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Che succede in Iran?
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Infinite crepe
L''immaginazione e la potenza del ricordo come chiavi per aprire il presente L'articolo Infinite crepe proviene da Comune-info.
Maschi in guerra
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Il sogno del guerriero
Un libro su cui riflettere in questi giorni di tempesta è "Memorie di un terrorista" L'articolo Il sogno del guerriero proviene da Comune-info.
Quale filosofia dopo Gaza? [parte I]
ABBIAMO BISOGNO DI PROVARE AD APRIRE IL PENSIERO A RELAZIONI IMPENSATE TRA PAROLE, COSE E AZIONI. DOPO GAZA E MENTRE ANCORA A GAZA C’È MASSACRO IN FORMA DI TREGUA, DI ROVINE, DI FREDDO, DI FANGO E DI BLOCCO DEGLI AIUTI Acquerello e inchiostro su carta ruvida: disegno (su commissione) di Gianluca Foglia Fogliazza -------------------------------------------------------------------------------- L’intento di questo scritto in due parti è aprire uno spazio di riflessione. Uno spazio di intervento che sia al contempo analitico e di liberazione; che oltrepassi l’adesione a un campo. Uno spazio che non si limiti alla difesa della critica, comunque sempre necessaria, ma si costituisca come campo di possibilità pratiche. Urlare lo stato del mondo è urgente e importante. Da tempo si è preso atto che non si può contrastare frontalmente la forza e la ferocia. Ma mentre si urla, la navigazione si fa nelle tempesta del confronto tra forza e diritto, tra guerra e politica, nel senso di una politica della vita, che è ciò che davvero è in questione. Perché il “governo del caos e dell’automa” è comunque una forma di diritto, cioè un modo di governare che assume la fine delle relazioni tra stati nel dominio transnazionale. Per questo è urgente un pensiero della destituzione e della diserzione, cioè fare un’eresia filosofico-politica. Si tratterebbe da un lato di condurre la pratica filosofica alla diserzione, dall’altro, di provare ad aprire il pensiero a relazioni impensate tra parole, cose e azioni. Dopo Gaza e mentre ancora a Gaza c’è massacro in forma di tregua, di rovine, di freddo, di fango e di blocco degli aiuti. Mentre in Cisgiordania continuano gli assalti dei coloni ai villaggi palestinesi. Mentre, malgrado le proteste mondiali per fermare il genocidio, prosegue il commercio di armi con Israele, la sistematica disinformazione e la “fase 2” della “pace” di Trump decide la ricostruzione di Gaza senza palestinesi. Mente Israele nega l’accesso a Gaza alle Ong. Mentre l’Europa si riarma, i territori vengono militarizzati, il dissenso silenziato e le proteste criminalizzate, la macchina mediatica con la sua produzione di paura si riverbera su una sfera pubblica capace solo di proporre legge e ordine. Mentre un atto di pirateria internazionale cattura il presidente eletto del Venezuela, Maduro, e riafferma il diritto della forza e la proprietà esclusiva di risorse energetiche, sequestrando e distruggendo il mondo. Dopo Gaza, quale filosofia? Dopo Gaza e dall’interno di Gaza la filosofia è “palestinese”. Palestinese vuol dire che la filosofia, malgrado si produca molto di filosofico che è semplicemente evanescente, rimane segno critico, contrassegno di resistenza, non luogo di appartenenza o univoca espressione di un’identità di classe, razza, nazione. Al contrario, contaminandosi, diviene filosofia nomade, filosofia della diaspora, filosofia “trans”. Una filosofia resistente all’antisemitismo e al sionismo. Resistente alla politica mondiale. La filosofia è anzitutto segno; è l’insieme storico, soggettivo e comune dei segni con cui si pensa: con cui si prende posizione in parole, cose e azioni. Pensare è “di parte”, è errare; ma è radicale nel senso di una radice nomade, di una terra non di un territorio. Pensare è sconfinare, liberare i confini dalle frontiere. Come pensare se non nei termini di una filosofia storica? Una filosofia storica è una filosofia della comune. La comune è storica, nel senso che si realizza ai margini, al di sotto, al di sopra e attraversando gli stati nazionali e le loro trasformazioni, e nei momenti di recrudescenza della “nazione”. La comune è comune facoltà di pensare il campo, il modo e la pratica del corpo e del linguaggio. Una filosofia della comune è critica della nozione universale, dell’universalismo che ha animato il pensiero “globale”, e non può tornare all’universale per sfuggire alla cattura. Una filosofia “può”, nel senso che permette di pensare se non corteggia la muta pratica dell’”irrazionale” contro gli esiti, anch’essi secolari, della ragione strumentale. Può invece curare una sensibilità razionale o una ragione