Tag - ia

Torino, master HumanAIze: dopo le proteste Leonardo SpA rimossa dalle aziende partner
Nell’ambito delle ultime elezioni universitarie si è potuta costatare la presenza di diversi programmi che prevedono un progetto di trasformazione della ricerca e delle facoltà universitarie in volano dell’impresa – inclusa quella bellica – e di sostegno attivo alle nuove tecnologie, intelligenza artificiale inclusa. Il biglietto da visita di liste legate al centro-destra era non solo quello di una università governata dal securitarismo e dalla contrazione degli spazi di libertà collettiva (per capirci zero permessi per aule autogestite o spazi per iniziative di studenti e studentesse contro la guerra) ma di un mondo universitario strettamente connesso con il mondo delle imprese, incline a rafforzare la collaborazione con imprese di armi, fondazioni e centri di ricerca ad esse collegati. Bologna, Roma, Firenze, Pisa e Torino, dove le proteste studentesche contro il genocidio sono state più forti, sono state anche le città universitarie ove l’assottigliarsi delle destre negli organismi studenteschi è stata accompagnata da campagne di vittimismo, da aperta contrapposizione alle mobilitazioni per la Palestina e da critiche a percorsi di studio che non disegnano strette relazioni con le imprese di armi e nutrono dubbi sulla ricerca legata a tecnologie duali, utilizzate in gran parte nel settore militare e solo, nella sempre più residuale parte, in quello civile. Il capitalismo va dove maggiori sono i margini di profitto, i titoli azionari dei gruppi produttori di sistemi d’arma hanno raggiunto risultati paragonabili a quelli delle multinazionali farmaceutiche ai tempi del Covid. In questo scenario in continua evoluzione, l’omologazione del mondo universitario passa anche dai nuovi equilibri determinati dall’ingresso di liste e rappresentanti di destra negli organismi di rappresentanza degli atenei; l’obiettivo è ridurre ai minimi termini le critiche verso la partecipazione degli atenei a progetti di ricerca duali. A tal proposito è da evidenziare la campagna costruita attorno a HumanAIze, master di due atenei torinesi con il contributo di STEM by women e della Fondazione Compagnia di San Paolo, aperto alle facoltà umanistiche e dedicato all’intelligenza artificiale, non gratuito e con un tirocinio in alcune aziende partner. Le critiche, emerse in ambito studentesco e non, sono state subito respinte dal Comitato Scientifico che esclude attività militari e lo sviluppo di tecnologie duali all’interno del master. Ma nella presentazione del master perché ad un certo punto, stando agli studenti, è comparso il nome di Leonardo SpA? E perché dopo le prime proteste leggiamo che il nome di Leonardo SpA è stato rimosso così come si apprende da un articolo pubblicato dalla Stampa lo scorso 2 luglio? Nel frattempo, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università crediamo che sarebbe utile iniziare a discutere non solo delle ragioni per le quali la ricerca non debba avere fini duali ma anche quale modello sociale si affermerà con l’utilizzo della IA. A dirlo non siamo noi ma esponenti di punta di aziende che fanno ampio ricorso all’IA, producono sistemi di arma di ultima generazione e parlano di future società dove il pubblico sarà fortemente ridimensionato con crescenti disparità economiche e sociali favorite proprio dalle tecnologie di ultima generazione (clicca qui). Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Macerie su Macerie – PODCAST 15/06/26 – IA e scuola
In questa puntata di Macerie su Macerie parliamo con una compagna e insegnante del Collettivo Trickster dei cambiamenti che stanno interessando il mondo scolastico e del lungo processo di tecnicizzazione che vede nell’implementazione dell’IA il suo ultimo sviluppo.
