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L’urgenza climatica di cui facciamo finta di niente
Da Kyoto a Parigi, da una COP all’altra, il mondo conosce da decenni la gravità della crisi climatica. Eppure continuiamo a vivere come se avessimo a disposizione un altro pianeta. Governi e grandi interessi economici hanno responsabilità enormi, ma anche noi cittadini possiamo scegliere, partecipare e pretendere un cambiamento. Non possiamo più dire che non lo sapevamo. GLI UNDICI ANNI PIÙ CALDI MAI REGISTRATI Gli undici anni compresi tra il 2015 e il 2025 sono stati gli undici più caldi mai registrati. Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, il 2025 è stato uno dei tre anni più caldi dall’inizio delle rilevazioni, con una temperatura media globale di circa 1,43 °C superiore alla media del periodo preindustriale 1850-1900. Gli oceani continuano ad accumulare calore, mentre gli eventi meteorologici estremi provocano danni, vittime e conseguenze economiche in molte parti del mondo. L’Europa, poi, si sta riscaldando più di due volte più rapidamente della media globale ed è il continente che si riscalda più velocemente. Nel 2025 almeno il 95% del territorio europeo ha registrato temperature annuali superiori alla media. Ondate di calore, siccità, incendi, riduzione della neve e dei ghiacciai e temperature marine eccezionalmente elevate stanno modificando territori ed ecosistemi, dall’Artico al Mediterraneo. Eppure continuiamo a comportarci come se tutto questo fosse un avvertimento per il futuro. Il futuro, invece, è già arrivato. DA KYOTO A PARIGI: TRENT’ANNI DI PROMESSE La politica mondiale non ha scoperto ieri il cambiamento climatico. Nel 1997 fu adottato in Giappone il Protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel 2005. Per la prima volta furono stabiliti obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni di gas serra per i Paesi industrializzati aderenti. Nel primo periodo di applicazione, dal 2008 al 2012, 37 Paesi industrializzati ed economie in transizione e la Comunità europea si impegnarono complessivamente a ridurre le emissioni in media di circa il 5% rispetto ai livelli del 1990. Era un passaggio storico, ma insufficiente. Gli Stati Uniti firmarono il Protocollo senza ratificarlo e le economie emergenti non erano sottoposte agli stessi obiettivi quantitativi previsti per i Paesi industrializzati. Diciotto anni dopo Kyoto, il 12 dicembre 2015, alla COP21 arrivò l’Accordo di Parigi. Questa volta l’ambizione era coinvolgere praticamente il mondo intero. L’obiettivo comune: mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto all’epoca preindustriale e proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C. Ogni Paese aderente deve presentare e aggiornare periodicamente il proprio piano climatico, il cosiddetto NDC, indicando gli interventi previsti per ridurre le emissioni e adattarsi agli effetti del cambiamento climatico. Ma conoscere il traguardo non significa raggiungerlo. Nel 2025, dieci anni dopo Parigi, l’UNEP ha calcolato che, anche ipotizzando la piena realizzazione degli impegni climatici nazionali, il riscaldamento globale previsto nel corso del secolo sarebbe nell’ordine di 2,3-2,5 °C. Con le politiche effettivamente in vigore, la traiettoria arriva invece a circa 2,8 °C. Per riallinearsi a un percorso compatibile con 1,5 °C, le emissioni annuali globali nel 2035 dovrebbero essere inferiori del 55% rispetto a quelle del 2019. C’è persino un ritorno indietro: dal 27 gennaio 2026 gli Stati Uniti non sono più parte dell’Accordo di Parigi, dopo aver notificato la propria uscita un anno prima. E allora la domanda diventa inevitabile: quanti altri accordi dobbiamo firmare prima di comportarci come se li avessimo davvero sottoscritti? I “REGNANTI DEL MONDO” E NOI Quando si parla di crisi climatica, lo sguardo si rivolge inevitabilmente ai governi, ai grandi decisori politici ed economici, a quelli che potremmo chiamare i “regnanti del mondo”. Ed è giusto che sia così. Le decisioni sulla produzione energetica, sui combustibili fossili, sui trasporti, sulle infrastrutture, sull’agricoltura, sulla tutela dei territori e sugli investimenti pubblici possono modificare le emissioni su una scala che nessun singolo individuo potrebbe mai raggiungere. Non sarebbe quindi corretto mettere sullo stesso piano la responsabilità di un cittadino che prende l’automobile per andare al lavoro e quella di chi decide per decenni le politiche energetiche di uno Stato. Ma sarebbe altrettanto comodo concludere che noi non possiamo fare nulla. La crisi climatica non può essere affrontata soltanto modificando qualche comportamento individuale. L’IPCC evidenzia come le scelte dei singoli interagiscano con infrastrutture, norme sociali e trasformazioni strutturali. Allo stesso tempo, indica un potenziale molto significativo nelle strategie che agiscono sulla domanda nei settori degli edifici, del trasporto terrestre e dell’alimentazione. È proprio qui, però, che rischiamo di commettere un errore: ridurre il cittadino al suo ruolo di consumatore. Il cittadino è anche un elettore. È un abitante di una città e di un territorio. Può associarsi ad altri, partecipare a un comitato, interrogare un’amministrazione, scegliere a chi affidare il proprio denaro, sostenere un’iniziativa, chiedere conto a un sindaco, a un parlamentare, a un governo. Forse è proprio questa la parte che abbiamo dimenticato. NON SIAMO SPETTATORI DELLA NATURA Per troppo tempo abbiamo parlato della natura come di qualcosa che ci circonda: un paesaggio da proteggere, un bosco da salvare, un mare da non sporcare. Ma non siamo spettatori della natura. Ne facciamo parte. Respiriamo l’aria che alteriamo, beviamo l’acqua che inquiniamo, mangiamo ciò che cresce nei terreni. Dipendiamo dagli oceani, dagli insetti impollinatori, dalle foreste e dalla stabilità di un clima nel quale si è sviluppata la nostra civiltà. Essere sostenibili, allora, non significa semplicemente essere “più buoni” con il pianeta. Significa proteggere le condizioni che rendono possibile la nostra stessa esistenza e quella delle generazioni che verranno dopo di noi. Ma la consapevolezza, da sola, non basta. DAL COMPORTAMENTO INDIVIDUALE ALLA RESPONSABILITÀ COLLETTIVA Spegnere una luce inutile, consumare meno energia, evitare gli sprechi, comprare meno e meglio, riparare e riutilizzare, scegliere quando possibile il trasporto pubblico o il treno, ridurre lo spreco alimentare: sono comportamenti che hanno un valore. Ma sarebbe illusorio pensare che la crisi climatica possa essere risolta sommando milioni di piccoli gesti individuali mentre le grandi scelte energetiche, industriali e territoriali rimangono immutate. La responsabilità del cittadino non finisce quindi davanti allo scaffale di un supermercato o nella scelta del mezzo con cui andare al lavoro. Comincia anche nello spazio pubblico. Significa chiedere ai Comuni, alle Regioni e ai governi quali obiettivi climatici abbiano assunto e con