Quale filosofia dopo Gaza? [parte I]ABBIAMO BISOGNO DI PROVARE AD APRIRE IL PENSIERO A RELAZIONI IMPENSATE TRA
PAROLE, COSE E AZIONI. DOPO GAZA E MENTRE ANCORA A GAZA C’È MASSACRO IN FORMA DI
TREGUA, DI ROVINE, DI FREDDO, DI FANGO E DI BLOCCO DEGLI AIUTI
Acquerello e inchiostro su carta ruvida: disegno (su commissione) di Gianluca
Foglia Fogliazza
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L’intento di questo scritto in due parti è aprire uno spazio di riflessione. Uno
spazio di intervento che sia al contempo analitico e di liberazione; che
oltrepassi l’adesione a un campo. Uno spazio che non si limiti alla difesa della
critica, comunque sempre necessaria, ma si costituisca come campo di possibilità
pratiche.
Urlare lo stato del mondo è urgente e importante. Da tempo si è preso atto che
non si può contrastare frontalmente la forza e la ferocia. Ma mentre si urla, la
navigazione si fa nelle tempesta del confronto tra forza e diritto, tra guerra e
politica, nel senso di una politica della vita, che è ciò che davvero è in
questione. Perché il “governo del caos e dell’automa” è comunque una forma di
diritto, cioè un modo di governare che assume la fine delle relazioni tra stati
nel dominio transnazionale. Per questo è urgente un pensiero della destituzione
e della diserzione, cioè fare un’eresia filosofico-politica. Si tratterebbe da
un lato di condurre la pratica filosofica alla diserzione, dall’altro, di
provare ad aprire il pensiero a relazioni impensate tra parole, cose e azioni.
Dopo Gaza e mentre ancora a Gaza c’è massacro in forma di tregua, di rovine, di
freddo, di fango e di blocco degli aiuti. Mentre in Cisgiordania continuano gli
assalti dei coloni ai villaggi palestinesi. Mentre, malgrado le proteste
mondiali per fermare il genocidio, prosegue il commercio di armi con Israele, la
sistematica disinformazione e la “fase 2” della “pace” di Trump decide la
ricostruzione di Gaza senza palestinesi. Mente Israele nega l’accesso a Gaza
alle Ong. Mentre l’Europa si riarma, i territori vengono militarizzati, il
dissenso silenziato e le proteste criminalizzate, la macchina mediatica con la
sua produzione di paura si riverbera su una sfera pubblica capace solo di
proporre legge e ordine. Mentre un atto di pirateria internazionale cattura il
presidente eletto del Venezuela, Maduro, e riafferma il diritto della forza e la
proprietà esclusiva di risorse energetiche, sequestrando e distruggendo il
mondo.
Dopo Gaza, quale filosofia?
Dopo Gaza e dall’interno di Gaza la filosofia è “palestinese”. Palestinese vuol
dire che la filosofia, malgrado si produca molto di filosofico che è
semplicemente evanescente, rimane segno critico, contrassegno di resistenza, non
luogo di appartenenza o univoca espressione di un’identità di classe, razza,
nazione. Al contrario, contaminandosi, diviene filosofia nomade, filosofia della
diaspora, filosofia “trans”. Una filosofia resistente all’antisemitismo e al
sionismo. Resistente alla politica mondiale.
La filosofia è anzitutto segno; è l’insieme storico, soggettivo e comune dei
segni con cui si pensa: con cui si prende posizione in parole, cose e azioni.
Pensare è “di parte”, è errare; ma è radicale nel senso di una radice nomade, di
una terra non di un territorio. Pensare è sconfinare, liberare i confini dalle
frontiere.
Come pensare se non nei termini di una filosofia storica? Una filosofia storica
è una filosofia della comune. La comune è storica, nel senso che si realizza ai
margini, al di sotto, al di sopra e attraversando gli stati nazionali e le loro
trasformazioni, e nei momenti di recrudescenza della “nazione”. La comune è
comune facoltà di pensare il campo, il modo e la pratica del corpo e del
linguaggio. Una filosofia della comune è critica della nozione universale,
dell’universalismo che ha animato il pensiero “globale”, e non può tornare
all’universale per sfuggire alla cattura. Una filosofia “può”, nel senso che
permette di pensare se non corteggia la muta pratica dell’”irrazionale” contro
gli esiti, anch’essi secolari, della ragione strumentale. Può invece curare una
sensibilità razionale o una ragione sensibile per una vita non fascista;
anzitutto, come indicava Walter Benjamin, strappando al fascismo la tradizione e
demolendone i miti. Di questa elaborazione e dell’ignoranza antisemita che
circola e si estende, deve incaricarsi una filosofia “dopo Gaza”.
