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Lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando@0
Nella puntata di oggi di Harraga raccontiamo dello sgombero della tendopoli di San Ferdinando, avvenuto un mese fa, il 30 luglio. La prima tendopoli era stata istituita nel 2012, due anni dopo la rivolta di Rosarno; questo è il quarto sgombero nella storia di un insediamento dove negli anni hanno abitato migliaia di persone, perlopiù lavoratori braccianti impiegati in agricoltura. L’operazione “Alto Impatto” coordinata dalla questura di Reggio Calabria, ha portato alla distruzione di centinaia di tende e di case, al sequestro degli effetti personali di chi ci viveva e all’espulsione di 12 persone senza permesso di soggiorno, 4 delle quali sono state detenute in CPR. I media mainstream hanno snocciolato i numeri di perquisizioni e controlli come un successo, quasi senza menzionare che le tende ora distrutte erano state volute dallo stesso Ministero dell’Interno dopo il precedente sgombero, nel 2019, della baraccopoli che sorgeva a pochi metri di distanza. L’allora ministro dell’interno Salvini lo aveva sbandierato per farne propaganda, portato a termine con un numero spropositato di forze e di mezzi e con l’operato complice di parte delle associazioni del terzo settore e dei sindacati, soprattutto di CGIL e di USB.  Questa volta invece, a solo circa 100 abitanti della tendopoli è stato proposto un alloggio in alcune palazzine situate a Rosarno, costruite quasi un decennio fa con fondi europei destinati ai lavoratori agricoli e tenute vuote finora. Chi non aveva i documenti o la residenza sul territorio è stato forzato ad andare altrove.  Abbiamo ripercorso la storia e le vicende della tendopoli in collegamento con un compagno e una compagna della rete Campagne in Lotta; nata proprio dalle relazioni di solidarietà createsi in seguito alla rivolta di Rosarno del 2010, e che da allora ha supportato le lotte autorganizzate nelle campagne. Negli anni, sono state le mobilitazioni dei diretti e delle dirette interessate a rimettere al centro del discorso le rivendicazioni di contratti regolari, case vere e documenti per tutti, mentre la narrazione mainstream sullo sfruttamento nelle campagne continua a concentrarsi su di un discorso criminalizzante e vittimista che raramente va oltre allo spettro del caporalato.  Parlare dello sgombero della tendopoli, avvenuto a due mesi dalla strage di Amendolara, nel pieno di una nuova stagione di morti nelle campagne, e negli stessi giorni in cui iniziava la “crisi” migratoria di Ceuta, ci serve per mettere insieme i pezzi di quel puzzle che è la macchina del razzismo istituzionale e padronale, che decide delle vite delle persone immigrate e razzializzate in base alla logica del profitto economico e politico. E per riaffermare legami di solidarietà reale che vadano al di là dei proclami vuoti e delle passerelle di sindacati e organizzazioni umanitarie, che nella piana di Gioia Tauro come altrove, hanno spesso facilitato la repressione più delle lotte.  per approfondire:  San Ferdinando: dietro i proclami, la normale crudeltà. Razzismo, ghetti e business alimentati da ogni parte.
