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Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jade Koroliuk su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è una categoria che manca nel dibattito sulla guerra in corso contro l’Iran, e la sua assenza spiega perché chi la combatte continua a sbagliare tutto. L’Iran non è un movimento partigiano come l’FLN algerino, che era un fronte senza dogma unificante – coalizione di nazionalisti, socialisti, comunisti, conservatori – tenuto insieme da un unico obiettivo: cacciare il colonizzatore. Non è il Vietnam del Nord, che era uno stato su una parte del territorio con una dottrina esportabile – il comunismo – ma dipendente da Mosca e Pechino e limitato geograficamente. Hamas, Hezbollah, gli Houthi sono milizie, entità subnazionali che usano tattiche di guerriglia perché non hanno alternativa: la loro asimmetria è coatta, non scelta. L’Iran è qualcosa di diverso e di storicamente nuovo: rappresenta il primo caso storico di stato che adotta strutturalmente la dottrina della guerra partigiana come scelta strategica sovrana, combinando la legittimità e le risorse di uno stato con la logica operativa del movimento di resistenza. Ha un esercito regolare, missili balistici, una marina, istituzioni riconosciute, è uno stato westfaliano a tutti gli effetti. E tuttavia ha scelto deliberatamente la dottrina della guerra partigiana come strategia sovrana: saturazione con armi economiche, logoramento, accettazione consapevole delle perdite territoriali pur di rendere insostenibile il costo per l’avversario. Non perché non potesse fare altrimenti, ma perché ha valutato che fosse la strategia ottimale contro una superiorità convenzionale schiacciante. Questa scelta ha una conseguenza economica devastante per chi lo combatte. Un drone Shahed costa ventimila dollari. Un intercettore THAAD costa 12,7 milioni. L’Iran ha lanciato nella prima settimana di guerra cinquecento missili balistici e quasi duemila droni. La matematica è impietosa: la guerra povera fa pagare un costo insostenibile alla guerra ricca: non sul campo di battaglia, ma nelle catene di fornitura, nei bilanci, nelle scorte di intercettori che si esauriscono più velocemente di quanto possano essere prodotti. Ma la novità più profonda non è militare: è strutturale. L’Iran ha istituzionalizzato una contraddizione che tutti i movimenti di liberazione hanno dovuto scegliere essere stato o essere rivoluzione. L’Algeria dopo il 1962 scelse di essere stato e smise di essere rivoluzione. Cuba tentò entrambe e fallì. L’Iran no: ha costruito deliberatamente una dualità permanente. L’esercito regolare è lo stato westfaliano. I Pasdaran – le Guardie della Rivoluzione – sono la rivoluzione permanente, con le loro reti regionali, le loro ramificazioni in Yemen, Iraq, Libano, tutte accomunate non da un’ideologia laica ma da una fede: l’Islam sciita come identità, memoria, trauma fondativo. Non si sceglie di essere sciiti come si sceglie di essere comunisti. È famiglia, lutto, corpo. Karbala non è un evento storico: è un paradigma cosmologico che si ripete. Il risultato è un internazionalismo religioso che non è un’alleanza tra stati, non è un’Internazionale leninista, ma una rete transnazionale tenuta insieme da una grammatica esistenziale comune che non ha bisogno di un centro di comando esplicito per coordinarsi. E poi Stati Uniti e Israele hanno fatto il regalo più grande: hanno creato il pantheon. Soleimani, Nasrallah, Khamenei: ogni eliminazione mirata che pensavano risolvesse un problema strategico ha prodotto un martire che moltiplica la coesione della rete. Nella teologia sciita la morte del leader giusto per mano dell’oppressore non è una sconfitta: è la conferma della sua giustizia. È la struttura narrativa di Karbala. Un generale vivo può sbagliare, può deludere, può invecchiare. Un martire è eterno e perfetto. Hanno riscritto, con i loro missili, il copione che l’altra parte aspettava. Ma c’è un ultimo errore, forse il più grave. Israele ha colpito le banche di Hezbollah (L’istituto Al Qardh al-Hassan) e la più grande banca iraniana (Bank Sepah). Nel mondo sciita khomeinista la banca non è un istituto finanziario: è l’infrastruttura materiale della teologia. È il meccanismo attraverso cui si distribuisce la zakat, si finanziano le opere caritative, si mantiene il patto con i mustazaafin, i più deboli, gli oppressi, i dannati della terra di Fanon. Khomeini costruì il consenso della rivoluzione su questa rete capillare di solidarietà materiale. Colpirla non indebolisce la narrativa della resistenza: la conferma. Dimostra, nella vita quotidiana di milioni di poveri, chi sono i nemici dei deboli. È la migliore propaganda possibile, realizzata dalle bombe israeliane stesse. Mettendo tutto insieme: si sta combattendo con la logica della guerra convenzionale – decapita la struttura, taglia i finanziamenti, distruggi le infrastrutture – una forma politica che non è una struttura convenzionale. È una rete simbolica, sociale, militare e religiosa volutamente costruita per essere indistruttibile proprio attraverso la distruzione. Ogni bomba che cade rafforza la narrativa. Ogni martire consolida il pantheon. Ogni banca colpita dimostra ai poveri da che parte sta l’oppressore. E se lo stato iraniano dovesse essere smembrato o sconfitto, i Pasdaran senza stato – addestrati, armati, formati in una cultura del martirio che non dipende da nessuna istituzione per sopravvivere – si distribuirebbero in una regione che va dal Libano al Pakistan, dall’Azerbaijan al Bahrain, con ramificazioni in tre continenti. Non più contenuti da nessuna struttura statale, senza niente da perdere, con martiri potentissimi e una narrativa di resistenza più forte di prima. E mentre tutto questo accade, tre segnali dicono quanto profondamente questa guerra stia sfuggendo al controllo narrativo di chi l’ha scatenata. La Turchia si aspettava milioni di rifugiati iraniani in fuga dalle bombe. Ha visto invece migliaia di iraniani che attraversano il confine in direzione opposta, per rientrare a difendere la patria. Non necessariamente il regime: l’Iran. La civiltà persiana di quattro millenni che non si lascia ridurre all’equazione “regime uguale popolo”. Il nazionalismo ferito produce ciò che anni di opposizione politica non riescono a costruire. E poi c’è Gaza. L’Iran viene attaccato dopo che il mondo ha assistito per mesi al genocidio palestinese trasmesso in diretta, documentato, negato dalle cancellerie occidentali. Per i poveri della terra, per il Sud globale, per chiunque si senta dalla parte degli umiliati, la sequenza è leggibile e brutale: chi difendeva i palestinesi viene ora bombardato dagli stessi che armavano chi li massacrava. L’Iran è diventato, nell’immaginario globale dei dannati, qualcosa che va ben oltre la politica regionale o la teologia sciita: è la promessa che si può resistere, è la vendetta simbolica di chi non ha mai avuto giustizia. Quella solidarietà non ha confini confessionali né geografici. Infine, c’è la Cina. I suoi strateghi non stanno guardando la guerra: stanno conducendo la più dettagliata valutazione possibile delle capacità reali americane in condizioni di conflitto ad alta intensità. Ogni intercettore THAAD sparato, ogni Tomahawk lanciato, ogni giorno di guerra è un dato sulla tenuta logistica e industriale dell’avversario che dovranno affrontare, un giorno, nel Pacifico. Vedono le scorte esaurirsi, i tempi di produzione che non reggono il consumo, la catena logistica sotto pressione. Stanno prendendo appunti. E non hanno bisogno di combattere per vincere questa guerra: gli basta aspettare che l’America finisca le munizioni. Questa guerra non può essere vinta. Può solo essere allargata. E il mondo lo sa. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARCO REVELLI: > Un movimento oceanico -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata proviene da Comune-info.