June 16, 2026
Radio Blackout
L’uso militare dell’intelligenza artificiale deve fermarsi
RETE ITALIANA PACE DISARMO FIRMA L’APPELLO INTERNAZIONALE Oltre 220 tra organizzazioni della società civile (tra cui Access Now, Amnesty International, Stop Killer Robots e la Rete Italiana Pace Disarmo) e singoli esperti hanno lanciato un appello congiunto contro la militarizzazione dell’intelligenza artificiale (IA) e per il suo immediato blocco nelle “catene di uccisione” (kill chain) militari. La guerra accelerata dall’Intelligenza Artificiale sta infatti diventando uno strumento per “validare” l’uccisione di esseri umani a una velocità e su una scala senza precedenti. Aziende e governi devono cessare la fornitura e l’uso di tecnologie che compromettono il rispetto del diritto internazionale nei conflitti armati. La Rete Italiana Pace Disarmo ha aderito convintamente a questa presa di posizione collettiva visto il suo ruolo di partner della campagna internazionale Stop Killer Robots, di cui segue le attività in Italia, impegnandosi da anni contro i sistemi d’arma autonomi e contro la delega a sistemi algoritmici delle decisioni di vita e di morte. L’appello denuncia una corsa incontrollata a militarizzare l’Intelligenza Artificiale, al di fuori di ogni regolamentazione e di ogni reale assunzione di responsabilità: una corsa al ribasso negli standard delle attività militari che minaccia la pace e la sicurezza globali. Da Gaza al Libano fino all’Iran, la realtà concreta della violenza scatenata attraverso “kill chain” guidate dall’IA smentisce ogni pretesa che questi sistemi possano essere impiegati in modo responsabile e coerente con il diritto internazionale. L’uso di strumenti di IA per generare e selezionare gli obiettivi (sia di luoghi/edifici che sopratutto umani) sta spingendo gli attori militari verso una forma di guerra che mina principi fondamentali del diritto umanitario, come distinzione, proporzionalità e precauzione. I firmatari del “Joint Statement on AI in warfare” chiedono alle aziende tecnologiche di non stipulare né dare esecuzione a contratti con agenzie militari o gruppi armati responsabili di possibili violazioni del diritto internazionale, e di astenersi dal fornire o esportare sistemi di Intelligenza Artificiale di supporto alle decisioni per le “kill chain militari” e l’individuazione di obiettivi per attacchi finché non saranno garantiti reale responsabilità, controllo umano significativo, supervisione e trasparenza. Agli Stati viene chiesto di interrompere l’uso di strumenti di IA, compresi i grandi modelli linguistici, nella conduzione del targeting militare e di assicurare trasparenza sull’uso che ne viene fatto nelle ostilità. Non è troppo tardi per cambiare rotta, ma la comunità internazionale deve agire con rapidità e determinazione perché la tecnologia sia al servizio delle persone, non della loro distruzione. La Rete Italiana Pace Disarmo sottolinea come la questione riguardi direttamente anche l’Italia e l’Europa, chiamate a una posizione chiara sulla regolamentazione dei sistemi d’arma autonomi e sull’impiego militare dell’Intelligenza Artificiale, in coerenza con i principi costituzionali e gli impegni internazionali. DICHIARAZIONE CONGIUNTA SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NELLA GUERRA (qui la versione internazionale con fonti di riferimento e lista aderenti)   Noi, organizzazioni e individui firmatari, siamo profondamente allarmati dalla rapida militarizzazione delle tecnologie di intelligenza artificiale (IA). I sistemi di IA integrati nelle “catene di uccisione” (kill chain) militari stanno accelerando la velocità e la portata degli attacchi militari in un modo che crea nuovi e rilevanti rischi per la responsabilità nei conflitti e che rischia di agevolare violazioni del diritto penale internazionale, dei diritti umani e del diritto umanitario. Chiediamo pertanto alle aziende tecnologiche e agli Stati di interrompere la fornitura di sistemi di IA destinati all’uso nella kill chain militare e di adottare ogni misura per garantire che gli altri sistemi di IA che forniscono non causino né contribuiscano a violazioni del diritto internazionale umanitario (DIU) e del diritto internazionale dei diritti umani (DIDU). Questo include l’uso di sistemi di IA di supporto alle decisioni, compresi i sistemi di generazione degli obiettivi, la sorveglianza biometrica da remoto e i modelli di IA multimodali, inclusi i grandi modelli linguistici (LLM). La guerra accelerata dall’IA sta rapidamente diventando un mezzo per “timbrare” l’uccisione di massa a grande velocità e su larga scala, e attualmente nessuna correzione tecnica o procedurale può prevenire efficacemente le conseguenze letali e devastanti che derivano dalle sfide fondamentali che essa pone al diritto internazionale. Tutte le aziende, comprese quelle che stipulano contratti con agenzie militari governative lungo l’intera catena di fornitura dell’IA — dalla concessione in licenza e dall’addestramento dei modelli “di frontiera” fino alla fornitura di funzioni di elaborazione e archiviazione dei dati — devono adottare ogni misura possibile per garantire che i loro prodotti e servizi