Le donne e la lezione iraniana

Comune-info - Monday, January 12, 2026

Alla fine degli anni Settanta, le donne furono decisive nella lotta contro lo Scià. La rivoluzione prometteva libertà, ma la neonata Repubblica Islamica costruì rapidamente un ordine fondato sul controllo dei loro corpi. Tuttavia il movimento femminile iraniano non si è fermato: lo slogan “Donna, Vita, Libertà” è frutto di quel movimento che oggi esprime una consapevolezza importante che non riguarda solo l’Iran: nei momenti di crisi, le donne sono il motore dei complessi e contraddittori processi di cambiamento ma quando questi cominciano a prendere forma sono le prime a essere sacrificate. Di certo oggi in Iran, accanto alle figure più note, esiste una moltitudine di donne in lotta: è questa dimensione diffusa a rendere il movimento capace di agire alla radice dei problemi ma allo stesso tempo è ciò che lo espone al rischio di essere cavalcato e raccontato da altri

C’è una costante nella storia contemporanea dell’Iran che attraversa le generazioni e che oggi torna a interrogare il mondo: nei momenti di crisi, le donne sono il motore del cambiamento; quando però il cambiamento prende forma, sono le prime a essere sacrificate. Non è una deriva accidentale, ma una dinamica politica deliberata che oggi molte iraniane temono possa ripetersi.

Alla fine degli anni Settanta, le donne furono decisive nella lotta contro lo Scià. La rivoluzione prometteva libertà, ma la neonata Repubblica Islamica costruì rapidamente un ordine fondato sul controllo dei loro corpi. L’obbligo del velo viene reintrodotto e magistrate come Shirin Ebadi, giudice stimata, vennero estromesse perché una donna non poteva giudicare un uomo. La rivoluzione si era compiuta, ma i diritti delle donne non erano più una priorità. Da allora il movimento femminile iraniano non si è mai fermato. Le donne hanno continuato a sfidare il sistema dall’interno, pagando spesso con la prigione, la censura, l’isolamento. In questo periodo si colloca l’attivismo di Narges Mohammadi, che ha denunciato la repressione e la tortura, trasformando l’esperienza del carcere in testimonianza politica.

Con l’uccisione di Mahsa Amini, nel settembre 2022, qualcosa si spezza in modo irreversibile. Il corpo di una giovane donna arrestata per un hijab “indossato male” diventa il punto di non ritorno. Il rifiuto dell’obbligo del velo non è più un gesto simbolico, ma una contestazione dell’intero impianto patriarcale dello Stato. Lo slogan “Donna, Vita, Libertà” esprime una consapevolezza nuova: senza libertà per le donne non esiste una vita degna, e senza vita degna non esiste una società giusta. Le donne guidano le proteste, si espongono in prima persona, trasformano la disobbedienza quotidiana in atto politico.

Accanto alle figure più note esiste però una moltitudine di donne senza nome pubblico: è questa dimensione diffusa a rendere il movimento radicale e, allo stesso tempo, esposto al rischio di essere raccontato e deciso da altri. La forza sta nella coralità.

Oggi la preoccupazione più profonda non riguarda soltanto la repressione, ma ciò che potrebbe venire dopo. Molte donne iraniane temono che i loro diritti vengano ancora una volta considerati negoziabili o rinviabili. Alcune attiviste iraniane costrette all’anonimato mettono in guardia (in un articolo pubblicato da La Stampa l’11 gennaio 2026) proprio da questo rischio. Una di loro osserva che le donne hanno tenuto aperta la frattura nel sistema per anni, ma che ora, proprio mentre si immagina un “dopo”, quella centralità rischia di scomparire dal discorso pubblico. Non è una sensazione vaga, ma un copione già visto.

Questa lezione, però, non si ferma ai confini di Teheran. Parla di un modello di potere che sta riemergendo con forza anche in Occidente: un potere che disprezza il diritto, riduce le istituzioni a un palcoscenico per l’ego del leader e considera i diritti civili come concessioni revocabili o moneta di scambio. L’esempio più emblematico di questa deriva è Donald Trump. Mentre si propone oggi come il “liberatore” pronto a decidere le sorti dell’Iran, la sua storia politica racconta una verità opposta. Non può esserci credibilità nel difendere le donne iraniane quando, in patria, si è lavorato sistematicamente per mettere i diritti femminili ai margini, smantellando garanzie storiche sulla salute riproduttiva e alimentando una retorica che calpesta la dignità delle donne. Il paradosso è brutale: un leader con un passato segnato da ombre profonde nel rapporto con il genere femminile pretende di ergersi a paladino di un movimento che fa dell’autodeterminazione il suo cuore pulsante. Ma il “patriarca” che decide dall’alto, che usa i diritti come strumento di propaganda e che mette la propria morale personale al di sopra della legge, è fatto della stessa sostanza di ciò che le iraniane combattono nelle piazze.

Quando il potere assume questo volto, i diritti delle donne diventano la prima moneta di scambio in ogni trattativa. La voce delle iraniane, dunque, riguarda tutti noi: ci avverte che affidare la propria liberazione a chi ha calpestato i diritti in casa propria è un’illusione pericolosa.

Perché le donne non sono una parentesi della storia. E ogni democrazia che le tratta come tali — o che delega il loro destino al “patriarca” di turno — ha già sancito il proprio fallimento morale e politico.

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