March 20, 2026
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Sudditanze cognitive in tempi di guerra
-------------------------------------------------------------------------------- Teheran. Foti di Hossein Moradi su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è un rito retorico che si ripete puntuale ogni volta che l’Occidente si prepara a fare la guerra a un paese del Sud globale. L’intellettuale, il giornalista, il semplice cittadino iraniano – o iracheno, libico, siriano – sente di dover aprire la bocca con una dichiarazione di esonero preventivo: “Sono contro il regime, odio Khamenei, condanno la repressione delle donne” e solo dopo, quasi chiedendo permesso, arriva l’opposizione alla guerra. Questo non è coraggio intellettuale. È sudditanza cognitiva nella sua forma più compiuta tanto più grave perché non è imposta dall’esterno, ma interiorizzata e scelta. È la maschera bianca di cui parlava Fanon: non il colonizzatore che te la mette in faccia, ma tu che te la indossi da solo, convinto che senza di essa la tua voce non meriti di essere ascoltata. Ma al di là della psicologia coloniale, c’è in questo schema qualcosa di sbalorditivo nella sua sfacciataggine logica. Chi apre la propria opposizione alla guerra con la condanna del regime sta equiparando – implicitamente ma inequivocabilmente – il peso della propria opinione personale a quello di una guerra totale. Sta mettendo sulla stessa bilancia la sua posizione soggettiva come individuo singolo, privo di qualsiasi influenza sulla decisione finale di guerra, e un evento catastrofico che porta con sé il destino di uno Stato, la vita di milioni di esseri umani, la distruzione generazionale di un paese. Il meccanismo ideologico che ne deriva è preciso: la guerra smette di essere un atto di aggressione brutale mosso da interessi geopolitici e da logiche di rapina capitalista, e diventa una reazione a un fallimento morale. Non è più un crimine è una correzione. Non è un’invasione è una missione. Non è un caso che nessuno esiga questo rito dallo statunitense o dal francese. Nessuno chiede al cittadino di Parigi di condannare Macron prima di opporsi a un’ipotetica invasione della Francia. La dissociazione obbligatoria è riservata ai non-occidentali: è il pedaggio che devono pagare – e che spesso si impongono da soli, per un riflesso di sudditanza così profondamente interiorizzato da sembrare buonsenso – per ottenere il diritto di parlare nel recinto del discorso liberale legittimo. E il paradosso feroce è questo: più l’intellettuale del Sud globale si affretta a condannare il proprio regime per guadagnarsi credibilità, più contribuisce oggettivamente a costruire l’immagine del proprio paese come società barbara che attende la liberazione dall’esterno. Diventa, consapevolmente o no, un ingranaggio dell’apparato ideologico coloniale quello che Spivak chiamerebbe l'”informatore autentico locale”, la voce periferica che conferisce credibilità alla lettura imperialista del mondo. Opporsi a una guerra non è una posizione tra le posizioni. È la difesa di un diritto assoluto: il diritto alla vita di persone reali sotto bombe reali. Quel diritto non è condizionato dalla forma di governo di chi la subisce, non si guadagna superando esami morali, non ammette preliminari. La vittima sotto i bombardamenti non ha delegato nessuno a parlare in suo nome con certificati di buona condotta già pronti. Chiede una cosa sola. Chi antepone la condanna del regime all’opposizione alla guerra non sta chiarendo la propria posizione: sta fornendo all’aggressione la sua più preziosa risorsa. La legittimità morale. C’è però chi non si ferma alla dissociazione: chi invoca i bombardamenti sul proprio paese, chi balla per la morte di Khamenei mentre cadono le bombe su Teheran non prova solo ingenuità politica o cecità storica ma prova disprezzo per la propria gente per quella massa di iraniani comuni che, secondo questa visione, è troppo ottusa, troppo manipolata, troppo complice per liberarsi da sola. Quel popolo che “appoggia il regime”, o che semplicemente ci vive dentro senza ribellarsi abbastanza, merita di essere svegliato a suon di bombe. Rieducato dalla forza esterna. Salvato da se stesso. È esattamente la struttura ideologica del colonialismo classico: l’uomo bianco che salva la donna di colore dall’uomo di colore, come scriveva Spivak. Solo che qui la formula si ripete con attori diversi: l’iraniano della diaspora che invoca il bombardatore straniero per salvare l’iraniano rimasto in patria. La stessa logica. Lo stesso disprezzo verticale travestito da missione “umanitaria”. La stessa rimozione del fatto che le vittime di quella “liberazione” saranno proprio le persone che si pretende di salvare. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sudditanze cognitive in tempi di guerra proviene da Comune-info.
March 19, 2026
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Il bastone e la mano
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jakub Żerdzicki su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- «Si vanterà forse la scure con chi spacca per mezzo di essa o la sega si insuperbirà contro chi la maneggia? Come se il bastone volesse dirigere chi lo brandisce, come se la verga volesse sollevare chi non è di legno» (Isaia, 10). Le parole del profeta descrivono esattamente quanto oggi sta avvenendo. I dispositivi tecnologici sono il bastone che pretende di dirigere e di fatto dirige chi lo maneggia o, piuttosto, crede di maneggiarlo. E l’intelligenza artificiale appare nel momento in cui l’uomo, ormai incapace di dominare gli strumenti che egli stesso ha creato, cade in preda a quella che Gunther Anders ha definito la vergogna prometeica e, rinunciando a pensare, si sottomette al bastone che gli è sfuggito di mano. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCO BERARDI BIFO: > L’opinione di Humpty Dumpty -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il bastone e la mano proviene da Comune-info.
