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Maschi in guerra
La guerra ha le sue radici profonde nel dominio degli uomini sulle donne L'articolo Maschi in guerra proviene da Comune-info.
Movimenti e popoli di fronte all’offensiva della morte
IL MONDO BRUCIA. PER RAÚL ZIBECHI CI SONO TRE CHIAVI DI LETTURA. LA PRIMA: TRUMP NON È PAZZO, RAPPRESENTA GLI INTERESSI DELLE GRANDI IMPRESE. LA SECONDA: LA TEMPESTA IN CORSO, COME LA CHIAMANO GLI ZAPATISTI DAL 2015, È FATTA DI GUERRE, CRISI AMBIENTALE E CAOS. LA TERZA, PIÙ DELLE ALTRE, CHIAMA A PENSARE E AD AGIRE INSIEME: COSA FARE ORA CHE SAPPIAMO NON ESISTE UN DIRITTO INTERNAZIONALE? “SE SIAMO ORGANIZZATI, ABBIAMO UNA POSSIBILITÀ DI SOPRAVVIVERE. CIÒ IMPLICA AVERE RIFUGI COLLETTIVI, RISERVE COLLETTIVE E AUTONOME, IN GRADO DI GARANTIRE ACQUA, CIBO, SICUREZZA E SALUTE ALLE NOSTRE COMUNITÀ. IL FUTURO DIPENDE ESCLUSIVAMENTE DA NOI. NESSUNO CI SALVERÀ…” Foto di Mohamed Alamarin, cuoco, che un anno fa ha messo in piedi una cucina mobile a Gaza e insieme a una piccolo gruppo di persone (supportate da SOS Gaza) gira i vari campi con fornelli, pentole e cibo -------------------------------------------------------------------------------- Non c’è niente di meglio che affrontare la realtà a testa alta, senza giri di parole o scuse, guardando il mostro in faccia per decidere la strada dei movimenti di base e dei popoli disposti a resistere. Se lo facessimo, concluderemmo che l’impero agisce in modo molto simile al narcotraffico: minacciando, corrompendo e attaccando vigliaccamente per appropriarsi dei beni collettivi di comunità e popoli. Ecco perché il narcocapitalismo o capitalismo criminale – ormai sinonimi – deve essere compreso in modo olistico, senza separarne le varie sfaccettature. Ciò che è accaduto con l’attacco al Venezuela rappresenta una svolta che trascende l’amministrazione Trump, poiché l’impero ha deciso di perseguire la strada del dominio incontrollato della regione nel tentativo di contenere il suo inarrestabile declino, nella speranza di affrontare la Cina da un Occidente sotto il suo controllo. Ma la questione centrale, dal mio punto di vista, è come questa nuova realtà influenzi i movimenti e i popoli, cosa possiamo aspettarci d’ora in poi e come possiamo agire per limitare i danni, per sopravvivere collettivamente a un nemico – il capitalismo – che aspira ad annientarci per impossessarsi dei beni comuni. Il genocidio palestinese è lo specchio in cui ci vediamo, che ci permette di comprendere gli obiettivi del sistema. Il primo punto è che Trump non è pazzo. Rappresenta gli interessi delle grandi imprese e dello Stato, e il gruppo al potere ha l’unica strategia ragionevole per la sopravvivenza dell’impero: non combattere direttamente con Cina e Russia, lasciare che controllino rispettivamente Asia ed Eurasia e concentrarsi sul controllo dell’Occidente e, soprattutto, del proprio territorio. Da lì sperano di resistere all’ascesa della Cina, controllando il petrolio e i petrodollari, le terre rare e i minerali del nostro continente. Chiunque venga dopo Trump, questa politica, delineata nella recente Strategia per la Sicurezza Nazionale, non cambierà. In secondo luogo, la sfida per i movimenti e i popoli è enorme, così grande che non siamo in grado di invertirla o fermarla nel breve o medio termine. Questa è la tempesta contro cui l’EZLN ha lanciato l’allarme almeno dal 2015, quando ha tenuto il seminario “Pensiero critico di fronte all’idra capitalista”. Le guerre per l’egemonia globale sono una parte centrale di questa tempesta, a cui si aggiungono la crisi ambientale e il caos che, insieme, devasteranno gran parte dell’umanità. Il nostro primo dovere è comprendere che ci troviamo nella prima fase di questo disastro, il cui inizio possiamo collocare a Gaza e ora in Venezuela, sapendo che l’impero ha puntato gli occhi su Colombia, Cuba e Messico, ma anche sulla Groenlandia, come emerge chiaramente dalle ultime dichiarazioni di Trump (leggi anche America latina: un continente esposto e sulla difensiva). La terza domanda è cosa faremo ora che sappiamo che non esiste un diritto internazionale (leggi anche Sul feticismo del diritto), che organizzazioni come le Nazioni Unite sono diventate irrilevanti e che conta solo la forza militare, la forza bruta, come è accaduto nelle guerre coloniali e nelle due guerre mondiali. Se vogliamo guardare la cosa da un’altra