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Furundulla 304 – La ricoperta dell’America
…se dobbiamo fare a chi le spara più grosse (le cazzate,  intendo)… di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Bella scoperta!! S/Bilancia La concentrazione di ricchezza mette a rischio la democrazia Padrino parte IV L’origine del nome dato alla rubrica Furundulla: hastagasa
Venezuela: verità e bugie su democrazia, povertà ed emigrazione
di José Manzaneda, coordinatore di Cubainformación I grandi media mettono a tacere ogni voce che sostenga il governo venezuelano e il suo presidente, Nicolás Maduro, sequestrato dagli Stati Uniti. L’uccisione di oltre cento persone per eseguire tale sequestro viene censurata… Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Può esistere una cittadinanza globale?
di Luca Graziano Viviamo in un’epoca in cui la parola cittadinanza sembra aver perso il suo significato originario. Nata per unire, oggi essa divide. Definisce confini, stabilisce appartenenze, assegna diritti in modo diseguale. È diventata una condizione geografica più che un riconoscimento universale dell’essere umano. Ogni giorno, nel Mediterraneo, lungo il confine tra Messico e Stati Uniti o nei deserti
Andalusia, l’aumento delle persone senza fissa dimora è molto più elevato di quanto riconosciuto ufficialmente
L’APDHA, Associazione per i Diritti Umani dell’Andalusia (APDHA), avverte che l’aumento del 57% del numero di senzatetto registrato dall’ Istituto Nazionale di Statistica spagnolo “mostra solo la punta dell’iceberg di un problema molto più grave”. L’Istituto ha registrato il numero di persone che hanno fatto ricorso alle risorse pubbliche in cerca di un tetto e di cibo dal 2022 al 2024. Solo 3 degli 8 comuni delle capitali andaluse hanno risposto alla richiesta di informazioni presentata dall’ente andaluso ai sensi della Legge sulla Trasparenza. L’APDHA denuncia che gli elevati tassi di povertà ed esclusione sociale, insieme ai tagli ai servizi pubblici e alla precarietà lavorativa, mettono l’Andalusia “sull’orlo del baratro”. Diego Boza e Macarena Olid, coordinatore generale e vicecoordinatrice dell’APDHA, sono comparsi oggi davanti ai media per presentare il “Rapporto sulla Povertà nel Sud 2025: Senza tetto e invisibili agli occhi di tutti” che, in occasione della Giornata Internazionale dei Diritti Umani, analizza la situazione in Andalusia e affronta in modo specifico la situazione delle persone senza fissa dimora. Come ha spiegato Diego Boza, “il fenomeno dei senzatetto costituisce la forma più estrema di esclusione sociale”. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica (INE), sulla base dei dati disponibili dal 2022 al 2024, il numero di senzatetto che hanno fatto ricorso alle risorse pubbliche ha registrato un aumento senza precedenti. Boza ha posto l’accento “sull’invisibilità di cui soffre questo gruppo in situazione di vulnerabilità” e ha denunciato “non solo la mancanza di risorse pubbliche per fornire loro un’assistenza dignitosa, ma anche le misure architettoniche aggressive, gli interventi della polizia e le sanzioni che subiscono da parte delle amministrazioni pubbliche”. Come spiega il coordinatore generale dell’APDHA, “sembra che i comuni andalusi siano più preoccupati di nasconderli alla vista del pubblico, allontanandoli dalle zone più turistiche delle nostre città, che di fornire loro l’assistenza che meritano”. Boza ha spiegato che l’APDHA, avvalendosi della Legge sulla Trasparenza, ha inviato richieste di informazioni agli 8 comuni delle capitali andaluse. Tuttavia, “solo tre comuni, Almería, Huelva e Jaén, ci hanno fornito tutte o almeno una parte delle informazioni che avevamo richiesto”. Il coordinatore generale dell’ente ha sottolineato che “l’APDHA non rinuncia a ottenere questi dati e che eserciterà i propri diritti affinché i comuni andalusi adempiano ai loro obblighi legali e ci forniscano le informazioni che richiediamo e alle quali abbiamo diritto di accedere”. Macarena Olid, vice coordinatrice dell’ente e delegata di Siviglia, ha denunciato come il problema dei senzatetto “stia crescendo in modo molto allarmante” e ha sottolineato che “il profilo delle persone senza fissa dimora è cambiato significativamente dal periodo precedente alla crisi economica del 2007 ad oggi”. Come ha spiegato Olid, “prima del 2007 associavamo alle persone senza fissa dimora un profilo legato a problemi di salute