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Dio non è mica obbligato
di Mauro Armanino Tra bambini soldato, Tabaski e guerre dimenticate: il racconto di un’Africa in cui fede, violenza e sopravvivenza convivono sotto lo sguardo di un Dio che non promette …
Slow Social Market a Roma
«Alla fine delle raccolte io sono sempre contenta: anche in giorni come oggi, che è mercoledì, riusciamo a riempire più carrelli: così stai bene con te stessa, perché hai contribuito, dando un piccolissimo aiuto, contro la miseria umana». Daniela Piccoli è una volontaria di Nonna Roma, associazione attiva nel contrasto alle diseguaglianze sociali, e partecipa alle raccolte alimentari organizzate nei supermercati di Roma per chiedere ai consumatori donazioni di cibo per le persone in condizioni di povertà. I prodotti vengono poi distribuiti negli empori solidali gestiti da Nonna Roma: «Noi sottolineiamo sempre di fare solo ciò che si può, perché ogni cosa conta», continua Daniela, che, riordinando i tre carrelli riempiti con le donazioni  ricevute, risulta soddisfatta: «la maggior parte delle persone che viene al supermercato decide di contribuire; a volte da alcuni non ce lo si aspetta e questo mi commuove». > Il risultato della raccolta viene portato allo Slow Social Market, emporio > solidale gestito da Nonna Roma e Slow Food Roma, associazione che promuove > filiere alimentari sostenibili, che dal 2023 si trova nel quartiere Esquilino, > nel I Municipio di Roma. Qui trovano sostegno i nuclei familiari in difficoltà > economica, che sono segnalati alle associazioni dai servizi sociali del > territorio e possono recarcisi per scegliere autonomamente ciò di cui hanno > bisogno. «Jerry Essan Masslo, vittima innocente delle mafie: a lui è dedicato questo spazio. Per una nuova storia di giustizia sociale che porta il suo nome»: è l’iscrizione sulla porta dello Slow Social Market, che da fuori può sembrare un semplice negozio alimentare, ma è in realtà il risultato di un’opera di riqualificazione di un immobile confiscato alla mafia. Mentre prima era un negozio gestito dagli affiliati alla criminalità organizzata, oggi è un bene pubblico, al cui riuso contribuisce anche il sostegno di Libera, associazione contro le mafie, e del I Municipio di Roma. «L’intitolazione dei beni confiscati non è mai casuale», afferma Davide Biscotti, referente provinciale di Libera, «mira a tenere viva la memoria delle vittime di mafia ed è legata alle attività svolte negli spazi riutilizzati». In linea con l’intento della legge n. 109/96 sul riuso sociale dei beni confiscati, di cui il 7 marzo si celebra il trentesimo anniversario, l’emporio rispecchia questo principio: nel bene intitolato a Masslo, bracciante vittima di un sistema agroalimentare iniquo e ucciso da camorristi connessi ai caporali per cui lavorava, si mira ora a garantire l’equo accesso ai beni di prima necessità e a un cibo “buono, pulito e giusto” anche a coloro che si trovano in condizioni di povertà. > Qui gli alimenti non hanno un prezzo, bensì un punteggio: sugli scaffali ci > sono prodotti che vanno da due a dieci punti, e l’obiettivo è quello di > promuovere un’alimentazione variegata. Sono ottanta i nuclei familiari che si > recano qui regolarmente e ciascuno di questi ha a disposizione tra i settanta > e i novanta punti al mese per acquistare ciò che desidera. L’emporio vuole poi essere un luogo in cui non solo si trova sostegno economico, ma si promuove attivamente l’inclusione, anche attraverso gli spazi che lo compongono. All’interno si nota un murale dipinto per rendere lo spazio accogliente: il logo del posto è circondato da disegni di alimenti e mani che si avvicinano. Sulla sinistra, invece, beni donati dai cittadini che sostengono l’attività: soprattutto giocattoli, libri e vestiti, che gli utenti possono prendere gratuitamente e che secondo Daniela Sacco, referente di Nonna Roma, rappresentano il sostegno degli abitanti del quartiere allo spazio. Questo è diventato un punto di riferimento per gli utenti: «Molti di coloro che usano il servizio sono soli, e qua sanno di essere accolti» – sostiene Daniela, a cui si unisce Pierangelo, volontario di Nonna Roma: «Qui si crea anche un rapporto personale: per gli utenti, quando prendono confidenza, questa diventa una piccola famiglia. Alcuni restano molto: fanno la spesa ma poi si fermano a chiacchierare». Tra questi c’è Pasquale: aspetta all’entrata l’assistente legale presente nell’emporio e non vuole parlare della sua situazione personale, ma commenta con riconoscenza: «Qui fanno un lavoro incredibile, se non ci fosse sarebbe molto peggio, anche perché aiutano tante persone; il loro sostegno per me ora è fondamentale». > Nell’emporio, infatti, si trova anche uno sportello di mutuo soccorso, dove > assistenti sociali e legali offrono supporto e indicazioni sui servizi sociali > disponibili. «I casi sono vari», raccontano le assistenti sociali Monica e > Elisa, «dalla richiesta di assistenza psicologica, a quella per la ricerca di > una casa». La presenza dell’emporio è poi significativa per persone come Anika, ex-badante con pensione minima. Abita in una stanza in cattive condizioni, che peggiorano il suo stato di salute. Nell’emporio trova uno spazio che le garantisce del cibo, ma soprattutto «di avere, almeno una volta al mese, qualcuno con cui parlare». Tra le altre, anche una famiglia palestinese, arrivata in Italia attraverso un corridoio umanitario, si reca all’emporio per i prodotti alimentari. In particolare Omar, il figlio minore, dice di essere felice perché qui può