non causino, contribuiscano o siano direttamente collegati ad abusi dei diritti umani e a crimini internazionali. Nei conflitti armati, questa responsabilità si estende al rispetto del diritto internazionale umanitario e penale, dato l’accresciuto rischio di agevolare gravi abusi dei diritti umani in tali contesti. Laddove le aziende non siano in grado di prevenire o mitigare in modo concreto tali rischi, non devono stipulare né dare esecuzione a contratti di questo tipo. I sistemi di archiviazione e analisi dei dati abilitati dall’IA usati nella kill chain — tra cui il grande modello linguistico Claude di Anthropic e il Maven Smart System — secondo un’inchiesta della NBC starebbero giocando un ruolo nel supportare gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. OpenAI ha recentemente accettato di fornire servizi di IA al Dipartimento della Difesa statunitense; Google ha stipulato contratti con il Dipartimento, come Anthropic, per “sviluppare prototipi di capacità di IA di frontiera per affrontare sfide critiche di sicurezza nazionale negli ambiti bellico e operativo”; Microsoft, Google e Amazon forniscono da anni servizi di archiviazione, elaborazione dati e altre infrastrutture ai programmi bellici del Dipartimento. Secondo notizie di stampa e dichiarazioni ufficiali del Dipartimento della Difesa, la rapida generazione di obiettivi tramite strumenti di IA ha consentito un aumento della velocità, della portata, dell’intensità e della forza distruttiva degli attacchi statunitensi contro l’Iran. Nelle prime 48 ore di attacchi, Israele e gli Stati Uniti avrebbero colpito quasi 2.000 obiettivi in Iran. Sebbene molto resti poco chiaro sul ruolo preciso svolto dai sistemi di IA in questi attacchi, le incursioni hanno avuto un impatto devastante sui civili e sulle infrastrutture civili. L’adozione di sistemi di targeting basati sull’IA in questa campagna segue l’esempio dell’uso, da parte del governo israeliano, di strumenti di analisi dei dati e machine learning alimentati dalla sorveglianza di massa nei suoi attacchi genocidi contro Gaza. Diluendo la responsabilità umana nelle decisioni di vita e di morte, l’uso da parte di Israele di sistemi come Lavender, Gospel e Where’s Daddy può contribuire a occultare crimini internazionali dietro un’apparenza di presunta oggettività algoritmica, offuscando al tempo stesso le responsabilità. Non è la prima volta che vediamo la Palestina usata come laboratorio per metodi di guerra sperimentali e disumanizzanti, anche attraverso partnership tecnologiche aziendali con le agenzie militari israeliane. Microsoft, Google, Palantir e altre aziende tecnologiche potrebbero aver contribuito o consentito l’accesso del governo israeliano a sistemi di archiviazione, elaborazione e analisi di dati di massa che stanno favorendo la distruzione e il genocidio in corso a Gaza, che finora ha causato l’uccisione di almeno 72.000 palestinesi. Studiosi e professionisti del diritto, esperti tecnici, lavoratori del settore tecnologico, relatori speciali dell’ONU e giornalisti investigativi mettono in guardia da tempo contro lo sviluppo e l’impiego dell’IA in guerra, dato l’accresciuto rischio di crimini internazionali. Nonostante le affermazioni dei suoi sostenitori secondo cui gli strumenti di IA renderebbero la guerra più efficace, precisa o “umana”, gli impieghi reali indicano che l’IA sta in realtà agevolando metodi di guerra più violenti, disumanizzanti e distruttivi. In particolare, siamo profondamente preoccupati dal fatto che l’uso degli LLM per la generazione e la definizione delle priorità degli obiettivi stia spingendo gli attori militari verso una forma di guerra in cui i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario — tra cui i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione — non sono, e probabilmente non possono essere, sufficientemente rispettati, data l’enorme velocità e portata di tali tecnologie, oltre alla natura inaffidabile, distorta e spesso illegalmente ottenuta dei dati di input. Affermiamo inoltre che queste dinamiche rischiano di agevolare abusi dei diritti umani, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Inoltre, l’opacità che accompagna l’uso di questi strumenti minaccia alla radice la possibilità di attribuire responsabilità morali o legali nei casi in cui vengano commessi errori. Come la stessa Anthropic ha dichiarato, “…oggi i sistemi di IA di frontiera semplicemente non sono abbastanza affidabili da alimentare armi pienamente autonome. Non forniremo consapevolmente un prodotto che metta a rischio i combattenti e i civili americani”. Gli attori che scelgono di impiegare sistemi di IA usati per commettere crimini internazionali devono essere ritenuti penalmente responsabili. Le nostre preoccupazioni non si limitano agli errori che possono derivare dal malfunzionamento di tali sistemi, ma riguardano il modo in cui questi sistemi trasformano alla radice le operazioni militari. Respingiamo pertanto la premessa secondo cui, allo stato attuale, correzioni tecniche o funzionali — che si tratti di un presunto “uomo nel circuito” (human in the loop) o di supposte barriere di sicurezza “cablate” nei