposizione.Negli ultimi anni, diverse correnti politiche in esilio hanno cercato di presentarsi come alternative al sistema attuale. Tuttavia, invece di costruire un fronte democratico ampio e inclusivo, queste dinamiche hanno spesso prodotto divisioni interne. Molti attivisti e osservatori hanno espresso preoccupazione per la possibilità che, in assenza di un progetto realmente democratico e pluralista, nuove forme di autoritarismo possano emergere anche dopo la caduta di un sistema politico. La storia dimostra che quando la politica si basa sulla personalizzazione del potere, sull’esclusione delle minoranze e sulla retorica della purezza nazionale, il rischio di derive autoritarie e persino di forme di fascismo politico diventa reale. Per un paese complesso e plurale come l’Iran – abitato da diverse comunità linguistiche, culturali ed etniche – qualsiasi progetto politico che ignori la diversità rischia di produrre nuove tensioni e nuovi conflitti. Una transizione democratica richiede invece inclusione, pluralismo e rispetto per tutte le componenti della società. Conclusione: il prezzo della guerra e la dignità di un popoloGuardando alla storia contemporanea del Medio Oriente, una lezione appare evidente: la guerra raramente costruisce la democrazia.Costruisce macerie, traumi collettivi e generazioni segnate dalla violenza.Per il popolo iraniano, che ha già vissuto decenni di repressione politica, crisi economica e isolamento internazionale, una guerra su larga scala potrebbe trasformarsi in una tragedia nazionale di proporzioni storiche.Le bombe possono distruggere città in poche ore, ma ricostruire una società richiede decenni.Per questo motivo la domanda più importante non riguarda soltanto strategie militari o equilibri geopolitici. Riguarda le persone. Riguarda i bambini che crescono sotto il suono delle sirene, le famiglie che perdono le loro case, i medici che curano i feriti nei corridoi degli ospedali bombardati.La vera domanda è semplice e allo stesso tempo terribile: Quanto ancora dovrà pagare il popolo iraniano per guerre e poteri che non ha scelto? Shayan Moradi Marzo 2026 Davide Bertok
March 20, 2026
Pressenza
Dichiarazione di IALANA sulla violazione del Diritto Internazionale
 Dichiarazione dell’Associazione Internazionale degli Avvocati contro le Armi Nucleari 1 19 marzo 2026 Il bombardamento dell’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele viola chiaramente le norme fondamentali del diritto internazionale. Viola la sovranità dell’Iran, in contrasto con l’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite che proibisce la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato. Non vi è alcun argomento plausibile che gli Stati Uniti e Israele stiano agendo per legittima difesa contro un attacco imminente. Né il cambio di regime costituisce una giustificazione accettabile per l’uso della forza, poiché è in diretto contrasto con l’obbligo di rispettare l’indipendenza politica degli Stati. È vero che il regime iraniano si è reso colpevole di massicce violazioni dei diritti umani nel corso degli anni, compreso l’uccisione di migliaia o decine di migliaia di manifestanti nel gennaio 2026. Tuttavia, l’intervento umanitario, che può comportare l’uso della forza a danno dei civili, può essere giustificato, se mai lo fosse, solo per fermare un massacro di massa in corso o imminente2. Questa non è la situazione attuale in Iran, né gli attacchi statunitensi/israeliani sono limitati all’obiettivo di prevenire massicce violazioni dei diritti umani e non sono stati autorizzati dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o dalla comunità internazionale su tale base. Gli attacchi non sono quindi coerenti, né nella lettera né nello spirito, con la responsabilità di proteggere i principi espressi dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella sua risoluzione del 2005 sul World Summit Outcome3. È sorprendente che l’amministrazione Trump non abbia compiuto alcun sforzo concreto per ricorrere a meccanismi multilaterali o invocare il diritto internazionale. In particolare, né gli Stati Uniti né Israele hanno compiuto alcuno sforzo per portare la situazione all’attenzione del Consiglio di Sicurezza. Ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza ha il potere di adottare misure, compreso l’uso della forza, in caso di minaccia alla pace, una violazione della pace o un atto di aggressione. Sia con le sue azioni che con il suo disprezzo per il diritto internazionale, l’amministrazione Trump sta accelerando l’erosione delle regole fondamentali relative all’uso della forza, in atto da quasi trent’anni dopo la fine della Guerra Fredda. L’erosione dell’ordinamento giuridico che limita l’uso della forza armata è stato un processo lungo, scandito nel XXI secolo da shock sempre più frequenti causati da guerre su larga scala lanciate dalle grandi potenze con sempre minore rispetto per il diritto e per le istituzioni internazionali. La prima di queste è stata l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003. A differenza dell’amministrazione Trump, l’amministrazione di George W. Bush ha almeno cercato di fornire una giustificazione giuridica internazionale per l’invasione dell’Iraq, ma ha fondato la sua argomentazione su menzogne. Poi ci sono state l’annessione russa della Crimea nel 2014 e la sua invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, entrambe prive di qualsiasi seria giustificazione dal punto di vista del diritto internazionale. Ci sono stati altri casi di aggressione in questo secolo, come la recente operazione militare statunitense per rapire il presidente del Venezuela. Ma le azioni degli Stati Uniti in relazione all’Iraq, quelle della Russia in Ucraina e i bombardamenti statunitensi/israeliani sull’Iran si distinguono come particolarmente gravi nell’erosione delle regole sull’uso della forza. Per quanto riguarda il programma nucleare iraniano, prima del bombardamento non era in una fase di sviluppo tale da fornire alcuna base per una rivendicazione di autodifesa. In generale, da molti anni sembra che l’Iran disponga di una capacità di arricchimento dell’uranio in parte per preservarsi la possibilità di acquisire armi nucleari in futuro, ma non aveva preso la decisione di farlo. Ed è stato proprio il governo degli Stati Uniti, durante la prima amministrazione Trump, a ritirarsi unilateralmente dal Piano d’azione congiunto globale del 2015, un accordo internazionale negoziato con grande fatica che imponeva restrizioni efficaci e verificabili sul programma nucleare iraniano. Le discussioni sul programma iraniano generalmente non affrontano il fatto che Israele possiede un robusto arsenale nucleare. A lungo termine non è pratico consentire ad alcuni Stati di possedere armi nucleari e negarle ad altri. Il modo più diretto per affrontare i problemi posti dalla proliferazione delle armi nucleari, come nel caso della Corea del Nord, o dalla loro potenziale proliferazione, come nel caso dell’Iran, è quello di procedere rapidamente verso l’abolizione globale delle armi nucleari. Ciò soddisferebbe l’obbligo universale di realizzare il disarmo nucleare per come riconosciuto dalla Corte internazionale di giustizia nel suo parere consultivo del 1996 basato sull’articolo VI del Trattato di non proliferazione nucleare e su altre norme di diritto internazionale4. Un altro modo, almeno parziale, è quello di creare nuove zone regionali libere da armi nucleari, che ora esistono in America Latina e nei Caraibi, nel Pacifico meridionale, nel Sud-Est asiatico, in Africa e in Asia centrale. Questo approccio è stato effettivamente tentato in Medio Oriente. Nel contesto del Trattato di non proliferazione nucleare e delle Nazioni Unite, sono stati compiuti seri sforzi per avviare negoziati per la zona mediorientale, con la partecipazione volontaria dell’Iran. Tuttavia, Israele e gli Stati Uniti hanno boicottato questi sforzi. Ciò compromette gravemente la legittimità della loro posizione, poiché sostengono di agire per fermare la minaccia del programma nucleare iraniano. Quale dovrebbe essere la risposta a questi sviluppi? In primo luogo, il bombardamento dell’Iran dovrebbe essere condannato come aggressione illegale e le regole fondamentali della Carta delle Nazioni Unite dovrebbero essere difese, con l’obiettivo almeno di preservarle per il futuro. In secondo luogo, si dovrebbe riconoscere che il mondo sta attraversando una grande trasformazione caratterizzata dalla rinascita del nazionalismo autoritario, con fazioni etnico-nazionaliste al potere o che costituiscono forze politiche significative in molti paesi, compresa la maggior parte, se non tutti, gli Stati dotati di armi nucleari. È necessario essere realistici riguardo alla natura della sfida, nonché adottare un nuovo modo di pensare e trovare forme innovative di advocacy e politica per un mondo più equo, democratico, pacifico e post-nazionalista. 