quali risultati verificabili. Significa leggere i programmi elettorali cercando proposte concrete su energia, trasporto pubblico, consumo di suolo, acqua, rifiuti, riforestazione, adattamento alle ondate di calore e prevenzione del dissesto idrogeologico, senza accontentarsi della parola “sostenibilità”. Significa partecipare. Un comitato territoriale, un’associazione, un’assemblea pubblica, una consultazione o una campagna civica possono trasformare una preoccupazione individuale in una questione collettiva. Anche difendere un’area verde, denunciare un corso d’acqua inquinato o contestare nuovo cemento inutile significa occuparsi della crisi ambientale nel luogo concreto in cui viviamo. E significa fare rete. Un cittadino isolato può essere ignorato. Cento cittadini che pongono la stessa domanda molto meno. Migliaia possono trasformare quella domanda in un problema politico. Non si tratta, dunque, di scegliere tra responsabilità individuale e responsabilità politica. Si tratta di non utilizzare l’una per cancellare l’altra. Soprattutto, non possiamo cedere all’idea che sia ormai troppo tardi. Ogni frazione di grado di riscaldamento evitata significa minori perdite e minori danni per le persone e gli ecosistemi. La distanza tra 1,5, 2 o 3 gradi non è un numero astratto: significa conseguenze profondamente diverse per società, territori ed ecosistemi. Kyoto è stato nel 1997. Parigi nel 2015. Siamo nel 2026. Non possiamo più dire che non sapevamo. E forse la domanda da lasciare ai nostri governanti, e contemporaneamente a noi stessi, è molto semplice: che cosa stiamo aspettando? FONTI * World Meteorological Organization – State of the Global Climate 2025 * Copernicus Climate Change Service / WMO – European State of the Climate 2025 * UNFCCC – The Kyoto Protocol * UNFCCC – The Paris Agreement * UNEP – Emissions Gap Report 2025: Off Target * IPCC – Climate Change 2022: Mitigation of Climate Change – Summary for Policymakers * UNFCCC – United States of America: Paris Agreement withdrawal Redazione Napoli
August 31, 2026
Pressenza
Montello Spa al Meeting di Rimini, Comitato Aria Pulita scrive a Papa Leone XIV
Al Meeting di Comunione e Liberazione svoltosi a Rimini, Roberto Sancinelli, presidente e amministratore delegato di Montello S.p.A., ha parlato di impresa, sostenibilità e responsabilità sociale. Da queste parole nasce la riflessione del Comitato Aria Pulita Tomenone. La partecipazione di Montello S.p.A. al Meeting di Rimini può certamente essere presentata come un’occasione per parlare di economia circolare, innovazione e sviluppo industriale. Ma proprio per questo sarebbe opportuno che, accanto alla vetrina del Meeting, venissero affrontate con altrettanta chiarezza le criticità che da tempo riguardano lo stabilimento di Montello. Non basta parlare di sostenibilità nei convegni: la sostenibilità deve essere verificabile anche sul territorio dove un’azienda opera. I cittadini hanno il diritto di chiedere risposte concrete sui miasmi e sugli eventuali problemi ambientali e sanitari segnalati nel tempo, così come hanno il diritto di conoscere dati, controlli, prescrizioni e risultati relativi alle emissioni e agli impatti dello stabilimento. Particolare attenzione merita inoltre qualsiasi ipotesi di realizzazione di un inceneritore o di un impianto di trattamento termico dei rifiuti nell’area di Montello. Un progetto di questo tipo, se effettivamente previsto, non può essere valutato soltanto in termini di investimenti e occupazione: deve essere sottoposto a una rigorosa valutazione ambientale e sanitaria, con la massima trasparenza e con il coinvolgimento della popolazione. Come ha scritto Eugenio Beccalli, portavoce del Comitato Aria Pulita Tomenone: “Il fatto che un’azienda operi nel settore del recupero e del riciclo non significa automaticamente che ogni sua attività o ogni suo progetto sia privo di impatto. Proprio chi si presenta come esempio di economia circolare dovrebbe essere il primo a pretendere standard ambientali elevatissimi, controlli indipendenti e piena trasparenza verso la comunità. Per questo, prima di celebrare Montello S.p.A. come “fiore all’occhiello”, sarebbe corretto chiedersi se tutte le criticità dello stabilimento siano state realmente risolte e se i cittadini di Montello e di tutti i paesi limitrofi come Bagnatica, Brusaporto, San Paolo d’Argon, Costa di Mezzate, Albano Sant’Alessandro possano considerarsi adeguatamente tutelati. Il confronto tra imprese, istituzioni e mondo produttivo è importante. Ma non può diventare una vetrina nella quale si parla di sostenibilità a Rimini mentre sul territorio restano domande senza risposta. La vera sostenibilità si misura soprattutto fuori dai palcoscenici: negli impianti, nell’aria che respirano i cittadini, nella tutela dell’ambiente e nella trasparenza delle decisioni. Montello e tutti i comuni interessati meritano sviluppo e occupazione, ma uno sviluppo compatibile con l’ambiente e con la salute pubblica. E prima di parlare di nuovi impianti, occorre fare piena luce sulle criticità esistenti.” Se creare valore significa creare valore per tutti, anche le comunità che vivono accanto agli impianti devono essere ascoltate. Il Comitato Aria Pulita Tomenone ha scritto a Papa Leone XIV per portare all’attenzione le preoccupazioni del nostro territorio: molestie odorigene, qualità dell’aria, ambiente, salute e trasparenza. Come scrive Beccalli: “Non siamo contro il lavoro, l’impresa o lo sviluppo. Chiediamo che sviluppo, ambiente e salute possano convivere. La sostenibilità deve essere concreta e verificabile nei territori, attraverso un confronto autentico tra cittadini, imprese e istituzioni. Non chiediamo di scegliere tra lavoro e ambiente. Chiediamo che non sia necessario scegliere.” Di seguito il testo della missiva:   Santità, il Comitato Aria Pulita del territorio del Monte Tomenone si rivolge rispettosamente a Lei per sottoporre alla Sua attenzione una vicenda che da anni coinvolge le comunità di Montello e dei Comuni limitrofi. La presenza di Montello S.p.A. al Meeting di Rimini rappresenta un’importante occasione per parlare di economia circolare, impresa, innovazione e sostenibilità. Abbiamo inoltre ascoltato con attenzione le parole del presidente e amministratore delegato di Montello S.p.A., Roberto Sancinelli, sul ruolo dell’impresa e sulla necessità che il profitto sia capace di creare valore per la società. Proprio da questo principio nasce la nostra richiesta. Se creare valore significa creare valore per tutti, questo valore deve comprendere anche le comunità che vivono accanto agli impianti. Da anni i cittadini di Montello, Bagnatica, Brusaporto, San Paolo d’Argon, Costa di Mezzate e Albano Sant’Alessandro segnalano problematiche legate alle molestie odorigene e chiedono risposte chiare sulla qualità dell’ambiente nel quale vivono. Non si tratta soltanto di percezioni o di una contrapposizione tra cittadini e impresa. Gli stessi atti istituzionali riportano gli esiti