sensibile per una vita non fascista; anzitutto, come indicava Walter Benjamin, strappando al fascismo la tradizione e demolendone i miti. Di questa elaborazione e dell’ignoranza antisemita che circola e si estende, deve incaricarsi una filosofia “dopo Gaza”. Una filosofia critica, di resistenza; una filosofia storica; una filosofia della comune; una filosofia post-coloniale perché è archeologia del colonialismo, è indagine su forme vecchie e nuove di dominio e di razzismo, ed è infine giornalismo filosofico. Sembra essere questo il campo di intervento di un pensiero che raccoglie. Lo scorso febbraio commentando il libro di Franco “Bifo” Berardi, Pensare dopo Gaza, abbiamo scritto che la conversione alla civiltà è stato il tentativo di subordinare la ferocia alla politica. Dopo Gaza quel tentativo è fallito. Ma, aggiungiamo, è “prima” di Gaza che qualsiasi politica è fallita, e lo è stata nel perverso esercizio della ragione governamentale, sia nelle istituzioni liberal-democratiche, sia nei regimi autoritari. Oggi, uno sguardo lucido penetra la realtà, fino a pochi anni fa indicibile, dell’apartheid e del colonialismo secolare imposto da Israele nei territori palestinesi occupati. È lo sguardo di un giornalismo filosofico sulle contraddizioni e i conflitti in Medioriente e sui problemi, anch’essi secolari, che, dalla fine della prima guerra mondiale, hanno prodotto l’attuale realtà. È il giornalismo praticato da chi rischia la vita e viene ucciso dai poteri di guerra, – ed è pratica quotidiana di quei rari giornali, periodici e siti di informazione, che sopravvivono alle intimidazioni e alle censure dei governi. Una difficile riflessione filosofica si è affacciata in articoli di quotidiani davvero indipendenti, nei reportage delle organizzazioni umanitarie, nel report di Francesca Albanese sull’economia del genocidio e nelle cronache di giornalisti e critici che continuano a testimoniare. Tra il 7 ottobre 2023 e oggi si è sviluppata una vasta letteratura storico-politica su Israele, Palestina, sionismo, ebraismo, resistenza, guerra e geopolitica mediorientale. È una letteratura che distingue due generi, la cronaca di informazione e la saggistica, mentre emerge, giustissima, una poesia, una narrativa e un’arte palestinese che testimoniano quanto Michel Foucault pronosticava agli inizi degli scorsi anni settanta: che una cultura non capitalista non può nascere che fuori dall’occidente; il compito di inventarla è dei non occidentali. Gideon Levy, giornalista del quotidiano “Haaretz”, ha raccolto in Killing Gaza 93 articoli, dal 2014 al giugno 2025, in cui è tracciata la storia recente dei «crimini commessi dal tuo Paese e dal tuo esercito… descrivere la vita e la morte all’interno di un altro popolo che vive schiacciato dalla conquista del tuo stesso Stato». Diviso in due parti, prima e dopo il 7 ottobre, il testo è un diario dolente, minoritario e minacciato, della verità quotidiana del “ghetto” di Gaza (2021), dell’ingiunzione al mondo di costringere Israele alla pace (febbraio 2024) e della triste previsione che non obbedirà all’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia e «recluterà Washington nel sabotaggio del diritto internazionale». Come pensare dopo Gaza è il tema inevitabile di un testo importante, La filosofia di fronte al genocidio. Si tratta di una conversazione di Luca Salza, docente di letteratura italiana e storia delle idee a Lille, con Étienne Balibar, filosofo-politico di sopraffina intelligenza, marxista critico che con Althusser ha indagato puntualmente le trasformazioni del capitalismo nei nefasti effetti di razza, classe e identità nazionale. Le genealogie filosofiche aiutano in parte a capire il presente, che è comunque sempre incomprensibile filosoficamente e lo è in parte storicamente, attraverso un’archeologia che scorre tra Günther Anders, Anthelme, Primo Levi, Kertész, Hannah Arendt. La prima costatazione di Balibar è che la storia è stata divisa in due dal genocidio. Il “dopo” destituisce il “prima” da cui pure procede. La seconda evidenza storico-filosofica è che la pratica dello sterminio di un popolo, gli ebrei, attuato dal nazismo, «è stato possibile perché l’Europa ha importato i metodi di concentrazione e sterminio che gli europei, inglesi e poi francesi, perpetravano nel resto del mondo dagli inizi della colonizzazione». Oggi, la colonizzazione storica della Palestina nella forma del colonialismo di insediamento, «utilizza le conseguenze dello sterminio degli ebrei al contempo come un’opportunità, come una risorsa, (demografica, intellettuale) e con una copertura ideologica». Nel 1984, due anni dopo il massacro di Chabra e