
Trasformare noi stessi
Comune-info - Tuesday, December 23, 2025Molestie sessuali e bullismo sono problemi legati a sistemi radicati come il capitalismo e il patriarcato. La politica istituzionale non vuole intervenire, ma anche quando lo vuole non è in grado di farlo perché non prevede il coinvolgimento vero degli individui. Abbiamo bisogno di una politica che sappia andare alle radici. “Il male consiste in strutture di oppressione e disuguaglianza che noi stessi incarniamo… – scrive Amador Fernández-Savater – Solo assumendo il nostro coinvolgimento per trasformare noi stessi e, insieme ad altri soggetti impegnati, trasformare le strutture che causano danno e gli stili di vita che le sostengono, possiamo modificare ciò che oggi appare immutabile….”
Foto di Maschile pluraleViviamo in una società immutabile? Ascoltando le notizie sulla politica nazionale attuale – in particolare sui casi di molestie sessuali, bullismo e corruzione – credo che nessuno dei problemi riportati nelle notizie abbia una soluzione nell’attuale quadro politico. Perché?
Non solo perché si tratta di problemi strutturali, legati a sistemi radicati come il capitalismo o il patriarcato, ma anche perché queste strutture sono sostenute e riprodotte negli stili di vita, nei comportamenti e nelle abitudini quotidiane delle persone. In altre parole, le strutture oggettive esistono anche all’interno e in quanto soggettività; sono riprodotte soggettivamente. Pertanto, non possono essere semplicemente modificate “dall’esterno”; deve esserci un profondo cambiamento soggettivo. Ma la politica convenzionale non può, non vuole o non sa nulla di come intervenire a quel livello.
Quando la gestione politica prende in considerazione uno di questi problemi e vuole fare qualcosa al riguardo – cosa che non accade molto spesso – implementa, ad esempio, come vediamo oggi, protocolli di controllo, meccanismi sanzionatori o campagne informative.
Il problema è questo: in nessuno di questi casi sono coinvolti gli individui. Il protocollo viene applicato indiscriminatamente, la punizione viene imposta dall’esterno e la campagna trasmette ciò che è “moralmente corretto” senza aprire uno spazio di dialogo. Si tratta di processi automatici, meccanismi senza soggetto: non hanno bisogno che nessuno agisca, si preoccupi o pensi con la propria testa. È sufficiente che le persone obbediscano, temano le conseguenze e interiorizzino ciò che è “corretto”. Cambia qualcosa in questo modo? Nella migliore delle ipotesi, queste misure limitano o contengono il danno. Nello scenario più comune, lo stesso comportamento si ripresenta sotto un’altra forma. Il molestatore impara a non lasciare traccia, il funzionario corrotto impara a coprire meglio le proprie tracce, il sessista impara a manipolare il linguaggio con il politicamente corretto. Il male non si trasforma: viene spostato, nascosto o adattato alla norma. In ogni caso, è più o meno la stessa cosa. Qualsiasi misura che non tenga conto degli individui – del loro coinvolgimento, dei loro pensieri, del loro senso di responsabilità – è più o meno la stessa cosa. Non affronta il comportamento fondamentale che perpetua il problema. Il problema diventa un circolo vizioso e la situazione diventa immutabile.
Nessuno sa niente, nessuno conosce nessuno, nessuno è responsabile
Questi casi vengono sbandierati sui giornali, colpendo profondamente i partiti politici, ma nessuno sa niente, nessuno conosce nessuno, nessuno è responsabile. Come dicevano ridendo gli affascinanti prigionieri del film Le ali della libertà: “Qui siamo tutti innocenti”. La politica convenzionale è una guerra di potere. La responsabilità è fuori luogo: mostrerebbe debolezza, fornirebbe munizioni all’avversario, cederebbe terreno. In questo campo di battaglia, ogni parola viene letta come un’arma, ogni accettazione di responsabilità come una sconfitta, ogni critica come un punto debole. Si tratta di difendere e attaccare in una lotta in cui la verità non conta. Il male è sempre un problema altrui: un’eccezione, una falla nel sistema, “qualche mela marcia”. Viene individuato, considerato un’anomalia, relegato all’esterno. Non ci si pensa, non se ne parla, non gli si dà un nome.