mentale, dipendenze e situazioni di esclusione sociale prolungate nel corso della vita di coloro che soffrivano di disagio abitativo”. Tuttavia, “a partire dal 2007, con una crisi economica che ha lasciato senza lavoro migliaia di persone e ha provocato anche un grande numero di sfratti, abbiamo potuto osservare come numerose persone che prima non lo avrebbero mai immaginato si sono ritrovate a vivere in strada”. Tuttavia, la coordinatrice dell’APDHA ha avvertito che “l’attuale crisi degli alloggi, i tagli e la precarietà della vita ci stanno portando a una situazione ancora peggiore”. Olid ha spiegato che “alle 8.000 persone che in Andalusia vivono ufficialmente in condizioni di senzatetto bisogna aggiungere molte altre persone che non ricorrono alle risorse pubbliche e che sono costrette a vivere per strada, in insediamenti abusivi o in alloggi fatiscenti”. Olid ha sottolineato che, “nonostante la maggior parte delle persone in questa situazione siano uomini, i dati ufficiali indicano un aumento significativo delle donne e persino delle famiglie con figli molto piccoli a carico”. Un altro gruppo costretto a vivere in queste dure condizioni è quello dei “giovani ex tutelati dalla Junta de Andalucía, che, non appena compiono 18 anni, vengono espulsi dai centri di accoglienza in cui risiedevano senza avere molte alternative”. I dati ufficiali indicano anche che sono sempre più numerosi i migranti in situazione amministrativa irregolare che, non potendo accedere alle risorse pubbliche, finiscono per sopravvivere in strada. La vicecoordinatrice dell’APDHA ha richiesto alle amministrazioni pubbliche “un impegno sincero e onesto nei confronti delle persone senza fissa dimora” e ha denunciato che “dei 174 centri situati in Andalusia che si occupano di questa categoria di persone, solo 25 sono di natura pubblica, mentre ben 129 sono privati“, il che, secondo Olid, “dimostra lo scarso interesse istituzionale nel dare una risposta a queste persone”. Ha anche precisato che “il 57,1% del personale che lavora nei centri che si occupano di questa categoria lo fa su base volontaria”. D’altra parte, per quanto riguarda i dati raccolti dall’APDHA sulla situazione socioeconomica in Andalusia, Diego Boza, coordinatore dell’ente, ha sottolineato che “l’Andalusia continua ad essere la comunità autonoma con i più alti tassi di povertà, esclusione sociale e bassa percentuale di occupazione nelle famiglie, seguita solo da Ceuta e Melilla”, anche se, come ha sottolineato lo stesso Boza, “in termini di grave privazione materiale e sociale, l’Andalusia si trova addirittura dietro Melilla”. Olid, dal canto suo, ha spiegato che “i dati relativi alla povertà e all’esclusione sociale, insieme all’aumento della precarietà lavorativa e dei prezzi delle abitazioni, stanno portando la società andalusa sull’orlo del baratro. Mentre i salari non crescono e il mercato del lavoro diventa sempre più precario, gli affitti sono aumentati di oltre il 15% in città come Malaga o Siviglia, anche se gli aumenti sono notevoli e significativi in tutte le province e città andaluse”. Macarena Olid ha denunciato che “il 46,2% delle famiglie con minori a carico è a rischio di povertà, così come il 45,8% di coloro che vivono in affitto o il 64,8% delle persone in situazione di disoccupazione”. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía (APDHA)
Povertà sanitaria e scarsa aderenza terapeutica: ricerche di Banco Farmaceutico e di Cittadinanzattiva
Il 12° “Rapporto sulla povertà sanitaria” elaborato dall’Osservatorio Povertà Sanitaria di Banco Farmaceutico e i risultati dalla “Indagine civica sull’aderenza terapeutica: un piano d’azione comune” di Cittadinanzattiva evidenziano molte problematiche e criticità. La povertà assoluta in Italia è in costante aumento: dal 6,2% delle famiglie nel 2014 all’8,4% nel 2024. E le famiglie povere spendono per la salute molto meno, in termini assoluti, delle altre famiglie (10,66 € mensili pro capite contro 67,97 €), ma anche in termini relativi: solo il 2,1% della loro spesa totale è destinata alla sanità, contro il 4,4% delle famiglie non povere. Le regioni in cui per diversi motivi (risorse disponibili, invecchiamento della popolazione, presenza di un grande contesto metropolitano) la spesa sanitaria mensile pro capite è più elevata (Valle d’Aosta, Liguria e Lazio) sono anche quelle in cui il gap di spesa tra poveri e non poveri è più alto (tra