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Cuba, Gaza e la politica del mare
Cuba vive una delle crisi più gravi degli ultimi decenni. All’inizio del 2026, l’isola è attraversata da blackout che durano fino a venti ore al giorno, carenza di carburante e difficoltà sempre più diffuse nell’accesso a cibo e medicine. Il sistema energetico è al collasso perché il petrolio non arriva. Le forniture dal Venezuela si sono ridotte drasticamente e gli Stati uniti stanno colpendo attivamente ogni tentativo di approvvigionamento, sanzionando compagnie, banche e paesi terzi coinvolti nel commercio con l’isola. Non si tratta di una crisi naturale o di un semplice fallimento interno. È il risultato di una pressione politica continua. Da oltre sessant’anni, dall’inizio della Rivoluzione, Washington mantiene un embargo economico contro Cuba e negli ultimi anni lo ha irrigidito, limitando l’accesso al credito, bloccando transazioni finanziarie e rendendo sempre più difficile importare energia, tecnologie e beni essenziali. Oggi il controllo del petrolio è diventato uno degli strumenti principali di questa pressione. Questa strategia non è nuova. Fin dagli anni Sessanta, gli Stati uniti hanno cercato di rovesciare il governo cubano attraverso invasioni, operazioni clandestine e sabotaggi. Dallo sbarco fallito della Baia dei Porci nel 1961, alle operazioni segrete come Mongoose, che prevedevano centinaia di azioni di sabotaggio e destabilizzazione, fino ai numerosi tentativi di assassinio contro la leadership cubana. Nel tempo queste pratiche si sono trasformate, ma la logica è rimasta la stessa: produrre pressione economica, isolamento e crisi interna per forzare un cambiamento politico (politiche tanto lontane quanto attuali in tutto il Sud e Centro America). Negli ultimi giorni la crisi ha prodotto nuove proteste in diverse città cubane, tra cacerolazos notturni e manifestazioni durante blackout che in molte zone durano fino a venti ore al giorno. Si protesta per la mancanza di carburante, per gli ospedali in difficoltà e per una vita quotidiana sempre più precaria. Ma queste mobilitazioni non possono essere lette come un semplice riflesso interno. Cuba è sottoposta a un regime di sanzioni che, soprattutto dopo il suo inserimento nella lista statunitense degli «Stati sponsor del terrorismo» nel 2021, rende di fatto impossibile a banche, imprese e paesi terzi commerciare con l’isola senza rischiare ritorsioni. LEGGI ANCHE… AMERICA LATINA CUBA NEL MIRINO Antoni Kapcia È in questo scenario che una rete internazionale di movimenti sociali sta organizzando una missione di solidarietà conosciuta come Nuestra América Convoy, con arrivo previsto all’Avana il 21 marzo 2026. L’iniziativa mobilita aiuti via terra, aria e mare da Colombia, Messico, Argentina e diversi paesi europei. Nasce dalla convinzione che di fronte a politiche di punizione collettiva esista una responsabilità civile internazionale concreta. Dopo le esperienze delle flottiglie verso Gaza, una parte dei movimenti ha scelto di intervenire direttamente per rompere l’isolamento imposto a Cuba e rendere visibile una pressione che dura da oltre sessant’anni. Il punto è agire sulle rotte, sulle sanzioni e sui meccanismi che impediscono la circolazione di beni e persone. Nello stesso momento, anche il movimento delle flottiglie per Gaza sta attraversando una fase di ricomposizione e coordinamento più stretto tra reti e organizzazioni diverse, annunciando un’alleanza totale per la prossima missione in primavera. Un processo non facile, che ha richiesto tempo e molto lavoro di cura, ma che segnala la volontà di costruire iniziative comuni mettendo in secondo piano la frammentazione tra sigle e percorsi. Tra le figure coinvolte nella missione c’è l’attivista brasiliano Thiago Ávila, già impegnato nelle iniziative internazionali via mare verso la Palestina. Nel suo ragionamento, Cuba e Gaza non sono casi isolati ma situazioni che mostrano come l’isolamento economico e il controllo delle risorse vengano usati per colpire direttamente la popolazione civile. Da qui la scelta di organizzarsi oltre i confini e tornare al mare, non come gesto simbolico ma come spazio da attraversare e contendere, provando a rompere anche temporaneamente i meccanismi che tengono interi territori sotto pressione. Negli ultimi giorni a Cuba si sono moltiplicate proteste legate ai blackout e alla crisi energetica. Quanto di questa crisi è legato all’embargo e alla lunga storia dell’assedio economico contro l’isola? La situazione è molto difficile. Molte persone vivono con interruzioni di elettricità che possono durare anche venti ore al giorno. Questo significa che diventa difficile cucinare, conservare il cibo, lavorare, studiare, addirittura spostarsi. Il sistema energetico cubano si basa sull’importazione di carburante, come accade in gran parte dei paesi del mondo. La differenza è che, mentre altri paesi continuano ad approvvigionarsi senza