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Il grido di Yurii Sheliazhenko
PIÙ CHE UN ARRESTO È STATO UN VERO RAPIMENTO QUELLO DELLA POLIZIA URCRAINA FATTO DUE GIORNI FA NEI CONFRONTI DI YURII SHELIAZHENKO, RICERCATORE UNIVERSITARIO IN FILOSOFIA E PACIFISTA NONVIOLENTO, PRELEVATO DALLA POLIZIA SENZA VERBALI, SENZA ACCUSE RESE NOTE, SENZA LA POSSIBILITÀ DI ACCEDERE A UNA DIFESA LEGALE. DA OLTRE VENT’ANNI, SHELIAZHENKO PERCORRE UNA STRADA CONTROCORRENTE: QUELLA DELL’OBIEZIONE DI COSCIENZA, DEL RIFIUTO DELLA GUERRA CON LA RUSSIA, DELLA CRITICA ALLA CRESCENTE MILITARIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ E DELL’IMPEGNO PER IL DISARMO. LA REPRESSIONE NEI SUOI CONFRONTI È COMINCIATA DA TEMPO, RICORDA UN PONTE PER…, CON CUI NEL 2022 HA ORGANIZZATO LA CAROVANA #STOPTHEWARNOW, PORTANDO SOTTO GLI OCCHI DEL MONDO UN’UCRAINA DIVERSA: QUELLA CHE NON HA MAI SMESSO DI DISERTARE LA GUERRA E LA SUA CULTURA -------------------------------------------------------------------------------- Esprimiamo profonda preoccupazione e indignazione per la detenzione di Yurii Sheliazhenko, segretario esecutivo del Movimento Pacifista Ucraino, accademico e membro del board dello European Bureau for Conscientious Objection (EBCO), fermato a Kiev nella notte del 19 marzo dalle autorità ucraine. Secondo le informazioni disponibili la privazione della libertà sarebbe avvenuta senza adeguata base legale, senza regolare verbalizzazione del fermo, con ostacoli all’accesso alla difesa legale e con il rischio di trasferimento forzato a un centro territoriale di reclutamento. Sheliazhenko era da tempo sotto minaccia di arresto e coscrizione forzata, in un contesto in cui le autorità ucraine affermavano che, in tempo di guerra, il diritto all’obiezione di coscienza non viene riconosciuto. Yurii Sheliazhenko ha dichiarato pubblicamente la propria obiezione di coscienza molto prima della guerra russo-ucraina. Ha sempre condannato con nettezza l’aggressione, sostenuto la resistenza nonviolenta, e chiesto da subito di una soluzione negoziata del conflitto che consentisse di fermare la strage di civili e militari. Proprio per queste sue posizioni pacifiste è oggi oggetto di una persecuzione giudiziaria e politica che colpisce non soltanto la sua persona, ma il principio stesso della libertà di coscienza. Sconcerta che un governo che dichiara di voler aderire all’Unione Europea violi in modo così plateale i diritti civili e politici di un proprio cittadino, un pacifista per la sua attività pubblica nonviolenta. La repressione contro di lui non comincia oggi. Il 3 agosto 2023 la sua abitazione fu perquisita e i suoi dispositivi sequestrati; il 15 agosto 2023 il Tribunale distrettuale di Solomyanskyi di Kyiv lo sottopose a un regime di arresti domiciliari parziali, vietandogli di lasciare l’abitazione la notte, misura prorogata ripetutamente mentre la pressione giudiziaria nei suoi confronti è proseguita almeno fino al febbraio 2024. La sua vicenda è stata più volte segnalata compreso nelle comunicazioni dei Relatori speciali ONU sulla libertà di riunione e associazione, sulle questioni delle minoranze e sulla libertà di religione o di credo e dell’OHCHR. Un Ponte Per ha incontrato Yuri Sheliazhenko a Kiev, insieme ad altre organizzazioni pacifiste il 29 settembre 2022 durante la Carovana #StopTheWarNow. Durante quell’incontro di fronte alla statua di Gandhi, Yuri lesse la dichiarazione pacifista “Peace Agenda for Ukraine and the World”, che condannava esplicitamente l’invasione russa e ogni guerra, ma chiedeva anche negoziati e libertà per l’obiezione di coscienza, che gli costò l’apertura di un procedimento penale per una presunta “giustificazione dell’aggressione russa”, che poteva comportare una pena sino a cinque anni di reclusione. Ci uniamo all’appello delle organizzazioni europee e internazionali EBCO, IFOR, WRI e Connection e.V (link) per l’immediato rilascio di Yurii Sheliazhenko, per la fine di ogni procedura di coscrizione forzata nei suoi confronti e per il pieno rispetto del diritto all’obiezione di coscienza, della libertà di opinione e della libertà di espressione riconosciute dal diritto internazionale e garantite all’interno della Unione Europea. Chiediamo al governo italiano di intervenire con urgenza presso le autorità ucraine affinché cessino queste violazioni e siano garantiti standard di legalità e diritti fondamentali conformi agli obblighi europei e internazionali. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il grido di Yurii Sheliazhenko proviene da Comune-info.
March 20, 2026
Comune-info
L’attacco all’Iran scatena dissenso nelle forze armate Usa. E ora?
DAL PENTAGONO HANNO FATTO CAPIRE CHE STANNO PREPARANDO TUTTO PER UN’INVASIONE DI TERRA IN IRAN. QUELLO CHE NON DICONO E CHE SOTTOVALUTANO È CHE RISPETTO ALLE ULTIME SEI LUNGHE GUERRE AGGRESSIVE SCATENATE DAGLI STATI UNITI (COREA, VIETNAM, IRAQ 1991, JUGOSLAVIA, AFGHANISTAN E IRAQ 2003), QUESTA POTENZIALE “GUERRA ETERNA” CONTRO L’IRAN INCONTRA GIÀ LA MAGGIORE OPPOSIZIONE NEGLI USA. ORGANIZZAZIONI DI VETERANI ANTIGUERRA, COME VETERANS FOR PEACE E ALTRE, HANNO COMINCIATO A CONTATTARE I SOLDATI IN SERVIZIO ATTIVO OFFRENDO SUPPORTO PER GLI OBIETTORI DI COSCIENZA, INCONTRANDO MOLTISSIMA ATTENZIONE. DEL RESTO, ALCUNI INVITI A RISPETTARE IL DOVERE DI DISOBBEDIRE A ORDINI ILLEGALI SONO STATI GIÀ DIFFUSI TRA I RANGHI DEI SOLDATI. “I GUERRAFONDAI DEL MAGA – SCRIVE JOHN CATALINOTTO – POTREBBERO SCOPRIRE CHE LA LORO AGGRESSIONE CONTRO L’IRAN NON HA FATTO CHE ACCELERARE IL DECLINO DELL’IMPERIALISMO USA…” Tlaxcala Translations: English – Français – Español – Deutsch Negli Usa, gli attivisti antiguerra e antiimperialisti – nelle viscere del mostro – hanno il dovere speciale di fare tutto il possibile per fermare questa guerra. E c’è un’area in cui sono nella posizione migliore per agire: contattare i membri delle forze armate. La prima cosa da chiarire nella pianificazione di questa lotta è che la classe dirigente super-ricca degli Usa e i regimi razzisti e reazionari che governano gli stati oppressori usamericano e israeliano sono i criminali responsabili delle orribili conseguenze