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Trauma e vergogna
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Lo stupore ha sempre qualcosa d’infantile. Incanta, affascina, attrae, soffia nell’anima un sapore primordiale. L’origine, il sacro e il profano si mescolano. Un turbinio, un caos di emozioni, disegnano l’orizzonte delle percezioni. Il graffito è lì, è inciso, non lascia scampo. Non è su una roccia, ma su una parete umana. Il paesaggio non è quello di una grotta ma un “luogo” del corpo. Il colore, che di solito è legato alla terra, qui è sfacciatamente rosso sangue. L’epidermide è sfregiata con unghie di mastino tanto da disegnare un graffito perfetto. I pensieri si volatilizzano, fluttuano scompigliati nell’aria densa. I rumori che provengono muti da quel corpo violato, si contaminano con quelli di una piazza assordante, in parte distratta, in parte attratta fino all’incredulità, dall’abisso di quella violenza. Lo spazio del mondo circostante si fa invadente, trasgressivo. Tutti vogliono sapere cosa è successo. Troppo difficile è trasformare quella violenza cieca in qualcosa di pensabile. La paralisi prende il sopravvento. Sentimenti come impotenza, sconforto, indignazione affollano il bisbiglio che non trova asilo se non in una scomposta grammatica emotiva. Tutto è concretamente vero: i cani che lo hanno azzannato, i poliziotti che li hanno aizzati, i mastini che hanno attaccato lui e i suoi compagni inferocendosi sui genitali. L’ospedale per le gravi ferite. Infine, gli otto giorni trascorsi in una prigione con un solo pezzo di pane. “Ricevevamo una sola pagnotta di pane al giorno in modo che rimanessimo cadaveri viventi”. È il 7 agosto di una calda serata estiva: la quotidiana banale pratica del male questa sera ha il muso dei mastini d’assalto e la maschera del trauma. “La realtà è teatro di vita: un teatro senza immaginazione, senza illusione1”. La scena, sottratta all’immaginazione, non ha nulla di onirico nonostante quel graffito su pelle umana apra allo stupore. Porta invece in superficie ciò che è occulto. Ai nostri confini di terra, da anni, si consuma la tortura. Non un bosco è innocente; le mine della guerra ancora innescate su cui saltano corpi umani, le fototrappole, i droni, le telecamere, sono gli strumenti di comuni rappresaglie e push back ai danni di uomini, donne e bambini migranti. La maschera del trauma, dunque, fa sorgere in noi sentimenti di odio e di rabbia, soprattutto di indignazione. Nella declinazione delle reazioni manca la vergogna: la nostra vergogna. È stupefacente il contrasto tra noi e la pacatezza di quell’uomo assaltato dai cani, dalla spalla, ai genitali. Dov’è finito, in lui, il trauma? Perché invece si vergogna? C’è sicuramente uno scarto: lui avrebbe bisogno di essere “visto”, riconosciuto, di percepire la nostra debolezza come qualità costitutiva di una relazione empatica. Trova invece l’intrusività rapace, la curiosità invasiva, l’accalcamento scomposto per vedere quel graffito quasi fosse un’attrazione. In questo scarto fra noi e lui, sorge lo shock della vergogna. È lo shock d’essere spogliato di qualsiasi valore, di essere ridotto o trasformato in una “cosa”. Si copre il corpo che qualcun’altro gli ha scoperto per mostrarci la spalla lacerata. Lui non vorrebbe mostrare, non intende farsi curare. La vergogna rivela tutto il suo disagio d’essere colto nella propria nudità, nella propria debolezza. È una colpa che lo induce a coprirsi, quasi a sparire, come infatti avviene di lì a poco. Il disprezzo subito dai suoi aguzzini, l’umiliazione d’essere stato attaccato dai cani, lo porta a rendersi invisibile e ritrarsi dalla scena della piazza, proteggendosi dagli sguardi intrusivi. Come in un accrocco familiare, imperfetto quanto si vuole, si siede lontano da noi, in un cerchio chiuso con “viaggiatori” improvvisati, suoi connazionali che, conoscendo bene quelle violenze, sanno anche restituire un legame fatto di comprensione immediata, di