1 Questa dichiarazione si basa su una dichiarazione rilasciata dalla Western States Legal Foundation, affiliata all’IALANA, intitolata “Il bombardamento dell’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele: un caso di studio sul disprezzo del diritto internazionale”, 3 marzo 2026. 2 Cfr. la dichiarazione del Comitato degli avvocati sulla politica nucleare, Ufficio delle Nazioni Unite dell’IALANA, “Attacchi militari condotti dagli Stati Uniti e da Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran: pericolose implicazioni per il diritto internazionale”, 4 marzo 2026. 3 A/RES/60/1, paragrafi 138-139, 16 settembre 2005. 4 Legalità della minaccia o dell’uso delle armi nucleari, parere consultivo, 1996 I.C.J. 226, ¶¶ 98-103 (8 luglio). IALANA - International Association Of Lawyers Against Nuclear Arms
March 19, 2026
Pressenza
Agorà degli Abitanti della Terra chiama alla mobilitazione contro la guerra
Noi, membri dell’Agorà degli Abitanti della Terra, dichiariamo fuori legge ogni forma di violenza fisica inflitta al prossimo, così come ogni forma di aggressione armata e di atto terroristico, pertanto condanniamo con forza il conflitto Israelo-statunitense in atto, ordito  dal presidente degli Stati Uniti d’America, senza l’accordo degli organi democratici del suo paese.  Inoltre, qualunque sia la loro origine accertata, poiché gli stati che si scontrano nel conflitto si incolpano a vicenda d’averli commessi, qualifichiamo « atti terroristici di Stato » vietati dal diritto internazionale, i recenti e sistematici bombardamenti che distruggono le strutture di potabilizzazione della risorsa idrica, bene comune e vitale per l’umanità. Ecco cosa scrive Lorenzo Tecleme, sulle pagine del Manifesto : « Le diplomazie dell’Asia occidentale si rimbalzano tra loro da giorni la responsabilità di un raid aereo. È quello che ha colpito l’impianto di desalinizzazione dell’isola iraniana di Qeshm, nello stretto di Hormuz, uno dei molti che trasformano l’acqua di mare in acqua potabile. L’Iran ha accusato gli Stati Uniti di esserne autori, mentre la stampa israeliana lo ha attribuito all’esercito emiratino – ma sia Washington sia Abu Dhabi negano. Nel frattempo un altro dei molti Paesi coinvolti dalla guerra, il Bahrain, ha denunciato a sua volta un attacco ad un impianto simile nel suo territorio, indicando l’Iran come autore. »  « Ecco – dice Riccardo Petrella- che l’acqua fa parte cruciale della guerra degli USA e di Israele contro l’Iran: ora i dissalatori dell’acqua del mare su cui da alcuni anni ormai si fonda l’approvvigionamento idrico di acqua dolce, potabile, della maggioranza degli Stati del Medio Oriente sono distrutti militarmente; cio’ che in teoria è vietato dal diritto internazionale della guerra. » Ma precisa, Lorenzo Tecleme : « In teoria gli attacchi ad infrastrutture civili critiche come i desalinizzatori sono vietati dal diritto internazionale, ma nessuno crede più molto che questo basti a proteggerle. Paradossalmente, è proprio il fatto che tutti i paesi dell’area ne siano dipendenti ad aver fatto sperare agli analisti che, anche in caso di guerra, le infrastrutture idriche verranno risparmiate. La buona notizia è che l’acqua è così strategica che qualsiasi attacco diretto iraniano contro di loro sarebbe considerato una massiccia escalation, quindi forse è un passo troppo in là per Teheran, scriveva ancora Bloomberg pochi giorni fa. I raid di questi giorni dimostrano che si trattava di una previsione ottimistica – e che non è detto sia l’Iran il primo a rompere il tabù. »  Per noi, membri dell’Agorà degli Abitanti della Terra, tali atti sono un ennesimo « inammissibile » da aggiungere a quelli che denunceranno gli artisti dell’Agorà, nel loro spettacolo Dove va il blu ? Farsa epica e indignata, il prossimo 22 marzo a Bruxelles, durante la manifestazione organizzata con « Rise for Climate-Belgium » e tante altre associazioni che, come loro vogliono «fare la pace grazie all’acqua » poiché oggi il mondo consuma più acqua dolce di quella che è capace di rinnovare!! E spiega Giulia Giordano, analista del think-tank, sulle stesse colonne del Manifesto : « Se i paesi del Golfo iniziano a colpire sistematicamente i rispettivi impianti di desalinizzazione, la prospettiva diventa critica. Tutto il Medio oriente è una delle regioni del pianeta con maggiore scarsità idrica sia per ragioni storiche sia per via del riscaldamento globale» Ecco. « La sicurezza idrica è uno dei pilastri della stabilità della regione». E ora ? A quale altro scempio umano dovremo assistere, ammutoliti e impotenti europei e cittadini del mondo, incapaci di imporre leggi di pace e di rispetto, e addirittura poco capaci ad esprimere vergogna e cordoglio per le vittime di ignobili massacri quotidiani ? Noi che non riusciamo a trarre il minimo insegnamento dalla lezione storica che Pedro Sanchez, premier spagnolo, quasi solo, coraggiosamente, sta dando all’umanità che non siamo più e che un tempo era degna di questo nome ?  