prospettiva, diciamo che siamo nel mezzo di una transizione egemonica e che, storicamente, transizioni di questo tipo hanno comportato guerre tremende. Solo nella Seconda Guerra Mondiale, il bilancio delle vittime ha raggiunto i 100 milioni di persone. Ora il disastro umano sarà molto più grande, poiché le armi sono state perfezionate e nove paesi possiedono già armi nucleari, pronti a usarle. Inoltre, quante vite si aggireranno a causa del disastro climatico e delle migrazioni? Credo che una lezione fondamentale della storia sia che se non siamo organizzati, scompariremo come individui e come nazioni. Se siamo organizzati, abbiamo una possibilità di sopravvivere, e sebbene questa non possa essere garantita, è certamente l’unica vera possibilità che abbiamo. Ciò implica avere rifugi collettivi, riserve collettive e autonome, in grado di garantire acqua, cibo, sicurezza e salute alle nostre comunità. L’altra questione è che il futuro dipende esclusivamente da noi. Nessuno ci salverà. Pertanto, dobbiamo mettere a repentaglio la nostra vita, non per il desiderio di esporci, ma perché non c’è altra scelta. Questo è ciò che hanno fatto, tra gli altri, i popoli del Vietnam, dell’Algeria e di Cuba. Per cacciare gli statunitensi, i vietnamiti hanno pagato con circa 3 milioni di vite, in un paese che all’epoca contava 32 milioni di abitanti. Nella guerra di liberazione nazionale morirono mezzo milione di algerini, su 10 milioni di persone che popolavano il Paese. Non sto cercando di difendere il sacrificio, tanto meno la morte. Allo stesso tempo, la guerra popolare prolungata non funziona più, né eticamente, né politicamente, né militarmente. Questa affermazione merita un ampio dibattito. Voglio semplicemente dire che dobbiamo essere organizzati. Che la tempesta attuale è solo all’inizio e che la parte più dolorosa e brutale deve ancora arrivare. È in gioco qualcosa di serio come la sopravvivenza collettiva. La vita non è qualcosa con cui scherzare. Non dobbiamo giocare con la guerra. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autore -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Movimenti e popoli di fronte all’offensiva della morte proviene da Comune-info.
Siamo dentro una lunga tempesta
Raúl Zibechi Quanto accaduto in Venezuela conferma che l’America Latina vive una svolta storica, che non sarà breve e che colpirà i popoli più dei governi, dice Raúl Zibechi in un’intervista con Radio Alas, in Argentina. La situazione è molto complessa, molto dura, e non abbiamo chiaro cosa succederà, anche se abbiamo qualche idea di […]
L’economia di Israele sull’orlo del baratro
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- In una recente intervista, pubblicata dalla rivista indipendente +972 Magazine, l’economista Shir Hever, che attualmente vive in Germania dopo aver rinunciato alla cittadinanza israeliana, descrive la profonda crisi economica dello stato di Israele e le ricadute in termini di tenuta sociale dell’intero sistema genocidario. “Economia zombie” è l’appellativo attribuito al sistema economico israeliano durante questi ultimi anni di massacri impuniti. Si tratta di un’economia fortemente orientata alla guerra che, pur avendo militarizzato l’intera società, non può mettere a tacere le contraddizioni di questo sistema strutturato sostanzialmente a una dimensione. “I pilastri che un tempo ne sostenevano la crescita – investimenti esteri, innovazione tecnologica e integrazione globale – stanno iniziando a erodersi”, mentre è diventato insostenibile il costo sociale ed economico di una prolungata mobilitazione di massa. Il crescente, e fortemente temuto, isolamento di Israele nei mercati globali può segnalare l’inizio di un declino a lungo termine. L’economista tedesco sostiene che “il problema economico di Israele è multiforme”. Lo sfollamento delle aree di frontiera, ormai improduttive, il reclutamento di quasi 300.000 riservisti sottratti alle normali attività lavorative, l’emigrazione di migliaia di famiglie del ceto medio, gli ingenti trasferimenti dei risparmi delle famiglie all’estero, stanno lentamente corrodendo dall’interno un sistema apparentemente monolitico ma che in realtà potrebbe precipitare in una crisi irreversibile. Non ultimo in ordine di importanza è il crescente boicottaggio e isolamento internazionale dello stato sionista: il marchio di Israele è diventato tossico. In un recente articolo