di monitoraggi effettuati da ARPA Lombardia, che nel 2021 individuarono nell’impianto Montello la fonte primaria delle molestie odorigene percepite a Bagnatica. Successivi monitoraggi hanno continuato a evidenziare la presenza di fenomeni odorigeni sul territorio. La questione, pertanto, merita di essere affrontata con trasparenza e senza contrapposizioni ideologiche. A questo si aggiunge il progetto relativo alla valorizzazione energetica dei residui derivanti dalle attività di recupero e riciclo dello stabilimento Montello. Riteniamo che un progetto di tale rilevanza debba essere valutato non soltanto sotto il profilo economico e occupazionale, ma anche considerando con la massima attenzione gli aspetti ambientali, sanitari e territoriali, con controlli rigorosi e indipendenti e con un reale coinvolgimento delle comunità interessate. Santità, non chiediamo di scegliere tra lavoro e ambiente. Chiediamo che non sia necessario scegliere. Riteniamo che una vera economia circolare debba essere capace di coniugare sviluppo industriale, occupazione, tutela dell’ambiente, salute delle persone e qualità della vita delle comunità. Per questo Le chiediamo, con rispetto, di rivolgere la Sua attenzione anche alla voce di questa comunità e di incoraggiare, attraverso la Sua autorevolezza, un confronto responsabile tra cittadini, impresa e istituzioni. Chiediamo soprattutto che prima di celebrare qualsiasi realtà industriale come esempio di sostenibilità vengano affrontate con chiarezza le criticità ancora segnalate nei territori nei quali essa opera. La sostenibilità non può essere soltanto un concetto discusso sui palcoscenici dei convegni. Deve essere verificabile nei territori. Deve essere percepibile nella qualità dell’aria che respirano le persone, nella tutela dell’ambiente, nella trasparenza dei dati e nella possibilità per i cittadini di essere ascoltati quando esprimono preoccupazioni sul futuro della propria comunità. Santità, ci permettiamo di rivolgerci a Lei anche richiamando il tema della cura della nostra “casa comune”: perché la tutela del creato passa inevitabilmente anche dalla tutela concreta dei luoghi nei quali le persone vivono, lavorano e crescono i propri figli. Montello e i Comuni circostanti meritano lavoro, sviluppo e opportunità. Ma meritano anche un futuro nel quale sviluppo economico, ambiente e salute possano procedere insieme. Confidando nella Sua attenzione e nella Sua sensibilità verso la tutela del creato, della dignità delle persone e delle comunità, La ringraziamo per l’ascolto e Le porgiamo i nostri più rispettosi saluti.   Con profondo rispetto,   Eugenio Beccalli, Portavoce Comitato Aria Pulita Tomenone – Montello (BG)   Redazione Sebino Franciacorta
August 28, 2026
Pressenza
Tecnologia, pace e diritti umani: i giovani protagonisti del cambiamento
Le nuove tecnologie stanno trasformando profondamente la nostra società, offrendo opportunità straordinarie ma anche nuove sfide sul piano etico, sociale e ambientale. Il progetto “Le nuove tecnologie per la sostenibilità e i diritti umani”, promosso da Ticino Culture Network, Fondazione Città della Pace per i Bambini Basilicata e Fondazione FOQUS, intende coinvolgere giovani italiani e svizzeri in un percorso di formazione e confronto sui temi dell’intelligenza artificiale, della pace, dei diritti umani e della sostenibilità. Ne parliamo con Margherita Maffeis Natale, Presidente di Ticino Culture Network di Lugano, tra i promotori dell’iniziativa, che ci racconta gli obiettivi del progetto, i criteri di selezione dei partecipanti e il ruolo che le nuove tecnologie possono svolgere nella costruzione di una società più giusta e inclusiva. QUALI CARATTERISTICHE E OBIETTIVI DEVONO AVERE I PARTECIPANTI PER ESSERE CONSIDERATI REALMENTE IN LINEA CON LO SPIRITO DEL BANDO? La selezione premierà giovani capaci di collegare la propria motivazione ai tre temi centrali del progetto: l’utilizzo consapevole delle nuove tecnologie, la promozione della pace e dei diritti umani e la sostenibilità ambientale e sociale. Cerchiamo persone curiose, disponibili a mettersi in gioco e ad ampliare i propri orizzonti, che vedano strumenti come intelligenza artificiale, droni e sistemi digitali non come tecnologie neutre, ma come risorse da orientare al bene comune. Un ulteriore elemento importante è la volontà di continuare il proprio impegno anche dopo l’esperienza formativa, partecipando come volontari alle iniziative promosse dagli enti organizzatori. QUALI CRITERI SARANNO UTILIZZATI PER VALUTARE LE CANDIDATURE E QUALI ELEMENTI POSSONO FARE LA DIFFERENZA NELLA SELEZIONE? Il bando è rivolto a 16 giovani tra i 18 e i 30 anni, metà residenti in Svizzera e metà in Italia, diplomati o laureati e scadrà il 20/6.  La valutazione avverrà attraverso una griglia che considera il percorso formativo, le eventuali esperienze internazionali, il volontariato e la disponibilità a collaborare in futuro con i promotori del progetto. L’elemento più determinante sarà però la lettera motivazionale, che rappresenta oltre un terzo del punteggio complessivo. Un testo autentico, ben argomentato e coerente con gli obiettivi del progetto può fare la differenza anche per chi ha meno esperienze pregresse. Grande valore verrà inoltre attribuito alle attività di volontariato e all’impegno civico maturato nei settori della pace, della sostenibilità e dei diritti umani. DOPO LA SCADENZA DELLE CANDIDATURE, QUALI SARANNO LE TAPPE SUCCESSIVE PER I PARTECIPANTI SELEZIONATI? Una volta conclusa la fase di candidatura verrà pubblicata la graduatoria sui siti degli enti promotori. È inoltre in valutazione una proroga della scadenza per consentire a un numero maggiore di giovani di partecipare. I candidati selezionati prenderanno parte a una settimana residenziale tra Napoli e Potenza, dal 31 agosto al 6 settembre. Il programma prevede incontri con esperti, laboratori pratici, attività dedicate alle nuove tecnologie e momenti di confronto sui temi della pace, dei diritti umani e della sostenibilità. I partecipanti avranno anche l’opportunità di conoscere realtà sociali del territorio e confrontarsi con rifugiati e operatori del settore. Al termine del percorso sarà rilasciato un attestato di partecipazione firmato dagli enti promotori e da Jody Williams, Premio Nobel per la Pace 1997, insignita del riconoscimento per il suo impegno internazionale nella campagna che ha portato al bando delle mine antiuomo. Successivamente, i partecipanti hanno la possibilità di proseguire come volontari nelle iniziative dei promotori, in particolare nel Villaggio per la Pace di Lugano, del 26 novembre 2026. Non sono menzionati nell’avviso percorsi formali di mentoring post-evento o fasi successive strutturate oltre a questa opportunità di volontariato. TRA SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE E TUTELA DEI DIRITTI UMANI, QUALE AMBITO RITIENE OGGI PIÙ URGENTE AFFRONTARE ATTRAVERSO LE NUOVE TECNOLOGIE E PERCHÉ? Si tratta di due sfide profondamente collegate, perché le stesse tecnologie possono incidere sia sulla qualità dell’ambiente sia sulla tutela delle libertà fondamentali. Oggi, tuttavia, la questione dei diritti umani appare particolarmente urgente. Strumenti come l’intelligenza artificiale, la biometria e i sistemi di sorveglianza stanno già influenzando concretamente la vita delle persone, ponendo interrogativi importanti su privacy, libertà e inclusione. Allo stesso tempo, l’automazione sta trasformando il mondo del lavoro e richiede una riflessione sul modo in cui le innovazioni vengono sviluppate e utilizzate. La sfida consiste nel fare in modo che la tecnologia contribuisca al benessere collettivo e non soltanto alla crescita economica. Una visione centrata sui diritti umani può inoltre favorire una maggiore attenzione verso la sostenibilità ambientale, perché il diritto a vivere in un ambiente sano e sicuro riguarda tutti.   info: https://generazioninelcuoredellapace.ch/le-nuove-tecnologie-per-la-sostenibilita-ed-i-diritti-umani/     Tiziana Volta