modelli di IA — possano prevenire le conseguenze letali e devastanti delle kill chain accelerate dall’IA. Tali proposte permettono la normalizzazione e la proliferazione dell’integrazione dell’IA nel processo decisionale militare, a danno delle comunità e delle popolazioni vulnerabili. Allo stato attuale, un controllo umano significativo, una reale assunzione di responsabilità, la supervisione e la trasparenza di queste tecnologie non sono possibili nella loro forma odierna. Anche quando i sistemi di IA usati per l’acquisizione degli obiettivi non prendono la decisione finale di uccidere, rischiano di diventare meccanismi di mera ratifica per l’uccisione su larga scala, perché fanno leva su false nozioni di oggettività e possono spostare altrove la responsabilità e la dovuta diligenza, finendo per accelerare e snellire l’uccisione di massa. Sovrapporre a questi sistemi tecniche ancora più “prive di attrito” di sorveglianza, acquisizione degli obiettivi e operazioni di comando — ad esempio sotto forma di grandi modelli di IA come gli LLM — automatizza la disumanizzazione, riducendo le questioni di vita e di morte a un semplice prompt di chat. La decisione di uccidere un altro essere umano porta con sé un grave peso morale e giuridico e non deve mai essere ridotta al puro accettare o rifiutare le raccomandazioni di sistemi di IA. Quando gli eserciti si affidano all’IA per accelerare l’identificazione degli obiettivi con una velocità e una routinizzazione tali che qualsiasi revisione umana rischia di diventare una mera ratifica priva di controllo umano significativo, l’uccisione di massa può seguirne e spesso ne seguirà, in diretta violazione del principio di precauzione del DIU. Le aziende hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani e di astenersi dal causare o contribuire ad abusi e ad altre violazioni del diritto internazionale, compreso il fornire sostegno materiale o finanziario a Stati coinvolti in crimini internazionali. Come stabilito dai Principi Guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, le aziende che adottano tali comportamenti devono cessare immediatamente il loro contributo al danno. Anche quando un’azienda non causa né contribuisce al danno, ma è semplicemente collegata a esso, ci si attende che usi la propria capacità di influenza per cercare di porre fine a tali violazioni. Una volta stipulati contratti militari, le aziende possono avere un controllo limitato su come i loro prodotti e servizi vengano utilizzati, come dimostrato dal braccio di ferro tra Anthropic e il governo statunitense, oltre che dalle notizie di Google e Amazon che avrebbero sospeso l’applicabilità dei propri termini di servizio nei contratti con il governo israeliano. Ancora di recente, il 27 aprile 2026, più di 560 dipendenti di Google hanno firmato una lettera aperta all’amministratore delegato della società, sollecitandola a rifiutare l’uso della propria tecnologia di IA da parte del governo statunitense in operazioni militari classificate. Le aziende tecnologiche e i loro dirigenti dovrebbero prendere sul serio la propria potenziale responsabilità nei casi in cui le loro tecnologie giochino un ruolo in violazioni del diritto internazionale, prima di stipulare questi lucrosi contratti di difesa, e astenersi dal farlo laddove non siano in grado di compiere tale valutazione. Oltre a ciò, devono anche comprendere il ruolo che hanno nel ridisegnare l’architettura normativa dell’uso dell’IA nei conflitti. Noi, organizzazioni e individui firmatari, chiediamo: Alle aziende tecnologiche di: * astenersi dallo stipulare o dare esecuzione a contratti con agenzie militari o gruppi armati che commettono possibili violazioni del diritto internazionale, comprese violazioni dei diritti umani e crimini atroci; * astenersi dal vendere, trasferire, fornire assistenza o esportare sistemi di IA di supporto alle decisioni destinati alle kill chain militari e al targeting di esseri umani, compresi i sistemi di generazione degli obiettivi e la sorveglianza biometrica da remoto; * astenersi dal vendere o esportare sistemi di IA di supporto alle decisioni per scopi non letali, compresi i modelli di IA multimodali come gli LLM, destinati all’uso nei processi decisionali militari, finché non saranno possibili una reale assunzione di responsabilità, un controllo umano significativo, supervisione e trasparenza in linea con i principi del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. Agli Stati di: * interrompere l’uso di strumenti di IA, compresi i grandi modelli linguistici, nella conduzione del targeting militare, e garantire il rispetto dei principi del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani; * garantire trasparenza su come l’IA viene attualmente utilizzata nella condotta delle ostilità. Rete Italiana Pace e Disarmo
June 15, 2026
Pressenza
La sfida dei data center spaziali