Chatila, Gilles Deleuze scriveva che «…i palestinesi hanno percorso tutti i gironi infernali della storia: il fallimento delle soluzioni, ogni volta che erano possibili, i peggiori rovesciamenti di alleanze di cui pagavano le spese, le promesse più solenni non mantenute. E di tutto questo la loro resistenza ha dovuto nutrirsi» (Grandezza di Arafat). Questa realtà è documentata da decenni da storici come Ilan Pappé, il cui ultimo studio, La fine di Israele, mostra che Israele e Palestina non sono gli unici stati ad avere un futuro incerto. «La Siria si è già disintegrata come Stato; il Libano è finito di recente nella categoria degli Stati falliti; e i disordini in posti come l’Iraq e, più lontano, nello Yemen, nel Sudan e in Libia», indicano che quegli stati sono investiti da cambiamenti fondamentali. «La sorte dei palestinesi nei prossimi anni è comprensibilmente la nostra più grande preoccupazione, ma nel lungo periodo sarà la sorte degli ebrei nella Palestina storica la questione da risolvere». Di recente storici quali Elias Sanbar e Rachid Khabili, hanno dimostrato che l’analisi è più complicata ed evita di ridursi al suo schema binario. Come scrive Saree Makdisi, docente di di inglese e Letteratura Comparata all’Università di California, il livello di censura e di repressione di questa storia «non era necessario in un’epoca in cui prevaleva la narrazione israeliana dell’innocenza progressista: è necessario solo ora perché quella narrazione è andata perduta. Ciò che sembra la forza del sionismo in Occidente, è in realtà il segno più evidente della sua debolezza terminale…» (La tolleranza è una terra desolata, 2025). Il sionismo, fin dai fondatori, Herzl e Weizman, è insieme un nazionalismo europeo e un “orientalismo” che ha considerato “barbari” i popoli orientali. La convinzione si è saldata al “messianesimo laico” dello stato di Israele che ne ha giustificato la potenza tecnologica e militare. Tutti questi elementi hanno delineato posizioni plurime, della diaspora ebraica e degli arabi israeliani, delle comunità ebraiche, oggi per lo più schiacciate sull’ideologia nazionalista, e di singole e singoli intellettuali, gruppi e collettivi critici e antisionisti. D’altra parte, come ha segnalato Gad Lerner in Gaza. Odio e amore per Israele, la destra si è fatta sionista ed «essere diventati i più fedeli amici degli ebrei, ormai, a destra, lo si porta come un fiore all’occhiello». Il sionismo dei non ebrei è un “sionismo cristiano”, corrente formatasi negli Stati Uniti circa mezzo secolo fa all’interno delle congregazioni evangeliche. Passato un secolo, «gli eredi di coloro che agitavano lo spauracchio dell’universalismo ebraico, dando credito alla cospirazione dei Protocolli dei Savi di Sion… proprio loro sono giunti a vedere nello Stato ebraico un modello ideale di riferimento.» I discendenti della destra antisemita «salutano nell’esperimento israeliano il portabandiera di una nuova destra sovranista, volitiva, refrattaria ai vincoli delle istituzioni sovranazionali»; e oltremodo feroce. Il sovranismo patriottico «aveva bisogno di trovare un nuovo riferimento teorico, per rimpiazzare i pensatori di destra compromessi con le pagine più buie del secolo scorso». Nelle comunità ebraiche il tempo di guerra «ha infranto quello che era parso un imperativo ferreo: mai più con i fascisti e con i loro eredi». D’altra parte è intensa la commistione di interessi privati «che ha rinsaldato negli ultimi anni il legame fra le componenti dell’establishment israeliano e i loro interlocutori della destra europea», soprattutto nei settori dell’intelligence, dei sistemi di sicurezza e dell’energia. Nel 1984, racconta Gad Lerner, «Telefonai a Primo Levi dalla redazione dell’“Espresso” proponendogli di riflettere sui difficili rapporti tra Israele e la diaspora ebraica». Nel governo Shamir, insieme a Sharon, era stato nominato ministro anche «un seguace del rabbino estremista Meir Kahane, fautore della deportazione forzata dei palestinesi fuori dai confini della Grande Israele. Primo Levi ne rimase colpito». Osservò: «Mi sono convinto che il ruolo di Israele come baricentro unificatore dell’ebraismo adesso… è in una fase di eclissi. Bisogna quindi che il baricentro dell’ebraismo si rovesci, torni fuori di Israele, torni fra noi ebrei della diaspora…». Invece, «il partito razzista si sarebbe consolidato in Israele a dispetto dell’incriminazione che escluse il rabbino Kahane dalla Knesset». Bisogna rivoltarsi parlando in prima persona, dice Balibar. La filosofia “dopo Gaza” prevede il coraggio della verità. Roberta de Monticelli scrive che mai dopo Gaza, a Gaza e in Cisgiordania «s’era vista accendersi