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Dalla Banca d’Italia l’alternativa alla Guardia di Finanza in classe
Allo stand della Banca d’Italia presso la fiera “Più libri più liberi“, la recente kermesse organizzata all’EUR dedicata alla piccola e media editoria, abbiamo scoperto con piacere uno dei tanti possibili esempi di formazione-formatori e di formazione rivolta ai giovani delle scuole, alternativo alle divise in classe. Da anni, infatti, la Guardia di Finanza si presenta presso le scuole per proporre la cosiddetta “educazione finanziaria” adottando, con più i/le piccoli/e, la forma di comunicazione del fumetto con le avventure della mascotte “Finzy” mentre con i/le più grandi si affrontano gli stessi temi, ma sempre nell’ottica poliziottesca da “guardie e ladri”. Il personaggio del grifone dei fumetti della Guardia di Finanza è stato creato per educare i bambini e le bambine soprattutto sui compiti del Corpo in modo divertente, attraverso le avventure che lo vedono combattere evasori, contraffattori e criminali con varie specializzazioni delinquenziali. Il grifone cui si ispira il personaggio è un animale mitologico che simboleggia la vigilanza e la protezione delle ricchezze in questo caso dello Stato. Ai/alle più piccolei7 vengono spiegati concetti come l’evasione fiscale, la contraffazione, il concetto di legalità: l’ottica, quindi, come più volte abbiamo sottolineato è quella della deterrenza e della repressione in un mondo popolato di ladri e criminali dove la divisa si presenta sempre come l’angelo custode della tranquillità civile. Si parte quindi sempre dai danni causati dai truffatori, da un elemento di negatività presente indubbiamente nella società, ma spesso enfatizzato ad arte sempre nell’ottica del “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” partendo dal presupposto che il prossimo, se può, è tendenzialmente portato a fare del male. D’altra parte, molto spesso, sembra quasi che non vi sia affatto l’intenzione di parlare, in modo accessibile a tutti/e di economia politica o di modelli economici, da quello capitalistico a quello socialista o a quello di grande attualità definito “socialismo di mercato” adottato dalla Cina. A farla da padrone è sempre la lotta al crimine anche col sempreverde cavallo di battaglia della lotta al traffico di droga. Proponiamo solo a titolo di esempio queste due recenti iniziative, una a La Spezia e l’altra a Villafranca di Verona.  Al contrario la Banca d’Italia, propone anche fondamentali momenti di formazione dedicati agli/alle insegnanti, peraltro sempre trascurati dalla galassia del Ministero della Difesa che li relega quasi sempre in un ruolo marginale di “accompagnatori”. Gli/le insegnanti, infatti, a loro volta, riporteranno in classe, con il loro personalissimo metodo e con dinamiche discente-insegnante ben consolidate, i concetti-chiave dell’economia più che gli esempi criminali da evitare o da combattere concepiti come focus della ipotetica lezione. Questo aspetto vale per tutti gli ambiti di cui l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si occupa, ma nell’ambito economico sarebbe fondamentale presentare il mercato e i concetti fondamentali che lo regolano a livello micro e macro-economico anche al di fuori di un modello di economia capitalistica basato sul profitto. Una volta messo in chiaro quali possono essere i modelli di riferimento per l’economia politica di una società, si possono poi affrontare tutti gli altri temi, ma sempre con un’ottica che abbracci diverse modalità di gestione delle ricchezze e delle proprietà di ognuno e sicuramente lontani dalla dicotomia legale-illegale come se la legge fosse immutabile e piovuta da una dimensione divina imperscrutabile.  