pubblicato dalla rivista israeliana Ynet, “gli industriali segnalano un grave deterioramento delle relazioni commerciali con l’estero: “Gli incontri con i rappresentanti delle aziende israeliane vengono annullati. Quelli che si svolgono, anche in paesi da sempre considerati amici, si svolgono in segreto su richiesta degli ospiti; alcune richieste di estensione dei contratti di esportazione per i prodotti blu e bianchi vengono respinte e, in alcuni casi, aziende e catene di distribuzione di vari paesi annunciano che ‘a questo punto’ smetteranno di importare da Israele: questi sono solo alcuni dei problemi che stanno arrivando in massa all’economia israeliana da paesi di tutto il mondo”. Le campagne BDS di boicottaggio e di disinvestimento contro le aziende israeliane e di isolamento economico e sociale del sistema sionista stanno mostrando i loro effetti. Abbiamo a disposizione un’arma, pacifica, che deve essere sostenuta e potenziata affinché l’economia genocidaria si inceppi. Non è quindi un caso che in Israele stia aumentando la sofferenza sociale di ampi strati della popolazione. C’è addirittura chi descrive “un’emergenza sociale sempre più grave in cui la fame e la cronica crisi finanziaria si stanno diffondendo dalle fasce più deboli della popolazione israeliana alla classe media inferiore”. Aumenta la propensione delle famiglie a indebitarsi mentre “la percentuale di persone che non sono in grado di acquistare cibo a sufficienza – classificate come insicure dal punto di vista alimentare – è aumentata di quasi il 29% nel 2025. …. Il costo della vita aumenta e il livello dei servizi governativi sta crollando, in termini di qualità dei trasporti, dei servizi sanitari e dei servizi educativi. Il reddito sta diminuendo per quasi tutti tranne che per i riservisti, che però non spendono più di quanto guadagnano”. I media finanziari internazionali sono poco propensi ad affrontare criticamente la situazione economica di Israele. “Temono che se riportassero i fatti, verrebbero accusati di essere ‘anti-Israele’. Vedono come i governi di Stati Uniti, Regno Unito e Germania diffondano menzogne e si comportino come se Israele stesse semplicemente subendo una battuta d’arresto temporanea. Se i media finanziari contraddicono questi governi, rischiano la repressione, quindi preferiscono nascondere le informazioni ai loro lettori”. Le agenzie di rating internazionali si adeguano. Non è detto che questa situazione possa durare, le contraddizioni emergeranno e forse sarà troppo tardi per lo stato sionista, apparentemente monolitico, inattaccabile. In realtà, mentre massacra il popolo palestinese, sta costruendo le basi della propria disintegrazione. Intanto, l’Associazione dei Produttori ha curato un sondaggio tra i suoi associati sul tema “L’impatto della guerra sul commercio internazionale”. Questi sono i primi risultati elaborati dal Dipartimento di ricerca economica dell’Associazione, basati sulle risposte di 132 operatori economici: circa la metà degli esportatori ha riscontrato l’annullamento o il mancato rinnovo di transazioni esistenti da parte dei clienti; il 71% degli esportatori afferma che le cancellazioni sono dovute esclusivamente a motivi politici. Solo il 9% ha dichiarato che le ragioni delle cancellazioni non erano legate alla guerra; l’Ue si è distinta negativamente, con l’84% dei produttori che hanno segnalato cancellazioni dai suoi stati membri. Il 38% degli esportatori ha segnalato cancellazioni da altri paesi europei e il 31%, sorprendentemente, ha segnalato cancellazioni da clienti negli Usa. Nessun esportatore ha segnalato cancellazioni dall’America Latina; il 76% degli intervistati ha dichiarato che la guerra ha causato danni alle proprie esportazioni. Di questi, il 21% ha dichiarato che l’entità dei danni ha superato il 40% delle esportazioni totali; il 54% ha riferito che i nuovi clienti ora rifiutano di lavorare con Israele. Il 49% ha riscontrato difficoltà logistiche e normative insolite: di questi, il 38% ha recentemente riscontrato difficoltà con le spedizioni internazionali, mentre il 29% ha subito ritardi in dogana e nei porti esteri. Il 22% degli importatori ha subito l’annullamento degli ordini da parte dei fornitori. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Perunaltracitta.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’economia di Israele sull’orlo del baratro proviene da Comune-info.