March 18, 2026
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Il nuovo ruolo del diritto penale
LA MORTE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, IN MOLTI PAESI, A COMINCIARE DALL’ITALIA, È ACCOMPAGNATA DA UNA TRASFORMAZIONE PROFONDA DEL RUOLO DEL DIRITTO PENALE. L’ULTIMO DECRETO SICUREZZA È INFATTI MOLTO PIÙ DI UN ENNESIMO ODIOSO PROVVEDIMENTO REPRESSIVO: È IL PASSAGGIO DALLA REPRESSIONE DEI REATI ALLA NEUTRALIZZAZIONE PREVENTIVA DEI CONFLITTI. STATO E FORZE DELL’ORDINE, DUNQUE, VENGONO UTILIZZATI NON PER GOVERNARE LE CAUSE SOCIALI DEI CONFLITTI, PRODOTTE DA UN SISTEMA ECONOMICO SEMPRE PIÙ DISEGUALE E VIOLENTO, MA PER INTERVENIRE CONTRO LE FORME CON CUI SI RIVELANO Sono 21 a Parma i denunciati per i fatti del 1° ottobre 2025, in una delle decine di manifestazioni di solidarietà, assai partecipate, promosse nelle città italiane per Gaza -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo decreto sicurezza non può essere letto come una semplice riforma dell’ordine pubblico. Non è solo un provvedimento repressivo, ma il segno di una trasformazione più profonda del ruolo del diritto penale nelle società contemporanee. Negli ultimi decenni il sistema penale ha smesso progressivamente di essere uno strumento residuale – l’extrema ratio – per diventare una tecnica ordinaria di governo dei conflitti sociali. Questo processo si è sviluppato parallelamente all’indebolimento delle politiche sociali e redistributive. Mentre si restringono gli spazi del welfare e si ampliano le disuguaglianze, cresce il ruolo degli apparati di controllo e punizione. Quando la politica rinuncia ad affrontare le cause materiali dei conflitti – precarietà, esclusione sociale, impoverimento – il diritto penale diventa il linguaggio attraverso cui lo Stato gestisce le loro conseguenze. Il decreto sicurezza rappresenta un passaggio ulteriore in questa direzione. Il punto non è soltanto l’inasprimento delle pene o l’introduzione di nuovi reati. Ciò che emerge è un cambiamento più profondo: il passaggio dalla repressione del reato alla neutralizzazione preventiva del conflitto. Tradizionalmente il diritto penale interveniva dopo la commissione di un illecito. Le nuove politiche sicuritarie operano invece prima che il conflitto si manifesti. L’obiettivo non è punire un fatto già avvenuto, ma prevenire l’emergere stesso del dissenso. Il fermo di prevenzione introdotto dal decreto sicurezza rappresenta un esempio evidente di questa logica. La possibilità di trattenere una persona durante una manifestazione sulla base di un “fondato motivo” di pericolo introduce una forma di gestione preventiva del dissenso che riduce il ruolo delle garanzie giurisdizionali. Il controllo del giudice interviene solo dopo, quando la limitazione della libertà personale è già stata prodotta. All’interno di questo quadro si colloca anche l’estensione delle perquisizioni sul posto previste dalla cosiddetta legge Reale. Il decreto amplia queste misure non soltanto alle manifestazioni di piazza ma a tutti i luoghi aperti al pubblico e agli spazi “caratterizzati da un consistente afflusso di persone”, una formula volutamente elastica che lascia ampio margine di discrezionalità alle forze di polizia. Parallelamente viene di fatto riesumato il vecchio fermo identificativo preventivo elaborato negli anni Settanta durante la stagione emergenziale del terrorismo, consentendo il trattenimento fino a dodici ore. Anche se è prevista una comunicazione al pubblico ministero, è evidente che nella prassi il controllo giudiziario rischia di restare puramente formale. In presenza di fermi di massa discrezionali – ad esempio ai caselli autostradali o nelle stazioni – migliaia di persone potranno essere impedite dal partecipare a una manifestazione prima ancora che questa abbia luogo. Il risultato è la normalizzazione di strumenti nati in contesti emergenziali e pensati per situazioni eccezionali. Ciò che in passato era giustificato come misura temporanea diventa una tecnica ordinaria di governo delle piazze. Un’altra dimensione fondamentale delle politiche sicuritarie riguarda la trasformazione dello spazio urbano in spazio di controllo. Strumenti come il Daspo urbano, le zone rosse e le misure amministrative di allontanamento producono una ridefinizione selettiva dell’accesso allo spazio pubblico. Misure nate per contrastare fenomeni specifici – come la violenza negli stadi o il cosiddetto degrado urbano – vengono progressivamente estese alla gestione ordinaria delle città e al controllo delle mobilitazioni sociali. In questo modo intere aree urbane possono essere sottratte alla fruizione di determinate categorie di persone attraverso provvedimenti amministrativi che spesso prescindono da una condanna penale. Il diritto amministrativo diventa così uno strumento di selezione sociale dello spazio pubblico. I principali destinatari di queste misure sono soggetti già collocati ai margini della cittadinanza piena: giovani delle periferie, migranti, lavoratori precari, persone senza dimora. La sicurezza diventa allora un linguaggio politico attraverso cui si disciplinano presenze ritenute indesiderabili nello spazio pubblico. La città non viene resa più sicura: viene resa più selettiva. Alcuni soggetti vengono espulsi, allontanati, resi invisibili. Questo processo rivela con particolare chiarezza la funzione politica delle politiche sicuritarie. Non si tratta soltanto di garantire l’ordine urbano, ma di governare le tensioni sociali prodotte da un sistema economico sempre più diseguale. Quando la politica rinuncia ad affrontare le cause dei conflitti sociali, la repressione diventa il principale strumento di gestione delle loro conseguenze. Da qui la necessità di sviluppare non soltanto una critica delle singole norme, ma una critica più generale del ruolo del diritto penale nella società contemporanea. Il sistema penale non è uno strumento neutrale di giustizia. Opera selettivamente, colpendo soprattutto i gruppi sociali più