sentimenti reciproci e di cura affettiva. Lui, come tutti loro, non può permettersi di cedere al trauma. Ha un mandato familiare da onorare: vivi e salva-ci. Non c’è tempo per ascoltare il dolore interiore. “Il trauma è il dolore degli impotenti” secondo Herman2. Un migrante violentato dalla rotta di terra o di mare, non può cedere ai propri sentimenti. L’intero suo villaggio ha raccolto i soldi affinché lui arrivasse in Europa e potesse, un giorno, restituire un po’ di benessere a coloro che hanno investito in lui come fosse un capitale umano. Che fine hanno fatto, dunque, le emozioni traumatiche? Si può solo supporre che esse vivano separate dalla parte orientata alla vita quotidiana, in questo caso alla sopravvivenza, o bloccate in una modalità di difesa, comunque incapsulate. La ferita più profonda che è anche la più viva, traspare da quel suo gesto elusivo che lo porta a sottrarsi alla vista comune, simile a colui che non si sente pienamente umano, che prova una sensazione di indegnità, quasi fosse, come dice la Butler “non degno di vita”3. Il corpo azzannato da quei mastini è, prima di tutto, un corpo destituito di valore in cui il cuore della violenza è l’attacco all’identità. Esso ci restituisce però, in modo potente, il nodo della nostra identità. Chi siamo noi di fronte al male? Chi siamo noi, nella “Piazza del Mondo”, a Trieste, (il luogo in cui ogni giorno alcune persone accolgono i migranti della rotta balcanica, ndr), di fronte a un essere torturato? Le reazioni emotive fanno a zuffa tra la rabbia e l’impotenza, mentre non proviamo quel sentimento basilare che è la vergogna. Nulla vogliamo conoscere dello straniero che è in noi stessi, che ci abita come terra oscura e rimossa. Il fuori è lo spazio in cui tutto ciò che turba può essere estromesso. Il disumano, il mostruoso, quella sorta di discarica che trasforma l’altro in “cosa”, non può coincidere con noi stessi. L’area semantica a cui rimanda quel graffito su pelle umana viene da fuori, è collocato altrove. La piazza, popolata dall’incredulità, può comodamente scindere l’aspetto della violenza dalla sua implicazione, e considerare la tortura una pratica che non ci riguarda poiché noi siamo altro, noi accogliamo, noi curiamo. Con Abdelmalek Sayad, autore de La doppia assenza, possiamo dire che il contatto con lo straniero, specchio di noi stessi, ci mette in relazione con le nostre parti traumatiche costringendoci a vedere qualcosa che è insopportabile, che eccede, che abita ai confini dell’identità e quindi non è appropriabile. Quello specchio che per noi è il volto del migrante, dovrebbe portarci allo svelamento di aree comuni, di aree intrapsichiche abitate sì da emozioni complesse e, proprio per questo, da esplorare. Dovrebbe farci provare quella vergogna che lui stesso sente per la nudità della sua debolezza, che poi diventa, usando Lévinas, la vergogna per “la nudità di un’esistenza incapace di nascondersi”4. Noi, però, non siamo nudi. Anzi, siamo esposti. Siamo immersi in una cultura svergognata fatta di esibizionismo, di narcisismo, di sfacciataggine, dove tutto è sovraesposto e, come diceva Baudrillard, dove non c’è “più nulla da vedere” perché tutto è già stato mostrato. Guai non essere nessuno, non apparire, non esibirsi. Quindi, con quella violenza, con quel graffito umano, noi non c’entriamo, siamo altro, innanzitutto “siamo”. In quei morsi di cane, in quell’assalto ai genitali, troviamo la morte della nostra vergogna. Lui semplicemente “non è”. È invece un corpo di dolore, una cosa da fotografare e da esporre come tutto, appunto, si espone. Lui è invisibile ai nostri occhi. Dipende, in verità, con quale occhio interno noi lo guardiamo, con quali parole lo accogliamo, con quale ascolto interiore lo sentiamo. Quale grido interno risale a noi da quell’essere torturato? Quella domanda che neppure Cristo ha saputo trattenere nella croce: perché mi viene fatto del male? con cui Simone Weil5 ci interroga nel suo scritto