Trasformare noi stessiMOLESTIE SESSUALI E BULLISMO SONO PROBLEMI LEGATI A SISTEMI RADICATI COME IL
CAPITALISMO E IL PATRIARCATO. LA POLITICA ISTITUZIONALE NON VUOLE INTERVENIRE,
MA ANCHE QUANDO LO VUOLE NON È IN GRADO DI FARLO PERCHÉ NON PREVEDE IL
COINVOLGIMENTO VERO DEGLI INDIVIDUI. ABBIAMO BISOGNO DI UNA POLITICA CHE SAPPIA
ANDARE ALLE RADICI. “IL MALE CONSISTE IN STRUTTURE DI OPPRESSIONE E
DISUGUAGLIANZA CHE NOI STESSI INCARNIAMO… – SCRIVE AMADOR FERNÁNDEZ-SAVATER –
SOLO ASSUMENDO IL NOSTRO COINVOLGIMENTO PER TRASFORMARE NOI STESSI E, INSIEME AD
ALTRI SOGGETTI IMPEGNATI, TRASFORMARE LE STRUTTURE CHE CAUSANO DANNO E GLI STILI
DI VITA CHE LE SOSTENGONO, POSSIAMO MODIFICARE CIÒ CHE OGGI APPARE IMMUTABILE….”
Foto di Maschile plurale
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Viviamo in una società immutabile? Ascoltando le notizie sulla politica
nazionale attuale – in particolare sui casi di molestie sessuali, bullismo e
corruzione – credo che nessuno dei problemi riportati nelle notizie abbia una
soluzione nell’attuale quadro politico. Perché?
Non solo perché si tratta di problemi strutturali, legati a sistemi radicati
come il capitalismo o il patriarcato, ma anche perché queste strutture sono
sostenute e riprodotte negli stili di vita, nei comportamenti e nelle abitudini
quotidiane delle persone. In altre parole, le strutture oggettive esistono anche
all’interno e in quanto soggettività; sono riprodotte soggettivamente. Pertanto,
non possono essere semplicemente modificate “dall’esterno”; deve esserci un
profondo cambiamento soggettivo. Ma la politica convenzionale non può, non vuole
o non sa nulla di come intervenire a quel livello.
Quando la gestione politica prende in considerazione uno di questi problemi e
vuole fare qualcosa al riguardo – cosa che non accade molto spesso – implementa,
ad esempio, come vediamo oggi, protocolli di controllo, meccanismi sanzionatori
o campagne informative.
Il problema è questo: in nessuno di questi casi sono coinvolti gli individui. Il
protocollo viene applicato indiscriminatamente, la punizione viene imposta
dall’esterno e la campagna trasmette ciò che è “moralmente corretto” senza
aprire uno spazio di dialogo. Si tratta di processi automatici, meccanismi senza
soggetto: non hanno bisogno che nessuno agisca, si preoccupi o pensi con la
propria testa. È sufficiente che le persone obbediscano, temano le conseguenze e
interiorizzino ciò che è “corretto”. Cambia qualcosa in questo modo? Nella
migliore delle ipotesi, queste misure limitano o contengono il danno. Nello
scenario più comune, lo stesso comportamento si ripresenta sotto un’altra forma.
Il molestatore impara a non lasciare traccia, il funzionario corrotto impara a
coprire meglio le proprie tracce, il sessista impara a manipolare il linguaggio
con il politicamente corretto. Il male non si trasforma: viene spostato,
nascosto o adattato alla norma. In ogni caso, è più o meno la stessa cosa.
Qualsiasi misura che non tenga conto degli individui – del loro coinvolgimento,
dei loro pensieri, del loro senso di responsabilità – è più o meno la stessa
cosa. Non affronta il comportamento fondamentale che perpetua il problema. Il
problema diventa un circolo vizioso e la situazione diventa immutabile.
Nessuno sa niente, nessuno conosce nessuno, nessuno è responsabile
Questi casi vengono sbandierati sui giornali, colpendo profondamente i partiti
politici, ma nessuno sa niente, nessuno conosce nessuno, nessuno è responsabile.
Come dicevano ridendo gli affascinanti prigionieri del film Le ali della
libertà: “Qui siamo tutti innocenti”. La politica convenzionale è una guerra di
potere. La responsabilità è fuori luogo: mostrerebbe debolezza, fornirebbe
munizioni all’avversario, cederebbe terreno. In questo campo di battaglia, ogni
parola viene letta come un’arma, ogni accettazione di responsabilità come una
sconfitta, ogni critica come un punto debole. Si tratta di difendere e attaccare
in una lotta in cui la verità non conta. Il male è sempre un problema altrui:
un’eccezione, una falla nel sistema, “qualche mela marcia”. Viene individuato,
considerato un’anomalia, relegato all’esterno. Non ci si pensa, non se ne parla,
non gli si dà un nome.
