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La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /2
continua da qui La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /1 Tre nodi critici: filosofico, femminista, giuridico La coerenza logica delle argomentazioni di L. Zanella è ferrea e quasi sacrale: se la maternità è potenza originaria, relazione fondante e non funzione, allora renderla sostituibile significa far saltare un fondamento di civiltà. È una tesi che non ammette compromessi e proprio questa assolutezza genera le critiche più dure. La critica va articolata su tre registri distinti e intrecciati. Il primo è filosofico. L. Zanella viene dal femminismo della differenza. Da qui la suggestiva metafora ecologista: come non si estrae un bosco per venderlo a pezzi senza distruggerne il senso, così non si estrae la capacità di generare dal suo tessuto relazionale. È evocativa, ma è un ritorno all’essenza. È proprio ciò che Simone de Beauvoir ha speso una vita a decostruire quando scriveva che “donna non si nasce, ma si diventa”. Michela Murgia lo riprende con una formula fulminante: il medium non è il messaggio. Il medium è l’utero: nove mesi di corpo, di rischi, di sangue. Il messaggio è la maternità, cioè la scelta di prendersi cura per sempre. Se si afferma che il corpo che genera e la maternità sono inscindibili, allora per coerenza si dovrebbe rimettere in discussione anche la possibilità di non riconoscere un figlio alla nascita. Anche lì, infatti, il medium viene portato a compimento senza che si traduca in maternità. L. Zanella non vuole farlo, ma è ciò che la sua premessa implica logicamente. E qui la metafora ecologista smette di reggere: un bosco non ha volontà, non sceglie. Una donna sì. Il secondo registro è quello femminista. Quale donna stai tutelando? A questo snodo interviene la lezione del femminismo intersezionale, da K. Crenshaw a bell hooks, da A. Lorde a M. Murgia. L. Zanella parla de “la donna” al singolare, come se fosse un universale trasparente. Il femminismo intersezionale ne decostruisce la pretesa: quell’universale non esiste, è sempre situato.L. Zanella parla di esproprio della maternità. Ma la nostra società è già strutturalmente fondata sull’esproprio della cura: la badante rumena che lascia i figli in Moldavia per accudire nostra nonna ventiquattro ore su ventiquattro non vende nove mesi, vende vent’anni di maternità. E noi lo chiamiamo lavoro. Allora: perché quello è lavoro e la gestazione diventa esproprio? È una critica di classe che M. Murgia coglie con lucidità: ci scandalizziamo della vendita della gravidanza perché tocca un simbolo, l’utero come ultimo residuo di sacralità naturale, non ci scandalizziamo della vendita della cura quotidiana perché ci fa comodo. Se vieti ovunque, come vorrebbe l’istanza abolizionista, non abolisci il bisogno economico che spinge una donna a farlo. Lo sposti soltanto in Kenya, in India, in Ucraina, dove costa meno e dove ci sono meno tutele. Il divieto universale non abolisce il mercato ma lo duplica, creando un mercato a due velocità: uno legale e iper-garantito e uno clandestino e pericolosissimo.                                 Infine il nodo giuridico: qui la posizione di L. Zanella si fa meno solida, perché il divieto non protegge, cancella. Il diritto italiano conosce già la separazione tra gravidanza e maternità. Puoi abortire anche per una ragione economica, puoi partorire in anonimato e non riconoscere il figlio, puoi diventare madre con l’adozione senza alcuna gravidanza. Il nostro ordinamento ha già accettato che generare e diventare madre non siano la stessa cosa. Se la legge ritiene legittimo che una ragione economica possa portarti a interrompere una gravidanza, come può ritenere illegittimo che la stessa ragione possa portarti a iniziarla?            In questo frangente L. Zanella sovrappone due piani che andrebbero tenuti distinti: la mercificazione della gravidanza e la mercificazione del bambino. Da una parte c’è la gravidanza come lavoro corporeo rischioso, come tempo di vita ceduto. Dall’altra c’è il bambino come prodotto reso conforme alle aspettative dei committenti. La seconda è inaccettabile e va impedita con ogni strumento giuridico. Ma non la si  impedisce con un divieto totale. La si impedisce con una legge che dica l’opposto della logica del mercato: che il feto non è mai proprietà dei committenti, che la gestante non può mai essere costretta ad abortire, che può sempre cambiare idea e tenere il bambino con sé, che i committenti non possono rifiutarlo se nasce disabile.  