August 29, 2026
Radio Blackout - Info
Lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando@1
Nella puntata di oggi di Harraga raccontiamo dello sgombero della tendopoli di San Ferdinando, avvenuto un mese fa, il 30 luglio. La prima tendopoli era stata istituita nel 2012, due anni dopo la rivolta di Rosarno; questo è il quarto sgombero nella storia di un insediamento dove negli anni hanno abitato migliaia di persone, perlopiù lavoratori braccianti impiegati in agricoltura. L’operazione “Alto Impatto” coordinata dalla questura di Reggio Calabria, ha portato alla distruzione di centinaia di tende e di case, al sequestro degli effetti personali di chi ci viveva e all’espulsione di 12 persone senza permesso di soggiorno, 4 delle quali sono state detenute in CPR. I media mainstream hanno snocciolato i numeri di perquisizioni e controlli come un successo, quasi senza menzionare che le tende ora distrutte erano state volute dallo stesso Ministero dell’Interno dopo il precedente sgombero, nel 2019, della baraccopoli che sorgeva a pochi metri di distanza. L’allora ministro dell’interno Salvini lo aveva sbandierato per farne propaganda, portato a termine con un numero spropositato di forze e di mezzi e con l’operato complice di parte delle associazioni del terzo settore e dei sindacati, soprattutto di CGIL e di USB.  Questa volta invece, a solo circa 100 abitanti della tendopoli è stato proposto un alloggio in alcune palazzine situate a Rosarno, costruite quasi un decennio fa con fondi europei destinati ai lavoratori agricoli e tenute vuote finora. Chi non aveva i documenti o la residenza sul territorio è stato forzato ad andare altrove.  Abbiamo ripercorso la storia e le vicende della tendopoli in collegamento con un compagno e una compagna della rete Campagne in Lotta; nata proprio dalle relazioni di solidarietà createsi in seguito alla rivolta di Rosarno del 2010, e che da allora ha supportato le lotte autorganizzate nelle campagne. Negli anni, sono state le mobilitazioni dei diretti e delle dirette interessate a rimettere al centro del discorso le rivendicazioni di contratti regolari, case vere e documenti per tutti, mentre la narrazione mainstream sullo sfruttamento nelle campagne continua a concentrarsi su di un discorso criminalizzante e vittimista che raramente va oltre allo spettro del caporalato.  Parlare dello sgombero della tendopoli, avvenuto a due mesi dalla strage di Amendolara, nel pieno di una nuova stagione di morti nelle campagne, e negli stessi giorni in cui iniziava la “crisi” migratoria di Ceuta, ci serve per mettere insieme i pezzi di quel puzzle che è la macchina del razzismo istituzionale e padronale, che decide delle vite delle persone immigrate e razzializzate in base alla logica del profitto economico e politico. E per riaffermare legami di solidarietà reale che vadano al di là dei proclami vuoti e delle passerelle di sindacati e organizzazioni umanitarie, che nella piana di Gioia Tauro come altrove, hanno spesso facilitato la repressione più delle lotte.  per approfondire:  San Ferdinando: dietro i proclami, la normale crudeltà. Razzismo, ghetti e business alimentati da ogni parte.
August 29, 2026
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Lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando@0
Nella puntata di oggi di Harraga raccontiamo dello sgombero della tendopoli di San Ferdinando, avvenuto un mese fa, il 30 luglio. La prima tendopoli era stata istituita nel 2012, due anni dopo la rivolta di Rosarno; questo è il quarto sgombero nella storia di un insediamento dove negli anni hanno abitato migliaia di persone, perlopiù lavoratori braccianti impiegati in agricoltura. L’operazione “Alto Impatto” coordinata dalla questura di Reggio Calabria, ha portato alla distruzione di centinaia di tende e di case, al sequestro degli effetti personali di chi ci viveva e all’espulsione di 12 persone senza permesso di soggiorno, 4 delle quali sono state detenute in CPR. I media mainstream hanno snocciolato i numeri di perquisizioni e controlli come un successo, quasi senza menzionare che le tende ora distrutte erano state volute dallo stesso Ministero dell’Interno dopo il precedente sgombero, nel 2019, della baraccopoli che sorgeva a pochi metri di distanza. L’allora ministro dell’interno Salvini lo aveva sbandierato per farne propaganda, portato a termine con un numero spropositato di forze e di mezzi e con l’operato complice di parte delle associazioni del terzo settore e dei sindacati, soprattutto di CGIL e di USB.  Questa volta invece, a solo circa 100 abitanti della tendopoli è stato proposto un alloggio in alcune palazzine situate a Rosarno, costruite quasi un decennio fa con fondi europei destinati ai lavoratori agricoli e tenute vuote finora. Chi non aveva i documenti o la residenza sul territorio è stato forzato ad andare altrove.  Abbiamo ripercorso la storia e le vicende della tendopoli in collegamento con un compagno e una compagna della rete Campagne in Lotta; nata proprio dalle relazioni di solidarietà createsi in seguito alla rivolta di Rosarno del 2010, e che da allora ha supportato le lotte autorganizzate nelle campagne. Negli anni, sono state le mobilitazioni dei diretti e delle dirette interessate a rimettere al centro del discorso le rivendicazioni di contratti regolari, case vere e documenti per tutti, mentre la narrazione mainstream sullo sfruttamento nelle campagne continua a concentrarsi su di un discorso criminalizzante e vittimista che raramente va oltre allo spettro del caporalato.  Parlare dello sgombero della tendopoli, avvenuto a due mesi dalla strage di Amendolara, nel pieno di una nuova stagione di morti nelle campagne, e negli stessi giorni in cui iniziava la “crisi” migratoria di Ceuta, ci serve per mettere insieme i pezzi di quel puzzle che è la macchina del razzismo istituzionale e padronale, che decide delle vite delle persone immigrate e razzializzate in base alla logica del profitto economico e politico. E per riaffermare legami di solidarietà reale che vadano al di là dei proclami vuoti e delle passerelle di sindacati e organizzazioni umanitarie, che nella piana di Gioia Tauro come altrove, hanno spesso facilitato la repressione più delle lotte.  per approfondire:  San Ferdinando: dietro i proclami, la normale crudeltà. Razzismo, ghetti e business alimentati da ogni parte.
Lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando@1
Nella puntata di oggi di Harraga raccontiamo dello sgombero della tendopoli di San Ferdinando, avvenuto un mese fa, il 30 luglio. La prima tendopoli era stata istituita nel 2012, due anni dopo la rivolta di Rosarno; questo è il quarto sgombero nella storia di un insediamento dove negli anni hanno abitato migliaia di persone, perlopiù lavoratori braccianti impiegati in agricoltura. L’operazione “Alto Impatto” coordinata dalla questura di Reggio Calabria, ha portato alla distruzione di centinaia di tende e di case, al sequestro degli effetti personali di chi ci viveva e all’espulsione di 12 persone senza permesso di soggiorno, 4 delle quali sono state detenute in CPR. I media mainstream hanno snocciolato i numeri di perquisizioni e controlli come un successo, quasi senza menzionare che le tende ora distrutte erano state volute dallo stesso Ministero dell’Interno dopo il precedente sgombero, nel 2019, della baraccopoli che sorgeva a pochi metri di distanza. L’allora ministro dell’interno Salvini lo aveva sbandierato per farne propaganda, portato a termine con un numero spropositato di forze e di mezzi e con l’operato complice di parte delle associazioni del terzo settore e dei sindacati, soprattutto di CGIL e di USB.  Questa volta invece, a solo circa 100 abitanti della tendopoli è stato proposto un alloggio in alcune palazzine situate a Rosarno, costruite quasi un decennio fa con fondi europei destinati ai lavoratori agricoli e tenute vuote finora. Chi non aveva i documenti o la residenza sul territorio è stato forzato ad andare altrove.  Abbiamo ripercorso la storia e le vicende della tendopoli in collegamento con un compagno e una compagna della rete Campagne in Lotta; nata proprio dalle relazioni di solidarietà createsi in seguito alla rivolta di Rosarno del 2010, e che da allora ha supportato le lotte autorganizzate nelle campagne. Negli anni, sono state le mobilitazioni dei diretti e delle dirette interessate a rimettere al centro del discorso le rivendicazioni di contratti regolari, case vere e documenti per tutti, mentre la narrazione mainstream sullo sfruttamento nelle campagne continua a concentrarsi su di un discorso criminalizzante e vittimista che raramente va oltre allo spettro del caporalato.  Parlare dello sgombero della tendopoli, avvenuto a due mesi dalla strage di Amendolara, nel pieno di una nuova stagione di morti nelle campagne, e negli stessi giorni in cui iniziava la “crisi” migratoria di Ceuta, ci serve per mettere insieme i pezzi di quel puzzle che è la macchina del razzismo istituzionale e padronale, che decide delle vite delle persone immigrate e razzializzate in base alla logica del profitto economico e politico. E per riaffermare legami di solidarietà reale che vadano al di là dei proclami vuoti e delle passerelle di sindacati e organizzazioni umanitarie, che nella piana di Gioia Tauro come altrove, hanno spesso facilitato la repressione più delle lotte.  per approfondire:  San Ferdinando: dietro i proclami, la normale crudeltà. Razzismo, ghetti e business alimentati da ogni parte.
Lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando
Nella puntata di oggi di Harraga raccontiamo dello sgombero della tendopoli di San Ferdinando, avvenuto un mese fa, il 30 luglio. La prima tendopoli era stata istituita nel 2012, due anni dopo la rivolta di Rosarno; questo è il quarto sgombero nella storia di un insediamento dove negli anni hanno abitato migliaia di persone, perlopiù lavoratori braccianti impiegati in agricoltura. L’operazione “Alto Impatto” coordinata dalla questura di Reggio Calabria, ha portato alla distruzione di centinaia di tende e di case, al sequestro degli effetti personali di chi ci viveva e all’espulsione di 12 persone senza permesso di soggiorno, 4 delle quali sono state detenute in CPR. I media mainstream hanno snocciolato i numeri di perquisizioni e controlli come un successo, quasi senza menzionare che le tende ora distrutte erano state volute dallo stesso Ministero dell’Interno dopo il precedente sgombero, nel 2019, della baraccopoli che sorgeva a pochi metri di distanza. L’allora ministro dell’interno Salvini lo aveva sbandierato per farne propaganda, portato a termine con un numero spropositato di forze e di mezzi e con l’operato complice di parte delle associazioni del terzo settore e dei sindacati, soprattutto di CGIL e di USB.  Questa volta invece, a solo circa 100 abitanti della tendopoli è stato proposto un alloggio in alcune palazzine situate a Rosarno, costruite quasi un decennio fa con fondi europei destinati ai lavoratori agricoli e tenute vuote finora. Chi non aveva i documenti o la residenza sul territorio è stato forzato ad andare altrove.  Abbiamo ripercorso la storia e le vicende della tendopoli in collegamento con un compagno e una compagna della rete Campagne in Lotta; nata proprio dalle relazioni di solidarietà createsi in seguito alla rivolta di Rosarno del 2010, e che da allora ha supportato le lotte autorganizzate nelle campagne. Negli anni, sono state le mobilitazioni dei diretti e delle dirette interessate a rimettere al centro del discorso le rivendicazioni di contratti regolari, case vere e documenti per tutti, mentre la narrazione mainstream sullo sfruttamento nelle campagne continua a concentrarsi su di un discorso criminalizzante e vittimista che raramente va oltre allo spettro del caporalato.  Parlare dello sgombero della tendopoli, avvenuto a due mesi dalla strage di Amendolara, nel pieno di una nuova stagione di morti nelle campagne, e negli stessi giorni in cui iniziava la “crisi” migratoria di Ceuta, ci serve per mettere insieme i pezzi di quel puzzle che è la macchina del razzismo istituzionale e padronale, che decide delle vite delle persone immigrate e razzializzate in base alla logica del profitto economico e politico. E per riaffermare legami di solidarietà reale che vadano al di là dei proclami vuoti e delle passerelle di sindacati e organizzazioni umanitarie, che nella piana di Gioia Tauro come altrove, hanno spesso facilitato la repressione più delle lotte.  per approfondire:  San Ferdinando: dietro i proclami, la normale crudeltà. Razzismo, ghetti e business alimentati da ogni parte.