Nel manuale per il docente che la Banca d’Italia propone vengono proposti diversi temi dai concetti-chiave dell’economia, ai principi-cardine del risparmio spiegati in modo diverso a seconda delle fasce di età (QUI POTETE TROVARE LE RISORSE DIDATTICHE DA USARE IN CLASSE). Si passa dall’economia politica alle politiche economiche fino ai fondamenti dell’attuale modello economico in cui siamo immersi dandogli così un senso e sviluppando la consapevolezza nei discenti. Gli studenti e le studentesse, a loro volta, hanno un loro libro di testo molto approfondito, ma allo stesso tempo particolarmente divulgativo e accattivante affrontando temi di grande complessità in maniera mai pesante o, per ciò che sta a cuore a noi mai in modo terroristico o manicheo. Il mondo esterno certamente non va dipinto come “rose e fiori”, ma da qui a presentarlo da sempre popolato da evasori fiscali, da violentatori o pedofili, truffatori e rapinatori, contraffattori non ci sembra l’approccio pedagogico funzionale alla crescita di individui consapevoli dei propri diritti e doveri e della complessità del mondo che li circonda: non ci sono e mai ci saranno solo il bianco o il nero, il buono o il cattivo, ma tante sfumature tutte altrettanto degne di approfondimenti e di spiegazioni. Per concludere, vorremmo porre questa domanda che può instillare quantomeno un dubbio rispetto alla buona o cattiva fede delle iniziative sedicenti formative del Ministero della Difesa in tutte le sue declinazioni: come mai in queste iniziative le forze armate e le forze dell’ordine non propongono mai momenti di formazione destinati ai docenti? Forse la presenza scenica in classe di una divisa corredata di pistola ha più valore del processo formativo cui si dovrebbe tendere?  Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Tra crisi sociale e Stato di Polizia: riflessioni sul capitale sociale
Mentre come ad ogni Natale e anno nuovo la Polizia di Stato ed altre forze armate o dell’ordine cercano di superarsi in folcloristiche partecipazioni in veste di angeli protettori, accudenti ed affettuosi, soprattutto verso i bambini e le bambine, preferibilmente se colpiti da tumore, quest’anno, proprio sotto le festività, abbiamo anche dovuto assistere ad imbarazzanti pubblicità di Leonardo SpA, in prima serata su LA7 e anche sulla TV di Stato. Tra un panettone e l’altro, un “prodotto” come Leonardo SpA, ovvero l’antitesi di un bene di largo consumo, ci viene proposto, in perfetto stile war-washing, puntando tutto sul meno compromettente “mondo digitale”. Possiamo dire, a buon diritto che l’ufficio comunicazione e immagine di questo produttore di morte, è leader anche in assenza totale di vergogna, se mai ne avesse avuto una. Ma, tornando alle strategie di comunicazione-propaganda della Polizia di Stato che quest’anno ha coinvolto addirittura il reparto di élite dei NOCS (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza) che si sono calati con delle funi, vestiti da Babbo Natale, dall’alto del Policlinico Umberto I di Roma per introdursi in un reparto di oncologia pediatrica passando dalla finestra, dobbiamo fare riferimento al concetto sociologico di “capitale sociale“. In particolare, dobbiamo guardare alla sua “crisi”, per spiegare anche l’affollarsi, sempre sotto le feste, anche di notizie di poliziotti o carabinieri che salvano o ritrovano vite o evitano suicidi. Viene definito come “capitale sociale” in sociologia e metodologia della ricerca sociale quel reticolo relazionale cui ognuno di noi può fare ricorso in caso di una qualsiasi necessità o anche semplicemente per sentirsi ed essere effettivamente/pienamente incluso socialmente. Una delle tendenze, in stile legalitario, della cultura militarizzante odierna, è quella che vede il mondo delle forze dell’ordine e militari, intromettersi in questo reticolo proponendosi come garante delle relazioni stesse: c’è una lite furibonda all’ interno di in una coppia? Si chiama il 112. C’è un ragazzino che da qualche giorno non si vede più? Alcune persone che lo vedono stazionare davanti a un negozio con dei disegni in mano, invece di chiedere direttamente al bimbo dove sta di casa o che fine hanno fatto i genitori, si affidano ancora una volta al 112. C’è un’anziana signora che sta per lanciarsi da un parapetto? perché è presa dallo sconforto di essere sola in un mondo intento ad addentare fette di panettone e scartare regali in famiglia? Anche qui il rimedio considerato evidentemente il più sicuro è il 112! Un’anziana signora, colpita da un vuoto di memoria si perde durante una passeggiata all’interno del mercato rionale di Testaccio a Roma? Anche qui si chiamano