della guerra. Il movimento antiguerra deve denunciare questi crimini e mirare a perturbare la macchina bellica dei criminali. Sostegno popolare minimo alla guerra negli Usa Rispetto alle ultime sei lunghe guerre aggressive usamericane (Corea, Vietnam, Iraq 1991, Jugoslavia, Afghanistan e Iraq 2003), questa potenziale “guerra eterna” contro l’Iran incontra la maggiore opposizione in patria. La guerra contro l’Iran è iniziata con bombe e razzi usamericani che hanno ucciso oltre 150 scolare nella città di Minab e con l’assassinio da parte di Israele della guida suprema politica e religiosa dell’Iran, l’ayatollah Ali Hosseini Khamenei, il 28 febbraio. Prima di scatenare la conflagrazione, il regime MAGA non ha fatto alcuno sforzo per ottenere sostegno all’aggressione, né tra il popolo, né al Congresso, né aggiungendo alleati internazionali oltre ai criminali genocidi che guidano lo stato coloniale israeliano. Il regime contava sulle grandi bugie che da decenni demonizzano l’Iran. Dall’iniziale massacro di Minab, che ricorda l’incendio del villaggio di My Lai in Vietnam nel 1968, ogni leccapiedi del gabinetto MAGA e l’impopolare presidente usamericano hanno fornito spiegazioni contraddittorie su come sia iniziata la guerra, quanto sarebbe durata, se avrebbero dispiegato truppe di terra e quale fosse il suo obiettivo. Le loro bugie contraddittorie hanno solo diminuito la loro credibilità. Anche prima che vengano segnalate estese perdite tra le truppe Usa, anche prima che il costo militare giornaliero di 1 miliardo di dollari della “guerra scelta” usraeliana si faccia sentire (csis.org), anche prima che la guerra inneschi una catastrofe economica mondiale, la maggioranza della popolazione usamericana si oppone alla “guerra eterna” scatenata dall’amministrazione. Una popolazione che rifiuta la guerra può essere mobilitata per combatterla, proprio come il popolo di Minneapolis ha rifiutato il maltrattamento brutale e gli omicidi di migranti e gli alleati dei migranti hanno rifiutato la presenza dei teppisti dell’ICE. Se i civili si oppongono alla guerra, significa che le truppe potrebbero rifiutarsi di obbedire a ordini illegali. Le truppe di riserva e le truppe in servizio attivo sono lavoratori in uniforme. Rifletteranno gli atteggiamenti dei loro coetanei civili – ma con la loro vita e integrità fisica in gioco. I soldati usamericani resisteranno alla guerra? Durante l’invasione usamericana del Vietnam, la resistenza dei soldati alla guerra contribuì alla decisione del 1969 di ritirare lentamente le truppe USA dal Vietnam e fare affidamento sui bombardamenti. Portò anche alla fine della coscrizione militare all’inizio del 1973 e alla decisione del Pentagono di creare nei decenni successivi un esercito high-tech senza coscritti. Anche all’interno dell’esercito senza coscritti, alcuni soldati si rifiutarono di combattere in Iraq e Afghanistan, sebbene meno che nel periodo del Vietnam. Dopo molti costi, uccisioni e distruzione, le truppe USA furono costrette a ritirarsi dalle “guerre eterne” (Guerra senza vittoria). Un libro del 2017 sulla resistenza dei soldati discute come gli Usa non possano schierare un esercito di terra abbastanza grande per conquistare il Sud del mondo senza generare opposizione in patria e resistenza tra le truppe. Fornisce esempi di guerre d’aggressione usamericane che potrebbero portare a una ribellione dei soldati: una che gli Usa inizierebbero contro “Russia, Cina, o anche Iran o la [Repubblica Popolare Democratica di Corea]”, o se “il presidente ordina alle truppe federali di spezzare gli scioperi dei lavoratori o reprimere le ribellioni nelle comunità di colore all’interno degli Usa”. (“Turn the Guns Around: Mutinies, Soldier Revolts and Revolutions” [Girate le armi: Ammutinamenti, rivolte di soldati e rivoluzioni], ultimo capitolo). E questo è esattamente lo scenario odierno, da Teheran a Minneapolis. Se il regime MAGA ordinasse a truppe di terra usamericane di entrare in Iran, c’è poco dubbio che i 93 milioni di iraniani difenderanno la loro civiltà di 5.000 anni, una resistenza storica che i governanti usamericani sottovalutano. Per quanto riguarda l’intervento militare nelle città usamericane, gli abitanti di Los Angeles, Chicago, Minneapolis e altre città hanno mostrato come la solidarietà di classe operaia possa sorprendere i signori della guerra di Washington. Difficilmente si può immaginare la furia popolare se il regime MAGA tentasse di reintrodurre la coscrizione obbligatoria, l’odiata leva. I giovani in Germania stanno attualmente protestando contro i piani simili dell’imperialismo tedesco. Ci sono già prove che il Pentagono abbia registrato perdite ben oltre i sette soldati ufficialmente riconosciuti morti in combattimento. Il fatto che il principale ospedale militare usamericano a Landstuhl, in Germania, abbia già cancellato l’assistenza sanitaria per il parto (Military Times, 5 marzo) mostra che il Pentagono prevede perdite molto più pesanti. Organizzazioni di veterani antiguerra, come Veterans For Peace e altre, hanno contattato i soldati in servizio attivo offrendo supporto per gli obiettori di coscienza. Un leader del Center on Conscience and War ha dichiarato che i loro telefoni squillano senza sosta dall’inizio della guerra usraeliana contro l’Iran. Un annuncio di qualche mese fa da parte di sei democratici del Congresso secondo cui le truppe hanno il dovere di disobbedire agli ordini illegali si è già diffuso tra i ranghi dei soldati. Qualunque sia la motivazione di questi rappresentanti eletti, tutti veterani dell’esercito o della CIA, nessuno può rimettere quel genio nella bottiglia. I guerrafondai del MAGA potrebbero scoprire che la loro aggressione contro l’Iran non ha fatto che accelerare il declino dell’imperialismo Usa. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte originale: Workers.org. Tradotto da Fausto Giudice di Tlaxcala. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARCO REVELLI: > Un movimento oceanico -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’attacco all’Iran scatena dissenso nelle forze armate Usa. E ora? proviene da Comune-info.