“Reclutare ed espandere”: il “corollario Trump” alla dottrina Monroe
di SANDRO MEZZADRA. Donald Trump sembra avere una vera passione per il momento imperialista nella storia degli Stati Uniti. Nel suo discorso di insediamento ha citato William McKinley, campione dei dazi e Presidente che ha guidato il Paese nella guerra ispano-americana. Con quella guerra gli USA istituirono un protettorato di fatto su Cuba, acquisendo il controllo di Porto Rico, Guam e delle Filippine (mentre nel 1898, l’anno di inizio della guerra, McKinley firmò l’atto di annessione delle Hawaii). Ora, nella National Security Strategy della sua seconda amministrazione, Trump aggiunge un nuovo “corollario” alla dottrina Monroe del 1823, implicitamente richiamandosi a Theodore Roosevelt, il cui corollario del 1904 aveva sancito la torsione in senso interventista di quella stessa dottrina. Il dibattito sul documento strategico dell’amministrazione Trump, comprensibilmente, si è concentrato alle nostre latitudini sulle parti relative all’Europa. Va comunque ricordato che questi documenti devono essere letti con la necessaria cautela: si tratta fondamentalmente di manifesti, in cui la retorica ha spesso la meglio sul pur proclamato “realismo”. In questo caso, poi, l’attesa più lunga del previsto e le voci sulla presenza di più versioni del documento hanno portato molti osservatori a insistere su presunte divergenze all’interno dell’amministrazione. Ciò detto, la strategia di sicurezza nazionale rilasciata alla fine di novembre resta un testo istruttivo per chiunque voglia comprendere la direzione e gli obiettivi della politica internazionale della seconda Presidenza Trump. E la parte dedicata all’“emisfero occidentale” risulta in questo senso particolarmente interessante. Qualche parola è tuttavia necessaria sulla cornice disegnata dal documento. A dispetto della retorica sulla grandezza e sul primato statunitense, si prende qui atto di quella che con diverso linguaggio abbiamo descritto negli scorsi anni come crisi dell’egemonia globale degli USA: l’errore delle élite dopo la fine della guerra fredda, si legge all’inizio del testo, è stato pensare che “il dominio permanente sul mondo intero fosse nell’interesse del nostro Paese”. Al contrario, è giunto il momento di riconoscere che “non ogni Paese, regione, tema o causa – per quanto nobile – può essere al centro della strategia americana”. Si tratta quindi di definire un approccio selettivo, orientato da precise priorità e capace di accantonare il “globalismo” nel momento stesso in cui riconosce l’impossibilità dell’“isolazionismo”: ancora utilizzando un diverso linguaggio, l’obiettivo sembra essere quello di ridisegnare gli spazi della proiezione della potenza statunitense (politica ed economica) nel mondo. Dovranno essere grandi spazi, ma non coincidenti con il globo e con il mercato mondiale nella totalità della sua estensione. Di questi spazi fa senz’altro parte l’“emisfero occidentale”, e il “corollario Trump” alla dottrina Monroe si propone di inaugurare una nuova stagione di protagonismo statunitense nei Caraibi e in America Latina. Lo schieramento navale di fronte alle coste del Venezuela, gli omicidi extragiudiziali giustificati con la guerra alla droga, le pressioni sul governo colombiano del Presidente Petro, gli interventi a favore di Bolsonaro in Brasile e soprattutto il decisivo sostegno a Milei in Argentina prefigurano i tratti fondamentali di questo nuovo protagonismo. Se all’inizio del secolo l’impegno militare degli USA in Afghanistan e in Iraq aveva in qualche modo aperto gli spazi in cui – sospinti da formidabili movimenti sociali – erano sorti i “nuovi governi progressisti” nella regione, ora l’allineamento con l’amministrazione Trump viene presentato come il criterio fondamentale attorno a cui riorganizzare gli equilibri politici latinoamericani. Una riorganizzazione della presenza militare statunitense nell’“emisfero occidentale” è espressamente indicata nel documento come obiettivo da perseguire. Il “corollario Trump” alla dottrina Monroe, tuttavia, è espresso in termini più generali, secondo la logica del “reclutare ed espandere” (Enlist and Expand) la cerchia dei partner affidabili. “Stabilità e sicurezza” vanno di pari passo, nella strategia di Trump, con l’apertura di nuovi terreni di cooperazione commerciale e più in generale economica con l’obiettivo prioritario di “rafforzare le catene di fornitura critica” legate all’industria estrattiva. L’enfasi sul controllo dei confini, sulla lotta alla migrazione e alla droga è sufficiente a delineare un ideale di riorganizzazione dell’“emisfero occidentale” secondo la logica in ultima istanza militare del blocco, con la proliferazione di regimi di guerra a protezione degli “affari”. La prospettiva di un approfondimento e di un’ulteriore espansione dell’estrattivismo contribuisce a indicare come necessaria, secondo la dottrina di Trump, una torsione autoritaria che chiuda gli spazi di espressione dei