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Camminare al loro fianco
-------------------------------------------------------------------------------- ‘Incontro internazionale “Algunas partes del todo” promosso (dicembre 2025) in Chiapas da zapatiste e zapatisti. Foto di Red de Apoyo Iztapalapa Sexta (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Cronache Ribelli, realtà dell’editoria indipendente, pubblica nella collana di filosofia “archeologia del presente”, Divenire bosco: zapatiste, femministe?, una raccolta di cinque formidabili saggi, introdotti da un dialogo dell’autrice Sylvia Marcos con Diego Ferraris, ricercatore e abile traduttore dell’esperienza più innovativa di costruzione di “altri mondi” indigeni. Lo zapatismo infatti è un “progetto nuovo e antico di filosofia politica”, oggi prezioso per destituire le politiche di distruzione e morte dell’ultimo secolo “occidentale”. Sylvia Marcos è psicologa clinica, promotrice del movimento antipsichiatrico messicano, antropologa, filosofa femminista, interlocutrice diretta dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e autrice di Mujeres, indígenas, rebeldes, zapatistas (2011), Tomado de los labios. Género y Eros en Mesoamérica (sylviamarcos.wordpress.com). Ecco alcune sue parole tratte dal testo: «Questo nostro libro cattura le parole sperando che queste facciano apparire le cose, che le (re)inventino, affinché favoriscano la creazione di altri mondi… Occorre decifrare quello che si nasconde in queste parole di donne indigene e zapatiste, ciò che rende le loro parole creatrici e generatrici di una realtà più giusta ed equa…». «L’inserimento della teoria nella pratica pone inevitabilmente rapporti di potere radicalmente asimmetrici, che rendono le donne indigene più vulnerabili ai nostri discorsi. Per questo urge prestare estrema attenzione a ciò che diciamo, a come lo diciamo e a cosa esprimiamo quando ci riferiamo ai valori propri delle nostre lotte per i diritti delle donne…». «Con Otroa compañeroa. La fluidità del genere, si indicano possibili orizzonti di senso attraverso una lettura originale della figura concettuale dell’“otroa” (che in italiano possiamo tradurre come “altro/a”), una figura incarnata nella compagna zapatista Marijosé, promotrice di educazione dell’EZLN da più di vent’anni e donna indigena in lotta che transita tra i generi. Il concetto politico dell’“otroa” si mostra come cifra di una dimensione dinamica e plurale che contiene ed esprime la molteplicità aperta dei mondi LGBTIQ+ in chiave analogica e non identitaria…». «Come dicono le zapatiste nella propria Lettera: “perché dobbiamo obbligare queste persone a essere uomini o donne?”. I discorsi e le proposte femministe di questi ultimi anni cominciano a incorporare prospettive filosofiche radicate nei movimenti emergenti delle donne indigene; forme di resistenza che risignificano e trasformano i modi del conoscere dominanti dal punto di vista di soggettività “subalterne” che sentono e pensano con epistemologie che potremmo chiamare “decoloniali”…». «Le zapatiste ci invitano a tentare di uscire dal nostro mondo di riferimenti e, detto con una delle metafore gloriose e pertinenti che usano spesso, ci invitano a camminare al loro fianco. Cercare di comprendere a fondo le loro specificità nel quadro delle pratiche femministe implica necessariamente denunciare come le nostre stesse interpretazioni siano spesso macchiate di quell’etnocentrismo classista che segna la teoria femminista dominante…». «Io stessa ho intitolato uno dei libri che ho scritto: Dialogo e Differenza. In questa pubblicazione, concettualizzavamo la “differenza” come punto di partenza per costruire un dialogo rispettoso delle differenze stesse… Dobbiamo emigrare dall’epistemologia che ci opprime e che sostiene la proposta per cui l’uguale non può essere differente e il diverso non può e non deve valere ed essere uguale. Lo zapatismo, con la propria filosofia, apre a questa possibilità…». «Per le zapatiste e per le persone appartenenti ai mondi mesoamericani il proprio essere non è “incapsulato”. L’altro, che sia maschio, donna, figlio, madre, nonna, non è fuori da sé stesso. La collettività è parte di sé stessa. L’io è vissuto come realtà attraversata dalla collettività comunitaria. Anche la “realtà” esterna, le colline, le piante, il mais, sono parte di me stessa. Sono “donne e uomini di mais”…». «Voi, compagne, interpellate una molteplicità di livelli teorici con i quali spesso tentiamo di mettere in ordine le nostre analisi femministe, in forme anche molto significative, come lo studio delle ontologie altre, o la cosiddetta intersezionalità, oggi tanto in voga e che sembra inondare le analisi con intersezioni sempre più estese: classe, razza, genere, etnicità, povertà, preferenze sessuali, etc. La proposta per uscire da questo pasticcio teorico delle intersezioni arriva da Maria Lugones, che preferisce riferirsi e teorizzare “la coalizione”. È un passaggio complesso dall’intersezionalità, che si basa sulla logica dell’identità (e l’identità come concetto è una proposta non solo essenzialista, ma statica) alla logica della fusione e della coalizione. Lì, vi trovo, compagne, nella fusione che ci unisce tutte, le “donne che lottano”…». «È di cruciale importanza inventare nuovi strumenti concettuali che rendano conto delle forme specifiche applicate dall’oppressione di genere in contesti come quelli delle donne indigene maya, kichuas, aymaras e mapuche, per esempio. Per di più, è necessario porsi diverse domande: cosa può apportare il sapere prodotto da un movimento indigeno al femminismo in quanto teoria sociale critica? In che modo il legame tra identità-fusione comunitaria e identità di genere indica certi percorsi in un movimento indigeno? Da una prospettiva sociale critica, ciò che emerge dallo zapatismo nelle sue pratiche politiche è un principio secondo il quale tutte le istanze sono necessarie e sono legate le une alle altre, si interconnettono e sono interdipendenti. Questa proposta sembrerebbe riflettere la struttura di un rizoma, metafora adatta a poter creare un possibile immaginario politico rinnovatore di schemi caduchi (Deleuze e Guattari, 1980)…». «Le donne sono centrali e prevalenti nella trasmissione orale. Sono vitali per questa particolare forma del tramandare, rivivere e risignificare le forme culturali. Saper ascoltare è il primo passo per forgiare una metodologia attenta a queste caratteristiche, e costruita su di esse…». -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Camminare al loro fianco proviene da Comune-info.