June 16, 2026
Pressenza
Se persino le armi sono sostenibili
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Pavlo da Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- Dopo una vita stentata è calata una pietra tombale sulla sostenibilità. A mettercela è stata direttamente la Commissione europea con una “Commission Notice”, pubblicata già il 30.12.2025 sul Official Journal (l’equivalente della Gazzetta Ufficiale), concernente la valutazione degli investimenti nel settore della difesa nel quadro di riferimento per la finanza sostenibile e della Direttiva sulla Due Diligence (CSDDD) per la valutazione degli affari economici1. La comunicazione della Commissione fornisce le linee guida sulle tipologie di investimento nella difesa che rientrano nel quadro di finanza sostenibile (Regolamento Ue sull’informativa di sostenibilità nel settore dei servizi finanziari, SFDR, soggetti al controllo della Autorità europea dei mercati finanziari, ESMA). Concretamente, per uscire dal labirinto normativo dell’Ue, la Notice stabilisce che gli investimenti e le attività delle imprese nel settore della difesa sono considerati compatibili con le norme sulla sostenibilità, ad esclusione solo delle “armi controversi”, cioè quelle già proibite dalle convenzioni internazionali: bombe a grappolo, mine antiuomo, armi biologiche, laser accecanti2. La raccolta del risparmio e il credito bancario per finanziare le industrie che producono tutti gli altri sistemi d’arma (nucleari comprese) sono ritenuti in linea con i criteri ambientali, sociali e della buona governare (ESG, Evironmental, Social, Governance3). Si sono così bruscamente chiusi anni di vivaci discussioni su quali dovessero essere i parametri da rispettare per poter definire cosa è “sostenibile”. Questione per la quale è nata persino una disciplina accademica, la “Sustainability science”4. Se le armi posso intestarsi questo merito reputazionale figuriamoci se non lo può fare qualsiasi altro prodotto immesso sul mercato. Si troverà sempre una qualche utilità superiore per giustificare la sua produzione. Le mani sui risparmi privati e sui bilanci pubblici A dire il vero le normative europee sulla “tassonomia verde” (Regolamento UE 2020/852 per la classificazione delle attività economiche utili alla “ecosostenibilità” e alla lotta al cambiamento climatico) erano già state ampiamente compromesse dall’inserimento delle filiere produttive del gas e dell’energia nucleare. Anche allora complice della decisione era stata la guerra (l’invasione della Federazione russa in Ucraina) e la necessità di garantire approvvigionamenti energetici in Europa anche senza il gas russo. Ma con l’inclusione delle armi pare proprio che sia crollata alla base la traballante impalcatura su cui regge il concetto stesso di sostenibilità. Ed è un vero peccato, poiché come vedremo più avanti, pure con tutte le sue ambiguità, distorsioni e faziose distorsioni, per più di cinquant’anni il principio di sostenibilità ci ha aiutato in molte battaglie ambientaliste, perlomeno per smascherare il greenwashing. Con quest’ultimo colpo di mano il termine sostenibilità ha subito un rovesciamento completo di senso. È lo stesso destino capitato a molti altri vocaboli, come: libertà nelle mani dei liberisti, sviluppo contabilizzato nei bilanci delle multinazionali, benessere ridotto a benavere, lavoro subalternizzato al profitto, cura appaltata al Terzo settore, comunità confinata nelle identità etniche, democrazia sequestrata dai partiti, giustizia delegata ai tribunali, vita separata dalle vite reali delle persone. Illich le chiamava parole ameba, altri pensatori le hanno chiamate parole caucciù. Ora, anche sostenibilità è stata fagocitata e conquistata dai suoi nemici. Era da tempo che i ministri della difesa dell’Unione Europea, riuniti nel board dell’Agenzia europea della difesa, chiedevano di liberare dal marchio d’infamia gli investimenti in aziende collegate alla produzione di armi. Se la guerra non è più un disvalore – anzi, un dovere morale – le armi sono il necessario complemento. Il ministro per la Difesa del Regno Unito, Grant Shapps, ha detto: «Non c’è nulla di poco etico nel sostenere l’industria degli armamenti, che ci permette di difendere il nostro stile di vita, soprattutto in questo periodo di incertezza globale» (Valori.it 05.12.2023). Anche il ministro dell’Economia francese Eric Lombard, afferma che finanziare l’industria bellica è un «atto responsabile», in perfetto allineamento con i principi Esg (Maurizio Bongioanni, Investimenti “sostenibili” nelle armi: il nuovo paradosso europeo, Valori 08.04.2025). Difficile dare torto a questi signori, non c’è incoerenza in loro, poiché sono stati i parlamenti europei a proclamare il superiore interesse pubblico del riarmo, della deterrenza proattiva e della “prontezza” nell’entrare in guerra contro i “pericoli esistenziali” che minaccerebbero la civiltà, la prosperità, la religione cristiana. Già il Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea – vero documento programmatico del secondo mandato della Commissione Von der Leyen – c’era scritto che «l’accesso ai finanziamenti [per la difesa] è spesso ostacolato dall’interpretazione data dalle istituzioni finanziarie ai quadri di riferimento dell’Ue per la finanza sostenibile e ai quadri di riferimento ambientali, sociali e di governance (Esg)». È noto che il piano Rearm Europe della Commissione europea5 è alla ricerca di canali di finanziamento per 800 miliardi, più quelli che saranno necessari per rimpiazzare il disimpegno degli Usa dal fianco est della Nato. Servono fondi pubblici e risparmi privati6. È giunto il momento di fondere le campane per fare cannoni e di donare oro alla Patria. Il generale Vannaci non emerge dal nulla. In questo contesto non c’è azione più etica che stornare denari pubblici dalle spese sociali agli armamenti e garantire ottime remunerazioni agli investimenti privati nelle industrie delle armi, lo