i militi e la signora ritorna sana e salva nella propria casa di riposo riuscendo fortunatamente a festeggiare il suo 87° compleanno circondata dall’affetto dei familiari che in quel caso erano ben presenti all’evento! In tutti  questi recenti casi, che rappresentano solo alcune tra le innumerevoli situazioni e che confermano quell’investimento di fiducia che viene rivolto a forze armate e forze dell’ordine segnalato da tutte le più recenti da indagini sociali, (ISTAT 2025 e 37° Rapporto Eurispes) l’intervento potrebbe essere risolto forse più efficacemente da un amico, un parente o da personale esperto. In una società che però ha puntato negli ultimi decenni sulla competizione e sull’individualismo, soprattutto nei centri urbani dove controllo sociale e appunto “capitale sociale” si sono notevolmente affievoliti, il 112 sembra l’ultimo baluardo per un controllo che di fatto è tutt’altro che “sociale”, ma nasconde invece un vero e proprio controllo poliziesco travestito da buon samaritano. A parte il tema della solitudine e delle carenze, appunto, di capitale sociale, sembra farsi strada una sorta di auto-censura qualunquista che spinge a non intervenire per non mettersi nei guai, per non compromettersi in prima persona e assumersi eventualmente una qualche responsabilità anche come educatori/trici e insegnanti. È capitato, ad esempio, che in presenza di una giovanissima studentessa di liceo con evidenti problemi psichici che durante una sua crisi, invece di essere contenuta amorevolmente dall’insegnante di sostegno coadiuvata eventualmente dai suoi colleghi, venisse chiamato, appunto, il 112 tramutando il caso in un problema di ordine pubblico; in un’altra situazione, un sospettato di spaccio di cannabis all’interno di una scuola in provincia di Roma, viene affidato a due carabinieri che in divisa fanno irruzione con la macchina di servizio proprio nell’orario di punta, alla fine delle lezioni, sfilando davanti a centinaia di studenti. Si può dire che parallelamente alla “medicalizzazione del comportamento non conforme” e quindi all’esplosione di forme di standardizzazione nel rapporto umano tra docenti e giovani a volte in stato di disagio e sofferenza(dai BES, ai DSA ecc.) si è fatto strada una sorta di visione legalitaria del rapporto stesso che pervade la società nel suo complesso e quindi anche il microcosmo della scuola. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Intervista ai refusenik Ella e Iddo a Radio Onda d’Urto
Mentre si riaccende la polemica intorno ai presidi pavidi, più realisti del re, come nel caso del professionale di Bologna “Aldovrandi-Rubbiani” che ha annullato un incontro programmato con Ella e Iddo, giovanissimi attivisti israeliani obiettori di coscienza, Radio Onda d’Urto li intervista. Iddo Elam ed Ella Keidar Greenberg ci raccontano di alcuni aspetti della militarizzazione che possiamo riscontrare anche nelle nostre scuole, sebbene in forma meno appariscente, ma non per questo meno strutturata e organizzata. Ci parlano dei cosiddetti “soldati insegnanti” cioè dei militari dedicati principalmente all’orientamento dei giovani nelle scuole per prepararli al momento fatidico della leva obbligatoria. Questi divulgatori di morte si recano principalmente nelle zone più povere di Israele cercando di rispondere, tranquillizzando, alle domande che vengono poste loro dai ragazzi: “Questi dubbi vengono accolti dai militari nell’ottica normalizzante di un servizio di leva militare che non viene messo in discussione – afferma Iddo – cioè l’approccio verso i ragazzi non è se farai il militare ma semplicemente quando farai il militare!“. La presenza dei militari all’interno delle scuole israeliane è insomma pratica comune in Israele, ma possiamo trovare delle analogie con quanto avviene in Italia per esempio nel caso dei bambini e bambine di scuola primaria accompagnati in una Stazione dei Carabinieri per far conoscere loro la vita di caserma, oppure quando sempre, bambini e bambine di primaria indossano il casco e maneggiano lo scudo simulando attività di ordine pubblico: riscontriamo la stessa finalità normalizzante che avviene da quasi ottant’anni In Israele e che in Europa comincia analogamente a farsi strada. La possiamo chiamare “israelizzazione” della società, un processo che apre la strada alla giustificazione delle assurde spese in armi, accompagnandosi con la creazione a tavolino di sempre nuovi e indispensabili nemici sia esterni come ad esempio Russia o Cina oppure interni fino al paradosso di un tasso di criminalità inversamente proporzionale alla percezione del rischio e della quantità di reati realmente commessi. Qui l’intervista su Radio Onda d’Urto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Militarizzazione universitaria: Filosofia per militari da Bologna a Modena