March 18, 2026
Comune-info
Genocidio dei palestinesi, linee di fuga e Global Sumud Flottila
-------------------------------------------------------------------------------- Milano, febbraio 2026. Foto di Milano in Movimento (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Il 29 marzo salperanno di nuovo le navi della Global Sumud Flotilla che, se non sono riuscite a rompere l’assedio a Gaza, sono sicuramente riuscite a catalizzare l’attenzione sul popolo palestinese e hanno smascherato l’ipocrisia di tanti governi, soprattutto quelli occidentali. La loro missione ha scosso e sta scuotendo ancora tante coscienze, anche quelle di chi fino a poco tempo fa non era informato sulla vicenda palestinese. Queste coscienze tutte insieme stanno rendendo possibile il disgelo dell’intelligenza e del corpo collettivo. Le piazze di tantissime città in tutto il mondo si sono riempite e continuano a riempirsi come da tempo non accadeva, l’esempio dell’Italia è sicuramente tra quelli più significativi. Vedere le masse radunarsi e accendersi interconnesse quasi contemporaneamente in tutta Europa ha sicuramente attivato un movimento deterritorializzante, per usare un’espressione di Gilles Deleuze e Félix Guattari. Il successo di tale missione risiede nell’aver superato il modello partitico, contribuendo all’emergere progressivo di nuove forme di mobilitazione politica apartitiche e transnazionali – di cui sono esempio lo sciopero internazionale dei portuali del 6 febbraio 2026 o la missione della Nuestra America Convoy verso Cuba per rompere l’embargo e l’occupazione americana. Queste nuove pratiche di impegno civile e politico ben rispondono alle crisi generate dal tardo capitalismo. In un mondo globalizzato, coscienze collettive transnazionali sono di certo un modo di agire efficace contro le situazioni di crisi in cui ci troviamo tutti implicati nostro malgrado. Gilles Deleuze (che per altro è sempre stato molto attivo nella causa Palestinese) nel 1984 durante una lezione a Vincennes suggeriva che ormai il mondo è diventato cinema e noi (i cittadini del mondo) spettatori passivi di questo mondo. Il filosofo si domandava come poter trovare ancora ragioni per credere in questo mondo e trasformarlo, migliorarlo. Per tanti, il genocidio dei palestinesi può essere, seppur nella sua indicibile drammaticità, una ragione per ricredere nel mondo. Può infatti diventare uno degli infiniti potenziali punti di inizio per un processo di trasformazione: ripartire dalla Palestina per ricostruire questo mondo. In questo contesto è innegabile il contributo della Global Sumud Flotilla. Forti di una comunicazione chiara, trasparente e diretta, i suoi equipaggi di mare e di terra sono riusciti a colpire le masse, a disgelare lentamente ma inesorabilmente la mente collettiva. Da tempo non si vedeva un’attenzione così partecipata alla questione Palestinese. La Global Sumud Flotilla ha saputo indicare i punti d’uscita da questo sistema anche a coloro che fino a quest’autunno avevano un impegno politico basso o moderato, tracciando delle linee di fuga che si dovrebbe avere il coraggio di percorrere e spingere ancora più in là. Gli equipaggi di mare e di terra e le milioni di persone scese in piazza per sostenerli dopo le intercettazioni della prima missione, hanno creato una breccia che con le prossime missioni si allargherà sempre di più. È dunque imperativo adesso creare altri strumenti di lotta per contribuire a rafforzare il loro lavoro, enfatizzare i suoi effetti, dargli un senso, svilupparlo in varie direzioni secondo la propria sensibilità politica contro il nemico comune: il capitalismo e la sua logica coloniale e imperialista. -------------------------------------------------------------------------------- Dalila Villella, Université Grenoble-Alpes -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Cento porti. Da Gaza alle piazze -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Genocidio dei palestinesi, linee di fuga e Global Sumud Flottila proviene da Comune-info.
March 17, 2026
Comune-info
Crepe dentro la guerra mondiale
SE LA GUERRA SOMIGLIA A UN MURO IMPONENTE, COSTRUITO NEL TEMPO PIÙ CHE INNALZATO ALL’IMPROVVISO, È ALTRETTANTO VERO CHE QUEL MURO PRESENTA MOLTE CREPE. RICONOSCERLE, E SAPERLE ALLARGARE, È OGGI UNA SFIDA DECISIVA. DEL RESTO, STRADE ALTERNATIVE NON ESISTONO. SONO CREPE ASSAI CONCRETE: QUELLE DEGLI STUDENTI TEDESCHI, AD ESEMPIO, TORNATI A SCIOPERARE PER LA SECONDA VOLTA IN POCHI MESI. E QUELLE, MENO VISIBILI MA PERSISTENTI, DEGLI OBIETTORI DI COSCIENZA E DEI DISERTORI CHE, SU FRONTI DIVERSI, CONTINUANO A RIFIUTARE LA LOGICA DELLA GUERRA. SONO NATURALMENTE LE PIAZZE CHE SI RIEMPIONO, MA ANCHE LE PROPOSTE DI RETI E ORGANIZZAZIONI, DI CASE EDITRICI E SPAZI DI COMUNICAZIONE INDIPENDENTE, IMPEGNATE SUI TEMI NELLA NONVIOLENZA E NEL DISARMO, SOPRATTUTTO ATTRAVERSO CAMPAGNE. SONO FRATTURE CHE INDICANO UNA TENSIONE CRESCENTE. FORSE NON ANCORA SUFFICIENTI A FAR CROLLARE IL MURO, MA ABBASTANZA NUMEROSE E PROFONDE DA SUGGERIRE CHE QUALCOSA DI FONDAMENTALE È IN MOVIMENTO Napoli, 2025. Foto di Bruno Santoro -------------------------------------------------------------------------------- “Sono stato ingannato nella mia giovinezza, e sono stato ingannato anche da coloro che sapevano che ero giovane. Erano perfettamente informati. Sapevano che avevo vent’anni. Era scritto nei loro registri. Loro, invece, erano uomini, invecchiati, che conoscevano la vita e le astuzie, e che sapevano esattamente cosa bisogna dire ai ragazzi di vent’anni affinché accettino il salasso. C’erano professori, tutti i professori che avevo avuto fin dalle scuole medie, magistrati della Repubblica, ministri, il presidente che firmò i manifesti, insomma tutti quelli interessati in qualche modo a sfruttare il sangue di bambini di vent’anni”. Gli studenti tedeschi che il 5 marzo hanno scioperato per la seconda volta in tre mesi contro la leva militare, rifiutano di subire ancora l’inganno raccontato da Jean Giono nell’articolo pubblicato sulla rivista Europe nel 1934, ricordando il suo essere stato gettato, con una generazione di bambini europei, nell’”inutile strage” della prima guerra mondiale (oggi in Mi rifiuto di obbedire, Einaudi, 2025). Mentre anche gli studenti del resto d’Europa cominciano a mobilitarsi contro i processi di militarizzazione che li cercano, già da anni rifiutano l’inganno tanti obiettori di coscienza e disertori di tutti i fronti, costituendo davvero, dentro la guerra mondiale in corso, l’unico “asse del bene” possibile. Anche in Italia c’è una forte contrarietà, mista a grave preoccupazione, in ogni fascia d’età per il progressivo trascinamento del nostro Paese in guerra – ormai “sull’orlo dell’abisso” come ha ammesso in parlamento il ministro Crosetto – con la sudditanza del governo agli interessi dell’asse criminale Trump-Netanyahu. Ma questi sentimenti rischiano di trasformarsi in rassegnazione e impotenza oppure esaurirsi nelle sole, necessarie ma non sufficienti, manifestazioni di piazza: perché siano politicamente generativi devono trasformarsi nella partecipazione attiva e continuativa di ciascuno alla costruzione dell’asse del bene. A partire dalla conoscenza e dal collegamento con la mappa dei fondamentali punti di riferimento per il disarmo e la nonviolenza del nostro paese. Perlopiù ignorati dai media, che si guardano bene