Slow Social Market a Roma«Alla fine delle raccolte io sono sempre contenta: anche in giorni come oggi,
che è mercoledì, riusciamo a riempire più carrelli: così stai bene con te
stessa, perché hai contribuito, dando un piccolissimo aiuto, contro la miseria
umana». Daniela Piccoli è una volontaria di Nonna Roma, associazione attiva nel
contrasto alle diseguaglianze sociali, e partecipa alle raccolte alimentari
organizzate nei supermercati di Roma per chiedere ai consumatori donazioni di
cibo per le persone in condizioni di povertà. I prodotti vengono poi distribuiti
negli empori solidali gestiti da Nonna Roma: «Noi sottolineiamo sempre di fare
solo ciò che si può, perché ogni cosa conta», continua Daniela, che, riordinando
i tre carrelli riempiti con le donazioni ricevute, risulta soddisfatta: «la
maggior parte delle persone che viene al supermercato decide di contribuire; a
volte da alcuni non ce lo si aspetta e questo mi commuove».
> Il risultato della raccolta viene portato allo Slow Social Market, emporio
> solidale gestito da Nonna Roma e Slow Food Roma, associazione che promuove
> filiere alimentari sostenibili, che dal 2023 si trova nel quartiere Esquilino,
> nel I Municipio di Roma. Qui trovano sostegno i nuclei familiari in difficoltà
> economica, che sono segnalati alle associazioni dai servizi sociali del
> territorio e possono recarcisi per scegliere autonomamente ciò di cui hanno
> bisogno.
«Jerry Essan Masslo, vittima innocente delle mafie: a lui è dedicato questo
spazio. Per una nuova storia di giustizia sociale che porta il suo nome»: è
l’iscrizione sulla porta dello Slow Social Market, che da fuori può sembrare un
semplice negozio alimentare, ma è in realtà il risultato di un’opera di
riqualificazione di un immobile confiscato alla mafia. Mentre prima era un
negozio gestito dagli affiliati alla criminalità organizzata, oggi è un bene
pubblico, al cui riuso contribuisce anche il sostegno di Libera, associazione
contro le mafie, e del I Municipio di Roma.
«L’intitolazione dei beni confiscati non è mai casuale», afferma Davide
Biscotti, referente provinciale di Libera, «mira a tenere viva la memoria delle
vittime di mafia ed è legata alle attività svolte negli spazi riutilizzati». In
linea con l’intento della legge n. 109/96 sul riuso sociale dei beni confiscati,
di cui il 7 marzo si celebra il trentesimo anniversario, l’emporio rispecchia
questo principio: nel bene intitolato a Masslo, bracciante vittima di un sistema
agroalimentare iniquo e ucciso da camorristi connessi ai caporali per cui
lavorava, si mira ora a garantire l’equo accesso ai beni di prima necessità e a
un cibo “buono, pulito e giusto” anche a coloro che si trovano in condizioni di
povertà.
> Qui gli alimenti non hanno un prezzo, bensì un punteggio: sugli scaffali ci
> sono prodotti che vanno da due a dieci punti, e l’obiettivo è quello di
> promuovere un’alimentazione variegata. Sono ottanta i nuclei familiari che si
> recano qui regolarmente e ciascuno di questi ha a disposizione tra i settanta
> e i novanta punti al mese per acquistare ciò che desidera.
L’emporio vuole poi essere un luogo in cui non solo si trova sostegno economico,
ma si promuove attivamente l’inclusione, anche attraverso gli spazi che lo
compongono. All’interno si nota un murale dipinto per rendere lo spazio
accogliente: il logo del posto è circondato da disegni di alimenti e mani che si
avvicinano. Sulla sinistra, invece, beni donati dai cittadini che sostengono
l’attività: soprattutto giocattoli, libri e vestiti, che gli utenti possono
prendere gratuitamente e che secondo Daniela Sacco, referente di Nonna Roma,
rappresentano il sostegno degli abitanti del quartiere allo spazio.
