L’infinita violenza di Israele--------------------------------------------------------------------------------
Foto di shraga kopstein su Unsplash
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C’è qualcosa che non riesce a diventare abitudine, anche quando tutto sembra
spingerci verso l’assuefazione. È lo spostamento continuo del limite. Ogni volta
che si pensa di aver toccato il fondo, che non sia possibile andare oltre,
qualcosa avanza ancora. E ciò che colpisce non è solo la violenza in sé, ma la
qualità di questa violenza: dichiarata, ostentata, quasi festosa. La “Marcia
delle bandiere” a Gerusalemme (14 e 15 maggio), celebrazione dell’occupazione di
Gerusalemme Est, ne è l’immagine più vivida e recente. Migliaia di giovani che
gridano «Morte agli arabi», «Che il vostro villaggio bruci» — non ai margini,
non di nascosto, ma in strada, collettivamente, come un rito identitario.
Non si tratta di episodi devianti. Quelle parole trovano un corrispettivo
preciso nelle violenze quotidiane dei coloni in Cisgiordania, nelle case
incendiate, nei campi devastati, e nell’immensità della catastrofe umanitaria
che si consuma nella Striscia di Gaza. Ministri del governo parlano apertamente
di occupazione permanente e di espulsione: parole pronunciate senza pudore,
senza più il bisogno di mascherare ciò che fino a pochi anni fa sarebbe apparso
indicibile. È qui che si trova il nucleo più tragico di questa storia. Perché
ciò che accade non può essere separato da ciò che Israele porta dentro di sé: la
memoria dello sterminio, la persecuzione, il dolore trasmesso di generazione in
generazione. Non lo si dice per minimizzare il trauma del 7 ottobre, né per
ignorare la paura reale di una popolazione lacerata dalla storia. Lo si dice
perché il rovesciamento è tanto più straziante quanto più è riconoscibile.
Quando la memoria del trauma viene assolutizzata, rischia di generare
un’identità impermeabile alla sofferenza altrui, dove il proprio dolore diventa
uno scudo che acceca e giustifica la cancellazione dell’altro.
Nessuna sofferenza subita può legittimare la disumanizzazione di un popolo. Il
diritto internazionale esiste precisamente per questo: per impedire che il
dolore si trasformi in dominio, che la vittima si converta in carnefice. Non è
un caso che chi oggi perpetra quelle violazioni lavori sistematicamente per
erodere il quadro giuridico internazionale, perché è lì dentro che le
responsabilità attendono di essere riconosciute. Il male, oggi, non ha più
bisogno di nascondersi.
Esistono, però, voci che resistono. Giornalisti che denunciano, attivisti ebrei
e arabi che cercano di proteggere i corpi e le terre dei palestinesi, ebrei
della diaspora che contestano le politiche distruttive del governo, storici e
rabbini che ricordano che la sicurezza non può nascere dall’annientamento
dell’altro. Queste voci vanno dette, non come contrappeso consolatorio, ma
perché la loro esistenza testimonia che nulla è inevitabile, che dentro ogni
società esiste sempre una possibilità di resistenza ostinata. Il problema è che
sono voci lasciate sempre più sole, ridotte al silenzio dalla forza d’urto del
nazionalismo radicale.
Resta una domanda profonda, che interroga il futuro. A Gerusalemme, quei giovani
che marciano cantando slogan d’odio, dentro quale pedagogia sono cresciuti?
Quale immagine dell’altro hanno interiorizzato per arrivare a fare della
crudeltà un tratto identitario?
E dall’altra parte: come crescono i bambini palestinesi, tra le tende rattoppate
nel vento, la ricerca quotidiana di acqua e il rumore costante dei droni? Sono
due infanzie che si formano dentro la medesima catastrofe, su sponde opposte.
Una nell’odio che si fa cultura; l’altra nella distruzione come unico orizzonte
conosciuto. Due percorsi educativi che preparano l’orrore di domani.
Quando la sofferenza di intere popolazioni non produce più scandalo ma
assuefazione, non è solo una guerra a consumarsi. È l’erosione della capacità di
riconoscere l’altro come umano. Di fronte a questo abisso, l’indignazione da
sola non basta più: rischia di essere un’emozione passeggera, un sussulto che ci
lascia impotenti. La sfida è che quel rifiuto non si esaurisca nell’emozione del
momento, ma diventi scelta consapevole, pratica quotidiana. Il modo in cui
cresceranno questi bambini dipende anche da quanto saremo capaci di non
abituarci, restando custodi ostinati dell’umano.
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