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è già intervenuto sul diniego dell’Università di Bologna a istituire un corso di laurea specifico per i cadetti dell’Accademia. Ma davanti alle fondate osservazione dell’Ateneo bolognese, i militari non hanno saputo muovere obiezioni di sorta, si sono semplicemente spostati di pochi chilometri trovando accoglienza in altro Ateneo della Regione Emilia Romagna (clicca qui per la notizia). Non è in gioco la libertà del cadetto militare di iscriversi alle facoltà universitaria. Se questo fosse stato il problema, ci saremmo attivati per garantirne l’accesso all’Università come ogni altro studente. Il discorso è ben diverso da come è stato presentato da alcuni media interessati solo alla canea mediatica, a presentare i vertici militari vittime, a prescindere, di pericolosi e irrazionali veti di parte burocratica su pressione sindacale e studentesca. Costruire un percorso universitario ad hoc per gli ufficiali, quando mancano risorse per le attività normali universitarie, quando si chiude la porta a migliaia di ricercatori impedendone la stabilizzazione dopo anni di ricerca e pubblicazioni, questo lo trovate equo ed etico? E se il corso ad hoc per i soli cadetti viene respinto nell’Università di Bologna trasloca in altra città, presso Scienze strategiche del dipartimento di Giurisprudenza, per farlo hanno perfino modificato l’ordinamento didattico del corso per l’anno accademico 2026-2027. La domanda alla quale rispondere non è se sia corretta o scorretta questa procedura, ma se le pressioni dei settori militari, del Ministero possano avere la meglio e imporre certe volontà: due pesi e due misure inaccettabili che confermano la preferenza da accordare all’economia di guerra e a ogni richiesta delle forze armate. E dalla stampa locale apprendiamo che tra le materia ci sono anche le tecnologie duali, quelle per capirci utilizzabili in ambito civile e militari e sulle quali puntano le multinazionali del complesso industrial-militare. Non ci capacitiamo come si possa parlare, da parte del Ministero, del ripristino del sapere critico nell’università a seguito della decisione dell’ateneo di Modena che leggiamo come una sorta di capitolazione della libertà della ricerca e delle autorità universitarie ai voleri della guerra, della militarizzazione con tanto di interventi atti a modificare l’ordinamento didattico per accordare un corso di laurea ad hoc. Una decisione per noi inaccettabile specie se pensiamo alle migliaia di studenti e studentesse che nell’università chiedono maggiore frequenza delle sessioni di esame e delle lezioni e vengono sovente ignorati dalle autorità accademiche. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Roma, riflessioni sulla proiezione di Innocence con Luigi Ferrajoli, Renata Puleo e altr3
«Anche dopo almeno quattro visioni del docufilm Innocence, si scoprono sempre nuovi particolari» – così ha commentato Roberta Leoni, presidente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, al cinema Troisi di Roma in occasione della prima assoluta per la Capitale in una sala cinematografica dell’opera del regista israeliano Guy Davidi. «In particolare, – afferma Roberta Leoni – si apprezza sempre di più questo legame forte con la natura dei ragazzi morti suicidi sotto il peso delle assurdità ed atrocità del servizio militare». Il contatto con la natura e il riferimento ad essa è in effetti un filo rosso che attraversa tutto il docufilm, sia attraverso i disegni dei ragazzi e delle ragazze di quando erano piccoli sia nei pensieri raccolti nei loro