March 14, 2026
Comune-info
Quando finirà la guerra
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- «Non sono rimasti obiettivi da colpire. La guerra finirà presto. Ma finirà nel momento in cui lo deciderò io». In poche parole, Donald Trump ha riassunto una certa idea del potere. Non quella della responsabilità politica tra Stati, né quella della diplomazia che cerca di limitare la violenza, ma una concezione quasi proprietaria della guerra: qualcosa che può continuare o fermarsi secondo la volontà di chi la conduce. Se si leggono i rapporti degli analisti internazionali su ciò che sta accadendo oggi in Medio Oriente, questa frase suona ancora più inquietante. Perché mentre i leader parlano di obiettivi, strategie e deterrenza, la realtà della guerra appare molto diversa: è fatta soprattutto di civili che perdono le loro case, le loro città, la loro vita quotidiana. Un recente rapporto dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) descrive con precisione questa realtà. In Iran milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case. In Libano intere comunità del sud stanno abbandonando i villaggi sotto i bombardamenti. A Gaza due milioni di persone continuano a vivere in una condizione di distruzione e assedio che sembra non avere fine. La guerra viene spesso raccontata come una partita tra potenze: Stati Uniti, Israele, Iran. Ma se si guarda alle sue conseguenze concrete, la guerra colpisce le popolazioni, aggrava le condizioni di vita per un tempo indefinito, semina morte e distruzione. Nel Libano meridionale, l’offensiva contro Hezbollah sta producendo uno svuotamento progressivo del territorio. All’inizio a fuggire sono state soprattutto le comunità sciite, dove si presume siano presenti infrastrutture militari. Ma con il passare dei giorni anche villaggi cristiani e sunniti stanno lasciando le loro case. L’idea di creare una “zona di sicurezza” lungo il confine rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso: lo sradicamento di intere popolazioni civili. Un’altra dimensione riguarda le infrastrutture. Depositi di petrolio colpiti, impianti energetici danneggiati, sistemi di desalinizzazione distrutti. Non sono soltanto obiettivi strategici. Sono strutture che permettono alle persone di vivere: bere acqua, respirare aria non contaminata, mantenere una vita quotidiana minima. Quando vengono colpite, la guerra non distrugge soltanto il presente. Distrugge le condizioni stesse della vita civile. C’è poi un effetto meno visibile ma altrettanto grave: quello sulla sicurezza alimentare. Il Medio Oriente dipende fortemente dalle importazioni di cibo e dalle rotte commerciali che attraversano lo Stretto di Hormuz. Se queste rotte si interrompono, i prezzi dei fertilizzanti e dei prodotti agricoli aumentano rapidamente. La guerra regionale diventa così un problema globale. Eppure, leggendo molte analisi geopolitiche, colpisce spesso il linguaggio utilizzato. La violenza appare come una dinamica quasi automatica: escalation, reazioni, ritorsioni. Le responsabilità politiche si dissolvono in formule impersonali. Ma le guerre non sono processi naturali. Sono decisioni. Colpiscono uomini, donne, bambini inermi. Nei racconti dei media scompaiono gli esseri umani. Per questo la frase di Trump non è solo una provocazione retorica. È la rivelazione di una logica più profonda: l’idea che la guerra sia uno strumento di potere, qualcosa che può essere prolungato o concluso secondo la volontà politica di pochi, ne suo caso è lui che lo deciderà. Si può ammettere una tale risposta? Non importa se la guerra continua a produrre ciò che produce sempre: città svuotate, famiglie in fuga, infrastrutture distrutte, paure che resteranno a lungo anche quando le armi taceranno. Forse dovremmo allora ricordare le parole di Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri (Nottetempo): «Nessun “noi” dovrebbe essere dato per scontato quando si guarda il dolore degli altri». Perché è proprio quando quel “noi” diventa assoluto che la guerra smette di vedere esseri umani e comincia a vedere soltanto obiettivi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEA MELANDRI: > La guerra ha un genere -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando finirà la guerra proviene da Comune-info.
March 14, 2026
Comune-info
Gaza: un ecocidio
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Emad El Byed su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Da quasi due anni e mezzo, la Striscia di Gaza vive un inferno. I numeri sono devastanti: più di 72.000 morti di cui 21.289 bambini uccisi e 44.500 feriti. Dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 sarebbero state uccise 618 persone e ferite 1.663. Ma Gaza non è solo un luogo di vittime. È un territorio dove la vita, l’ambiente e il futuro stesso sono stati attaccati. La distruzione non colpisce solo case e strade, ma il cibo, l’acqua, l’aria pulita, le scuole e la memoria collettiva. Siamo di fronte a una strategia deliberata che colpisce il futuro stesso. Gli esperti parlano di ecocidio: una devastazione che compromette la sopravvivenza delle popolazioni attraverso tre livelli brutali. Il primo: cibo e agricoltura. A Gaza, quasi un terzo delle serre e centinaia di siti agricoli sono stati rasi al suolo. In Iran, il collasso economico e gli attacchi alle infrastrutture energetiche stanno rendendo i beni di prima necessità inaccessibili, trasformando la fame in un’arma di pressione politica. Il secondo: inabitabilità e sete. Mentre a Gaza macerie, amianto e liquami distruggono l’acqua potabile, in Iran gli attacchi ai desalinizzatori e alle infrastrutture idriche condannano intere regioni alla sete. Senza acqua e senza energia, un territorio smette di essere una casa e diventa una trappola. Sapere e speranza: scuole, università, archivi e biblioteche vengono colpiti ovunque. La violenza non distrugge solo i corpi, ma spegne le infrastrutture cognitive di una società, scoraggiando chi cercava di fare del bene e chi voleva costruire un mondo migliore. Il costo umano e morale è enorme. Questa “strategia della terra bruciata” sta diventando un modello accettato. Che cosa sarebbe altrimenti il silenzio dei governi, dei maggiori media? Il silenzio, l’indecisione o la neutralità politica hanno conseguenze concrete sulle vite delle persone. Solo la Spagna ha avuto una posizione netta e visibile. Eppure, chi guida oggi le istituzioni avrebbe la responsabilità di prendere posizione, sostenere il diritto internazionale e proteggere non solo i civili, ma le basi stesse della loro vita futura. Riconoscere l’ecocidio come crimine internazionale significa dare un nome a ciò che è inaccettabile: rendere inabitabile una terra e privare intere generazioni di un domani. Anche quando le armi taceranno, il danno rimarrà. La distruzione di Gaza e non riguarda solo il presente: riguarda il diritto di chiunque a un futuro possibile. La responsabilità di chi ha il potere di agire non può più restare in silenzio. La guerra in Iran è un altro capitolo che si è aperto. Eppure c’è chi dice di non avere elementi per prendere posizione… Per questo, dicono tanti e tante, non dobbiamo tacere anche quando ci sembra che le nostre parole servano a poco. A Gaza sono stati distrutti campi, frutteti, serre. Perfino i luoghi dove si conservavano i semi. Come se si volesse cancellare non solo il presente, ma anche la possibilità della vita futura. Allora proviamo a diventare noi, quei semi. Piccoli, forse invisibili, apparentemente insignificanti. Ma capaci di custodire la possibilità di qualcosa che ancora non si vede. Per questo vale la pena tentare. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI NAOMI KLEIN: > Abbiamo bisogno di un esodo dal sionismo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Gaza: un ecocidio proviene da Comune-info.