Una filosofia critica, di resistenza; una filosofia storica; una filosofia della
comune; una filosofia post-coloniale perché è archeologia del colonialismo, è
indagine su forme vecchie e nuove di dominio e di razzismo, ed è infine
giornalismo filosofico. Sembra essere questo il campo di intervento di un
pensiero che raccoglie.
Lo scorso febbraio commentando il libro di Franco “Bifo” Berardi, Pensare dopo
Gaza, abbiamo scritto che la conversione alla civiltà è stato il tentativo di
subordinare la ferocia alla politica. Dopo Gaza quel tentativo è fallito. Ma,
aggiungiamo, è “prima” di Gaza che qualsiasi politica è fallita, e lo è stata
nel perverso esercizio della ragione governamentale, sia nelle istituzioni
liberal-democratiche, sia nei regimi autoritari. Oggi, uno sguardo lucido
penetra la realtà, fino a pochi anni fa indicibile, dell’apartheid e del
colonialismo secolare imposto da Israele nei territori palestinesi occupati.
È lo sguardo di un giornalismo filosofico sulle contraddizioni e i conflitti in
Medioriente e sui problemi, anch’essi secolari, che, dalla fine della prima
guerra mondiale, hanno prodotto l’attuale realtà. È il giornalismo praticato da
chi rischia la vita e viene ucciso dai poteri di guerra, – ed è pratica
quotidiana di quei rari giornali, periodici e siti di informazione, che
sopravvivono alle intimidazioni e alle censure dei governi. Una difficile
riflessione filosofica si è affacciata in articoli di quotidiani davvero
indipendenti, nei reportage delle organizzazioni umanitarie, nel report di
Francesca Albanese sull’economia del genocidio e nelle cronache di giornalisti e
critici che continuano a testimoniare.
Tra il 7 ottobre 2023 e oggi si è sviluppata una vasta letteratura
storico-politica su Israele, Palestina, sionismo, ebraismo, resistenza, guerra e
geopolitica mediorientale. È una letteratura che distingue due generi, la
cronaca di informazione e la saggistica, mentre emerge, giustissima, una poesia,
una narrativa e un’arte palestinese che testimoniano quanto Michel Foucault
pronosticava agli inizi degli scorsi anni settanta: che una cultura non
capitalista non può nascere che fuori dall’occidente; il compito di inventarla è
dei non occidentali.
Gideon Levy, giornalista del quotidiano “Haaretz”, ha raccolto in Killing Gaza
93 articoli, dal 2014 al giugno 2025, in cui è tracciata la storia recente dei
«crimini commessi dal tuo Paese e dal tuo esercito… descrivere la vita e la
morte all’interno di un altro popolo che vive schiacciato dalla conquista del
tuo stesso Stato». Diviso in due parti, prima e dopo il 7 ottobre, il testo è un
diario dolente, minoritario e minacciato, della verità quotidiana del “ghetto”
di Gaza (2021), dell’ingiunzione al mondo di costringere Israele alla pace
(febbraio 2024) e della triste previsione che non obbedirà all’ordinanza della
Corte Internazionale di Giustizia e «recluterà Washington nel sabotaggio del
diritto internazionale».
Come pensare dopo Gaza è il tema inevitabile di un testo importante, La
filosofia di fronte al genocidio. Si tratta di una conversazione di Luca Salza,
docente di letteratura italiana e storia delle idee a Lille, con Étienne
Balibar, filosofo-politico di sopraffina intelligenza, marxista critico che con
Althusser ha indagato puntualmente le trasformazioni del capitalismo nei nefasti
effetti di razza, classe e identità nazionale.
Le genealogie filosofiche aiutano in parte a capire il presente, che è comunque
sempre incomprensibile filosoficamente e lo è in parte storicamente, attraverso
un’archeologia che scorre tra Günther Anders, Anthelme, Primo Levi, Kertész,
Hannah Arendt.