certificano gli utili da capogiro che sta realizzando il settore. Le industrie del settore fatturano ogni anno la ragguardevole cifra di 5mila miliardi di dollari. Se la guerra è considerata giusta dalle pubbliche autorità legittimate dalla sovranità popolare, allora finanziarla e prendervi parte (vedi le varie iniziative che si aggirano sull’Europa per rendere più o meno obbligatoria la leva militare) può apparire non solo necessario, ma glorioso. A fronte di tale stringete ragionamento diventa inutile la disputa scientifica su ciò che è o non è sostenibile. Ci sarà sempre un fine d’interesse superiore che giustifica l’impiego di qualsiasi mezzo necessario a raggiungerlo. Schiere di esperti, di negoziatori, di legulei e rispettive commissioni di valutazione, tavoli di confronto, forum tra stakeholder e “dibattiti pubblici” vengono scavalcati d’un sol colpo. La decisione politica torna ad essere puro comando, le tecnocrazie si adeguano, la infinita produzione di trattati, codici e regolamenti evapora. Se il diritto internazionale è diventato un orpello nelle dispute tra gli stati, figuriamoci che fine fanno le specifiche tecniche sulla sostenibilità Esg dei prodotti7. La nuova frontiera degli investimenti sostenibili sono le armi. Secondo i dati di Morningstar citati dalla testata francese Les Echos, i fondi sostenibili definiti come tali negli articoli 8 e 9 della regolamentazione Ue (Regolamento SFDR e il piano d’azione per la finanza sostenibile8) gestiscono oltre 6.100 miliardi di euro. Pari al 60% del totale degli asset europei. Una cifra enorme su cui l’industria della difesa ha puntato gli occhi per finanziare il piano Rearm Europe. Infatti, i fondi denominati Esg finora sono entrati per pochissimi denari nei portafogli dei settori aerospaziale e della difesa. Thomas Jusquame, (già citato nella nota n.1) rende noto che un consorzio di giornalisti ha recentemente rilevato che «tra il 2021 e il 2023, 120 miliardi di euro provenienti dai fondi “verdi” delle banche sono stati investiti nella produzione di armamenti». La finanza sostenibile screditata Come è potuto accadere che anche il principio della sostenibilità sia fagocitato dal furore bellico? Dove abbiamo sbagliato? Forse, nell’esserci illusi che la sostenibilità delle attività umane potesse realizzarsi per via normativa, a prescindere da una preliminare condivisione profonda, sostanziale di ciò che è etico e di ciò che non lo è. La sostenibilità, come la pace e molti altri bei principi, non basta scriverli nelle costituzioni bisogna che entrino nella testa e nel cuore delle persone. Si possono costruire carrarmati rispettando i diritti dei lavoratori e completamente riciclabili, forse, anche bombe “eco”, ma una guerra non sarà mai sostenibile9. Le tassonomie che classificano ciò che è sostenibile vengono dopo aver definito cosa è bene e cosa è male. Se non sono chiari i principi morali dell’agire umano si troveranno sempre delle giustificazioni per agire in deroga. C’è una straordinaria frase di papa Bergoglio che ammoniva contro la filantropia compensativa: «Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto piantano alberi, per compensare parte del danno arrecato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è ipocrisia!». Più avanti precisava: «Il capitalismo conosce la filantropia non la comunione»10. Con buona pace di quanti in questi anni hanno tentato di far riconosce e istituzionalizzare la finanza sostenibile, pesino “etica”. Ricordo che l’economista Enrico Giovannini, ministro con Letta e Draghi fece una campagna per iscrivere nella Costituzione il lemma “sviluppo sostenibile”. Lo stesso Giovannini è il principale promotore di una Alleanza di successo tra le imprese (ASviS) per lo Sviluppo Sostenibile, ossia per una “crescita verde”. Dal canto loro anche le banche e gli istituti finanziari si sono dati da fare con il Forum per la Finanza sostenibile. Il suo principale promotore e direttore generale, Francesco Bicciato, ci ricorda che sulla sostenibilità degli investimenti in armi è in corso un dibattito tra gli operatori: «Ci teniamo a sottolineare che la finanza sostenibile si fonda sull’integrazione tra i fattori economici e quelli ambientali e sociali. Secondo questa logica, gli investimenti in armi non ci sembra possano essere considerati sostenibili»11. Andrea Baranes, già presidente della Fondazione Finanza Etica e del Consiglio di Amministrazione di Banca Etica, ha lanciato un invito: «Forse occorre fermarsi solo un attimo. Sono oltre due secoli che la definizione di finanza sostenibile si fonda sull’esclusione dell’industria delle armi. Già nel XVIII secolo alcuni fondi religiosi negli Stati Uniti decidono di non investire nelle “azioni del peccato”. Tra i primi, la comunità protestante dei quaccheri che esclude in particolare due settori: le industrie implicate nella tratta degli schiavi e quelle legate alla guerra (…) È sempre stato così. Fino a ieri. Da oggi, anche un fondo che investe in armi può essere sostenibile (…) La sostenibilità diventa “un ostacolo”. Siamo oltre la soglia del ridicolo» (Andrea Baranes, La fine della sostenibilità. L’Unione europea ha autorizzato il primo fondo “sostenibile” che investe in armi, svuotando di significato l’idea stessa di finanza sostenibile, Valori, 21.10.2025). Il principio di sostenibilità va preso sul serio Ora che l’Ue è riuscita a purificare pure le armi e fagocitare il principio di solidarietà, cosa ci rimane? Nulla, poiché la nozione di sostenibilità è davvero cruciale per riuscire ad orientare i comportamenti umani. Dobbiamo quindi difendere in tutti i modi i parametri logici ed etici della sostenibilità. Il concetto viene dalle scienze naturali e indica la capacità della biosfera (e di ogni singolo ecosistema capace di autoregolarsi e di evolvere spontaneamente) di sopportare perturbazioni e impatti diretti o indiretti che vengono da attività esterne senza compromettere le sue caratteristiche e funzioni. Carring capacity, nei manuali di ecologia. Avere cognizione dei limiti di tollerabilità del sistema Terra (Gaia, nella bella immagine di un unico grande macrorganismo vitale) e dei suoi sottosistemi – “catena della vita”, la chiama Fritjof Capra -, significa quindi prendere coscienza della rete di relazioni che legano il mondo naturale e noi – l’umanità – con lui. Omnia coexa sunt. Lo sapevano già gli antichi. Sostenibilità, persistenza, equilibrio, armonia, integrazione… diventano così i parametri di riferimento per ogni attività umana. Le regole auree della convivenza. Il concetto di sostenibilità abbraccia tutti i campi dell’agire umano. Quello più propriamente analitico della conoscenza scientifica dei “limiti planetari” all’interno dei quali è possibile salvaguardare la rigenerazione delle forme di vita – perlomeno non danneggiarle. Quello normativo, politico-istituzionale che stabilisce i codici sociali e gli strumenti di regolamentazione nell’uso delle risorse naturali. Ma, prima di tutto, la sostenibilità