March 12, 2026
Comune-info
Un movimento oceanico
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Quanto è accaduto  la mattina del 28 febbraio, con l’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran, da una parte conferma la nostra peggiore diagnosi, da tempo maturata, sul carattere criminale dell’apparato di potere che governa l’Occidente: un grumo di umanità perversa, preda della propria patologica volontà di potenza e dominato dal mito della forza come unico strumento per regolare i rapporti politici interni e internazionali. Gente disponibile a qualsiasi atrocità, fino al genocidio, per perseguire i propri obiettivi di dominio. Su questo avevamo le idee chiare, da quando siamo entrati appunto nell’epoca della guerra infinita al confine dell’Europa e dello sterminio sistematico a Gaza. Ma il 28 febbraio ha segnato per molti versi un’ulteriore svolta, un salto di qualità e di quantità, introducendoci in un universo dichiaratamente distopico: assolutizzando la dimensione nichilista – nel senso dell’annichilimento, della predisposizione alla nullificazione di tutto ciò che resta di umano – presente finora in sospensione, come orizzonte possibile, ma da ora precipitato in realtà in atto. In immagini, che scorrono sugli schermi televisivi, e non sono fiction, a testimonianza dell’inedita mancanza di limiti degli psicopatici al potere, non più contenuti da nulla di tutto ciò che finora aveva tentato di costruire un qualche schermo protettivo a garanzia della sopravvivenza del genere umano: quella cosa che si chiama Civiltà. Questa aggressione è spudorata, perché non può giustificarsi in nessun modo né con un’aggressione subita, né con una minaccia reale in atto (l’argomento dell’atomica iraniana è una balla a cui nessuno può credere, l’argomento della ferocia della dittatura di Teheran non è ammissibile da parte di chi si è appena macchiato del crimine di genocidio, e continua a perpetrarlo): è una pura esibizione, da parte di chi ha (o crede di averne) la forza, di poter fare tutto ciò che vuole per il solo e semplice fatto di avere i mezzi di distruzione che glielo permettono. Si presenta nella sua assoluta nudità, senza nemmeno uno straccio di giustificazione, senza neppure avvertire il bisogno di coprire la propria impudenza con un velo di ipocrisia, con l’ostentazione compiaciuta del capobranco primordiale, che fa tutto quello che i suoi muscoli gli permettono di fare, secondo la logica primigenia dell’ordalia. Ma anche, dobbiamo aggiungere, senza nemmeno una traccia di preoccupazione che ciò che fanno possa mettere a rischio la loro stressa sopravvivenza: l’aver scelto di destabilizzare alle radici un’area cruciale del pianeta con esiti imprevedibili  ma sicuramente tali da portare delle minacce gravissime all’intera umanità – l’ aver appiccato il fuoco a una polveriera di dimensioni globali con totale indifferenza verso i possibili esiti catastrofici, come ha perfettamente denunciato il  leader spagnolo Pedro Sanchez – la dice lunga sul grado estremo della loro irresponsabilità. E anche, possiamo aggiungere, della loro disperazione, nella consapevolezza che le contraddizioni mortali in cui il sistema da loro costruito nell’ultimo trentennio all’insegna del paradigma ultra-liberista non sono più controllabili con mezzi convenzionali: mostrano per l’intero Occidente e in primo luogo per la potenza imperiale che lo guida, un irreversibile declino da cui – così s’illudono – solo la guerra può salvarli o definitivamente seppellirli all’insegna del barbarico grido “muoia Sansone con tutti i filistei”. Tutto ciò significa che ognuno di noi, oggi, è chiamato in causa. E minacciato direttamente fin nella più intima individualità. Perché nella loro marcia dissennata verso l’abisso, entreranno brutalmente nelle nostre vite, le renderanno più difficili dal punto di vista materiale (inflazione crescente, energia carente, servizi tagliati, diseguaglianze alle stelle), e più asservite da quello come dire? “morale”, rendendo sempre più difficile il dissenso, l’informazione libera, l’opinione non allineata, il pensiero ribelle. Non facciamoci illusioni, non si fermeranno di fronte a nulla, Costituzioni, diritti individuali, libertà tradizionalmente conclamate. Spacceranno per verità le menzogne, e per menzogna le verità, già lo vediamo all’opera questo meccanismo leggendo i giornali mainstream e guardando i telegiornali. Renderanno condizione normale lo stato d’eccezione, come accade appunto quando lo spirito della guerra occupa in modo totalitario una società. Non è una prospettiva futura, è già in parte pratica quotidiana a cui, con una sistematica “ginnastica d’obbedienza”, per dirla con De André, ci stanno già assuefacendo. Purtroppo non ci sono rimedi credibili a questa malattia mortale che ci minaccia, nel repertorio degli strumenti consueti della politica: non nelle Cancellerie degli Stati, negli estenuati parlamenti, nei discorsi e nelle prese di posizione di partiti sempre più disertati e spesso disertori rispetto alle proprie storie, ma nemmeno nelle Agenzie internazionali, le Nazioni Unite derise dai belligeranti, l’Unione Europea irriconoscibile a se stessa nella sua metamorfosi regressiva, le stesse potenze ostili o presunte ostili agli aggressori (Cina, Russia), che se per sciagura entrassero in campo per contrastarli, non farebbero che aggiungere distruzione a distruzione, pericolo a pericolo per l’incapacità degli Stati a emanciparsi dall’idea della forza militare come ultima istanza. Se un’”entità” ci può salvare, non può che essere qualcosa di straordinario. Qualcosa mai visto prima. Un movimento di insubordinazione dal basso, un’insorgenza universale e trasversale dei popoli, che sappia mettersi in mezzo tra questi poteri criminali e i corpi dell’umanità, i nostri corpi, le nostre possibilità di sopravvivenza. Un gigantesco movimento di opposizione e di rivolta senz’armi (perché disperatamente “contro le armi”). Noi nei nostri dibattiti continuiamo a dire che occorre mettere in campo un movimento di massa. E facciamo anche molte cose in questa direzione: organizziamo cortei e presidi, flash mob e sit-in, iniziative d’ogni tipo in un’infinità di luoghi, e non è mica sbagliato. Anzi è giusto e sacrosanto. Ma, dobbiamo dircelo, non è sufficiente. Un “movimento di massa”, nel senso in cui l’abbiamo inteso finora, non basta più. Non è all’altezza della sfida – estrema – che ci incalza. Occorrerebbe un “movimento oceanico” (non trovo un termine diverso per esprimere il concetto). Cosa intendo col termine oceanico? Intendo qualcosa di molto simile a quello che è accaduto in alcuni momenti anche recenti, pensiamo al 22 settembre, pensiamo ai primi giorni di ottobre quando le piazze e le strade si sono riempite non solo di una folla in cammino, cortei e presidi, ma di una marea di persone, molte delle quali nuove alle manifestazioni di piazza, che hanno reso quelle folle strabordanti. Non c’erano strade, non c’erano piazze che potessero contenere quella marea che straripava da ogni parte e cancellava tutte le distinzioni tra i partecipanti e anche tra i luoghi in cui si manifestava. Ecco: c’è bisogno di un movimento di questo tipo, che circondi e sommerga le casematte del potere, che faccia sentire accerchiati i luoghi da cui si illudono di comandare e le figure che quei poteri incarnano; circondati da una umanità che dal basso pretende di essere ascoltata e dice no, che dice fermatevi! La nuda vita che in quanto tale, in difesa della propria sopravvivenza, prende la parola e si fa soggetto costituente. Questo è ciò che intendo per “movimento oceanico”: un’onda di piena che sommerga ogni espressione di quel potere gravido di morte facendone sentire ogni interprete, in qualunque comparto del “sistema” si trovi (politico istituzionale, mediatico, economico, militare scolastico), assediato ed estraneo ai propri stessi popoli. Fenomeni di questo tipo non si costruiscono nelle sedi d’organizzazione, e nemmeno nei nostri dibattiti (per interessanti che siano), nei nostri discorsi (sia pur ispirati), nei nostri convegni (anche quelli meglio frequentati). Continuiamo a ripetere che dobbiamo “costruire” un movimento di massa e un movimento di massa può effettivamente “essere costruito”, certo. Lo facciamo costantemente convocando cortei, assemblee, manifestazioni, scioperi più o meno di nicchia, insomma