scegliersi un regalo tra i giocattoli gratuiti, e parlare in italiano con i volontari per imparare la lingua. Lo spazio riqualificato stimola quindi il senso di comunità: «La collaborazione dei cittadini, in un Municipio caratterizzato da profonde diseguaglianze sociali, mostra che l’utilità sociale dell’emporio è riconosciuta», dice Lorenza Bonaccorsi, presidente del I Municipio, che evidenzia l’importanza del rapporto tra istituzioni e associazioni per valorizzare i beni confiscati alle mafie. Emergono, però, anche delle criticità: spicca la scarsità di risorse economiche necessarie a garantirne la continuità. «Se avessimo più soldi potremmo fare più interventi strutturali, necessari perché se tu riconquisti i luoghi pubblici e ridai loro decoro, la criminalità se ne va da lì e i cittadini riprendono i loro spazi», commenta Bonaccorsi, che aggiunge: «La legge 109/96 è buona, ma andrebbe snellita nelle procedure, e soprattutto più finanziata». La difficoltà è testimoniata anche da Pierangelo di Nonna Roma, che si dimostra insoddisfatto: «Parliamo sempre di come trovare risorse: è il nostro problema principale, ma non è facile risolverlo». Lo confermano anche i funzionari dell’Ufficio addetto ai beni confiscati di Roma Capitale, che sottolineano l’indisponibilità di risorse adeguate per garantire che i beni confiscati siano riutilizzati, perché spesso necessitano di ristrutturazioni difficilmente sostenibili per gli enti locali e le associazioni che li gestiscono. A livello nazionale, Libera sottolinea che questo problema riguarda molti dei beni presenti su tutto il territorio. > La legge che regola le procedure del riuso è stata emanata grazie alla > raccolta di più di un milione di firme avviata da Libera, e l’associazione, > trent’anni dopo, sta raccogliendo firme per chiedere che il 2% del Fondo unico > di giustizia (Fug) sia dedicato al sostegno di questa politica. «Nel 1996 era difficile convincere che si trattava di un cambio di passo. Ora invece il tema è più sentito, anche perché le esperienze di riuso funzionano, e la cittadinanza ne è più consapevole», commenta Tatiana Giannone, responsabile nazionale per i beni confiscati di Libera, che aggiunge «I beni riutilizzati in questi trent’anni sono aumentati, ma la nostra campagna è essenziale, perché vanno superate le criticità». Come dimostrato dallo Slow Social Market, trent’anni dopo, la riqualifica dei beni per il riuso sociale si è affermata come stimolo non solo alla diffusione della cultura della legalità, ma anche alla creazione di modelli di giustizia sociale. In un periodo storico in cui all’aumento della povertà, anche alimentare, si affiancano la crisi abitativa e la necessità di valorizzare i luoghi pubblici, emerge dunque l’importanza della solidarietà e del coordinamento tra cittadinanza e istituzioni per rispondere a questi bisogni. È, quindi, sul passaggio dalla presenza di esperienze virtuose a una politica sistemica a sostegno degli spazi solidali che si misureranno i prossimi trent’anni. FOCUS: IL RIUSO SOCIALE DEI BENI CONFISCATI ALLE MAFIE. 1332: questo il numero dei soggetti sociali, come associazioni, cooperative, e comunità, che gestiscono gli immobili confiscati alle mafie e a loro assegnati. La legge che regola il riutilizzo sociale dei beni confiscati è la n. 109/96, e oggi la materia è recepita nel Codice Antimafia, che delinea il processo di assegnazione degli immobili. Secondo la procedura, questi sono prima gestiti dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alle mafia (ANBSC), che li trasferisce poi al patrimonio pubblico dello Stato o delle amministrazioni locali. Questi possono usare i beni a scopo istituzionale o sociale: il riuso sociale è solitamente determinato dagli Enti locali, che danno i beni in concessione agli enti del terzo settore attraverso bando pubblici. I soggetti gestori sono attivi in 19 regioni su 20, in 448 comuni: più della metà sono associazioni di diverso tipo, mentre le cooperative sono 282, alle quali si aggiungono 12 consorzi di cooperative. È attraverso le attività che si svolgono nei beni che si attua la riqualifica degli spazi: nella maggior parte dei casi rientrano nelle categorie «welfare e politiche sociali» (57,6%) e «promozione culturale, sapere e turismo sostenibile» (23,2%). I beni confiscati sono anche uno strumento di memoria attiva delle vittime innocenti delle mafie: in Italia, sono 125 i beni confiscati intitolati alle vittime innocenti delle mafie, di cui 43 si trovano al Nord, 5 al Centro e 77 al Sud. Qui il loro ricordo è alimentato attraverso le attività sociali svolte dagli enti gestori,  che oltre a essere servizi essenziali per i territori, costituiscono quindi anche uno strumento per veicolare conoscenza e storie su coloro che nei territori si sono opposti al sistema sostenuto dalla criminalità organizzata. La politica del riuso sociale, inoltre, si è affermata anche nell’Unione Europea: nel 2024 la  direttiva 2024/1260, ha rappresentato un cambiamento significativo nelle strategie di recupero dei beni in Europa. europea. Con la Direttiva, in particolare, si riconosce la pervasività della criminalità organizzata nell’economia e gli intrecci che legano ai mercati internazionali, e viene richiesta agli Stati Membri una collaborazione profonda e stabile nelle inchieste per il congelamento e la confisca dei beni, oltre che la possibilità di confiscare “la ricchezza non giustificata”, come previsto nella normativa italiana. Nei considerata iniziali e all’articolo 19  viene poi consigliato il riuso sociale dei beni confiscati, sottolineando