più sfolgorante la luminaria del vero… perché i vincoli che diamo alla nostra ferocia e idiozia hanno questo di divino: che più sono violati, più accendono luci sul vero… mai fu più vero l’annuncia che viene da Betlemme, mai tanta luce viene dalla Palestina. Mai tanta verità s’era accesa sul sangue della strage degli innocenti” (La Palestina e la luminaria del vero. Preghiera del solstizio d’inverno, “il manifesto” 30 dicembre 2025). È la bianchezza dei sudari (kafan) nella dolorosa parola narrata da Paola Caridi in Sudari. Elegia per Gaza. Nascondono i corpi agli occhi del mondo e illuminano «il segno della strage, del genocidio della nostra vita, individuale e collettiva, europea e globale». Il velo, il telo, il sudario, il lenzuolo funebre. «Un pezzo di stoffa rende il corpo invisibile… e allo stesso tempo è come se proteggesse dalla vista della morte. Dalla paura, dal terrore, dalla guerra». Nel racconto del poeta Nabil Bey Salaneh, «Dopo che l’acqua ha compiuto il suo canto, viene il momento del bianco. Il corpo non si veste più con abiti del mondo: ora viene avvolto – come un neonato, come una preghiera, come un silenzio… Come se dicessimo: ‘Torna nudo ma rispettato. Torna spoglio, ma protetto’…». Poesia, rito, luce, scrive Paola Caridi. «E nome. Perché nessun nome bisogna dimenticare, degli uccisi e dei sommersi nel genocidio palestinese a Gaza. Dare nome, a un corpo da seppellire… Dare nome e raccontare un amore. “Mio marito, il mio innamorato…”. Resta, come imperativo, fermare il genocidio e rendere giustizia. Il poeta Refaat Alareer, ucciso la notte del 6 dicembre 2023, chiese di farlo bianco l’aquilone, con una lunga coda». Ogni liberazione deve passare nel gioco dell’immaginazione In un’archeologia della visione che è un altro punto di senso della filosofia “dopo Gaza”, il biancore dell’aquilone è segno di una presenza che richiama l’angelo retto da un lenzuolo che si posa sopra il San Matteo delle pale di Caravaggio nella Cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi. Quella posa testimonia, – afferma Nadia Fusini, che ogni liberazione deve passare nel gioco dell’immaginazione. «Dovremo coraggiosamente inoltrarci in un differente grado, o stadio di realtà, che ha molto a che fare con il sogno, fin con l’allucinazione, il delirio… per fare esperienza di verità che sono al di là della ragione». Caravaggio a Gaza, ha scritto lo storico dell’arte Tomaso Montanari, «non avrebbe dipinto i mandanti, il governo israeliano, i politici fanatici assetati di sangue. Non li avrebbe degnati di uno sguardo: avrebbe semmai dipinto i soldati delle forze armate israeliane, ma solo quelli nei cui sguardi avesse colto la riluttanza, il pentimento, il dolore, il disagio. I suoi carnefici sono tutti tristi, travolti anche loro dalla morte che danno». L’esercizio dell’arte è questo sapere indispensabile, che può o meno divenire conoscenza, ma che genera conversione e incontra il sapere come sponda contraria alla realtà costruita. La storica Anna Foa in un saggio essenziale, Il suicidio di Israele, ricostruisce in sintesi la storia del sionismo, delle responsabilità storica dell’Europa e dell’occidente e di quelle del governo Netanyahu nel massacro del 7 ottobre 2023. «Si dice che Israele è un paese democratico… senza considerare che un paese che porta avanti un’occupazione da oltre cinquant’anni esercita almeno una democrazia limitata». Questa considerazione smonta l’identificazione di antisionismo e antisemitismo, usata dal governo israeliano e perseguita dalle destre suprematiste e dai liberaldemocratici europei che hanno deciso il riarmo, per legittimare i bombardamenti e la pulizia etnica in Cisgiordania e reprimere le proteste mondiali. La sintesi storica tracciata da Anna Foa rende ragione sia della dispersione di «ciò su cui si era tanto costruito dai testimoni della Shoah e che l’uso cinico che Netanhyau fa della Shoah ha compromesso» – sia del pensiero ebraico, della sua ricchezza, avvolta oggi dall’ignoranza di quanti identificano ebraismo e Israele. Premesso, con Anna Foa, che «L’attacco del 7 ottobre è stato un terribile choc per Israele… Fra i civili assassinati, gli abitanti dei kibbutzim al confine con la Striscia di Gaza, in grande maggioranza abitati da laici, impegnati nella battaglia per la pace», e che il terrore era proprio quanto Hamas voleva, – alla strage è seguita una narrazione che ha congelato il 7 ottobre. Da allora è come se il 7 ottobre fosse l’unico giorno della storia e come se nulla fosse successo prima per renderla possibile. Makdisi scrive che «fermare un orologio al 7 ottobre è esattamente ciò che fa funzionare l’altro orologio, quello del