
Il cibo recuperato non è per pochi. È per tutti
Comune-info - Friday, March 13, 2026Da quasi dieci anni l’associazione ReFoodGees Roma si è messa in testa l’idea che il cibo recuperato non sia di seconda qualità e meno ancora qualcosa destinato a persone di “serie b”. Il recupero delle eccedenze alimentari, dicono convinti, è ovviamente una pratica virtuosa perché riduce lo spreco, tuttavia è prima di tutto una meravigliosa occasione per costruire relazioni sociali, per ribellarsi facendo. Abbiamo incontrato Viola De Andrade Piroli di ReFoodGees

La povertà alimentare è al centro del progetto Solidarietà Circolare. Quali soluzioni sono emerse per affrontare il fenomeno in modo strutturale?
ReFoodGees nasce nel 2017 come associazione impegnata nel contrasto all’esclusione sociale. Il tema della povertà alimentare è emerso progressivamente nel corso delle nostre attività, perché il principio che guida il nostro lavoro è innanzitutto la lotta allo spreco alimentare. Recuperiamo cibo che altrimenti verrebbe buttato e lo redistribuiamo gratuitamente. Tra le persone che lo ritirano ci sono anche molte famiglie in difficoltà economica, ma il nostro approccio si distingue da quello dell’assistenza alimentare tradizionale: fin dall’inizio abbiamo cercato di uscire dalla logica del “cibo per poveri”. Il cibo recuperato è cibo per tutti: lo mangiamo noi volontari, lo mangiano le nostre famiglie e lo mangiano le persone che vengono a ritirarlo. È un’idea di circolarità: chi oggi usufruisce del servizio domani può diventare volontario, e chi recupera il cibo spesso è anche tra coloro che lo consumano. Questo approccio contribuisce anche a superare uno stigma ancora molto diffuso: l’idea che il cibo recuperato sia di seconda qualità e destinato a persone di “seconda categoria”. In realtà si tratta di cibo buono, che mangiamo tutti. In alcuni progetti, come Alimenta la solidarietà, abbiamo lavorato insieme a organizzazioni che si occupano direttamente di povertà alimentare, come Nonna Roma. In quel caso i beneficiari erano persone già seguite da queste realtà, mentre ReFoodGees si è concentrata soprattutto sul recupero del cibo e sulla costruzione di reti solidali.
Affrontare la povertà alimentare significa confrontarsi con una sfida multidimensionale. Dal vostro osservatorio, quali sono i nodi cruciali che istituzioni e società civile non possono trascurare?
Uno degli aspetti più trascurati riguarda la qualità dell’alimentazione. Molti interventi contro la povertà alimentare si basano sulla distribuzione di pacchi con prodotti a lunga conservazione. È comprensibile, perché sono più facili da gestire. Tuttavia questo modello rischia di trascurare un punto fondamentale: quando le famiglie hanno meno risorse economiche, la prima cosa che smettono di comprare sono frutta e verdura. Di conseguenza l’alimentazione diventa progressivamente più povera dal punto di vista nutrizionale e più ricca di prodotti ultraprocessati. Per questo, nel nostro lavoro abbiamo scelto di puntare molto sul recupero e sulla redistribuzione di prodotti freschi, in particolare frutta e verdura. È un elemento che rappresenta un valore aggiunto rispetto a molte forme tradizionali di distribuzione alimentare. Lo abbiamo visto anche concretamente: all’Emporio di via Togliatti, per esempio, quando le persone hanno capito che il mercoledì arrivava il fresco recuperato da ReFoodGees, l’afflusso è aumentato sensibilmente. Molti si mettevano in fila proprio quel giorno, perché sapevano che avrebbero trovato frutta e verdura. Questo dimostra quanto sia forte il bisogno di accesso a cibo sano e di qualità.
Il caso di Roma si inserisce in un quadro più ampio. Quali esperienze virtuose, in Italia o all’estero, possono essere di ispirazione?
Più che a un singolo modello, guardiamo a un cambio di prospettiva: passare dall’assistenza alla circolarità del cibo. Il recupero delle eccedenze alimentari è già di per sé una pratica virtuosa: riduce lo spreco e allo stesso tempo produce un beneficio sociale. Ma il vero salto di qualità avviene quando questa pratica diventa occasione per costruire relazioni e comunità. Quando il cibo recuperato non viene percepito come uno scarto o come “cibo per poveri”, ma come una risorsa condivisa, cambia anche il modo in cui le persone si avvicinano a queste iniziative. Si supera la logica dell’assistenza e si costruisce un sistema più inclusivo e partecipato.
Accanto alla distribuzione di generi alimentari avete promosso anche iniziative di sostegno scolastico. In cosa è consistita questa esperienza?
Nel tempo ci siamo accorti che le situazioni di vulnerabilità che incontravamo non riguardavano soltanto il cibo. Durante alcune attività abbiamo iniziato a distribuire anche materiale scolastico, cioè zaini, quaderni, penne e altri strumenti, alle famiglie con bambini che vivevano difficoltà economiche. L’idea è nata ascoltando direttamente i bisogni delle persone che incontravamo: per molte famiglie l’inizio dell’anno scolastico rappresenta una spesa significativa. Questa esperienza ci ha ricordato che la povertà è sempre multidimensionale: alimentazione, istruzione, accesso ai servizi e opportunità sociali sono aspetti strettamente collegati. Per questo gli interventi più efficaci sono quelli capaci di tenere insieme queste diverse dimensioni.
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