quanto questo sia legato alla compensazione per le vittime della criminalità, anche quando queste sono rappresentate dalla comunità stessa. Anche in Europa, quindi, si è affermata una visione politica che vede nel riutilizzo degli spazi confiscati alle mafie uno strumento essenziale per prendersi cura delle comunità attraverso gli spazi pubblici. Tuttavia, il suo impatto concreto dipenderà dalla coerenza della sua attuazione nei vari Stati membri, dala loro cooperazione, e dalla capacità degli Stati membri di tradurre le nuove disposizioni in pratiche operative coerenti. Attualmente, non si registrano ancora interventi normativi sostanziali di adeguamento nei diversi ordinamenti e sarà quindi decisivo il lavoro che ciascun Paese dovrà compiere entro il termine ultimo del 23 novembre 2026. La copertina e le immagini nell’articolo sono di Irene Bruno Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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May 14, 2026
DINAMOpress
Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia
A 47 ANNI DALL’EMANAZIONE DELLA LEGGE BASAGLIA, QUALI SONO I RISCHI DI UN DIBATTITO TROPPO POLARIZZATO TRA DERIVA SECURITARIA E DISGREGAZIONE DEI SERVIZI TERRITORIALI PUBBLICI. Oggi, 13 maggio, ricorre il quarantasettesimo anniversario dell’entrata in vigore della legge Basaglia, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”: un provvedimento che, nel 1978, rivoluzionò il modo con cui in Italia si affrontavano i problemi psichici e che creò le basi, all’interno del nascente Sistema sanitario nazionale, istituito il primo dicembre dello stesso anno, dei servizi pubblici territoriali per la salute mentale. UNA STERILE RICORRENZA? Al di là dell’anniversario, molti scienziati e operatori socio-sanitari che si occupano di disagio mentale sottolineano come questa data non debba rappresentare una sterile commemorazione ma offrire l’occasione per rimettere al centro del dibattito pubblico una riflessione matura e responsabile sullo stato di attuazione della riforma. Su questa agenzia, abbiamo avuto anche l’opportunità di avere come ospite Alberta Basaglia grazie a un’intervista che le ha fatto Antonella Musella lo scorso febbraio. (Pressenza – In dialogo con Alberta Basaglia) Dopo la legge ispirata da Basaglia contro le istituzioni manicomiali e per lo smantellamento dei protocolli e delle strutture sanitarie che segregavano e invisibilizzavano la sofferenza psichica, il nostro Paese oggi si trova con una riforma compiuta a metà e con tutte le conseguenze che ciò comporta. In un tale contesto, da un lato c’è chi mette l’accento sui rischi per la sicurezza sociale, determinati dalla mancanza di presa in carico dei casi più gravi; dall’altro, e giustamente, gli psichiatri, gli psicologi e le associazioni legate all’eredità basagliana denunciano il rischio di una deriva “securitaria”, in cui, strumentalizzando i casi di cronaca nera, come quello accaduto a Napoli il 5 marzo scorso, si vuole tornare a trattare il disagio mentale come problema di ordine pubblico. Tra questi, una voce autorevole è rappresentata da Giovanna Del Giudice, che ha pubblicato, nel 2025, un testo dal titolo “Basaglia oggi: un pensiero necessario”, descritto dall’autrice come “una riflessione collettiva e militante che affonda le radici nel presente. Perché tornare a Basaglia significa riconoscere che il suo pensiero non appartiene al passato: è uno strumento vivo di lettura della realtà, una bussola per orientarsi nelle contraddizioni del nostro tempo, una pratica attiva di trasformazione sociale.” La discussione è fondamentale — preme con urgenza la necessità di ristrutturare i servizi territoriali — ma non se condotta con queste posture polarizzate: lo è se riesce a mettere al centro l’idea, fortemente sostenuta da Basaglia, che salute mentale e salute sociale siano strettamente correlate. D’altro canto, tale assunto ha ispirato, in modo evidentemente e fortunatamente precoce, la definizione dell’articolo 32 della nostra Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.” È su questo piano che vanno individuati i bisogni collettivi e implementate le politiche pubbliche per la salute. UN DIBATTITO CHE VUOLE PORTARCI ALLO SCISMA Purtroppo, se la discussione fra i politici e gli operatori si muove su andamenti scismatici, le persone comuni vengono giocoforza influenzate dalla scadente qualità del confronto. In pratica, invece di essere messi in condizione di esprimere i nostri reali bisogni di cura e di rivendicare i nostri diritti sanitari, veniamo indotti a cadere nella trappola della normalizzazione e lo sguardo si sposta su un altro piano: definire cosa (e chi) è “normale” e cosa non lo è. Se noi stessi siamo “normali” oppure no. L’obiettivo sembra non essere la messa in campo di politiche pubbliche e pratiche sociali e sanitarie che favoriscano l’attivazione di comportamenti individuali funzionali alla convivenza civile, cioè curare le disregolazioni e prendere in carico le situazioni più estreme, ma la creazione di liste di proscrizione fra individui conformi e non conformi al sistema sociale attuale. E si sa: la conformità è la condizione per cui siamo chiamati a rispondere a una norma che, non necessariamente, è compatibile con i nostri bisogni; nelle dimensioni atomizzate in cui viviamo, è sempre più strumentale alle necessità di controllo sociale, di aumento della produzione economica, di estrazione di valore dall’individuo a vantaggio di pochi. Le nostre richieste di cura, in un tale contesto, sono più facilmente influenzabili dalla narrazione