Sembra che non servano più né parole, né analisi, né discorsi, e ancor meno dialoghi diplomatici… Inutili le assemblee, gli emicicli, i grandi convegni multi-statali con tanto di foto di maxi-gruppo più o meno sorridente, per denunciare l’inaccettabile. Accettiamo invece unanimi di lasciar parlare le armi…  che seminano morte, orrore e dilaniano i corpi. Accettiamo l’assassinio di massa prima ancora d’aver tentato tutte le vie dell’intelligenza collettiva che distingueva la nostra specie da quella del Leviatano… e così confermiamo che la nostra storia non riesce, da millenni, a construirsi altrimenti se non nel sangue, attravero stragi e stermini ripetuti senza fine…!  A meno che… A meno che coloro tra i cittadini statunitensi e israeliani che condividono con noi i valori umani vigenti sulla salvaguardia della nostra specie, e che ci uniscono senza alcuna distinzione di nessun tipo, cioè la fraternità, la solidarietà e il rispetto per la vita, accettino di mettere in pratica la nostra seguente proposta :   Noi, membri dell’Agorà degli Abitanti della Terra, proponiamo ai nostri fratelli statunitensi e israeliani di mobilitarsi massivamente per imporre pacificamente ai loro governi di deporre le armi e di dichiarare una tregua immediata e durevole dei conflitti in corso, così come l’espressa e totale rinuncia ad ogni tipo di aggressione contro altri Stati, promuovendo e mettendo in pratica una risoluzione pacifica, ottenuta per le legali e auspicabili vie della diplomazia, di tutte le tensioni  geopolitiche presenti e future, nel rispetto dei Diritti Umani Universali e della Sovranità dei popoli.        Bruxelles, 19 marzo 2026 Agorà degli Abitanti della Terra
March 19, 2026
Pressenza
Servi pronti ad entrare in guerra
Il “distacco” dei servi dal padrone yankee è durato appena 48 ore. Il tempo che ci è voluto per un breve giro di telefonate presumibilmente non proprio amichevoli per ordinare di mettersi rapidamente in servizio, zitti e muti. La richiesta di Trump ai paesi della Nato – inviare navi da […] L'articolo Servi pronti ad entrare in guerra su Contropiano.
March 19, 2026
Contropiano
Guerra in Iran: tenuta della Repubblica Islamica e percezioni del popolo@1
La guerra imperialista all’Iran solleva una serie di livelli e di percezioni popolari che impongono uno sguardo che tenga conto della complessità dei territori coinvolti. Di queste prospettive, delle contraddizioni e della capacità di tenuta della Repubblica Islamica abbiamo parlato con Montassir Saki, autore di un libro in via di traduzione anche in italiano in merito agli itinerari dei giovani europei partiti in Siria nel 2011 e con Tara Riva, analista italo-iraniana specializzata in Medio Oriente e Iran. Montassir Saki Tara Riva
March 19, 2026
Radio Blackout - Info
Guerra in Iran: tenuta della Repubblica Islamica e percezioni del popolo@0
La guerra imperialista all’Iran solleva una serie di livelli e di percezioni popolari che impongono uno sguardo che tenga conto della complessità dei territori coinvolti. Di queste prospettive, delle contraddizioni e della capacità di tenuta della Repubblica Islamica abbiamo parlato con Montassir Saki, autore di un libro in via di traduzione anche in italiano in merito agli itinerari dei giovani europei partiti in Siria nel 2011 e con Tara Riva, analista italo-iraniana specializzata in Medio Oriente e Iran. Montassir Saki Tara Riva
March 19, 2026
Radio Blackout - Info
Sudditanze cognitive in tempi di guerra
-------------------------------------------------------------------------------- Teheran. Foti di Hossein Moradi su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è un rito retorico che si ripete puntuale ogni volta che l’Occidente si prepara a fare la guerra a un paese del Sud globale. L’intellettuale, il giornalista, il semplice cittadino iraniano – o iracheno, libico, siriano – sente di dover aprire la bocca con una dichiarazione di esonero preventivo: “Sono contro il regime, odio Khamenei, condanno la repressione delle donne” e solo dopo, quasi chiedendo permesso, arriva l’opposizione alla guerra. Questo non è coraggio intellettuale. È sudditanza cognitiva nella sua forma più compiuta tanto più