
Successi e strategie antimilitariste a scuola: alcuni esempi di nonviolenza attiva
Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università - Saturday, December 6, 2025Qualcuno ricorderà il “professore sandwich” che l’anno scorso girò nei corridoi di un liceo del litorale romano con un cartellone riportante la scritta “Non farti fregare! anche dietro una scrivania sarai sempre un militare. Fuori i militari dalla scuola!“.
In quell’anno scolastico, infatti, l’istituto avrebbe ospitato i militari della Scuola di artiglieria di Bracciano per fare, secondo la mente fantasiosa dei responsabili del progetto, “orientamento al lavoro”: come se il lavoro in una forza armata fosse un’attività come un’altra soprattutto di questi tempi, in cui venti di guerra soffiano impetuosi un po’ in tutte le direzioni (clicca qui per la lezione di Charlie Barnao, Il soldato non è un mestiere come un altro).
Vuoi gli effetti dissacranti di quest’azione nonviolenta – ma a forte impatto anche visivo-simbolico – vuoi il dialogo diretto con gli studenti e le studentesse, con i/le quali il tema della militarizzazione è stato al centro dei temi fondamentali della pedagogia, per mesi e mesi (e spesso si ponevano esempi ispirati a queste presenze in veste di “formatori armati”) l’evento, alla fine, non ebbe luogo.
Passa un anno da quel fatto, cambia il dirigente, ma non cambia l’approccio culturale militarizzante. Un docente ci avverte della presenza insolita di una pantera della Polizia davanti scuola e di poliziotti, in divisa, intenti a parlare molto probabilmente, come da copione, di bullismo e/o cyberbullismo. Il docente decide di porre delle domande direttamente ad uno dei docenti coinvolti dall’iniziativa e attraversando tutta l’aula gli si avvicina per chiedergli il motivo di quella scelta “poliziesca”: ciò provoca una reazione violenta dell’ideatore di quell’incontro, descritta nei dettagli in un nostro precedente articolo peraltro in totale contraddizione proprio con l’oggetto dell’intervento dei poliziotti, ovvero il bullismo.
Come avevamo avuto modo di sottolineare, quel gesto, come del resto anche l’iniziativa dell’anno precedente, può configurarsi ed essere progettato per provocare una dissonanza cognitiva nei/lle ragazz3, ovvero un “disagio” psicologico (a fin di bene) che si prova quando si è di fronte a due o più cognizioni (idee, credenze, valori, conoscenze) in conflitto tra loro.
Nel primo esempio il ruolo, a volte stereotipato, del docente, prevederebbe determinate posture che invece sono platealmente disattese: si attira in questo modo l’attenzione, si invita a riflettere, si vede il proprio docente come colui che a volte dice “no”, si espone anche ad un rischio e in qualche modo instilla il seme del dissenso o della disobbedienza civile, dimostrando che questa è (e deve essere) sempre possibile, anche in situazioni apparentemente non predisposte.
Nel secondo caso la presenza dei poliziotti di cui uno in piedi e in divisa, oltretutto armato e quella dei due colleghi anch’essi in piedi dislocati agli angoli opposti dell’aula, non prevedeva la presenza di un terzo incomodo anch’esso docente, ma che dissacrava quel momento ieratico; ma forse la dissonanza cognitiva più forte l’ha provocata proprio il “proprietario” del progetto anti-bullismo, con il suo violento intervento urlato, “sei un imbecille! questo progetto è mio!”.
Anche il comportamento dei poliziotti, che dimenticando di stare a “casa d’altri” e invitati proprio in quanto portatori di esempi di modalità di risoluzione di violenze e conflitti, invece di calmare le intemperanze dell’insegnante, prendono le difese di colui che di fatto si era rivelato un bullo, cacciando il professore intruso.
Queste nuove informazioni che contraddicono conoscenze pregresse sono una motivazione alla riflessione critica e alla verifica delle proprie idee. Si attua in modo rapido un aggiornamento delle conoscenze integrate dalle nuove informazioni. (…) Allo stesso tempo, la memorizzazione è più efficace perché le informazioni contrastanti restano più impresse: ciò favorisce un apprendimento profondo, critico e duraturo.
Il ruolo della disobbedienza civile nelle aule e nei corridoi scolastici, il dissenso mai violento, ma sicuramente provocatorio, possono essere insomma degli strumenti quotidiani per praticare la lotta contro la militarizzazione delle menti.
Interrompere questi incantesimi giocati su elementi emotivi o ludici, ma attuati in malafede dagli attori in divisa è sempre possibile: dissacrare il bellissimo cane poliziotto che trova la “droga” o la bomba, o il bellissimo e tenerone cane di Terranova che salva il manichino in acqua, ma non il migrante che affoga a causa dell’ennesimo mancato soccorso della Guardia Costiera, dovrebbero essere delle azioni doverose che in fondo costano poco, ma possono tenere grandi risultati sul lungo periodo.
Non c’è più tanto tempo per agire, per passare all’azione perché le attività militarizzanti sono talmente diffuse sul territorio anche attraverso sotterfugi e tattiche sotterranee.
L’ultimo 4 novembre per esempio dopo le iniziative roboanti del 2024 non si è caratterizzata per poca propaganda e militaresca, ma al contrario per una tattica di immersione e di basso profilo ma purtroppo non meno pervasiva. Le iniziative forse sono state anche più numerose, ma meno pubblicizzate e anche nelle scuole la tattiche è quella di bypassare i collegi docenti così come consigli di istituto e normalizzare questi interventi.
Nel caso in questione, per esempio, il collega ha dovuto annullare l’incontro successivo ufficialmente inserito nel calendario, ma ha portato avanti lo stesso il proprio progetto, in un altro orario dribblando in questo modo eventuali azioni di boicottaggio: anche questo è pur sempre un risultato!
Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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