i 70 e gli 85 euro). Un gap leggermente più ridotto (60-70 euro) si ritrova in Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Umbria e Sicilia, dove la spesa sanitaria è lievemente più bassa rispetto alle regioni di testa. Esiste dunque una relazione stretta tra le due variabili, che ritroviamo anche nelle altre regioni. Unica eccezione, la Calabria, dove si registra un gap intermedio in presenza di una spesa sanitaria medio-bassa. È quanto si legge nel 12° Rapporto sulla povertà sanitaria a cura dell’Osservatorio Povertà Sanitaria di Banco Farmaceutico. Il SSN tutela la salute come diritto fondamentale. Per questo prevede l’esenzione dal ticket per alcune categorie (vedi Tabella 1), cui si aggiungono altre esenzioni per patologia o quelle introdotte da alcune regioni. “Si tratta di esenzioni parziali e, nel complesso – si sottolinea nel Rapporto – il SSN sembra mostrare un profilo regressivo: le famiglie più povere spendono meno sia in termini assoluti sia in proporzione. In particolare, tendono a limitarsi all’acquisto di farmaci, rinunciando ad altre prestazioni sanitarie (visite specialistiche, esami diagnostici ecc.), con potenziali effetti negativi sulla salute a lungo termine e il rischio di aumento della cronicizzazione delle patologie”. Le famiglie povere spendono, ogni mese, proporzionalmente di più in medicinali (58,6% vs il 39,6% delle famiglie non povere), ma molto meno in servizi dentistici (6,8% vs 22,6%) e in ausili sanitari (protesi, ausili per la mobilità, per la comunicazione ecc). Contrariamente a quanto atteso, la spesa per la prevenzione è leggermente superiore tra le famiglie povere rispetto a quelle non povere (15,6% vs 14,4%). Le famiglie povere limitano il numero di visite e accertamenti medici (24,3%) o si rivolgono a medici e centri diagnostici più economici (7%) in misura superiore rispetto alle famiglie non povere (rispettivamente 3,7% e 10,6%). Tale comportamento, evidentemente, non è ipotizzabile come frutto di libera scelta, ma come una strategia di adattamento a condizioni economiche sfavorevoli che spingono a sacrificare la salute per sostenere altre necessità. Particolarmente accentuata e drammatica è la distanza di spesa per servizi ambulatoriali dentistici. Chi ha limitato la spesa sanitaria mostra una distribuzione della spesa effettiva molto più concentrata sui medicinali (47,8% rispetto al 39,3% di chi non ha limitato la spesa – grafico 6). Per quanto riguarda le rimanenti spese, solo quelle odontoiatriche risultano lievemente superiori (21,7% vs 21,5%), mentre tutte le altre voci di spesa risultano compresse e, in particolare, i servizi per la prevenzione (11,5% vs 14,8%), dispositivi, ausili e articoli sanitari (10,9% vs 12,3%), riabilitazione (3,4% vs 5,2%) e servizi di long term care (1,7% vs 2,2%). Intanto, solo la metà dei cittadini, in cura per una o più patologie, segue le terapie in modo costante ed appropriato. L’altra metà si divide fra chi, in maniera preponderante, le salta raramente (35,6%) e chi occasionalmente (11,5%). Un residuo 1,5% non le segue con alcuna costanza. Il profilo dei pazienti “non aderenti” è rappresentato principalmente da persone fragili e anziane, con basso livello socio-culturale, spesso sole o comunque con scarso supporto familiare. A pesare sulla non aderenza contribuisce molto anche la comorbidità, ossia la presenza di due o più patologie. Sono questi alcuni dei risultati che emergono dalla Indagine civica sull’aderenza terapeutica: un piano d’azione comune di Cittadinanzattiva. La quota più ampia di pazienti intervistati (38%) interpreta l’aderenza come rispetto puntuale delle indicazioni mediche, il 18% come un fattore di consapevolezza e responsabilità personale, mentre il 15% come conseguenza diretta della relazione medico-paziente, basata su dialogo, fiducia, confronto e collaborazione. Fra le motivazioni che portano a non seguire la terapia prevalgono, a detta dei pazienti, aspetti psicologici e percettivi: il (28,3%) soffre la sensazione di dipendenza dal farmaco, mentre la pigrizia o mancanza di motivazione (20,8%) e la percezione di non essere in pericolo reale (20,2%) contribuiscono a una riduzione dell’aderenza. Interessante il profilo dei pazienti “non aderenti” fornito dai Presidenti delle associazioni: quasi il 73% di questi ultimi afferma che sono maggiormente a rischio le persone fragili e anziane, quelle con basso livello socio-culturale (58,3%), chi vive in condizione di solitudine e di scarso supporto familiare (54,2%), a conferma del ruolo cruciale della rete sociale nel sostenere la gestione quotidiana della terapia. Rilevante anche la quota (45,8%) di chi sostiene che i pazienti con comorbidità siano quelli più a rischio. Anche i professionisti intervistati confermano in gran parte le caratteristiche del paziente a maggior rischio di non aderenza: con percentuali superiori al 70%, lo individuano nelle persone sole o anziane, poco meno (con percentuali intorno al 65%) in soggetti con basso livello socio-culturale. La presenza di due o più patologie risulta essere un fattore importante ma meno rilevante degli altri rispetto al rischio di non seguire correttamente le terapie: ad indicarla è circa un terzo del campione dei medici di medicina generale e degli infermieri, oltre la metà dei farmacisti ospedalieri e degli specialisti. Cosa manca per una maggiore aderenza terapeutica? Fra le priorità indicate dai Presidenti delle Associazioni, emerge sicuramente il rafforzamento della comunicazione medico-paziente (22%), il coinvolgimento strutturato delle Associazioni nei percorsi assistenziali (18%), la necessità di educazione terapeutica e informazione capillare (16%), il bisogno di formazione e supporto ai caregiver e ai volontari (12%), riconosciuti come attori centrali nei percorsi di aderenza. Anche i cittadini, al fine di migliorare l’aderenza terapeutica, chiedono prima di tutto più dialogo con il medico curante (36,1%) e un maggiore supporto pratico, sia digitale sia analogico (35,6%). Un altro quarto dei rispondenti manifesta il bisogno di confronto con altri pazienti (26,1%) e di un maggiore coinvolgimento di altri professionisti sanitari — infermieri, farmacisti, operatori di prossimità (25,2%), vedere miglioramenti tangibili (24,9%). Il bisogno di un supporto motivazionale è indicato dal 19,9%. I pazienti chiedono dunque un supporto personalizzato, che combini: una relazione più stretta e continua con il medico; strumenti concreti per la gestione quotidiana; un accompagnamento motivazionale e relazionale non necessariamente clinico. «L’aderenza terapeutica è un fenomeno complesso e multifattoriale e, in quanto tale, necessita di interventi personalizzati e allo stesso tempo strutturali per garantire l’efficacia delle cure e quindi la qualità di vita dei pazienti. Interventi che consentirebbero di contenere le spese economiche derivanti dalla scarsa aderenza alle terapie, stimate in circa 2 miliardi di euro l’anno per il Servizio Sanitario Nazionale – sottolinea Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva – Quanto e come il cittadino segua con costanza le terapie, siano esse farmacologiche e non, è condizionato da numerosi fattori, di carattere anagrafico, sociale, economico, di stili di vita, e dunque – accanto ad interventi di sistema finalizzati a integrare un modello di rete coordinato, di prossimità, supportato da strumenti digitali e capacità organizzativa – occorre puntare molto sul tempo che i professionisti possono dedicare al paziente e ai suoi caregiver». FONTI INFORMATIVE * rapporto sulla Povertà Sanitaria * ricerca di Cittadinanzattiva Giovanni Caprio
Madagascar: la Generazione Z ha vinto, ma non è lei a riscrivere le regole
Abbiamo assistito di recente a una svolta storica in Madagascar, che ha visto protagonisti i giovani della Generazione Zeta. A distanza di poco tempo rimangono molti interrogativi e sfide. Tra il 25 settembre e il 14 ottobre scorsi, il Madagascar ha vissuto una svolta storica. La Generazione Z, nata e organizzata sui social network, è riuscita a far cadere il regime di Andry Rajoelina. Ora però i ragazzi della Gen Z tra i 15 e i 25 anni, arrabbiati, connessi e determinati, si trovano di fronte a un interrogativo cruciale: come evitare che il loro sogno di cambiamento venga neutralizzato? Il rischio principale per la Generazione Z malgascia è che il “momento rivoluzionario” venga normalizzato dentro logiche militari, clientelari e internazionali che non controlla, trasformando una vittoria di piazza in una riconfigurazione del vecchio sistema con volti nuovi. La specificità della Generazione Z malgascia è il suo nucleo motore: una galassia di gruppi urbani connessi che ha usato piattaforme cifrate per coordinare scioperi, sit-in, occupazioni, manifestazioni e presidi in spazi simbolici come la Place de la Démocratie, aggirando