grave perché non è imposta dall’esterno, ma interiorizzata e scelta. È la maschera bianca di cui parlava Fanon: non il colonizzatore che te la mette in faccia, ma tu che te la indossi da solo, convinto che senza di essa la tua voce non meriti di essere ascoltata. Ma al di là della psicologia coloniale, c’è in questo schema qualcosa di sbalorditivo nella sua sfacciataggine logica. Chi apre la propria opposizione alla guerra con la condanna del regime sta equiparando – implicitamente ma inequivocabilmente – il peso della propria opinione personale a quello di una guerra totale. Sta mettendo sulla stessa bilancia la sua posizione soggettiva come individuo singolo, privo di qualsiasi influenza sulla decisione finale di guerra, e un evento catastrofico che porta con sé il destino di uno Stato, la vita di milioni di esseri umani, la distruzione generazionale di un paese. Il meccanismo ideologico che ne deriva è preciso: la guerra smette di essere un atto di aggressione brutale mosso da interessi geopolitici e da logiche di rapina capitalista, e diventa una reazione a un fallimento morale. Non è più un crimine è una correzione. Non è un’invasione è una missione. Non è un caso che nessuno esiga questo rito dallo statunitense o dal francese. Nessuno chiede al cittadino di Parigi di condannare Macron prima di opporsi a un’ipotetica invasione della Francia. La dissociazione obbligatoria è riservata ai non-occidentali: è il pedaggio che devono pagare – e che spesso si impongono da soli, per un riflesso di sudditanza così profondamente interiorizzato da sembrare buonsenso – per ottenere il diritto di parlare nel recinto del discorso liberale legittimo. E il paradosso feroce è questo: più l’intellettuale del Sud globale si affretta a condannare il proprio regime per guadagnarsi credibilità, più contribuisce oggettivamente a costruire l’immagine del proprio paese come società barbara che attende la liberazione dall’esterno. Diventa, consapevolmente o no, un ingranaggio dell’apparato ideologico coloniale quello che Spivak chiamerebbe l'”informatore autentico locale”, la voce periferica che conferisce credibilità alla lettura imperialista del mondo. Opporsi a una guerra non è una posizione tra le posizioni. È la difesa di un diritto assoluto: il diritto alla vita di persone reali sotto bombe reali. Quel diritto non è condizionato dalla forma di governo di chi la subisce, non si guadagna superando esami morali, non ammette preliminari. La vittima sotto i bombardamenti non ha delegato nessuno a parlare in suo nome con certificati di buona condotta già pronti. Chiede una cosa sola. Chi antepone la condanna del regime all’opposizione alla guerra non sta chiarendo la propria posizione: sta fornendo all’aggressione la sua più preziosa risorsa. La legittimità morale. C’è però chi non si ferma alla dissociazione: chi invoca i bombardamenti sul proprio paese, chi balla per la morte di Khamenei mentre cadono le bombe su Teheran non prova solo ingenuità politica o cecità storica ma prova disprezzo per la propria gente per quella massa di iraniani comuni che, secondo questa visione, è troppo ottusa, troppo manipolata, troppo complice per liberarsi da sola. Quel popolo che “appoggia il regime”, o che semplicemente ci vive dentro senza ribellarsi abbastanza, merita di essere svegliato a suon di bombe. Rieducato dalla forza esterna. Salvato da se stesso. È esattamente la struttura ideologica del colonialismo classico: l’uomo bianco che salva la donna di colore dall’uomo di colore, come scriveva Spivak. Solo che qui la formula si ripete con attori diversi: l’iraniano della diaspora che invoca il bombardatore straniero per salvare l’iraniano rimasto in patria. La stessa logica. Lo stesso disprezzo verticale travestito da missione “umanitaria”. La stessa rimozione del fatto che le vittime di quella “liberazione” saranno proprio le persone che si pretende di salvare. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sudditanze cognitive in tempi di guerra proviene da Comune-info.
March 19, 2026
Comune-info
Bombe sul petrolio e sull’economia mondiale
La “strana coppia” Israele-Usa appare ormai compiutamente come una combinazione mortifera tra un mega-“squadrone della morte”  guidato da killer seriali psicotici e un’astronave carica di armi in mano ad un gruppo di clown. C’era fino a ieri un solo limite nella guerra d’aggressione scatenata contro l’Iran: non si toccano – […] L'articolo Bombe sul petrolio e sull’economia mondiale su Contropiano.
March 19, 2026
Contropiano