contribuendo alla mobilitazione di massa in determinate occasioni meglio se attraverso la tessitura di reti ampie di realtà organizzate. Ma un “movimento oceanico” è un’altra cosa. Non “viene costruito”, ma si dà, quando si forma per accumulazioni successive e spesso sotterranee un’ondata anomala, e questo accade per una serie di variabili, di linee e anche di momenti che nessuno è in grado, da solo o anche in rete con altri, di costruire. Avviene perché a un certo punto il sentimento collettivo comune trasversale è tale che fa sì che le persone non possano più stare chiuse in casa. Questo è successo per Gaza, anche se ci sono voluti due anni perché maturasse questa consapevolezza: che ciò che accade è talmente atroce che per mantenere il rispetto di me, non posso stare inerte, non posso stare alla finestra. Deve crearsi una situazione di questo tipo: una condizione di contesto in cui una miriade di molecole individuali maturano contemporaneamente un sentimento comune che impone loro la necessità di fondersi in un noi capace di interpretare quella necessità impellente, e tradurla in dimensione pubblica. Poi, naturalmente, è necessario un detonatore, un innesco, che faccia precipitare quell’entità gassosa in forma solida (in corpi che manifestano insieme in uno spazio riappropriato). Per le manifestazioni di settembre e di ottobre l’innesco è stata la Flotilla. Un fenomeno, credo, da cui dobbiamo imparare tanto. Cosa è stata la Flotilla? Decine e decine di barche di tutti i paesi, con a bordo delle persone che mettevano in gioco la propria pelle, la propria esistenza, i propri corpi. Donne e uomini disarmati, radicalmente e programmaticamente disarmati, che andavano ad affrontare l’esercito più feroce del mondo – perché l’esercito di Israele questo è, una macchina assassina – portando alimenti e medicine, le componenti elementari della vita nuda. Che veleggiassero così, con questo spirito e con queste modalità, verso la linea di impatto, ha generato quella miscela, quel miracolo, che poi è si è materializzato nelle piazze. Pensiamo alle parole del portuale di Genova, che rappresentava l’idealtipo del mondo del lavoro e delle sue virtù, e che dalla banchina del porto (un altro simbolo forte dell’internazionalismo storico) dice: “Se toccate qualcuno della Flotilla blocchiamo tutto!”. Quelle parole semplici, che però toccano ognuno e sono comprensibili, anch’esse hanno contribuito a innescare quel fenomeno dirompente che si è manifestato nelle piazze. Un movimento oceanico si va costruendo esattamente così: in modo lenticolare, crescendo prima sotto traccia, su sé stesso, e richiede a un certo punto qualcosa (e qualcuno) che grazie a una qualche forma di intelligenza istintiva, di creatività o di intuizione, faccia la cosa giusta che funzioni da scintilla. Gli uomini del potere lo sanno benissimo (sono orrendamente cinici ma non necessariamente stupidi, hanno studiato le proteste assai di più dei loro stessi protagonisti). E infatti si sono mossi, per sigillare tutti gli spazi di possibile aggregazione, per neutralizzare tutte le figure di possibile riferimento, per diffamare tutte le ragioni delle proteste, e stendere intorno a loro un cordone sanitario. Torino da questo punto di vista è esemplare: la persecuzione dell’Imam di San Salvario, la brutale chiusura dell’Aska, l’occupazione militare di interi rioni, nella cornice di un’ossessiva enfatizzazione mediatica del tema della sicurezza, sono i tasselli di un  progetto organico di normalizzazione forzata che ha nel ministero dell’interno la propria cabina di regia e nel ministro Piantedosi il proprio regista. In questo contesto, quello che noi possiamo fare – noi forze di opposizione, forze antagonistiche, noi che non vogliamo arrenderci a una deriva in sé letale – è preparare le precondizioni, affinché quella scintilla scoppi. Disseminare informazione, legami, aggregazioni, presidi, conferenze, lavoro nelle scuole e così via, perché questa folla oceanica possa avere dentro di sé gli elementi di conoscenza necessari, in condizioni di oscuramento e asservimento dell’informazione. E poi quello che dobbiamo fare è evitare gli errori. Evitare le cose che danneggiano, anzi sabotano invece l’aggregazione di questa miscela e la sua trasformazione in movimento di piazza. Tutto ciò che l’ostacola con i settarismi, con le pretese di egemonismo, con l’arroganza d’avanguardia. E con la pratica della violenza. La carta vincente della Flotilla – l’ho detto – è stata la sua pratica, anche in situazioni estreme, di una rigorosa non-violenza. Questo ha scatenato dal punto di vista anche emotivo l’identificazione. Mentre basta poco, un gesto fuori luogo, un gruppo d’incappucciati, un po’ di vetrine in frantumi, un’aggressione o anche solo un comportamento inutilmente aggressivo per spezzare la magia dello “stato di folla” e ricacciare i più nel proprio solitario privato. Da questo punto di vista la giornata torinese del 31 gennaio è stata esemplare. Per tutte le prime ore, tante, di quel pomeriggio di primavera precoce la folla sterminata, 50.000 persone si è detto, che si è presa pacificamente le vie e le piazze della città in opposizione allo sgombero di Askatasuna, si è avvicinata molto al concetto di “movimento oceanico”, per il senso di tranquilla forza che comunicava, per la sua trasversalità sia generazionale (c’erano tutte le classi d’età, dagli adolescenti ai ritornanti degli anni Sessanta e Settanta) che sociale e politica, dai centro sociali ai sindacati di base, alle organizzazioni della sinistra storica e meno storica, tutti uniti dall’unica volontà di difendere il diritto al dissenso e all’opposizione antagonistica. Non tutti identificati con tutta la storia di Aska e con le sue posizioni politiche, ma tutti determinati a difendere quella scintilla di ribellione che avevano interpretato. Una straordinaria vittoria di tutti, che seppelliva sotto la propria onda, ridicolizzandoli, i tentativi di instaurare in città un clima da caserma. Vittoria che è stata sciaguratamente ribaltata in quelle due ore di violenza che hanno caratterizzato l’ultima parte della giornata, e che hanno tradito sentimenti e intenzioni della grande maggioranza dei manifestanti, lasciandoli disperdere con un senso di sconfitta che non sarà facile ricuperare in futuro. Il passaggio dall’oceano al pantano dietro casa il passo è stato istantaneo. Sarebbe bene che tutti ci riflettessero. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Volerelaluna.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un movimento oceanico proviene da Comune-info.
March 12, 2026
Comune-info
L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli
RAÚL ZIBECHI HA SCRITTO UN ALTRO ARTICOLO SULLA PROTESTA CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DEI FIUMI IN BRASILE, SEGNALATA SU COMUNE IL 24 FEBBRAIO. NON SOLO PERCHÉ, IN UN TEMPO DI ANGOSCE, SI TRATTA DI UNA STRAORDINARIA VITTORIA DAL BASSO CONTRO UNA DELLE PIÙ GRANDI MULTINAZIONALI DEL MONDO, LA CARGILL, E CONTRO UN GOVERNO PROGRESSISTA COME QUELLO DI LULA, MA PERCHÉ, COME ALTRE VITTORIE DELLE COMUNITÀ INDIGENE E NERE VENGONO IGNORATE O SOTTOVALUTATE. DEL RESTO È STATA PRIMA DI TUTTO UNA LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO, MA OGGI, SCRIVE ZIBECHI, LA TENSIONE ANTICAPITALISTA SI È RIFUGIATA NEI POPOLI DEL COLORE DELLA TERRA, NEI CONTADINI E NELLE PERIFERIE URBANE, COLORO CHE FANON DEFINIVA “I DANNATI DELLA TERRA”. INOLTRE, L’AZIONE DIRETTA DI QUELLE COMUNITÀ È STATA GUIDATA DA GIOVANI, CON UNA PARTECIPAZIONE FORTE DELLE DONNE: NONOSTANTE LE NEGAZIONI, LA SINISTRA È DIVENTATA OVUNQUE PATRIARCALE E ISTITUZIONALIZZATA. INFINE, È EVIDENTE CHE ANCHE MOLTI DI COLORO CHE PARLANO CONTINUAMENTE DI PENSIERO CRITICO FANNO ANCORA FATICA A GUARDARE OLTRE LO STATO, E NON SANNO RICONOSCERE CHI È CAPACE DI CAMBIARE IN PROFONDITÀ LE RELAZIONI SOCIALI Foto: @Tukuma_pataxo per APIB / Articulação dos Povos Indígenas do Brasil -------------------------------------------------------------------------------- Mi ha sempre colpito il fatto che qualsiasi sciopero dei lavoratori, da quelli che chiedono salari più alti a quelli che cercano di impedire una serrata, domini i titoli dei media progressisti e di sinistra, e a volte persino dei media mainstream, mentre le vittorie delle comunità indigene e nere vengono ignorate. Qualcosa di simile è accaduto di