convenzionale. Solo per fare un esempio: ci occupiamo tanto della salute dei nostri denti. Sicuramente l’igiene orale e l’ortodonzia sono fondamentali per una buona masticazione e per la nostra salute in generale, ma forse c’è anche una ragione estetica dietro tanta attenzione: il desiderio di avere un bel sorriso da sfoggiare. Eppure, quel bel sorriso non è questione soltanto di denti e di labbra: il sorriso, più del riso, è segno di benessere emotivo ma spesso lo dimentichiamo. Perché ci comportiamo così? CONFORMARSI È MEGLIO CHE CURARSI Sarà che, mentre sull’igiene orale ci hanno martellato di pubblicità negli ultimi quarant’anni — per tutti i nati negli anni ’80 lo slogan di una famosa marca di dentifricio che usava il detto “prevenire è meglio che curare” è stato un mantra quotidiano — per la salute psichica è accaduto l’opposto? Anche a causa del modo distorto con cui si è portato avanti il dibattito sulla scuola basagliana e sugli strumenti per affrontare il disagio psichico e le malattie mentali, come prima si evidenziava, assistiamo a un riproporsi, sotto altre vesti, dello stigma sociale, che colpisce chi ammette, o mostra, di soffrire di questi disturbi. Quindi, le cose non sono peggiorate solo dal punto di vista materiale, con la disgregazione dei dipartimenti per la salute mentale a livello territoriale, ma anche dal punto di vista dell’inquadramento del concetto stesso di equilibrio psicologico. Se quello per cui Basaglia dovette combattere fu l’abbattimento dei muri, ideologici e materiali, fra società e disagio mentale, oggi il tema riguarda di più l’aspetto della performance, cioè la nostra necessità di sentirci lavoratori produttivi, persone inserite socialmente, genitori irreprensibili, figli che non deludono le aspettative di successo, e ci coinvolge tutte e tutti. Così finisce che, anche quando non si tratta di essere affetti da patologie gravi, non siamo in grado di cogliere né di esprimere correttamente i nostri bisogni di assistenza. Per semplificare estremamente, potremmo individuare due approcci che nascono entrambi dalla nostra necessità di mitigare questa pressione psicologica: un pensiero giudicante, che ritiene che se vai in terapia sei fragile — poiché, diciamocelo chiaramente, i veri duri le difficoltà della vita le superano da soli, no? —; una forma di autoreferenzialità, che latente alberga nelle persone più strutturate, secondo cui la consapevolezza è una garanzia che mette al riparo dal rischio di sviluppare un malessere psicologico. Un po’ come fa un vaccino contro un virus. Come il giudizio sulla fragilità, così anche la convinzione sulla propria capacità di autocontrollo è, però, un fattore di distrazione dalla questione nodale: nessuno si salva da solo e tutti abbiamo bisogno di aiuto. Sempre per semplificare, c’è anche un atteggiamento edonista della cura, che scaturisce anch’esso da un disagio male interpretato: è quello di chi usa la cura della propria salute mentale come strumento di affermazione sociale, secondo lo stile americano. C’è gente che è in terapia da decenni e se ne vanta e, inoltre, dinanzi ai propri comportamenti reiteratamente e chiaramente disfunzionali, risponde: eh, ma io vado in terapia. I percorsi che rientrano nell’ampia categoria del lavoro clinico sulla psiche diventano, così, uno status symbol. Non solo: a maggior ragione perché costano, essendo sempre più inaccessibili attraverso il sistema sanitario pubblico, assumono la funzione di oggetto, non più di pratica o percorso, e si rappresentano come un bene voluttuario, che dà soddisfazione a chi può “acquistarli”, indipendentemente dal risultato che portano alla risoluzione delle problematiche. SIAMO TUTTI UN PO’ “PICCHIATELLI” MA SOPRATTUTTO PIÙ POVERI Che c’entrano questi comportamenti individuali con il tema della salute collettiva? C’entrano eccome: in un quadro come quello superficialmente descritto, il disagio mentale convive quasi sempre con la povertà. Nell’80% dei casi queste condizioni di disagio mentale coincidono con situazioni di povertà materiale, relazionale e sociale (fonte Caritas). Se ci aggiungiamo che anche chi non si trova in una condizione di precarietà economica è comunque quotidianamente sottoposto alle pressioni psicologiche che abbiamo descritto, come possiamo partecipare da cittadini consapevoli alla formazione di scelte politiche che riguardano i servizi sanitari per la salute mentale e incidere su di esse affinché siano socialmente utili? Il tema sanitario è strettamente correlato con quello sociale, l’abbiamo già detto e va davvero affrontato con urgenza, ma la questione stringente è: rendere possibile l’accesso alle cure in modo diffuso a tutte e tutti, superando le discriminazioni legate al reddito e a ogni altra sperequazione. Senza la possibilità di fare manutenzione della salute mentale collettiva, nemmeno lo stigma può essere superato. Bisogna rifondare il patto sociale: attraverso percorsi di autocoscienza, i singoli possono riuscire a collocarsi correttamente nella società, percepirsi come parte della soluzione e cercare di ribaltare la narrazione dominante. I politici devono agire nell’interesse collettivo e non secondo le chiese e le ideologie. Gli opinionisti devono essere onesti intellettualmente. Chi si assume la responsabilità della propria cura non lo fa solo per sé: tutela anche il benessere di chi gli è intorno. Lo stesso dicasi per le famiglie e le comunità che fungono da caregiver: non lo fanno solo per i propri cari ma agiscono come agenzia di protezione sociale. In conclusione: è davvero il momento di smettere