August 29, 2026
Radio Blackout
Il 2 agosto e il genocidio culturale che nessuno vuole vedere
Il 2 agosto l’Europa ricorda il Porrajmos, il genocidio dei rom e dei sinti. Ricorda la notte tra il 2 e il 3 agosto 1944, quando lo Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau fu liquidato e 4.300 donne, uomini e bambini vennero assassinati nelle camere a gas nel corso di una sola notte. Il Porrajmos costò la vita a oltre mezzo milione di rom e sinti in Europa. Quest’anno quella ricorrenza cade mentre la città di Milano sta di fatto sgomberando il Villaggio delle Rose di via Chiesa Rossa 351, la comunità che ha costruito il primo monumento italiano dedicato al Porrajmos. La coincidenza impone una domanda che la politica continua a evitare: che cosa significa, oggi, garantire a un popolo, a una minoranza, il diritto di continuare a esistere come popolo? Gli abitanti del Villaggio delle Rose sono discendenti di rom croati deportati dai fascisti durante la Seconda Guerra Mondiale e internati nei campi della Sardegna. Tra i loro familiari ci furono partigiani, come Tzigari della Brigata Osoppo, padre, nonno e bisnonno di alcuni degli abitanti del villaggio. Altri finirono nei lager nazisti, tra cui Dachau. Dopo la guerra attraversarono l’Italia inseguendo ciò che per chiunque altro rappresenta un diritto elementare: un luogo da chiamare casa. Arrivarono a Milano negli anni Sessanta, lavorarono alla costruzione della Montagnetta di San Siro e vennero spostati da un quartiere all’altro per decenni. Nel 2000 il Comune di Milano assegnò loro un’area con un regolamento a tempo indeterminato. Ogni famiglia costruì la propria casa. Non baracche abusive, ma abitazioni prefabbricate autorizzate, acquistate con il lavoro e con i risparmi di una vita. In questi ventisei anni, pur tra difficoltà e contraddizioni, quella comunità ha costruito qualcosa che qualsiasi amministrazione dovrebbe considerare un patrimonio della città. Ha costruito memoria pubblica, partecipazione politica, relazioni con il quartiere. Ha aperto il villaggio alle scuole, all’ANPI, alle associazioni, agli artisti che vi hanno realizzato opere, documentari e installazioni. Ha ospitato dibattiti pubblici e politici, incontri con parlamentari, candidati sindaci e rappresentanti delle istituzioni. Ha partecipato alle elezioni. Ha scelto di essere parte della città senza rinunciare a essere rom. Ed è probabilmente proprio questo il punto. Nel dicembre 2024 la giunta comunale di centrosinistra ha deliberato la chiusura del villaggio. Gli abitanti, pur disperati davanti all’unica prospettiva loro offerta – gli alloggi SAT per l’emergenza abitativa e poi l’accesso alle graduatorie delle case popolari, un percorso che loro non hanno mai desiderato – hanno reagito in modo propositivo. Hanno presentato il progetto di una cooperativa di abitanti a proprietà indivisa, sulla base di un progetto elaborato dall’architetto Giovanni La Varra. Il villaggio sarebbe diventato un piccolo quartiere cooperativo. Le case sarebbero rimaste patrimonio della comunità. Milano avrebbe sperimentato una forma innovativa di abitare, senza nuovo consumo di suolo, senza gravare sull’edilizia pubblica e senza sottrarre alloggi alle migliaia di persone che attendono una casa popolare. Per oltre un anno quel progetto è stato definito interessante dagli assessori milanesi, senza però costruire il percorso necessario per realizzarlo. Poi è arrivata la scoperta dell’inquinamento del sottosuolo del villaggio che, con ogni probabilità, deriva proprio dai riporti di macerie utilizzati quando il Comune realizzò l’area. Da quel momento, invece di cercare il modo di rendere comunque possibile quel progetto, pianificando una bonifica adeguata e non frettolosa, quella circostanza è stata utilizzata per cancellarlo. L’unica decisione politica rimasta ferma è stata la chiusura del campo, cioè lo sgombero. Settanta famiglie vengono indirizzate verso gli alloggi SAT, già drammaticamente insufficienti per affrontare l’emergenza abitativa milanese. I bambini vedono scomparire il mondo nel quale sono cresciuti. Gli anziani perdono il luogo che consideravano finalmente definitivo dopo una vita di espulsioni. I legami della vita comunitaria vengono spezzati. Vale allora la pena fermarsi sulla parola con cui questa operazione viene raccontata: inclusione. La cultura politica progressista parla continuamente di diritti