dal dare parola e visibilità a chi lavora quotidianamente e costruttivamente per la pace con mezzi pacifici, sui piani organizzativo, politico, formativo e culturale. Eccone alcuni. Dal punto di vista organizzativo è necessario il riferimento alla Rete Italiana Pace e Disarmo, il network che coordina il più ampio numero di organizzazioni nazionali che lavorano a tempo pieno per la pace, il disarmo e la nonviolenza, operando prevalentemente attraverso campagne di cambiamento di lungo periodo. Intanto, dalla Sardegna all’Emilia Romagna, si stanno costituendo anche reti regionali, che aggregano le reti territoriali, anche in dialogo con le amministrazioni locali: è una società civile che fa dell’impegno per la pace non un tema occasionale, rispetto al quale mobilitarsi “al bisogno” sull’indignazione e l’emergenza del momento, ma una declinazione costante sui diversi piani per la decostruzione di tutta la filiera della guerra e della sua preparazione e la costruzione delle alternative, dalla dimensione strutturale a quella culturale. Sono politiche attive di pace agite dal basso. Tra le campagne in corso, la Campagna di Obiezione alla guerra curata dal Movimento Nonviolento che, sul piano internazionale, sostiene anche le spese legali degli obiettori di coscienza israeliani, ucraini, russi e bielorussi, e su quello interno promuove la sottoscrizione personale della dichiarazione preventiva di obiezione alla guerra. La Campagna ICAN-International Campaign to Abolish Nuclear Weapons per il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari tanto più necessario quanto più le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse si avvicinano pericolosamente al punto di non ritorno di una guerra nucleare. La Campagne Ferma il riarmo e Stop Rearm Europe contro le scellerate scelte italiane ed europee di accelerare lo spaventoso riarmo già in corso da decenni, che genera più guerre, anziché la pace come ingannano gli illusionisti della deterrenza militare. La Campagna Basta favori ai mercanti di armi! Contro il progressivo svuotamento della Legge 195/90 che rende ancora più opaco il commercio degli armamenti italiano, per il quale il SIPRI registra un aumento del 157% nell’ultimo quinquennio. Ma l’impegno consapevole si fonda anche sulla conoscenza dei saperi della nonviolenza, che vede lo sviluppo di percorsi di formazione diffusi, dalla Scuola di pace e nonviolenza di Verona all’Officina siciliana di nonviolenza di Palermo, al Dottorato nazionale in Peace Studies della Rete universitaria Runipace. Ad essi si aggiunge la recente pubblicazione di volumi tematici collettanei che forniscono utili strumenti di formazione e lavoro per la pace, tra i quali segnalo La coscienza dice No alla guerra, a cura di Enzo Sanfilippo e Annibale C. Ranieri (Centro Gandhi Edizioni, 2025); Lessico di pace, a cura di Valentina Bartolucci ed altri (Carocci editore, 2026); Uniti per la pace, a cura di Maria Rosa Ronzoni (Libreria Editrice Fiorentiina, 2026). Quest’ultimo contiene anche un mio contributo sul tema Se vuoi la pace prepara la pace: un impegno di responsabilità. Un impegno rivolto a tutti per contribuire ad alimentare l’asse del bene, mettendo il peso della propria persuasione “sulla bilancia intima della storia”, come scriveva Aldo Capitini sotto la dittatura fascista. Senza scoraggiarsi, senza delegare ad altri. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche sul blog di Pasquale Pugliese e su ilfattoquotidiano.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Crepe dentro la guerra mondiale proviene da Comune-info.
March 17, 2026
Comune-info
Respingere la guerra
ABBIAMO BISOGNO DI IMPARARE A METTERCI IN GIOCO OVUNQUE E IN TANTI MODI DIVERSI PER ESSERE D’OSTACOLO ALLA GUERRA. ABBIAMO BISOGNO DI DARE FORZA AL MOVIMENTO PACIFISTA. ABBIAMO BISOGNO DI CORAGGIO E DI MUOVERE INTERI TERRITORI. SCRIVE IL MOVIMENTO NO BASE: “RESPINGERE LA GUERRA. RICACCIARLA INDIETRO. È QUELLO CHE IL MOVIMENTO NO BASE HA FATTO IL 12 MARZO, ATTRAVERSO UN BLOCCO DI OLTRE SEI ORE SUI BINARI ALLA STAZIONE DI PISA CENTRALE. UN TRENO MERCI DI 32 VAGONI, CON DECINE DI MEZZI BLINDATI MILITARI E ALTRETTANTI CONTAINER IL CUI CONTENUTO POSSIAMO SOLO IMMAGINARLO… DA LIVORNO A PISA, DA COLLESALVETTI A PONTEDERA, UN INTERO TERRITORIO SI È MOBILITATO IN TANTI MODI PER BLOCCARE QUESTO TRENO…” -------------------------------------------------------------------------------- Respingere la guerra. Ricacciarla indietro. È quello che il movimento No Base ha fatto il 12 marzo, attraverso un blocco di oltre sei ore sui binari alla stazione di Pisa centrale. Un treno merci di 32 vagoni, con decine di mezzi blindati militari e altrettanti container il cui contenuto possiamo solo immaginarlo. Un risultato che ricalca le straordinarie giornate al porto di Livorno e negli altri porti d’Italia e d’Europa dove i lavoratori e le lavoratrici hanno disertato, rifiutando di essere parte dell’ingranaggio della guerra e bloccando il traffico di armi.  La sera del 12 marzo abbiamo dimostrato di nuovo con un blocco pacifico e determinato, che possiamo essere concretamente efficaci. Abbiamo dato realtà al nostro desiderio di pace: i nostri corpi hanno fermato il treno della morte. L’hanno fermato  la nostra unione e la consapevolezza di stare dalla parte giusta della storia, quella che rifiuta la logica della guerra ad ogni costo, il riarmo, l’utilizzo di ogni infrastruttura civile per scopi militari, la devastazione del nostro territorio per incentivare l’economia di guerra.  Abbiamo dimostrato che con i giusti rapporti di forza possiamo trasformare l’impossibile in necessario. Unendo le capacità di lavoratori, comitati, movimenti, cittadini, possiamo essere un passo avanti a loro. Da Livorno a Pisa, da Collesalvetti a Pontedera, un intero territorio si è mobilitato in tanti modi per bloccare questo treno. Ovunque con coraggio e chiarezza dei nostri obiettivi, possiamo fermare le armi e intralciare la guerra. Possiamo rimandare indietro un treno carico di mezzi blindati. Possiamo fermare la costruzione della base militare nel parco di San Rossore a San Piero a Grado e a Pontedera. Possiamo essere sabbia nell’ingranaggio della guerra.  A Pisa la guerra il 12 marzo non è passata, ma è solo un primo passo: sappiamo che il treno avrà preso altre rotte. Sappiamo che tanti altri passano senza che ne siamo a conoscenza. Vediamo le politiche di miseria che stanno portando miliardi alla guerra e non ai bisogni della società. Oggi più che mai dobbiamo prendere posizione: essere per la pace significa essere partigiani e partigiane, resistere alla guerra mondiale, metterci in gioco ovunque e in molti modi per essere d’ostacolo alla guerra e dimostrare che il popolo non vuole farne parte.  Il 12 marzo abbiamo respirato confitto e liberazione, una tappa che dà forza ed energia a tutto il movimento pacifista e contro la guerra del nostro Paese ma che abbiamo bisogno di rilanciare e continuare a organizzare. Per questo sarà importante esserci tutti e tutte alla nostra assemblea generale martedì 17, organizziamo insieme nuove iniziative  di diserzione, di disarmo, di blocco. Costruiamo la pace con la lotta. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > La tormenta e le nostre alternative -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Respingere la guerra proviene da Comune-info.