di considerare il disagio mentale come un problema di altri e i sofferenti psichici come scarti sociali. Ecco, ammettere che siamo tutti un po’ “picchiatelli” e partire da questo: creare, attraverso la cura collettiva, come intesa dal pensiero femminista, un tipo di anticorpo sociale. Non guardare più alla cura come a uno strumento per essere individui più conformi e produttivi, ma come pratica di sostegno alla lotta contro la compressione dei diritti fondamentali a cui stiamo assistendo nel nostro Paese, come il diritto al lavoro, alla casa, alla sanità pubblica gratuita. FONTI Salute Mentale – Oltre il mito: i limiti della riforma Basaglia tra diritti e sicurezza Repubblica – Salute mentale, circuito povertà-disagio psichico RaiPlay – Napoli, il video della donna aggredita sul bus Caritas – Il rapporto su povertà e salute mentale Pensiero Scientifico Editore – Basaglia oggi ResearchGate – Caring Democracy: Markets, Equality and Justice Nives Monda
May 13, 2026
Pressenza
Il costo della vita umana e della disumana morte
-------------------------------------------------------------------------------- Gaza. Foto di Emad El Byed su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’era una volta la pazzia degli esseri umani, che alla stregua della realtà supera ogni giorno di più l’immaginazione di quel che potrebbero essere, peraltro a somiglianza di un ideale dimenticato, oltre che trascurato. Per non perdere l’attenzione dei più già nell’incipit, partiamo con ciò che maggiormente interessa alla più sopravvalutata quanto pericolosa specie terrestre. Seguono i risultati relativi al costo, fino a oggi, delle guerre tra Ucraina e Russia, Israele e Gaza e Libano, e Stati Uniti contro Iran. Ad aprile 2026, il costo globale combinato delle guerre in Ucraina, in Medio Oriente (Israele-Gaza-Libano) e del conflitto diretto tra Stati Uniti e Iran è stimato in miliardi di dollari, con spese militari dirette e danni economici che hanno superato circa i 486 miliardi in Ucraina e circa 100–150 miliardi in Medio Oriente dal 2023. In particolare, il conflitto tra Russia e Ucraina (considerando il periodo che va da febbraio 2022 a inizio 2026) ha avuto un costo finanziario catastrofico. Nel dettaglio, per la Russia: la spesa militare diretta è stimata tra i 300 e i 400 miliardi di dollari. Considerando la perdita di crescita economica, i costi totali per la nazione governata da Putin sono stimati fino a 800–900 miliardi. Danni all’Ucraina: i danni materiali diretti hanno superato i 486 miliardi di dollari. Un capitolo a parte riguarda il costo degli aiuti occidentali: i contributi globali all’Ucraina ammontano a circa 380 miliardi di euro (oltre 400 miliardi di dollari), di cui 75 miliardi dagli Stati Uniti e 145 miliardi dall’Unione Europea. Inoltre, se volessimo quindi stabilire un costo giornaliero per la Russia, quest’ultima spende circa 300–400 milioni di euro al giorno… Veniamo ora alla guerra tra Israele e Gaza (se proprio vogliamo definirla in tal modo…) e conseguentemente con il Libano, circoscrivendo il conteggio tra ottobre 2023 e inizio di quest’anno. A seguito dell’attacco del 7 ottobre 2023, la spesa israeliana per le campagne militari a Gaza e in Libano è stata a dir poco “astronomica”. La Banca d’Israele ha stimato il costo economico totale a circa 250 miliardi di dollari entro l’inizio del 2026. Solo nel 2024 le spese militari israeliane a Gaza e in Libano hanno superato i 60 miliardi di dollari. Ovviamente, un capitolo a parte riguarda la ricostruzione di Gaza (anche se non è ancora chiaro chi se ne occuperà). Le Nazioni Unite stimano che costerà circa 40–50 miliardi di dollari nel prossimi dieci anni. Per il Libano, invece, la Banca Mondiale ha riferito che il conflitto con Hezbollah è costato ai libanesi circa 8,5 miliardi di dollari. Infine, passiamo alla guerra tra Stati Uniti e Iran (febbraio 2026 – aprile 2026). Iniziato alla fine di febbraio 2026, questo conflitto ha comportato ingenti spese per gli Stati Uniti. Secondo i funzionari del Pentagono solo i primi 6 giorni di guerra sono costati 11,3 miliardi di dollari. A oggi siamo a circa 30 miliardi. Per capirci (informazione che dovrebbe essere fondamentale per i seguaci di Trump), il tasso di spesa giornaliero per il popolo statunitense è di circa un miliardo di dollari al giorno. Nondimeno, le conseguenze più gravi le ha subite l’Iran. Il governo, o ciò che resta di esso, ha dichiarato che le aggressioni statunitensi e israeliane hanno causato danni per circa 144 miliardi di dollari. Riassumendo, ad aprile 2026 ecco la tabella riassuntiva dei principali costi: conflitto Russia Ucraina circa 1.800 miliardi; conflitto Israele/Gaza/Libano circa 300 miliardi; conflitto USA/Iran: circa 170 miliardi. Da cui, calcolatrice alla mano, il prezzo totale di queste scellerate azioni: circa 2.300 miliardi di dollari. Questo è il costo della disumana morte, signore e signori, limitandoci ovviamente soltanto a questi conflitti, escludendo tutti gli altri nel mondo. Al netto di ciò, eccovi un altro conto, non meno rilevante. Secondo la Banca Mondiale e le Nazioni Unite, possiamo intervenire per contrastare la povertà estrema nel mondo con circa 70-170 miliardi di dollari all’anno, tramite trasferimenti diretti di denaro, sistemi di protezione sociale e ogni altro strumento a seconda della nazione interessata. Per porre fine alla fame e alla malnutrizione, sempre l’ONU, ha stimato un costo annuale di 30-50 miliardi di dollari. L’azione comprende programmi di accesso al cibo, ovviamente investimenti in agricoltura e interventi per la nutrizione infantile. Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria di base estesa a tutti gli abitanti del pianeta, con l’obiettivo di fornire servizi essenziali a livello globale, essa ha un costo stimato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla Banca Mondiale in circa 200-370 miliardi di dollari all’anno, garantendo a ogni essere umano assistenza primaria, vaccinazioni, salute materna e infrastrutture di base. Altra spesa urgente riguarda l’istruzione (primaria e secondaria), con lo scopo di garantirla a tutti i bambini a un livello di qualità apprezzabile. L’UNESCO ha calcolato una spesa che varia tra i 40 e i 100 miliardi di dollari all’anno, creando scuole, formando insegnanti e concentrando l’impegno nei Paesi a basso reddito. Se poi vogliamo aggiungere anche l’accesso universale all’acqua potabile sicura e ai servizi igienico-sanitari, sempre l’OMS e la Banca Mondiale indicano una spesa di 100-150 miliardi di dollari all’anno, con la realizzazione di infrastrutture (tubature, servizi igienici), nonché sistemi rurali e urbani. Di nuovo, calcolatrice alla mano, il conto che vien fuori è mediamente di circa 600 miliardi di dollari annui. Morale della storia che per una volta sa di matematico, più che letterario, vecchia come lo stesso mondo che immeritatamente occupiamo, ci dice che con i soldi spesi a massacrare vite potremmo contrastare i principali drammi dell’umanità per almeno i prossimi tre anni. E l’aspetto più tragico, assurdo e folle di questa vicenda, è che in tal modo andremmo a contrastare sul nascere le principali cause della maggior parte dei conflitti nel mondo… -------------------------------------------------------------------------------- Fonti: Banca Mondiale Nazioni Unite UNDP UN OCHA Kiel Institute for the World Economy SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) Fondo Monetario Internazionale FAO (Food and Agriculture Organization) World Food Programme (WFP) OMS UNESCO UNICEF Bank of Israel Israeli Ministry of Finance Reuters -------------------------------------------------------------------------------- Iscriviti per ricevere la Newsletter di A. Ghebreigziabiher -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il costo della vita umana e della disumana morte proviene da Comune-info.
May 1, 2026
Comune-info
GIOCO D’AZZARDO: NEL 2025 INCASSI RECORD PER LO STATO. FONDI E GRUPPI CRIMINALI SPECULANO SULLA POVERTÀ
Il 2025 è stato l’anno record del gioco d’azzardo: in dodici mesi lo Stato italiano ha incassato 164,6 miliardi di euro, oltre sette miliardi di euro in più rispetto al 2024. In termini percentuali, si tratta di un incremento del 4,55%. A questo si aggiunge una spesa netta dei giocatori, cioè la differenza tra giocate e vincite, pari a 15 miliardi di euro. In sostanza, chi vive in Italia si gioca circa il 7,1 per cento del PIL nazionale: una quota paragonabile alla spesa pubblica per la sanità e quasi doppia rispetto a quella per l’istruzione. Davanti a un volume d’affari che aumenta in modo vertiginoso, si potrebbe pensare a un incremento proporzionale dei proventi per lo Stato: la realtà è l’esatto opposto. Malgrado il boom della raccolta, le entrate erariali nel 2025 si sono fermate a 11,4 miliardi di euro, registrando una flessione dello 0,74% rispetto al 2024. Uno scenario che solleva interrogativi sulla gestione del comparto. Così si fanno prosperare fondi speculativi e gruppi criminali. Mentre i salari perdono potere d’acquisto e una parte sempre più ampia della popolazione scivola verso la soglia di povertà, il gioco d’azzardo rappresenta un’illusione di riscatto che finisce, in realtà, per divorare i risparmi delle famiglie più povere. Nella trasmissione vi proponiamo gli interventi di Mauro Croce, psicologo, psicoterapeuta e criminologo, Don Paolo Gasperini, referente di Libera, e Filippo Torrigiani, autore dei libri “Giochi e scommesse: il labirinto dell’azzardo” e “Gioco sporco, sporco gioco. L’azzardo secondo le mafie”, consulente della Commissione parlamentare antimafia. Ascolta o scarica  
April 27, 2026
Radio Onda d`Urto
La povertà dei trasporti: un fenomeno di vulnerabilità che interessa 7 milioni di italiani
In Italia oltre 7 milioni di persone vivono in condizioni di “povertà dei trasporti”, una forma di vulnerabilità sociale ancora poco conosciuta che si declina nell’incapacità di sostenere i costi del trasporto pubblico o privato e nella mancanza o l’accesso limitato ai trasporti necessari per accedere ai servizi essenziali, al lavoro e alle opportunità economiche e sociali. Il dato emerge dal primo Green Paper sulla povertà dei trasporti in Italia, messo a punto dal Transport Poverty Lab promosso dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, con il supporto di Tper e Nordcom, il patrocinio della Commissione Europea, del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e la collaborazione tecnica dell’Osservatorio Sharing Mobility e della Fondazione Transform Transport ETS. Secondo lo studio, circa 1,2 milioni di famiglie si trovano contemporaneamente in una condizione di rischio povertà e sostengono costi di mobilità particolarmente elevati. Al tempo stesso, 7,3 milioni di cittadini risiedono in aree caratterizzate da un’offerta di trasporto pubblico insufficiente. Il divario territoriale è marcato: nel Sud la disponibilità di trasporto pubblico locale scende sotto i 200 posti-km per abitante in alcune aree di Sardegna e Sicilia, contro una media nazionale di 4.623 e oltre 16.000 posti-km registrati a Milano. A livello regionale, la quota più elevata di