Questo è diventato un punto di riferimento per gli utenti: «Molti di coloro che
usano il servizio sono soli, e qua sanno di essere accolti» – sostiene Daniela,
a cui si unisce Pierangelo, volontario di Nonna Roma: «Qui si crea anche un
rapporto personale: per gli utenti, quando prendono confidenza, questa diventa
una piccola famiglia. Alcuni restano molto: fanno la spesa ma poi si fermano a
chiacchierare». Tra questi c’è Pasquale: aspetta all’entrata l’assistente legale
presente nell’emporio e non vuole parlare della sua situazione personale, ma
commenta con riconoscenza: «Qui fanno un lavoro incredibile, se non ci fosse
sarebbe molto peggio, anche perché aiutano tante persone; il loro sostegno per
me ora è fondamentale».
> Nell’emporio, infatti, si trova anche uno sportello di mutuo soccorso, dove
> assistenti sociali e legali offrono supporto e indicazioni sui servizi sociali
> disponibili. «I casi sono vari», raccontano le assistenti sociali Monica e
> Elisa, «dalla richiesta di assistenza psicologica, a quella per la ricerca di
> una casa».
La presenza dell’emporio è poi significativa per persone come Anika, ex-badante
con pensione minima. Abita in una stanza in cattive condizioni, che peggiorano
il suo stato di salute. Nell’emporio trova uno spazio che le garantisce del
cibo, ma soprattutto «di avere, almeno una volta al mese, qualcuno con cui
parlare». Tra le altre, anche una famiglia palestinese, arrivata in Italia
attraverso un corridoio umanitario, si reca all’emporio per i prodotti
alimentari. In particolare Omar, il figlio minore, dice di essere felice perché
qui può scegliersi un regalo tra i giocattoli gratuiti, e parlare in italiano
con i volontari per imparare la lingua.
Lo spazio riqualificato stimola quindi il senso di comunità: «La collaborazione
dei cittadini, in un Municipio caratterizzato da profonde diseguaglianze
sociali, mostra che l’utilità sociale dell’emporio è riconosciuta», dice Lorenza
Bonaccorsi, presidente del I Municipio, che evidenzia l’importanza del rapporto
tra istituzioni e associazioni per valorizzare i beni confiscati alle mafie.
Emergono, però, anche delle criticità: spicca la scarsità di risorse economiche
necessarie a garantirne la continuità. «Se avessimo più soldi potremmo fare più
interventi strutturali, necessari perché se tu riconquisti i luoghi pubblici e
ridai loro decoro, la criminalità se ne va da lì e i cittadini riprendono i loro
spazi», commenta Bonaccorsi, che aggiunge: «La legge 109/96 è buona, ma andrebbe
snellita nelle procedure, e soprattutto più finanziata».
La difficoltà è testimoniata anche da Pierangelo di Nonna Roma, che si dimostra
insoddisfatto: «Parliamo sempre di come trovare risorse: è il nostro problema
principale, ma non è facile risolverlo». Lo confermano anche i funzionari
dell’Ufficio addetto ai beni confiscati di Roma Capitale, che sottolineano
l’indisponibilità di risorse adeguate per garantire che i beni confiscati siano
riutilizzati, perché spesso necessitano di ristrutturazioni difficilmente
sostenibili per gli enti locali e le associazioni che li gestiscono. A livello
nazionale, Libera sottolinea che questo problema riguarda molti dei beni
presenti su tutto il territorio.
> La legge che regola le procedure del riuso è stata emanata grazie alla
> raccolta di più di un milione di firme avviata da Libera, e l’associazione,
> trent’anni dopo, sta raccogliendo firme per chiedere che il 2% del Fondo unico
> di giustizia (Fug) sia dedicato al sostegno di questa politica.
«Nel 1996 era difficile convincere che si trattava di un cambio di passo. Ora
invece il tema è più sentito, anche perché le esperienze di riuso funzionano, e
la cittadinanza ne è più consapevole», commenta Tatiana Giannone, responsabile
nazionale per i beni confiscati di Libera, che aggiunge «I beni riutilizzati in
questi trent’anni sono aumentati, ma la nostra campagna è essenziale, perché
vanno superate le criticità».