partiti e notabili. Questa “rivoluzione digitale” ha prodotto due effetti ambivalenti: ha mostrato che una generazione con poco da perdere può rovesciare rapidamente un presidente, ma ha anche aperto spazio a un arbitraggio di potere da parte dei militari, delle élite economiche e degli attori esterni che ora cercano di incanalare l’energia giovanile in una transizione controllata. Un governo senza consultazione La scelta del primo ministro e la formazione del nuovo governo sono avvenute senza il diretto coinvolgimento dei giovani protagonisti della rivolta. I 29 membri dell’esecutivo odierno includono qualche nuovo volto e alcuni esperti, ma l’insieme resta un sapiente dosaggio di vecchi politici, oppositori storici e persino rappresentanti del regime appena cacciato come Christine Razanamahasoa già presidente dell’Assemblea Nazionale ed ex ministro con Andry Rajoelina, che oggi nel nuovo governo ha ottenuto lo strategico Ministero degli Esteri. Sariaka Senecal, giovane attivista malgascia (poco più che ventenne) descrive così al settimanale francese Le Point il rapporto ambivalente con le nuove autorità: “E’ vero, siamo stati ricevuti dalla presidenza e al Ministero della Gioventù. Da questo punto di vista c’è stato ascolto. Ma sulle nomine politiche non siamo stati minimamente consultati. Dalla scelta del premier a quella dei ministri, non siamo mai stati coinvolti. Stiamo assistendo a una rifondazione di facciata. Non è prevista alcuna revisione costituzionale, nessuna riforma strutturale. Cambiano le facce, non le logiche. Ci ascoltano, fingono di prenderci sul serio. Ma hanno già i loro piani”. Dal movimento orizzontale alla struttura organizzata La difficoltà di questa “rivoluzione della Generazione Z” era prevedibile. Nata in modo spontaneo e orizzontale, la mobilitazione giovanile manca, come in altri contesti simili, di rappresentatività formale. Per acquisire maggior peso, il movimento starebbe valutando di modificare la pura orizzontalità e organizzarsi in una struttura più tradizionale, con portavoce, comitati e leader riconoscibili. La Generazione Z dispone oggi di reti e strumenti che le danno un’influenza senza precedenti, ma oscilla ancora tra la forma organizzata di un movimento e quella assembleare e fluida di un organo consultivo. L’obiettivo comunque resta invariato: influenzare le decisioni del potere. Per ora una delle sfide principali per il nuovo governo è mantenere il sostegno finanziario della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, da cui dipendono numerosi progetti in corso per migliorare l’accesso all’acqua e all’energia: solo il 36% della popolazione malgascia ha accesso all’elettricità, quando c’è. Un brief “Poverty and Equity” su Madagascar dell’ottobre 2025 stima che nel 2024 circa l’80% dei malgasci viva sotto la soglia internazionale di povertà di 2,15 dollari al giorno Intanto la Russia in queste settimane ha manifestato ufficialmente la volontà di rafforzare la cooperazione con il Madagascar in questa fase di transizione. Una mossa sostenuta dal nuovo Presidente dell’Assemblea Nazionale malgascia, Siteny Randrianasoloniaiko, noto per la sua vicinanza a Mosca. “I russi sono specialisti nella risoluzione di problemi urgenti. possono fornirci carburante. La scelta è nelle nostre mani se vogliamo davvero trovare soluzioni ai nostri problemi” ha dichiarato lunedì 24 novembre, durante la discussione sulla legge finanziaria per il 2026. Il giorno seguente ha convocato i fornitori della Jirama, la società pubblica di distribuzione di acqua ed elettricità sostenendo che il supporto tecnico russo sarebbe il benvenuto dato che nella capitale sono già ripresi i tagli di corrente. Non è la prima volta che Mosca prova a esercitare la sua influenza sul Madagascar. Nel 2018, pochi mesi prima delle presidenziali, un’indagine di BBC Africa Eye aveva rivelato come una squadra di consulenti politici russi (entrati nel Paese come “turisti” o “osservatori”) avesse offerto denaro e supporto tecnico ad almeno sei candidati. L’obiettivo era influenzare l’esito del voto sostenendo più candidati in parallelo. Da allora gli attori esterni non hanno smesso di cercare spazio a Antananarivo, tra contratti minerari e offerte di ‘cooperazione strategica’. Ma sette anni dopo, quel copione non funziona più: per i ragazzi della Generazione Z la vera battaglia comincia adesso.   Africa Rivista
Emergenza freddo o emergenza casa?