diari lasciati in eredità dopo una vita troppo breve. «L’unica soluzione possibile perché queste disumanità cessino, in Israele e altrove – ha commentato Luigi Ferrajoli a margine della presentazione del suo progetto di Costituzione della Terra – è la messa al bando, senza se e senza ma, di tutti i sistemi d’arma, considerando che basterebbe anche solo una piccola quantità di quelle nucleari, per distruggere diverse volte l’umanità. La fabbricazione di armi dovrebbe diventare una fattispecie di reato penale così come la vendita e il commercio di queste». La militarizzazione completa della società non può avvenire senza un progetto di colonizzazione del sistema educativo per attuare il quale è stato portato avanti da almeno 25 anni un progetto di standardizzazione di un pezzo fondamentale del rapporto studente-insegnante come il processo valutativo. Renata Puleo, già dirigente scolastica e insegnante di scuola primaria, dopo anni di studi sui sistemi di valutazione Invalsi, ha invitato a riflettere sulle inquietanti analogie tra questi modelli standardizzati e le esigenze del mondo militare: «In realtà l’infanzia o l’età dell’innocenza – ha tenuto a precisare Renata Puleo – sono categorie formulate, peraltro da pochi decenni, dal mondo degli adulti. Ciò che classifichiamo come innocenza, spesso è solamente una visione perfettamente aderente alla realtà ma senza filtri, che il più delle volte mette in luce delle contraddizioni cui spesso non riusciamo a dare risposta». Prontezza, efficacia, resilienza sono altrettanti termini e parole chiave che rientrano nel modello che va per la maggiore nella cosiddetta pedagogia dell’emergenza nata in campo civile per affrontare la continuità educativa in un quadro di disastro ambientale, come può esserlo un terremoto, ma che oggi si ritaglia perfettamente al clima di attesa di un eventuale conflitto contro altrettanto aleatori nemici. «Il concetto di resilienza, così tanto in voga oggi – ha spiegato Paola Greganti, pedagogista dell’età evolutiva presso l’Università RomaTre – rappresenta un modello per l’accettazione e una strategia di ritorno ad uno status quo originario, il punto di partenza senza quindi un passo evolutivo in avanti, un progresso, un cambiamento e quindi una qualsiasi possibilità di miglioramento». Nel quadro di una militarizzazione della scuola e della società finalizzata al conformismo all’addestramento e all’obbedienza rientra anche la creazione di un nemico interno: la testimonianza di Alina, attivista di Ultima Generazione, ha acceso i riflettori su un’altra disparità di forza in gioco che si esplica attraverso una repressione senza pari. Sono state elencate le centinaia di procedure giudiziarie in corso e quelle passate negli ultimi due anni. Molte di queste sono state archiviate per la “tenuità del fatto” proprio in relazione alla finalità sociale cui sono improntate tutte le azioni di Ultima Generazione: «Tutte le azioni dimostrative fatte per l’urgenza di voler comunicare un collasso climatico che è drammatico ed è già in corso – ha raccontato a Alina – non hanno mai causato danni agli oggetti simbolo presi di mira. Quello che fa più male è vedere questa sproporzione nella repressione che nel mio caso si è tradotta addirittura in una velata minaccia contro di me anche in quanto mamma, essendo stata addirittura segnalata ai servizi sociali». Qui alcuni scatti della giornata. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Successi e strategie antimilitariste a scuola: alcuni esempi di nonviolenza attiva
Qualcuno ricorderà il “professore sandwich” che l’anno scorso girò nei corridoi di un liceo del litorale romano con un cartellone riportante la scritta “Non farti fregare! anche dietro una scrivania sarai sempre un militare. Fuori i militari dalla scuola!