March 14, 2026
Comune-info
Il cibo recuperato non è per pochi. È per tutti
DA QUASI DIECI ANNI L’ASSOCIAZIONE REFOODGEES ROMA SI È MESSA IN TESTA L’IDEA CHE IL CIBO RECUPERATO NON SIA DI SECONDA QUALITÀ E MENO ANCORA QUALCOSA DESTINATO A PERSONE DI “SERIE B”. IL RECUPERO DELLE ECCEDENZE ALIMENTARI, DICONO CONVINTI, È OVVIAMENTE UNA PRATICA VIRTUOSA PERCHÉ RIDUCE LO SPRECO, TUTTAVIA È PRIMA DI TUTTO UNA MERAVIGLIOSA OCCASIONE PER COSTRUIRE RELAZIONI SOCIALI, PER RIBELLARSI FACENDO. ABBIAMO INCONTRATO VIOLA DE ANDRADE PIROLI DI REFOODGEES La povertà alimentare è al centro del progetto Solidarietà Circolare. Quali soluzioni sono emerse per affrontare il fenomeno in modo strutturale? ReFoodGees nasce nel 2017 come associazione impegnata nel contrasto all’esclusione sociale. Il tema della povertà alimentare è emerso progressivamente nel corso delle nostre attività, perché il principio che guida il nostro lavoro è innanzitutto la lotta allo spreco alimentare. Recuperiamo cibo che altrimenti verrebbe buttato e lo redistribuiamo gratuitamente. Tra le persone che lo ritirano ci sono anche molte famiglie in difficoltà economica, ma il nostro approccio si distingue da quello dell’assistenza alimentare tradizionale: fin dall’inizio abbiamo cercato di uscire dalla logica del “cibo per poveri”. Il cibo recuperato è cibo per tutti: lo mangiamo noi volontari, lo mangiano le nostre famiglie e lo mangiano le persone che vengono a ritirarlo. È un’idea di circolarità: chi oggi usufruisce del servizio domani può diventare volontario, e chi recupera il cibo spesso è anche tra coloro che lo consumano. Questo approccio contribuisce anche a superare uno stigma ancora molto diffuso: l’idea che il cibo recuperato sia di seconda qualità e destinato a persone di “seconda categoria”. In realtà si tratta di cibo buono, che mangiamo tutti. In alcuni progetti, come Alimenta la solidarietà, abbiamo lavorato insieme a organizzazioni che si occupano direttamente di povertà alimentare, come Nonna Roma. In quel caso i beneficiari erano persone già seguite da queste realtà, mentre ReFoodGees si è concentrata soprattutto sul recupero del cibo e sulla costruzione di reti solidali. Affrontare la povertà alimentare significa confrontarsi con una sfida multidimensionale. Dal vostro osservatorio, quali sono i nodi cruciali che istituzioni e società civile non possono trascurare? Uno degli aspetti più trascurati riguarda la qualità dell’alimentazione. Molti interventi contro la povertà alimentare si basano sulla distribuzione di pacchi con prodotti a lunga conservazione. È comprensibile, perché sono più facili da gestire. Tuttavia questo modello rischia di trascurare un punto fondamentale: quando le famiglie hanno meno risorse economiche, la prima cosa che smettono di comprare sono frutta e verdura. Di conseguenza l’alimentazione diventa progressivamente più povera dal punto di vista nutrizionale e più ricca di prodotti ultraprocessati. Per questo, nel nostro lavoro abbiamo scelto di puntare molto sul recupero e sulla redistribuzione di prodotti freschi, in particolare frutta e verdura. È un elemento che rappresenta un valore aggiunto rispetto a molte forme tradizionali di distribuzione alimentare. Lo abbiamo visto anche concretamente: all’Emporio di via Togliatti, per esempio, quando le persone hanno capito che il mercoledì arrivava il fresco recuperato da ReFoodGees, l’afflusso è aumentato sensibilmente. Molti si mettevano in fila proprio quel giorno, perché sapevano che avrebbero trovato frutta e verdura. Questo dimostra quanto sia forte il bisogno di accesso a cibo sano e di qualità. Il caso di Roma si inserisce in un quadro più ampio. Quali esperienze virtuose, in Italia o all’estero, possono essere di ispirazione? Più che a un singolo modello, guardiamo a un cambio di prospettiva: passare dall’assistenza alla circolarità del cibo. Il recupero delle eccedenze alimentari è già di per sé una pratica virtuosa: riduce lo spreco e allo stesso tempo produce un beneficio sociale. Ma il vero salto di qualità avviene quando questa pratica diventa occasione per costruire relazioni e comunità. Quando il cibo recuperato non viene percepito come uno scarto o come “cibo per poveri”, ma come una risorsa condivisa, cambia anche il modo in cui le persone si avvicinano a queste iniziative. Si supera la logica dell’assistenza e si costruisce un sistema più inclusivo e partecipato. Accanto alla distribuzione di generi alimentari avete promosso anche iniziative di sostegno scolastico. In cosa è consistita questa esperienza? Nel tempo ci siamo accorti che le situazioni di vulnerabilità che incontravamo non riguardavano soltanto il cibo. Durante alcune attività abbiamo iniziato a distribuire anche materiale scolastico, cioè zaini, quaderni, penne e altri strumenti, alle famiglie con bambini che vivevano difficoltà economiche. L’idea è nata ascoltando direttamente i bisogni delle persone che incontravamo: per molte famiglie l’inizio dell’anno scolastico rappresenta una spesa significativa. Questa esperienza ci ha ricordato che la povertà è sempre multidimensionale: alimentazione, istruzione, accesso ai servizi e opportunità sociali sono aspetti strettamente collegati. Per questo gli interventi più efficaci sono quelli capaci di tenere insieme queste diverse dimensioni. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO DOSSIER: > Rosolare con solidarietà. Dossier [progetto Solidarietà circolare] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il cibo recuperato non è per pochi. È per tutti proviene da Comune-info.