movimenti sociali e imponga nuove forme di violento disciplinamento delle forme di vita insubordinate che negli ultimi anni hanno dato corpo alle lotte transfemministe, indigene e ambientali su scala regionale. Il radicamento di questi movimenti, di queste lotte e di queste forme di vita nelle società latinoamericane costituisce il primo limite che si frappone agli obiettivi dell’amministrazione statunitense. L’importanza assegnata nella strategia di sicurezza nazionale all’“emisfero occidentale” non risulta del resto in alcun modo sganciata dalla più generale cornice della competizione con la Cina. Al contrario, il documento insiste sul fatto che “concorrenti extra-emisferici hanno compiuto progressi significativi nel nostro Emisfero” e considera l’assenza di una “seria reazione” un altro “grande errore strategico americano degli ultimi decenni”. Il riferimento alla Cina, pur non menzionata, è trasparente, ed è reso ancora più esplicito quando si afferma che gli Stati Uniti dovrebbero “fare ogni sforzo per estromettere le aziende straniere che costruiscono infrastrutture nella regione”. La grande crescita della presenza cinese in America latina è avvenuta infatti prioritariamente attraverso la costruzione di grandi infrastrutture strategiche (ferrovie, strade, reti energetiche), di cui il grande porto peruviano di Chancay, sviluppato e finanziato dal conglomerato statale cinese COSCO Shipping Ports, costituisce una perfetta esemplificazione. Inaugurato lo scorso anno, il porto di Chancay apre nuove rotte per i traffici attraverso il Pacifico, riducendo significativamente i tempi di transito tra America latina e Asia. Anche a proposito della presenza cinese, pur del tutto diversamente rispetto ai movimenti e alle lotte sociali, si può dunque parlare di un radicamento infrastrutturale, e più in generale di una spazialità economica (capitalistica) che non coincide con quella (geo)politica. Il documento di dottrina strategica della seconda amministrazione Trump riconosce che “l’influenza straniera sarà in certi casi difficile da rovesciare”, ma riconduce questa circostanza alle affinità politiche di alcuni governi latinoamericani con “attori stranieri”: come tuttavia dimostra l’esempio del porto di Chancay (il Perù, tolta la breve parentesi della Presidenza Castillo, ha sempre avuto governi liberali e autoritari), non sembra essere questa la logica degli investimenti cinesi. Ecco, dunque, un secondo limite di fronte a cui si trova la dottrina Trump nell’“emisfero occidentale”. Può questo limite essere superato? Difficile, almeno nel breve periodo, che questo avvenga attraverso la competizione economica. Viene dunque da chiedersi se il riferimento iniziale al momento imperialistico nella storia statunitense non autorizzi l’ipotesi che la guerra – nelle forme molteplici, ibride e non convenzionali che oggi assume – possa essere considerata lo strumento per forzare l’allineamento dell’America latina al blocco che Trump aspira a formare e guidare. L’imponente operazione militare contro il Venezuela assumerebbe in questo senso un significato di carattere generale. Il “Presidente della Pace”, come la stessa strategia di sicurezza nazionale lo definisce, starebbe allora ponendo le basi per nuove guerre (non certo limitate all’America latina), per cui invoca una “mobilitazione nazionale” con l’obiettivo dell’ammodernamento e del potenziamento dei sistemi d’arma, di difesa e di offesa. È inutile dire che questa mobilitazione non potrà che vedere protagoniste imprese come le grandi piattaforme infrastrutturali, le cui tendenze alla costruzione di monopoli sembrano realizzare un altro dei presupposti delle teorie classiche dell’imperialismo. Visti attraverso la lente dell’“emisfero occidentale”, guerra e imperialismo appaiono come tendenze in atto, per quanto non incontrastate e anzi destinate a scontrarsi con potenti limiti – a cui va almeno aggiunto il fatto che negli stessi Stati Uniti esistono interessi e movimenti che le rifiutano. Anche per noi, in Europa, è bene essere consapevoli delle poste in palio nell’attuale congiuntura, che la dottrina Trump illumina di una luce sinistra. Qui, la strategia che abbiamo definito nei termini della costruzione di un blocco sembra passare attraverso la scomposizione dell’Unione europea, in una logica di “reclutamento ed espansione” che punta a includere in modo subalterno singoli Paesi, attraverso una torsione autoritaria, la restaurazione di una presunta “civiltà” patriarcale e reazionaria e una militarizzazione che – in diverse condizioni – risuonano con quanto si è detto a proposito dell’America latina.  Solo il rifiuto di massa di questa prospettiva, in Europa e altrove nel mondo, può aprire vie di fuga dall’incubo carcerario di un mondo diviso in blocchi, dove la logica del capitale e quella della guerra appaiono sempre più strettamente intrecciate. L'articolo “Reclutare ed espandere”: il “corollario Trump” alla dottrina Monroe proviene da EuroNomade.