Dalla protezione alla tutela: la proposta di Angela Galici ed Elia Randazzo Su un piano epistemologicamente rovesciato si colloca l’intervento di Angela Galici. Se L. Zanella muove dal principio di non mercificabilità del corpo materno, A. Galici parte da un dato materiale, transfemminista, intersezionale e sindacale: chi tutela le donne che, nonostante il vuoto normativo italiano, accedono comunque alla GPA all’estero senza garanzie? La sua mossa è decostruttiva: distingue la gestazione come fatto biologico e lavoro corporeo dalla sacralità che vi si costruisce sopra. Quel simbolico materno è storico, quindi interrogabile. Il fulcro della sua argomentazione è la distinzione tra protezione e tutela. La protezione è paternalistica: decide al posto tuo perché la scelta sarebbe troppo delicata. È lo Stato che si fa padre e sospende l’autodeterminazione, lo stesso schema che ha escluso le donne da voto, lavoro e proprietà. La tutela, al contrario, non sostituisce la volontà ma crea le condizioni perché possa esercitarsi: diritti, salute, consenso informato, recesso reale. Da sindacalista la tesi è netta: non proteggere le donne dalla GPA, ma tutelarle dentro di essa. Il divieto non elimina la pratica, la esporta dove le tutele sono minori. L’alternativa citata è la Gestación solidaria cubana: né mercato deregolato né tabù, ma regolazione pubblica e sanitaria. Difendere la GPA non significa negarne i rischi, ma riconoscere la gestante come soggettività piena che può essere decisiva in una nascita senza coincidere con la madre. Se ci dichiariamo intersezionali, il divieto senza eguali condizioni materiali si rovescia in privilegio di classe.                                                                                      Se il divieto come protezione produce disuguaglianza, resta da chiarire quando una scelta sia davvero libera. Qui si innesta il contributo di Elia Randazzo: la questione non è se la GPA sia lecita in astratto, ma se lo siano le condizioni materiali in cui si decide. Poiché nessuna essenza di Donna precede l’esistenza concreta, vietare in nome di quell’essenza significa reintrodurre una norma metafisica. Per E. Randazzo capacità gestazionale e maternità non coincidono: madre non si è per il solo partorire, lo si diventa nella cura, nella relazione, nella responsabilità. Identificarle consente di ricadere nell’essenzialismo, riduce la donna a biologia e crea un paradosso: madri di serie A che partoriscono e di serie B che adottano, con un varco aperto per argomentazioni pro-life. Anche l’autodeterminazione si rovescia: se per L.Zanella l’accordo comprime la libertà, per E. Randazzo può garantirla, con consenso informato, consulenza indipendente, tutela sanitaria, ripensamento e revoca.  Il consenso può essere viziato da vulnerabilità economica, ma il condizionamento non è automaticamente coercizione: nessuna scelta è immune dal contesto. Se il femminismo dice che sul corpo delle donne non decidono altri, questo principio deve valere per il no come per il sì. Tra il tutto lecito e il divieto assoluto, E. Randazzo propone una terza via: una regolazione rigorosa che distingua consenso e coercizione, autonomia e sfruttamento, disponibilità del corpo e mercificazione della persona. Compito del femminismo non è dire cosa una donna debba fare del suo corpo, ma fare in modo che non lo decida nessun altro al suo posto: né mercato, né patriarcato, né Stato.   Conclusione: il limite come spazio di libertà, non come destino Questo attraversamento ci conduce a una consapevolezza: discutere di GPA non è discutere di una tecnica, ma del modello di civiltà che la rende pensabile. Il merito di L. Zanella è averci costretti a guardare l’episteme: quando la maternità è frammentata in tre funzioni per renderla sostituibile, ciò che resta è un paradigma proprietario. La sua critica al dispositivo neoliberista che trasforma ogni desiderio in diritto è un monito ecologico prima che femminista. Ma proprio la forza sacrale di questa coerenza ne rivela il limite. Se la GPA è l’esito di un paradigma che fa del desiderio senza limite la sua unica legge, come ha ricordato A. Cavadi, la risposta non può essere una contro-coerenza altrettanto assoluta che fa dell’essenza