Queste righe sono riflessioni – o deliri per chi pensa che la povertà sia colpa dei poveri – di chi vive in un appartamento riscaldato, che non ha mai avuto bisogno di trovare un letto di fortuna e che può … Leggi tutto L'articolo Emergenza freddo o emergenza casa? sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Il furto di futuro e i suoi disertori
-------------------------------------------------------------------------------- Un’assemblea dello straordinario movimento sudafricano Abahlali baseMjondolo (“Coloro che vivono nelle baracche”). Oltre un miliardo di persone vivono in baraccopoli in tutto il mondo -------------------------------------------------------------------------------- Chi controlla il presente controlla il passato. Chi controlla il passato controlla il futuro. Lo scrisse il romanziere e militante George Orwell nel suo libro dal titolo 1984. Ci troviamo nell’altro millennio e siamo testimoni più o meno consapevoli del progressivo spossessamento del futuro dei poveri. Si trovino essi nella parte “sud” o “nord” del mondo così com’è stato ridotto in questi ultimi decenni della storia. La tragedia provocata delle oltre cinquanta guerre in atto nel pianeta e la conseguente creazione di milioni di rifugiati e richiedenti asilo non è altro che un futuro trafugato e che mai più troverà dimora. La strategia di controllo mirato e spesso istituzionalmente violento delle migrazioni internazionali conferma, specie nelle migliaia di morti alle frontiere, l’arbitraria e spesso definitiva sottrazione del futuro a che aveva il diritto di cercarlo altrove. Non c’è nulla di più grave, nella vita umana, della confisca o dell’esproprio del futuro. Prendere come ostaggio il futuro di un popolo, di una classe sociale o di età è commettere un crimine le cui conseguenze sono irreparabili. Non casualmente i politici, i generali, i commercianti e i religiosi promettono, ognuno a suo modo, un futuro differente ai sudditi, cittadini, fedeli o semplicemente clienti. Passato, presente e futuro si giocano nell’oggi che sfugge per distrazione, manipolazione o per scelta. I tempi sono stagioni che abbiamo comunque vissuto, sperato e atteso nell’apertura all’inedito di un futuro che pensiamo possibile. Tutti inconsciamente crediamo, come fanno i contadini, che si seminano oggi i grani conservati dal passato per raccoglierne, domani, i frutti. Si ha fiducia che il futuro non sia totalmente deciso o addirittura precluso dal luogo della nascita o dalle circostanze avverse del destino. Attentare alla speranza che domani non sia la banale ripetizione dell’oggi o di quanto già vissuto nel passato ma avventura di un altro mondo possibile è il più spietato dei genocidi. “Della perdita del passato – scrive nel romanzo I disorientati, lo scrittore libanese-francese Amin Maalouf – ci si consola facilmente, è dalla perdita del futuro che non ci si riprende“. L’orchestrata rapina del futuro passa anche attraverso la propaganda, la società dello spettacolo, le ideologie millenariste che si ostinano a promettere la felicità e l’eldorado per domani. Prima però sono necessari sacrifici, rinunce e sofferenze. Domani, certamente, arriverà Godot, personaggio enigmatico nel teatro dell’assurdo dell’irlandese Samuel Beckett. Godot non arriverà mai sulla scena e i due protagonisti passeranno il tempo in una tragica attesa senza futuro. Si mutila il futuro dei poveri tradendone i sogni con politiche economiche basate sull’esclusione e la morte. Si instilla nell’educazione in famiglia e negli istituti scolastici la paura del futuro perché non controllabile o semplicemente incerto. L’inverno demografico dell’occidente economicamente abbiente non è che un sintomo, peraltro di un’eloquenza unica, dell’espulsione del futuro di un’intera civiltà. Non è dunque casuale che, nella presente fase storica ci sia una moltiplicazione di campi di detenzione per i migranti e carceri contestualmente saturate. In entrambi i casi il futuro è letteralmente sospeso o spento. Fortuna ci sono loro, i disertori. Non seguono le indicazioni di percorso tracciate anzitempo dai maestri del tempio e i dottori della legge. Non aderiscono ai progetti confezionati o ai piani stabiliti dagli illuminati del sistema o l’intelligenza artificiale. Tra loro si trovano i poeti e i resistenti di ogni tipo che ridanno senso, gusto e vita alle parole cadute in disuso. Disertano come possono i paradisi occasionali e tutto ciò che sembra assicurare il successo. Si contano numerosi tra i marginali e in genere i poco importanti della società che conta. Non hanno fatta propria l’arte della guerra. Vivono nella loro patria ma come stranieri, ogni patria straniera è patria loro e ogni patria è straniera. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a Ilfattoquotidiano.it -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Organizzare la nostra disperazione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il furto di futuro e i suoi disertori proviene da Comune-info.