ostacoli, Cuba si trova di fronte a restrizioni che rendono l’arrivo del petrolio sempre più incerto. Quando il petrolio non arriva, il paese si ferma. Questa crisi ha una dimensione politica precisa. Cuba vive sotto un regime di sanzioni che dura da più di sessant’anni. Il blocco limita la capacità del paese di comprare carburante, macchinari e medicine, colpendo direttamente la vita quotidiana. Alla fine il peso ricade sempre sulla popolazione. Ogni anno l’Onu vota quasi all’unanimità contro il blocco. Eppure le sanzioni continuano. Cosa ci dice questo sul funzionamento reale dell’ordine internazionale? Ci dice che il sistema internazionale non è basato sulla democrazia tra Stati ma sul potere. Se guardiamo alle votazioni all’Onu vediamo che quasi tutti i paesi chiedono la fine delle sanzioni contro Cuba. Ma queste risoluzioni non sono vincolanti e gli Stati uniti continuano a mantenere attivo l’embargo. Questo dimostra che il diritto internazionale spesso non è sufficiente quando entra in conflitto con gli interessi geopolitici delle grandi potenze. Per questo sono i movimenti sociali a cercare nuove forme di pressione e di solidarietà. Per questo abbiamo organizzato dopo i movimenti via mare per la Palestina, una flottiglia via mare per Cuba. Negli ultimi anni Washington ha rafforzato ulteriormente le misure contro Cuba, anche inserendo il paese nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Che effetti concreti ha questa decisione? L’inserimento nella lista dei paesi che sostengono il terrorismo produce un effetto a catena che va ben oltre la misura formale. Non riguarda solo i rapporti diretti con gli Stati uniti, ma l’intero sistema finanziario internazionale. Le banche evitano operazioni, le compagnie di navigazione e assicurazione si ritirano, i fornitori interrompono i contratti per non esporsi a sanzioni secondarie. Anche quando esistono canali legali, diventano impraticabili. Il risultato è che ogni transazione si complica, si rallenta o salta del tutto, con un impatto diretto sull’accesso a medicinali, tecnologie e carburante. In questo modo l’isolamento non passa solo da un divieto esplicito, ma da una rete di restrizioni che rende sempre più difficile mantenere relazioni economiche normali. Dopo le missioni civili verso Gaza il mare è tornato a essere uno spazio politico per i movimenti. Cosa rende una flottiglia uno strumento così potente? Le flottiglie hanno una dimensione molto concreta e allo stesso tempo simbolica. Portano aiuti reali ma portano anche un messaggio politico. Quando una nave civile attraversa il mare per raggiungere un territorio assediato, sta dicendo che quel blocco non è accettabile. Il mare diventa uno spazio di azione politica. Non appartiene a un governo o a un esercito, appartiene all’umanità. Attraversarlo con una missione civile significa affermare che nessun popolo dovrebbe essere isolato o punito collettivamente. LEGGI ANCHE… PALESTINA LA MESCOLANZA VERSO GAZA Matteo Cimbal Gullifa Gaza e Cuba sono contesti molto diversi. Tuttavia in entrambi i casi vediamo forme di assedio economico e politico. Quali connessioni vedi tra queste due realtà? La situazione è molto diversa. Gaza è sotto assedio militare diretto, con un controllo capillare dello spazio terrestre, marittimo e aereo. Cuba è uno Stato sovrano, ma sottoposto da decenni a un regime di sanzioni che ne limita l’accesso a mercati, risorse e infrastrutture. Le forme sono diverse, ma in entrambi i casi si agisce sulle condizioni materiali della vita: energia, cibo, cure mediche, possibilità di movimento. È su questo terreno che si esercita la pressione. Le missioni di solidarietà nascono dentro questo quadro. Non risolvono da sole queste situazioni, ma intervengono su un punto preciso: l’isolamento. Portare aiuti significa anche riaprire canali che sono stati chiusi, rendere visibile ciò che viene normalizzato e costruire legami tra contesti che spesso vengono trattati come separati. Per questo, più che il risultato immediato, conta il gesto politico: attraversare questi spazi e affermare che queste condizioni non sono inevitabili né accettate. Molti movimenti parlano oggi della necessità di convergere e unire le lotte. È questo il momento di costruire una risposta internazionale contro le politiche coloniali che stanno alla base dell’economia globale? Sì, penso che questo sia esattamente il compito del presente. Per troppo tempo abbiamo guardato a queste lotte come a crisi separate, come se Gaza riguardasse solo la Palestina, Cuba solo i Caraibi, e altre forme di devastazione solo i loro territori immediati. Ma non è così. Le politiche coloniali che colpiscono questi popoli non sono eccezioni, sono una parte strutturale dell’economia globale in cui viviamo. Per questo è il momento di convergere, di unire le forze, di costruire una solidarietà capace di diventare forza materiale. Per Gaza, per Cuba e per ogni parte del pianeta colpita da assedio, saccheggio