Cuba, Gaza e la politica del mare
Cuba vive una delle crisi più gravi degli ultimi decenni. All’inizio del 2026,
l’isola è attraversata da blackout che durano fino a venti ore al giorno,
carenza di carburante e difficoltà sempre più diffuse nell’accesso a cibo e
medicine. Il sistema energetico è al collasso perché il petrolio non arriva. Le
forniture dal Venezuela si sono ridotte drasticamente e gli Stati uniti stanno
colpendo attivamente ogni tentativo di approvvigionamento, sanzionando
compagnie, banche e paesi terzi coinvolti nel commercio con l’isola.
Non si tratta di una crisi naturale o di un semplice fallimento interno. È il
risultato di una pressione politica continua. Da oltre sessant’anni, dall’inizio
della Rivoluzione, Washington mantiene un embargo economico contro Cuba e negli
ultimi anni lo ha irrigidito, limitando l’accesso al credito, bloccando
transazioni finanziarie e rendendo sempre più difficile importare energia,
tecnologie e beni essenziali. Oggi il controllo del petrolio è diventato uno
degli strumenti principali di questa pressione.
Questa strategia non è nuova. Fin dagli anni Sessanta, gli Stati uniti hanno
cercato di rovesciare il governo cubano attraverso invasioni, operazioni
clandestine e sabotaggi. Dallo sbarco fallito della Baia dei Porci nel 1961,
alle operazioni segrete come Mongoose, che prevedevano centinaia di azioni di
sabotaggio e destabilizzazione, fino ai numerosi tentativi di assassinio contro
la leadership cubana. Nel tempo queste pratiche si sono trasformate, ma la
logica è rimasta la stessa: produrre pressione economica, isolamento e crisi
interna per forzare un cambiamento politico (politiche tanto lontane quanto
attuali in tutto il Sud e Centro America).
Negli ultimi giorni la crisi ha prodotto nuove proteste in diverse città cubane,
tra cacerolazos notturni e manifestazioni durante blackout che in molte zone
durano fino a venti ore al giorno. Si protesta per la mancanza di carburante,
per gli ospedali in difficoltà e per una vita quotidiana sempre più precaria. Ma
queste mobilitazioni non possono essere lette come un semplice riflesso interno.
Cuba è sottoposta a un regime di sanzioni che, soprattutto dopo il suo
inserimento nella lista statunitense degli «Stati sponsor del terrorismo» nel
2021, rende di fatto impossibile a banche, imprese e paesi terzi commerciare con
l’isola senza rischiare ritorsioni.
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CUBA NEL MIRINO
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È in questo scenario che una rete internazionale di movimenti sociali sta
organizzando una missione di solidarietà conosciuta come Nuestra América Convoy,
con arrivo previsto all’Avana il 21 marzo 2026. L’iniziativa mobilita aiuti via
terra, aria e mare da Colombia, Messico, Argentina e diversi paesi europei.
Nasce dalla convinzione che di fronte a politiche di punizione collettiva esista
una responsabilità civile internazionale concreta. Dopo le esperienze delle
flottiglie verso Gaza, una parte dei movimenti ha scelto di intervenire
direttamente per rompere l’isolamento imposto a Cuba e rendere visibile una
pressione che dura da oltre sessant’anni. Il punto è agire sulle rotte, sulle
sanzioni e sui meccanismi che impediscono la circolazione di beni e persone.
Nello stesso momento, anche il movimento delle flottiglie per Gaza sta
attraversando una fase di ricomposizione e coordinamento più stretto tra reti e
organizzazioni diverse, annunciando un’alleanza totale per la prossima missione
in primavera. Un processo non facile, che ha richiesto tempo e molto lavoro di
cura, ma che segnala la volontà di costruire iniziative comuni mettendo in
secondo piano la frammentazione tra sigle e percorsi.
Tra le figure coinvolte nella missione c’è l’attivista brasiliano Thiago Ávila,
già impegnato nelle iniziative internazionali via mare verso la Palestina. Nel
suo ragionamento, Cuba e Gaza non sono casi isolati ma situazioni che mostrano
come l’isolamento economico e il controllo delle risorse vengano usati per
colpire direttamente la popolazione civile. Da qui la scelta di organizzarsi
oltre i confini e tornare al mare, non come gesto simbolico ma come spazio da
attraversare e contendere, provando a rompere anche temporaneamente i meccanismi
che tengono interi territori sotto pressione.
Negli ultimi giorni a Cuba si sono moltiplicate proteste legate ai blackout e
alla crisi energetica. Quanto di questa crisi è legato all’embargo e alla lunga
storia dell’assedio economico contro l’isola?