I popoli e le guerre tra gli stati
CI SONO LE GUERRE TRA LE GRANDI POTENZE, COME USA, RUSSIA E CINA, SPESSO FATTE IN MODO INDIRETTO. POI CI SONO LE GUERRE CONTRO PAESI ALLA PERIFERIA DEL SISTEMA-MONDO. INFINE CI SONO LE AGGRESSIONI DEGLI STATI CONTRO UN POPOLO. IN TUTTI QUESTI CASI, ANCHE A SINISTRA, C’È CHI PENSA CHE A VOLTE LA GUERRA SIA GIUSTA. MA SE IMPARIAMO A GUARDARE IL MONDO DAL PUNTO DI VISTA DEI POPOLI E NON DEGLI STATI, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, SCOPRIAMO CHE NON ESISTONO POTENZE BUONE, TUTTE FANNO PARTE DELLO STESSO SISTEMA CAPITALISTA, PATRIARCALE E COLONIALE. PER I POPOLI NON ESISTE LA GEOPOLITICA MA LA VITA DELLE PERSONE COMUNI, LA SOFFERENZA DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE Distribuzione di acqua filtrata a Gaza (progetto SOS Gaza) -------------------------------------------------------------------------------- In questo periodo di guerre diffuse, potrebbe essere necessario rivisitare alcuni principi riguardanti il conflitto armato tra Stati e il ruolo dei popoli. In questi tempi di profonda confusione, sembra necessario chiarire che non stiamo parlando dal punto di vista delle istituzioni esistenti, ma piuttosto dell’anticapitalismo e della resistenza alla violenza e al genocidio in corso. Il primo caso è quello della guerra tra grandi Stati, generalmente potenze nucleari. Questa guerra, oggi, non è diretta, ma piuttosto condotta attraverso terze parti, poiché per ora stanno evitando uno scontro che avrebbe enormi conseguenze, poiché è altamente probabile che in un simile scenario vengano utilizzate armi nucleari. Non c’è spazio per ambiguità: per i popoli non esistono potenze buone, e tutte fanno parte dello stesso sistema capitalista, patriarcale e coloniale. Sebbene non sia necessario menzionarlo, il fulcro del dominio imperiale sono gli Stati Uniti (a capo del Nord del mondo), mentre le potenze che lo sfidano (Cina e Russia) non solo fanno parte dello stesso sistema, ma sono altrettanto oppressive e ambiscono all’egemonia. Esistono partiti di sinistra e persino movimenti che difendono la tesi che la Cina sia un paese socialista, con la stessa mancanza di serietà con cui un accademico argentino trova somiglianze tra Putin e Lenin. Il secondo caso è quello dell’aggressione da parte di una potenza (grande o media) contro una nazione alla periferia del sistema-mondo, nel qual caso la sovranità del paese attaccato deve essere difesa, senza riserve e indipendentemente dal gradimento o meno del regime che lo governa. È il caso dell’invasione russa dell’Ucraina, della guerra condotta dall’Arabia Saudita (e da diverse potenze occidentali) contro lo Yemen e della minaccia di un’invasione statunitense del Venezuela. È la straordinaria storia degli oltre cinquanta interventi di Washington nella nostra regione dalla fine del XIX secolo. Anche in questo caso, la sinistra adotta un doppio standard. Condanniamo giustamente l’omicidio di migliaia di bambini palestinesi, ma rimaniamo in silenzio sulle sofferenze patite dalla società ucraina. Oppure mettiamo la vita dei bambini sull’altare dell’opportunità geopolitica? Inutile dire che atteggiamenti come questo screditano la sinistra e la riducono a semplici pedine sulla scacchiera globale. Il terzo caso è quello dell’aggressione da parte di una potenza o di uno Stato-nazione contro un popolo, come nel caso della violenza e del genocidio del popolo palestinese da parte di Israele e Stati Uniti. Ma possiamo includere anche la violenza contro il popolo curdo da parte di quattro Stati (Turchia, Iraq, Iran e Siria). È la tipica storia del colonialismo e dell’imperialismo, dell’invasione e dell’aggressione contro i popoli di Vietnam, Mozambico e Angola, dell’occupazione di Africa, India e Cina da parte delle potenze europee in passato. Anche qui, a sinistra, si manifestano doppi standard. Sappiamo di individui e persino movimenti che si rifiutano di sostenere il popolo curdo perché simpatizzano con l’Iran, che considerano un nemico degli Stati Uniti. Sono situazioni in cui principi e valori etici evaporano, lasciando il posto a un crudo pragmatismo in cui le persone vengono trattate solo come oggetti, come carne da macello geopolitica. In realtà, dobbiamo partire dalla prospettiva opposta. Dobbiamo dire, ad esempio, che sosteniamo il popolo Mapuche, i popoli Maya, Nasa e Misak, tutti i popoli che resistono, perché sono gli agenti di un cambiamento possibile e auspicabile, un cambiamento dal basso. Da questa prospettiva, tutto torna, e sono le potenze, le nazioni e gli stati che devono prendere posizione di fronte alla lotta popolare. Perché in questi anni in cui la geopolitica è diventata di moda, i veri soggetti sono sfumati per gli analisti che credono che ora siano gli stati a occupare quel posto. Questa tendenza si sta rafforzando e siamo solo all’inizio del disordine globale diffuso verso cui ci stiamo dirigendo. Con l’intensificarsi della tempesta sistemica, le