La prima costatazione di Balibar è che la storia è stata divisa in due dal
genocidio. Il “dopo” destituisce il “prima” da cui pure procede. La seconda
evidenza storico-filosofica è che la pratica dello sterminio di un popolo, gli
ebrei, attuato dal nazismo, «è stato possibile perché l’Europa ha importato i
metodi di concentrazione e sterminio che gli europei, inglesi e poi francesi,
perpetravano nel resto del mondo dagli inizi della colonizzazione». Oggi, la
colonizzazione storica della Palestina nella forma del colonialismo di
insediamento, «utilizza le conseguenze dello sterminio degli ebrei al contempo
come un’opportunità, come una risorsa, (demografica, intellettuale) e con una
copertura ideologica».
Nel 1984, due anni dopo il massacro di Chabra e Chatila, Gilles Deleuze scriveva
che
«…i palestinesi hanno percorso tutti i gironi infernali della storia: il
fallimento delle soluzioni, ogni volta che erano possibili, i peggiori
rovesciamenti di alleanze di cui pagavano le spese, le promesse più solenni non
mantenute. E di tutto questo la loro resistenza ha dovuto nutrirsi» (Grandezza
di Arafat).
Questa realtà è documentata da decenni da storici come Ilan Pappé, il cui ultimo
studio, La fine di Israele, mostra che Israele e Palestina non sono gli unici
stati ad avere un futuro incerto. «La Siria si è già disintegrata come Stato; il
Libano è finito di recente nella categoria degli Stati falliti; e i disordini in
posti come l’Iraq e, più lontano, nello Yemen, nel Sudan e in Libia», indicano
che quegli stati sono investiti da cambiamenti fondamentali.
«La sorte dei palestinesi nei prossimi anni è comprensibilmente la nostra più
grande preoccupazione, ma nel lungo periodo sarà la sorte degli ebrei nella
Palestina storica la questione da risolvere».
Di recente storici quali Elias Sanbar e Rachid Khabili, hanno dimostrato che
l’analisi è più complicata ed evita di ridursi al suo schema binario.
Come scrive Saree Makdisi, docente di di inglese e Letteratura Comparata
all’Università di California, il livello di censura e di repressione di questa
storia «non era necessario in un’epoca in cui prevaleva la narrazione israeliana
dell’innocenza progressista: è necessario solo ora perché quella narrazione è
andata perduta. Ciò che sembra la forza del sionismo in Occidente, è in realtà
il segno più evidente della sua debolezza terminale…» (La tolleranza è una terra
desolata, 2025). Il sionismo, fin dai fondatori, Herzl e Weizman, è insieme un
nazionalismo europeo e un “orientalismo” che ha considerato “barbari” i popoli
orientali. La convinzione si è saldata al “messianesimo laico” dello stato di
Israele che ne ha giustificato la potenza tecnologica e militare.
Tutti questi elementi hanno delineato posizioni plurime, della diaspora ebraica
e degli arabi israeliani, delle comunità ebraiche, oggi per lo più schiacciate
sull’ideologia nazionalista, e di singole e singoli intellettuali, gruppi e
collettivi critici e antisionisti.
D’altra parte, come ha segnalato Gad Lerner in Gaza. Odio e amore per Israele,
la destra si è fatta sionista ed «essere diventati i più fedeli amici degli
ebrei, ormai, a destra, lo si porta come un fiore all’occhiello». Il sionismo
dei non ebrei è un “sionismo cristiano”, corrente formatasi negli Stati Uniti
circa mezzo secolo fa all’interno delle congregazioni evangeliche. Passato un
secolo, «gli eredi di coloro che agitavano lo spauracchio dell’universalismo
ebraico, dando credito alla cospirazione dei Protocolli dei Savi di Sion…
proprio loro sono giunti a vedere nello Stato ebraico un modello ideale di
riferimento.» I discendenti della destra antisemita «salutano nell’esperimento
israeliano il portabandiera di una nuova destra sovranista, volitiva,
refrattaria ai vincoli delle istituzioni sovranazionali»; e oltremodo feroce. Il
sovranismo patriottico «aveva bisogno di trovare un nuovo riferimento teorico,
per rimpiazzare i pensatori di destra compromessi con le pagine più buie del
secolo scorso». Nelle comunità ebraiche il tempo di guerra «ha infranto quello
che era parso un imperativo ferreo: mai più con i fascisti e con i loro eredi».
