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Dov’è la violenza
La ferma condanna degli episodi di violenza e saccheggio durante le grandi manifestazioni studentesche di quest’ottobre 2026, più che scontata, suona soprattutto ipocrita quando viene dai palazzi del potere politico. Con quale contorsione semantica coloro che stanno investendo sulle armi da guerra e che le forniscono ai belligeranti, possono deprecare degli episodi di violenza e devastazione che sono un semplice granello nei confronti delle montagne di morti e macerie cui hanno lautamente contribuito e continuano a contribuire? Gli slogan e i cartelli della protesta sono inequivocabili: “soldi per scuole e ospedali stop spese militari”, “non saremo la vostra carne da macello”, “disertiamo la guerra”. Gli studenti, i giovani si stanno ribellando ad un sistema che chiude loro ogni prospettiva. Si sentono nella disperazione e nell’ansia, perché di fronte e attorno a loro vedono soltanto la precarietà, nello studio e nel lavoro, ma anche nella difficoltà ad immaginarsi un futuro che non assomigli ad un incubo. Una generazione depredata dai sogni? Tranquilli, non ancora, e lo dimostra la grande partecipazione a questi cortei, la loro creatività e la voglia di ribellarsi a un sistema che taglia ogni orizzonte. Cosa c’è davanti ai loro occhi, davanti a tutti gli occhi? Il cataclisma climatico?  La guerra nucleare? La dittatura dell’intelligenza artificiale? Penso sia naturale che i giovani siano arrabbiati, che sia sano che reagiscano umanamente e che protestino con forza. Se talvolta ciò avviene anche in modo distruttivo e violento, è soprattutto il segno di una forbice delle diseguaglianze divenuta insostenibile, oltre che l’indice di quanto sia diventata importante l’emulazione sui social. Un’altra variante determinante nel contesto attuale è infatti quella dei nuovi media, i così detti social, da faceboock, a istagram, a telegram, a tik tok e via dicendo. Sono nelle mani dei miliardari dell’alta tecnologia, che li usano per farsi una caterva di soldi con la pubblicità e cedendo dati sulle preferenze degli utenti. Eppure è soprattutto dentro la gabbia dei social che interagiscono le spinte giovanili al cambiamento della società. Siamo in tempi in cui la guerra viene combattuta in modo sempre più deresponsabilizzato, guidando un drone-killer come in un videogame, o delegando il bersaglio ad un algoritmo. Come se si volesse far credere che ci sono morti ammazzati ma non ci sono assassini. Siamo in tempi in cui il genocidio palestinese viene derubricato come situazione di tensione in medio-oriente. Risuona qualcosa? Esistono tanti tipi di violenza, alcuni chiari e concreti, altri nascosti, che restano sotto la soglia della visibilità. I ricatti sul lavoro, la scarsa sicurezza, la precarietà sono forme di violenza che sembrano invisibili, ma che agiscono distruttivamente su chi le subisce. Esiste poi una violenza strutturale, esercitata dal sistema economico-finanziario e da quello politico-militare: quella che può tagliarci la strada, dividerci, che può costringerci in povertà, portarci in guerra, perché la richiesta di diritti non è più contemplata e la libertà di dissenso potrebbe presto diventare carta straccia. Ci vogliono ancora altre prove per processare il premier dello stato di Israele e gli alti vertici per genocidio? Posso porre questa domanda senza essere accusato del reato di antisemitismo? “Occhio per occhio e il mondo diventa cieco”, diceva Gandhi. La cecità della violenza cammina a braccetto con la cecità dell’indifferenza e della sudditanza. Qualcuno forse preferirebbe dei giovani assuefatti alle droghe tecnologiche, inebetiti dagli schermi, ma quelle ragazze e ragazzi che disertano le lezioni per protestare insieme dimostrano che non è così, o almeno non solo così. Gli episodi di violenza e distruzione, minoritari ma presenti tra i manifestanti e, ancor più, i saccheggi dei gruppi di giovanissimi, dovrebbero essere presi per quello che sono, ovvero un campanello d’allarme. Sono il sintomo di una profonda malattia della società, intrappolata tra un progresso senza limiti e una relazionalità ancora troppo vicina all’età della pietra. Un buon medico si darebbe da fare per alleviare i sintomi e, soprattutto, per curare la malattia. Ovvero, trasformare la società. Chissà, forse saranno loro, i primi medici scalzi, curatori della natura, curatori della società. Carlo Bellisai
October 25, 2026
Pressenza
In piazza nonostante la violenza di stato
Dobbiamo ringraziare le decine e decine di migliaia di giovani che hanno manifestato in tutto il paese, sfidando le minacce, le intimidazioni e la caccia alle streghe del governo, tutte rilanciate da un sistema mediatico sempre più indecente. Non era scontato che ci fosse una così grande mobilitazione, chi è […] L'articolo In piazza nonostante la violenza di stato su Contropiano.