abbraccia i criteri etici che presidiano il modo di concepire il mondo e le relazioni fra gli esseri umani e l’intero vivente. Senza questo codice universale morale sarà difficile che le comunità e i singoli individui riescano ad assumersi la responsabilità politica collettiva della salvaguardia della buona vita del e nel pianeta. La nostra civiltà moderna occidentale è figlia di concezioni utilitaristiche, antropocentriche, prometeiche. Pensiamo ed agiamo come se non ci fossero limiti nelle possibilità di estrarre materie ed energie dalla Terra. Pensiamo di poter dominare a nostro piacimento le forze della natura. Abbiamo trasformato le scoperte scientifiche in feticci tecnologici. Ignoriamo i segnali di stress (le retroazioni negative) che gli ecosistemi ci trasmettono. Estinzioni di massa delle specie viventi, inquinamenti d’ogni tipo, surriscaldamento climatico, pandemie, riduzione della fertilità maschile e innumerevoli altri “tipping point” ci dicono che stiamo erodendo le basi naturali che sostengono – appunto! – ogni attività umana. Il fallimento degli obiettivi dello Sviluppo sostenibile I movimenti ecologisti sono sorti all’indomani della catastrofe della Seconda guerra mondiale per denunciare le conseguenze di un modello di crescita economica e tecnologica fuori controllo. Fall out nucleare, inquinamento chimico, devastazione degli habitat naturali sono sotto gli occhi di tutti. Ad un certo punto sembrava che i potenti della Terra dessero ascolto alle popolazioni e agli scienziati12. Si comincia a pensare che lo “sviluppo” delle forze produttive dovesse essere in qualche modo tenuto sotto controllo. All’inizio viene proposto di usare il concetto di “eco-sviluppo”, ma ad alcuni sembrò troppo vincolate e con il rapporto Rapporto Brundtland del 1987 fu adottato definitivamente il lemma “sviluppo sostenibile”13. L’idea che sta alla base è provare ad addomesticare la crescita economica, imbrigliandola in traiettorie di lungo periodo e di controllo sociale. Lo sviluppo continua ad essere l’alfa e l’omega delle politiche governative, di destra e di sinistra, ma deve essere subordinato al raggiungimento di obiettivi di pubblica utilità. Gli Obiettivi del Millennio (2000) e poi i famosi Goals dell’Agenda 2030 (SDGs) adottati dalle Nazioni Unite il 25 settembre 2015, sottoscritti da 193 stati costituiscono un corpus programmatico e normativo di enorme portata: 17 obiettivi principali, articolati in 169 target specifici e 240 indicatori. A meno di quattro anni dalla data di scadenza, scopriamo che quegli ambiziosi progetti di autoriforma dell’attuale sistema socioeconomico sono di fatto falliti. I report dell’Onu, ma anche quelli a scala locale elaborati dall’ASviS, segnalano ritardi che, con lo scoppio delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, diventano incolmabili. La spesa militare globale ha raggiunto il livello record di oltre 2.700 miliardi di dollari, con un trend in crescita che, se confermato, porterebbe a raggiungere livelli compresi tra 4.700 e 6.600 miliardi di dollari entro il 2035, una cifra equivalente a quattro-cinque volte quella registrata alla fine della Guerra Fredda. Risultato: solo il 18% dei Target è in linea con l’obiettivo del 2030, per il 17% sta compiendo progressi moderati, per il 31% miglioramenti marginali o assenti, per il 17% è in stagnazione e nel 18% dei casi si osserva un regresso rispetto a dieci anni fa. Da tener presente che i risultati maggiori si sono registrati in Cina, che non mi pare stia rispettando i criteri di governance cari agli occidentali. Sull’ambiente i dati sono drammatici. Prendiamo il Goal 12, quello sul “consumo e sulle produzioni responsabili”. Tra il 2015 e il 2022 il consumo interno di materiali ha superato il ritmo di crescita della popolazione, aumentando del 23,3% e passando da 92,1 a 113,6 miliardi di tonnellate, mentre il consumo pro-capite è cresciuto del 14,8%, passando da 12,4 a 14,2 tonnellate pro capite. L’idea dello sviluppo sostenibile si basava sulle capacità delle imprese di innovare gli apparati produttivi con il decoupling, la separazione tra l’aumento del valore monetario del volume delle merci e dei servizi e la diminuzione dei flussi di materiali necessari a produrli. Risultato, fallimento su tutti e due i versanti: tramonto dell’era dello sviluppo (“stagnazione secolare” negli indici di aumento del Pil) e sfondamento dei limiti biogeofisici del pianeta. La strategia dello sviluppo sostenibile paga ambiguità semantiche (la sovrapposizione di crescita e sviluppo), illusioni ideologiche (la marea che cresce aiuterebbe tutte le barche ad uscire dal porto), soprattutto, difetti strutturali: le logiche di sviluppo capitaliste non sono correggibili agendo con gli strumenti del mercato. La logica di valorizzazione e accumulazione del capitale ha bisogno di un incessante processo di accelerazione dei cicli di produzione e di consumo. Fattori produttivi e merci, estrazione di risorse naturali e produzione di scarti e rifiuti procedono più o meno appaiati, ma nella stessa direzione. Qualche cosa si potrà riciclare (economia circolare), qualche cosa si potrà efficientare (nuove tecnologie green), qualche cosa si potrà evitare di sprecare (sobrietà), qualche cosa potrà essere persino eco, ma fino a che i modi produttivi e le relazioni sociali saranno dominati dalle logiche di mercato non si potrà mai realizzare una integrazione equilibrata, armoniosa tra ecologia ed economia, tra attività antropiche e biosfera. Ha scritto Edgar Morin: «Potrà svilupparsi un capitalismo ecologico che fabbrichi e venda il non-inquinante, il sano, il rigenerante (…) tuttavia il problema ecologico ci obbliga prendere in considerazione la struttura della vita e della società umana (…) Abbiamo bisogno di una bio-antropologia, di una ecologia generalizzata» (L’anno I dell’era ecologica, Armando editore, 2007). La crisi sistemica, multifattoriale e multidimensionale, in cui sono precipitate le società occidentali obbligano a una scelta. Non sembrano esserci più molti margini di accomodamento tra sviluppo e preservazione delle capacità rigenerative della biosfera, dei supporti vitali che ci offre il Sistema Terra. La sostenibilità va quindi presa sul serio, integralmente, come vincolo e come guida, in tutte le sue dimensioni: analitico-scientifiche, razionali (la carring capacity), normative (le politiche pubbliche, le strumentazioni) e, prima di tutto, etiche. Quelle cioè che chiamano in causa la consapevolezza e la responsabilità. La più bella definizione di sostenibilità è probabilmente quella che ci dette Hans Jonas nel lontano 1979, Il principio responsabilità: «Agisci in modo tale che le conseguenze delle tue azioni siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra». -------------------------------------------------------------------------------- 1 Official Journal of the European Union, COMMISSION NOTICE on the application of the sustainable finance framework and the Corporate