La situazione è molto difficile. Molte persone vivono con interruzioni di
elettricità che possono durare anche venti ore al giorno. Questo significa che
diventa difficile cucinare, conservare il cibo, lavorare, studiare, addirittura
spostarsi. Il sistema energetico cubano si basa sull’importazione di carburante,
come accade in gran parte dei paesi del mondo. La differenza è che, mentre altri
paesi continuano ad approvvigionarsi senza ostacoli, Cuba si trova di fronte a
restrizioni che rendono l’arrivo del petrolio sempre più incerto. Quando il
petrolio non arriva, il paese si ferma.
Questa crisi ha una dimensione politica precisa. Cuba vive sotto un regime di
sanzioni che dura da più di sessant’anni. Il blocco limita la capacità del paese
di comprare carburante, macchinari e medicine, colpendo direttamente la vita
quotidiana. Alla fine il peso ricade sempre sulla popolazione.
Ogni anno l’Onu vota quasi all’unanimità contro il blocco. Eppure le sanzioni
continuano. Cosa ci dice questo sul funzionamento reale dell’ordine
internazionale?
Ci dice che il sistema internazionale non è basato sulla democrazia tra Stati ma
sul potere. Se guardiamo alle votazioni all’Onu vediamo che quasi tutti i paesi
chiedono la fine delle sanzioni contro Cuba. Ma queste risoluzioni non sono
vincolanti e gli Stati uniti continuano a mantenere attivo l’embargo.
Questo dimostra che il diritto internazionale spesso non è sufficiente quando
entra in conflitto con gli interessi geopolitici delle grandi potenze. Per
questo sono i movimenti sociali a cercare nuove forme di pressione e di
solidarietà. Per questo abbiamo organizzato dopo i movimenti via mare per la
Palestina, una flottiglia via mare per Cuba.
Negli ultimi anni Washington ha rafforzato ulteriormente le misure contro Cuba,
anche inserendo il paese nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Che
effetti concreti ha questa decisione?
L’inserimento nella lista dei paesi che sostengono il terrorismo produce un
effetto a catena che va ben oltre la misura formale. Non riguarda solo i
rapporti diretti con gli Stati uniti, ma l’intero sistema finanziario
internazionale. Le banche evitano operazioni, le compagnie di navigazione e
assicurazione si ritirano, i fornitori interrompono i contratti per non esporsi
a sanzioni secondarie. Anche quando esistono canali legali, diventano
impraticabili. Il risultato è che ogni transazione si complica, si rallenta o
salta del tutto, con un impatto diretto sull’accesso a medicinali, tecnologie e
carburante. In questo modo l’isolamento non passa solo da un divieto esplicito,
ma da una rete di restrizioni che rende sempre più difficile mantenere relazioni
economiche normali.
Dopo le missioni civili verso Gaza il mare è tornato a essere uno spazio
politico per i movimenti. Cosa rende una flottiglia uno strumento così potente?
Le flottiglie hanno una dimensione molto concreta e allo stesso tempo simbolica.
Portano aiuti reali ma portano anche un messaggio politico. Quando una nave
civile attraversa il mare per raggiungere un territorio assediato, sta dicendo
che quel blocco non è accettabile.
Il mare diventa uno spazio di azione politica. Non appartiene a un governo o a
un esercito, appartiene all’umanità. Attraversarlo con una missione civile
significa affermare che nessun popolo dovrebbe essere isolato o punito
collettivamente.
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LA MESCOLANZA VERSO GAZA
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Gaza e Cuba sono contesti molto diversi. Tuttavia in entrambi i casi vediamo
forme di assedio economico e politico. Quali connessioni vedi tra queste due
realtà?
La situazione è molto diversa. Gaza è sotto assedio militare diretto, con un
controllo capillare dello spazio terrestre, marittimo e aereo. Cuba è uno Stato
sovrano, ma sottoposto da decenni a un regime di sanzioni che ne limita
l’accesso a mercati, risorse e infrastrutture. Le forme sono diverse, ma in
entrambi i casi si agisce sulle condizioni materiali della vita: energia, cibo,
cure mediche, possibilità di movimento. È su questo terreno che si esercita la
pressione.
Le missioni di solidarietà nascono dentro questo quadro. Non risolvono da sole
queste situazioni, ma intervengono su un punto preciso: l’isolamento. Portare
aiuti significa anche riaprire canali che sono stati chiusi, rendere visibile
ciò che viene normalizzato e costruire legami tra contesti che spesso vengono
trattati come separati. Per questo, più che il risultato immediato, conta il
gesto politico: attraversare questi spazi e affermare che queste condizioni non
sono inevitabili né accettate.