Il risultato, lungi dal silenzio, è un rumore costante: “Anche tu”, “Te l’avevo detto”, “Questi sono casi isolati”. Le misure adottate non mirano ad affrontare i problemi, ma a mettere a tacere lo scandalo, ripristinare la normalità e riprendere il controllo dell’agenda. L’obiettivo non è affrontare il male, ma esternarlo, rimuoverlo dalla scena e far sì che tutto proceda senza intoppi. Nessun tipo di analisi critica dei problemi è possibile in questo quadro. Parole genuine, gesti di coinvolgimento e pensieri significativi sono inefficaci, non aggiungono potere e non aiutano a vincere la narrazione. Il male, escluso dal pensiero, non scompare, ma ritorna nella realtà.
Una responsabilità radicale
Ci sono problemi che non possono essere “risolti”, ma possono essere trasformati. Trasformare un problema significa affrontarlo, e per affrontarlo è necessario assumersene la responsabilità. Significa essere coinvolti, impegnati e responsabili.
La responsabilità richiede un approccio non strategico, non basato sulla logica di attacco e difesa nella lotta per il potere, ma su una verità soggettiva. Una verità che ci tocca, ci riguarda, ci commuove. I politici convenzionali vivono in un regime in cui questa verità non può esistere: potrebbe esserci un destino peggiore? Il filosofo Günther Anders ha proposto una forma insolita e radicale di responsabilità, distinta dalla nozione di innocenza o colpevolezza giudiziaria: l’appropriazione di ciò in cui si è coinvolti e invischiati, a cui si partecipa anche se non si vuole o non si decide di farlo. Anders distingue quindi chiaramente tra responsabilità e colpa, tra il piano etico-politico e quello giudiziario, la cui confusione ci lascia oggi intrappolati in un’alternativa fatale: o sono innocente (e allora non c’è più nulla a cui pensare), o sono colpevole (e a questo pensa il sistema penale).
La responsabilità, d’altra parte, riguarda il coinvolgimento, l’intervento, la presa di responsabilità. Non attraverso gesti vani, lacrime di coccodrillo e altri gesti vuoti, ma attraverso azioni molto concrete: pensare, elaborare, rispondere. In altre parole, trasformare. Questa nozione di responsabilità può essere applicata a molti ambiti. Ad esempio: uomini che, senza essere accusati, decidono di riflettere su cosa significhi essere un uomo e in quale tipo di struttura siano intrappolati, anche se non lo vogliono o non l’hanno scelto, su come questo porti alla partecipazione a privilegi e violenza, e su cosa si possa fare al riguardo. Non si tratta di uomini che “si difendono”, che si limitano a dichiarare la propria innocenza (non tutti gli uomini), o che cambiano superficialmente il proprio comportamento quando si sentono rimproverati, ma piuttosto di uomini che si pongono domande significative, riflettono e sviluppano la propria etica delle relazioni e si danno una nuova educazione emotiva.
Questa responsabilità è “radicale” perché va alla radice, a ciò che sostiene le strutture che vogliamo cambiare: noi stessi, come soggetti coinvolti. In questo atto di coinvolgimento, di assunzione di responsabilità per coloro che si sentono toccati da qualcosa, risiede l’unica via d’uscita possibile dallo status quo, l’inizio di una risposta diversa, sorprendente, trasformativa.
Il male non è qualcosa che accade agli altri, un’eccezione, una falla nel sistema; consiste in strutture di oppressione e disuguaglianza che noi stessi incarniamo: le facciamo nostre. Questo male, quindi, permea stili di vita, relazioni e godimento, e non si trasforma automaticamente, per decreto, protocollo, punizione o moralismo, senza la nostra attivazione come soggetti. I meccanismi di controllo – protocollo, punizione, informazione – non toccano il cuore di nulla; al massimo, contengono il male fino alla prossima volta. Politica convenzionale. Solo assumendo il nostro coinvolgimento per trasformare noi stessi e, insieme ad altri soggetti impegnati, trasformare le strutture che causano danno e gli stili di vita che le sostengono, possiamo modificare ciò che oggi appare immutabile. Politica radicale.
Pubblicato su Ctxt.es con il titolo El bucle de la política española y la responsabilidad radical
L'articolo Trasformare noi stessi proviene da Comune-info.