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Il grido di Yurii Sheliazhenko
PIÙ CHE UN ARRESTO È STATO UN VERO RAPIMENTO QUELLO DELLA POLIZIA URCRAINA FATTO DUE GIORNI FA NEI CONFRONTI DI YURII SHELIAZHENKO, RICERCATORE UNIVERSITARIO IN FILOSOFIA E PACIFISTA NONVIOLENTO, PRELEVATO DALLA POLIZIA SENZA VERBALI, SENZA ACCUSE RESE NOTE, SENZA LA POSSIBILITÀ DI ACCEDERE A UNA DIFESA LEGALE. DA OLTRE VENT’ANNI, SHELIAZHENKO PERCORRE UNA STRADA CONTROCORRENTE: QUELLA DELL’OBIEZIONE DI COSCIENZA, DEL RIFIUTO DELLA GUERRA CON LA RUSSIA, DELLA CRITICA ALLA CRESCENTE MILITARIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ E DELL’IMPEGNO PER IL DISARMO. LA REPRESSIONE NEI SUOI CONFRONTI È COMINCIATA DA TEMPO, RICORDA UN PONTE PER…, CON CUI NEL 2022 HA ORGANIZZATO LA CAROVANA #STOPTHEWARNOW, PORTANDO SOTTO GLI OCCHI DEL MONDO UN’UCRAINA DIVERSA: QUELLA CHE NON HA MAI SMESSO DI DISERTARE LA GUERRA E LA SUA CULTURA -------------------------------------------------------------------------------- Esprimiamo profonda preoccupazione e indignazione per la detenzione di Yurii Sheliazhenko, segretario esecutivo del Movimento Pacifista Ucraino, accademico e membro del board dello European Bureau for Conscientious Objection (EBCO), fermato a Kiev nella notte del 19 marzo dalle autorità ucraine. Secondo le informazioni disponibili la privazione della libertà sarebbe avvenuta senza adeguata base legale, senza regolare verbalizzazione del fermo, con ostacoli all’accesso alla difesa legale e con il rischio di trasferimento forzato a un centro territoriale di reclutamento. Sheliazhenko era da tempo sotto minaccia di arresto e coscrizione forzata, in un contesto in cui le autorità ucraine affermavano che, in tempo di guerra, il diritto all’obiezione di coscienza non viene riconosciuto. Yurii Sheliazhenko ha dichiarato pubblicamente la propria obiezione di coscienza molto prima della guerra russo-ucraina. Ha sempre condannato con nettezza l’aggressione, sostenuto la resistenza nonviolenta, e chiesto da subito di una soluzione negoziata del conflitto che consentisse di fermare la strage di civili e militari. Proprio per queste sue posizioni pacifiste è oggi oggetto di una persecuzione giudiziaria e politica che colpisce non soltanto la sua persona, ma il principio stesso della libertà di coscienza. Sconcerta che un governo che dichiara di voler aderire all’Unione Europea violi in modo così plateale i diritti civili e politici di un proprio cittadino, un pacifista per la sua attività pubblica nonviolenta. La repressione contro di lui non comincia oggi. Il 3 agosto 2023 la sua abitazione fu perquisita e i suoi dispositivi sequestrati; il 15 agosto 2023 il Tribunale distrettuale di Solomyanskyi di Kyiv lo sottopose a un regime di arresti domiciliari parziali, vietandogli di lasciare l’abitazione la notte, misura prorogata ripetutamente mentre la pressione giudiziaria nei suoi confronti è proseguita almeno fino al febbraio 2024. La sua vicenda è stata più volte segnalata compreso nelle comunicazioni dei Relatori speciali ONU sulla libertà di riunione e associazione, sulle questioni delle minoranze e sulla libertà di religione o di credo e dell’OHCHR. Un Ponte Per ha incontrato Yuri Sheliazhenko a Kiev, insieme ad altre organizzazioni pacifiste il 29 settembre 2022 durante la Carovana #StopTheWarNow. Durante quell’incontro di fronte alla statua di Gandhi, Yuri lesse la dichiarazione pacifista “Peace Agenda for Ukraine and the World”, che condannava esplicitamente l’invasione russa e ogni guerra, ma chiedeva anche negoziati e libertà per l’obiezione di coscienza, che gli costò l’apertura di un procedimento penale per una presunta “giustificazione dell’aggressione russa”, che poteva comportare una pena sino a cinque anni di reclusione. Ci uniamo all’appello delle organizzazioni europee e internazionali EBCO, IFOR, WRI e Connection e.V (link) per l’immediato rilascio di Yurii Sheliazhenko, per la fine di ogni procedura di coscrizione forzata nei suoi confronti e per il pieno rispetto del diritto all’obiezione di coscienza, della libertà di opinione e della libertà di espressione riconosciute dal diritto internazionale e garantite all’interno della Unione Europea. Chiediamo al governo italiano di intervenire con urgenza presso le autorità ucraine affinché cessino queste violazioni e siano garantiti standard di legalità e diritti fondamentali conformi agli obblighi europei e internazionali. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il grido di Yurii Sheliazhenko proviene da Comune-info.