materna un destino. Tra “tutto è disponibile” e “nulla è disponibile” si perde la donna come soggetto che decide. Il divieto universale non è allora un limite di civiltà, come lo pensa L. Zanella, ma la rinuncia a costruirla: un gesto simbolico che punisce dopo, lasciando vuoto il prima, dove si annida lo sfruttamento. Solo una regolazione rigorosa con consenso informato, consulenza indipendente, tutela sanitaria, ripensamento, revoca, controllo pubblico rende lo sfruttamento nominabile e sanzionabile. La domanda aperta dall’incontro al Gramsci non è se la maternità sia sostituibile. Non lo è, se è relazione, cura, responsabilità. La domanda è più scomoda: chi ha il potere di decidere cosa una donna può fare del proprio corpo? Se rispondiamo che spetta ad altri – mercato, Stato, o un femminismo custode di un’essenza – tradiamo l’autodeterminazione della donna che volevamo difendere. Se spetta a lei, il nostro compito non è giudicare la sua scelta, ma garantire che sia davvero sua: libera, informata, tutelata e revocabile.  Redazione Palermo
September 6, 2026
Pressenza
I femminicidi, i transcidi, i lesbicidi,… non sono numeri, ci vogliamo contare viv3
Sui social le notizie pubblicate dai quotidiani sono inondate di commenti che mostrano, a pochi mesi dall’entrata in vigore della norma, un effetto che troviamo estremamente pericoloso. Il Viminale dice che nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati 8 casi ai sensi del nuovo art. 577-bis. E sotto gli articoli di questi giorni è un diluvio di «BASTA MENZOGNE, I FEMMINICIDI SONO OTTO». Otto in sei mesi. Otto, punto. Luigia Fortunato (Marche), Tania Sperindio (Rimini), Dafne Rebaudo (Roma), Daniela Florea(Torino), Tania Terrin(Venezia), Ornella Forastefano (Cosenza), Joanna Rouissi (Colleferro) e Carmela Bifano, ancora oggetto di accertamenti. Storie diverse, anticamera però tutte della stessa domanda: quali sono gli strumenti a disposizione per contrastare la violenza di genere? Otto, li abbiamo contati sono i femminicidi in un mese. Otto femminicidi in un mese! E tanti troppi altri tentativi interrotti da qualsivoglia situazione fortuita altrimenti sarebbero anche di più Cosa manca ancora per salvare le donne in pericolo? Questa la domanda che il quotidiano la Repubblica ha rivolto a Tatiana Montella in una intervista pubblicata il 21 agosto 2026  e ripubblicata anche nel blog dell’osservatorio di Non una di meno e che vi leggiamo https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/tatiana.mp3 Insieme a questa leggiamo anche l’articolo pubblicato sempre dall’Osservatorio il 22 agosto che è una riflessione sulla legge 181/25, quella per intenderci che ha riconosciuto il reato di femminicidio … MA c’è un ma … Il reato di femminicidio, la legge 2 dicembre 2025, n. 181 art. 577-bis, una legge introdotta per dare riconoscimento giuridico al femminicidio sta offrendo a chi nega l’esistenza del femminicidio un numero ufficiale da brandire per negarlo Non è una questione terminologica. È un arretramento politico e culturale! Ascoltiamo il perché in questo articolo dal titolo I femminicidi non sono numeri: vogliamo contarci vivə scritto da Babs per l’Osservatorio https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/babs-def.mp3
August 23, 2026
RadioSonar.Net
Alla Festa di Radio Onda d’Urto (BS), dibattito sulla scuola in ricordo di Renata De Marco
VENERDÌ 21 AGOSTO, ORE 19.00 FESTA DI RADIO ONDA D’URTO, VIA SERENISSIMA, BRESCIA Venerdì 21 agosto allo Spazio Dibattiti della festa di Radio Onda d’Urto, in memoria di Renata De Marco, si terrà il dibattito “Lo stato della scuola pubblica. Militarismo, aziendalizzazione e controllo dei corpi” fra Educare alle Differenze, Cattive Maestre, Marco Meotto, insegnante portavoce del movimento contro la riforma dei tecnici, e l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Renata De Marco è stata un’insegnante di filosofia che è venuta a mancare ad aprile di quest’anno. Storica militante bresciana, comunista, femminista, transfemminista e compagna dei Cobas Scuola, Renata ha sempre partecipato e sostenuto più e più lotte dentro e fuori la scuola. Alle 19.00 ci sarà un omaggio in suo ricordo con microfono aperto alle realtà con cui ha condiviso esperienze di lotta. A seguire, il dibattito. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
[2026-08-25] Tango Rebelde! Lab di tango queer femminista @ OPS!