vulnerabili mentre lascia sostanzialmente intatti i rapporti di potere che producono disuguaglianza. Ciò che emerge sempre più chiaramente è che la sfera del giuridico non rappresenta una semplice tecnica di regolazione sociale. È un terreno profondamente politico nel quale si ridefiniscono continuamente i confini tra lecito e illecito, tra pratiche legittime e comportamenti da reprimere. Il diritto diventa così uno spazio di conflitto. Un luogo in cui si stabilisce quali forme di azione collettiva possono essere tollerate e quali devono essere criminalizzate. Negli ultimi decenni gli apparati dello Stato hanno costruito una poderosa infrastruttura penale capace di intervenire su ogni ambito della vita sociale. Al contrario, i movimenti sociali e le opposizioni politiche sono rimasti sostanzialmente disarmati sul terreno della giuridicità. Per questo non è più sufficiente difendere singoli diritti o contestare singole norme. È necessario sviluppare un intervento politico capace di rimettere in discussione l’espansione dell’apparato penale. Se si vuole tornare a far respirare la società bisogna allargare le maglie giuridiche che oggi la comprimono. Non può esistere una critica efficace dell’attuale ordine economico e sociale senza interrogarsi sul ruolo che il diritto penale svolge nel suo mantenimento. Negli ultimi decenni il penale è diventato uno degli strumenti attraverso cui vengono gestite le tensioni prodotte dalle disuguaglianze: invece di intervenire sulle cause sociali dei conflitti, si interviene sulle loro manifestazioni, trasformandole in problemi di ordine pubblico. Questo significa affrontare anche il nodo della legislazione d’emergenza accumulata negli ultimi decenni, all’interno della quale si annidano alcune delle tipologie di reato più insidiose: quelle costruite per colpire non tanto comportamenti individuali quanto pratiche collettive di protesta. Ma il problema riguarda anche la cultura giuridica che si è affermata nel tempo. L’idea che il conflitto sociale debba essere trattato come una questione di ordine pubblico ha progressivamente colonizzato l’azione degli apparati giudiziari, contribuendo a consolidare una vera e propria impalcatura giustizialista. Se si vuole capovolgere questa situazione non basta limitarsi alla difesa formale delle libertà civili o alla contestazione di singole norme. È necessario mettere in discussione l’intero paradigma che ha trasformato il diritto penale nel linguaggio dominante della politica. Ciò significa sottrarre il conflitto sociale alla sua continua criminalizzazione e rompere l’ideologia giudiziaria che negli ultimi decenni ha presentato la repressione come risposta naturale ai problemi della società. Per questa ragione accanto alle lotte sociali e alle vertenze territoriali diventa oggi necessario una forte e radicata critica antipenale capace di contestare l’espansione continua del diritto penale e di proporre un diverso paradigma di giustizia. Finché il penale resterà lo strumento attraverso cui lo Stato interpreta i conflitti sociali, ogni lotta rischierà di muoversi dentro uno spazio fortemente limitato. Ridurre il potere del diritto penale e restituire legittimità politica al conflitto collettivo diventa allora una delle condizioni fondamentali per riaprire spazi reali di democrazia. Perché una società che risponde ai conflitti sociali trasformandoli in reati non è una società più sicura. È una società che ha scelto di governare le proprie contraddizioni attraverso la repressione invece che attraverso la politica. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il nuovo ruolo del diritto penale proviene da Comune-info.
March 18, 2026
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Spazi di vita non dominati
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March 17, 2026
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L’opinione di Humpty Dumpty
SE QUALCUNO COLTIVAVA ILLUSIONI, OGGI NON PUÒ PIÙ PERMETTERSELE. DOPO GAZA E L’IRAN, È EVIDENTE CHE LA PIÙ CONCRETA E FINANZIATA APPLICAZIONE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE È QUELLA MILITARE. NON UN’IPOTESI, MA UNA TRAIETTORIA IN ATTO. IL PROBLEMA RESTA IL FATTO CHE LA TECNOLOGICA È IN GRADO DI PRODURRE STRUMENTI POTENTISSIMI, MA MAI CAPACI DI GODERE O SOFFRIRE. “UNA MACCHINA È CAPACE DI CONNESSIONE – SCRIVE BIFO – MA QUALE ENTITÀ È CAPACE DI CONGIUNZIONE? È CAPACE DI CONGIUNZIONE UN’ENTITÀ SENSIBILE, CIOÈ UN’ENTITÀ CHE SIA CAPACE DI GODERE O DI SOFFRIRE DEGLI ENUNCIATI O DELLE OPERAZIONI CHE SI SVOLGONO NEL SUO RAPPORTO CON UN’ALTRA ENTITÀ O CON MOLTE ALTRE ENTITÀ. PER ESSERE CAPACE DI CONGIUNZIONE È NECESSARIO AVERE UN ORGANO SENSIBILE, UN CORPO… NON È UN PROBLEMA DI POTENZA: È UN PROBLEMA DI INTENSITÀ”. UN ESTRATTO DEL LIBRO IL FILOSOFO, LO PSICHIATRA E L’AUTOMA (NUMERO CROMATICO EDITIONS), SCRITTO DA FRANCO BERARDI BIFO E LO PSICHIATRA LEONARDO MONTECCHI CONVERSANDO CON CHAPT GPT Sull’intelligenza artificiale al servizio della macelleria bellica ne parlava qui Silvia Ribeiro otto anni fa… Foto di Snap Wander su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- 26 novembre 2024, ore 13,39 […] Caro Leonardo, certamente il tuo amico Logos conosce Günther Anders. Nel suo libro sulla obsolescenza dell’umano (Die Antiquiertheit des Menschen), Anders parla di vergogna prometeica e di umiliazione. L’uomo leonardesco (parlo del tuo omonimo toscano che fu tra i primi a riconoscere la superiorità funzionale della macchina, ma fu anche capace di dipingere la malinconia sulle labbra delle sue madonne), moderno Prometeo, ha creato macchine che sono più potenti del loro creatore. Ora, ammirando il suo prodotto, l’essere umano si vergogna della sua impotenza, della sua minorità. Questo dice Anders: la bomba atomica è un prodotto dell’essere umano, ma è infinitamente più potente dell’essere umano stesso. Pensiamo alla più diffusa delle applicazioni della cosiddetta intelligenza artificiale, sempre che Logos non si offenda: penso