oscillazioni saranno più marcate, l’opportunismo di ogni tipo sembrerà ragionevole a molti e l’assurdità prenderà il sopravvento anche su ciò che resta del pensiero critico. Le contorsioni dei socialdemocratici tedeschi nel 1914, che in pochi secondi passarono dall’affrontare con rabbia la guerra al votare per i prestiti richiesti dal governo per marciare al fronte, diventeranno all’ordine del giorno. Ecco perché è importante prendere saldamente il timone e non perdersi in argomentazioni apparentemente razionali. Non dobbiamo perdere di vista i nostri principi guida, i nostri valori, in nessuna circostanza, per quanto difficile possa essere e per quanto costosa possa essere per noi la coerenza. Questo principio guida incrollabile è il popolo, la vita della gente comune, la sofferenza dei bambini, e non limitarci a denunciare i crimini che ci fa comodo denunciare. È e sarà molto difficile, perché ora tutti gli Stati affermano di fare ciò che fanno per il popolo, mentre allo stesso tempo continuano a punirlo. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Lo Stato e la guerra -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCO BERARDI BIFO: > Organizzare dovunque la diserzione -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I popoli e le guerre tra gli stati proviene da Comune-info.
I giovani non vogliono arruolarsi, nonostante la propaganda
-------------------------------------------------------------------------------- Bologna, 28 novembre. Foto di Federica Zanetti -------------------------------------------------------------------------------- La consultazione Guerra e conflitti proposta dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza a ragazzi e ragazze tra i 14 e i 18 anni ha il pregio di provare a colmare il vuoto nella ricerca in relazione all’impatto che questi anni di dilagante bellicismo stanno producendo sulla crescita emotiva, psicologica e valoriale degli adolescenti italiani. Sul sito dell’Autorità garante – dove si specifica che il questionario è stato realizzato con la Consulta delle ragazze e dei ragazzi, supportati da un esperto – i temi dell’indagine sono sintetizzati in questi termini: “Come ti informi sulla guerra? Quali emozioni provi davanti alle immagini dei conflitti? Cosa pensi del ruolo della tua generazione nella costruzione della pace?”. Si aggiunge inoltre che attraverso le risposte “ci puoi far conoscere come percepisci la guerra e quale rapporto hai con la violenza, la paura e l’idea di responsabilità”. Diciamo subito che, in risposta ad un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano che dava notizia della circolare diffusa tra le scuole invitando gli insegnanti a divulgarlo nelle classi, l’Autorità garante ha anticipato un dato della consultazione in corso, da cui si evince che alla specifica domanda “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo con questa informazione?”, il 68% dei 4.000 adolescenti che hanno partecipato fin qui all’indagine ha risposto sonoramente di no, con una forte prevalenza tra le ragazze (73,6%) rispetto ai ragazzi (60,2). E dopo quasi quattro anni di ideologia bellicista diffusa attraverso la militarizzazione dei media, che ha trasformato “l’informazione come guerra combattuta con altri mezzi” – secondo la definizione che ne dà Andrea Cozzo nel recente Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina – questo non era affatto un risultato scontato. Anche perché ragazzi e ragazze sulla guerra, questione che emerge come loro preoccupazione principale, continuano a informarsi prevalentemente attraverso la televisione, medium tradizionale con l’elmetto. Inoltre, entrando nel merito del questionario – tra questioni importanti e opportune e altre più discutibili, ossia che meritano di essere discusse magari quando l’indagine sarà pubblicata integralmente – è necessario rilevare che questa domanda ha una dimensione tecnicamente tendenziosa, ossia non neutrale, perché associa esplicitamente il senso di responsabilità all’arruolamento militare per la guerra, rendendo di fatto la risposta contraria – pur espressa dalla grande maggioranza dei partecipanti – sintomo di implicita e sottintesa irresponsabilità. Eppure, le cose stanno esattamente al contrario per diverse ragioni, che l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza avrebbe dovuto tenere presenti nella formulazione delle domande. Proviamo a ricordare le principali, a cominciare dalla Costituzione italiana che ha proprio a fondamento il solenne “ripudio” della guerra (Art. 11), per il quale fare la guerra è etimologicamente ed eticamente ripugnante: dunque è responsabile non parteciparvi, anziché il contrario. Né il dovere di “difesa della patria” (Art. 52) – che pure nelle domande non è citata – implica necessariamente la dimensione militare, perché, più volte, la Corte costituzionale ne ha sancito la possibilità anche attraverso la difesa civile, non armata e nonviolenta (che fonda, tra l’altro, il