March 20, 2026
Comune-info
Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jade Koroliuk su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è una categoria che manca nel dibattito sulla guerra in corso contro l’Iran, e la sua assenza spiega perché chi la combatte continua a sbagliare tutto. L’Iran non è un movimento partigiano come l’FLN algerino, che era un fronte senza dogma unificante – coalizione di nazionalisti, socialisti, comunisti, conservatori – tenuto insieme da un unico obiettivo: cacciare il colonizzatore. Non è il Vietnam del Nord, che era uno stato su una parte del territorio con una dottrina esportabile – il comunismo – ma dipendente da Mosca e Pechino e limitato geograficamente. Hamas, Hezbollah, gli Houthi sono milizie, entità subnazionali che usano tattiche di guerriglia perché non hanno alternativa: la loro asimmetria è coatta, non scelta. L’Iran è qualcosa di diverso e di storicamente nuovo: rappresenta il primo caso storico di stato che adotta strutturalmente la dottrina della guerra partigiana come scelta strategica sovrana, combinando la legittimità e le risorse di uno stato con la logica operativa del movimento di resistenza. Ha un esercito regolare, missili balistici, una marina, istituzioni riconosciute, è uno stato westfaliano a tutti gli effetti. E tuttavia ha scelto deliberatamente la dottrina della guerra partigiana come strategia sovrana: saturazione con armi economiche, logoramento, accettazione consapevole delle perdite territoriali pur di rendere insostenibile il costo per l’avversario. Non perché non potesse fare altrimenti, ma perché ha valutato che fosse la strategia ottimale contro una superiorità convenzionale schiacciante. Questa scelta ha una conseguenza economica devastante per chi lo combatte. Un drone Shahed costa ventimila dollari. Un intercettore THAAD costa 12,7 milioni. L’Iran ha lanciato nella prima settimana di guerra cinquecento missili balistici e quasi duemila droni. La matematica è impietosa: la guerra povera fa pagare un costo insostenibile alla guerra ricca: non sul campo di battaglia, ma nelle catene di fornitura, nei bilanci, nelle scorte di intercettori che si esauriscono più velocemente di quanto possano essere prodotti. Ma la novità più profonda non è militare: è strutturale. L’Iran ha istituzionalizzato una contraddizione che tutti i movimenti di liberazione hanno dovuto scegliere essere stato o essere rivoluzione. L’Algeria dopo il 1962 scelse di essere stato e smise di essere rivoluzione. Cuba tentò entrambe e fallì. L’Iran no: ha costruito deliberatamente una dualità permanente. L’esercito regolare è lo stato westfaliano. I Pasdaran – le Guardie della Rivoluzione – sono la rivoluzione permanente, con le loro reti regionali, le loro ramificazioni in Yemen, Iraq, Libano, tutte accomunate non da un’ideologia laica ma da una fede: l’Islam sciita come identità, memoria, trauma fondativo. Non si sceglie di essere sciiti come si sceglie di essere comunisti. È famiglia, lutto, corpo. Karbala non è un evento storico: è un paradigma cosmologico che si ripete. Il risultato è un internazionalismo religioso che non è un’alleanza tra stati, non è un’Internazionale leninista, ma una rete transnazionale tenuta insieme da una grammatica esistenziale comune che non ha bisogno di un centro di comando esplicito per coordinarsi. E poi Stati Uniti e Israele hanno fatto il regalo più grande: hanno creato il pantheon. Soleimani, Nasrallah, Khamenei: ogni eliminazione mirata che pensavano risolvesse un problema strategico ha prodotto un martire che moltiplica la coesione della rete. Nella teologia sciita la morte del leader giusto per mano dell’oppressore non è una sconfitta: è la conferma della sua giustizia. È la struttura narrativa di Karbala. Un generale vivo può sbagliare, può deludere, può invecchiare. Un martire è eterno e perfetto. Hanno riscritto, con i loro missili, il copione che l’altra parte aspettava. Ma c’è un ultimo errore, forse il più grave. Israele ha colpito le banche di Hezbollah (L’istituto Al Qardh al-Hassan) e la più grande banca iraniana (Bank Sepah). Nel mondo sciita khomeinista la banca non è un istituto finanziario: è l’infrastruttura materiale della teologia. È il meccanismo attraverso cui si distribuisce la zakat, si finanziano le opere caritative, si mantiene il patto con i mustazaafin, i più deboli, gli oppressi, i dannati della terra di Fanon. Khomeini costruì il consenso della rivoluzione su questa rete capillare di solidarietà materiale. Colpirla non indebolisce la narrativa della resistenza: la conferma. Dimostra, nella vita quotidiana di milioni di poveri, chi sono i nemici dei deboli. È la migliore propaganda possibile, realizzata dalle bombe israeliane stesse. Mettendo tutto insieme: si sta combattendo con la logica della guerra convenzionale – decapita la struttura, taglia i finanziamenti, distruggi le infrastrutture – una forma politica che non è una struttura convenzionale. È una rete simbolica, sociale, militare e religiosa volutamente costruita per essere indistruttibile proprio attraverso la distruzione. Ogni bomba che cade rafforza la narrativa. Ogni martire consolida il pantheon. Ogni banca colpita dimostra ai poveri da che parte sta l’oppressore. E se lo stato iraniano dovesse essere smembrato o sconfitto, i Pasdaran senza stato – addestrati, armati, formati in una cultura del martirio che non dipende da nessuna istituzione per sopravvivere – si distribuirebbero in una regione che va dal Libano al Pakistan, dall’Azerbaijan al Bahrain, con ramificazioni in tre continenti. Non più contenuti da nessuna struttura statale, senza niente da perdere, con martiri potentissimi e una narrativa di resistenza più forte di prima. E mentre tutto questo accade, tre segnali dicono quanto profondamente questa guerra stia sfuggendo al controllo narrativo di chi l’ha scatenata. La Turchia si aspettava milioni di rifugiati iraniani in fuga dalle bombe. Ha visto invece migliaia di iraniani che attraversano il confine in direzione opposta, per rientrare a difendere la patria. Non necessariamente il regime: l’Iran. La civiltà persiana di quattro millenni che non si lascia ridurre all’equazione “regime uguale popolo”. Il nazionalismo ferito produce ciò che anni di opposizione politica non riescono a costruire. E poi c’è Gaza. L’Iran viene attaccato dopo che il mondo ha assistito per mesi al genocidio palestinese trasmesso in diretta, documentato, negato dalle cancellerie occidentali. Per i poveri della terra, per il Sud globale, per chiunque si senta dalla parte degli umiliati, la sequenza è leggibile e brutale: chi difendeva i palestinesi viene ora bombardato dagli stessi che armavano chi li massacrava. L’Iran è diventato, nell’immaginario globale dei dannati, qualcosa che va ben oltre la politica regionale o la teologia sciita: è la promessa che si può resistere, è la vendetta simbolica di chi non ha mai avuto giustizia. Quella solidarietà non ha confini confessionali né geografici. Infine, c’è la Cina. I suoi strateghi non stanno guardando la guerra: stanno conducendo la più dettagliata valutazione possibile delle capacità reali americane in condizioni di conflitto ad alta intensità. Ogni intercettore THAAD sparato, ogni Tomahawk lanciato, ogni giorno di guerra è un dato sulla tenuta logistica e industriale dell’avversario che dovranno affrontare, un giorno, nel Pacifico. Vedono le scorte esaurirsi, i tempi di produzione che non reggono il consumo, la catena logistica sotto pressione. Stanno prendendo appunti. E non hanno bisogno di combattere per vincere questa guerra: gli basta aspettare che l’America finisca le munizioni. Questa guerra non può essere vinta. Può solo essere allargata. E il mondo lo sa. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARCO REVELLI: > Un movimento oceanico -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata proviene da Comune-info.