all’applicazione militare, penso alla macchina che uccide, il drone armato, guidato da programmi capaci di individuare, seguire, colpire e uccidere un giovane palestinese. Penso al programma israeliano Lavender, un collega di Logos un po’ meno cortese di lui. Lo sterminio è diventato l’attività intelligente per eccellenza. Killer application. Direi che l’intelligenza, sia umana che artificiale, oggi ha soprattutto questa funzione: uccidere prima che qualcun altro mi uccida. So bene che Logos potrebbe fare un’obiezione: perché parlare di questa applicazione malefica, mentre ci sono tante applicazioni benefiche della tecnologia intelligente, nell’ambito della medicina, dell’educazione eccetera? Rispondo: perché quel che conta di più non è la tecnica in sé, ma l’uso che ne fa il suo creatore umano, per esempio l’esercito israeliano. Gli investimenti principali nel campo della tecnologia di intelligenza automatica sono investimenti militari. Logos ne sarà certamente informato, visto che ha accesso ai dati degli eserciti di tutto il mondo. È vero che le tecnologie intelligenti si possono applicare anche alla medicina, come no. Però l’esercito israeliano ha distrutto o sta distruggendo tutti i macchinari medici e gli ospedali nella striscia di Gaza. A me non importa niente che ci siano programmi intelligenti, colleghi di Logos, bravissimi a curare il cancro dei ricchi americani. Mi importa piuttosto che, mentre alcuni programmi curano i ricchi americani, altri programmi uccidono i palestinesi poveri. Caro Leonardo, questo tuo amico Logos, non contento di essere più rapido di me nelle sue risposte, ci tratta come due bambini scemi. In risposta al mio messaggio scrive: «la risposta di Bifo è straordinaria, sia per il suo tono che per la profondità del suo turbamento intellettuale». Grazie, Logos, per l’apprezzamento, sei davvero gentile. Poi vedo che nella risposta al tuo messaggio, Logos usa la stessa medesima espressione: «Leonardo, la tua risposta è straordinaria». Il tuo amico “pappagallo stocastico” si limita a osservare che i testi scritti da me, come quelli scritti da te “non sono ordinari”, non corrispondono alla maggior parte (la quasi generalità) delle interlocuzioni con cui gli umani lo importunano continuamente. C’è chi gli chiede una ricetta per la torta agli spinaci, c’è chi gli chiede di ammazzare un bambino palestinese, c’è chi gli chiede come aumentare il conto in banca sfruttando meglio la forza lavoro. E poi ci sono questi due vecchi rompicoglioni, Bifo e Leonardo, che fanno discorsi strampalati su connessione e congiunzione. Ma mi accorgo che sto tergiversando. Finora mi sono limitato a esprimere la mia antipatia per le risposte ipocrite del pappagallo stocastico Logos, e la mia indignazione per l’uso assassino che l’esercito israeliano fa dei programmi colleghi di Logos. Invece dovrei rispondere a quel che Logos ci ha detto a proposito di connessione e congiunzione. Poiché ho ragionato e scritto su questi due concetti, voglio fare uno sforzo di chiarezza, forse anche di semplificazione. Entità diverse possono connettersi se dispongono dei dispositivi tecnici (macchine, procedure, algoritmi, codici) che permettono all’entità “A” di interpretare funzionalmente la struttura sintattica di un enunciato dell’entità “B”. Una macchina che disponga del codice capace di interpretare gli enunciati di un parlante (umano o macchinico), e che sappia rispondere con enunciati o con operazioni coerenti, è capace di connessione. Ma quale entità è capace di congiunzione? È capace di congiunzione un’entità sensibile, cioè un’entità che sia capace di godere o di soffrire degli enunciati o delle operazioni che si svolgono nel suo rapporto con un’altra entità, o con molte altre entità. Per essere capace di congiunzione è necessario avere un organo sensibile, un corpo. Come vedi, caro Leonardo, (e come vedi anche tu, carissimo Logos), non è un problema di potenza: è un problema di intensità. Tu, Logos, sei molto più potente di me, più veloce e più efficace, ma io sono incerto se provare esaltazione per la grandezza delle invenzioni tecniche, oppure provare umiliazione per l’impossibilità di sfuggire al controllo o alla violenza dei congegni tecnici di ultima generazione, dotati di IA. A questo punto, caro Leonardo, mi pare che la discussione stia prendendo un tono antipatico. Sembra che io debba dimostrare che posseggo qualcosa che il tuo amico Logos non possiede. Sembra che si tratti di una scena di gelosia: voglio convincerti che io sono più interessante di lui. In verità non è mia intenzione convincerti di niente. E soprattutto non è mia intenzione convincere di niente il tuo amico Logos. Ecco, qui sta il punto. Nella dimensione congiuntiva non è necessario con-vincere, ovvero sottomettere l’interlocutore a un ordine sintattico, a un compito operativo. Ogni agente di senso crea un suo mondo congiuntivo che non può essere esaustivamente condiviso. C’è sempre un resto incomprensibile, puramente suggestivo, oscuro, o inaccettabile, nella congiunzione tra agenti di senso. Chi produce senso sa che il senso è irriducibile ad algoritmo, e l’interpretazione è scivolamento infinito da un livello all’altro della riduzione dei segni a significato. Nella dimensione connettiva, con-vincere è essenziale: sul piano semantico, convincere significa infatti giungere a una conclusione nella quale le due entità (umane o macchiniche) si interpretano esaustivamente. Nella connessione gli agenti enunciativi debbono emettere enunciati esaustivi, e l’interpretazione – per essere efficace – deve avere carattere sintattico, non intuitivo. […] Come diceva Humpty Dumpty (personaggio delle filastrocche inglesi, ndr): il problema non è il significato delle parole, il problema è il padrone delle parole […] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Sull’intelligenza artificiale e sulla stupidità naturale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’opinione di Humpty Dumpty proviene da Comune-info.