Violenza massima
La vita è massacrata. La violenza della potenza  è al suo massimo.  ll sistema America, ancora oggi il  più potente  al mondo, ha deciso di remunerare con  $ 1.000/000/000.000  ( mille miliardi di dollari)  il l lavoro di un anno di un solo imprenditore (Musk). Inoltre,   consente ad una sola persona (Trump) di demolire a suo piacere e senza limiti tutti i principi fondatori della convivenza umana.  Musk è stato ricompensato (in anticipo !) perché  si è impegnato a produrre a palate robots  taxi,  auto senza guida umana, la conquista di Marte  ed   altre macchine AI rivoluzionarie (ci saranno anche i soldati robots ?) E ciò nel mentre circa 5 miliardi di persone su Terra soffrono e muoiono perché non hanno alcuna copertura di base per la loro salute. Peraltro,   mai il sistema America ha voluto spendere un centesimo  per sradicare  la povertà salvo  per fare opera di carità in tutto il mondo anche con milioni e milioni di dollari  per « aiutare »  i poveri  a mal « sopravvivere » in modo che cantino la gloria di Uncle Sam e  si dimostrino a lui riconoscenti per  l’eternità.    Trump, capo supremo del più forte esercito al mondo, ha sconvolto il mondo lanciando una guerra commerciale contro tutti i paesi, individualmente, compresi i paesi  alleati/sudditi; ha minacciato pubblicamente la sicurezza della Groenlandia-DK, del Canada, Panama, Messico e ora ha rilanciato verso il Venezuela e la  Colombia la vecchia politica USA colonialista della cannoniera ; continua con pervicacia   l’espulsione  di migliaia d’immigrati residenti negli USA da anni;  ha smantellato,con l’aiuto di Musk, l’apparato statale statunitense; ha ridotto le principali misure   del sistema di carità sociale  USA. Negli USA, la guerra reale dei ricchi contro i poveri  è di gran lunga la più avanzata al mondo; ha instaurato un sistema di terrore verso i giudici che si oppongono alle sue prevaricazioni  della Legge; lo stesso vale per il mondo universitario  e dei media; persiste con arroganza e incuranza  a mettere   in pericolo la vita del Pianeta continuando  a  finanziare le energie fossili e boicottando  le misure degli altri paesi contro  il cambiamento  climatico e la grave contaminazione chimica del Pianeta; infine,  tratta con disprezzo i diritti di tutti gli  abitanti della Terra. Siamo in presenza di un autocrata cosciente, convinto. In quanto presidente del paese più potente,  di essere la persona che puo’ fare tutto quello che vuole, compreso cambiare i dati  reali, mentire,  accusare ingiustamente, fare e disfare le regole  e le relazioni tra i paesi secondo i suoi interessi.. Si tratta di un « fuorilegge », di un predatore globale, di una violenza massima  e che trova nella   forza della sua violenza la propria legittimazione. La vita della Terra quale conosciuta è insensatamente in fase di dissoluzione  ad opera delle due violenze   fondate sulla  egemonia planetaria acquisita rispettivamente dal  denaro (sistema finanziario) e dalle armi (sistema autocratico militare). Il nostro pianeta è come una pentola sotto  pressione della forza   delle due violenze.  Delle due, quella rappresentata da Trump è la più perversa. La violenza assoluta del sistema del denaro rappresentata da Musk può sembrare meno catastrofica perché , si dice, «almeno produce beni e tecnologia ». E’ una illusione  perché le due violenze sono strettamente legate, si intrecciano necessariamente  La forza del  denaro scatena più passioni e violenze  indicibili dappertutto, in tutti i paesi, in tutti i campi in tutte le classi e in tutte le età. Qualche cifra: * Solo 19  Stati al mondo su 200 hanno un PIL annuo superiore a 1000 miliardi di dollari. Stati come la Svizzera, l’Argentina ,Singapore, il  SudAfrica, il Belgio,  la Norvegia,….e tutti gli altri sono al disotto; * Con mille miliardi di $ si possono comprare 50.000 aerei da caccia (ciascuno costa 20 milioni) ! Eh  si , mille miliardi sono una somma enorme, rappresentano più di un terzo della spesa  militare  mondiale del 2024; * L’UNICEF informa che ha potuto allocare nel 2024, 1,2 miliardo nel settore WASH (Water, Sanitation, Hygiene) con   il risultato di consentire  a 31 milioni di bambini  di accedere all’acqua potabile buona  su basi sicure. 