“. In quell’anno scolastico, infatti, l’istituto avrebbe ospitato i militari della Scuola di artiglieria di Bracciano per fare, secondo la mente fantasiosa dei responsabili del progetto, “orientamento al lavoro”: come se il lavoro in una forza armata fosse un’attività come un’altra soprattutto di questi tempi, in cui venti di guerra soffiano impetuosi un po’ in tutte le direzioni (clicca qui per la lezione di Charlie Barnao, Il soldato non è un mestiere come un altro). Vuoi gli effetti dissacranti di quest’azione nonviolenta – ma a forte impatto anche visivo-simbolico – vuoi il dialogo diretto con gli studenti e le studentesse, con i/le quali il tema della militarizzazione è stato al centro dei temi fondamentali della pedagogia, per mesi e mesi (e spesso si ponevano esempi ispirati a queste presenze in veste di “formatori armati”) l’evento, alla fine, non ebbe luogo. Passa un anno da quel fatto, cambia il dirigente, ma non cambia l’approccio culturale militarizzante. Un docente ci avverte della presenza insolita di una pantera della Polizia davanti scuola e di poliziotti, in divisa, intenti a parlare molto probabilmente, come da copione, di bullismo e/o cyberbullismo. Il docente decide di porre delle domande direttamente ad uno dei docenti coinvolti dall’iniziativa e attraversando tutta l’aula gli si avvicina per chiedergli il motivo di quella scelta “poliziesca”: ciò provoca una reazione violenta dell’ideatore di quell’incontro, descritta nei dettagli in un nostro precedente articolo peraltro in totale contraddizione proprio con l’oggetto dell’intervento dei poliziotti, ovvero il bullismo. Come avevamo avuto modo di sottolineare, quel gesto, come del resto anche l’iniziativa dell’anno precedente, può configurarsi ed essere progettato per provocare una dissonanza cognitiva nei/lle ragazz3, ovvero un “disagio” psicologico (a fin di bene) che si prova quando si è di fronte a due o più cognizioni (idee, credenze, valori, conoscenze) in conflitto tra loro. Nel primo esempio il ruolo, a volte stereotipato, del docente, prevederebbe determinate posture che invece sono platealmente disattese: si attira in questo modo l’attenzione, si invita a riflettere, si vede il proprio docente come colui che a volte dice “no”, si espone anche ad un rischio e in qualche modo instilla il seme del dissenso o della disobbedienza civile, dimostrando che questa è (e deve essere) sempre possibile, anche in situazioni apparentemente non predisposte. Nel secondo caso la presenza dei poliziotti di cui uno in piedi e in divisa, oltretutto armato e quella dei due colleghi anch’essi in piedi dislocati agli angoli opposti dell’aula, non prevedeva la presenza di un terzo incomodo anch’esso docente, ma che dissacrava quel momento ieratico; ma forse la dissonanza cognitiva più forte l’ha provocata proprio il “proprietario” del progetto anti-bullismo, con il suo violento intervento urlato, “sei un imbecille! questo progetto è mio!”.  Anche il comportamento dei poliziotti, che dimenticando di stare a “casa d’altri” e invitati proprio in quanto portatori di esempi di modalità di risoluzione di violenze e conflitti, invece di calmare le intemperanze dell’insegnante, prendono le difese di colui che di fatto si era rivelato un bullo, cacciando il professore intruso. Queste nuove informazioni che contraddicono conoscenze pregresse sono una motivazione alla riflessione critica e alla verifica delle proprie idee. Si attua in modo rapido un aggiornamento delle conoscenze integrate dalle nuove informazioni. (…) Allo stesso tempo, la memorizzazione è più efficace perché le informazioni contrastanti restano più impresse: ciò favorisce un apprendimento profondo, critico e duraturo. Il ruolo della disobbedienza civile nelle aule e nei corridoi scolastici, il dissenso mai violento, ma sicuramente provocatorio, possono essere insomma degli strumenti quotidiani per praticare la lotta contro la militarizzazione delle menti. Interrompere questi incantesimi giocati su elementi emotivi o ludici, ma attuati in malafede dagli attori in divisa è sempre possibile: dissacrare il bellissimo cane poliziotto che trova la “droga” o la bomba, o il bellissimo e tenerone cane di Terranova che salva il manichino in acqua, ma non il migrante che affoga a causa dell’ennesimo mancato soccorso della Guardia Costiera, dovrebbero essere delle azioni doverose che in fondo costano poco, ma possono tenere grandi risultati sul lungo periodo. Non c’è più tanto tempo per agire, per passare all’azione perché le attività militarizzanti sono talmente diffuse sul territorio anche attraverso sotterfugi