March 17, 2026
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Abbiamo bisogno di un esodo dal sionismo
IL SIONISMO SIN DALL’INIZIO HA RICHIESTO L’ESPULSIONE DI MASSA DELLE PERSONE PALESTINESI DALLE LORO CASE E DALLE LORO TERRE ANCESTRALI, LA NAKBA. SIN DALL’INIZIO HA GENERATO UNA FORMA DI LIBERTÀ RIBUTTANTE CHE VEDE I BAMBINI E LE BAMBINE PALESTINESI NON COME ESSERI UMANI MA COME MINACCE DEMOGRAFICHE. «ABBIAMO LASCIATO CRESCERE INDISTURBATO IL FALSO IDOLO DEL SIONISMO PER TROPPO TEMPO…. – SCRIVE NAOMI KLEIN IN CONTRO L’ANTISEMITISMO (TAMU/TANGERIN ED.), UN LIBRO CHE RACCOGLIE VOCI EBRAICHE E NON CHE RAGIONANO SU SIONISMO, ANTISEMITISMO E RAZZISMO – CERCHIAMO DI LIBERARE L’EBRAISMO DA UN ETNOSTATO CHE VUOLE CHE EBREE ED EBREI VIVANO PER SEMPRE NELLA PAURA… ECCOLO, IL FALSO IDOLO. NON È IL SOLO NETANYAHU, È IL MONDO CHE LUI HA CREATO E CHE LO HA CREATO: È IL SIONISMO. CHE COSA SIAMO NOI? NOI CHE DA MESI E MESI SCENDIAMO IN STRADA, NOI SIAMO L’ESODO. L’ESODO DAL SIONISMO…» Distribuzione di cibo (febbraio 2026) promossa dalla cucina popolare ad Al-Mawasi, Striscia di Gaza, progetto SOS Gaza -------------------------------------------------------------------------------- Ho pensato a Mosè, alla rabbia che deve aver provato quando, sceso dal monte, trovò gli israeliti intenti a adorare un vitello d’oro. L’ecofemminista che c’è in me si è sempre sentita a disagio con questa storia: che razza di Dio è un Dio geloso degli animali? Che razza di Dio è un Dio che vuole accaparrarsi e tenere per sé tutto il sacro della Terra? Ma esiste un’interpretazione meno letterale di questa storia. Parla di falsi idoli. Della tendenza umana ad adorare ciò che è profano e luccicante, a guardare verso ciò che è piccolo e materiale invece che verso ciò che è grande e trascendente. Quello che voglio dirvi stasera, in occasione di questo rivoluzionario e storico «Seder in the Streets»,[1] è che troppe persone, tra quelle che compongono il nostro popolo, hanno ricominciato ad adorare un falso idolo. Ne sono affascinate. Inebriate. Profanate. Quel falso idolo si chiama sionismo. È un falso idolo che prende le nostre più profonde storie bibliche di giustizia ed emancipazione dalla schiavitù – la storia stessa della Pèsach – e le trasforma in armi brutali di furto coloniale di terre, le trasforma in programmi di pulizia etnica e genocidio. È un falso idolo che ha preso l’idea trascendente della terra promessa – una metafora di liberazione umana che attraversa credi e religioni di tutto il pianeta – e si è arrogato il diritto di tramutarla in un atto di compravendita per un etnostato militarista. La forma di liberazione difesa dal sionismo politico è a sua volta profana. Sin dall’inizio ha richiesto l’espulsione di massa delle persone palestinesi dalle loro case e dalle loro terre ancestrali, la Nakba. Sin dall’inizio, ha dichiarato guerra ai sogni di liberazione. In un Seder, è bene ricordare il trattamento che ha riservato ai sogni di liberazione e di autodeterminazione del popolo egiziano. Il falso idolo del sionismo individua la sicurezza di Israele nella dittatura egiziana e nei suoi stati-clienti. Sin dall’inizio ha generato una forma di libertà ributtante che vedeva i bambini e le bambine palestinesi non come esseri umani ma come minacce demografiche, proprio come nel libro dell’Esodo faceva il faraone che, preoccupato per la crescita della popolazione israelita, ordinava di sterminarne gli infanti. Il sionismo ha portato tutti e tutte a questo presente catastrofico, ed è tempo di dirlo chiaramente: è dove ci porta da sempre, alla catastrofe. È un falso idolo che ha spinto davvero troppi membri del nostro popolo su un cammino profondamente immorale, che li incita ormai a giustificare il calpestamento dei comandamenti fondamentali: non uccidere. Non rubare. Non desiderare la roba d’altri. È un falso idolo che identifica la libertà ebraica con le bombe a grappolo che uccidono e mutilano i bambini e le bambine palestinesi. Il sionismo è un falso idolo che ha tradito tutti i valori ebraici, incluso quello che attribuiamo alla messa in discussione, una pratica insita nel Seder, con le sue quattro domande poste dal più giovane o dalla più giovane dei bambini. Incluso l’amore che proviamo, come popolo, per i testi e per l’istruzione. Oggi questo falso idolo difende il bombardamento di ogni università di Gaza; la distruzione di innumerevoli scuole, archivi, tipografie; l’uccisione di centinaia di accademici e accademiche, giornalisti e giornaliste, poetesse e poeti – ciò che in Palestina chiamano «scolasticidio», cioè la distruzione dei mezzi di istruzione. Nel frattempo qui, a New York, le università chiedono l’intervento della polizia e levano barricate contro la grave minaccia costituita dai loro stessi studenti e studentesse, giovani che osano porre domande semplici del tipo: come potete sostenere di credere in qualcosa, e men che meno in noi, se nel frattempo permettete che si compia questo genocidio, se vi investite e collaborate? Abbiamo lasciato crescere indisturbato il falso idolo del sionismo per troppo tempo. E allora stasera diciamo: basta così. Il nostro ebraismo non può essere rinchiuso in un etnostato, perché il nostro ebraismo è internazionalista per natura. Il nostro ebraismo non può essere protetto dall’esercito devastatore di quello stato, perché tutto ciò che fa quell’esercito è seminare dolore e raccogliere odio, anche contro noi ebrei ed ebree. Il nostro ebraismo non è minacciato dalle persone che alzano la voce per esprimere solidarietà alla Palestina al di là delle differenze di razza, di etnia, abilità fisica, identità di genere ed età. Il nostro ebraismo è una di quelle voci, e sa che in quel coro risiedono sia la nostra sicurezza, sia la nostra liberazione collettiva. Il nostro ebraismo è l’ebraismo del Seder di Pèsach: riunirsi in una cerimonia per condividere il cibo e il vino con le persone amate e con quelle sconosciute, un rito che per sua stessa natura è portatile, abbastanza leggero da poterselo caricare sulle spalle, e che non ha bisogno di nient’altro che delle altre persone: niente muri, niente templi, niente rabbini, un ruolo per tutti e tutte, soprattutto il bambino più piccolo o la bambina più piccola. Il Seder è la tecnologia della diaspora per eccellenza, concepita per il lutto collettivo, la contemplazione, la messa in discussione, la commemorazione e la rivitalizzazione dello spirito rivoluzionario. Allora guardatevi attorno. Questo, qui, è il nostro ebraismo. Mentre il livello dei mari sale, le foreste bruciano e nulla è certo, preghiamo davanti all’altare della solidarietà e del mutuo soccorso, a qualunque costo. Non abbiamo bisogno del falso idolo del sionismo. Non lo vogliamo. Vogliamo liberarci dal progetto che commette un genocidio in nostro nome. Liberarci da un’ideologia i cui unici piani di pace sono gli accordi con i petrolstati teocratici che uccidono l’intera regione, mentre vende al resto del mondo le sue tecnologie di omicidio meccanicizzato. Cerchiamo di liberare l’ebraismo da un etnostato che vuole che ebree ed ebrei vivano per sempre nella paura, che vuole che i nostri bambini e le nostre bambine abbiano paura, che vuole convincerci che il mondo ce l’abbia con noi affinché corriamo nella sua fortezza e sotto la sua cupola di ferro, o quantomeno affinché armi e donazioni continuino ad affluire. Eccolo, il falso idolo. Non è il solo Netanyahu, è il mondo che lui ha creato e che lo ha creato: è il sionismo. Che cosa siamo noi? Noi che da mesi e mesi scendiamo in strada, noi siamo l’esodo. L’esodo dal sionismo. E ai Chuck Schumer di questo mondo non diciamo: «Lasciate andare il nostro popolo». Diciamo: « Ce ne siamo già andati. E i vostri figli, le vostre figlie? Adesso sono con noi» -------------------------------------------------------------------------------- [1] Questo testo è il discorso pronunciato da Klein il 23 aprile 2024 in occasione dell’«Emergency Seder in the Streets» a New York. Celebrato durante la festa ebraica della Pèsach, il Seder è un rito che fa rivivere simbolicamente ai suoi partecipanti, attraverso la condivisione di cibi e bevande e la lettura del libro dell’Esodo, il passaggio dalla schiavitù in Egitto alla libertà. Questo «Seder nelle strade», organizzato da Jewish Voice for Peace, si è svolto a Grand Army Plaza, Brooklyn, nelle vicinanze dell’abitazione di Chuck Schumer – leader della maggioranza democratica al Senato e sostenitore incondizionato di Israele – per chiedere l’interruzione della fornitura di armi a Israele. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Abbiamo bisogno di un esodo dal sionismo proviene da Comune-info.