450 milioni di bambini (su  2,3 miliardi  di bambini, quasi un terzo della popolazione mondiale)  sono privati di acqua potabile.  Una  centesima di  quanto offerto a Musk potrebbe azzerare il  numero dei bambini senza acqua potabile. Ma  la vita dei bambini non sembra valere tanto. per cui la violenza del denaro continuerà  a far morire milioni di bambini nei prossimi anni;  * il salario medio lordo annuo  di un operaio in Francia nel 2024 è di poco superiore à 30  mila euro. Per raggiungere la remunerazione accordata a Musk, l’operaio francese  deve lavorare più di 33 milioni di anni ! E che dire dell’operaio pakistano? Forse avranno cosi il tempo di andare su Marte con le navicelle spaziali di Musk…..e non tornare ; Il fatto che quanto detto  accada è in sè un non-senso assoluto, di una  violenza  incommensurabile e indescrivibile.  Che fare ? Rivoltarsi.  Come ?  In primo luogo,   battendosi con ogni mezzo per delegittimare, dimostrare la totale assenza di razionalità , saggezza e  pertinenza  delle forme prese dall’egemonia del sistema finanziario attuale e dell’autocrazia militarista.  Bisogna fortemente demistificare  le loro finalità,  imposte cinicamente  in nome della nazione, del popolo, della ricchezza , dell’efficienza, della competitività, del progresso scientifico, della tecnologia salvatrice, insistendo sul fatto che esse  agiscono sistematicamente in  favore dei pochi  e non di tutti,  dei più potenti  e non  di coloro che  hanno bisogno  di altri beni, altri  servizi, altri orizzonti (di vita, di libertà ,  di emancipazione);   dei più ricchi e non dei poveri, dei « lasciati da parte » come è ampiamente dimostrato nel corso degli ultimi  quaranta anni. E come accadrà per gli  800 miliardi di euro decisi dall ‘UE per il riarmo dell’Europa. . I beneficiari  saranno unicamente coloro la cui economia é legata all’industria delle armi (che bel onore !) Nel frattempo,  essi contribueranno a distruggere  milioni di esseri umani, la natura e le società umane ! In nome di una fasulla « sicurezza europea » !! In  secondo luogo, valorizzare sempre più il mondo delle leggi, la giustiziabilità  dei principi costituzionali  del XX° secolo e del loro rinforzo ed estensione. Altrimenti detto, rinnovare la resistenza attraverso la mobilitazione dei cittadini in favore del rispetto delle leggi.  Abbandonare le petizioni indirizzate ai  dominanti e moltiplicare quelle rivolte ai cittadini e, soprattutto,  moltiplicare il ricorso ai tribunali,  intensificando  le « class actions »  (anche transnazionali)», le iniziative che associano  decine e decine di gruppi, associazioni,  diversi partiti,  diverse collettività locali. In terzo luogo, di questi tempi non sono possibili compromessi al ribasso. Non accordare  alcun minimo di serietà, di fondatezza e  di giustificazione a tutto ciò che  nel mondo è  Trump-equivalente. La forza dei dominanti risiede sovente nella tendenza al compromesso da parte dei sudditi, in nome dell’efficienza e di «salvare il salvabile». E’ stato molto doloroso vedere come  la maggioranza dei governi europei sono andati in udienza presso il presidente deglii StatiUniti per «negoziare» nuovi patti  commerciali , invece di rigettare con coerenza ed insieme l’insensata guerra commerciale. Lo stesso dicasi per quanto riguarda il dovere dei poteri pubblici  di far rispettare gli obiettivi collettivi decisi per la lotta contro il cambiamento climatico. Anche in questo caso, i cittadini devono esprimere con più forza e coerenza il loro rigetto della sottomissione vergognosa di tanti governi agli interessi corporativi e privati  del  mondo del business e della  finanza. I loro interessi  attuali non sono buoni per il futuro dell’Umanità e della Terra.    Riccardo Petrella