civili. Difende il diritto delle persone omosessuali a vivere apertamente la propria identità. Nessuno penserebbe di chiamare “integrazione” la chiusura delle associazioni LGBT, la scomparsa dei loro luoghi di aggregazione o la richiesta che la loro identità diventi invisibile nello spazio pubblico. Riconosce agli ebrei il diritto di mantenere sinagoghe, scuole, associazioni culturali e reti comunitarie. Nessuno sostiene che la piena cittadinanza richieda di rinunciare a quelle istituzioni. Riconosce alle minoranze linguistiche il diritto di conservare la propria lingua, le proprie scuole e le proprie tradizioni. Quando il soggetto diventa una comunità rom, il linguaggio cambia improvvisamente. L’identità collettiva viene trasformata in un problema urbanistico, l’abitare diventa un problema sociale, la comunità diventa un’anomalia da superare. La soluzione prende il nome di integrazione. Ma quale integrazione? L’integrazione proposta consiste nell’annullamento dell’identità rom come esperienza collettiva. L’essere rom viene accettato soltanto come fatto privato, invisibile, confinato nella sfera individuale. La cultura può essere ricordata il 2 agosto, celebrata davanti a un monumento, raccontata nei convegni e nelle commemorazioni. Diventa improvvisamente un problema quando pretende di organizzare concretamente la vita quotidiana: l’abitare, la famiglia allargata, la solidarietà reciproca, la continuità di una comunità. È qui che si apre la questione del genocidio culturale. Per genocidio culturale intendo la distruzione delle condizioni che permettono a un popolo di continuare a esistere come popolo. La cancellazione non passa necessariamente attraverso la violenza fisica. Può passare attraverso l’assimilazione. Ed è proprio questo il concetto che il centrosinistra rifiuta di vedere. L’idea implicita che guida questa operazione sembra semplice: il rom emancipato è il rom che smette di vivere come rom. Può conservare il ricordo delle proprie origini, partecipare alle celebrazioni del 2 agosto, deporre una corona davanti a un monumento. Quello che non gli viene riconosciuto è il diritto di praticare la propria diversità come forma di vita. Qui emerge la contraddizione politica più profonda. Il Partito Democratico rivendica i diritti civili come tratto distintivo della propria identità. Eppure, davanti a una comunità che rivendica il diritto di restare se stessa, sostituisce il linguaggio dei diritti con quello dell’inclusione sociale. Perché? Perché negare a una comunità che è stata perseguitata e genocidata, come quella ebraica, il diritto fondamentale a continuare a esistere come comunità? Qual è il beneficio pubblico di questa operazione? Quale interesse della città giustifica una violenza così profonda? Quale vantaggio produce assegnare settanta alloggi SAT a famiglie che non li avevano richiesti, sottraendoli a un patrimonio già insufficiente per chi vive una reale emergenza abitativa? Quale idea di progresso impone di disperdere bambini, anziani, famiglie allargate e reti di solidarietà costruite in ventisei anni? Fatico a trovare una risposta diversa da questa: esiste una convinzione profondamente radicata nella cultura politica del centrosinistra secondo cui l’emancipazione coincide con l’assimilazione. La differenza viene celebrata finché rimane simbolica; diventa un problema quando prende la forma concreta di una comunità che chiede di continuare a vivere secondo la propria organizzazione sociale. Il campo deve scomparire perché deve scomparire quella forma di vita, quella identità vissuta ogni giorno e non soltanto dichiarata nelle ricorrenze. Una comunità rom può essere ricordata, studiata e commemorata. Una comunità rom che rivendica il diritto di continuare a vivere insieme diventa invece un ostacolo da rimuovere. È questa, a mio giudizio, la contraddizione politica e morale che il 2 agosto dovrebbe costringere a guardare soprattutto chi fa della questione dei diritti la propria bandiera. Farebbe bene ai rom, ma anche a loro stessi e alla loro credibilità politica. Redazione Milano
August 1, 2026
Pressenza
Spin Time, non c’è più tempo