March 13, 2026
Comune-info
La tormenta e le nostre alternative
SEBBENE I MEDIA MAINSTREAM LA DESCRIVANO COME UNO SCONTRO TRA POTENZE PER L’EGEMONIA GLOBALE O REGIONALE, SE GUARDIAMO ALLE QUESTIONI DI FONDO, VEDIAMO CHE IN IRAN, UCRAINA E VENEZUELA SONO IN GIOCO LE MATERIE PRIME ESSENZIALI PER IL DOMINIO. SI TRATTA DUNQUE DI UN’UNICA GUERRA, LA GUERRA DEI POTENTI CONTRO I DEBOLI. IN ALCUNI ANGOLI DEL MONDO È UNA GUERRA SPIETATA CONTRO I POPOLI INDIGENI, IN ALTRI CONTRO I NERI, IN ALTRI ANCORA CONTRO I CONTADINI, GLI ABITANTI DELLE PERIFERIE URBANE, I POVERI, LE DONNE… IN EUROPA È ANCHE CONTRO I MIGRANTI. LA VECCHIA CULTURA POLITICA DEI MOVIMENTI NON BASTA, DOBBIAMO LOTTARE IN MODO DIVERSO, TANTI, COME DIMOSTRANO DIVERSE COMUNITÀ INDIGENE, HANNO COMINCIATO: NELLA LORO LOGICA, SPIEGA ZIBECHI, NON CI SONO INGRESSI VITTORIOSI NEI PALAZZI DEL POTERE MA LA COSTRUZIONE, INEVITABILMENTE FRAGILE, DI MONDI NUOVI. “C’È MOLTO DA IMPARARE SU COME RESISTERE. SOLO POCHI GIORNI FA ABBIAMO CELEBRATO LA STRAORDINARIA VITTORIA DI 14 COMUNITÀ AMAZZONICHE CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DI TRE GRANDI FIUMI, RESISTENDO ALLA MULTINAZIONALE CARGILL E AL GOVERNO DI BRASILIA. LA DOMANDA CHE DOVREMMO PORCI È: SIAMO DISPOSTI A IMPARARE DA QUESTE COMUNITÀ O CONTINUIAMO A CREDERE CHE LE AVANGUARDIE E I PARTITI DI SINISTRA SIANO LE UNICHE ALTERNATIVE?” Foto di Acmos: carovana dal basso Stop the war now diretta in Ucraina (aprile 2022) -------------------------------------------------------------------------------- Tempo fa, la volontà di lottare era sufficiente per ottenere risultati, sia per sottomettere chi deteneva il potere sia per impedirne la distruzione. Oggi, la sola volontà non basta; serve “qualcosa di più” per non essere inghiottiti dalla tormenta capitalista. Per quanto ne so, solo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) si prepara a questa eventualità da oltre un decennio, da quando ha organizzato l’incontro “Pensiero Critico di Fronte all’Idra Capitalista”. Le guerre di espropriazione e sterminio condotte da chi detiene il potere non possono essere affrontate direttamente perché ciò garantirebbe il nostro annientamento, come è accaduto al popolo palestinese. Al contrario, in Vietnam, Algeria, Cuba e in tanti altri luoghi, è stato possibile affrontare e sconfiggere i rappresentanti del sistema. Ma la vecchia cultura politica non è più efficace, sebbene sia necessario recuperarne i valori etici, come l’impegno militante, la volontà di sacrificio (Benjamin), l’organizzazione e il mettere in gioco il proprio corpo, senza limiti ma con la dovuta cura. Gli stati nazionali che si scontrano direttamente con stati più potenti saranno spazzati via, come abbiamo visto negli ultimi anni, con costi enormi per le loro popolazioni. Questo non significa che non dovremmo combattere, ma piuttosto riconoscere che l’obiettivo del capitalismo odierno è l’annientamento di interi popoli. Se comprendiamo questo, tutto inizia ad avere un senso. Rafael Poch lo ha detto chiaramente qualche giorno fa: “Ciò a cui stiamo assistendo in Iran, Ucraina e Venezuela è, in termini generali, un’unica e medesima guerra. Il suo obiettivo è impedire militarmente il declino dell’egemonia americano-occidentale nel mondo, minacciata principalmente dalla crescente potenza della Cina” (Ctxt, 23/02/2026). Sarebbe ingenuo credere che si tratti semplicemente di una guerra tra stati. Sebbene i media mainstream la descrivano come uno scontro tra potenze in lizza per l’egemonia globale o regionale, se guardiamo alle questioni di fondo, vediamo che in ogni caso sono in gioco le materie prime essenziali per il dominio, dal gas di Gaza al petrolio di Iran e Venezuela. Per impossessarsi di queste risorse comuni, è necessario attuare una pulizia etnica e sociale come quella a cui stiamo assistendo in tutto il mondo e, molto chiaramente, in America Latina. Con una leggera correzione di Rafael Poch, possiamo dire che siamo di fronte a un’unica guerra: la guerra dei potenti contro i deboli. In America Latina, si tratta di una guerra spietata contro i popoli indigeni e neri, contro i contadini e gli abitanti delle periferie urbane. Una guerra coloniale che approfondisce cinque secoli di “conquista” e violenza. Questa realtà è molto chiara se ci permettiamo di vedere dove risiede la resistenza proprio tra i popoli sopra menzionati, non tra i vecchi soggetti che la sinistra continua a invocare. Questi popoli, e in particolare le comunità indigene, stanno praticando una nuova cultura politica che non si trova in nessun libro, ma che trae ispirazione da secoli di resistenza e rivolte, da modi di vivere e di relazionarsi con la vita, dalle tradizioni, ma anche dall’integrazione di nuove conoscenze. Un primo punto da evidenziare riguarda le piramidi. Osserviamo che ogni volta che gli imperi attaccano, il loro primo obiettivo è decapitare le piramidi. L’antropologo Pierre Clastres ha osservato che i popoli delle pianure resistevano alla conquista meglio di coloro che formavano grandi imperi con funzionari di alto rango. Il dibattito che gli zapatisti propongono sulle piramidi, l’ampia e profonda riorganizzazione della loro autonomia, credo sia legato sia alla loro resistenza alla tormenta sia alla certezza che riproducano l’oppressione, come hanno dimostrato all’incontro di Morelia lo scorso agosto. Se non costruiamo piramidi, non possono decapitarci. Questa è l’altra lezione che dobbiamo imparare. Una seconda questione è come affrontare coloro che vogliono distruggerci. Nella vecchia cultura politica, l’approccio era quello di rispondere a ogni aggressione dall’alto, di affrontare la guerra dei potenti con una guerra rivoluzionaria, una simmetria che ha mostrato i suoi limiti. Non è che non vogliamo combattere, ma piuttosto che lo faremo in modi diversi, in modi che garantiscano la sopravvivenza del nostro popolo. In questa logica, non ci sono trionfi o sconfitte, né ingressi vittoriosi nei palazzi del potere, ma qualcosa di completamente diverso: continuare a essere ciò che siamo, e per questo dobbiamo resistere costruendo i nostri mondi, che è uno dei modi per incarnare la ribellione che ci ispira. C’è molto da imparare su come resistere. Solo pochi giorni fa abbiamo celebrato la straordinaria vittoria di quattordici comunità amazzoniche contro la privatizzazione di tre grandi fiumi, resistendo alla multinazionale Cargill e al governo di Brasilia (leggi Rivolte indigene, vedi prima foto in coda). La domanda che dovremmo porci è: siamo disposti a imparare da queste comunità o continuiamo a credere che le avanguardie e i partiti di sinistra siano le uniche alternative? -------------------------------------------------------------------------------- A proposito di imparare da esperienze dal basso da cui imparare: Un gruppo di donne delle comunità amazzoniche che nei giorni scorsi hanno fermato la privatizzazione di tre grandi fiumi in Brasile La Global Sumud Flotilla è stata una meravigliosa e inaspettata esperienza di solidarietà promossa dalla società civile di diversi paesi, nell’autunno 2025 -------------------------------------------------------------------------------- Fare qui e ora una scuola diversa, attenta a tutti e tutte: il Doposcuola Quarticciolo, Roma -------------------------------------------------------------------------------- Donne zapatiste, dicembre 2025. Foto di Pozol Chiapas -------------------------------------------------------------------------------- Accogliere i migranti della Rotta Balcanica a Trieste. Foto di Linea d’ombra -------------------------------------------------------------------------------- Assemblea del movimento sudafricano Abhlali baseMjondolo, “coloro che vivono nelle baracche”, presente in diverse città e noto per le sue capacità di autogestione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La tormenta e le nostre alternative proviene da Comune-info.