genocidio». Come se «75 anni di diritti abrogati, la detenzione di decine di migliaia di uomini, donne e bambini, i posti di blocco e le irruzioni nelle case, la pulizia etnica, la demolizione delle abitazioni, il rapimento di ragazzini, i bombardamenti casuali, l’espropriazione, la tortura, lo stupro, l’omicidio, gli abusi, la negazione della mobilità, la deprivazione, la punizione, l’assedio, non fossero mai avvenuti». Il che non significa negare gli atti di terrorismo di Hamas, finanziato fino al giorno prima da Netanhyau in funzione anti-ANP, la guerra secolare con Hezbollah e l’Iran, l’apertura di un fonte con la Siria. Significa pensare storicamente. -------------------------------------------------------------------------------- Bibliografia Francesca Albanese, From economy of occupation to economy of genocide. Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967. ohchr.org Hannah Arendt, Ripensare il sionismo (ottobre 1945), in Ebraismo e modernità, trad.it. G. Bettini, Feltrinelli, Milano 1993. Étienne Balibar – Luca Salza, La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, cronopio, Napoli 2025. Franco Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo, Palermo 2025. Paola Caridi, Sudari. Elegia per Gaza, Feltrinelli, Milano 2025. Gilles Deleuze, Grandezza di Arafat. Con un saggio di Francois Chatelet, trad.it. A. Moscati, Cronopio, Napoli 2002. Roberta de Monticelli, La Palestina e la luminaria del vero. Preghiera del solstizio d’inverno, “il manifesto” 30 dicembre 2025. Anna Foa, Il suicidio di Israele, Editori Laterza, Bari-Roma 2025. Gad Lerner, Gaza. Odio e amore per Israele, Feltrinelli, Milano 2025. Gideon Lévy, Killing Gaza. Cronaca di una catastrofe, trad.it. G. Dina, Meltemi editore, Milano 2025. Saree Makdisi, La tolleranza è una terra desolata. Come si nega un genocidio trad.it. V. Binetti, DeriveApprodi, Bologna 2025. Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, trad. it. N. Mataldi, Fazi editore, Roma 2025. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quale filosofia dopo Gaza? [parte I] proviene da Comune-info.
Un foglio di carta
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- John Berger ha scritto che, nel dialogo, ognuno può diventare “un foglio di carta” su cui l’altro deposita i suoi pensieri. Un’immagine semplice e radicale, che affida alla parola una responsabilità: quella di aprire uno spazio, non di occuparlo. Diventare “carta” significa accettare di sospendere il proprio punto di vista, di non sovrapporre subito le proprie ragioni a ciò che l’altro sta cercando di dire. Significa farsi foglio bianco, pronto ad accogliere parole che parlano di vissuti, emozioni, idee, conflitti. È un gesto che richiede tempo e pazienza, la stessa di cui parlava Anna Frank quando scriveva che “la carta è più paziente degli uomini”. Ma quella pazienza non riguarda solo le relazioni personali. È una condizione della democrazia. Senza ascolto, senza la disponibilità a diventare “carta” per la parola dell’altro, la democrazia si svuota e resta solo la forza: la voce che sovrasta, lo slogan che chiude, la decisione che non ammette replica. Viviamo in un tempo in cui il dialogo viene spesso sostituito dalla contrapposizione permanente. Le parole non cercano più di incontrare, ma di colpire; non aprono spazi comuni, li presidiano. In questo clima, la vera pace appare sempre più fragile, perché non nasce mai dall’imposizione, ma dalla capacità di riconoscere l’altro come interlocutore, non come nemico da ridurre al silenzio. Quando nessuno è disposto a farsi “carta”, il conflitto diventa assoluto e la violenza sembra l’unico linguaggio possibile. Eppure la pace comincia proprio lì: nel gesto minimo e difficile di chi ascolta senza prevaricare, di chi accoglie la parola altrui senza trasformarla subito in un bersaglio. Anche la scrittura nasce da questo stesso impulso. Chi scrive lo fa per essere letto, spinto — come ricorda Berger — da un desiderio di ospitalità verso lettori reali o immaginari. Se questo impulso viene meno, la scrittura si riduce a monologo e il pensiero smette di circolare. È così forse che dovremmo immaginare oggi il compito della parola, nella vita pubblica come in quella privata: farsi spazio di incontro, terreno condiviso, possibilità di pace. Quando ad esempio affidiamo i nostri pensieri alle pagine di Comune, spero che qualcuno li accolga con pazienza e, se lo vorrà, rimandi indietro ciò che quelle parole hanno smosso in lui o in lei. Non per avere ragione, ma per continuare a costruire, insieme, un mondo abitabile. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un foglio di carta proviene da Comune-info.