recente in Brasile, con l’impressionante mobilitazione di quattordici comunità lungo le rive del fiume Tapajós. Sono riuscite a impedire la privatizzazione di tre importanti fiumi amazzonici (il Tocantins, il Madeira e il Tapajós), dove erano previsti dragaggi e la costruzione di porti e terminal merci per trasformarli in corsi d’acqua. È stata una vittoria contro una delle più grandi multinazionali del mondo, la Cargill, e contro un governo progressista come quello di Lula da Silva. Dopo un accampamento durato un mese davanti al terminal della multinazionale, e dopo che erano state indette manifestazioni in tutte le principali città a sostegno delle comunità, il governo ha ritirato il decreto che autorizzava i lavori. A sostegno della popolazione, si sono mobilitati piccoli gruppi di solidarietà, ambientalisti, libertari, donne e giovani anticapitalisti e una vasta gamma di collettivi locali sparsi in tutto il paese, scarsamente coordinati e operanti al di fuori delle principali burocrazie sindacali, dei partiti politici e dei movimenti sociali più ampi. Vorrei offrire alcune riflessioni preliminari per spiegare sia l’assenza del sindacato centrale e del movimento dei lavoratori senza terra, sia la scarsa attenzione data a questa straordinaria lotta dai media di sinistra. Il primo punto è che si è trattato di una lotta contro il capitalismo, in prima linea, dove il sistema avanza con maggiore forza. La lotta contro il capitalismo non gode di grande sostegno al momento, forse perché la sinistra e i movimenti a essa affiliati cercano solo una posizione comoda all’interno del sistema, avendo abbandonato ogni desiderio di trascenderlo. In altre parole, la tensione anticapitalista si è rifugiata nei popoli del colore della terra, nei contadini e nelle periferie urbane, coloro che Fanon definiva “i dannati della terra”. Non sono ambientalisti in senso stretto, ma piuttosto lottano per la vita contro la morte, per evitare di scomparire come popoli inghiottiti dal progresso. Il secondo punto è che si tratta di popoli non bianchi, non urbani, non istituzionalizzati, non protetti da grandi burocrazie. Questo rivela la natura coloniale e razzista di quasi tutti i movimenti di sinistra e dei “grandi” movimenti. Alcuni hanno offerto solo una semplice nota di sostegno, quando sfamare e sostenere 600 persone per 33 giorni avrebbe richiesto un ampio movimento di solidarietà. Sono state le comunità stesse a sostenersi in quel periodo, utilizzando tutte le risorse necessarie per un accampamento di grandi dimensioni, lontano dalle loro case. Non dovrebbe sorprendere che la sinistra sia razzista, ma è esasperante che parli con eloquenza contro la destra e poi non riesca a mobilitare le sue enormi risorse per sostenere le lotte che cercano davvero di frenare il capitalismo. Una terza questione è legata all’azione diretta, guidata dai giovani, con una partecipazione particolarmente forte delle donne. Nonostante le loro negazioni, la sinistra è diventata profondamente patriarcale e istituzionalizzata. Idolatra leader come Lula e non trova modelli di riferimento tra la gente, perché quest’ultima è guidata dalla comunità e avversa all’individualismo, sebbene a volte alcuni imitino la leadership del sistema e cerchino di riprodurla. Il capitalismo è proprio questo: ha articolato razzismo e patriarcato per cinque secoli. Ciò che è doloroso è che così tante persone siano ingannate da questi esponenti della sinistra, da questi movimenti e da questi intellettuali che si sono integrati nel sistema ma mantengono un discorso “critico”. Si definiscono femministe e difensori del dissenso, ma lo fanno per rafforzare il dominio. Dovremmo concludere con un riferimento al pensiero critico. È così addomesticato che non riesce a guardare oltre lo Stato, dando priorità agli interessi nazionali rispetto all’oppressione di classe, colore della pelle e genere. È diventato parte del sistema, che lo usa per domare le lotte e reprimere la resistenza. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli proviene da Comune-info.
March 10, 2026
Comune-info
Giù le armi, Leonardo
QUELLO DEL 27 MARZO, PRESSO IL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA, È UN ATTO CHE INTERROGA NON SOLO UN GIUDICE, MA LA POLITICA ISTITUZIONALE, L’INTERA CLASSE INDUSTRIALE, ANCHE I LAVORATORI DELLA LEONARDO SPA, MULTINAZIONALE CONTROLLATA DALLA STATO ITALIANO NOTA PER LE SUE ARMI UTILIZZATE, TRA L’ALTRO, NEL GENOCIDIO A GAZA -------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Mentre la guerra, con l’unilaterale attacco all’Iran da parte di Israele e Usa in totale violazione del diritto internazionale, fa un drammatico salto di qualità, diventando dimensione pervasiva delle nostre vite e della nostra società, un piccolo ma importante granello di sabbia prova a incepparne gli ingranaggi. Si terrà il prossimo 27 marzo, presso il Tribunale civile di Roma, la prima udienza relativa all’atto di citazione notificato a Leonardo spa e allo Stato italiano da una cittadina palestinese, che nei bombardamenti contro Gaza ha perso tutta la propria famiglia, e dalle associazioni A Buon Diritto, Acli, Arci, AssoPace-Palestina, Attac Italia, Pax Christi e Un Ponte Per. Leonardo spa è un’azienda controllata dallo Stato italiano, che detiene il 30,2% delle azioni, mentre tra i soci privati figurano gli onnipresenti grandi fondi finanziari come Blackrock e Vanguard. Si tratta di una multinazionale con oltre 60mila dipendenti che operano in Italia (60%), in Gran Bretagna (15%), negli Stati Uniti (13%), in Polonia (5%), mentre il restante 7% opera nel resto del mondo (fra cui Israele). Con questo atto – un inedito che potrebbe costituire un importante precedente – si chiede che vengano dichiarati nulli i contratti stipulati da Leonardo Spa e sue controllate con lo Stato di Israele, relativamente alla vendita e alla fornitura di armi all’IDF, le forze armate dello Stato d’Israele. Israele, da decenni, è responsabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani, non solo a Gaza dove quanto compiuto è stato qualificato come genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia, ma in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme. Secondo quanto denunciato dalle associazioni ricorrenti, la vendita e la fornitura di armi a Israele da parte di Leonardo è in contrasto: con l’articolo 11 della Costituzione, perché Israele sistematicamente usa la guerra come strumento di oppressione nei confronti di un popolo – quello palestinese – e come strumento di risoluzione delle controversie internazionali; con la legge n. 185 del 1990, nella parte in cui vieta la vendita “a paesi le cui politiche sono in contrasto con i principi dell’articolo 11 della Costituzione” e “a paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali sui diritti umani, accertate dagli organi competenti delle Nazioni Unite”; con il Trattato sul Commercio delle Armi dell’ONU (ATT); con quanto previsto nei Codici Etici e negli strumenti di due diligence della stessa Leonardo. Mentre la guerra imperversa e i listini di borsa delle industrie degli armamenti salgono alle stelle, questo atto, portato avanti da una semplice dottoressa palestinese e da alcune associazioni della società civile, può apparire velleitario. Ma è un atto che interroga non solo un giudice che darà le pertinenti risposte, ma un’intera classe politica, che oggi non solo collabora alle violazioni del diritto internazionale, bensì vuole cambiare la legge 185/90 sul commercio delle armi, e un’intera classe industriale che, nonostante le oceaniche piazze per Gaza dello scorso autunno, continua a riconoscersi nelle agghiaccianti parole di Roberto Cingolani, scienziato e Ceo di Leonardo spa, quando dice: “Il mercato risponde bene quando ci sono più di sessanta conflitti nel mondo. Noi abbiamo fatto del nostro meglio per cogliere le opportunità”. “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire” è una famosa frase di Albert Einstein, scienziato di ben altra levatura, non solo per gerarchia di meriti scientifici, ma per il suo profondo ancoraggio a quel “restiamo umani”, che accomuna quanti nelle piazze odierne combattono i re e le loro guerre. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su sito di Attac Italia e su il manifesto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Giù le armi, Leonardo proviene da Comune-info.