del 1943, è una domanda che riguarda tutti noi, privati ormai del pudore e della vergogna in quanto complici, diretti o indiretti, di una violenza che stiamo a guardare. I pensieri cadono automaticamente fuori, in un altro regime, quello del non pensato come da sempre sono le situazioni dell’emergenza, per fare di quella stessa violenza una familiare estraneità. Bisognerebbe invece passarci attraverso, lasciando che le aree psicosomatiche arcaiche si mobilitino in un corpo a corpo capace di assumere la vergogna come stigma della nostra umana disumanità. Vivere in “intimità con l’orrore”, sostare nel disumano, ritrovare la nostra ferita nello sguardo ferito dell’altro è, forse, l’unica area intermedia che avvicina le nostre sponde allo spazio dell’incontro possibile. Consentire che il perturbante irrompa con una frase, un gesto tutto da decifrare – come quello dell’uomo dal graffito umano che si copre mentre qualcuno lo s-copre – per ri-collocarlo, anziché fuori da noi, in noi, nel nostro apparato psichico simbolizzante, sarebbe un modo per riconoscere il diritto ad essere estraneo, straniero; il diritto di resistere e di mantenere un elemento inassimilabile. Questo riconcilierebbe anche noi stessi alla nostra “umanità” abitata da quella che ho definito una familiare estraneità. Solo così il trauma può insegnare a noi stessi la via della cura permettendo che la vergogna rientri nel nostro alfabeto emozionale in cui giocare il senso e lo scacco della nostra umana esistenza. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Resnik S., Sul fantastico, Bollati Boringhieri 1993, p.158 2 Herman J., Guarire dal trauma, Magi edizioni, 1992, p.51 3 Butler J., Vite precarie, 2004 4 Lèvinas E., Dell’evasione, Cronopio, Napoli, 2008, p. 32 5 Weil S., La persona e il sacro, Adelphi, Milano, 2012 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trauma e vergogna proviene da Comune-info.
September 6, 2026
Comune-info
Le tre violenze
Johan Galtung ha completato la definizione delle tre forme di violenza (diretta, strutturale e culturale) nel 1990, con la pubblicazione del saggio “Cultural Violence” sul J. Peace Research. La violenza diretta è quella ben comprensibile a tutti: uno schiaffo, un insulto, una aggressione, un furto, una violazione della propria persona. Come si reagisce positivamente ad essa? Col sangue freddo, con l’empatia, con una aggiunta creativa che svuota la tensione, ecc. In breve, tutto quello che si insegna nei trainings non violenti. Più difficile da farsi riconoscere è la violenza strutturale: un disoccupato non pensa che a Strasburgo programmano la disoccupazione in modo che gli industriali abbiano sempre mano d’opera disponibile a volontà; chi deposita i soldi in banca non pensa che essi saranno quella moneta fresca che dà luogo ad una finanza che permette di speculare per centinaia e migliaia di volte sui beni materiali di base della povera gente nel mondo; chi per trovare un impiego va a fare il militare non pensa che diventa corresponsabile di questo panorama di morte che ci circonda e che con la deterrenza nucleare minaccia il suicidio della umanità. Guai quindi a dimenticare quello che anche Shantidas ha sempre sottolineato: il peccato strutturale, rispetto al quale i peccati individuali perdono di significato (l’unico comandamento che egli ricorda è quello del “non uccidere” al fine di invitare alla conversione dalla guerra come violenza strutturale esemplare). Shantidas ha dato il suo contributo a smascherare la violenza strutturale del suo tempo quando negli anni ’50 ha denunciato i Due Blocchi che dominavano il mondo e che erano complementari l’uno all’altro (Quattro Flagelli 1959, §§1-24). Come si reagisce ad essa positivamente? Si può tentare istintivamente, ma le strutture sono solide proprio rispetto alle reazioni di questo tipo (ad es. i programmatori di Strasburgo hanno la polizia disposizione per bloccare eventi di questo tipo), Si può tentare affettivamente, parlando