October 25, 2026
Contropiano
20-25-28 NOV 2026 – In tutta Italia la settimana degli stati generali dell’autodeterminazione
In uno scenario sempre più drammatico di guerra, riarmo e fascismo che avanza, i movimenti antiscelta convocano i loro stati generali della natalità per il 25 e 26 novembre, sovrapponendosi alla giornata di lotta contro la violenza di genere e mostrando più chiaramente che mai quanto hanno paura dell’autoderminazione e della sovversione dell’ordine patriarcale messe in campo dai movimenti femministi e transfemministi. Tutta la campagna elettorale del resto si sta giocando sui corpi delle donne, delle persone trans, giovani e razzializzate. Ci chiedono più figli ma ci restituiscono lavori da fame e solitudine e ci scaricano addosso il peso di un welfare massacrato. Si fingono paladini contro la violenza ma normalizzano la violenza sessuale, cancellano i femminicidi e riproducono continuamente violenza transfobica e vittimizzazione secondaria contro tuttx noi. Odiano l’infanzia e per questo vietano l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Pensano di poter usare i nostri corpi per giustificare il razzismo istituzionale e l’odio sociale. Si accaniscono contro Ix adolescentx che si organizzano per reclamare futuro e costruiscono ad hoc la figura del maranza come nemico pubblico numero uno. Parlano di una sicurezza che non somiglia affatto a quella che ci serve e che sappiamo costruire nelle nostre reti di sorellanza. Niente di tutto questo ci stupisce né ci coglie impreparate. Odiano la vita. Chiedono più figli per la nazione. SPAZZIAMOLI VIA CON LA MAREA! QUEST’ANNO PER LA MOBILITAZIONE DEL 25N CI PRENDIAMO TUTTA LA SETTIMANA: DAL 20 AL 28, LANCIAMO GLI STATI GENERALI DELL’ AUTODETERMINAZIONE! Costruiamo insieme la mappa dell’occupazione transfemminista dello spazio pubblico. Iniziamo il 20, con il TDOR e le mobilitazioni studentesche, proseguiamo il 25 a Roma e in tutte le città con azioni territoriali diffuse ed ESONDIAMO TUTTX INSIEME IL 28, A ROMA, IN CORTEO NAZIONALE. Sulle nostre pagine troverai tutti gli aggiornamenti e info sulla mobilitazione. Se vuoi partecipare alla costruzione della settimana scrivici nelle nostre pagine nazionali e locali o partecipa alle assemblee sui territori! FACCIAMO SALIRE LA MAREA!
October 24, 2026
Non Una Di Meno
Uomini sull’orlo della violenza. Come intercettarli? 29 ottobre, webinar
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Cosa può succedere agli uomini quando perdono il lavoro o quando il lavoro diventa la loro unica dimensione esistenziale, quando una relazione affettiva, familiare, amicale entra in crisi o termina, stanno per diventare padri ma non sono ancora pronti per la paternità e la genitorialità? Perché quando accade è più probabile che agiscano violenza? Perché, prima di agire violenza, molte delle loro richieste di aiuto restano inevase? Esistono dei luoghi di prevenzione in cui essere ascoltati e in cui gli uomini in crisi possono trovare supporto e costruire nuovi modi di relazione? Di questo e altro si parlerà giovedì 29 ottobre 2026 dalle ore 18 alle ore 19, a conclusione del progetto “Prima che sia tardi – Nuovi percorsi di incontro e trasformazione del maschile”, promosso dall’associazione nazionale Maschile Plurale, in collaborazione con l’associazione Cambiamenti di Pescara, l’associazione Centro Famiglie di Catania e l’Associazione Persone comuni (editore di Comune). Dopo un anno di ricerca, prevenzione e formazione sulla violenza di genere, le associazioni promotrici del progetto – finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto NORA against GBV* cofinanziato dall’Ue – condividono i principali risultati raggiunti. L’incontro è aperto a chiunque interessato. Intervengono Massimiliano Sfregola e Pietro Reggiani (coordinatori del progetto), Caterina Peroni (ricercatrice), Gianluca Carmosino e Riccardo Troisi (redazione di Comune), Luca Battaglia (presidente dell’associazione cambiamenti) e Antonello Arculeo (presidente dell’associazione Centro Famiglie). Il webinar si terrà in modalità diretta streaming su Facebook nella pagina di Comune: www.facebook.com/Comuneinfo. -------------------------------------------------------------------------------- . Salva l’immagine e diffondi locandina e link www.facebook.com/Comuneinfo . -------------------------------------------------------------------------------- Alcuni articoli sul progetto sono leggibili qui: > Prima che sia tardi -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- *NORA against GBV Il progetto NORA against GBV (Network of Organization for Rights and Autonomy against gender-based violence) cofinanziato dall’Unione Europea e promosso da Fondazione Realizza il Cambiamento e ActionAid International Italia E.T.S. intende contribuire alla prevenzione e al contrasto della violenza maschile contro le donne in Italia attraverso il sostegno, il potenziamento e lo sviluppo delle capacità delle organizzazioni della società civile attive a livello nazionale, regionale e locale. Il progetto coinvolge cinquanta realtà attive in tutta Italia, creando così una rete del cambiamento in grado di ascoltare e rispondere ai bisogni specifici e concreti di ogni territorio e comunità. -------------------------------------------------------------------------------- Il contenuto di questa comunicazione rappresenta l’opinione degli autori che ne sono esclusivamente responsabili. Né L’Unione europea né DG JUST possono ritenersi responsabili per le informazioni che contiene né per l’uso che ne venga fatto. Analogamente non possono ritenersi responsabili ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Uomini sull’orlo della violenza. Come intercettarli? 29 ottobre, webinar proviene da Comune-info.