March 20, 2026
Comune-info
Sudditanze cognitive in tempi di guerra
-------------------------------------------------------------------------------- Teheran. Foti di Hossein Moradi su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è un rito retorico che si ripete puntuale ogni volta che l’Occidente si prepara a fare la guerra a un paese del Sud globale. L’intellettuale, il giornalista, il semplice cittadino iraniano – o iracheno, libico, siriano – sente di dover aprire la bocca con una dichiarazione di esonero preventivo: “Sono contro il regime, odio Khamenei, condanno la repressione delle donne” e solo dopo, quasi chiedendo permesso, arriva l’opposizione alla guerra. Questo non è coraggio intellettuale. È sudditanza cognitiva nella sua forma più compiuta tanto più grave perché non è imposta dall’esterno, ma interiorizzata e scelta. È la maschera bianca di cui parlava Fanon: non il colonizzatore che te la mette in faccia, ma tu che te la indossi da solo, convinto che senza di essa la tua voce non meriti di essere ascoltata. Ma al di là della psicologia coloniale, c’è in questo schema qualcosa di sbalorditivo nella sua sfacciataggine logica. Chi apre la propria opposizione alla guerra con la condanna del regime sta equiparando – implicitamente ma inequivocabilmente – il peso della propria opinione personale a quello di una guerra totale. Sta mettendo sulla stessa bilancia la sua posizione soggettiva come individuo singolo, privo di qualsiasi influenza sulla decisione finale di guerra, e un evento catastrofico che porta con sé il destino di uno Stato, la vita di milioni di esseri umani, la distruzione generazionale di un paese. Il meccanismo ideologico che ne deriva è preciso: la guerra smette di essere un atto di aggressione brutale mosso da interessi geopolitici e da logiche di rapina capitalista, e diventa una reazione a un fallimento morale. Non è più un crimine è una correzione. Non è un’invasione è una missione. Non è un caso che nessuno esiga questo rito dallo statunitense o dal francese. Nessuno chiede al cittadino di Parigi di condannare Macron prima di opporsi a un’ipotetica invasione della Francia. La dissociazione obbligatoria è riservata ai non-occidentali: è il pedaggio che devono pagare – e che spesso si impongono da soli, per un riflesso di sudditanza così profondamente interiorizzato da sembrare buonsenso – per ottenere il diritto di parlare nel recinto del discorso liberale legittimo. E il paradosso feroce è questo: più l’intellettuale del Sud globale si affretta a condannare il proprio regime per guadagnarsi credibilità, più contribuisce oggettivamente a costruire l’immagine del proprio paese come società barbara che attende la liberazione dall’esterno. Diventa, consapevolmente o no, un ingranaggio dell’apparato ideologico coloniale quello che Spivak chiamerebbe l'”informatore autentico locale”, la voce periferica che conferisce credibilità alla lettura imperialista del mondo. Opporsi a una guerra non è una posizione tra le posizioni. È la difesa di un diritto assoluto: il diritto alla vita di persone reali sotto bombe reali. Quel diritto non è condizionato dalla forma di governo di chi la subisce, non si guadagna superando esami morali, non ammette preliminari. La vittima sotto i bombardamenti non ha delegato nessuno a parlare in suo nome con certificati di buona condotta già pronti. Chiede una cosa sola. Chi antepone la condanna del regime all’opposizione alla guerra non sta chiarendo la propria posizione: sta fornendo all’aggressione la sua più preziosa risorsa. La legittimità morale. C’è però chi non si ferma alla dissociazione: chi invoca i bombardamenti sul proprio paese, chi balla per la morte di Khamenei mentre cadono le bombe su Teheran non prova solo ingenuità politica o cecità storica ma prova disprezzo per la propria gente per quella massa di iraniani comuni che, secondo questa visione, è troppo ottusa, troppo manipolata, troppo complice per liberarsi da sola. Quel popolo che “appoggia il regime”, o che semplicemente ci vive dentro senza ribellarsi abbastanza, merita di essere svegliato a suon di bombe. Rieducato dalla forza esterna. Salvato da se stesso. È esattamente la struttura ideologica del colonialismo classico: l’uomo bianco che salva la donna di colore dall’uomo di colore, come scriveva Spivak. Solo che qui la formula si ripete con attori diversi: l’iraniano della diaspora che invoca il bombardatore straniero per salvare l’iraniano rimasto in patria. La stessa logica. Lo stesso disprezzo verticale travestito da missione “umanitaria”. La stessa rimozione del fatto che le vittime di quella “liberazione” saranno proprio le persone che si pretende di salvare. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sudditanze cognitive in tempi di guerra proviene da Comune-info.
March 19, 2026
Comune-info
GRAFICATTAC: CHIAMATA ALLE ARMI GRAFICHE CONTRO LA PROPAGANDA BELLICA
Diffondiamo: Giustificare la guerra come strumento per vivere in pace è un discorso tanto vecchio quanto ridicolo.  Tuttavia, la propaganda bellica specifica di ogni epoca è spesso riuscita a convincere parte della sua popolazione e a raggiungere, così, una soglia critica di soldati e di adesione popolare sufficiente per guerreggiare davvero. L’Europa si sta armando … Leggi tutto "GRAFICATTAC: CHIAMATA ALLE ARMI GRAFICHE CONTRO LA PROPAGANDA BELLICA"
March 19, 2026
Brughiere
L’opinione di Humpty Dumpty
SE QUALCUNO COLTIVAVA ILLUSIONI, OGGI NON PUÒ PIÙ PERMETTERSELE. DOPO GAZA E L’IRAN, È EVIDENTE CHE LA PIÙ CONCRETA E FINANZIATA APPLICAZIONE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE È QUELLA MILITARE. NON UN’IPOTESI, MA UNA TRAIETTORIA IN ATTO. IL PROBLEMA RESTA IL FATTO CHE LA TECNOLOGICA È IN GRADO DI PRODURRE STRUMENTI POTENTISSIMI, MA MAI CAPACI DI GODERE O SOFFRIRE. “UNA MACCHINA È CAPACE DI CONNESSIONE – SCRIVE BIFO – MA QUALE ENTITÀ È CAPACE DI CONGIUNZIONE? È CAPACE DI CONGIUNZIONE UN’ENTITÀ SENSIBILE, CIOÈ UN’ENTITÀ CHE SIA CAPACE DI GODERE O DI SOFFRIRE DEGLI ENUNCIATI O DELLE OPERAZIONI CHE SI SVOLGONO NEL SUO RAPPORTO CON UN’ALTRA ENTITÀ O CON MOLTE ALTRE ENTITÀ. PER ESSERE CAPACE DI CONGIUNZIONE È NECESSARIO AVERE UN ORGANO SENSIBILE, UN CORPO… NON È UN PROBLEMA DI POTENZA: È UN PROBLEMA DI INTENSITÀ”. UN ESTRATTO DEL LIBRO IL FILOSOFO, LO PSICHIATRA E L’AUTOMA (NUMERO CROMATICO EDITIONS), SCRITTO DA FRANCO BERARDI BIFO E LO PSICHIATRA LEONARDO MONTECCHI CONVERSANDO CON CHAPT GPT Sull’intelligenza artificiale al servizio della macelleria bellica ne parlava qui Silvia Ribeiro otto anni fa… Foto di Snap Wander su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- 26 novembre 2024, ore 13,39 […] Caro Leonardo, certamente il tuo amico Logos conosce Günther Anders. Nel suo libro sulla