Sul feticismo del diritto
-------------------------------------------------------------------------------- Firenze per la Palestina, 3 ottobre 2025. Foto di Riccardo Troisi -------------------------------------------------------------------------------- Cos’è il feticismo del diritto? L’idea che il diritto definisca una società, uno stato della società, quando in realtà è soltanto il risultato di una serie di conflitti sociali. Il diritto del lavoro, ad esempio, nasce dal conflitto tra le strategie padronali e sindacali, dalle lotte dei lavoratori; non si autoproduce dal puro universo del diritto. Il diritto può avere una qualche efficacia strategica soltanto se è sostenuto, se si radica, se è attivato da una forza che non appartiene al mondo del diritto, ma a contropoteri sociali e storici. Collettivi di lavoratori nel caso del diritto di sciopero, movimenti anticoloniali e internazionalisti nel caso del diritto internazionale, ecc. Prima dunque viene la resistenza, poi la sua codificazione in termini giuridici. Quel diritto codificato è operativo se e solo se viene aggiornato da una nuova resistenza. Il muro di protezione ha bisogno di un altro muro di protezione dietro di sé. Le lamentele sull’inefficacia del diritto internazionale nel fermare personaggi come Donald Trump, Vladimir Putin o Benjamin Netanyahu rivelano una totale incomprensione della natura delle cose, che è parte del nostro problema attuale. In primo luogo, ci sono le idee flaccide sulla democrazia, le istituzioni e il diritto come un universo autoreferenziale e autogenerante. E queste sono lacrime di coccodrillo quando provengono da coloro che si sono dedicati a smantellare il muro di protezione sociale di cui il muro di protezione del diritto ha bisogno per funzionare. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La Palestina e la logica coloniale del diritto -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Per farla finita con gli stati nazionali -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sul feticismo del diritto proviene da Comune-info.
America Latina: un continente esposto e sulla difensiva
IN VENEZUELA NON È STATO NECESSARIO FARE UNA STRAGE. È IL NUOVO STILE DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI NELLA REGIONE: UN’INTERFERENZA APERTA, SUPPORTATA DAI MEDIA, PER INTIMIDIRE. SE QUEL CHE RESTA DELLA SINISTRA NON VUOLE E NON SA LIBERARSI DAL RICATTO MILITARE POTRANNO FARLO I MOVIMENTI? SCRIVE RAÚL ZIBECHI, CHE CONOSCE QUEL CONTINENTE COME POCHI: “TRA IL CARACAZO DEL 1989, CHE POSE FINE AL SISTEMA BIPARTITICO IN VENEZUELA E L’ULTIMA RIVOLTA INDIGENA E POPOLARE DEL 2022, CI SONO STATE UNA VENTINA DI INSURREZIONI CHE HANNO ROVESCIATO UNA DOZZINA DI GOVERNI… OGGI SEMBRA CHIARO CHE NÉ LA SINISTRA NÉ I MOVIMENTI SOCIALI ABBIANO LA FORZA DI FERMARE QUESTA BRUTALE OFFENSIVA… NON SONO UNO DI QUELLI CHE SOSTENGONO IL PROGRESSISMO, MA NÉ ESSO NÉ LA SINISTRA ESISTEREBBERO SENZA I MOVIMENTI POPOLARI, CONTADINI, NERI E INDIGENI. QUINDI, SE IL PENTAGONO RAGGIUNGERÀ I SUOI OBIETTIVI, LA SINISTRA SARÀ POLITICAMENTE MORTA SE CHI STA IN BASSO NON RIUSCIRÀ A LIBERARSI DAL CONTROLLO E DAL RICATTO MILITARE. QUANTO ACCADUTO NEGLI ULTIMI ANNI IN UN ECUADOR MILITARIZZATO È UNO SPECCHIO IN CUI I MOVIMENTI SOCIALI POSSONO RIFLETTERSI…” Foto Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- L’attacco al Venezuela è un duro colpo per l’intera regione latinoamericana, che si verifica in un momento di maggiore ascesa dell’estrema destra da decenni e di quasi scomparsa dei governi progressisti. Il modo in cui Nicolás Maduro e sua moglie sono stati rapiti, senza opporre resistenza, dimostra la fragilità del processo bolivariano, che un tempo si spacciava per una “rivoluzione”. Anche se sarà difficile arrivare al fondo della questione, alcuni fatti sono stati scoperti. La prima è che le Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) non hanno combattuto; alcuni dei suoi comandanti – è impossibile dire quanti – sono stati corrotti da agenti statunitensi e hanno collaborato con l’invasione. Molto probabilmente, hanno isolato Maduro e lo hanno consegnato. La facilità con cui lo hanno fatto, senza nemmeno un soldato statunitense ferito, è un serio avvertimento per la leadership chavista che rimane al potere ma non ha l’autorità di prendere decisioni che scontentino Trump e il Pentagono. Sia la nuova presidente, Delcy Rodríguez, che il suo gabinetto hanno iniziato a epurare i funzionari che non sono disposti a sottomettersi a Washington e stanno esortando la popolazione a non scendere in piazza per protestare. Per i paesi vicini come la Colombia, questo è più di un semplice avvertimento. Ma è anche un avvertimento per il Messico e la Groenlandia (leggi anche Dalla parte degli Inuit, dei cani, delle slitte, mdr), che sono secondi solo a Cuba nelle priorità strategiche della Casa Bianca. Trump ha annunciato che non invierà truppe a