October 21, 2026
Comune-info
MILANO: NON UNA DI MENO SPOSTA L’ASSEMBLEA IN PIAZZA DEL DUOMO, “NON RIMARREMO IN CASA. DEFINIAMO QUAL È LA VIOLENZA”
Invece che trovarsi “tra le solite quattro mura”, Non Una di Meno di Milano ha deciso di spostare l’assemblea settimanale in Piazza del Duomo. Appuntamento oggi, mercoledì 21 ottobre, alle 19. “Ci vogliono in casa, saremo per strada“, sono le parole d’ordine che il nodo locale transfemminista utilizza per lanciare l’appuntamento in Duomo, dopo le giornate di rabbia del weekend e la militarizzazione del capoluogo lombardo. “Da giorni ci sentiamo ripetere che la violenza è sbagliata”, sottolinea Non Una di Meno, “allora definiamola, questa violenza: quella di arricchirsi sulla povertà, di ricattare chi lavora, di negare istruzione, salute, casa, lavoro”. Si legge nel comunicato di indizione dell’assemblea pubblica. Radio Onda d’Urto ha intervistato Emma, di Non Una di Meno da Milano. Ascolta o scarica.
October 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Giovani e violenza: “Altrimenti non si accorgono di noi”
“Esistiamo anche noi”. Questo è il messaggio secco, chiaro, a tutto tondo, radicalmente politico, lanciato con le loro scorribande dai protagonisti degli scontri e dei saccheggi dello scorso week-end nei centri di alcune città italiane (ma anche di quelli in corso da molti più giorni in Francia e altrove). Molti, non tutti, minorenni e persino bambini, che Salvini vorrebbe incriminare e incarcerare per “associazione a delinquere”). Molti, non tutti, indicati con una crasi che i suoi inventori (ma non sanno che cos’è) hanno istituito tra marocchino e paranza (squadra dedita a piccoli reati): in sostanza, immigrati di seconda o terza generazione, molti dei quali già italiani, accomunati dalla povertà. Un termine orribile e schifoso, ormai portato all’onore delle prime pagine dei quotidiani e dei titoli di nuovi disegni di legge. Quei ragazzi, per far sapere che “esistono anche loro”, non hanno altri mezzi. D’altronde succede un po’ a tutte le categorie (di giovani e adulti) che protestano: se non ci sono scontri o interruzioni del traffico se ne parla il meno possibile, o per niente. Lo sanno bene operai e studenti in lotta e non era per saccheggiare i negozi che sono scesi in piazza. A Milano, epicentro di questo “scandalo” nazionale, tutto è cominciato con l’indebito blocco poliziesco di un corteo e a Torino hanno devastato la libreria Feltrinelli senza portare via nemmeno un libro: non volevano rubare, volevano “spaccare”; forse non sanno nemmeno molto bene che cosa sono i libri. Sicuramente nessuno gli ha insegnato (a scuola o altrove) che a distruggere libri e librerie erano i nazisti, cioè i razzisti di un secolo fa, antesignani e numi ispiratori dei razzisti di oggi: quelli che li vogliono morti affogati, o rinchiusi nei CPR, o relegati nella miseria delle periferie, della disoccupazione, del disprezzo sociale, dell’inedia. Ma di certo quegli scontri sono stati per molti un’occasione irrinunciabile per fare quello che altri possono fare con il denaro che loro non hanno: entrare in un negozio e prendersi l’articolo desiderato. “Che fare?” ci si chiede nell’establishment e tra i suoi corifei. Tutti, senza distinzione, si scandalizzano e ingiungono di rinnegare “la violenza”: quella dei manifestanti che rompono qualche vetrina (molte), non quella a cui assistono indifferenti ogni sera davanti al teleschermo e che si svolge a chilometri di distanza; quella che non distrugge vetrine, ma vite umane (a decine di migliaia), intere città, popoli, habitat, civiltà e che non ruba scarpe, ma territori e nazioni. Ma con una differenza tra loro: gli uni propendono per la mano forte – più repressione, più carcere, più leggi liberticide (come se non ce ne fossero già abbastanza) – gli altri sono per la divisione (divide et impera): separare (ma fare in modo che lo facciano loro) i manifestanti “pacifici” da quelli violenti: due segmenti dal confine indefinito, mobile e aleatorio. Distinguere le giuste rivendicazioni dalle azioni