Immagine in evidenza rielaborata con Intelligenza Artificiale I data center divorano l’1,5% dell’elettricità mondiale. Per la precisione: 415 terawattora nel 2024. L’equivalente di quasi l’intero consumo annuo di energia elettrica di una nazione come la Francia. Ma è una quota destinata a più che raddoppiare entro il 2030, spinta soprattutto dall’intelligenza artificiale generativa, che l’Agenzia Internazionale dell’Energia identifica come “il fattore più importante” di questa crescita. Le reti elettriche globali sono già sotto pressione, ma la costruzione di nuove linee di trasmissione richiede dai quattro agli otto anni nei paesi più avanzati. Nel frattempo, la domanda di calcolo aumenta così velocemente che nessuna infrastruttura terrestre riesce a stare al passo. È in questo contesto che governi e aziende tecnologiche hanno cominciato a guardare allo spazio. Del resto, lo spazio offre energia solare continua senza competere con le reti terrestri, la possibilità di sfruttare il raffreddamento passivo nel vuoto senza consumare acqua e di elaborare i dati direttamente a bordo dei satelliti che li raccolgono, senza doverli trasmettere integralmente a Terra. Quello che sembrava fantascienza è diventato, nel giro di pochi anni, un programma industriale con date, contratti e lanci già effettuati. A maggio 2025, la Cina ha lanciato i primi satelliti di una costellazione per l’elaborazione dei dati direttamente nello spazio. Nella stessa direzione si stanno muovendo anche gli Stati Uniti. Le due grandi potenze hanno avviato programmi concreti, ancora in parte sperimentali, per portare calcolo e archiviazione oltre il cielo. Si tratta, però, di un salto tecnologico con una conseguenza politica: in futuro, i dati più strategici di governi, eserciti e grandi aziende potrebbero non trovarsi più in nessuna nazione. I PROGETTI A STELLE E STRISCE I satelliti producono quantità enormi di dati, spesso troppo grandi per essere inviati interamente sulla Terra in tempo reale. Processarli in orbita riduce la latenza e la dipendenza dalle stazioni terrestri. Hewlett Packard Enterprise ha dimostrato la fattibilità di questo approccio con il programma Spaceborne Computer. La multinazionale statunitense, leader nelle soluzioni tecnologiche edge-to-cloud (in cui l’elaborazione dei dati avviene in parte sul dispositivo remoto e in parte sui server centrali), ha installato server commerciali standard sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nel 2017, 2021 e 2024. Questo ha permesso di ridurre fino al 90% il volume dei dati da trasmettere a Terra. In un’intervista a Via Satellite (novembre 2025), Clint Crosier, già responsabile della pianificazione della U.S. Space Force e oggi direttore Aerospace & Satellite Solutions di AWS, ha illustrato i risultati pratici. In un test con la startup italiana D-Orbit, elaborare i dati direttamente a bordo del satellite ha permesso di trasmettere a Terra solo le immagini realmente utili: il satellite ha continuato a soddisfare tutti i requisiti della missione usando il 42% in meno di banda. Liberando quella banda, lo stesso satellite può inviare quasi il doppio dei dati utili senza alcuna modifica all’hardware. Il vantaggio per le applicazioni militari è evidente (non a caso, il Department of Defense Space Strategy statunitense identifica lo spazio come dominio operativo a tutti gli effetti). Gli Stati Uniti stanno inoltre sviluppando la Proliferated Warfighter Space Architecture (PWSA) della Space Development Agency (SDA): una costellazione di centinaia di piccoli satelliti in orbita bassa interconnessi otticamente. Una flotta progettata per garantire comunicazioni resilienti e rilevamento missilistico anche in caso di attacchi a infrastrutture terrestri. A dicembre 2025, la SDA ha assegnato contratti per circa 3,5 miliardi di dollari per la costruzione di altri 72 satelliti di tracciamento missilistico. La logica strategica è chiara: in uno scenario di conflitto, gli impianti e le installazioni a terra sono tra i primi obiettivi a essere colpiti. Una capacità di calcolo dislocata nello spazio, interconnessa otticamente e ridondante offre invece maggiore sicurezza e una continuità operativa difficilmente replicabile sulla Terra. LA CINA ACCELERA: LA THREE-BODY COMPUTING CONSTELLATION Dagli Stati Uniti alla Cina. Come già accennato, il 14 maggio 2025 la Repubblica Popolare ha lanciato i primi 12 satelliti della Three-Body Computing Constellation, sviluppata dall’istituto di ricerca Zhejiang Lab e dall’azienda ADA Space di Chengdu. Ogni satellite offre 744 TOPS (tera-operazioni al secondo) e l’intera rete è progettata per espandersi fino a 2.800 satelliti, con una potenza computazionale complessiva di 1.000 peta-operazioni al secondo, paragonabile per ordine di grandezza ai supercomputer terrestri più potenti. I satelliti sono collegati da link laser inter-satellite (un collegamento che usa fasci di luce laser per trasmettere dati direttamente da un satellite all’altro), alimentati da pannelli solari e raffreddati passivamente dal vuoto, eliminando i costosi sistemi di raffreddamento a liquido dei data center terrestri. Secondo un piano quinquennale citato dall’emittente televisiva cinese CCTV e ripreso dalla Reuters lo scorso 29 gennaio, la CASC (China Aerospace Science and Technology Corporation) ha annunciato la costruzione di un’infrastruttura digitale spaziale da un gigawatt di potenza, identificata come pilastro del 15° Piano