Sustainability Due Diligence Directive to the defence sector./2025/4950. La notizia è stata commentata dal giornalista Thomas Jusquame, Oh Dio! Quanto è bella la guerra, Le Monde Diplonatique, maggio 2026: «La Commissione europea ha stabilito che “la finanza sostenibile dell’Unione Europea è compatibile con gli investimenti nel settore della difesa”. Così alcune armi nucleari, armi incendiarie e munizioni all’uranio impoverito sono diventate ammissibili tra gli investimenti “etici” allo stesso titolo dei carri armati, dei cannoni, degli aerei da combattimento, dei proiettili e dei software di sorveglianza (…) Questi investimenti, gestiti secondo criteri ambientali, sociali e di governance [ESG] sono ritenuti legati allo sviluppo sostenibile». Vedi anche Alessandro Bonini ed Elisa Campisi, L’Ue annacqua la finanza sostenibile: ok anche alle armi nucleari, Avvenire del 24 gennaio 2026. «Una bomba atomica può essere considerata un investimento sostenibile? Per quanto possa sembrare incredibile, per le regole europee sulla finanza Esg (cioè gli investimenti che rispettano criteri ambientali, sociali e di governance) la risposta, sorprendente, è “sì”». Sull’argomento ha scritto anche Luca Pisapia, I parametri Esg, l’ennesima vittima delle guerre, in Valori 14.11.2023: «Una vittima delle guerre in corso è l’idea stessa che sia possibile costruire una forma di capitalismo etico. La scomparsa dell’etica negli investimenti finanziari resta una vittima, o se preferite un effetto collaterale, delle guerre».  E anche Simone Siliani, «In fumo anni di lavoro sulle regole per la finanza sostenibile», Valori, 28.01.2026. 2 Scrive Maurizio Bongioanni «Il regolamento Sfrd (Sustainable finance disclosure regulation) (…). Non dice nulla, quindi, sulle armi convenzionali» (Valori 08.04.2025). Ciò che viene chiesto è solo una informazione “trasparente”. 3 In realtà l’Unione Europea ha prodotto delle normative solo sulla sostenibilità ambientale, sulla base di classificazioni (“tassonomie”) delle attività finalizzate alla mitigazione degli impatti antropici sui sistemi naturali, all’adattamento degli insediamenti umani alle nuove condizioni climatiche, al recupero e al riciclo dei materiali, alla conversione energetica, tutti con il vincolo di non danneggiare significativamente nessuna matrice naturale. Sugli altri criteri (Social e Governance) c’è traccia di numerosi studi e gruppi di lavoro, ma non risulta ancora nessuna proposta della Commissione. 4 Vedi: Revisiting the sustainability science agenda, di Mesfin Sahle et altri in IGES e IR3S 2025. 5 ReArm Europe (Riarmare l’Europa), ribattezzato “Readiness 2030”, proposto dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, è stato approvato dal Parlamento europeo il 12 marzo 2025 con l’obiettivo di investire fino a 800 miliardi di euro per rafforzare l’infrastruttura di difesa europea. 6 Ha scritto Andrea Baranes che sia la finanza pubblica che quella privata sono impegnate a «convogliare i 10mila miliardi di euro che i cittadini europei detengono sui loro conti correnti bancari verso investimenti finanziari (…) Ogni risorsa disponibile deve essere impiegata. Anche quelle che esplicitamente chiedono di non farlo. Su questo fronte si lavora alla direttiva Saving and Investment Union». Andrea Baranes, La fine della sostenibilità. L’Unione europea ha autorizzato il primo fondo “sostenibile” che investe in armi, svuotando di significato l’idea stessa di finanza sostenibile, Valori 21.10.2025. 7 Mi riferisco alla Direttiva sul reporting di sostenibilità (Csrd) che impone alle imprese di fare un’analisi degli impatti ambientali e sociali del loro business. 8 Pierangela Peruzzo, La finanza sostenibile e i fondi di investimento classificati Art.8 e Art.9 secondo il Regolamento SFDR, https://unitesi.unive.it/handle/20.500.14247/13488 9 Secondo la Direttiva sulla Due Diligence (CSDDD) anche le aziende deli sistemi d’arma sono tenute a mappare e mitigare i potenziali impatti negativi delle proprie linee produttive sui diritti umani e sull’ambiente. 10 Udienza con il movimento dell’Economia di Comunione, 4 febbraio 2017. I riferimenti di papa Francesco all’industria delle armi sono stati frequentissimi, ad esempio: «È terribile “guadagnare con la morte”, ma “purtroppo oggi gli investimenti che danno più reddito sono le fabbriche delle armi”», Avvenire, 2 maggio 2024. 11 In Alessandro Bonini ed Elisa Campisi, L’Ue annacqua la finanza sostenibile: ok anche alle armi nucleari, Avvenire del 24 gennaio 2026. 12 Qui una mini-cronologia: 1969 negli Stati Uniti, il 31 dicembre, il Congresso vara il “National Environmental Policy Act” (Nepa); nel 1970 viene istituita l’EPA, l’Agenzia modello nella protezione dell’ambiente; il 22 aprile 1970 viene celebrato l’Earth-Day, sotto l’egida delle Nazioni Unite; nel 1971 viene firmata la Convenzione Ramsar (uccelli); nel 1972 viene pubblicato il Rapporto del MIT sui “limiti dello sviluppo” commissionato dal “Club di Roma”; nel 1972 a Stoccolma il Summit sull’ambiente dell’uomo con la “Dichiarazione” delle Nazioni Unite; nel 1987 viene scritto il Rapporto Brundtland WCED in preparazione del Summit della Terra che si svolgerà a Rio de Janeiro nel 1992; nel 1988 nascono l’Organizzazione meteorologica mondiale (World Meteorological Organization, WMO) ,il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (United Nations Environment-Programme, UNEP) e il Gruppo di esperti intergovernativo sul cambiamento climatico Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC). 13 Questa la definizione classica: «Lo sviluppo è sostenibile se soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri bisogni». -------------------------------------------------------------------------------- Testo preparato per il modulo su “Sostenibilità: origine ed evoluzione”, nell’ambito del Progetto formativo “Commercio 4.0 Etico e Sostenibile”, dell’Azienda cooperativa Filò – BDES, promosso a Martellago (Venezia) il 20 maggio 2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Se persino le armi sono sostenibili proviene da Comune-info.
June 2, 2026
Comune-info
LETTERA APERTA A COLDIRETTI PIEMONTE, CONFAGRICOLTURA PIEMONTE, CIA PIEMONTE, COOPERATIVA LA MARUNA, CONSORZIO TUTELA VINI DOC VALSUSA
Riprendiamo questa lettera aperta e petizione di Movimento Terra – Collettivo di contandini della Valsusa Contadini Valsusini – oltre l’inganno pure la beffa! Siamo schiacciati tra alti costi di produzione […] The post LETTERA APERTA A COLDIRETTI PIEMONTE, CONFAGRICOLTURA PIEMONTE, CIA PIEMONTE, COOPERATIVA LA MARUNA, CONSORZIO TUTELA VINI DOC VALSUSA first appeared on notav.info.
May 19, 2026
notav.info
Val di Susa candidata a capitale della cultura 2028
Si mormora che la Val di Susa voglia candidarsi a Capitale della Cultura 2028. Tuttavia, “cultura”, in questo caso, è sinonimo di cantieri a perdita d’occhio, tunnel che potremmo definire […] The post Val di Susa candidata a capitale della cultura 2028 first appeared on notav.info.