D’altra parte è intensa la commistione di interessi privati «che ha rinsaldato
negli ultimi anni il legame fra le componenti dell’establishment israeliano e i
loro interlocutori della destra europea», soprattutto nei settori
dell’intelligence, dei sistemi di sicurezza e dell’energia.
Nel 1984, racconta Gad Lerner, «Telefonai a Primo Levi dalla redazione
dell’“Espresso” proponendogli di riflettere sui difficili rapporti tra Israele e
la diaspora ebraica». Nel governo Shamir, insieme a Sharon, era stato nominato
ministro anche «un seguace del rabbino estremista Meir Kahane, fautore della
deportazione forzata dei palestinesi fuori dai confini della Grande Israele.
Primo Levi ne rimase colpito». Osservò: «Mi sono convinto che il ruolo di
Israele come baricentro unificatore dell’ebraismo adesso… è in una fase di
eclissi. Bisogna quindi che il baricentro dell’ebraismo si rovesci, torni fuori
di Israele, torni fra noi ebrei della diaspora…». Invece, «il partito razzista
si sarebbe consolidato in Israele a dispetto dell’incriminazione che escluse il
rabbino Kahane dalla Knesset».
Bisogna rivoltarsi parlando in prima persona, dice Balibar. La filosofia “dopo
Gaza” prevede il coraggio della verità.
Roberta de Monticelli scrive che mai dopo Gaza, a Gaza e in Cisgiordania «s’era
vista accendersi più sfolgorante la luminaria del vero… perché i vincoli che
diamo alla nostra ferocia e idiozia hanno questo di divino: che più sono
violati, più accendono luci sul vero… mai fu più vero l’annuncia che viene da
Betlemme, mai tanta luce viene dalla Palestina. Mai tanta verità s’era accesa
sul sangue della strage degli innocenti” (La Palestina e la luminaria del vero.
Preghiera del solstizio d’inverno, “il manifesto” 30 dicembre 2025).
È la bianchezza dei sudari (kafan) nella dolorosa parola narrata da Paola Caridi
in Sudari. Elegia per Gaza. Nascondono i corpi agli occhi del mondo e illuminano
«il segno della strage, del genocidio della nostra vita, individuale e
collettiva, europea e globale». Il velo, il telo, il sudario, il lenzuolo
funebre. «Un pezzo di stoffa rende il corpo invisibile… e allo stesso tempo è
come se proteggesse dalla vista della morte. Dalla paura, dal terrore, dalla
guerra».
Nel racconto del poeta Nabil Bey Salaneh, «Dopo che l’acqua ha compiuto il suo
canto, viene il momento del bianco. Il corpo non si veste più con abiti del
mondo: ora viene avvolto – come un neonato, come una preghiera, come un
silenzio… Come se dicessimo: ‘Torna nudo ma rispettato. Torna spoglio, ma
protetto’…».
Poesia, rito, luce, scrive Paola Caridi. «E nome. Perché nessun nome bisogna
dimenticare, degli uccisi e dei sommersi nel genocidio palestinese a Gaza. Dare
nome, a un corpo da seppellire… Dare nome e raccontare un amore. “Mio marito, il
mio innamorato…”. Resta, come imperativo, fermare il genocidio e rendere
giustizia. Il poeta Refaat Alareer, ucciso la notte del 6 dicembre 2023, chiese
di farlo bianco l’aquilone, con una lunga coda».
Ogni liberazione deve passare nel gioco dell’immaginazione
In un’archeologia della visione che è un altro punto di senso della filosofia
“dopo Gaza”, il biancore dell’aquilone è segno di una presenza che richiama
l’angelo retto da un lenzuolo che si posa sopra il San Matteo delle pale di
Caravaggio nella Cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi. Quella posa
testimonia, – afferma Nadia Fusini, che ogni liberazione deve passare nel gioco
dell’immaginazione.
«Dovremo coraggiosamente inoltrarci in un differente grado, o stadio di realtà,
che ha molto a che fare con il sogno, fin con l’allucinazione, il delirio… per
fare esperienza di verità che sono al di là della ragione».
Caravaggio a Gaza, ha scritto lo storico dell’arte Tomaso Montanari, «non
avrebbe dipinto i mandanti, il governo israeliano, i politici fanatici assetati
di sangue. Non li avrebbe degnati di uno sguardo: avrebbe semmai dipinto i
soldati delle forze armate israeliane, ma solo quelli nei cui sguardi avesse
colto la riluttanza, il pentimento, il dolore, il disagio. I suoi carnefici sono
tutti tristi, travolti anche loro dalla morte che danno».