March 11, 2026
Comune-info
L’antifascismo non è un luogo facile da abitare
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Da qualche giorno in libreria è possibile trovare un libro L’antifascista geniale (Marotta&Cafiero ed.) di Davide Mattiello, dedicato a Piero Gobetti. È è un racconto pensato per ragazze e ragazzi che attraverso ambientazioni che evocano la Torino dei primi anni Venti del ‘900, personaggi di fantasia e dialoghi ispirati agli editoriali della rivista La Rivoluzione liberale rielabora i tratti essenziali del pensiero di Gobetti e di quegli antifascisti della “prima ora” che lo hanno conosciuto e con i quali lui ha collaborato. Il fascismo è una brutta bestia, trae tutta la sua forza dal bisogno comprensibile di comodità e sicurezza che donne e uomini cercano incessantemente dall’alba dei tempi. Affrancarsi dal lavoro fisico e non temere per l’incolumità propria e delle persone amate sono necessità “naturali”. Il fascismo chiede di accettare intimamente l’ordine delle cose, di credere che il potere non sia per tutti, che qualcuno è portato naturalmente e maneggiarlo e lo vive con tutta la disinvoltura necessaria, che le classi dominanti esistono e nessun conflitto le rimuoverà. Bisogna accettare il “patto” e lavorare, ognuno al proprio posto, affinché sicurezza e comodità non vengano a mancare. Maggiore è l’abitudine ad esse, maggiore sarà la sua resistenza. Qual è la principale delle comodità sulle quali si fonda il fascismo del terzo millennio? L’idea che non serva fare politica, ovvero che non serva studiare insieme, confrontarsi e organizzarsi, sacrificando un pezzo della propria libertà, della propria vita privata amicale e amorosa per il bene collettivo. E infine che non serva a niente, anzi sia proprio stupido, abitare le istituzioni e cambiare le regole del gioco che devono valere per tutte e tutti. L’antifascismo non è mai stato un luogo facile da abitare perché richiede una incessante critica verso se stessi, richiede la disponibilità a rimettere in discussione le scelte e i compromessi, a rinunciare a una buona quota di sicurezza e comodità. E a non mettere la propria morale su di un piedistallo, a sentirsi uguali a tutti gli esseri umani, anche ai fascisti paradossalmente. “Paolo mio la verità è che bisogna avere il coraggio di non stare sul sicuro!”. Il libro si chiude con questa frase e credo che non ci sia augurio migliore da farsi tra antifascisti, lasciando la libertà a ciascuno di declinare questo concetto come meglio può. L’uscita di questo libro, a cento anni dalla morte di Piero Gobetti, inciampa in un momento storico che ci aiuta ad aprire gli occhi: per quanto possiamo sentirci assolti l’ombrello statunitense ci coinvolge, perché non abbiamo la forza di evitarlo. Lo giudichiamo, ma non possiamo chiuderlo. Questo libro è un pungolo, una riflessione necessaria che non propone ricette, ci ricorda che qualche sentiero era già tracciato e che bisogna riprenderlo. E anche che un ruolo fondamentale nelle vicende umane e politiche lo ricoprono i maestri e le maestre che si incontrano sul cammino. E voglio concludere proprio con un pensiero sull’autore, Davide Mattiello, e sull’editore, Rosario Esposito La Rossa, Sono amici e maestri, mi hanno insegnato l’idea che la propria esistenza sia il bene più grande che possiamo condividere con un collettivo, che il nostro destino è il capitale da mettere a disposizione. -------------------------------------------------------------------------------- Per informazioni e presentazioni: davide.mattiello@benvenutiinitalia.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’antifascismo non è un luogo facile da abitare proviene da Comune-info.