March 17, 2026
notav.info
Milano-Cortina: sport, petrolio, greenwashing
Articoli di Claudia Vago, Gianluca Cicinelli e Giovanni Caprio. Con molti link utili ripresi… dalla “bottega”. Milano Cortina 2026, i Giochi italiani “sostenibili”… ma ciò che si vende è “made in Bangladesh” (senza veri controlli). E quasi nessuno dice che la sostenibilità diventa marketing se ignora filiere, subappalti e diritti di chi produce il merchandising. di Claudia Vago (*) Foto:
February 11, 2026
La Bottega del Barbieri
In UE i fondi “sostenibili” finanziano le armi
Con il piano RearmEu l’Unione Europea ha definito la rotta: investimenti e voci di spesa vanno dirottati nelle aziende belliche e per le armi, la difesa è ormai un mantra nel linguaggio europeo, utilizzato anche per giustificare l’uso di fondi originariamente destinati alla transizione ecologica per l’industria delle armi. L’inchiesta coordinata da Voxeurop, risultato della collaborazione con El País, IrpiMedia e Mediapart, riporta dati importanti rispetto ai meccanismi relativi agli investimenti della finanza sostenibile, un settore dal quale l’industria bellica non ha intenzione di rimanere esclusa. Ne parliamo con Carlotta Indiano, giornalista indipendente di IrpiMedia che ha collaborato all’inchiesta
January 22, 2026
Radio Blackout - Info
I dati di Pendolaria 2025: il trasporto pubblico italiano continua a perdere “pezzi”
Il Fondo Nazionale Trasporti varrà nel 2026 il 38% in meno rispetto al 2009 se si considera l’inflazione, mentre la legge di Bilancio 2026 toglie risorse decisive alla metro C di Roma, alla M4 di Milano e al collegamento Afragola–Napoli. Nel 2024 hanno circolato inoltre 185 treni regionali in meno rispetto al 2023 a causa delle dismissioni dei rotabili più vecchi non compensate da acquisti sufficienti di nuovi convogli. Nel frattempo, il Ponte sullo Stretto assorbe 15 miliardi di euro per poco più di 3 chilometri, mentre con un terzo di quella cifra – 5,4 miliardi – si stanno realizzando 250 chilometri di tranvie in 11 città. È la fotografia del nuovo Rapporto Pendolaria – 20ª edizione di Legambiente, che documenta un sistema dei trasporti segnato da scelte politiche sbilanciate, sottofinanziamento cronico e ricadute sempre più pesanti su famiglie, lavoratori e studenti. Mentre le grandi opere stradali monopolizzano il dibattito pubblico, il servizio ferroviario quotidiano si deteriora: crescono gli impatti degli eventi meteo estremi sui trasporti (26 solo nel 2025) e aumenta il numero di persone che non può permettersi di muoversi. I numeri del Fondo Nazionale Trasporti parlano chiaro: le risorse destinate al trasporto pubblico su ferro e gomma sono oggi inferiori a quelle del 2009 e non sono mai state pienamente reintegrate dopo i tagli del 2010. In valori assoluti si è passati da 6,2 miliardi di euro nel 2009 a 4,9 miliardi nel 2020, con un lieve recupero a 5,18 miliardi nel 2024. Ma se si considera l’inflazione, il Fondo vale oggi il 35% in meno rispetto al 2009 e, senza interventi correttivi, nel 2026 la perdita salirà al 38%. Per tornare ai livelli reali di spesa di oltre quindici anni fa sarebbero necessari almeno 3 miliardi in più di quanto oggi previsto. D’altro canto, la legge di Bilancio 2026 non rafforza il Fondo e, al contrario, definanzia tre interventi cruciali per le aree urbane a più alta domanda di mobilità: 425 milioni di euro sottratti alla metro C di Roma (tratta Piazzale Clodio–Farnesina), lo stop al prolungamento della M4 di Milano fino a Segrate e al collegamento ferroviario Afragola–Napoli. Negli ultimi anni, la politica infrastrutturale ha inoltre continuato a privilegiare grandi opere stradali e autostradali – tra cui soprattutto il Ponte sullo Stretto di Messina, ma anche la Pedemontana Veneta, la Bre.Be.Mi., la Pedemontana Lombarda – con conseguenze negative su economia, ambiente e clima. Questa impostazione ha drenato risorse dalle aree urbane e metropolitane, dove si concentra la domanda di mobilità quotidiana, contribuendo a rendere marginale il tema del finanziamento del trasporto pubblico locale. In Italia si costruiscono infatti in media solo 2,85 chilometri all’anno di nuove metropolitane e 1,28 chilometri di tranvie. Le reti metropolitane italiane si fermano complessivamente a 271,7 chilometri, contro i 680 del Regno Unito, i 657 della Germania e i 620 della Spagna. Il confronto con il Ponte sullo Stretto è emblematico: con 5,4 miliardi di euro – l’investimento complessivo previsto per la realizzazione e il prolungamento di 29 linee tranviarie in 11 città italiane, pari a circa 250 chilometri di rete – sarebbe possibile costruire un sistema di mobilità urbana efficiente, accessibile e coerente con gli obiettivi climatici. Una cifra pari a circa un terzo del costo del Ponte (15 miliardi di euro per soli 3 chilometri), ma con un impatto sulla vita quotidiana di milioni di persone incomparabilmente superiore. Le linee peggiori d’Italia individuate in collaborazione con i comitati pendolari raccontano un sistema intrappolato tra rinvii e promesse non mantenute. In Campania la ex Circumvesuviana conferma il primato negativo: 13 milioni di passeggeri persi in dieci anni, convogli senza climatizzazione, stazioni impresenziate e un orario ancora “provvisorio”. Sempre in Campania, sulla Salerno–Avellino–Benevento la riapertura della stazione di Avellino è rimandata a giugno 2027. Nel Lazio la Roma Nord–Viterbo ha registrato 8.038 corse soppresse nei primi dieci mesi del 2025, il dato peggiore degli ultimi tre anni, mentre la Roma–Lido continua a essere segnata da guasti frequenti. Al Nord la Milano–Mortara–Alessandria, utilizzata ogni giorno da circa 19mila viaggiatori, accumula ritardi per il mancato raddoppio della linea. A questa si aggiungono le criticità del sistema ferroviario regionale e metropolitano del Piemonte, della Vicenza–Schio nel Nord-Est e delle Ferrovie del Sud Est. New entry del 2025 è la Sassari–Alghero, con quattro coppie di treni soppresse e un servizio quotidiano ancora inadeguato. In Sicilia restano infine aperte ferite storiche come la Catania–Caltagirone–Gela, interrotta dal 2011, e la Palermo–Trapani via Milo, chiusa dal 2013: collegamenti ferroviari fondamentali fermi da oltre un decennio. Tra le proposte di Legambiente al Governo Meloni c’è il rifinanziamento strutturale del trasporto pubblico su ferro e urbano, insieme a un rafforzamento del ruolo del MIT sulla qualità del servizio. Serve riportare il Fondo Nazionale Trasporti ai livelli reali del 2009 e investire su più treni e più corse nelle aree urbane e suburbane. Occorre potenziare le frequenze, passando da 30 minuti a 4–8 minuti nelle ore di punta, e raddoppiare i viaggi giornalieri da 6 a 12 milioni entro il 2035. A questo si affiancano politiche tariffarie integrate, con abbonamenti unici sul modello tedesco e spagnolo, incentivi all’uso del TPL, la riforma fiscale della shared mobility, il ripensamento degli spazi urbani con Low Emission Zones e città dei 15 minuti, lo sviluppo della mobilità elettrica, a prescindere dalla scadenza del 2035, e un piano per lo shift modale del trasporto merci, rafforzando Sea Modal Shift (il vecchio Marebonus) e Ferrobonus. Qui il Rapporto: https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2025/12/Rapporto-Pendolaria-20esima-edizione-1-2.pdf. Giovanni Caprio
December 22, 2025
Pressenza
[Ponte Radio] Fake in Italy
Parliamo della candidatura della cucina italiana a patrimonio immateriale dell'UNESCO, provando a smascherare l'idea del made in italy e la narrazione di "sostenibilità" e "biodiversità" dietro la quale si nasconde l'agroindustria e la grande distribuzione con aziende che spesso finanziano, in ultima analisi, guerra e turismo. A Verona il centro città diventa una experience gastronomica per turisti dal portafogli rigonfio e il cibo diventa protagonista della riqualificazione del territorio. Ma lontani dalle luci dei mercatini natalizi e dei ristoranti vediamo crollare deserti gastronomici come Eataly e sorgere oasi che provano a resistere. Passeremo ad una prospettiva internazionale parlando delle recenti novità legislative riguardo gli accordi agroalimentari e gli NGT (TEA ovvero nuovi OGM). Concludiamo con presentazione dei contadini e dei produttori che animano il mercato di Genuino Clandestino Trento.
December 19, 2025
Radio Onda Rossa