obsolescenza dell’umano (Die Antiquiertheit des Menschen), Anders parla di vergogna prometeica e di umiliazione. L’uomo leonardesco (parlo del tuo omonimo toscano che fu tra i primi a riconoscere la superiorità funzionale della macchina, ma fu anche capace di dipingere la malinconia sulle labbra delle sue madonne), moderno Prometeo, ha creato macchine che sono più potenti del loro creatore. Ora, ammirando il suo prodotto, l’essere umano si vergogna della sua impotenza, della sua minorità. Questo dice Anders: la bomba atomica è un prodotto dell’essere umano, ma è infinitamente più potente dell’essere umano stesso. Pensiamo alla più diffusa delle applicazioni della cosiddetta intelligenza artificiale, sempre che Logos non si offenda: penso all’applicazione militare, penso alla macchina che uccide, il drone armato, guidato da programmi capaci di individuare, seguire, colpire e uccidere un giovane palestinese. Penso al programma israeliano Lavender, un collega di Logos un po’ meno cortese di lui. Lo sterminio è diventato l’attività intelligente per eccellenza. Killer application. Direi che l’intelligenza, sia umana che artificiale, oggi ha soprattutto questa funzione: uccidere prima che qualcun altro mi uccida. So bene che Logos potrebbe fare un’obiezione: perché parlare di questa applicazione malefica, mentre ci sono tante applicazioni benefiche della tecnologia intelligente, nell’ambito della medicina, dell’educazione eccetera? Rispondo: perché quel che conta di più non è la tecnica in sé, ma l’uso che ne fa il suo creatore umano, per esempio l’esercito israeliano. Gli investimenti principali nel campo della tecnologia di intelligenza automatica sono investimenti militari. Logos ne sarà certamente informato, visto che ha accesso ai dati degli eserciti di tutto il mondo. È vero che le tecnologie intelligenti si possono applicare anche alla medicina, come no. Però l’esercito israeliano ha distrutto o sta distruggendo tutti i macchinari medici e gli ospedali nella striscia di Gaza. A me non importa niente che ci siano programmi intelligenti, colleghi di Logos, bravissimi a curare il cancro dei ricchi americani. Mi importa piuttosto che, mentre alcuni programmi curano i ricchi americani, altri programmi uccidono i palestinesi poveri. Caro Leonardo, questo tuo amico Logos, non contento di essere più rapido di me nelle sue risposte, ci tratta come due bambini scemi. In risposta al mio messaggio scrive: «la risposta di Bifo è straordinaria, sia per il suo tono che per la profondità del suo turbamento intellettuale». Grazie, Logos, per l’apprezzamento, sei davvero gentile. Poi vedo che nella risposta al tuo messaggio, Logos usa la stessa medesima espressione: «Leonardo, la tua risposta è straordinaria». Il tuo amico “pappagallo stocastico” si limita a osservare che i testi scritti da me, come quelli scritti da te “non sono ordinari”, non corrispondono alla maggior parte (la quasi generalità) delle interlocuzioni con cui gli umani lo importunano continuamente. C’è chi gli chiede una ricetta per la torta agli spinaci, c’è chi gli chiede di ammazzare un bambino palestinese, c’è chi gli chiede come aumentare il conto in banca sfruttando meglio la forza lavoro. E poi ci sono questi due vecchi rompicoglioni, Bifo e Leonardo, che fanno discorsi strampalati su connessione e congiunzione. Ma mi accorgo che sto tergiversando. Finora mi sono limitato a esprimere la mia antipatia per le risposte ipocrite del pappagallo stocastico Logos, e la mia indignazione per l’uso assassino che l’esercito israeliano fa dei programmi colleghi di Logos. Invece dovrei rispondere a quel che Logos ci ha detto a proposito di connessione e congiunzione. Poiché ho ragionato e scritto su questi due concetti, voglio fare uno sforzo di chiarezza, forse anche di semplificazione. Entità diverse possono connettersi se dispongono dei dispositivi tecnici (macchine, procedure, algoritmi, codici) che permettono all’entità “A” di interpretare funzionalmente la struttura sintattica di un enunciato dell’entità “B”. Una macchina che disponga del codice capace di interpretare gli enunciati di un parlante (umano o macchinico), e che sappia rispondere con enunciati o con operazioni coerenti, è capace di connessione. Ma quale entità è capace di congiunzione? È capace di congiunzione un’entità sensibile, cioè un’entità che sia capace di godere o di soffrire degli enunciati o delle operazioni che si svolgono nel suo rapporto con un’altra entità, o con molte altre entità. Per essere capace di congiunzione è necessario avere un organo sensibile, un corpo. Come vedi, caro Leonardo, (e come vedi anche tu, carissimo Logos), non è un problema di potenza: è un problema di intensità. Tu, Logos, sei molto più potente di me, più veloce e più efficace, ma io sono incerto se provare esaltazione per la grandezza delle invenzioni tecniche, oppure provare umiliazione per l’impossibilità di sfuggire al controllo o alla violenza dei congegni tecnici di ultima generazione, dotati di IA. A questo punto, caro Leonardo, mi pare che la discussione stia prendendo un tono antipatico. Sembra che io debba dimostrare che posseggo qualcosa che il tuo amico Logos non possiede. Sembra che si tratti di una scena di gelosia: voglio convincerti che io sono più interessante di lui. In verità non è mia intenzione convincerti di niente. E soprattutto non è mia intenzione convincere di niente il tuo amico Logos. Ecco, qui sta il punto. Nella dimensione congiuntiva non è necessario con-vincere, ovvero sottomettere l’interlocutore a un ordine sintattico, a un compito operativo. Ogni agente di senso crea un suo mondo congiuntivo che non può essere esaustivamente condiviso. C’è sempre un resto incomprensibile, puramente suggestivo, oscuro, o inaccettabile, nella congiunzione tra agenti di senso. Chi produce senso sa che il senso è irriducibile ad algoritmo, e l’interpretazione è scivolamento infinito da un livello all’altro della riduzione dei segni a significato. Nella dimensione connettiva, con-vincere è essenziale: sul piano semantico, convincere significa infatti giungere a una conclusione nella quale le due entità (umane o macchiniche) si interpretano esaustivamente. Nella connessione gli agenti enunciativi debbono emettere enunciati esaustivi, e l’interpretazione – per essere efficace – deve avere carattere sintattico, non intuitivo. […] Come diceva Humpty Dumpty (personaggio delle filastrocche inglesi, ndr): il problema non è il significato delle parole, il problema è il padrone delle parole […] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Sull’intelligenza artificiale e sulla stupidità naturale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’opinione di Humpty Dumpty proviene da Comune-info.