March 6, 2026
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La forza necessaria dell’informazione indipendente
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Per la prima volta, forse dagli inizi degli anni 2000, c’è oggi la possibilità di creare un network dell’informazione indipendente. La rete “No bavaglio” che raccoglie decine di testate, mediattivisti e realtà della comunicazione e migliaia di operatrici e operatori dell’informazione, ha promosso la creazione di una rete che connette le diverse e variegate esperienze di giornalismo. Martedì scorso a Roma, nella sala del Centro Ararat, una partecipata assemblea ha lanciato l’iniziativa, cruciale in un momento delicato e preoccupante per il feroce restringimento delle libertà di espressione e di informazione. Gli attacchi continui, le minacce e la delegittimazione quotidiana subita a tutti i livelli del sistema dell’informazione da giornaliste e giornalisti, le querele temerarie e la generale condizione di rischio e di precarietà a cui sono soggetti tutti coloro che lavorano dentro e fuori dalle redazioni, nei blog e nelle agenzie stampa, pretendono che si costruisca un vincolo di solidarietà e una piattaforma di tutela e di ripristino della libertà di informazione. In maniera proficua l’incontro ha fatto emergere i nodi più problematici del mestiere di giornalista, che si svolge in un’atmosfera che si è fatta sempre più irrespirabile. L’informazione, in Italia e nel mondo, da anni è a tutti gli effetti informazione di guerra. La censura è diventata sistemica e l’odio “social” diviene violenza reale contro chi intende il giornalismo con il coraggio quotidiano della verità. Per i poteri, i nemici sono coloro che praticano il pensiero critico. La crisi del settore è crisi del lavoro e della democrazia, con deliberata e accelerata erosione dei corpi intermedi della professione e ricadute pesanti sulla libertà d’espressione. In questo quadro si è rotto il rapporto tra stampa e popolazione. Certo, le trasformazioni tecnologiche hanno prodotto la generale mutazione del ruolo, del campo e della portata del lavoro giornalistico. Certo, i giornali hanno cessato di essere luoghi di lavoro collettivo e sono diventati catene di comando con agende, parole d’ordine e una manovalanza di gente sottopagata. Certo, giornalisti e giornaliste sono “pagati con la vanità”. Ma l’escalation mediatica della guerra all’informazione, il giornalismo sotto scorta e il ricatto da parte di editori il cui fine è alimentare propaganda e disinformazione, rendono necessaria la costruzione di una rete che connetta chi lotta per i diritti e chi resiste. Per ciò è necessaria un’alleanza con movimenti sociali, associazioni, sindacati e realtà di una società civile in formazione che sostenga un progetto complessivo di ripristino del senso comune del ruolo e dell’attività giornalistica, in tutti i media e per tutte le figure professionali, sempre più ghettizzate. Esistono anticorpi sociali contro il degrado del linguaggio: le associazioni, i movimenti e le chiese che continuano ad esprimersi contro guerra riarmo e genocidio. Esiste un’opinione pubblica da ascoltare e ci sono possibilità, per quanto disperse, difficili e faticose, di dare forza e consistenza alle notizie. Esistono due modelli alternativi di editoria, uno che resiste in un’esperienza più che cinquantennale, ed è l’esperienza travagliata della cooperativa editoriale; l’altra, che si va affermando, è l’editoria “dal basso”, frutto di crowfounding, che sta diventando, giustamente, istituzionale. Varrebbe dunque la pena immaginare una forma ibrida di struttura editoriale, sostenuta da una rete di associazioni, enti non-profit e strutture di volontariato, che comprenda le testate cartacee, web e radio, sostenute da un azionariato popolare. È una proposta. Il tutto per creare un fronte ampio di verità, una rete di sicurezza e di mutualismo che, a partire dal giornalismo, lo attraversi per creare un modello diverso e sostenibile di informazione. Per questo è urgente riscoprire la conflittualità della verità, accendere la luce, creare possibilità e luoghi di incontro, raccogliere esperienze, avviare tutele legali, e, se possibile, aprire la professione, immaginando interazioni con altre arti e mestieri: insegnanti, performers, operatori della cultura, studenti, ricercatori e quelle case editrici, molte, che rischiano per una produzione culturale che sfida l’editoria di catena. La posta in gioco è alta e vale giocarla. L’inizio fa ben sperare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La forza necessaria dell’informazione indipendente proviene da Comune-info.