TANGO REBELDE! LAB DI TANGO QUEER FEMMINISTA OPS! - Via Giannino Ancillotto, 67 (martedì, 25 agosto 18:00) TORNA TANGO REBELDE! Evento in misticanza scelta senza uomini cis <3 DALLE 18 : Lab di tango queer-transfemminista con due supende compagne tanguere di passaggio a Roma A SEGUIRE FINO ALLE 22 CIRCA : Pratica libera di tango e convivialità DURANTE : porta e condividi qualcosa da bere/sgranocchiare insieme CONSIGLIAMO: * Scarpe leggere con suola liscia (devono glissare sul pavimento) - tacchi sconsigliati perche il pavimento non è omogeneo * Vestiti comodi * Qualcosa per proteggerti dai mozzichi de zanzara * Se ti avanza del talco puo essere utile per scivolare * Ventaglio (solo perchè fa molto milonga) * La sala da ballo e il bagno prevedono scale
August 19, 2026
Gancio de Roma
Corpo a corpo. È uscito il numero 70 di «Zapruder» http://storieinmovimento.org/2026/07/31/corpo-a-corpo-e-uscito-numero-70-zapruder/?pk_campaign=feed&pk_kwd=corpo-a-corpo-e-uscito-numero-70-zapruder #autodeterminazione #transfemminismo #riproduzione #femminismi #medicina #Bacheca #scienza #welfare #aborto #genere
Corpo a corpo. È uscito il numero 70 di «Zapruder»
Il numero 70 di «Zapruder» è dedicato al tema della riproduzione, delle sue tecniche e dei conflitti che ne fanno oggetto, mettendo al centro il diritto all'autodeterminazione. L'articolo Corpo a corpo. È uscito il numero 70 di «Zapruder» sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
PER L’AUTODIFESA COLLETTIVA E QUEER! CORAGGIO!
Riceviamo e diffondiamo: Scriviamo questo testo coi cuori pieni di rabbia, tristezza e tenerezza. Quello che ѐ successo a Berlino durante il Christopher Street Day, Sabato 25 luglio 2026 ci ha scioccato ma temevamo anche che potesse succedere. Questo ci dimostra una volta ancora che abbiamo bisogno di organizzarci per proteggere le nostre vite. Questa … Leggi tutto "PER L’AUTODIFESA COLLETTIVA E QUEER! CORAGGIO!"