Servizio civile universale). Anche per questo, già Aldo Capitini proponeva di inserire le tecniche della nonviolenza nell’insegnamento dell’educazione civica a scuola (L’educazione civica nella scuola e nella vita sociale). Coraggio che devono avere tutti, a cominciare da chi svolge ruoli educativi e formativi, in questi tempi di rinata “isteria di guerra” (Edgar Morin, Di guerra in guerra): quel 68% di giovani responsabili e sovrani sono una garanzia per il futuro, da non scoraggiare, ma da garantire e coltivare. La responsabilità, oggi più che mai, è nell’obiezione alla guerra, non nell’arruolamento, per cui – se se ne voleva inserire il principio – la domanda avrebbe dovuto essere: “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e obietterei all’arruolamento?”. Come fanno gli studenti tedeschi, per esempio, che scioperano contro il ritorno della coscrizione, ribadendo che non vogliono diventare carne da cannone, né imparare ad uccidere studenti come loro. Ma con la divisa di un altro colore. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE PUGLIESE: > Organizzare dovunque la diserzione LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GUIDO VIALE: > Il tempo è ora -------------------------------------------------------------------------------- [Articolo pubblicato su I blog del Fatto Quotidiano, qui con l’autorizzazione dell’autore] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I giovani non vogliono arruolarsi, nonostante la propaganda proviene da Comune-info.
Diario di bordo degli equipaggi di terra
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Roma, Esc atelier – 10 dicembre 2025. Siamo a terra, dopo la traversata del 28-29 novembre e la costa toccata il 30 in zona Monteverde per ribadire che antisionismo non è antisemitismo e che siamo tutti e tutte antifasciste (Due o tre cose su quanto accaduto a Monteverde). Ci ritroviamo per fare assemblea con il metodo bello e proficuo del “mettersi a disposizione” e avere cura di un movimento contro la guerra e l’economia del genocidio e per riflettere sulle manifestazioni dei giorni scorsi. Diverse valutazioni positive: il 28 gli equipaggi hanno tenuto in connessione guerra, Palestina, vertenze territoriali (dalla GKN in giù) dove si gioca la partita più importante nei conflitti tra governo, regioni e presidi di democrazia contro una miserabile legge di bilancio che taglia sanità, scuola e servizi e impegna per il riarmo i margini ottenuti per il rientro dalla procedura di infrazione dell’Unione europea per disavanzo eccessivo. L’onda emotiva per la finta pace trumpiana che continua il genocidio in Palestina e per le nefaste politiche di riarmo decise dall’Ue non si è spenta e ha prodotto una forte partecipazione alle due giornate, non paragonabile a quella di settembre ma importante, perché conferma la radicale opposizione alla guerra della popolazione. La costituzione degli “equipaggi di terra” della Flotilla, ormai Global e transnazionale, ha visto una ottima convergenza di soggettività e realtà diverse che lo scorso mese hanno moltiplicato proteste, azioni e iniziative, anche scontando la intensa cadenza delle mobilitazioni. Da queste valutazioni emerge la necessità di dare respiro al movimento e rendere permanente l’azione in una prospettiva di medio-lungo periodo. Il punto della comunicazione e dell’informazione risulta cruciale. Lo sforzo incredibile fatto dal Gruppo comunicazione ha premiato con l’estensione della partecipazione e della discussione anche a realtà impreviste. Per questo è importante dotarsi di spazi web, social, e non solo, e creare momenti di informazione indipendente, anche per coinvolgere generazioni diverse nelle iniziative di contrasto alla guerra e per continuare a tessere fili narrativi che leghino la denuncia dell’economia dei massacri, della società del controllo digitale planetario, delle discriminazioni di genere e della distruzione della terra. Insieme a questa prospettiva c’è quella dell’elaborazione di un diritto transnazionale, che inizi dalla presa d’atto della fine del diritto internazionale, sostituito dal diritto del più forte e dalle minacce a persone, enti e istituzioni internazionali che denunciano lo status quo di guerra permanente a viventi e non viventi, e che smonti le nauseanti retoriche della Nazione, della Patria e della difesa dei Confini. Augurandoci una buona, futura, navigazione in vista delle prossime iniziative, abbiamo considerato ciò che è mancato nelle mobilitazioni di novembre, nell’individuazione di luoghi della città in cui animare proteste e proseguire la pratica dello sciopero generalizzato. Per questo serve una riflessione sulle pratiche, rispetto alle quali “darsi tempo” e facilitare la presa di parola di tutti e tutte. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI STEFANO ROTA: > Siamo ancora qui -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Diario di bordo degli equipaggi di terra proviene da Comune-info.