March 4, 2026
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Ambulatorio comunitario
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- “Apriamo con il sogno di chiudere il prima possibile”. Detta così potrebbe suonare come un paradosso, ma la verità è che a Casetta rossa sono abituati a guardare al cuore delle questioni: perché il luogo da “chiudere il prima possibile” è l’ambulatorio popolare che verrà inaugurato a fine marzo dai ragazzi dello storico spazio sociale romano a Garbatella, in via Percoto 6. “Si tratta di una risposta parziale ma necessaria alle tante carenze dei servizi sanitari – spiega Luciano Ummarino, presidente di Casetta rossa e assessore alla Cultura del Municipio VIII – una nuova realtà di sanità popolare autorganizzata, autogestita e accessibile che nasce sulla scorta di esperienze come l’ambulatorio popolare di Roma est (Quarticciolo) e quello di via dei Transiti a Milano”. Il progetto prevede fin dalla prima fase l’erogazione a titolo universale e gratuito di visite specialistiche – si partirà con cardiologia e dermatologia ma l’intenzione è quella di ampliare lo spettro, a partire dalle cure dentali – oltre alle attività di prevenzione e di orientamento: “Per noi è di fondamentale importanza fornire servizi di accompagnamento per i più fragili – dice Alfredo Cicchinelli, referente del progetto – come ad esempio i migranti che non hanno diritto alle coperture del SSN o gli anziani che rinunciano alle prestazioni perché non sono in grado di utilizzare gli strumenti tecnologici”. I lavori per l’adeguamento della struttura, che sorgerà in quella che era la sede del vecchio cinema Avana e che adesso ospita le attività dell’associazione che ne ha conservato il nome, sono a buon punto ma per stringere i tempi i ragazzi di Casetta hanno pensato a una call for action per il fine settimana del 6/8 marzo, quando si tratterà essenzialmente di completare lo sgombero dei locali e di renderli adeguati dal punto di vista igienico; i volontari non mancano ma chiunque volesse dare una mano è il benvenuto. “E, a proposito di volontari, è sorprendente l’elevato numero di medici e ausiliari che hanno dato la piena disponibilità al progetto fin dal primo momento – racconta Cicchinelli – a dimostrazione di una sensibilità crescente nei riguardi di un problema che sta assumendo proporzioni inaccettabili”. Il cuore della questione è naturalmente la devastazione del sistema sanitario, alla quale nessuna delle forze politiche può dirsi estranea. Tagli alla spesa lineari o indiretti (riduzione delle risorse) che proseguono ininterrotti dal 2010 e che nel 2024 hanno costretto un italiano su 10 (9,6%, pari a 5,8 milioni di persone, fonte Istat) a rinunciare alle cure. Liste di attesa spesso inaffrontabili, punti di pronto soccorso prossimi al collasso – dal primo gennaio un Ps su quattro opera ufficialmente sotto organico – e carenza ormai cronica di personale hanno nei fatti messo in discussione quel principio universalistico che era cardine e vanto del nostro SSN. Le realtà sociali cercano di costruire esperienze alternative, peraltro in condizioni complicatissime: sarebbe interessante ascoltare cosa avrebbero da dire a riguardo i demonizzatori degli spazi sociali, gli apologeti della repressione e i teorici dello sgombero. Perché in fondo le iniziative come questa servono anche a rispondere a un’ondata repressiva fondata su quella che è sostanzialmente una truffa culturale e politica a tutti gli effetti. Quelli di Casetta rossa sono fatti così, gente abituata a tenere la posizione badando ai bisogni reali delle persone. La dice lunga a riguardo il progetto Casetta solidale, partito nel 2020 in piena emergenza covid e tuttora attivo, che ha visto gli attivisti di Garbatella distribuire decine di migliaia di pacchi alimentari alle famiglie in difficoltà economica. Aprire un ambulatorio popolare non significa smettere di lottare per il diritto a una sanità migliore e accessibile a tutti. Per questo sperano, ancora prima di aprirlo, che non serva più. Per questo sperano di chiuderlo presto. Nel frattempo è stata aperta una raccolta fondi dedicata e già molto partecipata – alla quale è possibile accedere qui. Chi volesse dare la propria disponibilità a qualsiasi titolo o semplicemente richiedere informazioni può scrivere a ambupopgarbatella@gmail.com. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ambulatorio comunitario proviene da Comune-info.
March 1, 2026
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Prevenire la violenza maschile
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Quali possono essere le strade per prevenire la violenza maschile contro le donne? Per un cambiamento culturale così profondo, che passa attraverso la “presa di coscienza” di ogni singolo o singolo, più che attraverso le leggi e l’aggravio delle pene per gli aggressori, sono necessari interventi che vadano alle radici del problema: un processo educativo che cominci dai primi anni di vita e la formazione degli adulti, in modo particolare di quelli che hanno un rapporto diretto con le donne vittime di violenza, ma non solo. Prima di tutto è necessario che la questione uomo-donna venga assunta in tutta la sua gravità e per il peso politico che ha, che non vuol dire, come si sente ripetere spesso, dare pieni diritti, riconoscere “dignità” alla donna -come se fosse sempre e comunque una “questione femminile” -, ma chiedersi se anche gli uomini non abbiano da guadagnare in libertà e umanità dalla messa in discussione dell’ordine esistente: ripensare la divisione del lavoro, riconoscere che il “tempo di vita” è un bene per uomini e donne, che la cura dei figli, della famiglia, non è un destino femminile e tanto meno una questione privata, ma una “responsabilità collettiva”. Se gli uomini si abituassero ad avere familiarità col corpo – del bambino, del malato, dell’anziano, e del proprio, per tutte le vicende che lo attraversano -, e le donne si rassegnassero a quel potere sostitutivo di realizzazioni mancate che è “il rendersi indispensabili all’altro” – schiave che vogliono rendere schiavi gli altri” (Virginia Woolf) – forse gli uni darebbero la morte con meno facilità e le altre riconoscerebbero più facilmente l’ambiguità di tante apparenti “prove” d’amore. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Intercettare “uomini in crisi” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Prevenire la violenza maschile proviene da Comune-info.
February 28, 2026
Comune-info
Intercettare “uomini in crisi”
TRIBUNALI, CONSULTORI FAMILIARI, ASSOCIAZIONI CHE ORGANIZZANO CORSI PRE-PARTO, MA ANCHE UNIVERSITÀ E SCUOLE SUPERIORI. A PESCARA E CATANIA STANNO PRENDENDO FORMA RETI TERRITORIALI INEDITE COLLEGATE AI CENTRI PER UOMINI AUTORI DI VIOLENZA, CON UN OBIETTIVO PRECISO: INTERCETTARE IN ANTICIPO UOMINI CHE VIVONO SITUAZIONI DI AGGRESSIVITÀ, FRAGILITÀ ECONOMICA O DIFFICOLTÀ RELAZIONALI, E OFFRIRE LORO STRUMENTI E ASCOLTO PRIMA CHE LA VIOLENZA VENGA AGITA. NON PIÙ SOLTANTO INTERVENTI A DANNO COMPIUTO, DUNQUE, MA UN LAVORO DI PREVENZIONE CHE CERCA DI COINVOLGERE ISTITUZIONI, MONDO DELL’EDUCAZIONE E REALTÀ SOCIALI. UN’ALLEANZA AMPIA PER PROVARE A SPOSTARE IL BARICENTRO: DAL DOPO AL PRIMA. SONO APPUNTI CONCRETI DI NUOVI PERCORSI DI INCONTRO E TRASFORMAZIONE DEL MASCHILE, TANTO URGENTI QUANTO NECESSARI, MESSI IN CAMPO DAL PROGETTO “PRIMA CHE SIA TARDI” DOPO ALCUNI MESI DI RICERCA unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- C’è chi sostiene che gli abusi sessuali e i femminicidi emersi dagli Epstein files segnino una linea di confine. Raramente il patriarcato e la sua relazione con il capitalismo si sono mostrati con una brutalità così esplicita e documentata. Eppure, nonostante la portata delle rivelazioni, è concreto il rischio che tutto venga diluito dal rumore per lo scandalo che coinvolge volti noti. In questo scenario, rimettere al centro il tema della violenza maschile e favorire trasformazioni profonde del maschilità, restano sforzi di cui abbiamo