famiglie vulnerabili si registra in Calabria, dove supera il 10%, mentre il dato scende sotto il 2% in Trentino-Alto Adige. Il Green Paper ha elaborato una prima matrice della povertà dei trasporti che identifica 4 macro-tipologie di cittadini come chiave interpretativa del fenomeno, che vede spesso sovrapporsi le due componenti principali, la difficoltà di sostenere i costi della mobilità e la difficoltà di accedere ai trasporti necessari per raggiungere opportunità e servizi essenziali: i cittadini soggetti alla forma più acuta di esclusione, dove il basso reddito si somma all’assenza di opzioni disponibili di trasporto nel territorio (vulnerabilità assoluta); i cittadini con risorse personali adeguate, ma penalizzati da un contesto territoriale povero di servizi di mobilità. Spesso compensano questi limiti facendo ricorso massiccio all’auto privata (vulnerabilità territoriale); i cittadini inseriti in un territorio ben servito, ma con capacità personali limitate. Barriere economiche, fisiche o sociali riducono la fruibilità dei servizi (vulnerabilità personale); i cittadini che dispongono di capacità personali adeguate, in un territorio che offre molteplici opzioni di mobilità efficienti (disponibilità e accessibilità). Il Regolamento Europeo che istituisce il Fondo Sociale per il Clima aggiunge a questa vulnerabilità “strutturale”, una “vulnerabilità indotta” che si verifica quando una misura europea ideata per promuovere la mobilità sostenibile impatta economicamente su cittadini e microimprese. Per contrastarla, il Fondo mobilizza circa 85 miliardi di euro, da utilizzare nel periodo 2026-2032, destinandone 9 all’Italia. Ma cosa fare per contrastare la povertà dei trasporti? In Europa più di 25 milioni di residenti non sono in grado di acquistare un’automobile, più di 10 milioni non possono permettersi il trasporto pubblico e quasi 90 milioni non dispongono di un’offerta di trasporto pubblico accessibile. Il Regolamento Europeo propone un vero e proprio Decalogo di misure per il contrasto alla povertà dei trasporti: 1. Sostegno finanziario e incentivi fiscali per l’acquisto diretto di veicoli a basse e zero emissioni. 2. Schemi per il noleggio o leasing di veicoli a zero emissioni per i gruppi vulnerabili in base a fattori come il reddito, l’accessibilità dei trasporti pubblici, e i tempi e le distanze tra casa e luogo di lavoro per evitare effetti regressivi. 3. Investimenti in infrastrutture di ricarica pubbliche intelligenti e bidirezionali a prezzi competitivi, in aree con utenti vulnerabili e in povertà da trasporto. 4. Sussidi per l’acquisto o il leasing di veicoli a zero emissioni destinati alle microimprese (ad esempio taxi, furgoni, camion, veicoli a uso speciale o cargo-bike). 5. Bonus aggiuntivi per la rottamazione di veicoli diesel e benzina, con la garanzia che non vengano acquistati veicoli sostitutivi inquinanti. 6. Promozione dell’uso di biciclette, e-bike, cargo-bike e soluzioni di micromobilità, favorendo sia la creazione di infrastrutture ciclabili sicure che colleghino aree a basso reddito con destinazioni chiave, oltre a sussidi per acquisto, noleggio a lungo termine o leasing di biciclette, e-bike o cargo-bike. 7. Incentivi all’uso di trasporti pubblici economici e accessibili, supportando enti pubblici e privati, comprese le cooperative, nello sviluppo di mobilità sostenibile su richiesta, mobilità condivisa e opzioni di mobilità attiva. 8. Sostegno pubblico a servizi on-demand, “mobilità come servizio (MaaS)” e sharing mobility, per coprire l’intera catena di percorsi, inclusi il primo e ultimo miglio, tenendo conto delle esigenze dei gruppi vulnerabili nelle aree remote e svantaggiate, anche attraverso voucher sovvenzionati. 9. Estensione dell’offerta di trasporto pubblico e di infrastrutture correlate, soprattutto in aree rurali e urbane poco servite, beneficiando gli utenti vulnerabili dei trasporti. 10. Investimenti in hub di mobilità, per facilitare lo scambio e le connessioni tra trasporto pubblico, mobilità condivisa, ciclismo e camminata nelle aree suburbane, periurbane e rurali. Qui il Green Paper sulla povertà dei trasporti in Italia: https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/wp-content/uploads/dlm_uploads/Green-Paper-poverta-trasporti.pdf. Giovanni Caprio
April 9, 2026
Pressenza
Il Proletariato ha le Piume
di Paperino. Monologo raccolto da Fabrizio Melodia (*). A seguire un percorso – molto serio – di letture. Prendetela come una «scor-data» per i 90 anni di Donald Duck.   Mi chiamo Paperino. Sono un lavoratore. Forse mi conoscete. Forse avete riso delle mie disavventure, delle mie esplosioni di rabbia, dei miei fallimenti continui. Forse pensate che io sia semplicemente
Il cibo recuperato non è per pochi. È per tutti