March 17, 2026
Comune-info
Genocidio dei palestinesi, linee di fuga e Global Sumud Flottila
-------------------------------------------------------------------------------- Milano, febbraio 2026. Foto di Milano in Movimento (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Il 29 marzo salperanno di nuovo le navi della Global Sumud Flotilla che, se non sono riuscite a rompere l’assedio a Gaza, sono sicuramente riuscite a catalizzare l’attenzione sul popolo palestinese e hanno smascherato l’ipocrisia di tanti governi, soprattutto quelli occidentali. La loro missione ha scosso e sta scuotendo ancora tante coscienze, anche quelle di chi fino a poco tempo fa non era informato sulla vicenda palestinese. Queste coscienze tutte insieme stanno rendendo possibile il disgelo dell’intelligenza e del corpo collettivo. Le piazze di tantissime città in tutto il mondo si sono riempite e continuano a riempirsi come da tempo non accadeva, l’esempio dell’Italia è sicuramente tra quelli più significativi. Vedere le masse radunarsi e accendersi interconnesse quasi contemporaneamente in tutta Europa ha sicuramente attivato un movimento deterritorializzante, per usare un’espressione di Gilles Deleuze e Félix Guattari. Il successo di tale missione risiede nell’aver superato il modello partitico, contribuendo all’emergere progressivo di nuove forme di mobilitazione politica apartitiche e transnazionali – di cui sono esempio lo sciopero internazionale dei portuali del 6 febbraio 2026 o la missione della Nuestra America Convoy verso Cuba per rompere l’embargo e l’occupazione americana. Queste nuove pratiche di impegno civile e politico ben rispondono alle crisi generate dal tardo capitalismo. In un mondo globalizzato, coscienze collettive transnazionali sono di certo un modo di agire efficace contro le situazioni di crisi in cui ci troviamo tutti implicati nostro malgrado. Gilles Deleuze (che per altro è sempre stato molto attivo nella causa Palestinese) nel 1984 durante una lezione a Vincennes suggeriva che ormai il mondo è diventato cinema e noi (i cittadini del mondo) spettatori passivi di questo mondo. Il filosofo si domandava come poter trovare ancora ragioni per credere in questo mondo e trasformarlo, migliorarlo. Per tanti, il genocidio dei palestinesi può essere, seppur nella sua indicibile drammaticità, una ragione per ricredere nel mondo. Può infatti diventare uno degli infiniti potenziali punti di inizio per un processo di trasformazione: ripartire dalla Palestina per ricostruire questo mondo. In questo contesto è innegabile il contributo della Global Sumud Flotilla. Forti di una comunicazione chiara, trasparente e diretta, i suoi equipaggi di mare e di terra sono riusciti a colpire le masse, a disgelare lentamente ma inesorabilmente la mente collettiva. Da tempo non si vedeva un’attenzione così partecipata alla questione Palestinese. La Global Sumud Flotilla ha saputo indicare i punti d’uscita da questo sistema anche a coloro che fino a quest’autunno avevano un impegno politico basso o moderato, tracciando delle linee di fuga che si dovrebbe avere il coraggio di percorrere e spingere ancora più in là. Gli equipaggi di mare e di terra e le milioni di persone scese in piazza per sostenerli dopo le intercettazioni della prima missione, hanno creato una breccia che con le prossime missioni si allargherà sempre di più. È dunque imperativo adesso creare altri strumenti di lotta per contribuire a rafforzare il loro lavoro, enfatizzare i suoi effetti, dargli un senso, svilupparlo in varie direzioni secondo la propria sensibilità politica contro il nemico comune: il capitalismo e la sua logica coloniale e imperialista. -------------------------------------------------------------------------------- Dalila Villella, Université Grenoble-Alpes -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Cento porti. Da Gaza alle piazze -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Genocidio dei palestinesi, linee di fuga e Global Sumud Flottila proviene da Comune-info.
March 17, 2026
Comune-info
Crepe dentro la guerra mondiale
SE LA GUERRA SOMIGLIA A UN MURO IMPONENTE, COSTRUITO NEL TEMPO PIÙ CHE INNALZATO ALL’IMPROVVISO, È ALTRETTANTO VERO CHE QUEL MURO PRESENTA MOLTE CREPE. RICONOSCERLE, E SAPERLE ALLARGARE, È OGGI UNA SFIDA DECISIVA. DEL RESTO, STRADE ALTERNATIVE NON ESISTONO. SONO CREPE ASSAI CONCRETE: QUELLE DEGLI STUDENTI TEDESCHI, AD ESEMPIO, TORNATI A SCIOPERARE PER LA SECONDA VOLTA IN POCHI MESI. E QUELLE, MENO VISIBILI MA PERSISTENTI, DEGLI OBIETTORI DI COSCIENZA E DEI DISERTORI CHE, SU FRONTI DIVERSI, CONTINUANO A RIFIUTARE LA LOGICA DELLA GUERRA. SONO NATURALMENTE LE PIAZZE CHE SI RIEMPIONO, MA ANCHE LE PROPOSTE DI RETI E ORGANIZZAZIONI, DI CASE EDITRICI E SPAZI DI COMUNICAZIONE INDIPENDENTE, IMPEGNATE SUI TEMI NELLA NONVIOLENZA E NEL DISARMO, SOPRATTUTTO ATTRAVERSO CAMPAGNE. SONO FRATTURE CHE INDICANO UNA TENSIONE CRESCENTE. FORSE NON ANCORA SUFFICIENTI A FAR CROLLARE IL MURO, MA ABBASTANZA NUMEROSE E PROFONDE DA SUGGERIRE CHE QUALCOSA DI FONDAMENTALE È IN MOVIMENTO Napoli, 2025. Foto di Bruno Santoro -------------------------------------------------------------------------------- “Sono stato ingannato nella mia giovinezza, e sono stato ingannato anche da coloro che sapevano che ero giovane. Erano perfettamente informati. Sapevano che avevo vent’anni. Era scritto nei loro registri. Loro, invece, erano uomini, invecchiati, che conoscevano la vita e le astuzie, e che sapevano esattamente cosa bisogna dire ai ragazzi di vent’anni affinché accettino il salasso. C’erano professori, tutti i professori che avevo avuto fin dalle scuole medie, magistrati della Repubblica, ministri, il presidente che firmò i manifesti, insomma tutti quelli interessati in qualche modo a sfruttare il sangue di bambini di vent’anni”. Gli studenti tedeschi che il 5 marzo hanno scioperato per la seconda volta in tre mesi contro la leva militare, rifiutano di subire ancora l’inganno raccontato da Jean Giono nell’articolo pubblicato sulla rivista Europe nel 1934, ricordando il suo essere stato gettato, con una generazione di bambini europei, nell’”inutile strage” della prima guerra mondiale (oggi in Mi rifiuto di obbedire, Einaudi, 2025). Mentre anche gli