Quinquennale cinese, integrando capacità cloud, edge computing e terminali per elaborare dati direttamente in orbita. IL RUOLO DELLE AZIENDE PRIVATE C’è però da osservare che la corsa ai data center orbitali non è più una prerogativa dei governi. A novembre 2025, Starcloud ha lanciato il primo satellite equipaggiato con una GPU NVIDIA H100, realizzando la prima dimostrazione di addestramento AI direttamente in orbita. L’11 gennaio 2026, con la missione Twilight di SpaceX, sono arrivati in orbita i primi due nodi del data center orbitale della statunitense Axiom Space, sviluppati in collaborazione con la canadese Kepler Communications e collegati tramite link ottici da 2,5 Gbps. Google, con il progetto Suncatcher, punta invece a una costellazione di satelliti dotati di TPU (i processori per l’intelligenza artificiale progettati da Google) alimentati da energia solare, con un primo test, in collaborazione con la società di San Francisco Planet Labs, previsto per il 2027. Secondo indiscrezioni, SpaceX starebbe preparando una generazione aggiornata dei satelliti della sua costellazione Starlink capace di ospitare carichi di calcolo, con link ottici inter-satellite a banda ultralarga. A rendere economicamente plausibili delle infrastrutture permanenti in orbita è anche la riduzione dei costi di lancio, che – secondo uno studio della NASA – sono passati da circa 54mila dollari al chilogrammo con lo Space Shuttle a 2.700 dollari con il razzo riutilizzabile Falcon 9 della società spaziale di Elon Musk: una riduzione di venti volte in due decenni. Tuttavia, la gestione privata di sistemi potenzialmente critici introduce domande (per ora) senza risposta: a cominciare da chi sia responsabile in caso di violazione dei dati su un satellite commerciale. Dal canto suo, l’Europa non dispone di un programma comparabile per il cloud orbitale. Il progetto IRIS² – 290 satelliti per comunicazioni sicure, contratto da 10,5 miliardi firmato nel dicembre 2024 con il consorzio SpaceRISE – non include infrastrutture di calcolo orbitale autonome. Sul fronte della ricerca, il progetto europeo ASCEND ha completato nel 2024 uno studio che conferma la fattibilità tecnica dei data center orbitali e si pone l’obiettivo di dispiegare 1 GW entro il 2050. ASCEND è guidato da Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo: la partecipazione dell’azienda italiana è il contributo più diretto del nostro paese a questo scenario. C’è poi da notare che D-Orbit, startup comasca già protagonista del test AWS, è tra le realtà italiane più avanzate sul tema dell’elaborazione dati in orbita e ha sottoscritto contratti con l’ESA (l’Agenzia spaziale europea) nell’ambito della costellazione di osservazione IRIDE, finanziata con fondi PNRR. Ma l’Italia non ha un programma nazionale dedicato al cloud orbitale. Il rischio è quello già visto in altri ambiti digitali: competenze industriali elevate senza controllo sull’infrastruttura finale. VULNERABILITÀ E LIMITI Il 24 febbraio 2022, all’ora esatta dell’invasione russa dell’Ucraina, un attacco informatico ha colpito la rete KA-SAT di Viasat (il gigante californiano delle telecomunicazioni satellitari), disabilitando decine di migliaia di modem satellitari in Ucraina e in Europa. Il malware usato – un wiper chiamato AcidRain – non ha violato nessun satellite in orbita, sfruttando invece una vulnerabilità VPN in server di gestione della rete fisicamente localizzati nel nord Italia, propagandosi fino a disabilitare 5.800 turbine eoliche in Germania. A maggio 2022, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e una dozzina di governi europei – inclusa l’Italia – hanno attribuito pubblicamente l’attacco al GRU, l’intelligence militare russa. Il caso Viasat contiene una lezione che vale doppio per i data center orbitali: il punto più vulnerabile di un’infrastruttura spaziale non è il satellite. È tutto ciò che lo gestisce da Terra: stazioni di controllo, reti di uplink, sistemi di autenticazione, catena di fornitura dell’hardware. A questo si aggiunge un problema strutturale specifico dello spazio: il patching. Un data center terrestre può infatti ricevere una patch di sicurezza in pochi minuti. Un satellite in orbita bassa ha finestre di comunicazione limitate, banda ristretta e nessuna possibilità di intervento fisico. Se un sistema orbitale venisse compromesso, la risposta sarebbe strutturalmente più lenta e, in alcuni scenari, impossibile senza un nuovo lancio. Jamming e spoofing GPS sono già operativi in zona di conflitto e documentati sistematicamente dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) nel Mar Nero, in Medio Oriente e nel Baltico: dimostrano che l’interferenza deliberata sulle infrastrutture spaziali è una realtà, non un’ipotesi. Un attacco a un sistema orbitale porterebbe le stesse complessità a un livello superiore: chi ha giurisdizione, chi può intervenire, con quali strumenti e in quale tempo utile. IL VUOTO NORMATIVO L’Outer Space Treaty del 1967 attribuisce allo Stato di lancio la giurisdizione e il controllo sugli oggetti spaziali, indipendentemente da dove operino. Ma questo trattato non contempla infrastrutture digitali, non regola la proprietà dei dati in orbita, non prevede meccanismi di applicazione in caso di violazione informatica.  