Camminare al loro fianco
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‘Incontro internazionale “Algunas partes del todo” promosso (dicembre 2025) in
Chiapas da zapatiste e zapatisti. Foto di Red de Apoyo Iztapalapa Sexta (che
ringraziamo)
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Cronache Ribelli, realtà dell’editoria indipendente, pubblica nella collana di
filosofia “archeologia del presente”, Divenire bosco: zapatiste, femministe?,
una raccolta di cinque formidabili saggi, introdotti da un dialogo dell’autrice
Sylvia Marcos con Diego Ferraris, ricercatore e abile traduttore dell’esperienza
più innovativa di costruzione di “altri mondi” indigeni. Lo zapatismo infatti è
un “progetto nuovo e antico di filosofia politica”, oggi prezioso per destituire
le politiche di distruzione e morte dell’ultimo secolo “occidentale”.
Sylvia Marcos è psicologa clinica, promotrice del movimento antipsichiatrico
messicano, antropologa, filosofa femminista, interlocutrice diretta
dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e autrice di Mujeres,
indígenas, rebeldes, zapatistas (2011), Tomado de los labios. Género y Eros en
Mesoamérica (sylviamarcos.wordpress.com).
Ecco alcune sue parole tratte dal testo:
«Questo nostro libro cattura le parole sperando che queste facciano apparire le
cose, che le (re)inventino, affinché favoriscano la creazione di altri mondi…
Occorre decifrare quello che si nasconde in queste parole di donne indigene e
zapatiste, ciò che rende le loro parole creatrici e generatrici di una realtà
più giusta ed equa…».
«L’inserimento della teoria nella pratica pone inevitabilmente rapporti di
potere radicalmente asimmetrici, che rendono le donne indigene più vulnerabili
ai nostri discorsi. Per questo urge prestare estrema attenzione a ciò che
diciamo, a come lo diciamo e a cosa esprimiamo quando ci riferiamo ai valori
propri delle nostre lotte per i diritti delle donne…».
«Con Otroa compañeroa. La fluidità del genere, si indicano possibili orizzonti
di senso attraverso una lettura originale della figura concettuale dell’“otroa”
(che in italiano possiamo tradurre come “altro/a”), una figura incarnata nella
compagna zapatista Marijosé, promotrice di educazione dell’EZLN da più di
vent’anni e donna indigena in lotta che transita tra i generi. Il concetto
politico dell’“otroa” si mostra come cifra di una dimensione dinamica e plurale
che contiene ed esprime la molteplicità aperta dei mondi LGBTIQ+ in chiave
analogica e non identitaria…».
«Come dicono le zapatiste nella propria Lettera: “perché dobbiamo obbligare
queste persone a essere uomini o donne?”. I discorsi e le proposte femministe di
questi ultimi anni cominciano a incorporare prospettive filosofiche radicate nei
movimenti emergenti delle donne indigene; forme di resistenza che risignificano
e trasformano i modi del conoscere dominanti dal punto di vista di soggettività
“subalterne” che sentono e pensano con epistemologie che potremmo chiamare
“decoloniali”…».
«Le zapatiste ci invitano a tentare di uscire dal nostro mondo di riferimenti e,
detto con una delle metafore gloriose e pertinenti che usano spesso, ci invitano
a camminare al loro fianco. Cercare di comprendere a fondo le loro specificità
nel quadro delle pratiche femministe implica necessariamente denunciare come le
nostre stesse interpretazioni siano spesso macchiate di quell’etnocentrismo
classista che segna la teoria femminista dominante…».
«Io stessa ho intitolato uno dei libri che ho scritto: Dialogo e Differenza. In
questa pubblicazione, concettualizzavamo la “differenza” come punto di partenza
per costruire un dialogo rispettoso delle differenze stesse… Dobbiamo emigrare
dall’epistemologia che ci opprime e che sostiene la proposta per cui l’uguale
non può essere differente e il diverso non può e non deve valere ed essere
uguale. Lo zapatismo, con la propria filosofia, apre a questa possibilità…».
«Per le zapatiste e per le persone appartenenti ai mondi mesoamericani il
proprio essere non è “incapsulato”. L’altro, che sia maschio, donna, figlio,
madre, nonna, non è fuori da sé stesso. La collettività è parte di sé stessa.
L’io è vissuto come realtà attraversata dalla collettività comunitaria. Anche la
“realtà” esterna, le colline, le piante, il mais, sono parte di me stessa. Sono
“donne e uomini di mais”…».
«Voi, compagne, interpellate una molteplicità di livelli teorici con i quali
spesso tentiamo di mettere in ordine le nostre analisi femministe, in forme
anche molto significative, come lo studio delle ontologie altre, o la cosiddetta
intersezionalità, oggi tanto in voga e che sembra inondare le analisi con
intersezioni sempre più estese: classe, razza, genere, etnicità, povertà,
preferenze sessuali, etc. La proposta per uscire da questo pasticcio teorico
delle intersezioni arriva da Maria Lugones, che preferisce riferirsi e
teorizzare “la coalizione”. È un passaggio complesso dall’intersezionalità, che
si basa sulla logica dell’identità (e l’identità come concetto è una proposta
non solo essenzialista, ma statica) alla logica della fusione e della
coalizione. Lì, vi trovo, compagne, nella fusione che ci unisce tutte, le “donne
che lottano”…».
«È di cruciale importanza inventare nuovi strumenti concettuali che rendano
conto delle forme specifiche applicate dall’oppressione di genere in contesti
come quelli delle donne indigene maya, kichuas, aymaras e mapuche, per esempio.
Per di più, è necessario porsi diverse domande: cosa può apportare il sapere
prodotto da un movimento indigeno al femminismo in quanto teoria sociale
critica? In che modo il legame tra identità-fusione comunitaria e identità di
genere indica certi percorsi in un movimento indigeno? Da una prospettiva
sociale critica, ciò che emerge dallo zapatismo nelle sue pratiche politiche è
un principio secondo il quale tutte le istanze sono necessarie e sono legate le
une alle altre, si interconnettono e sono interdipendenti. Questa proposta
sembrerebbe riflettere la struttura di un rizoma, metafora adatta a poter creare
un possibile immaginario politico rinnovatore di schemi caduchi (Deleuze e
Guattari, 1980)…».
«Le donne sono centrali e prevalenti nella trasmissione orale. Sono vitali per
questa particolare forma del tramandare, rivivere e risignificare le forme
culturali. Saper ascoltare è il primo passo per forgiare una metodologia attenta
a queste caratteristiche, e costruita su di esse…».
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