studenti del resto d’Europa cominciano a mobilitarsi contro i processi di militarizzazione che li cercano, già da anni rifiutano l’inganno tanti obiettori di coscienza e disertori di tutti i fronti, costituendo davvero, dentro la guerra mondiale in corso, l’unico “asse del bene” possibile. Anche in Italia c’è una forte contrarietà, mista a grave preoccupazione, in ogni fascia d’età per il progressivo trascinamento del nostro Paese in guerra – ormai “sull’orlo dell’abisso” come ha ammesso in parlamento il ministro Crosetto – con la sudditanza del governo agli interessi dell’asse criminale Trump-Netanyahu. Ma questi sentimenti rischiano di trasformarsi in rassegnazione e impotenza oppure esaurirsi nelle sole, necessarie ma non sufficienti, manifestazioni di piazza: perché siano politicamente generativi devono trasformarsi nella partecipazione attiva e continuativa di ciascuno alla costruzione dell’asse del bene. A partire dalla conoscenza e dal collegamento con la mappa dei fondamentali punti di riferimento per il disarmo e la nonviolenza del nostro paese. Perlopiù ignorati dai media, che si guardano bene dal dare parola e visibilità a chi lavora quotidianamente e costruttivamente per la pace con mezzi pacifici, sui piani organizzativo, politico, formativo e culturale. Eccone alcuni. Dal punto di vista organizzativo è necessario il riferimento alla Rete Italiana Pace e Disarmo, il network che coordina il più ampio numero di organizzazioni nazionali che lavorano a tempo pieno per la pace, il disarmo e la nonviolenza, operando prevalentemente attraverso campagne di cambiamento di lungo periodo. Intanto, dalla Sardegna all’Emilia Romagna, si stanno costituendo anche reti regionali, che aggregano le reti territoriali, anche in dialogo con le amministrazioni locali: è una società civile che fa dell’impegno per la pace non un tema occasionale, rispetto al quale mobilitarsi “al bisogno” sull’indignazione e l’emergenza del momento, ma una declinazione costante sui diversi piani per la decostruzione di tutta la filiera della guerra e della sua preparazione e la costruzione delle alternative, dalla dimensione strutturale a quella culturale. Sono politiche attive di pace agite dal basso. Tra le campagne in corso, la Campagna di Obiezione alla guerra curata dal Movimento Nonviolento che, sul piano internazionale, sostiene anche le spese legali degli obiettori di coscienza israeliani, ucraini, russi e bielorussi, e su quello interno promuove la sottoscrizione personale della dichiarazione preventiva di obiezione alla guerra. La Campagna ICAN-International Campaign to Abolish Nuclear Weapons per il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari tanto più necessario quanto più le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse si avvicinano pericolosamente al punto di non ritorno di una guerra nucleare. La Campagne Ferma il riarmo e Stop Rearm Europe contro le scellerate scelte italiane ed europee di accelerare lo spaventoso riarmo già in corso da decenni, che genera più guerre, anziché la pace come ingannano gli illusionisti della deterrenza militare. La Campagna Basta favori ai mercanti di armi! Contro il progressivo svuotamento della Legge 195/90 che rende ancora più opaco il commercio degli armamenti italiano, per il quale il SIPRI registra un aumento del 157% nell’ultimo quinquennio. Ma l’impegno consapevole si fonda anche sulla conoscenza dei saperi della nonviolenza, che vede lo sviluppo di percorsi di formazione diffusi, dalla Scuola di pace e nonviolenza di Verona all’Officina siciliana di nonviolenza di Palermo, al Dottorato nazionale in Peace Studies della Rete universitaria Runipace. Ad essi si aggiunge la recente pubblicazione di volumi tematici collettanei che forniscono utili strumenti di formazione e lavoro per la pace, tra i quali segnalo La coscienza dice No alla guerra, a cura di Enzo Sanfilippo e Annibale C. Ranieri (Centro Gandhi Edizioni, 2025); Lessico di pace, a cura di Valentina Bartolucci ed altri (Carocci editore, 2026); Uniti per la pace, a cura di Maria Rosa Ronzoni (Libreria Editrice Fiorentiina, 2026). Quest’ultimo contiene anche un mio contributo sul tema Se vuoi la pace prepara la pace: un impegno di responsabilità. Un impegno rivolto a tutti per contribuire ad alimentare l’asse del bene, mettendo il peso della propria persuasione “sulla bilancia intima della storia”, come scriveva Aldo Capitini sotto la dittatura fascista. Senza scoraggiarsi, senza delegare ad altri. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche sul blog di Pasquale Pugliese e su ilfattoquotidiano.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Crepe dentro la guerra mondiale proviene da Comune-info.
March 17, 2026
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L’attacco all’Iran scatena dissenso nelle forze armate Usa. E ora?
DAL PENTAGONO HANNO FATTO CAPIRE CHE STANNO PREPARANDO TUTTO PER UN’INVASIONE DI TERRA IN IRAN. QUELLO CHE NON DICONO E CHE SOTTOVALUTANO È CHE RISPETTO ALLE ULTIME SEI LUNGHE GUERRE AGGRESSIVE SCATENATE DAGLI STATI UNITI (COREA, VIETNAM, IRAQ 1991, JUGOSLAVIA, AFGHANISTAN E IRAQ 2003), QUESTA POTENZIALE “GUERRA ETERNA” CONTRO L’IRAN INCONTRA GIÀ LA MAGGIORE OPPOSIZIONE NEGLI USA. ORGANIZZAZIONI DI VETERANI ANTIGUERRA, COME VETERANS FOR PEACE E ALTRE, HANNO COMINCIATO A CONTATTARE I SOLDATI IN SERVIZIO ATTIVO OFFRENDO SUPPORTO PER GLI OBIETTORI DI COSCIENZA, INCONTRANDO MOLTISSIMA ATTENZIONE. DEL RESTO, ALCUNI INVITI A RISPETTARE IL DOVERE DI DISOBBEDIRE A ORDINI ILLEGALI SONO STATI GIÀ DIFFUSI TRA I RANGHI DEI SOLDATI. “I GUERRAFONDAI DEL MAGA – SCRIVE JOHN CATALINOTTO – POTREBBERO SCOPRIRE CHE LA LORO AGGRESSIONE CONTRO L’IRAN NON HA FATTO CHE ACCELERARE IL DECLINO DELL’IMPERIALISMO USA…” Tlaxcala Translations: English – Français – Español – Deutsch Negli Usa, gli attivisti antiguerra e antiimperialisti – nelle viscere del mostro – hanno il dovere speciale di fare tutto il possibile per fermare questa guerra. E c’è un’area in cui sono nella posizione migliore per agire: contattare i membri delle forze armate. La prima cosa da chiarire nella pianificazione di questa lotta è che la classe dirigente super-ricca degli Usa e i regimi razzisti e reazionari che governano gli