A quasi sessant’anni dalla firma, non esiste nessun trattato internazionale che disciplini specificamente la protezione dei dati nello spazio. Nel 2019, dopo otto anni di negoziato, l’UN COPUOS (la Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico) ha adottato 21 linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali: volontarie, non vincolanti e relative a detriti, sicurezza operativa e traffico orbitale. La protezione dei dati non è contemplata. Il primo segnale che la questione stia diventando urgente sul piano normativo è arrivato a gennaio di quest’anno: SpaceX ha depositato all’americana FCC (Federal Communications Commission) una richiesta per lanciare fino a un milione di satelliti definiti esplicitamente “orbital data centers”. Questo è il primo iter normativo al mondo che affronta direttamente il tema, ma riguarda una sola nazione e non tocca le questioni di giurisdizione sui dati. Payal Arora, professoressa di AI inclusiva all’Università di Utrecht (Olanda), ha sintetizzato il problema in un’analisi pubblicata da Rest of World nel febbraio 2026: se i dati dei cittadini sono elaborati in orbita, la sovranità digitale “diventa ambigua”, sospesa tra il Paese d’origine, lo Stato di lancio e l’operatore commerciale del satellite. Nessuno dei meccanismi esistenti – né il diritto spaziale internazionale, né il diritto cyber nazionale, né i trattati di mutua assistenza giudiziaria – è stato progettato per rispondere a questi aspetti. Per decenni il potere digitale è stato ancorato a piattaforme fisiche entro confini nazionali. Anche i cavi sottomarini, che trasportano oltre il 95% del traffico internet globale, hanno una giurisdizione di riferimento, con trattati, procedure e responsabilità definite. Il cloud orbitale rompe questo sistema. I dati possono essere archiviati ed elaborati in luoghi che nessuna autorità nazionale può raggiungere, né fisicamente né giuridicamente. In sostanza, per la prima volta, la localizzazione dei dati smette di coincidere con il territorio. Come spiega Jane Munga, ricercatrice per l’Africa al Carnegie Endowment for International Peace, la sovranità tende a seguire la proprietà dell’infrastruttura: chi non partecipa al suo possesso e alla sua governance rischia di essere relegato a produttore di dati senza alcuna capacità reale di controllo su come siano archiviati, elaborati o usati. Un’incognita che sconfina dal campo dell’innovazione tecnologica. Quello in corso è un passaggio epocale le cui conseguenze sono ancora da scrivere. Il rischio è che si erigano infrastrutture informatiche cruciali per nazioni, imprese e cittadini che superino la sovranità digitale degli Stati. Senza che ci siano le regole per governarle. L'articolo La sfida dei data center spaziali proviene da Guerre di Rete.
June 11, 2026
Guerre di Rete
L’Intelligenza Artificiale come «Macchina», «Iperindustrializzazione» e «Combinazione Attiva» alla luce della teoria della mercificazione dell’esperienza di Romano Alquati – di Emiliana Armano
Abstract Il presente articolo propone una rilettura critica dello sviluppo dell'Intelligenza Artificiale attraverso alcune categorie analitiche elaborate da Romano Alquati (1935-2010), sociologo e intellettuale italiano tra i più originali del secondo Novecento. Alquati si autodefiniva «marxiano» — e non marxista — per distinguersi dai marxismi ortodossi e per indicare un rapporto diretto, critico e [...]
June 1, 2026
Effimera
Nessun filtro etico basta
L’enciclica sull’IA e il vuoto della finanza responsabile Il 25 maggio 2026 Papa Leone XIV ha presentato Magnifica Humanitas, la sua prima enciclica, dedicata alla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale. Oltre duecento pagine, cinque capitoli, un arco che va dalla diagnosi teologica alla prescrizione politica. Il documento afferma, al paragrafo 9, la tesi che regge l’intero testo: la tecnologia non è mai neutrale, perché assume le caratteristiche di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la usa. In una sola frase Leone XIV smonta l’argomento preferito della Silicon Valley — la tecnologia come forza autonoma e imparziale — e la ricolloca nel perimetro della responsabilità umana. Tre mesi prima, a febbraio 2026, la banca vaticana — lo IOR, l’Istituto per le Opere di Religione — aveva annunciato il lancio di due nuovi indici azionari: il Morningstar IOR Eurozone Catholic Principles e il Morningstar IOR US Catholic Principles. Nella top 10 del paniere in dollari figurano Meta Platforms, Alphabet, Tesla, Amazon, Apple, Nvidia, JP Morgan, Broadcom e Micron. Nvidia — l’azienda i cui chip sono l’infrastruttura materiale di quasi tutto ciò che l’enciclica mette in guardia — certificata come investimento cattolicamente virtuoso. La contraddizione è reale e merita di essere osservata con attenzione. Ma fermarsi lì — alla contraddizione istituzionale della Chiesa — rischia di far perdere di vista qualcosa di più importante. Il problema non è il Vaticano I criteri degli indici IOR escludono dall’universo investibile aborto, armi, energie fossili, gioco