DA QUASI DIECI ANNI L’ASSOCIAZIONE REFOODGEES ROMA SI È MESSA IN TESTA L’IDEA CHE IL CIBO RECUPERATO NON SIA DI SECONDA QUALITÀ E MENO ANCORA QUALCOSA DESTINATO A PERSONE DI “SERIE B”. IL RECUPERO DELLE ECCEDENZE ALIMENTARI, DICONO CONVINTI, È OVVIAMENTE UNA PRATICA VIRTUOSA PERCHÉ RIDUCE LO SPRECO, TUTTAVIA È PRIMA DI TUTTO UNA MERAVIGLIOSA OCCASIONE PER COSTRUIRE RELAZIONI SOCIALI, PER RIBELLARSI FACENDO. ABBIAMO INCONTRATO VIOLA DE ANDRADE PIROLI DI REFOODGEES La povertà alimentare è al centro del progetto Solidarietà Circolare. Quali soluzioni sono emerse per affrontare il fenomeno in modo strutturale? ReFoodGees nasce nel 2017 come associazione impegnata nel contrasto all’esclusione sociale. Il tema della povertà alimentare è emerso progressivamente nel corso delle nostre attività, perché il principio che guida il nostro lavoro è innanzitutto la lotta allo spreco alimentare. Recuperiamo cibo che altrimenti verrebbe buttato e lo redistribuiamo gratuitamente. Tra le persone che lo ritirano ci sono anche molte famiglie in difficoltà economica, ma il nostro approccio si distingue da quello dell’assistenza alimentare tradizionale: fin dall’inizio abbiamo cercato di uscire dalla logica del “cibo per poveri”. Il cibo recuperato è cibo per tutti: lo mangiamo noi volontari, lo mangiano le nostre famiglie e lo mangiano le persone che vengono a ritirarlo. È un’idea di circolarità: chi oggi usufruisce del servizio domani può diventare volontario, e chi recupera il cibo spesso è anche tra coloro che lo consumano. Questo approccio contribuisce anche a superare uno stigma ancora molto diffuso: l’idea che il cibo recuperato sia di seconda qualità e destinato a persone di “seconda categoria”. In realtà si tratta di cibo buono, che mangiamo tutti. In alcuni progetti, come Alimenta la solidarietà, abbiamo lavorato insieme a organizzazioni che si occupano direttamente di povertà alimentare, come Nonna Roma. In quel caso i beneficiari erano persone già seguite da queste realtà, mentre ReFoodGees si è concentrata soprattutto sul recupero del cibo e sulla costruzione di reti solidali. Affrontare la povertà alimentare significa confrontarsi con una sfida multidimensionale. Dal vostro osservatorio, quali sono i nodi cruciali che istituzioni e società civile non possono trascurare? Uno degli aspetti più trascurati riguarda la qualità dell’alimentazione. Molti interventi contro la povertà alimentare si basano sulla distribuzione di pacchi con prodotti a lunga conservazione. È comprensibile, perché sono più facili da gestire. Tuttavia questo modello rischia di trascurare un punto fondamentale: quando le famiglie hanno meno risorse economiche, la prima cosa che smettono di comprare sono frutta e verdura. Di conseguenza l’alimentazione diventa progressivamente più povera dal punto di vista nutrizionale e più ricca di prodotti ultraprocessati. Per questo, nel nostro lavoro abbiamo scelto di puntare molto sul recupero e sulla redistribuzione di prodotti freschi, in particolare frutta e verdura. È un elemento che rappresenta un valore aggiunto rispetto a molte forme tradizionali di distribuzione alimentare. Lo abbiamo visto anche concretamente: all’Emporio di via Togliatti, per esempio, quando le persone hanno capito che il mercoledì arrivava il fresco recuperato da ReFoodGees, l’afflusso è aumentato sensibilmente. Molti si mettevano in fila proprio quel giorno, perché sapevano che avrebbero trovato frutta e verdura. Questo dimostra quanto sia forte il bisogno di accesso a cibo sano e di qualità. Il caso di Roma si inserisce in un quadro più ampio. Quali esperienze virtuose, in Italia o all’estero, possono essere di ispirazione? Più che a un singolo modello, guardiamo a un cambio di prospettiva: passare dall’assistenza alla circolarità del cibo. Il recupero delle eccedenze alimentari è già di per sé una pratica virtuosa: riduce lo spreco e allo stesso tempo produce un beneficio sociale. Ma il vero salto di qualità avviene quando questa pratica diventa occasione per costruire relazioni e comunità. Quando il cibo recuperato non viene percepito come uno scarto o come “cibo per poveri”, ma come una risorsa condivisa, cambia anche il modo in cui le persone si avvicinano a queste iniziative. Si supera la logica dell’assistenza e si costruisce un sistema più inclusivo e partecipato. Accanto alla distribuzione di generi alimentari avete promosso anche iniziative di sostegno scolastico. In cosa è consistita questa esperienza? Nel tempo ci siamo accorti che le situazioni di vulnerabilità che incontravamo non riguardavano soltanto il cibo. Durante alcune attività abbiamo iniziato a distribuire anche materiale scolastico, cioè zaini, quaderni, penne e altri strumenti, alle famiglie con bambini che vivevano difficoltà economiche. L’idea è nata ascoltando direttamente i bisogni delle persone che incontravamo: per molte famiglie l’inizio dell’anno scolastico rappresenta una spesa significativa. Questa esperienza ci ha ricordato che la povertà è sempre multidimensionale: alimentazione, istruzione, accesso ai servizi e opportunità sociali sono aspetti strettamente collegati. Per questo gli interventi più efficaci sono quelli capaci di tenere insieme queste diverse dimensioni. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO DOSSIER: > Rosolare con solidarietà. Dossier [progetto Solidarietà circolare] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il cibo recuperato non è per pochi. È per tutti proviene da Comune-info.
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Sicurezza di regime – di Gianni Giovannelli
Riflessioni sul decreto legge 24.2.2026 n. 23   Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle; o anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. Vittorio Alfieri (Della tirannide, Capitolo secondo)   Il Consiglio dei Ministri, riunito d’urgenza, ha approvato, già fra [...]
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La diseguaglianza e la potenza – di Cristina Morini
Cristina Campo scrive che esistono due mondi, lei viene dall’altro. “Mondo celato al mondo”, ecco perché non a tutti e tutte è dato comprendere. “Compenetrato” ma allo steso tempo “ignoto” al mondo. Cosicché per arrivarci davvero bisogna avere il desiderio e il coraggio di farsi attraversare dalla resistenza incarnata da una materia altra[1]. In [...]
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