stati oppressori usamericano e israeliano sono i criminali responsabili delle orribili conseguenze della guerra. Il movimento antiguerra deve denunciare questi crimini e mirare a perturbare la macchina bellica dei criminali. Sostegno popolare minimo alla guerra negli Usa Rispetto alle ultime sei lunghe guerre aggressive usamericane (Corea, Vietnam, Iraq 1991, Jugoslavia, Afghanistan e Iraq 2003), questa potenziale “guerra eterna” contro l’Iran incontra la maggiore opposizione in patria. La guerra contro l’Iran è iniziata con bombe e razzi usamericani che hanno ucciso oltre 150 scolare nella città di Minab e con l’assassinio da parte di Israele della guida suprema politica e religiosa dell’Iran, l’ayatollah Ali Hosseini Khamenei, il 28 febbraio. Prima di scatenare la conflagrazione, il regime MAGA non ha fatto alcuno sforzo per ottenere sostegno all’aggressione, né tra il popolo, né al Congresso, né aggiungendo alleati internazionali oltre ai criminali genocidi che guidano lo stato coloniale israeliano. Il regime contava sulle grandi bugie che da decenni demonizzano l’Iran. Dall’iniziale massacro di Minab, che ricorda l’incendio del villaggio di My Lai in Vietnam nel 1968, ogni leccapiedi del gabinetto MAGA e l’impopolare presidente usamericano hanno fornito spiegazioni contraddittorie su come sia iniziata la guerra, quanto sarebbe durata, se avrebbero dispiegato truppe di terra e quale fosse il suo obiettivo. Le loro bugie contraddittorie hanno solo diminuito la loro credibilità. Anche prima che vengano segnalate estese perdite tra le truppe Usa, anche prima che il costo militare giornaliero di 1 miliardo di dollari della “guerra scelta” usraeliana si faccia sentire (csis.org), anche prima che la guerra inneschi una catastrofe economica mondiale, la maggioranza della popolazione usamericana si oppone alla “guerra eterna” scatenata dall’amministrazione. Una popolazione che rifiuta la guerra può essere mobilitata per combatterla, proprio come il popolo di Minneapolis ha rifiutato il maltrattamento brutale e gli omicidi di migranti e gli alleati dei migranti hanno rifiutato la presenza dei teppisti dell’ICE. Se i civili si oppongono alla guerra, significa che le truppe potrebbero rifiutarsi di obbedire a ordini illegali. Le truppe di riserva e le truppe in servizio attivo sono lavoratori in uniforme. Rifletteranno gli atteggiamenti dei loro coetanei civili – ma con la loro vita e integrità fisica in gioco. I soldati usamericani resisteranno alla guerra? Durante l’invasione usamericana del Vietnam, la resistenza dei soldati alla guerra contribuì alla decisione del 1969 di ritirare lentamente le truppe USA dal Vietnam e fare affidamento sui bombardamenti. Portò anche alla fine della coscrizione militare all’inizio del 1973 e alla decisione del Pentagono di creare nei decenni successivi un esercito high-tech senza coscritti. Anche all’interno dell’esercito senza coscritti, alcuni soldati si rifiutarono di combattere in Iraq e Afghanistan, sebbene meno che nel periodo del Vietnam. Dopo molti costi, uccisioni e distruzione, le truppe USA furono costrette a ritirarsi dalle “guerre eterne” (Guerra senza vittoria). Un libro del 2017 sulla resistenza dei soldati discute come gli Usa non possano schierare un esercito di terra abbastanza grande per conquistare il Sud del mondo senza generare opposizione in patria e resistenza tra le truppe. Fornisce esempi di guerre d’aggressione usamericane che potrebbero portare a una ribellione dei soldati: una che gli Usa inizierebbero contro “Russia, Cina, o anche Iran o la [Repubblica Popolare Democratica di Corea]”, o se “il presidente ordina alle truppe federali di spezzare gli scioperi dei lavoratori o reprimere le ribellioni nelle comunità di colore all’interno degli Usa”. (“Turn the Guns Around: Mutinies, Soldier Revolts and Revolutions” [Girate le armi: Ammutinamenti, rivolte di soldati e rivoluzioni], ultimo capitolo). E questo è esattamente lo scenario odierno, da Teheran a Minneapolis. Se il regime MAGA ordinasse a truppe di terra usamericane di entrare in Iran, c’è poco dubbio che i 93 milioni di iraniani difenderanno la loro civiltà di 5.000 anni, una resistenza storica che i governanti usamericani sottovalutano. Per quanto riguarda l’intervento militare nelle città usamericane, gli abitanti di Los Angeles, Chicago, Minneapolis e altre città hanno mostrato come la solidarietà di classe operaia possa sorprendere i signori della guerra di Washington. Difficilmente si può immaginare la furia popolare se il regime MAGA tentasse di reintrodurre la coscrizione obbligatoria, l’odiata leva. I giovani in Germania stanno attualmente protestando contro i piani simili dell’imperialismo tedesco. Ci sono già prove che il Pentagono abbia registrato perdite ben oltre i sette soldati ufficialmente riconosciuti morti in combattimento. Il fatto che il principale ospedale militare usamericano a Landstuhl, in Germania, abbia già cancellato l’assistenza sanitaria per il parto (Military Times, 5 marzo) mostra che il Pentagono prevede perdite molto più pesanti. Organizzazioni di veterani antiguerra, come Veterans For Peace e altre, hanno contattato i soldati in servizio attivo offrendo supporto per gli obiettori di coscienza. Un leader del Center on Conscience and War ha dichiarato che i loro telefoni squillano senza sosta dall’inizio della guerra usraeliana contro l’Iran. Un annuncio di qualche mese fa da parte di sei democratici del Congresso secondo cui le truppe hanno il dovere di disobbedire agli ordini illegali si è già diffuso tra i ranghi dei soldati. Qualunque sia la motivazione di questi rappresentanti eletti, tutti veterani dell’esercito o della CIA, nessuno può rimettere quel genio nella bottiglia. I guerrafondai del MAGA potrebbero scoprire che la loro aggressione contro l’Iran non ha fatto che accelerare il declino dell’imperialismo Usa. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte originale: Workers.org. Tradotto da Fausto Giudice di Tlaxcala. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARCO REVELLI: > Un movimento oceanico -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’attacco all’Iran scatena dissenso nelle forze armate Usa. E ora? proviene da Comune-info.