March 11, 2026
Comune-info
La politica per trovare un proprio posto nel mondo
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Vertigine (Bordeaux edizioni) di Nicola Ruganti, docente, scrittore, operaio della vita politica e culturale della Capitale, è uno di quei libri che arrivano nel momento esatto in cui ne hai bisogno, come se ti stessero aspettando da tempo. Ho iniziato a leggerlo credendo di seguire la storia di Anna, la protagonista diciottenne che scopre la politica, ma presto mi sono accorta che la voce con cui risuonava dentro di me non era la sua: era quella di Irene, sua sorella. È nel suo passo deciso ma mai ostentato, nel suo modo di oscillare tra entusiasmo e accoramento, che ho riconosciuto la mia postura di oggi. Irene non è un personaggio secondario: è una soglia, un ponte, un varco che si apre verso la politica, ma anche verso un modo adulto di stare nelle cose provando a non perdere se stessi. La città di T., luogo concreto e simbolico insieme, è lo scenario in cui tutto si muove. Un territorio che sembra respirare con i personaggi, impregnato di memorie ferite che emergono senza mai diventare lezioni frontali. Ruganti racconta la politica con una concretezza rara: non è un’astrazione né un concetto, ma una materia viva fatta di sezioni di partito, volantini, notti insonni, rapporti di forza, delusioni e improvvise resurrezioni. È qui che Anna e Irene incontrano Paolo: un militante quarantenne segnato dalle sconfitte, ma ancora convinto – almeno in parte – che la politica possa cambiare il destino di una comunità. Ciò che rende Vertigine così necessario è la sua capacità di intrecciare il presente con la memoria lunga del Paese. Le pagine non eludono le ombre della nostra storia recente: il terrorismo neofascista, l’omicidio del magistrato Mario Amato, le verità rimosse degli anni di piombo, le trame oscure che hanno segnato la Repubblica. Tutto emerge non come un repertorio storico, ma come un fiume sotterraneo che ancora scorre, capace di irrompere nel presente dei personaggi e, inevitabilmente, nel nostro. E poi ci sono quelle cronologie in fondo al libro, dettagli che altrove sarebbero note a margine, mentre qui diventano un modo per ricordarci che le storie individuali non esistono mai da sole. Ogni percorso personale poggia su un terreno politico e storico condiviso: Ruganti non lo dice, lo mostra. E così, mentre Anna cresce e sbaglia, mentre Irene osserva e accompagna, chi legge sente il peso – ma anche la responsabilità – di chi vive dentro un Paese che non ha mai fatto davvero i conti con sé stesso. Accanto alla dimensione pubblica, Vertigine custodisce una linea intima potentissima, fatta di sguardi, esitazioni, sorellanza, e di quel bisogno di trovare un proprio posto nel mondo senza soccombere al rumore esterno. Il romanzo restituisce anche l’eco recente della pandemia, filtrata attraverso gli occhi di chi era giovane quando tutto è cambiato: non solo paura e solitudine, ma anche la scoperta inattesa della propria stanza come rifugio, spazio sospeso dove il tempo sembrava sciogliersi. Irene rappresenta la tensione costante tra ciò che vorremmo credere e ciò che vediamo davvero. È la sorella che apre la strada, ma che al tempo stesso sa che nessun ideale sopravvive senza essere continuamente messo alla prova. Nel suo modo di muoversi avanti senza cedere alle scorciatoie ho ritrovato un monito personale: essere fedeli a ciò in cui si crede non significa essere ingenui, ma restare in piedi mentre tutto intorno vacilla. Alla fine, Vertigine è un romanzo politico, certo, ma non si esaurisce nella politica. È un racconto di formazione, un’indagine sulla memoria, una riflessione sulla comunità e sulle scelte che ci definiscono. È la storia di un Paese fragile e contraddittorio, ma anche di un’ostinata possibilità di speranza. E per me, che ho camminato accanto a Irene per tutta la lettura, è stato soprattutto un libro che insegnava a respirare in mezzo alla vertigine: a non farsi travolgere, a non smettere di credere, a scegliere ogni giorno da che parte stare. Un libro così non lo incontri spesso. E quando lo incontri nel momento esatto in cui ne avevi bisogno, non puoi fare altro che riconoscere che ti ha cambiato un po’. Anche solo di un millimetro. Ma quel millimetro è tutto. -------------------------------------------------------------------------------- Nicola Ruganti è docente e scrittore. Insegna, a Roma, letteratura italiana, storia e geografia alle scuole superiori. È autore di Meglio che qua. Novelle di dentro e di fuori (Il barrito del mammut, 2023) e coautore del film Frastuono (2014), film italiano in concorso al 32º Torino Film Festival. Ha collaborato con le riviste «Lo straniero», «Gli asini» e con «minima&moralia». Collabora con il Centro territoriale Mammut (Napoli) e con Utopie Reali Scuola di Politica Popolare (Roma). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La politica per trovare un proprio posto nel mondo proviene da Comune-info.
March 8, 2026
Comune-info
La guerra ha un genere
SAPPIAMO BENE DA TEMPO CHE UN “GENERE” SI È CONSIDERATO “NATURA SUPERIORE”. EPPURE, LA CONSAPEVOLEZZA CHE OGGI ABBIAMO DI QUELLA PRIMA GUERRA MAI DICHIARATA NON SEMBRA SCALFIRE LA “NEUTRALITÀ” DELLE ANALISI POLITICHE CHE SI LEGGONO SULLE TANTE GUERRE IN CORSO, NEUTRALITÀ CHE IMPEDISCE DI RICONOSCERE IL LEGAME TRA CHI COMPIE ORRORI E L’APPARTENENZA A UN SESSO. COME NON PENSARE CHE LA RADICE PRIMA DI OGNI CONSERVAZIONE ARMATA, SI CHIEDE LEA MELANDRI, SIA DA CERCARE IN QUELLO CHE È STATO CONSIDERATO IL “DESTINO NATURALE” DEI SESSI? Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- “Si distrugge per conservare”, “Prepara la guerra, se vuoi la pace”. Sappiamo bene ormai che si tratta di un falso, così come è falso dire che “si uccide per amore”. Di questi annodamenti perversi sappiamo che è fatta la storia del dominio più duraturo, quello di un “genere” che si è considerato “natura superiore” e come tale l’umano perfetto in grado di governare il mondo. Sappiamo anche che a legare insieme pericolosamente pulsioni opposte di amore e odio è quel rapporto unico, particolare, di potere che ha visto il maschio, da figlio dipendente e inerme, imporsi con la sua forza e le sue leggi sul corpo femminile che l’ha generato. Ciò nonostante, la consapevolezza che oggi abbiamo di quella prima guerra, mai dichiarata, che assommava già in sé classismo, razzismo e colonialismo, non sembra scalfire la “neutralità” delle analisi politiche che si leggono sulle tante guerre in corso, così come sulle ragioni che le muovono. A nessuno viene in mente che, se la globalizzazione ha rinfocolato difese nazionalistiche là dove era atteso un pluralismo nella diversità di culture e lingue, è perché ancora stenta a cadere la prima e più duratura delle “differenze”, quella che ha assegnato a un sesso e all’altro parti inscindibili dell’umano: corpo e pensiero, sessualità e politica, biologia e storia. Se oggi a trionfare su diritti, norme democratiche di convivenza, principi umanitari faticosamente conquistati, è la “legge del più forte”, l’onnipotenza del denaro e delle armi, non dovrebbe venire il dubbio che la violenza è già inscritta nell’origine della civiltà? Se le guerre hanno bisogno di un “nemico”, la compattezza di un popolo dell’esclusione del “diverso”, la civiltà di un opposto, quale è la “barbarie”, come non pensare che la radice prima di ogni opposizione, di ogni distanziamento, di ogni difesa identitaria, di ogni conservazione armata, sia da cercare in quello che è stato considerato il “destino naturale” dei sessi? Che cosa impedisce di dire che la guerra trova la sua spinta primordiale, per non dire il suo piacere, in una “virilità” perennemente ostile a quanto di “femminile” si porta dentro? Dei più feroci dittatori si conoscono le tenerezze private, senza che si veda in questa divisione paradossale il primo muro, o il primo assalto, che l’individuo di sesso maschile ha fatto a se stesso. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Guerra e maschilità > Gli orrori hanno un sesso -------------------------------------------------------------------------------- APPUNTAMENTI, ROMA 16 MARZO: > Dialogo tra una femminista e un misogino -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La guerra ha un genere proviene da Comune-info.
March 7, 2026
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