con la massima empatia ad un responsabile; ma al massimo si convertirebbe quel singolo responsabile, ma la struttura resisterebbe. Occorre costruire una analisi della situazione in termini chiari e precisi: questo è il gradino con cui si difendono le strutture; la gente normale non è capace di costruire una analisi sociale adeguata alla situazione; una struttura spadroneggia proprio perché in genere la gente non si mette al livello della istituzione. In conclusione occorre una risposta che oltre che alla propria umanità faccia appello anche alla propria intelligenza con una riflessione che sia adeguata alla situazione; altrimenti si batte il martello là dove non c’è il chiodo. Infine c’è la violenza culturale che è ancora più sottile e meno riconoscibile, ma non meno disastrosa delle altre due. Qui anche Galtung, secondo il mio modesto parare, non è stato chiaro, quando l’ha definita come il sostegno che la cultura dà alla violenza strutturale. Sicuramente c’è questa violenza: ad es. la violenza della propaganda dei consumi, la quale sostiene il capitalismo commerciale; o la violenza scolastica rispetto al sistema di potere esistente (se non altro perché non lo fa conoscere come sistema di potere). Ma c’è di più: la violenza culturale autonoma, che pretende di non avere alternative. Ad esempio la violenza ideologica della Chiesa che dichiarava eretico chiunque leggeva il Vangelo in volgare (vedi i valdesi), o la violenza della moneta che fa valutare qualsiasi cosa con il suo costo. E’ questa violenza che le Nouvelles de l’Arche stanno sottolineando quando dedicano un numero al razzismo o al patriarcato: violenze che sono nell’aria che respiriamo e che per scoprirle e possibilmente evitarle dobbiamo fissarci l’attenzione. Oggi soprattutto c’è la violenza della scienza, che si impone alla mente come strada inevitabile della umanità; e la violenza della tecnologia che pervade il nostro mondo umano come avanzamento irreversibile. Su questo tipo di violenza Lanza del Vasto ha dato un grande contributo quando ha denunciato la violenza massima del nostro tempo; quello della Scienza e della Tecnica. Al suo tempo questa violenza culturale si scaricava solo sull’esterno della persona umana (radio, TV, automobile, ecc.); oggi essa si presenta nella sua massima potenza: l’Intelligenza artificiale, capace di rivoltare la civiltà umana come un calzino (fino a far sognare il transumanesimo o a far temere il dominio di una gerarchia di robot). Essa dimezzerà le disponibilità del mercato del lavoro, sconvolgerà il sistema educativo scolastico, creerà un Servizio segreto mille volte più potente di quello degli 007, riempirà con armi nuove tutti i vuoti di armi intermedie tra un coltello e una bomba atomica, creerà un campo di battaglia del tutto artificiale dove si scontrano robot e sofisticate pianificazioni strategiche. Oggi chiunque ha in mano uno smartphone, fin da bambino è legato alla IA. Secondo il testo di Apocalisse 13, la saggezza sta nel saperle chiamare per nome, prima di tutto la Scienza. E Shantidas sa trovare il nome: è la ricerca dell’infinito; non quello dei rapporti umani, ma quello sul piano animale delle infinite cose da godere, delle infinite strutture sociali da partecipare, delle infinite potenzialità dell’intelligenza umana (e artificiale) da scoprire. La chiave della liberazione è il “ritorno all’evidenza” della natura umana nella sua semplicità e nei suoi rapporti diretti. In conclusione, la risposta alla violenza diretta è la creatività nei rapporti umani, la risposta alla violenza strutturale richiede l’intelligenza della situazione; la risposta alla violenza culturale richiede l’essere nel mondo ma non essere del mondo, cioè una conversione alla propria anima e la lotta contro ogni assolutismo e ogni progresso irreversibile, proprio come fecero Gandhi e Shantidas nei rispettivi tempi. Antonino Drago
August 23, 2026
Pressenza
Cosa devono ancora fare le donne per restare a vive?
