Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola di Bari--------------------------------------------------------------------------------
Foto Usb Braccianti Foggia
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Da questa mattina siamo dentro la basilica di San Nicola a Bari. Siamo un
centinaio di braccianti e ci siamo rinchiusi qui, nel cuore di questa città,
perché fuori nessuno ci ascolta. Veniamo dalle baracche di Torretta Antonacci
(nel foggiano, ndr), arriviamo dai campi dove alle sei del mattino stiamo già
curvi sui filari. E da qui non ce ne andiamo finché il presidente della Regione
Puglia Decaro e il governo Meloni non daranno un segnale chiaro e concreto:
soluzioni vere contro le baracche, subito, e documenti per tutti. Non parole,
non tavoli, non promesse. Atti.
Perché occupiamo una chiesa? Perché è l’unico luogo di questa città dove la
nostra vita vale ancora qualcosa. Per lo Stato non esistiamo: esistono le nostre
braccia quando c’è da raccogliere il pomodoro, e spariscono i nostri corpi
quando c’è da darci un tetto, un documento, un nome.
Il 30 giugno è scaduto il PNRR, e con esso sono morti per sempre i 30 milioni di
euro stanziati per il superamento di Torretta Antonacci, il più grande ghetto
agricolo della Capitanata, Trenta milioni. Persi. Bruciati. E non è stata la
sfortuna, non è stata la burocrazia: siete stati voi. Torretta Antonacci non è
arrivata “in ritardo” alla scadenza: l’avete esclusa voi, mentre il vostro
commissario straordinario ammetteva davanti alla Corte dei Conti che i tempi non
c’erano più. La Corte dei Conti aveva segnalato San Severo tra i casi critici
d’Italia: cronoprogrammi impossibili, convenzioni mai firmate, cantieri mai
aperti. Quattro anni di riunioni in Prefettura, tavoli tecnici, commissari,
passerelle e fotografie. Risultato: zero alloggi, zero dignità, 30 milioni in
fumo. Governo, Regione, Prefettura e Comune hanno scelto, ciascuno per la
propria parte, di lasciarci nel ghetto. Perché un bracciante senza documenti e
senza casa è un bracciante in ginocchio, e un bracciante in ginocchio costa
poco.
Noi ci spezziamo la schiena a 40 gradi. Moriamo letteralmente di caldo e di
fatica sotto il sole, ora dopo ora, cassone dopo cassone, per raccogliere i
pomodori, gli ortaggi e la frutta che finiscono sulle vostre tavole. Il cibo che
mangiate passa dalle nostre mani. Il made in Italy di cui vi riempite la bocca
nei convegni sta in piedi sulle nostre schiene. E noi moriamo come foglie, uno a
uno, nei campi e nelle baracche. Ad aprile è morto alagie, a gennaio Mamadou e
tanti altri fratelli di estate muoiono per il caldo e di estate per il freddo.
E lo diciamo forte: viviamo nelle baracche non perché siamo clandestini, ma
perché ci avete resi ostaggi della vostra burocrazia. Abbiamo in tasca i
permessi C3, i rinnovi e le richieste di asilo ferme da anni nelle questure e
nelle commissioni. Lavoriamo, produciamo, mandiamo avanti l’agricoltura di
questo Paese, e ci negate perfino un pezzo di carta. Ora basta: documenti per
tutti, perché chi lavora questa terra ha il diritto di viverci da persona
libera, non da fantasma ricattabile nelle mani dei caporali.
E non provate a raccontarci che i fondi “torneranno in altra forma”. Senza uno
stanziamento nazionale immediato, vincolato e verificabile, quei 30 milioni sono
spariti per sempre e lo sapete. Noi la nostra proposta l’avevamo già messa sul
tavolo: un villaggio progettato insieme agli abitanti, con percorsi di
urbanistica partecipata, case vere, spazi comuni, dignità. L’avete ignorata,
come avete ignorato noi. Ora ve la riportiamo dentro una cattedrale occupata.
La pazienza è finita. L’occupazione della Cattedrale è solo l’inizio. Davanti a
noi c’è la stagione della raccolta del pomodoro e noi siamo pronti a fermarla:
scioperi nel pieno della raccolta, presidi permanenti sotto i palazzi del
potere, blocchi e manifestazioni in tutta la Capitanata. Il cibo arriva sulle
vostre tavole grazie alle nostre braccia: ricordatevi che quelle braccia possono
fermarsi.