Come dimostrato dallo Slow Social Market, trent’anni dopo, la riqualifica dei
beni per il riuso sociale si è affermata come stimolo non solo alla diffusione
della cultura della legalità, ma anche alla creazione di modelli di giustizia
sociale. In un periodo storico in cui all’aumento della povertà, anche
alimentare, si affiancano la crisi abitativa e la necessità di valorizzare i
luoghi pubblici, emerge dunque l’importanza della solidarietà e del
coordinamento tra cittadinanza e istituzioni per rispondere a questi bisogni. È,
quindi, sul passaggio dalla presenza di esperienze virtuose a una politica
sistemica a sostegno degli spazi solidali che si misureranno i prossimi
trent’anni.
FOCUS: IL RIUSO SOCIALE DEI BENI CONFISCATI ALLE MAFIE.
1332: questo il numero dei soggetti sociali, come associazioni, cooperative, e
comunità, che gestiscono gli immobili confiscati alle mafie e a loro assegnati.
La legge che regola il riutilizzo sociale dei beni confiscati è la n. 109/96, e
oggi la materia è recepita nel Codice Antimafia, che delinea il processo di
assegnazione degli immobili. Secondo la procedura, questi sono prima gestiti
dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alle mafia (ANBSC),
che li trasferisce poi al patrimonio pubblico dello Stato o delle
amministrazioni locali. Questi possono usare i beni a scopo istituzionale o
sociale: il riuso sociale è solitamente determinato dagli Enti locali, che danno
i beni in concessione agli enti del terzo settore attraverso bando pubblici.
I soggetti gestori sono attivi in 19 regioni su 20, in 448 comuni: più della
metà sono associazioni di diverso tipo, mentre le cooperative sono 282, alle
quali si aggiungono 12 consorzi di cooperative. È attraverso le attività che si
svolgono nei beni che si attua la riqualifica degli spazi: nella maggior parte
dei casi rientrano nelle categorie «welfare e politiche sociali» (57,6%) e
«promozione culturale, sapere e turismo sostenibile» (23,2%).
I beni confiscati sono anche uno strumento di memoria attiva delle vittime
innocenti delle mafie: in Italia, sono 125 i beni confiscati intitolati alle
vittime innocenti delle mafie, di cui 43 si trovano al Nord, 5 al Centro e 77 al
Sud. Qui il loro ricordo è alimentato attraverso le attività sociali svolte
dagli enti gestori, che oltre a essere servizi essenziali per i territori,
costituiscono quindi anche uno strumento per veicolare conoscenza e storie su
coloro che nei territori si sono opposti al sistema sostenuto dalla criminalità
organizzata.
La politica del riuso sociale, inoltre, si è affermata anche nell’Unione
Europea: nel 2024 la direttiva 2024/1260, ha rappresentato un cambiamento
significativo nelle strategie di recupero dei beni in Europa. europea. Con la
Direttiva, in particolare, si riconosce la pervasività della criminalità
organizzata nell’economia e gli intrecci che legano ai mercati internazionali, e
viene richiesta agli Stati Membri una collaborazione profonda e stabile nelle
inchieste per il congelamento e la confisca dei beni, oltre che la possibilità
di confiscare “la ricchezza non giustificata”, come previsto nella normativa
italiana. Nei considerata iniziali e all’articolo 19 viene poi consigliato il
riuso sociale dei beni confiscati, sottolineando quanto questo sia legato alla
compensazione per le vittime della criminalità, anche quando queste sono
rappresentate dalla comunità stessa.
Anche in Europa, quindi, si è affermata una visione politica che vede nel
riutilizzo degli spazi confiscati alle mafie uno strumento essenziale per
prendersi cura delle comunità attraverso gli spazi pubblici. Tuttavia, il suo
impatto concreto dipenderà dalla coerenza della sua attuazione nei vari Stati
membri, dala loro cooperazione, e dalla capacità degli Stati membri di tradurre
le nuove disposizioni in pratiche operative coerenti. Attualmente, non si
registrano ancora interventi normativi sostanziali di adeguamento nei diversi
ordinamenti e sarà quindi decisivo il lavoro che ciascun Paese dovrà compiere
entro il termine ultimo del 23 novembre 2026.
La copertina e le immagini nell’articolo sono di Irene Bruno
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