Il 13 luglio nelle Marche il femminicidio di Luigia Fortunato uccisa a coltellate dall’ex compagno. Questo femminicidio rimane uno spartiacque perché non viene riconosciuta la matrice dell’uccisione della donna tramutato in omicidio. Le dichiarazioni della ministra Roccella segnano un cambio di passo. “Cioè che caratterizza la fattispecie del femminicidio è la risposta affermativa a una domanda: a parità di situazione e di condizioni un uomo sarebbe stato ucciso?” In merito alla fattispecie di reato di femminicidio interviene la presidenza del centro antiviolenza di Ancona sulle dichiarazioni della ministra Roccella e del giudice che non ha riconosciuto il femminicidio. Le dichiarazioni del centro antiviolenza di Ancona: “Non dobbiamo però far passare il messaggio che se non c’è denuncia non ci sarà mai il femminicidio.” La legale della famiglia: “Grave vittimizzarla ancora” Luigia Fortunato non aveva attivato nessun percorso e l’ex compagno nessuna denuncia in merito a maltrattamenti eppure è stata uccisa. Uccisa da una decina di coltellate. Lei aveva interrotto la relazione con lui. Dovremo presupporre che Luigia Fortunato se la sia andata a cercare perché non ha svolto esattamente ciò che da sempre dicono alle donne? Nel femminicidio di Luigia Fortunato ci sono già i presupposti di come la comunicazione sulla violenza patriarcale è cambiata si rivittimizza la donna perché non è stata brava ed efficiente nell’Inter come se fosse un compitino da svolgere per essere riconosciuta da morta tra l’altro la buona vittima. Anche da morte uccise barbaramente hanno la colpa. Arriviamo a questa maledetta settimana 4 femminicidi in 4 giorni. Ultimi casi registrati Tania Terrin: 39 anni, uccisa dall’ex compagno nella notte di Ferragosto a Campognara (Venezia). Cosenza: Un’anziana è stata assassinata con colpi di pietre nelle campagne della zona. Roma: una donna di circa 50 anni è stata accoltellata in casa davanti a uno dei figli. Daniela Florea Joanna Rouissi e Ornella Florestefano. Dei quattro femminicidi solo una donna uccisa diventa il contenuto virale. La causa che ha scaturito l’attivazione rispetto alle altre è che Tania Terrin ha fatto esattamente tutto ciò che viene richiesto ad una donna vittima di violenza ha attivato tutti i canali a disposizione. Ha allertato tutti ma niente è stato fatto. La rabbia ha pervaso tutte. Alle donne si chiede sempre di eseguire perfettamente tutto ciò che devono fare ma non è mai abbastanza mentre sappiamo che l’85% degli uomini coinvolti nel reato di violenza di genere sono recidivi. La risposta è già tutta qui un sistema che assolve gli uomini e scarica sulle donne e le responsabilità della propria vita. Abbiamo introdotto leggi e inasprito le pene dettato ciò che si deve fare in maniera dettagliata. Abbiamo avuto braccialetti elettronici che non funzionano perché non hanno la copertura di rete vedi il femminicidio nelle Marche di Concetta Marruocco anche lei ha denunciato era stato in protezione in una casa di accoglienza per qualche mese e con il processo in corso nonostante le decine di denunce non è riuscita a restare viva, nonostante le operatrici antiviolenza avessero più volte avvisato le forze dell’ordine dell’alta pericolosità del soggetto. Il braccialetto elettronico ha dato l’allarme quando l’ex compagno era pochi metri da lei non lasciandole scampo. Il braccialetto elettronico funzionava ad intermittenza non è mai stato dato ascolto nonostante le segnalazioni. Cosa devono ancora fare le donne per restare a vive? Cosa ancora le dovete chiedere per essere ascoltate quali altri compiti le dovete addossare per poter vivere in pace e soprattutto vive? Non serve assolutamente a nulla dire che sono aumentate le denunce perché hanno capito cosa devono fare. Questa è rivittimizzazione le donne da sempre hanno denunciato la violenza dentro e fuori casa, sui luoghi di lavoro ovunque è solo da qualche decennio che abbiamo cambiato la comunicazione dandogli il nome giuridico. Non è responsabile la donna ma il sistema che protegge il potere maschile rimanendo integro come da sempre non è stato neanche minimamente spartito né intaccato. Riflessioni di Marte dalla sua pagina instagram https://www.instagram.com/marte_manca/ Share Post Share L'articolo Cosa devono ancora fare le donne per restare a vive? proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Tornare. Dopo quello che ho fatto
Il nostro Agosto procede con questo racconto dal sapore faulkneriano; è cadenzato da sette starnuti stranianti, ma non più stranianti di un paese… L'articolo Tornare. Dopo quello che ho fatto sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
August 17, 2026
L'INDISCRETO
BULGARIA: TORTURATI RICHIEDENTI ASILO NEL CENTRO DI DETENZIONE DI PASTROGOR. LA DENUNCIA DEL COLLETTIVO ROTTE BALCANICHE
“Violenze normalizzate” dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Lo testimoniano compagne e compagni del Collettivo Rotte Balcaniche presenti in Bulgaria il 26 luglio, quando è scoppiata una rivolta nel lager per migranti di Pastrogor, nei pressi della frontiera turco-greco-bulgara. “Dopo settimane di mobilitazione delle persone in movimento contro la privazione della loro libertà (…) le telecamere di sorveglianza sono state spente e i detenuti sono stati picchiati e torturati”, scrive il Collettivo in un comunicato diffuso in italiano, inglese, greco e bulgaro. Attiviste e attivisti erano in presidio davanti al centro e hanno raccolto le testimonianze dirette dei pochi detenuti che ancora possiedono uno smartphone: “le persone hanno iniziato a scandire slogan come Libertà, Hurriya e Open camp! Open camp!, riunendosi gioiosamente, mentre all’esterno del centro di detenzione il Collettivo Rotte Balcaniche portava un saluto solidale. Contemporaneamente, alcune persone hanno tentato di evadere”. Poco dopo è arrivato il durissimo intervento della polizia che “con il volto coperto da passamontagna ha picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente atto di rappresaglia”. Ancora più grave la presenza di minori, che non dovrebbero trovarsi in un centro chiuso. Prima della dura repressione della polizia, i richiedenti asilo erano mobilitati da settimane. Protestavano “collettivamente contro la loro detenzione. Molti di loro hanno partecipato a uno sciopero della fame, rifiutando il cibo immangiabile fornito dall’Agenzia statale per i rifugiati. Alcuni hanno organizzato diverse contestazioni”. Si tratta di un esempio di come un centro per migranti, aperto nel 2012 come centro di accoglienza e poi diventato un centro chiuso per richiedenti asilo, stia diventando un esperimento delle nuove leggi contenute nel Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Abbiamo approfondito la vicenda con Lotti e Cami del Collettivo Rotte Balcaniche, che il 26 luglio erano presenti in presidio fuori dal campo di Pastrogor. Ascolta o scarica Il comunicato stampa inviato in redazione dal Collettivo Rotte Balcaniche.  Una rivolta delle persone in movimento detenute in base al nuovo Patto europeo è stata brutalmente repressa dalla polizia bulgara. Nel centro di detenzione di Pastrogor, dopo settimane di mobilitazione delle persone in movimento contro la privazione della loro libertà, la repressione della polizia è ulteriormente aumentata domenica 26 luglio: le telecamere di sorveglianza sono state spente e i detenuti sono stati picchiati e torturati. Questo attacco rappresenta l’ennesimo esempio della violenza di Stato alle frontiere europee, che sta raggiungendo livelli senza precedenti dall’avvio, nel mese di giugno, dell’implementazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Per settimane, i detenuti di Pastrogor, a pochi chilometri dal confine con la Turchia, si sono mobilitati collettivamente per protestare contro la loro detenzione. Molti di loro hanno partecipato a uno sciopero della fame, rifiutando il cibo immangiabile fornito dall’Agenzia statale per i rifugiati. Alcuni hanno organizzato diverse contestazioni, rifiutandosi di lasciare la mensa e chiedendo cibo aggiuntivo e di migliore qualità. In risposta, almeno una persona è stata picchiata da un poliziotto, trattenuta in commissariato e costretta a firmare una dichiarazione di impegno a non partecipare ad alcuna futura protesta. La rivendicazione centrale di questa mobilitazione non era soltanto il miglioramento delle insopportabili condizioni del campo di Pastrogor – come le infestazioni di parassiti e il caldo estremo – ma soprattutto la fine della detenzione stessa. In una lettera, molti detenuti hanno rivendicato il rilascio e il trasferimento in un centro di accoglienza aperto per richiedenti asilo. Hanno inoltre chiesto di poter accedere a informazioni legali sulle ragioni della loro detenzione e sulla sua durata, informazioni che le autorità responsabili della gestione del centro di detenzione hanno deliberatamente negato. La mobilitazione si è intensificata il 26 di luglio, quando le persone hanno iniziato a scandire slogan come “Libertà, Hurriya” e “Open camp! Open camp!”, riunendosi gioiosamente mentre all’esterno del centro di detenzione il Collettivo Rotte Balcaniche portava un saluto solidale. Contemporaneamente, alcune persone hanno tentato di evadere. Dopo questo intenso momento di protesta e solidarietà, i detenuti sono tornati nelle loro stanze. Un’ora più tardi, i rinforzi della polizia hanno fatto irruzione nell’edificio: con il volto coperto da passamontagna e dopo aver spento le telecamere, hanno picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente atto di rappresaglia. La vendetta è stata brutale: alcune persone hanno riportato decine di ematomi sul corpo dopo essere state colpite con i manganelli, subendo fratture alle mani alle gambe; altre sono state viste ricoperte di sangue; almeno una persona ha perso due denti dopo essere stata colpita con un pugno alla mascella da un poliziotto, e molto altro. Sono stati picchiati anche dei minori (che, per legge, non dovrebbero trovarsi in un centro di detenzione). Nel tentativo di nascondere le violenze commesse, la polizia ha distrutto un numero elevatissimo di telefoni, rendendo molto più difficile la comunicazione con e tra i prigionieri. Dodici persone sono state portate via dal centro, trattenute per 24 ore in una stazione di polizia, costrette a firmare dichiarazioni con cui si impegnavano a non prendere parte ad alcuna protesta in futuro e successivamente ricondotte a Pastrogor. Dopo questi fatti, una persona reclusa afferma: “Abbiamo capito che il governo vuole trattenere le persone in un centro mentre le loro domande di asilo vengono esaminate. Tuttavia, mantenere i richiedenti asilo in un centro chiuso per un periodo fino a tre mesi è ingiusto. Se lo scopo è semplicemente quello di esaminare le loro domande di asilo, dovrebbero invece essere accolti in un centro aperto, dove possano vivere in libertà mentre le loro pratiche vengono valutate. Trattenere le persone in un centro chiuso in queste circostanze è inutile e ingiusto, e questa realtà deve essere resa pubblica”. Il centro di Pastrogor è stato costruito nel 2012 come campo aperto per persone sottoposte alla procedura di richiesta di asilo. Nel dicembre 2025, per attuare il nuovo Patto europeo, le autorità bulgare hanno trasformato questo cosiddetto «centro di transito» in un centro di detenzione, un esito prefigurato dalla sua architettura carceraria e dal suo isolamento. Al suo interno viene applicata la nuova “aslyum border procedure”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. Inoltre, essa intensifica i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM. Mentre la durata delle detenzioni continua ad allungarsi, la nuova procedura di frontiera impone un termine di appena sette giorni per presentare ricorso contro il diniego della protezione. Si tratta di un ostacolo particolarmente grave, considerata l’assenza di informazioni e di assistenza legale fornite dalle autorità bulgare. La rapida attuazione del Patto ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220 alla fine di luglio. Si tratta di un’ulteriore escalation della guerra condotta dall’Unione europea e dai suoi Stati membri contro le persone in movimento. Normalizzando la detenzione su larga scala, questi centri rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali. Eppure le persone continuano a lottare e a resistere: attraversano le frontiere, scavalcano le reti, gridando “Open camp!” dietro alle sbarre dei centri di detenzione al confine tra Bulgaria e Turchia e dovunque. Siamo con loro e la nostra solidarietà è incondizionata. Le loro rivendicazioni non resteranno inascoltate. Questi muri cadranno. Collettivo Rotte Balcaniche.  