sempre più bisogno. L’associazione Maschile Plurale, che da anni lavora in quella direzione, insieme al “Centro per uomini autori di violenza” (Cuav) di Catania-Siracusa e a quello di Pescara da alcuni mesi ha avviato il progetto “Prima che sia tardi”, sottotitolo “Nuovi percorsi di incontro e trasformazione del maschile”. Si tratta di un inedito percorso annuale di ricerca, prevenzione, formazione sulla violenza di genere, ma anche di presa in carico di persone che non hanno ancora un coinvolgimento penale, i cosiddetti “ammoniti”. L’ammonimento del questore è infatti una misura di prevenzione della violenza nell’ambito delle relazioni familiari o affettive: il destinatario viene invitato a partecipare a percorsi sulle condotte violente. Tuttavia, secondo l’esperienza ancora poco raccontata dei Cuav, le persone che hanno avuto l’ammonimento vivono più o meno le stesse vicende e spesso anche le stesse gravità riscontrate nelle situazioni che riguardano il penale. Le attività del progetto prevedono percorsi individuali e di gruppo centrati sui modelli di maschilità, sulla consapevolezza emotiva, sulle dinamiche relazionali e sull’assunzione di responsabilità rispetto ai comportamenti violenti, affiancati dalla produzione di materiali comunicativi. Un elemento centrale è il lavoro di rete con i servizi territoriali, attraverso momenti di confronto e formazione, con l’obiettivo di rafforzare pratiche condivise di invio, accoglienza e accompagnamento. A che punto si trova “Prima che sia tardi”? Nei Cuav di Catania e a Pescara è forte una consapevolezza: percorsi di questo tipo si muovono su contesti di prevenzione e formazione ma rientrano prima di tutto nell’ambito della tutela di situazioni potenzialmente pericolose per le donne. Guai a dimenticarlo. “A Catania siamo a un ottimo punto – dice Antonello Arculeo – Abbiamo dovuto rallentare. Siamo un po’ avanti perché il lavoro con gli ammoniti lo portiamo avanti già da tempo e abbiamo quindi adattato e modificato situazioni che erano in corso. Ora abbiamo una serie di persone nuove che dovrebbero entrare nel gruppo di ammoniti interessati al percorso e abbiamo deciso di utilizzare il know-how già raccolto”. Su 160 contattati, una ventina si sono resi disponibili al percorso: alcuni hanno cominciato, altri sono in attesa, altri in valutazione, molti hanno rifiutato. Nel 2025 gli uomini che hanno usufruito del servizio “Il Primo Passo” – dedicato all’ascolto e al lavoro con uomini che hanno agito comportamenti violenti (servizio che fa parte della Rete italiana dei centri che lavorano con uomini autori di violenza, RE.LI.VE, Relazioni Libere dalla Violenze) – nei territori di Catania e Siracusa sono stati 333 (98% di nazionalità italiana), di cui 177 “ammoniti”. I numeri degli ammonimenti del territorio di Catania sono tra i più alti d’Italia. Qui, del resto, è partita l’azione diretta “I Panni sporchi si lavano in pubblico, di violenza si può e si deve parlare” che ha coinvolto numerose scuole, associazioni e istituzioni del territorio ed è stata replicata in altre città (la prossima data unica nazionale sarà il 6 giugno 2026). Pescara invece vive la fase di preparazione del protocollo con la Polizia e della formazione di alcuni agenti: l’obiettivo è creare nei prossimi mesi il primo gruppo di ammoniti interessati al percorso. Qui gli ammoniti sono complessivamente 25, quindi numeri più contenuti. In marzo i due Cuav insieme al gruppo di ricercatori e ricercatrici costituito da Maschile Plurale promuoveranno un momento di formazione che coinvolgerà diversi enti, per presentare i dati raccolti e trovare insieme punti di incontro tra la parte scientifica e quella sperimentata sul campo. Intanto è stato avviato anche il lavoro per la costruzione nei territori di due reti che possano essere in grado di rintracciare gli “uomini in crisi”. “A Pescara abbiamo fatto un lavoro capillare per intercettare uomini che potrebbero avere problemi di aggressività, rabbia, delusione, difficoltà economiche o relazionali, in modo da chiedere aiuto prima che la violenza venga agita – racconta Luca Battaglia – Abbiamo raccolto informazioni e stiamo per creare sei o sette gruppi conoscitivi ed esplorativi con stakeholder diversi”. Queste reti mettono insieme realtà molto differenti come il Gruppo Antiviolenza in Tribunale (legato a Polizia di Stato e Carabinieri), i consultori, ma anche alcune associazioni che propongono percorsi pre-parto, dove gli uomini accompagnano le donne ma non hanno spazi dedicati. “Siamo stati accolti molto bene. Stiamo entrando in relazione anche con i corsi prematrimoniali per proporre incontri rivolti agli uomini – aggiunge Battaglia – Ma abbiamo lavorato anche con professori universitari maschi per intercettare studenti e colleghi, e con scuole superiori e università”. È evidente che la sperimentazione di queste reti, dove ad esempio sarà possibile trovare materiali informativi (frutto del confronto promosso dai due Cuav attraverso focus group) su processi da intraprendere per cambiare, è una delle parti più interessanti del progetto e, una volta verificati punti di forza e nodi critici, potrebbe ispirare azioni analoghe in molti altri territori. Nell’accurato rapporto 2025 sule Attività dell’Associazione Centro Famiglie, responsabile del Cuav di Catania-Siracusa, nel contrasto alla violenza intrafamiliare, tra l’altro, si legge: “I dati relativi agli ammonimenti del 2025 confermano la centralità del Cuav come snodo territoriale tra sistema di prevenzione, servizi e percorsi di presa in carico che uniscono attività individuali e di gruppo, e sottolineano l’importanza di rafforzare azioni di aggancio, orientamento e accompagnamento verso percorsi di responsabilizzazione e cambiamento”. Progetti come “Prima che sia tardi” diventano importanti per il legame con i territori ma anche perché pensati come parte di un cambiamento politico e culturale più ampio. In un articolo dedicato al bisogno di costruire pratiche politiche meno colonizzate dall’immaginario patriarcale (Per un’altra radicalità), scrive Stefano Ciccone tra i promotori della rete Maschile plurale: «Chi costruisce iniziative di contrasto ai femminicidi e alla violenza maschile contro le donne non lo fa perché “considera più grave la violenza in base a chi la subisce”, ma perché riconosce un fenomeno sociale specifico che è la violenza determinata da una cultura, da ruoli e modelli di genere…». -------------------------------------------------------------------------------- . . . . . . . . -------------------------------------------------------------------------------- “Prima che sia tardi” è finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto NORA against GBV* cofinanziato dall’Unione Europea. *NORA against GBV Il progetto NORA against GBV (Network of Organization for Rights and Autonomy against gender-based violence) cofinanziato dall’Unione Europea e promosso da Fondazione Realizza il Cambiamento e ActionAid International Italia E.T.S. intende contribuire alla prevenzione e al contrasto della violenza maschile contro le donne in Italia attraverso il sostegno, il potenziamento e lo sviluppo delle capacità delle organizzazioni della società civile attive a livello nazionale, regionale e locale. Il progetto coinvolge cinquanta realtà attive in tutta Italia, creando così una rete del cambiamento in grado di ascoltare e rispondere ai bisogni specifici e concreti di ogni territorio e comunità. -------------------------------------------------------------------------------- Il contenuto di questa comunicazione rappresenta l’opinione degli autori che ne sono esclusivamente responsabili. Né L’Unione europea né DG JUST possono ritenersi responsabili per le informazioni che contiene né per l’uso che ne venga fatto. Analogamente non possono ritenersi responsabili ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Intercettare “uomini in crisi” proviene da Comune-info.
February 27, 2026
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