July 28, 2026
Brughiere
Un muro transfemminista per difendere chi denuncia la violenza di genere
A Roma venerdì scorso faceva caldo e anche lunedì. Ma questo non ci ha impedito di raggiungere il tribunale penale. In macchina, autobus, metro, motorino, attiviste dei centri antiviolenza, di non una di meno e del variegato movimento transfemminista romano hanno raggiunto piazzale Clodio per assistere a un processo per violenza di genere.  In fila indiana le donne si sono infilate nella parte posteriore della piccola aula del tribunale, lambendo il muro, in silenzio. Un muro di donne, persone trans e non binarie, a supporto di chi ha denunciato una violenza molto grave e che durante i mesi del processo è stata trasformata da parte offesa a imputata. La giudice commenta l’aula gremita e fa aprire le finestre e l’uomo accusato di violenza borbotta – e lo farà per tutto il processo – «questo è proprio un bel teatrino».  L’avvocata Montella, difende D. la donna che ha denunciato (nome di fantasia), seguita dal centro antiviolenza Lucha Y Siesta, che si è costituito parte civile nel processo, inizia la sua discussione orale spiegando: «le porte di quest’aula sono aperte. E questa non è una semplice formalità logistica. È una scelta. Una scelta che abbiamo deciso di fare. Questo processo sarebbe dovuto essere a porte chiuse. Ma poi è successo qualcosa? È  successo che in questi mesi di dibattimento, D. è stata sottoposta a una violenza che non era quella che aveva denunciato».  Quando D. ha deciso di denunciare, infatti, sapeva che avrebbe dovuto raccontare e rivivere la violenza. E continua l’avvocata della parte offesa: > «Ma quello che non sapeva è che la violenza è un camaleonte. Sa cambiare > forma. Sa mimetizzarsi. Non ci sono state catene di ferro in quest’aula. Non > ci sono state portiere chiuse a chiave. Ma c’è stata una strategia sistemica, > metodica, precisa. Una strategia che abbiamo visto dispiegarsi giorno dopo > giorno, udienza dopo udienza. Usata con il vocabolario del codice di procedura > penale. Con le virgolette delle contestazioni. Con l’autorità della toga».   Il controesame da parte della difesa dell’uomo accusato, infatti, non ha cercato di provare i fatti, ma di distruggere la credibilità della parte offesa: usa sostanze stupefacenti, beve, esce con le amiche, cura molto la sua immagine, più volte le sono state fatte domande sui suoi comportamenti sessuali.  E forse vale la pena evidenziarlo meglio: durante un processo per stupro e violenza, l’avvocato dell’uomo aggressore ha più volte chiesto alla parte offesa che tipo di rapporti sessuali avessero durante la loro relazione. In che modo queste domande potessero accertare i fatti non è chiaro. È chiaro il loro esito: doppia vittimizzazione, dopo quella vissuta in un relazione violenta, la donna subisce un nuovo processo di vittimizzazione dalle istituzioni che dovrebbero sostenerla.  Nelle aule dei nostri tribunali ancora oggi nei processi per violenza la metodologia di difesa è distruggere la credibilità di chi denuncia e non provare la responsabilità dei fatti. Il giudice durante il dibattimento ha più volte fermato l’avvocato, finché questo non è stato cambiato.   E così venerdì scorso abbiamo ascoltato le considerazioni finali della nuova difesa, che ha continuato, e anche forse con più scaltrezza, con la stessa metodologia. «Siamo sicuri che sia stato un pugno? Perché i lividi riportati non sembrano essere quelli di un pugno». «Perché non ha gridato di fronte alla violenza? C’erano della persone al piano superiore avrebbero potuto sentire». «Si dice che aveva cambiato stile di vita, che non era più riconoscibile, eppure la difesa ha portato foto dove si vede la parte offesa uscire con le amiche, stare al ristorante, andare alle feste». «C’è una verosimile frattura della costola, una verosimile, non è quindi sicuro che la costola fosse rotta, e se si fosse rotta da sola? Non lo possiamo sapere…». E frase dopo frase si punta a dimostrare che la relazione fosse una relazione tossica, dove i confini della responsabilità sono sfumati e poco chiari e che le testimonianze della parte offesa non sono sufficientemente credibili, per dissipare ogni ragionevole dubbio. > Si disconosce, così, la questione centrale di ogni relazione violenta: la > disparità di potere che esiste tra un uomo e una donna. Nonostante questo oggi > sia, almeno in parte, riconosciuta nelle norme del nostro ordinamento.    