March 9, 2026
Comune-info
Dare il voto alle auto?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Daniel Reche da Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- “La tua auto voterebbe per noi”. Così, alla vigilia delle elezioni in Baden Wurttemberg, il partito nazista Afd (perché poi “neo”?) della Repubblica Federale Tedesca ha trasformato le automobili in elettori e i cittadini in delegati dei rispettivi veicoli (in Italia dobbiamo quindi aspettarci che le nostre auto votino sì al Referendum…). Il problema è che l’industria dell’auto è in difficoltà in quasi tutto il mondo: consuma, sia quella termica che quella elettrica, troppo spazio, risorse, energia, tempo e salute. E in Germania più che altrove, perché è stato ed è ancora il settore fondamentale del suo sviluppo e ha puntato troppo sulla permanenza della propulsione termica che le politiche climatiche hanno messo ovunque in discussione. La guerra all’Iran e il blocco dello stretto di Hormuz non faranno che aggravarla. L’Afd ne dà la colpa al governo tedesco e alle politiche ambientali dell’Unione Europea (peraltro in via di smantellamento), anche se sia l’UE che molti Stati membri hanno già imboccato il “piano B”: sostituire all’industria dell’auto come settore portante quella delle armi. Sono supportati in questa scelta dalla moltiplicazione delle guerre innescata da quella in Ucraina, dal montare dello spirito bellicista che le alimenta e ne è alimentato, ma soprattutto dalla incapacità generale di concepire delle alternative. Invece è proprio alle alternative che bisognerebbe pensare. E non da ora. Perché per l’auto privata c’è poco futuro. L’auto, con la sua tecnologia prima fordista e poi toyotista, ma soprattutto con la sua fame di spazi, tempo e risorse, ha dato la sua impronta al ventesimo secolo: con la brutalizzazione del paesaggio e lo smembramento delle città, invadendo il campo e sostituendosi al trasporto pubblico per farle posto, a partire dalla Germania, anche prima che a questo provvedessero i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Poi con l’individualismo che, proprio a partire dalla strada, non ha fatto che alimentare familismo, ostentazione, competitività, aggressività e possesso (cioè proprietà: ieri indispensabile per avere un’auto a disposizione; oggi del tutto superflua). Le classi popolari, principali vittime di questi processi, li hanno subiti e condivisi senza rendersi conto della direzione in cui le spingevano. I loro rappresentanti, invece di metterle in guardia, li hanno favoriti scambiando la motorizzazione di massa, con tutte le sue implicazioni, per un processo di democratizzazione. La politica, e con essa le organizzazioni “di sinistra” che si proponevano di cambiare il mondo in direzione di una maggiore giustizia sono rimaste impigliate e imprigionate nella cultura dell’auto, facendosene promotrici (come oggi sono rimaste vittime della cultura della rete e dei social senza nemmeno rendersene conto, ma ben consapevoli di quanto sia difficile sottrarvisi o contrastarla). Eppure, l’alternativa all’auto privata c’era e c’è: nel trasporto pubblico, ieri come oggi e poi in quello flessibile e condiviso da almeno due decenni, nei veicoli autonomi domani, nella città dei 15 minuti, in un turismo di fruizione e godimento e non di mero consumo dei luoghi. A condizione di adottare – in questo campo come in tutti gli altri – un approccio alle questioni della vita quotidiana che privilegi la condivisione rispetto al possesso, la solidarietà rispetto alla competizione, la sobrietà rispetto all’ostentazione, la partecipazione rispetto al dominio, la quiete della conflittualità quotidiana rispetto alla tempesta della guerra. Non è mai troppo tardi, anche se a farsi carico di porre il freno al dominio dell’auto sta ormai provvedendo (senza dirlo, anzi fingendo di fare il contrario) il potere in carica oggi, quello dei residui governi democratici, tutti impegnati ad aprire la strada alle forze che nella militarizzazione tanto dell’industria che della vita quotidiana si trovano e si troveranno sempre di più a loro agio. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dare il voto alle auto? proviene da Comune-info.
March 8, 2026
Comune-info
Sicurezza e monopolio della forza
-------------------------------------------------------------------------------- pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Negli ultimi anni la sicurezza in Italia è stata trasformata in dispositivo centrale di governo. Non si tratta semplicemente di un incremento della repressione, ma di una saldatura strutturale tra campagna propagandistica martellante, produzione normativa e ristrutturazione dell’uso della forza. La retorica precede la legge; la legge consolida la retorica. La costruzione mediatica dell’emergenza produce un campo simbolico nel quale alcune figure sociali vengono stabilmente collocate nella categoria del rischio: migranti, spacciatori, marginali urbani, manifestanti. Questa selezione non è casuale. La criminologia critica e gli studi sul controllo sociale hanno mostrato come la sicurezza contemporanea tenda a concentrarsi sulla gestione preventiva delle cosiddette “nuove classi pericolose”, ossia segmenti vulnerabili della popolazione. L’insicurezza non è soltanto una condizione da affrontare, ma una categoria da governare politicamente (Palidda 2000; 2021). La propaganda sicuritaria opera per accumulo: casi isolati vengono generalizzati, la cronaca viene narrativizzata come prova di un degrado strutturale, il conflitto sociale viene tradotto in minaccia all’ordine. In questo quadro, la figura del “nemico interno” diventa funzionale alla semplificazione politica. La costruzione del nemico non è un eccesso discorsivo: è il presupposto per l’anticipazione della coercizione. Questa produzione simbolica trova una traduzione diretta nei decreti sicurezza. L’estensione del porto d’armi fuori servizio agli agenti di pubblica sicurezza, con il superamento dell’obbligo di dimostrare il “bisogno” previsto dal TULPS, introduce una presunzione legale di autotutela. L’arma privata, anche più occultabile, diventa componente permanente della funzione. Non è un dettaglio tecnico: è un ampliamento strutturale della disponibilità della forza. La funzione non è più confinata allo spazio-tempo del servizio; si diffonde nello spazio civile. Parallelamente, la cosiddetta “difesa rafforzata” – pur formalmente generalizzata – produce un segnale politico chiaro: l’uso della forza da parte di chi rappresenta lo Stato deve essere circondato da una protezione anticipata rispetto al controllo giudiziario ordinario. Non occorre un’immunità esplicita per generare uno slittamento culturale. È sufficiente affermare, reiteratamente, che chi indossa una divisa merita una presunzione di liceità più forte. In questo modo l’eccezione viene normalizzata attraverso micro-modifiche legislative e macro-legittimazioni mediatiche. Il nesso tra narrazione e architettura legislativa è diretto. La campagna propagandistica sulla necessità di “proteggere chi ci protegge” prepara il terreno a interventi che attenuano il controllo esterno sull’uso della forza. Non è un riflesso emotivo, ma un disegno coerente. La funzione di polizia, come mostrano gli studi sulla sua genealogia e sulla sua configurazione contemporanea, è intrinsecamente politica: traduce in pratica operativa le priorità dell’ordine politico (Campesi 2024; Di Giorgio 2024). Se la priorità diventa la neutralizzazione preventiva del conflitto, la configurazione giuridica della funzione si adegua. In questo quadro, la retorica della “mela marcia” non è solo empiricamente fragile: è funzionale. Trasformare l’abuso in deviazione individuale consente di isolare il caso, di personalizzare la colpa e di preservare intatto l’assetto istituzionale. È ciò che è avvenuto anche a Rogoredo. Dopo settimane di narrazione assolutoria e di difesa preventiva della divisa, l’arresto dell’agente ha prodotto una