Cuba, nella speranza di costringere Díaz-Canel a negoziare quando l’isola esaurirà il petrolio, il suo sistema elettrico crollerà e la carestia incomberà. Tuttavia, la possibilità di un intervento in Colombia, anche il vano tentativo del presidente Petro, che durerà solo sei mesi, rappresenta una seria sfida per quanto riguarda il suo successore. Contrariamente a tutte le aspettative, gran parte dell’élite colombiana ha espresso il proprio disaccordo con Trump. Il quotidiano El Espectador ha intitolato il suo editoriale del 6 gennaio: “Minacciare il presidente Petro è un attacco alla Colombia”. Questo è significativo perché non si tratta di un organo di stampo filo-presidenziale, bensì di un organo di opposizione, e riflette l’opinione di una parte della potente borghesia colombiana. Il quotidiano più conservatore El Tiempo prende le distanze dal presidente Petro, nonostante la loro lunga disputa politica. “Riguardo alle dichiarazioni dello statunitense, che ha accusato il presidente colombiano di essere un narcotrafficante, dobbiamo essere inequivocabili: non c’è alcuna prova che suggerisca che il presidente Petro abbia legami con il traffico illecito di droga”. Un continente diviso Sono passati molti anni da quando la regione è stata così divisa e così allineata con gli Stati Uniti. Argentina, Bolivia, Ecuador e Paraguay, solo in Sud America, hanno sostenuto la violazione della sovranità venezuelana, e si prevede che il Cile si unirà a loro quando Kast entrerà in carica a marzo. L’unico governo fermo è quello di Petro. I governi di Lula (Brasile) e Sheinbaum (Messico) non possono nemmeno essere considerati progressisti, poiché il primo governa in alleanza con la destra, e il presidente messicano è estremamente “tollerante” nei confronti degli Stati Uniti, un paese da cui dipende economicamente, nonostante le dichiarazioni di sovranità del presidente. In Messico si specula sull’ingresso di agenti statunitensi per compiti antidroga e di controllo delle frontiere, cosa che potrebbe accadere da un momento all’altro. Quanto accaduto nelle recenti elezioni argentine rivela lo stato dell’opinione pubblica nella regione. Un mese prima delle elezioni legislative di ottobre, Milei ha subito una sonora sconfitta nella provincia di Buenos Aires, governata dal peronista Axel Kicillof. Ma Milei ha raggiunto un accordo con Trump, che prevedeva la concessione di prestiti per stabilizzare l’economia in difficoltà, inducendo una parte significativa degli elettori – che si prevedeva avrebbero votato nuovamente contro il partito al governo – a cambiare voto. In breve, la palese interferenza di Trump nel processo elettorale è riuscita a influenzare l’opinione pubblica a favore di Milei, il cui sostegno era in costante calo. Dodici giorni prima delle elezioni, Trump aveva detto: “Se perde, non saremo generosi con l’Argentina”. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent è stato ancora più esplicito: “Il successo del programma di riforme dell’Argentina è di importanza sistemica, e un’Argentina forte e stabile che contribuisca alla prosperità dell’emisfero occidentale è nell’interesse strategico degli Stati Uniti”. Non è stato necessario sparare un solo colpo. Questo è il nuovo stile delle relazioni internazionali nella regione: un’interferenza aperta, messa in scena dai media, come un modo per intimidire e costringere le persone a riflettere se valga la pena resistere all’impero, anche solo attraverso le urne. Movimenti disorientati e senza proposte Dopo i governi progressisti e l’ondata di governi impopolari – da Bolsonaro a Milei e Noboa – i movimenti si sono indeboliti e alcuni sono caduti in una vera e propria disorganizzazione. I movimenti progressisti hanno implementato programmi sociali per garantire la governabilità, il che ha portato a vari gradi di cooptazione e al trasferimento dei quadri del movimento alle istituzioni statali. Certo, i movimenti erano garanti della governabilità tra la gente, ma il prezzo era troppo alto, anche se questo sarebbe diventato evidente solo con l’arrivo della destra repressiva. In breve, quando la mobilitazione popolare era più necessaria, è stato impossibile rilanciarla perché la base era esausta e, soprattutto, disorientata. Un eminente kirchnerista ha espresso il suo scetticismo su La Jornada: “Scrivo queste righe in Argentina, dove la gente comune, e anche quella meno comune, soffre di uno strano miscuglio di apatia, confusione e una silenziosa tristezza quotidiana”. Immaginiamo la realtà di quella stessa gente comune in Venezuela, dove l’ex vicepresidente di Maduro ha spudoratamente cambiato schieramento a favore della fazione vincente, così come una buona parte della leadership militare e dei civili al governo. Ora ci troviamo di fronte a un nuovo fenomeno che i movimenti sociali dovranno considerare. Tra il Caracazo del 1989, che pose fine al sistema bipartitico del Patto di Punto