Non usciremo da qui a mani vuote. Pretendiamo: lo stanziamento immediato, con
fondi nazionali, di risorse pari a quelle perse, vincolate al superamento reale
di Torretta Antonacci e decise con noi, non sopra le nostre teste; acqua, luce,
servizi igienici e infrastrutture di base da subito nell’insediamento, perché
nessuno può sopravvivere un’altra estate così; documenti per tutti: sblocco
immediato dei permessi, dei rinnovi e delle richieste di asilo ferme da anni,
rilascio di un permesso biennale per ricerca occupazione.
Non chiediamo carità: pretendiamo giustizia. Il tempo delle vostre promesse è
scaduto il 30 giugno, insieme ai vostri fondi. Il tempo della nostra lotta
comincia adesso.
[USB Braccianti, 4 luglio, ore 14]
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Stamattina eravamo duecento braccianti rinchiusi dentro la basilica. Nel
pomeriggio eravamo seduti al tavolo con il presidente della Regione Puglia
Antonio Decaro. Questa è la dimostrazione di una cosa semplice, che ripetiamo da
anni: le istituzioni si muovono solo quando i braccianti alzano la testa e la
voce.
Dopo circa cinque ore di occupazione, con l’arrivo del sindaco di Bari che ci ha
annunciato la disponibilità del presidente a riceverci, abbiamo lasciato la
basilica e siamo partiti in corteo fino alla sede della Regione. Una nostra
delegazione è salita e ha incontrato il presidente Decaro, al quale abbiamo
rivolto tre richieste. Su tutte e tre il presidente si è impegnato davanti a
noi:
Uno: l’acqua, subito. Il presidente si è impegnato ad affrontare e risolvere in
tempi rapidi il ripristino dei serbatoi di Torretta Antonacci e, soprattutto, a
potenziare la frequenza di riempimento, rendendola almeno giornaliera. Perché
questa è la realtà che abbiamo raccontato al presidente guardandolo negli occhi:
a 40 gradi l’acqua finisce immediatamente, e duemila persone si azzuffano per
riempire una tanica d’acqua. Nel 2026, in Italia, nella regione che si vanta
della propria agricoltura, chi raccoglie il cibo muore di sete accanto ai campi.
Due: il presidente viene a vedere con i suoi occhi. Decaro si è impegnato a
venire la settimana prossima a Torretta Antonacci, per rendersi conto di persona
della situazione disastrosa in cui vivono duemila braccianti e di come sono
stati indegnamente buttati dalla finestra i 30 milioni del PNRR che dovevano
risolvere questo problema. Lo aspettiamo. Non in visita di cortesia, ma per
camminare tra le baracche, toccare le lamiere roventi, vedere i serbatoi vuoti.
E per uscirne con un impegno di reinvestimento: quei 30 milioni persi vanno
rimessi sul tavolo con fondi veri.
Tre: i documenti. Il presidente si è impegnato a convocare un momento di
confronto, a partire dai governatori delle regioni del Sud, dove il problema del
bracciantato migrante è più sentito, per avviare una pressione comune sul
Governo e sul Ministero per il rilascio dei permessi di soggiorno e per una
forma di stabilizzazione dei lavoratori. È il punto per noi decisivo: viviamo
nelle baracche perché siamo ostaggi della burocrazia, con permessi C3, rinnovi e
richieste di asilo ferme da anni. Chi porta avanti l’agricoltura di questo Paese
ha diritto a un documento, a un contratto vero, a una vita da persona libera. Se
i governatori del Sud faranno fronte comune, il Governo Meloni non potrà più
voltarsi dall’altra parte.
Lo diciamo con la stessa chiarezza con cui stamattina abbiamo varcato il portone
della basilica: prendiamo atto degli impegni, ma non firmiamo cambiali in bianco
a nessuno. Le foglie continuano a cadere, una a una: Alagie non c’è più, e
nessuna stretta di mano ce lo restituisce. Per questo vigileremo giorno per
giorno: sull’acqua nei serbatoi già da questa settimana, sulla visita del
presidente a Torretta Antonacci la settimana prossima, sulla convocazione del
tavolo dei governatori. Se anche uno solo di questi impegni dovesse saltare,
torneremo a farci sentire, più forti e più numerosi di oggi. E davanti a noi c’è
la stagione del pomodoro: le nostre braccia sanno raccogliere, ma sanno anche
fermarsi.
Oggi abbiamo dimostrato che i braccianti non sono invisibili e non sono soli.
Questa giornata appartiene ai duecento che si sono rinchiusi in Cattedrale, alle
centinaia che hanno marciato in corteo fino alla Regione, ai duemila di Torretta
Antonacci e a tutte le braccia che tengono in piedi l’agricoltura di questo
Paese. La lotta paga. E la lotta continua.
[USB Braccianti, 4 luglio, ore 19]
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