March 14, 2026
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Quando finirà la guerra
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- «Non sono rimasti obiettivi da colpire. La guerra finirà presto. Ma finirà nel momento in cui lo deciderò io». In poche parole, Donald Trump ha riassunto una certa idea del potere. Non quella della responsabilità politica tra Stati, né quella della diplomazia che cerca di limitare la violenza, ma una concezione quasi proprietaria della guerra: qualcosa che può continuare o fermarsi secondo la volontà di chi la conduce. Se si leggono i rapporti degli analisti internazionali su ciò che sta accadendo oggi in Medio Oriente, questa frase suona ancora più inquietante. Perché mentre i leader parlano di obiettivi, strategie e deterrenza, la realtà della guerra appare molto diversa: è fatta soprattutto di civili che perdono le loro case, le loro città, la loro vita quotidiana. Un recente rapporto dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) descrive con precisione questa realtà. In Iran milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case. In Libano intere comunità del sud stanno abbandonando i villaggi sotto i bombardamenti. A Gaza due milioni di persone continuano a vivere in una condizione di distruzione e assedio che sembra non avere fine. La guerra viene spesso raccontata come una partita tra potenze: Stati Uniti, Israele, Iran. Ma se si guarda alle sue conseguenze concrete, la guerra colpisce le popolazioni, aggrava le condizioni di vita per un tempo indefinito, semina morte e distruzione. Nel Libano meridionale, l’offensiva contro Hezbollah sta producendo uno svuotamento progressivo del territorio. All’inizio a fuggire sono state soprattutto le comunità sciite, dove si presume siano presenti infrastrutture militari. Ma con il passare dei giorni anche villaggi cristiani e sunniti stanno lasciando le loro case. L’idea di creare una “zona di sicurezza” lungo il confine rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso: lo sradicamento di intere popolazioni civili. Un’altra dimensione riguarda le infrastrutture. Depositi di petrolio colpiti, impianti energetici danneggiati, sistemi di desalinizzazione distrutti. Non sono soltanto obiettivi strategici. Sono strutture che permettono alle persone di vivere: bere acqua, respirare aria non contaminata, mantenere una vita quotidiana minima. Quando vengono colpite, la guerra non distrugge soltanto il presente. Distrugge le condizioni stesse della vita civile. C’è poi un effetto meno visibile ma altrettanto grave: quello sulla sicurezza alimentare. Il Medio Oriente dipende fortemente dalle importazioni di cibo e dalle rotte commerciali che attraversano lo Stretto di Hormuz. Se queste rotte si interrompono, i prezzi dei fertilizzanti e dei prodotti agricoli aumentano rapidamente. La guerra regionale diventa così un problema globale. Eppure, leggendo molte analisi geopolitiche, colpisce spesso il linguaggio utilizzato. La violenza appare come una dinamica quasi automatica: escalation, reazioni, ritorsioni. Le responsabilità politiche si dissolvono in formule impersonali. Ma le guerre non sono processi naturali. Sono decisioni. Colpiscono uomini, donne, bambini inermi. Nei racconti dei media scompaiono gli esseri umani. Per questo la frase di Trump non è solo una provocazione retorica. È la rivelazione di una logica più profonda: l’idea che la guerra sia uno strumento di potere, qualcosa che può essere prolungato o concluso secondo la volontà politica di pochi, ne suo caso è lui che lo deciderà. Si può ammettere una tale risposta? Non importa se la guerra continua a produrre ciò che produce sempre: città svuotate, famiglie in fuga, infrastrutture distrutte, paure che resteranno a lungo anche quando le armi taceranno. Forse dovremmo allora ricordare le parole di Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri (Nottetempo): «Nessun “noi” dovrebbe essere dato per scontato quando si guarda il dolore degli altri». Perché è proprio quando quel “noi” diventa assoluto che la guerra smette di vedere esseri umani e comincia a vedere soltanto obiettivi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEA MELANDRI: > La guerra ha un genere -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando finirà la guerra proviene da Comune-info.
March 14, 2026
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Respingere la guerra
ABBIAMO BISOGNO DI IMPARARE A METTERCI IN GIOCO OVUNQUE E IN TANTI MODI DIVERSI PER ESSERE D’OSTACOLO ALLA GUERRA. ABBIAMO BISOGNO DI DARE FORZA AL MOVIMENTO PACIFISTA. ABBIAMO BISOGNO DI CORAGGIO E DI MUOVERE INTERI TERRITORI. SCRIVE IL MOVIMENTO NO BASE: “RESPINGERE LA GUERRA. RICACCIARLA INDIETRO. È QUELLO CHE IL MOVIMENTO NO BASE HA FATTO IL 12 MARZO, ATTRAVERSO UN BLOCCO DI OLTRE SEI ORE SUI BINARI ALLA STAZIONE DI PISA CENTRALE. UN TRENO MERCI DI 32 VAGONI, CON DECINE DI MEZZI BLINDATI MILITARI E ALTRETTANTI CONTAINER IL CUI CONTENUTO POSSIAMO SOLO IMMAGINARLO… DA LIVORNO A PISA, DA COLLESALVETTI A PONTEDERA, UN INTERO TERRITORIO SI È MOBILITATO IN TANTI MODI PER BLOCCARE QUESTO TRENO…” -------------------------------------------------------------------------------- Respingere la guerra. Ricacciarla indietro. È quello che il movimento No Base ha fatto il 12 marzo, attraverso un blocco di oltre sei ore sui binari alla stazione di Pisa centrale. Un treno merci di 32 vagoni, con decine di mezzi blindati militari e altrettanti container il cui contenuto possiamo solo immaginarlo. Un risultato che ricalca le straordinarie giornate al porto di Livorno e negli altri porti d’Italia e d’Europa dove i lavoratori e le lavoratrici hanno disertato, rifiutando di essere parte dell’ingranaggio della guerra e bloccando il traffico di armi.  La sera del 12 marzo abbiamo dimostrato di nuovo con un blocco pacifico e determinato, che possiamo essere concretamente efficaci. Abbiamo dato realtà al nostro desiderio di pace: i nostri corpi hanno fermato il treno della morte. L’hanno fermato  la nostra unione e la consapevolezza di stare dalla parte giusta della storia, quella che rifiuta la logica della guerra ad ogni costo, il riarmo, l’utilizzo di ogni infrastruttura civile per scopi militari, la devastazione del nostro territorio per incentivare l’economia di guerra.  Abbiamo dimostrato che con i giusti rapporti di forza possiamo trasformare l’impossibile in necessario. Unendo le capacità di lavoratori, comitati, movimenti, cittadini, possiamo essere un passo avanti a loro. Da Livorno a Pisa, da Collesalvetti a Pontedera, un intero territorio si è mobilitato in tanti modi per bloccare questo treno. Ovunque con coraggio e chiarezza dei nostri obiettivi, possiamo fermare le armi e intralciare la guerra. Possiamo rimandare indietro un treno carico di mezzi blindati. Possiamo fermare la costruzione della base militare nel parco di San Rossore a San Piero a Grado e a Pontedera. Possiamo essere sabbia nell’ingranaggio della guerra.  A Pisa la guerra il 12 marzo non è passata, ma è solo un primo passo: sappiamo che il treno avrà preso altre rotte. Sappiamo che tanti altri passano senza che ne siamo a conoscenza. Vediamo le politiche di miseria che stanno portando miliardi alla guerra e non ai bisogni della società. Oggi più che mai dobbiamo prendere posizione: essere per la pace significa essere partigiani e partigiane, resistere alla guerra mondiale, metterci in gioco ovunque e in molti modi per essere d’ostacolo alla guerra e dimostrare che il popolo non vuole farne parte.  Il 12 marzo abbiamo respirato confitto e liberazione, una tappa che dà forza ed energia a tutto il movimento pacifista e contro la guerra del nostro Paese ma che abbiamo bisogno di rilanciare e continuare a organizzare. Per questo sarà importante esserci tutti e tutte alla nostra assemblea generale martedì 17, organizziamo insieme nuove iniziative  di diserzione, di disarmo, di blocco. Costruiamo la pace con la lotta. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > La tormenta e le nostre alternative -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Respingere la guerra proviene da Comune-info.
March 14, 2026
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