rapida torsione discorsiva: da eroe perseguitato a mostro isolato. Prima si protegge l’istituzione blindando la legittima difesa; poi, quando l’evidenza giudiziaria diventa insostenibile, si sacrifica l’individuo per salvare il corpo. Le ricostruzioni sulle relazioni tra politica, sindacati di polizia e apparati investigativi mostrano come questa dinamica non sia occasionale ma strutturale (Preve 2014). Analogamente, le ricerche sulle interazioni quotidiane tra forze dell’ordine e soggetti marginalizzati evidenziano che pratiche discriminatorie e uso sproporzionato della forza non emergono nel vuoto, ma dentro routine operative sedimentate e culture organizzative che tendono a legittimarle (Scalia 2021). Rogoredo diventa così un paradigma: non perché dimostri la colpevolezza di un singolo, ma perché rende visibile il doppio movimento sistemico tra presunzione politica di liceità e successiva individualizzazione della colpa. In entrambi i casi resta fuori campo la domanda sulle condizioni che rendono possibili certe condotte e sulla debolezza strutturale dei controlli interni ed esterni. La produzione istituzionale dell’impunità non si manifesta necessariamente attraverso immunità formali. Può operare attraverso la rarefazione dei controlli, la mancanza di statistiche trasparenti sugli operatori incriminati, la debolezza dei meccanismi disciplinari, le promozioni nonostante condanne definitive. Le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo su Genova 2001, sulle morti in custodia e sui maltrattamenti in caserma hanno sottolineato non solo la violenza in sé ma l’inadeguatezza delle inchieste e la carenza di strumenti efficaci contro la tortura. In questa prospettiva, la critica che invita ad “abolire la sicurezza” come parola d’ordine politica non mira a negare i bisogni di protezione, ma a smontare l’uso della sicurezza come categoria totalizzante che legittima l’estensione della coercizione (Collettivo Anti-security 2023). L’insicurezza moderna è innanzitutto insicurezza sociale, ossia perdita di protezioni collettive legate a lavoro, welfare e cittadinanza. La sicurezza reale coincide con la ricostruzione di garanzie sociali, non con l’espansione della forza (Castel 2004). La questione assume una portata costituzionale se riletta alla luce della definizione weberiana dello Stato come detentore del monopolio legittimo dell’uso della forza. In un ordinamento costituzionale, la legittimità di quel monopolio non deriva dalla mera titolarità della coercizione, ma dalla sua regolazione giuridica e dalla sua sottoposizione a controllo. Il monopolio è una delega condizionata.Quando si interviene per ampliare la disponibilità della forza senza rafforzare in modo simmetrico i meccanismi di responsabilità effettiva, si altera l’equilibrio interno del monopolio stesso. Rogoredo rende visibile questo punto di tensione: la narrazione politica della legittima difesa ha preceduto l’accertamento giudiziario, tentando di collocare l’evento dentro una presunzione di liceità già data. Solo l’esistenza di un controllo investigativo indipendente ha impedito che la narrazione si consolidasse come verità istituzionale. Il monopolio della forza non è semplicemente un dato tecnico dell’organizzazione statuale. È il risultato di una lunga storia in cui la polizia si è configurata come strumento di governo dell’ordine sociale prima ancora che come garanzia dei diritti. Nella tradizione continentale, la funzione di polizia nasce per disciplinare, classificare, normalizzare, non per emancipare. In questa genealogia, la forza non è un residuo patologico, ma una risorsa strutturale del potere. Per questo la sua legittimità non può mai essere data per presupposta. Non basta affermare che la coercizione è “sottoposta alla legge”: occorre interrogare continuamente chi produce quella legge, quali rapporti sociali protegge, quali conflitti neutralizza e quali soggetti colpisce in modo selettivo. Quando propaganda sicuritaria, ampliamento normativo della discrezionalità coercitiva e attenuazione dei controlli convergono, il monopolio della forza smette di essere presentato come problema democratico e torna a essere ciò che storicamente è stato: uno strumento di stabilizzazione dei rapporti di potere esistenti. In questa prospettiva, casi come Rogoredo non sono anomalie che incrinano un sistema altrimenti sano. Sono momenti di verità che rendono visibile la struttura. E la domanda non è soltanto se la forza sia stata esercitata illegittimamente, ma quale modello di ordine politico stia prendendo forma quando la coercizione viene continuamente espansa e culturalmente giustificata. Se la sicurezza diventa il principio supremo, la democrazia diventa subordinata. E quando la forza si emancipa dal conflitto sociale per trasformarsi in sua gestione preventiva, non è solo lo Stato di diritto a essere in gioco: è la qualità stessa del patto costituzionale. -------------------------------------------------------------------------------- Bibliografia Campesi, Giuseppe, Che cos’è la polizia?, Derive Approdi, 2024 Castel, Robert L’insicurezza sociale. Einaudi, 2004 Collettivo Anti-security 2023 Abolire la sicurezza, Ombre Corte 2023 Di Giorgio, Michele Il braccio armato del potere Saggi nottetempo 2024 Fabini Giulia, Gargiulo Enrico, Tuzza Simone (a cura di), Polizia. Un vocabolario dell’ordine Mondadori Univ. 2023 Fassin, Didier La forza dell’ordine, Feltrinelli 2013 Gargiulo, Enrico, “Ordine pubblico, regole private. Rappresentazioni della folla e prescrizioni comportamentali nei manuali dei Reparti mobili”, in Etnografia e Ricerca Qualitativa, 3/2015 Palidda Salvatore Polizia postmoderna, Feltrinelli 2000 Palidda, Salvatore Polizie, sicurezza e insicurezze Meltemi 2021 Preve Marco Il partito della polizia, Chiarelettere 2014 Scalia Vincenzo Incontri troppo ravvicinati? Manifesto libri 2022 Weber, Max, La politica come professione, 1919 (in Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, 2004) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sicurezza e monopolio della forza proviene da Comune-info.
March 8, 2026
Comune-info
Vince il movimento dell’acqua
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Con tenacia, analisi giuridiche, impegno, lotta, conflitto, proposta, ricerca al dialogo i movimenti campani per l’acqua pubblica, lottando sui territori sin dal 2024, hanno ottenuto venerdì il ritiro della delibera che prevedeva la privatizzazione della grande adduzione delle risorse idriche in Campania. La Giunta regionale con delibera del 6 marzo 2026 ha infatti “formulato indirizzo per il ritiro, in autotutela, della Procedura… per la selezione del socio privato operativo di minoranza del costituendo soggetto gestore del Servizio di gestione del Sistema Acquedottistico della Grande Adduzione Primaria di Interesse Regionale, nella forma della Società per Azioni a partecipazione mista pubblico/privata “GRIC S.p.A.”. La delibera prevede anche che “… l’avvio di un’istruttoria tecnico-finanziaria finalizzata alla ridefinizione del modello gestionale del Sistema GAPIR, che tenga conto e valorizzi il prevalente interesse pubblico della gestione del bene essenziale acqua…”. È dunque ancora un atto di indirizzo, e al di là delle dichiarazione del presidente della giunta di venerdì, al netto del successo politico, si tratta di un percorso tutto da creare. Un percorso che va costruito con l’istituzione immediata di un tavolo tecnico che coinvolga anche i movimenti, e che abbia quale obbiettivo chiaro e trasparente l’istituzione di un soggetto di diritto pubblico, al quale affidare la gestione della grande adduzione delle risorse idriche, nel quale sia previsto da subito l’istituzione di un Osservatorio civico permanente. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La giunta di Napoli in cattive acque -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Vince il movimento dell’acqua proviene da Comune-info.
March 8, 2026
Comune-info