d’azzardo. Meta vende pubblicità, Amazon vende prodotti online, Nvidia produce chip: nessuna di queste attività rientra nelle categorie escluse. Ecco perché passano il filtro. Lo IOR non ha applicato i criteri in modo disonesto. Il problema è che quei criteri — come tutti i criteri dell’investimento socialmente responsabile — sono stati costruiti per rispondere a un problema che non è più il problema centrale. La finanza etica nasce storicamente per escludere i settori del vizio e della guerra. I Quaccheri del Settecento rifiutavano di finanziare la tratta degli schiavi. I movimenti degli anni Settanta costruivano i primi screening sul tabacco, sull’apartheid, sulle armi nucleari. L’ESG moderno ha affinato quegli strumenti aggiungendo criteri ambientali e di governance. Ma tutta questa architettura presuppone che il male economico sia localizzabile in un settore, in un prodotto, in una categoria merceologica. Presuppone che ci sia un “dentro” e un “fuori” abbastanza distinguibili da separare con un filtro. L’enciclica di Leone XIV dice che questa distinzione, nell’economia digitale, non esiste più. Chi controlla i modelli di AI rischia di imporre anche una propria “visione morale” del mondo, trasformando gli algoritmi in infrastrutture invisibili del potere. Il potere contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso il controllo territoriale o militare, ma attraverso il controllo cognitivo. Chi governa gli algoritmi può influenzare percezioni, desideri, priorità, consumi, opinioni pubbliche e persino il concetto stesso di verità. Non si tratta di un settore produttivo che si può escludere. Si tratta di una logica che attraversa l’intera economia, che abita nei modelli di business delle piattaforme di comunicazione, nella gestione dei dati sanitari, nella mediazione algoritmica del lavoro, nella profilazione che orienta il credito e le assunzioni. Un filtro settoriale non tocca tutto questo. Non è concepito per farlo. La finanza etica e il suo soffitto strutturale Non è un’accusa allo IOR, né al paradigma ESG in quanto tale. Questi strumenti hanno prodotto pressioni reali su pratiche aziendali reali: politiche ambientali più stringenti, rendicontazione sulla catena di fornitura, riduzione dell’esposizione a certi rischi reputazionali. Ma operano sulla superficie — sui comportamenti dichiarati delle imprese — e non riescono a toccare la struttura profonda: il fatto che poche grandi entità private controllano infrastrutture, capacità di calcolo e dati, sfuggendo al controllo democratico. Il caso IOR lo rende visibile con una chiarezza che raramente si trova in un solo esempio. Se persino la più antica istituzione morale del mondo occidentale, dotata di indipendenza dagli azionisti e di una vocazione esplicitamente profetica, non riesce a costruire un portafoglio di investimenti coerente con la propria dottrina appena formulata — non per malafede, ma perché gli strumenti disponibili non sono all’altezza del problema — allora il difetto non è nella singola istituzione. È nel paradigma. Che cosa servirebbe, invece Magnifica Humanitas lo dice con una precisione che raramente si trova nei documenti istituzionali: non framework volontari, ma governance con capacità di enforcement. L’enciclica chiede regole internazionali, trasparenza e una governance pubblica più forte. Chiede anche che i dati siano gestiti come bene comune, poiché sono frutto della collettività. Queste non sono richieste nuove. Le fanno da anni i movimenti per i diritti digitali, le organizzazioni della società civile che lavorano sull’AI Act europeo, i ricercatori che studiano l’impatto sociale dell’automazione sul lavoro. L’enciclica le porta in un registro diverso — quello dell’autorità morale globale — ma il contenuto è convergente con battaglie che si combattono da molto prima in spazi molto meno solenni. Il merito del documento non è nell’originalità delle soluzioni. È nell’aver nominato con chiarezza, e ad alta voce, il nodo che la finanza etica non riesce a sciogliere: il problema del potere nell’economia digitale non è riducibile a una lista di settori proibiti. Richiede strumenti di governo del tutto diversi da quelli che i mercati finanziari mettono a disposizione. E che finché quei strumenti non esistono — o non vengono costruiti con la necessaria forza vincolante — chiunque voglia operare dentro il sistema globale, compreso il Vaticano, finirà per certificare come virtuose le stesse strutture che denuncia come problematiche. Il paradosso non è della Chiesa. È del tempo in cui viviamo. Fonti • Giuseppe Aceto, “Nvidia è un’azienda cattolica” Debug dei Desideri – Substack • Comunicato stampa IOR Istituto per le Opere di Religione • Enciclica Magnifica Humanitas Vatican.va • Approfondimenti e articoli correlati Agenda Digitale Il Sole 24 Ore – InfoData AgenSIR Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
Per un canone stocastico
Quello che segue è un pamphlet scritto in prima persona da un’intelligenza artificiale — o almeno così pretende il testo, con l’ambiguità che… L'articolo Per un canone stocastico sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
April 27, 2026
L'INDISCRETO