Mercoledì sera un incendio è divampato in uno dei locali di Spin Time Labs, l’occupazione abitativa dell’Esquilino, in centro a Roma, dove vivono circa 400 persone e hanno sede varie organizzazioni. La comunità si è subito attivata per mettersi al sicuro, facilitando l’ingresso dei vigili del fuoco. Una volta uscita dallo stabile per mettersi in sicurezza, però, agli abitanti del grande palazzo ex-Inpdap sito in via Santa Croce in Gerusalemme non è stato più permesso di rientrare se non per recuperare pochissimi beni di prima necessità. Da allora soprattutto bambine/i e le persone più fragili, hanno trovato alloggi momentanei, altre persone sono ospitate in strutture messe a disposizione da diverse associazioni e qualche spazio del primo municipio, ma moltissime/i continuano a dormire davanti a Spin Time in via Santa Croce di Gerusalemme. Questi, in breve, i fatti salienti. Poi c’è tanto altro. C’è una comunità che si attiva in fretta, nonostante il caldo, nonostante molte persone siano già in ferie, nonostante non si capisca sempre benissimo chi coordini cosa, e in meno di 24 ore davanti a Spin Time accorrono centinaia di persone solidali con beni di prima necessità, pronte e pronti a difendere una delle occupazioni più simboliche della capitale, con i propri corpi e con la propria solidarietà attiva e militante.  Renato Ferrantini Ci sono i movimenti sociali che portano generatori, condizionatori, teli per proteggersi dal caldo, piscinette per far giocare i bambini e le bambine, che mettono in piedi un presidio sanitario, si attiva il quartiere che da anni convive serenamente con l’occupazione (checché ne dicano schifose pagine social pronte a costruire falsi), privati cittadini/e portano quello che possono. > Questa città brutale che quando serve si (ri)scopre solidale, aiutando le > centinaia di persone sbattute per strada. È una macchina straordinaria, con la > Chiesa che fa la sua parte, il centro anziani, il Polo Civico dell’Esquilino e > molte altre.  La Protezione Civile coordinata dal Comune di Roma monta qualche gazebo, distribuisce cibo e. dopo due giorni, attiva i nebulizzatori. Con le persone lasciate per strada e nessuna soluzione nel breve periodo, si apre una battaglia politica che dopo quasi tredici anni potrebbe sbloccare la situazione del palazzo: la proprietà, uno dei fondi di investimento che privatizzano e gentrificano mezza città, sembra finalmente disposta a vendere e l’Amministrazione comunale a comprare per avviare un percorso simile a quello che ha riconvertito in edilizia popolare un’altra storica occupazione, quella di Porto Fluviale.  Renato Ferrantini I tempi, però, non sono necessariamente brevi, nonostante l’impennata di questi giorni – nel momento in cui scriviamo, sabato 1° agosto, pare siano in corso trattative, con l’interessamento anche del Vaticano che già in passato si era espresso per Spin Time: come ha scritto Giuliano Santoro su “il manifesto” di oggi, «premono per una soluzione positiva, che passa per la rimozione del sequestro giudiziario che grava sul palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme, il papa e il sindaco. Questa versione postmoderna di Don Camillo e Peppone, l’eterogenesi dei fini del potere temporale e di quello secolare, è l’ennesimo miracolo postmoderno di Spin Time».  Nel via vai di politici e istituzionali, chi passa (tanti) e chi invece garantisce una presenza solidale (pochissimi), l’assessore al Patrimonio e alle Politiche Abitative Tobia Zevi va in assemblea sia mercoledì che giovedì, parla dei negoziati in corso, prova a rassicurare, anche se purtroppo senza un dialogo reale, senza uno scambio con chi è riunito in piazza (abitanti e solidali). Spiega, in sintesi, che bisogna aspettare.  Non ricorda che è dal 2023, quando è stato approvato il Piano Strategico per il diritto all’Abitare, che l’Amministrazione si sarebbe dovuta impegnare ad avviare i progetti di recupero per Spin Time e per il MAAM di Metropoliz entro l’anno, come «modello di sperimentazione delle nuove politiche abitative». Dal 2023 le persone che lì abitano sono in attesa. > Ad agosto 2026, devono ancora aspettare, fino a quando non è chiaro, forse > lunedì ci saranno novità, quando si riunirà il prossimo tavolo tecnico, anche > fosse sarebbero cinque notti e quattro giorni interi in condizioni disumane, > con più di 40 gradi reali, mentre dentro ci sarebbero le case, piccole come ha > detto una occupante, ma le loro, quelle costruite in anni e anni di fatica.  