Nel 1979 sui Rai 2 andò in onda Processo per stupro, un documentario che mostrò per la prima volta in televisione un dibattimento giudiziario per stupro, aprendo le aule di tribunale alle donne e alle telecamere. Oggi quel documentario non è più reperibile nella sua interezza, perché le famiglie degli aggressori, sulla base del diritto all’oblio, hanno chiesto che venisse rimosso, nonostante fosse un documento storico, ma è ancora possibile visionare l’arringa finale dell’avvocata Lagostena Bassi. Dietro di lei, riempivano l’aula del tribunale le tante donne che erano accorse a sostegno di chi aveva denunciato.   «Ancora la difesa dei violentatori considera le donne come solo oggetti, con il massimo disprezzo, e questo è l’ennesimo processo che io faccio e la solita difesa che io sento […]. La difesa è sacra ed inviolabile, ma nessuno di noi avvocati – e qui parlo come avvocati – si permetterebbe di impostare una difesa per rapina così come si imposta la difesa per violenza carnale. Nessuno avvocato si sognerebbe nel caso di quattro rapinatori che con violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, beni patrimoniali, di cominciare la difesa, che comincia con i primi suggerimenti dati agli imputati, “dite che il gioielliere ha un passato poco chiaro”, “dite che il gioielliere ha commesso reati di ricettazione, è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse”, ecco nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto […]. Ma se l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza?».  > E continua l’arringa dello storico processo per stupro «non chiediamo una > condanna severa, pesante, esemplare. Noi chiediamo giustizia». Lunedì abbiamo ascoltato la sentenza, dopo tre anni dai fatti, l’uomo che ha violentato, sequestrato e commesso atti persecutori nei confronti di D. è stato condannato a 7 anni e 7 mesi, a pagare le spese processuali, e a risarcire il danno commesso anche nei confronti della parte civile, il centro antiviolenza Lucha Y Siesta. Si dovrà quindi tenere un processo civile per quantificare il risarcimento del danno e forse l’appello del processo penale. Ma lunedì è stato tirato un sospiro di sollievo per D.. In tutta la contraddittorietà di questa condanna.  L’imputato è uscito battendo le mani, dopo che la sua difesa aveva chiesto la piena assoluzione, nonostante avesse anche ammesso di aver menato, o fosse evidente dai tabulati che avesse inviato più mille messaggi minatori in una settimana dopo la fine della relazione. La sensazione palpabile era che questa persona non avesse in alcun modo compreso la gravità degli atti compiuti, di sentirsi vittima della sentenza, e di disprezzare “quel teatrino”. > Nel 1979 si chiedeva un cambiamento socio-culturale che passasse anche per una > nuova metodologia di difesa degli uomini che commettono violenza e oggi siamo > ancora là. La difesa, legittima e necessaria, degli uomini che commettono > violenza dovrebbe essere il primo passo verso il riconoscimento degli atti > compiuti. Il processo penale dovrebbe essere il primo atto per quel processo > di trasformazione socio-culturale di cui abbiamo bisogno.  Ma non è così. Siamo lontane, lontanissime da pratiche che ci possano portare verso una giustizia trasformativa, quindi non carceraria e punitiva. Nel momento in cui il rancore maschile si fa programma politico nei partiti di destra ed estrema destra oggi al potere non solo nel nostro paese, la delegittimizazione delle donne che denunciano ritorna nei processi dei tribunali, forse perché non se n’era mai andata. E allora come movimento transfemminista, in tutte le sue forme e posizioni, abbiamo bisogno di ricostruire quel muro di supporto, dietro al quale ogni donna, persona trans e non binaria senta di potersi appoggiare, per andare avanti: tuttə insieme.  Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Un muro transfemminista per difendere chi denuncia la violenza di genere proviene da DINAMOpress.
July 7, 2026
DINAMOpress
NUOVA PUBBLICAZIONE: NEGATIVITÀ QUEER (EDIZIONI ANARCOQUEER)
Diffondiamo: Annunciamo con piacere l’uscita di un nuovo libro delle edizioni Anarcoqueer, “Negatività queer”, di Alex B. [Collana Le Affinità Elettive]. Sulla scia delle riflessioni offerte da un testo quale “Come stormi del caos”, “Negatività queer” prova ad esplorare, seguendo territori inediti, come potrebbero intersecarsi le teorie queer antisociali con un anarchismo nichilista e conflittuale, … Leggi tutto "NUOVA PUBBLICAZIONE: NEGATIVITÀ QUEER (EDIZIONI ANARCOQUEER)"
July 7, 2026
Brughiere