criminali, forse rimpiangendo i “servizi d’ordine” degli anni ’70 del secolo scorso, quando le manifestazioni si facevano tutti ben inquadrati. Ma è una operazione impossibile perché tra quei due “segmenti” della popolazione giovanile non c’è né ci può essere un distacco. Agitano, in termini generali, temi comuni: il carovita (che vuol dire povertà), la casa (e molti di loro sanno bene che cosa significa abitare case invivibili, o non trovare un posto dove continuare gli studi), la sanità (chi non ha un parente che non riesce a curarsi?), ma soprattutto la guerra: non la vogliono, né qui né altrove, non vogliono farla, non vogliono essere arruolati, non vogliono che si la insegni a scuola e ovunque. Ma poi, quello che spinge gli studenti a occupare le scuole, a scendere in piazza, ad affrontare le aggressioni poliziesche, è la stessa cosa che anima i cosiddetti violenti: vogliono far sapere che “esistono anche loro”. Perché l’establishment (governo, partiti, media, direzioni didattiche, aziende) non tiene alcun conto di loro, dei loro bisogni (hanno alle costole solo l’esercito: per reclutarli… E dalla loro, per ora, solo quegli insegnanti schierati per difenderli dalle cariche), del loro presente e del loro futuro. Forse sanno meglio degli altri (“i violenti”) che cosa rivendicare (o si stanno chiarendo le idee occupando e manifestando): edifici non fatiscenti e attrezzati, più insegnanti e più aggiornati, programmi nuovi e discussi insieme, scuola aperta al territorio, al confronto con il mondo esterno, alla loro musica, alla scoperta e non alla ripetizione, a un lavoro non precario che ti aspetti, alla possibilità di discutere, a scuola e non altrove, di guerre e pace, di clima e ambiente. Non tanto per costruirsi un diverso futuro (non si fanno illusioni), ma almeno un diverso presente. Tutte cose che la parte più estrema e arrabbiata della loro generazione forse non si sogna nemmeno di chiedere, perché dalla scuola è esclusa a priori anche quando la frequenta. E certo sono in molti a vedere in quelle code violente dei loro cortei un ostacolo alla chiarezza dei loro obiettivi. Ciononostante tutto ciò fa delle ultime generazioni (Z e alfa: si ricomincia la conta da capo…) un gruppo sociale in qualche modo omogeneo: dall’Italia alla Francia, dalla Spagna agli Stati Uniti, alla Serbia, all’Albania, all’India, al Nepal, all’Indonesia, all’Argentina… “I giovani come classe” è il titolo di un saggio di sessant’anni fa scritto da due autori di ispirazione “marcusiana” che metteva in discussione l’ortodossia marxista e rappresentava, allora e forse anche oggi, una forzatura estremizzante. Fatto sta che allora come oggi a costituire il nucleo portante della rivolta e delle lotte erano e sono le nuove generazioni: studenti, ma anche operai, disoccupati, artisti, nelle università come nelle fabbriche, negli uffici, nei quartieri e nei paesi. Forse lo sono sempre state in tutte le rivolte della storia, ma oggi lo si vede di più perché i giovani sono costretti a non diventare mai adulti mentre un tempo erano costretti a diventarlo anche troppo presto. Fatto sta che ad accomunarli nella lotta c’era allora (sessant’anni fa) la percezione di un incerto futuro dominato dalla minaccia atomica, dalla guerra (in Vietnam), ma soprattutto da un futuro di soggezione agli imperativi di un’economia dominata dal profitto. Oggi a tutto ciò si è aggiunta la certezza di un collasso climatico e ambientale (già chiaramente percepito da tutti nelle calure della scorsa estate) che renderà infernali le loro vite, ormai consegnate a un pugno di “signori del mondo”. Quello che li unisce è il rifiuto della follia con cui il mondo degli adulti – quello di chi “conta” e sta in posizioni di comando, se non di vero potere –  gioca con il futuro che non vedrà e di cui poco gli importa (pensano solo a se stessi e se la prendono con l’ignavia dei giovani). Quel futuro che si fa di tutto per far dimenticare, ma forse anche per dimenticare: per dimenticarsi di figli, figlie e nipoti. Guido Viale
October 21, 2026
Pressenza