e tattiche sotterranee. L’ultimo 4 novembre per esempio dopo le iniziative roboanti del 2024 non si è caratterizzata per poca propaganda e militaresca, ma al contrario per una tattica di immersione e di basso profilo ma purtroppo non meno pervasiva. Le iniziative forse sono state anche più numerose, ma meno pubblicizzate e anche nelle scuole la tattiche è quella di bypassare i collegi docenti così come consigli di istituto e normalizzare questi interventi. Nel caso in questione, per esempio, il collega ha dovuto annullare l’incontro successivo ufficialmente inserito nel calendario, ma ha portato avanti lo stesso il proprio progetto, in un altro orario dribblando in questo modo eventuali azioni di boicottaggio: anche questo è pur sempre un risultato! Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Accordo Ministero dell’Istruzione e del Merito con l’Associazione Nazionale Alpini
(…) hanno siglato un Protocollo d’Intesa, che consente di promuovere nelle scuole i valori dell’etica della partecipazione civile, della solidarietà e del volontariato. Il passaggio del Protocollo che abbiamo citato, nel quale abbiamo volutamente lasciato in bianco i due soggetti ad inizio frase, potrebbe essere riferito ad una delle quasi 5000 organizzazioni di volontariato italiane per oltre 800mila volontari (https://volontariato.protezionecivile.gov.it/it/elenco-nazionale/elenco-centrale/) che fanno riferimento alla Protezione Civile, ma purtroppo non è così. I soggetti in questione, infatti, rappresentano l’una la più grossa e antica organizzazione di militari in congedo come l’A.N.A. (Associazione Nazionale Alpini), l’altra il MIM (ormai ribattezzato Ministero dell’Istruzione Militare). Dopo decenni di enfatizzazione della competizione, spesso edulcorata soprattutto a scuola attraverso l’aggettivo “sana”, e dell’individualismo sfrenato, di pari passo con la privatizzazione della scuola, ciò che più sconcerta è l’utilizzo, da parte del ministro con la spilla simbolo della Lega Nord sempre al bavero, del termine “noi” contrapposto a quello dell'”io”. Inserito in questo contesto, dove i termini patria e patriottismo abbondano, il “noi” sembra ricordarci il famigerato motto fascista “a noi!” più che un’idea di compartecipazione o di solidarietà. Per Valditara evidentemente “gli Alpini esprimono – si legge sul sito del MIM – valori importanti: solidarietà e altruismo, civismo, coraggio, senso del dovere e spirito di sacrificio, lealtà, attaccamento al territorio e alle radici della comunità, ideali patriottici“. “Il Protocollo – si legge più avanti (clicca qui) – prevede il rilascio di un attestato di frequenza alle studentesse e agli studenti che partecipano ai Campi Scuola organizzati dall’ANA per documentare l’esperienza nel loro curriculum e per darne rilevanza durante il colloquio dell’esame di Maturità“. Un po’ come nel sistema dei crediti, anche qui si fa leva sull’interesse utilitaristico degli studenti e delle studentesse per spronarli alla partecipazione ai Campi Scuola sponsorizzati dagli Alpini. Ma non si dovrebbe far leva solo sulla volontà di fare del bene alla Patria? Siamo sicuri che i valori della solidarietà, del volontariato e della partecipazione civile siano appannaggio solo di un corpo militare come gli Alpini? Sembra di essere piombati negli anni ’20 ma del secolo scorso, tanto che ad oltre un mese dalla fine delle celebrazioni di quella che per noi è una giornata di lutto nazionale, il 4 novembre, alcuni autobus della capitale (clicca qui) girano ancora con l’adesivo riportante un bandierone sullo sfondo di un cielo azzurro, con la scritta “Difesa la forza che unisce”: ma dobbiamo per forza unirci con le armi in mano? Da una parte si fa un grande esercizio di retorica su questo sedicente spirito unitario sotto l’egida delle forze armate, dall’altra si trama per sgretolare la solidarietà tra nord e sud e tra zone depresse e zone ricche tramite l’autonomia differenziata. Se la si guarda, però, attraverso gli occhi di un appartenente alla classe privilegiata questa non appare più una contraddizione ma un fine perfettamente coerente con i propri interessi. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente