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Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia
A 47 ANNI DALL’EMANAZIONE DELLA LEGGE BASAGLIA, QUALI SONO I RISCHI DI UN DIBATTITO TROPPO POLARIZZATO TRA DERIVA SECURITARIA E DISGREGAZIONE DEI SERVIZI TERRITORIALI PUBBLICI. Oggi, 13 maggio, ricorre il quarantasettesimo anniversario dell’entrata in vigore della legge Basaglia, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”: un provvedimento che, nel 1978, rivoluzionò il modo con cui in Italia si affrontavano i problemi psichici e che creò le basi, all’interno del nascente Sistema sanitario nazionale, istituito il primo dicembre dello stesso anno, dei servizi pubblici territoriali per la salute mentale. UNA STERILE RICORRENZA? Al di là dell’anniversario, molti scienziati e operatori socio-sanitari che si occupano di disagio mentale sottolineano come questa data non debba rappresentare una sterile commemorazione ma offrire l’occasione per rimettere al centro del dibattito pubblico una riflessione matura e responsabile sullo stato di attuazione della riforma. Su questa agenzia, abbiamo avuto anche l’opportunità di avere come ospite Alberta Basaglia grazie a un’intervista che le ha fatto Antonella Musella lo scorso febbraio. (Pressenza – In dialogo con Alberta Basaglia) Dopo la legge ispirata da Basaglia contro le istituzioni manicomiali e per lo smantellamento dei protocolli e delle strutture sanitarie che segregavano e invisibilizzavano la sofferenza psichica, il nostro Paese oggi si trova con una riforma compiuta a metà e con tutte le conseguenze che ciò comporta. In un tale contesto, da un lato c’è chi mette l’accento sui rischi per la sicurezza sociale, determinati dalla mancanza di presa in carico dei casi più gravi; dall’altro, e giustamente, gli psichiatri, gli psicologi e le associazioni legate all’eredità basagliana denunciano il rischio di una deriva “securitaria”, in cui, strumentalizzando i casi di cronaca nera, come quello accaduto a Napoli il 5 marzo scorso, si vuole tornare a trattare il disagio mentale come problema di ordine pubblico. Tra questi, una voce autorevole è rappresentata da Giovanna Del Giudice, che ha pubblicato, nel 2025, un testo dal titolo “Basaglia oggi: un pensiero necessario”, descritto dall’autrice come “una riflessione collettiva e militante che affonda le radici nel presente. Perché tornare a Basaglia significa riconoscere che il suo pensiero non appartiene al passato: è uno strumento vivo di lettura della realtà, una bussola per orientarsi nelle contraddizioni del nostro tempo, una pratica attiva di trasformazione sociale.” La discussione è fondamentale — preme con urgenza la necessità di ristrutturare i servizi territoriali — ma non se condotta con queste posture polarizzate: lo è se riesce a mettere al centro l’idea, fortemente sostenuta da Basaglia, che salute mentale e salute sociale siano strettamente correlate. D’altro canto, tale assunto ha ispirato, in modo evidentemente e fortunatamente precoce, la definizione dell’articolo 32 della nostra Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.” È su questo piano che vanno individuati i bisogni collettivi e implementate le politiche pubbliche per la salute. UN DIBATTITO CHE VUOLE PORTARCI ALLO SCISMA Purtroppo, se la discussione fra i politici e gli operatori si muove su andamenti scismatici, le persone comuni vengono giocoforza influenzate dalla scadente qualità del confronto. In pratica, invece di essere messi in condizione di esprimere i nostri reali bisogni di cura e di rivendicare i nostri diritti sanitari, veniamo indotti a cadere nella trappola della normalizzazione e lo sguardo si sposta su un altro piano: definire cosa (e chi) è “normale” e cosa non lo è. Se noi stessi siamo “normali” oppure no. L’obiettivo sembra non essere la messa in campo di politiche pubbliche e pratiche sociali e sanitarie che favoriscano l’attivazione di comportamenti individuali funzionali alla convivenza civile, cioè curare le disregolazioni e prendere in carico le situazioni più estreme, ma la creazione di liste di proscrizione fra individui conformi e non conformi al sistema sociale attuale. E si sa: la conformità è la condizione per cui siamo chiamati a rispondere a una norma che, non necessariamente, è compatibile con i nostri bisogni; nelle dimensioni atomizzate in cui viviamo, è sempre più strumentale alle necessità di controllo sociale, di aumento della produzione economica, di estrazione di valore dall’individuo a vantaggio di pochi. Le nostre richieste di cura, in un tale contesto, sono più facilmente influenzabili dalla narrazione convenzionale. Solo per fare un esempio: ci occupiamo tanto della salute dei nostri denti. Sicuramente l’igiene orale e l’ortodonzia sono fondamentali per una buona masticazione e per la nostra salute in generale, ma forse c’è anche una ragione estetica dietro tanta attenzione: il desiderio di avere un bel sorriso da sfoggiare. Eppure, quel bel sorriso non è questione soltanto di denti e di labbra: il sorriso, più del riso, è segno di benessere emotivo ma spesso lo dimentichiamo. Perché ci comportiamo così? CONFORMARSI È MEGLIO CHE CURARSI Sarà che, mentre sull’igiene orale ci hanno martellato di pubblicità negli ultimi quarant’anni — per tutti i nati negli anni ’80 lo slogan di una famosa marca di dentifricio che usava il detto “prevenire è meglio che curare” è stato un mantra quotidiano — per la salute psichica è accaduto l’opposto? Anche a causa del modo distorto con cui si è portato avanti il dibattito sulla scuola basagliana e sugli strumenti per affrontare il disagio psichico e le malattie mentali, come prima si evidenziava, assistiamo a un riproporsi, sotto altre vesti, dello stigma sociale, che colpisce chi ammette, o mostra, di soffrire di questi disturbi. Quindi, le cose non sono peggiorate solo dal punto di vista materiale, con la disgregazione dei dipartimenti per la salute mentale a livello territoriale, ma anche dal punto di vista dell’inquadramento del concetto stesso di equilibrio psicologico. Se quello per cui Basaglia dovette combattere fu l’abbattimento dei muri, ideologici e materiali, fra società e disagio mentale, oggi il tema riguarda di più l’aspetto della performance, cioè la nostra necessità di sentirci lavoratori produttivi, persone inserite socialmente, genitori irreprensibili, figli che non deludono le aspettative di successo, e ci coinvolge tutte e tutti. Così finisce che, anche quando non si tratta di essere affetti da patologie gravi, non siamo in grado di cogliere né di esprimere correttamente i nostri bisogni di assistenza. Per semplificare estremamente, potremmo individuare due approcci che nascono entrambi dalla nostra necessità di mitigare questa pressione psicologica: un pensiero giudicante, che ritiene che se vai in terapia sei fragile — poiché, diciamocelo chiaramente, i veri duri le difficoltà della vita le superano da soli, no? —; una forma di autoreferenzialità, che latente alberga nelle persone più strutturate, secondo cui la consapevolezza è una garanzia che mette al riparo dal rischio di sviluppare un malessere psicologico. Un po’ come fa un vaccino contro un virus. Come il giudizio sulla fragilità, così anche la convinzione sulla propria capacità di autocontrollo è, però, un fattore di distrazione dalla questione nodale: nessuno si salva da solo e tutti abbiamo bisogno di aiuto. Sempre per semplificare, c’è anche un atteggiamento edonista della cura, che scaturisce anch’esso da un disagio male interpretato: è quello di chi usa la cura della propria salute mentale come strumento di affermazione sociale, secondo lo stile americano. C’è gente che è in terapia da decenni e se ne vanta e, inoltre, dinanzi ai propri comportamenti reiteratamente e chiaramente disfunzionali, risponde: eh, ma io vado in terapia. I percorsi che rientrano nell’ampia categoria del lavoro clinico sulla psiche diventano, così, uno status symbol. Non solo: a maggior ragione perché costano, essendo sempre più inaccessibili attraverso il sistema sanitario pubblico, assumono la funzione di oggetto, non più di pratica o percorso, e si rappresentano come un bene voluttuario, che dà soddisfazione a chi può “acquistarli”, indipendentemente dal risultato che portano alla risoluzione delle problematiche. SIAMO TUTTI UN PO’ “PICCHIATELLI” MA SOPRATTUTTO PIÙ POVERI Che c’entrano questi comportamenti individuali con il tema della salute collettiva? C’entrano eccome: in un quadro come quello superficialmente descritto, il disagio mentale convive quasi sempre con la povertà. Nell’80% dei casi queste condizioni di disagio mentale coincidono con situazioni di povertà materiale, relazionale e sociale (fonte Caritas). Se ci aggiungiamo che anche chi non si trova in una condizione di precarietà economica è comunque quotidianamente sottoposto alle pressioni psicologiche che abbiamo descritto, come possiamo partecipare da cittadini consapevoli alla formazione di scelte politiche che riguardano i servizi sanitari per la salute mentale e incidere su di esse affinché siano socialmente utili? Il tema sanitario è strettamente correlato con quello sociale, l’abbiamo già detto e va davvero affrontato con urgenza, ma la questione stringente è: rendere possibile l’accesso alle cure in modo diffuso a tutte e tutti, superando le discriminazioni legate al reddito e a ogni altra sperequazione. Senza la possibilità di fare manutenzione della salute mentale collettiva, nemmeno lo stigma può essere superato. Bisogna rifondare il patto sociale: attraverso percorsi di autocoscienza, i singoli possono riuscire a collocarsi correttamente nella società, percepirsi come parte della soluzione e cercare di ribaltare la narrazione dominante. I politici devono agire nell’interesse collettivo e non secondo le chiese e le ideologie. Gli opinionisti devono essere onesti intellettualmente. Chi si assume la responsabilità della propria cura non lo fa solo per sé: tutela anche il benessere di chi gli è intorno. Lo stesso dicasi per le famiglie e le comunità che fungono da caregiver: non lo fanno solo per i propri cari ma agiscono come agenzia di protezione sociale. In conclusione: è davvero il momento di smettere di considerare il disagio mentale come un problema di altri e i sofferenti psichici come scarti sociali. Ecco, ammettere che siamo tutti un po’ “picchiatelli” e partire da questo: creare, attraverso la cura collettiva, come intesa dal pensiero femminista, un tipo di anticorpo sociale. Non guardare più alla cura come a uno strumento per essere individui più conformi e produttivi, ma come pratica di sostegno alla lotta contro la compressione dei diritti fondamentali a cui stiamo assistendo nel nostro Paese, come il diritto al lavoro, alla casa, alla sanità pubblica gratuita. FONTI Salute Mentale – Oltre il mito: i limiti della riforma Basaglia tra diritti e sicurezza Repubblica – Salute mentale, circuito povertà-disagio psichico RaiPlay – Napoli, il video della donna aggredita sul bus Caritas – Il rapporto su povertà e salute mentale Pensiero Scientifico Editore – Basaglia oggi ResearchGate – Caring Democracy: Markets, Equality and Justice Nives Monda
May 13, 2026
Pressenza
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@1
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@0
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@1
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@0
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
May 5, 2026
Radio Blackout
Ribaltare (con) l’autismo
Le mie mani, come sempre, sfarfallavano. Gli uccelli sapevano che ero autistico; in tutto ciò, non hanno trovato nulla di sbagliato. Tito R. Mukhopadhyay, Misfit Negli ultimi anni, l’autismo è entrato prepotentemente nelle nostre vite: se ne discute sulle prime pagine dei giornali, si guardano frettolosamente contenuti correlati sui social network, si ascoltano purtroppo interpretazioni fantasiose e complottistiche come quelle recenti di Robert F. Kennedy Jr., rumorosamente rilanciate da Donald Trump. La presenza, la visibilità, la diffusione, come ci insegnano studi critici quali la teoria femminista, la teoria queer e gli studi decoloniali, non sono tuttavia garanzia di una rappresentazione corretta dal punto di vista etico, e di una prospettiva allertata dal punto di vista politico. Un ruolo dirimente per la costruzione di cornici alternative, teoriche e politiche, deriva dagli Studi critici sull’Autismo che, circa dal secondo decennio del Duemila, rappresentano l’esito della riflessione sviluppatasi nei circuiti attivisti dagli anni Novanta. Fino a questo momento, non solo era molto raro che l’autismo venisse discusso e raccontato dalle persone autistiche, ma era anche difficile rinvenire delle ricostruzioni storiche e socioculturali di questo concetto “mobile” (la cui storia culturale e scientifica è ripresa, in questo volume, nel contributo di Alice Scavarda). L’interpretazione dell’autismo è rimasta infatti a lungo strettamente legata all’ambito psi- (psicologico, psicoanalitico e psichiatrico). > Nel panorama italiano, le sfide ad allargare le maglie del discorso sono > purtroppo state accolte limitatamente fino agli ultimi anni, sia > specificamente riguardo all’autismo che, in senso più recente, attraverso la > lente della neurodiversità. È evidente, però, che ci troviamo finalmente in un momento fertile da questo punto di vista. A proporre – per ora l’unico caso – un’antologia di sistematizzazione di alcuni lavori fondanti di questi studi è stato Enrico Valtellina nel 2020 (L’autismo oltre lo sguardo medico. I Critical Autism Studies, pubblicato da Erickson). Si segnala anche il suo lavoro precedente sulla ex-sindrome di Asperger (Tipi Umani Particolarmente Strani: La sindrome di Asperger come oggetto culturale, uscito per Mimesis nel 2016). A questi contributi si sono recentemente aggiunti, però, proprio il libro qui in oggetto, Politiche dell’autismo. Etica, epistemologia, attivismo (a cura di Alberto Bartoccini, Lorenzo Petrachi, Giulia Russo), DeriveApprodi, Bologna 2025 con il suo “gemello” – esito, cioè, della stessa call for papers –, intitolato La triade dell’autismo. Etica, epistemologia, attivismo (uscito per LEM nel 2024, a cura di Anonima Autisticɜ Associatɜ). Sempre nel 2024 ci siamo trovat* nelle librerie un piccolo saggio, che rappresenta un validissimo tentativo di creare ponti tra i lavori strettamente scientifici e quelli invece di stampo più divulgativo e/o autobiografico: La città autistica, di Alberto Vanolo (uscito per Einaudi). Un lavoro di familiarizzazione culturale e narrativa con l’autismo era d’altronde già stato inaugurato dal genere del memoir, che tuttavia porta sempre con sé alcuni rischi; in particolare, può corrispondere al voyeurismo generale rispetto a ciò che viene percepito come esoticamente diverso, contribuendo a isolare i soggetti, piuttosto che produrre una visione strutturale delle forme di disabilitazione e stigma subìte dalle persone autistiche. In questo quadro, sono particolarmente noti i racconti in prima persona dell’etologa Temple Grandin, in alcuni casi anche tradotti in italiano. La storia di Grandin ha avuto un forte impatto culturale, inclusa una trasposizione cinematografica. La figura di Grandin può essere però considerata un punto di riferimento problematico dalla comunità autistica: da un lato perché si rileva un residuo patologizzante nelle sue affermazioni, dall’altro perché le sue posizioni possono essere considerate irricevibili in un’ottica intersezionale. Grandin, infatti, progetta metodi di macellazione del bestiame, rivendicando il dato che sia proprio l’autismo a farla “empatizzare” con gli animali condotti al macello. A fine anni Novanta, vengono tradotti anche alcuni memoir della scrittrice autistica Donna Williams. Più recentemente, è stato invece tradotto, da Marco Reggio e feminoska, Canti della Nazione Gorilla. Il mio viaggio attraverso l’autismo, dell’etologa Dawn Prince-Hughes (Edizioni degli animali, 2024): un viaggio, anche per chi legge, sorprendente, poetico e militante rispetto all’ingiustizia abilista e multispecie. È stata menzionata più volte, fin qui, la dimensione politica. Naturalmente, non è un riferimento casuale: Alberto Bartoccini, Lorenzo Petrachi e Giulia Russo scelgono proprio Politiche dell’autismo per denominare il volume collettaneo di cui qui si parla. Posto che, come loro stess* specificano nella Prefazione, il riferimento è anche un rimando al celebre saggio Le politiche della disabilitazione di Mike Oliver, con cui viene inaugurata la disciplina dei Disability Studies (pubblicato nel 1990, tradotto in italiano nel 2023 da Enrico Valtellina per ombrecorte), la sensazione è anche che questa connessione dovesse avere, finalmente, uno slancio vitale; anche nel contesto italiano. > L’autismo è una questione politica. Attorno all’autismo, inoltre, vengono > attuate delle pratiche che possono essere configurate come politiche, nel > momento in cui l’impresa psichiatrica – come hanno a più riprese evidenziato > gli Studi critici sull’Autismo, gli studi sulla Neurodiversità e gli Studi > Matti – non è avulsa da una rete sociale, culturale, economica, politica. Tali pratiche – istituzionali, mediche, discorsive, educative, tra le altre – definiscono quale soggetto corrisponda al termine “autismo’” chi possa eventualmente intervenire in questa definizione, e quali interventi queste definizioni comportino. Una lettura politica dell’autismo prevede, come emerge anche da questo volume, quando queste pratiche possano essere lette attraverso un desiderio di normalizzazione – o meglio, di neurotipicizzazione – del soggetto, colto “in fallo” nel suo farsi eccentric*/divergente/«legittimamente» e «particolarmente stran*». Rimandiamo qui all’invito del poeta René Char a coltivare la propria «legittima stranezza», invito ripreso sia nella Prefazione del libro che in molteplici testi della letteratura sul tema. Lo sguardo che emerge da Politiche dell’autismo è quindi duplice: si presta attenzione, da un lato, a come l’autismo, e di conseguenza la persona autistica, possano essere disciplinati. Dall’altro lato, si mette a fuoco, invece, come l’autismo, e di conseguenza la comunità autistica e la singola persona autistica, possano in qualche modo fare uno sgambetto politico ai codici culturali e alle teorie scientifiche più soffocanti. In numerose occasioni, chi ha contribuito al volume sfida in maniera chiara non solo la norma neurotipica, ma anche l’abilismo (ad essa strettamente collegato), il binarismo di genere, e in generale le richieste sociali considerate la soglia da oltrepassare per accedere ad una soggettività piena: sennò, non entri (l’implicito: prima di tutto nel consesso umano e poi, a cascata, in tutti gli spazi, materiali o discorsivi, in cui ci si muove). Da questo punto di vista, in diversi contributi – specialmente quello di Caro Gervasi – si cerca di attivare il movimento di neuroqueering auspicato, tra le altre, da Melanie Yergeau: in questo quadro, l’esperienza autistica può mettere nelle condizioni di sfidare le aspettative dominanti rispetto alla comunicazione, alla socialità e al vissuto corporeo, in modo analogo a quanto possono fare le esperienze queer. D’altra parte, tuttavia, Gervasi ci ricorda come le esperienze reali siano molto più discriminanti e faticose di quanto emerga dalle cornici teoriche: nel suo caso, essere autistico e trans pare comportare, dal punto di vista sociale, «un’ingiunzione a fornire spiegazioni in merito alla propria stranezza, […] un’invasività e una brutale disattenzione delle norme conversazionali, un’impennata unidirezionale della confidenza cui non è stato dato alcun consenso» (p. 51). Un tema similmente importante, com’è evidente dal sottotitolo scelto, è la questione epistemologica. In diversi passi, infatti, ci si interroga sul rapporto (tuttora in qualche modo irrisolto, ma certo lungamente esplorato, in primo luogo dall’epistemologia femminista nera e poi anche dai Disability Studies) tra il soggetto e la conoscenza; come direbbero Sandra Harding, Patricia Hill Collins e Donna Haraway, insomma, si tematizzano il punto di vista (standpoint) e i saperi situati. È infatti ancora utile chiedersi come si costruisce l’autorità epistemica rispetto ad un tema che, di norma, prevede un sapere specialistico, che segue dei criteri condivisi dalla comunità di riferimento. In quest’ottica, un tema centrale, affrontato ad esempio da Enrico Valtellina, Caro Gervasi, Giulia Russo, Luca Negrogno, Eleonora Marocchini, è quello del rapporto col mondo psichiatrico, in particolare attraverso la lente dell’evento diagnostico. > Quale processo può dirsi effettivamente una diagnosi (per esempio se parliamo > di autodiagnosi)? La diagnosi è, per tutt*, un passaggio inevitabile per ottenere un senso di legittimità e comprensione da parte delle altre persone, e una sorta di “accessibilità” nei confronti del proprio sé? In che senso può rappresentare un atto performativo? Valtellina ne scrive in questi termini: «Mi sono progressivamente disassoggettato. Ora, se mi chiamano, non mi giro, e questa mi sembra la più deliziosa delle risposte autistiche» (p. 30). Questo nodo è tanto complesso, da una prospettiva inestricabilmente politica ed epistemologica, da aprire più domande di quante risposte possiamo ritrovarci tra le mani. Esula, inoltre, dal caso specifico dell’autismo, chiamando in causa non solo l’impresa psichiatrica in generale, ma anche l’idea stessa di identità. Oltretutto, è bene ricordarlo, la diagnosi non è l’unico evento psichiatrico che riguarda la persona autistica, per cui possono essere ipotizzate terapie passibili anche di critica (per esempio, rispetto alla “carica” normalizzante che possono palesare, come già menzionato poc’anzi). Il volume, denso e stimolante, è dunque adatto a rendere ragione di un concetto ancora così scarsamente saggiato da prospettive multidisciplinari. I molti temi toccati, e l’eterogeneità degli approcci, può anche favorire la costruzione di un percorso personale da parte di chi legge: sicuramente chiunque troverà la dimensione (teorica, retorica, tematica) che le si addice. Anche l’accessibilità dei saggi è variabile, richiedendo – in alcuni casi – certamente una familiarità con le questioni e i dibattiti divenuti centrali negli ultimi decenni. Particolarmente interessante, a questo riguardo, la scelta di inserire un contributo scritto in Linguaggio Chiaro, a opera di Andrew Dell’Antonio, che introduce anche una questione significativa: quando, cioè, siamo di fronte a «esigenze di accesso contrastanti» (p. 176). Il suo obiettivo, anche a discapito di chi potrebbe trovare la stesura del suo saggio poco scorrevole, è coinvolgere nella discussione sull’autismo anche le persone autistiche che non hanno un particolare background teorico, o comunque sono facilitate dall’impiego di questa modalità comunicativa. Gli approcci disciplinari sono molteplici: il volume si muove tra la filosofia della psichiatria, l’epistemologia, la filosofia della storia, l’etnopsichiatria, gli studi culturali e dei media. Di questi ambiti, quello tuttora più scarsamente frequentato è l’ambito etnopsichiatrico/antropologico, per cui sorprende, positivamente, il contributo di Francesca D’Egidio, che connette le caratteristiche (oggi definite) autistiche con alcune esperienze, suggestioni e figurali culturali, in particolare legati alle donne, presenti nell’Italia meridionale, a loro volta residui delle società della Grecia antica. In quest’ottica, l’auspicio è registrare, dal mondo antico richiamato, la possibilità «non solo [di] riconoscere potenzialità e bellezza della divergenza oggi inavvertite, ma anche [di] comprendere la crisi come occasione e strumento di guarigione e non ricacciarla nel vuoto di senso della patologia» (p. 119). E l’auspicio è anche, forse, quello di ricordarci che questo «spettro [che] si aggira» (nel doppio senso di complesso e di minaccia) è sempre stato tra noi, in quanto aspetto intrinseco alla biodiversità umana. Non mancano poi i saggi impiantati più profondamente nel tessuto biografico e politico di ciascun*, o esempi in cui – anche senza riferimenti personali – il soggetto che scrive è evidentemente situato, non parla dall’alto o dal di fuori. Rispetto a questa dimensione, un tema evidentemente urgente è quello dell’attivismo; in altre parole, cosa sperare a partire da un posizionamento autistico, e come realizzarlo? Questa riflessione, che attraversa in particolare i contributi di Alberto Bartoccini e Lorenzo Petrachi, trova una forma classicamente politica nel manifesto composto da Alessandro Monchietto e Alice Sodi, che concludono scrivendo «Non si tratta di chiedersi come rimuovere gli ostacoli, interni ed esterni. […] Si tratta di accettare di osservarli, entrarci in relazione, considerarli condizioni per l’azione, accettare di trasformarsi per trasformarli. Un incedere potenzialmente inesauribile tra decostruzione e ricostruzione» (p. 214). Il volume segna quindi un ulteriore passo in avanti in un percorso, si spera fecondo e partecipato, di decostruzione e ricostruzione collettiva, anche attraverso l’esperienza autistica. L’immagine di copertina è di Pierre-Louis Pierson (wikimedia) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Ribaltare (con) l’autismo proviene da DINAMOpress.
June 11, 2025
DINAMOpress