L’esercizio dell’arte è questo sapere indispensabile, che può o meno divenire
conoscenza, ma che genera conversione e incontra il sapere come sponda contraria
alla realtà costruita.
La storica Anna Foa in un saggio essenziale, Il suicidio di Israele,
ricostruisce in sintesi la storia del sionismo, delle responsabilità storica
dell’Europa e dell’occidente e di quelle del governo Netanyahu nel massacro del
7 ottobre 2023. «Si dice che Israele è un paese democratico… senza considerare
che un paese che porta avanti un’occupazione da oltre cinquant’anni esercita
almeno una democrazia limitata». Questa considerazione smonta l’identificazione
di antisionismo e antisemitismo, usata dal governo israeliano e perseguita dalle
destre suprematiste e dai liberaldemocratici europei che hanno deciso il riarmo,
per legittimare i bombardamenti e la pulizia etnica in Cisgiordania e reprimere
le proteste mondiali. La sintesi storica tracciata da Anna Foa rende ragione sia
della dispersione di «ciò su cui si era tanto costruito dai testimoni della
Shoah e che l’uso cinico che Netanhyau fa della Shoah ha compromesso» – sia del
pensiero ebraico, della sua ricchezza, avvolta oggi dall’ignoranza di quanti
identificano ebraismo e Israele.
Premesso, con Anna Foa, che «L’attacco del 7 ottobre è stato un terribile choc
per Israele… Fra i civili assassinati, gli abitanti dei kibbutzim al confine con
la Striscia di Gaza, in grande maggioranza abitati da laici, impegnati nella
battaglia per la pace», e che il terrore era proprio quanto Hamas voleva, – alla
strage è seguita una narrazione che ha congelato il 7 ottobre. Da allora è come
se il 7 ottobre fosse l’unico giorno della storia e come se nulla fosse successo
prima per renderla possibile. Makdisi scrive che «fermare un orologio al 7
ottobre è esattamente ciò che fa funzionare l’altro orologio, quello del
genocidio». Come se
«75 anni di diritti abrogati, la detenzione di decine di migliaia di uomini,
donne e bambini, i posti di blocco e le irruzioni nelle case, la pulizia etnica,
la demolizione delle abitazioni, il rapimento di ragazzini, i bombardamenti
casuali, l’espropriazione, la tortura, lo stupro, l’omicidio, gli abusi, la
negazione della mobilità, la deprivazione, la punizione, l’assedio, non fossero
mai avvenuti».
Il che non significa negare gli atti di terrorismo di Hamas, finanziato fino al
giorno prima da Netanhyau in funzione anti-ANP, la guerra secolare con Hezbollah
e l’Iran, l’apertura di un fonte con la Siria.
Significa pensare storicamente.
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Bibliografia
Francesca Albanese, From economy of occupation to economy of genocide. Report of
the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian
territories occupied since 1967. ohchr.org
Hannah Arendt, Ripensare il sionismo (ottobre 1945), in Ebraismo e modernità,
trad.it. G. Bettini, Feltrinelli, Milano 1993.
Étienne Balibar – Luca Salza, La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione
su Gaza con Étienne Balibar, cronopio, Napoli 2025.
Franco Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione
dell’umano, Timeo, Palermo 2025.
Paola Caridi, Sudari. Elegia per Gaza, Feltrinelli, Milano 2025.
Gilles Deleuze, Grandezza di Arafat. Con un saggio di Francois Chatelet,
trad.it. A. Moscati, Cronopio, Napoli 2002.
Roberta de Monticelli, La Palestina e la luminaria del vero. Preghiera del
solstizio d’inverno, “il manifesto” 30 dicembre 2025.
Anna Foa, Il suicidio di Israele, Editori Laterza, Bari-Roma 2025.
Gad Lerner, Gaza. Odio e amore per Israele, Feltrinelli, Milano 2025.
Gideon Lévy, Killing Gaza. Cronaca di una catastrofe, trad.it. G. Dina, Meltemi
editore, Milano 2025.
Saree Makdisi, La tolleranza è una terra desolata. Come si nega un genocidio
trad.it. V. Binetti, DeriveApprodi, Bologna 2025.
Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in
Palestina, trad. it. N. Mataldi, Fazi editore, Roma 2025.
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