August 12, 2026
Radio Onda d`Urto
La nonviolenza e la violenza nell’era dell’AI
Quando parliamo di nonviolenza, la cultura dominante cerca di venderci una caricatura innocua: la rassegnazione, la passività, il disarmo morale. Ma Aldo Capitini, il punto di riferimento più importante della nonviolenza in Italia, non la ha mai pensata come assenza di scontro. Le sue tecniche sono strumenti d’azione diretta, istituzione di una forza altra. Non chiede il permesso di esistere La critica alla nonviolenza, quella che ha delle ragioni, si abbatte sul pacificismo dogmatico, che finisce per trasformarsi in una polizia morale interna ai movimenti, colpevolizzando l’autodifesa e consegnando i corpi degli oppressi alla violenza “legittima” dello Stato. Ma la domanda oggi non è più se difendersi, bensì come farlo dentro una trasformazione epocale delle forze in campo. Bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere la rottura delle forme storiche. Nessuna delle grandi figure della rivoluzione armata del passato è oggi riproducibile: Non la presa del Palazzo d’Inverno, figlia di una centralità statale ormai polverizzata; non la Lunga Marcia dei comunisti cinesi, che potevano costruire forme di autogoverno e società alternativa in territori liberati prima ancora di toccare il potere centrale; non la guerriglia cubana, impossibile nell’attuale maglia di controllo geopolitico. Senza contare i risultati che ebbero di trasfigurazione rivoluzionaria nel medio e lungo periodo. L’eccesso di valore all’aspetto militare è, in fondo, parte del patriarcato. Oggi vi è ancora di più il senso di inutilità strategica dell’uso della violenza. La guerra e la repressione sono gestite da intelligenze artificiali, droni, sorveglianza biometrica globale e compagnie private di scontro. La tecnologia ha rescisso il rapporto asimmetrico classico. Pensare oggi di sfidare l’apparato repressivo sul piano dello scontro fisico frontale non è sovversione: è analfabetismo strategico, o peggio, una tragica finzione teatrale. Siamo davanti all’espressione di una rabbia che, priva di un progetto politico, rischia di consumarsi nell’inutile o nello spettacolare. La violenza che emerge nelle piazze è un urlo comprensibile, il sedimento viscerale dell’ingiustizia subita. Ma la rabbia non è ancora politica. La rabbia va pensata, educata, canalizzata. È qui che si gioca il senso profondo del nostro stare insieme. Dobbiamo avere il coraggio di porci le domande essenziali, orientate da una vera etica della cura: > È più importante avere cura di chi cammina al tuo fianco, proteggere il corpo > collettivo di un corteo, o esaurire la propria spinta scagliandosi alla cieca > contro la prima linea delle forze dell’ordine? > > È più rivoluzionario cercare la salvezza e la tenuta della comunità, o > compiere il gesto eclatante che soddisfa l’estetica dell’urgenza ma lascia > dietro di sé macerie e sgomento? > > Vogliamo semplicemente affermare la nostra disperazione o intendiamo costruire > un’alternativa materiale e culturale al sistema che ci opprime? Non possiamo cedere al ricatto del pacifismo di regime, ma nemmeno alla retorica infantile della guerriglia impossibile. La vera resistenza oggi non sta nel scimmiottare le forme di un potere che ci sovrasta sul piano tecnologico, ma nel radicare una prassi della cura, nel proteggere i corpi, nell’organizzare il dissenso con la severità della ragione e la forza delle tecniche nonviolente. La rivoluzione si misura da quanta vita sa custodire e da quanta alternativa sa fondare.   Ettore Macchieraldo
August 5, 2026
Pressenza
Polizia contro polizia
Tamponamento tra due vetture a Napoli. Una volante della Polizia. L’altra una macchina di agenti in borghese. Scendono, s’ appiccecheno e se ne chiaveno tutte mazzate. (Notizia reale). Immediata si apre la crisi nel governo Meloni, con rottura teorica tra le anime della destra. Salvini: “Siamo con le divise. Questa […] L'articolo Polizia contro polizia su Contropiano.
August 2, 2026
Contropiano
La repressione raccontata a mio figlio – di Emanuele Braga
In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali uccidono civili per [...]
July 31, 2026
Effimera