Il risultato, lungi dal silenzio, è un rumore costante: “Anche tu”, “Te l’avevo
detto”, “Questi sono casi isolati”. Le misure adottate non mirano ad affrontare
i problemi, ma a mettere a tacere lo scandalo, ripristinare la normalità e
riprendere il controllo dell’agenda. L’obiettivo non è affrontare il male, ma
esternarlo, rimuoverlo dalla scena e far sì che tutto proceda senza intoppi.
Nessun tipo di analisi critica dei problemi è possibile in questo quadro. Parole
genuine, gesti di coinvolgimento e pensieri significativi sono inefficaci, non
aggiungono potere e non aiutano a vincere la narrazione. Il male, escluso dal
pensiero, non scompare, ma ritorna nella realtà.
Una responsabilità radicale
Ci sono problemi che non possono essere “risolti”, ma possono essere
trasformati. Trasformare un problema significa affrontarlo, e per affrontarlo è
necessario assumersene la responsabilità. Significa essere coinvolti, impegnati
e responsabili.
La responsabilità richiede un approccio non strategico, non basato sulla logica
di attacco e difesa nella lotta per il potere, ma su una verità soggettiva. Una
verità che ci tocca, ci riguarda, ci commuove. I politici convenzionali vivono
in un regime in cui questa verità non può esistere: potrebbe esserci un destino
peggiore? Il filosofo Günther Anders ha proposto una forma insolita e radicale
di responsabilità, distinta dalla nozione di innocenza o colpevolezza
giudiziaria: l’appropriazione di ciò in cui si è coinvolti e invischiati, a cui
si partecipa anche se non si vuole o non si decide di farlo. Anders distingue
quindi chiaramente tra responsabilità e colpa, tra il piano etico-politico e
quello giudiziario, la cui confusione ci lascia oggi intrappolati in
un’alternativa fatale: o sono innocente (e allora non c’è più nulla a cui
pensare), o sono colpevole (e a questo pensa il sistema penale).
La responsabilità, d’altra parte, riguarda il coinvolgimento, l’intervento, la
presa di responsabilità. Non attraverso gesti vani, lacrime di coccodrillo e
altri gesti vuoti, ma attraverso azioni molto concrete: pensare, elaborare,
rispondere. In altre parole, trasformare. Questa nozione di responsabilità può
essere applicata a molti ambiti. Ad esempio: uomini che, senza essere accusati,
decidono di riflettere su cosa significhi essere un uomo e in quale tipo di
struttura siano intrappolati, anche se non lo vogliono o non l’hanno scelto, su
come questo porti alla partecipazione a privilegi e violenza, e su cosa si possa
fare al riguardo. Non si tratta di uomini che “si difendono”, che si limitano a
dichiarare la propria innocenza (non tutti gli uomini), o che cambiano
superficialmente il proprio comportamento quando si sentono rimproverati, ma
piuttosto di uomini che si pongono domande significative, riflettono e
sviluppano la propria etica delle relazioni e si danno una nuova educazione
emotiva.
Questa responsabilità è “radicale” perché va alla radice, a ciò che sostiene le
strutture che vogliamo cambiare: noi stessi, come soggetti coinvolti. In questo
atto di coinvolgimento, di assunzione di responsabilità per coloro che si
sentono toccati da qualcosa, risiede l’unica via d’uscita possibile dallo status
quo, l’inizio di una risposta diversa, sorprendente, trasformativa.
Il male non è qualcosa che accade agli altri, un’eccezione, una falla nel
sistema; consiste in strutture di oppressione e disuguaglianza che noi stessi
incarniamo: le facciamo nostre. Questo male, quindi, permea stili di vita,
relazioni e godimento, e non si trasforma automaticamente, per decreto,
protocollo, punizione o moralismo, senza la nostra attivazione come soggetti. I
meccanismi di controllo – protocollo, punizione, informazione – non toccano il
cuore di nulla; al massimo, contengono il male fino alla prossima volta.
Politica convenzionale. Solo assumendo il nostro coinvolgimento per trasformare
noi stessi e, insieme ad altri soggetti impegnati, trasformare le strutture che
causano danno e gli stili di vita che le sostengono, possiamo modificare ciò che
oggi appare immutabile. Politica radicale.
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Pubblicato su Ctxt.es con il titolo El bucle de la política española y la
responsabilidad radical
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