Fijo (1958), e l’ultima rivolta indigena e popolare del 2022, ci sono state una ventina di insurrezioni che hanno rovesciato una dozzina di governi. La rivolta, la rivolta popolare, è stata una forma di azione che ha trovato una delle sue espressioni più notevoli nella destituzione popolare di Fernando de la Rúa in Argentina nel dicembre 2001. Ma con la politica di ricatto di Trump, è possibile che il Pentagono mobiliti le sue forze per scoraggiare e intimidire le popolazioni insorte. Questa è una delle lezioni più profonde dell’attacco al Venezuela. Il 3 gennaio il presidente ha detto: “Il predominio degli Stati Uniti in America Latina non sarà mai più messo in discussione”. Sembra chiaro che né la sinistra né i movimenti sociali abbiano la forza di fermare questa brutale offensiva. Dobbiamo prendere queste minacce molto sul serio, visto quanto accaduto a Caracas. Non sono uno di quelli che sostengono il progressismo, ma né esso né la sinistra esisterebbero senza i movimenti popolari, contadini, neri e indigeni. Quindi, se il Pentagono raggiungerà i suoi obiettivi, la sinistra sarà politicamente morta se chi sta in basso non riuscirà a liberarsi dal controllo e dal ricatto militare. Quanto accaduto negli ultimi anni in un Ecuador militarizzato è uno specchio in cui i movimenti sociali possono riflettersi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su El Salto (e qui con l’autorizzazione dell’autore), con il titolo América Latina: un continente desnudo y a la defensiva -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI E ASCOLTA ANCHE QUESTA INTERVISTA A RAUL ZIBECHI: > Siamo dentro una lunga tempesta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo America Latina: un continente esposto e sulla difensiva proviene da Comune-info.
Il mistero del potere
-------------------------------------------------------------------------------- Città del Messico solidarizza con il popolo venezuelano. Foto di Desinformémonos -------------------------------------------------------------------------------- È possibile leggere la seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi come una profezia che concerne la situazione attuale dell’Occidente. L’apostolo evoca qui «un mistero dell’anomia», dell’«assenza di legge», che è in atto, ma che non giungerà a compimento con la seconda venuta di Gesù Cristo, se prima non apparirà «l’uomo dell’anomia (ho anthropos tes anomias), il figlio della distruzione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, mostrandosi come Dio». Vi è, però, un potere che trattiene questa rivelazione (Paolo lo chiama semplicemente senza meglio definirlo «ciò che trattiene – cathechon»). Occorre perciò che questo potere sia tolto di mezzo, perché solo allora «sarà rivelato l’empio (anomo, lett. “il senza legge”), che il signore Gesù eliminerà col soffio della sua bocca e renderà inoperante con l’apparire della sua venuta». La tradizione teologico-politica ha identificato questo «potere che trattiene» con l’impero Romano (così in Girolamo e, più tardi, in Carl Schmitt) o con la stessa Chiesa (in Ticonio e Agostino). È evidente, in ogni caso, che il potere che trattiene si identifica con le istituzioni che reggono e governano le società umane. Per questo la loro eliminazione coincide con l’avvento dell’anomos, di un «senza legge» che prende il posto di Dio e «con segni e falsi prodigi» conduce alla perdizione «coloro che hanno rinunciato all’amore per la verità». È possibile vedere nel mistero dell’anomia non tanto un arcano sovratemporale, il cui unico senso è di porre fine alla storia, quanto piuttosto un dramma storico (mysterion in greco significa «azione drammatica»), che corrisponde perfettamente a quello che stiamo oggi vivendo. Le istituzioni dominanti sembrano aver smarrito il loro senso e si stanno letteralmente togliendo di mezzo, lasciando il posto a un’anomia, a un’assenza di legge che si pretende per così dire legale, ma che ha di fatto abdicato a ogni legittimità. Lo Stato (il principio che trattiene) e il «senza legge» sono in realtà le due facce di uno stesso mistero: il mistero del potere. Come oggi gli Stati Uniti mostrano senza alcun scrupolo, l«uomo dell’anomia», il «senza legge» designa la figura del potere statale che, lasciando cadere i principi costituzionali e etici che tradizionalmente lo limitavano e, con essi, «l’amore per la verità», si affida ai «segni e ai falsi prodigi» delle armi e della tecnologia. È questa confusione di anarchia e di legalità in uno stato di eccezione divenuto permanente che dobbiamo smascherare e rendere in ogni ambito inoperante. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice) con il titolo “Credere e non credere”. Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO INTERVENTO DI RAUL ZIBECHI: > Siamo dentro una lunga tempesta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mistero del potere proviene da Comune-info.