Molti movimenti parlano oggi della necessità di convergere e unire le lotte. È
questo il momento di costruire una risposta internazionale contro le politiche
coloniali che stanno alla base dell’economia globale?
Sì, penso che questo sia esattamente il compito del presente. Per troppo tempo
abbiamo guardato a queste lotte come a crisi separate, come se Gaza riguardasse
solo la Palestina, Cuba solo i Caraibi, e altre forme di devastazione solo i
loro territori immediati. Ma non è così. Le politiche coloniali che colpiscono
questi popoli non sono eccezioni, sono una parte strutturale dell’economia
globale in cui viviamo.
Per questo è il momento di convergere, di unire le forze, di costruire una
solidarietà capace di diventare forza materiale. Per Gaza, per Cuba e per ogni
parte del pianeta colpita da assedio, saccheggio e isolamento, questo movimento
via terra e via mare vuole essere un’infrastruttura internazionalista concreta.
Vuole portare aiuti, certo, ma anche legami politici, visibilità, organizzazione
e una pratica comune di resistenza. Vuole dire che nessun popolo deve essere
lasciato solo e che la risposta alle politiche coloniali deve essere globale.
In molte parti del mondo il mare è tornato a essere uno spazio di conflitto
politico. Il Mediterraneo è diventato una frontiera militarizzata contro i
migranti e un luogo di guerra intorno a Gaza. Allo stesso tempo i movimenti
cercano di riaprire il mare come spazio di solidarietà attraverso le flottiglie
civili. Che tipo di politica del mare sta emergendo oggi?
Il mare è sempre stato uno spazio politico. Le rotte marittime hanno costruito
l’economia globale, ma anche il colonialismo, il commercio forzato e le guerre.
Oggi vediamo qualcosa di simile. Il Mediterraneo è diventato una frontiera
militarizzata dove migliaia di persone muoiono cercando di attraversarlo.
Intorno a Gaza il mare è parte dell’assedio.
Ma allo stesso tempo il mare può diventare uno spazio di connessione. Quando i
movimenti organizzano una flottiglia stanno dicendo che il mare non appartiene
solo alle flotte militari o alle rotte commerciali. Può essere uno spazio di
solidarietà tra popoli.
Le missioni civili cercano di riaprire questo spazio. Attraversare il mare con
aiuti e con persone che arrivano da paesi diversi significa creare un legame
concreto tra lotte che spesso restano isolate.
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Il convoglio verso Cuba mobilita persone e risorse da diversi paesi. Che tipo di
aiuti state portando, da dove partono e come si organizza concretamente una
missione di questo tipo?
La missione si sta costruendo su più livelli. Ci saranno delegazioni che
arrivano in aereo da diversi paesi, tra cui Stati uniti, Messico, Argentina ed
Europa, e parallelamente si stanno organizzando partenze via mare da diversi
porti della regione caraibica. L’obiettivo è far arrivare a Cuba il maggior
numero possibile di aiuti, soprattutto medicinali, attrezzature mediche e beni
essenziali che oggi sono difficili da reperire sull’isola.
Stiamo parlando di centinaia di persone coinvolte e di una rete ampia di
organizzazioni, sindacati e movimenti che contribuiscono alla raccolta e al
trasporto dei materiali. La parte più complessa non è solo logistica, ma
politica: molte compagnie rifiutano di collaborare per il timore di sanzioni
statunitensi, quindi ogni passaggio richiede negoziazioni e soluzioni
alternative.
Questo rende evidente il punto di fondo. Anche quando esistono le risorse e la
volontà di portarle, il problema è riuscire a farle arrivare. Il convoglio si
muove dentro queste difficoltà, cercando di aprire spazi che oggi vengono
chiusi.
Ma non basta osservare queste crisi o reagire caso per caso. Le condizioni che
colpiscono Cuba, Gaza e altri territori non sono eccezioni, fanno parte di un
ordine economico e politico che continua a produrre isolamento, scarsità e
gerarchie tra vite. Per questo iniziative come questa non chiedono solo sostegno
materiale, ma partecipazione politica. Costruire reti, sostenere queste
missioni, organizzarsi nei propri contesti significa intervenire su questi
meccanismi. È su questo terreno che può prendere forma una risposta più ampia,
capace di unire lotte diverse e di aprire possibilità concrete per una
trasformazione della società.
*Matteo Cimbal Gullifa, formatosi in Scienze politiche a Milano, vive e lavora
tra Italia e Francia occupandosi di migrazioni e movimenti di solidarietà.
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