L’assemblea delle e degli abitanti di Spin Time ha deciso, ieri sera dopo l’incontro con Zevi, di continuare a resistere, di continuare a lavorare per poter rientrare prima possibile, di rimanere unite/i – e noi con loro. I tempi della burocrazia e della politica non coincidono mai con quelli della vita, con quelli dei bisogni reali ed elementari delle persone. Dovrebbe essere la politica però a uniformarsi ai tempi della vita e non viceversa. Invece centinaia di persone sono in attesa che qualcosa emerga da tavoli lontani e complessi, sopra le loro teste. Ieri quando Zevi parlava già da diversi minuti, senza venir interrotto, da un’assemblea fin troppo civile, qualcuno ha urlato «vogliamo rientrare a casa» e tutti si sono sciolti in un applauso liberatorio. Non è difficile da capire. Ci sono centinaia di persone che vogliono rientrare a casa e non vogliono continuare a stare per strada con quaranta gradi, nel pieno di una crisi climatica, e senza prospettive per i prossimi mesi. Le istituzioni possono e devono fare molto di più.  Renato Ferrantini Quindi il presidio permanente continua e non si sposta dal palazzo, lo presidia con i propri corpi, i teli per l’ombra, le piscinette d’acqua, le tende, le brandine. Quasi tutto portato e organizzato dagli spazi sociali, dalle associazioni, dal volontariato, dal vicinato, con la protezione civile che più che intervenire sui bisogni reali (come docce, bagni, posti letto), ordina e sanziona lo spazio, come abbiamo visto fare in altre emergenze.  Per chiunque si trovi a Roma l’appello è di raggiungere Spin Time, nonostante il caldo e le difficoltà logistiche, bisogna andare al presidio e mantenere alta l’attenzione. Tutte le informazioni su cosa portare e i vari appuntamenti si possono trovare sulle pagine social di Spin Time, ed è anche aperta una raccolta fondi per aiutare con i beni di prima necessità in questi giorni.  SolidalƏ  e complicƏ  con chi resiste.   Immagine di copertina di Renato Ferrantini Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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August 1, 2026
DINAMOpress
Chi vuole ricominciare con l’estate stagione degli sgomberi?
Da ormai due notti le donne, gli uomini, le bambine e i bambini che abitano dentro il palazzo occupato di Santa Croce in Gerusalemme sono letteralmente in mezzo a una strada, nel pieno di una ondata di calore che sta mietendo danni ambientale ed umani profondi in tutta Italia e […] L'articolo Chi vuole ricominciare con l’estate stagione degli sgomberi? su Contropiano.
July 31, 2026
Contropiano
Roma. A Spin Time la polizia dentro il palazzo e le famiglie ancora per strada
La situazione a Spin Time è questa. Il palazzo , che non sembra affatto in una grave condizione rispetto all’agibilità, è stato praticamente occupato dalla polizia che si alterna nei turni all’interno. Intorno ci sono i blindati e le famiglie stanno in mezzo alla strada con quasi 40 gradi di […] L'articolo Roma. A Spin Time la polizia dentro il palazzo e le famiglie ancora per strada su Contropiano.
July 31, 2026
Contropiano
USB: “Sgombero di Spin Time illegittimo, la scusa dell’inagibilità non regge”
Ancora una volta si utilizzano i Vigili del fuoco per giustificare uno sgombero di centinaia di famiglie, ma il trucco non funziona. I Vigili intervenuti per spegnare l’incendio hanno trovato le fiamme già domate dagli stessi abitanti e si sono limitati ad un intervento di piccola entità, certificato anche dal fatto che è stata richiesta la presenza di una sola squadra. Al termine dell’operazione i Vigili hanno dichiarato l’inagibilità MOMENTANEA, in attesa che tecnici qualificati vengano ad accertare lo stato effettivo dell’immobile. Ma il racconto di chi ha preso parte alle operazioni di soccorso è inequivocabile: in nessun caso si è trattato di un incendio di proporzioni tali da giustificare una dichiarazione di inagibilità dello stabile. Quello che è inaccettabile è che si continui a fare pressione sul personale dei Vigili del Fuoco per giustificare operazioni antipopolari e colpire famiglie colpevoli soltanto di battersi per avere un tetto sopra la testa, che dovrebbe essere invece un diritto riconosciuto e universale. Le famiglie che vivono a Spin Time non hanno rubato la casa a nessuno, anche perché vivono in un palazzo dove per anni ci sono stati uffici pubblici (era una sede INPDAP) e che da tempo è rimasto inutilizzato e abbandonato. Occupandolo hanno semplicemente realizzato un diritto che questo sistema continua a negargli. Basta sgomberi – Spin Time appartiene a chi ci vive Unione Sindacale di Base
July 30, 2026
Pressenza