e isolamento, questo movimento via terra e via mare vuole essere un’infrastruttura internazionalista concreta. Vuole portare aiuti, certo, ma anche legami politici, visibilità, organizzazione e una pratica comune di resistenza. Vuole dire che nessun popolo deve essere lasciato solo e che la risposta alle politiche coloniali deve essere globale. In molte parti del mondo il mare è tornato a essere uno spazio di conflitto politico. Il Mediterraneo è diventato una frontiera militarizzata contro i migranti e un luogo di guerra intorno a Gaza. Allo stesso tempo i movimenti cercano di riaprire il mare come spazio di solidarietà attraverso le flottiglie civili. Che tipo di politica del mare sta emergendo oggi? Il mare è sempre stato uno spazio politico. Le rotte marittime hanno costruito l’economia globale, ma anche il colonialismo, il commercio forzato e le guerre. Oggi vediamo qualcosa di simile. Il Mediterraneo è diventato una frontiera militarizzata dove migliaia di persone muoiono cercando di attraversarlo. Intorno a Gaza il mare è parte dell’assedio. Ma allo stesso tempo il mare può diventare uno spazio di connessione. Quando i movimenti organizzano una flottiglia stanno dicendo che il mare non appartiene solo alle flotte militari o alle rotte commerciali. Può essere uno spazio di solidarietà tra popoli. Le missioni civili cercano di riaprire questo spazio. Attraversare il mare con aiuti e con persone che arrivano da paesi diversi significa creare un legame concreto tra lotte che spesso restano isolate. LEGGI ANCHE… GUERRA IN MARE RINASCE IL DIRITTO INTERNAZIONALE Tatiana Montella - Enrica Rigo Il convoglio verso Cuba mobilita persone e risorse da diversi paesi. Che tipo di aiuti state portando, da dove partono e come si organizza concretamente una missione di questo tipo? La missione si sta costruendo su più livelli. Ci saranno delegazioni che arrivano in aereo da diversi paesi, tra cui Stati uniti, Messico, Argentina ed Europa, e parallelamente si stanno organizzando partenze via mare da diversi porti della regione caraibica. L’obiettivo è far arrivare a Cuba il maggior numero possibile di aiuti, soprattutto medicinali, attrezzature mediche e beni essenziali che oggi sono difficili da reperire sull’isola. Stiamo parlando di centinaia di persone coinvolte e di una rete ampia di organizzazioni, sindacati e movimenti che contribuiscono alla raccolta e al trasporto dei materiali. La parte più complessa non è solo logistica, ma politica: molte compagnie rifiutano di collaborare per il timore di sanzioni statunitensi, quindi ogni passaggio richiede negoziazioni e soluzioni alternative. Questo rende evidente il punto di fondo. Anche quando esistono le risorse e la volontà di portarle, il problema è riuscire a farle arrivare. Il convoglio si muove dentro queste difficoltà, cercando di aprire spazi che oggi vengono chiusi. Ma non basta osservare queste crisi o reagire caso per caso. Le condizioni che colpiscono Cuba, Gaza e altri territori non sono eccezioni, fanno parte di un ordine economico e politico che continua a produrre isolamento, scarsità e gerarchie tra vite. Per questo iniziative come questa non chiedono solo sostegno materiale, ma partecipazione politica. Costruire reti, sostenere queste missioni, organizzarsi nei propri contesti significa intervenire su questi meccanismi. È su questo terreno che può prendere forma una risposta più ampia, capace di unire lotte diverse e di aprire possibilità concrete per una trasformazione della società. *Matteo Cimbal Gullifa, formatosi in Scienze politiche a Milano, vive e lavora tra Italia e Francia occupandosi di migrazioni e movimenti di solidarietà. L'articolo Cuba, Gaza e la politica del mare proviene da Jacobin Italia.
March 18, 2026
Jacobin Italia
Perché negli Usa non c’è un movimento anti-guerra?
La guerra di Donald Trump contro l’Iran è molto impopolare. Come osserva il sondaggista G. Elliot Morris, è la guerra più impopolare che gli Stati uniti abbiano mai avuto fin dal suo inizio. E «con solo il 38% degli americani a favore, il sostegno al bombardamento dell’Iran è inferiore anche al sostegno che ci fu alla guerra in Iraq nel 2014». Perché allora ci sono state così poche proteste collettive contro l’offensiva Usa-Israele? Rispondere a questa domanda non è facile. Quelle che seguono sono ipotesi, non conclusioni definitive. Ma esplorare le ragioni per cui oggi ci manca un movimento contro la guerra può aiutarci a iniziare a costruirne uno. E per il bene degli iraniani, del Medio Oriente e dei lavoratori degli Stati uniti, è meglio farlo il prima possibile. GLI STATUNITENSI SI SENTONO IMPOTENTI Uno dei motivi principali per cui così tanti giovani negli anni Sessanta si lanciarono nella lotta contro il coinvolgimento militare degli Stati uniti in Vietnam fu che il movimento per i diritti civili aveva recentemente dimostrato il potere dell’azione di massa. Come affermava il manifesto fondativo degli Students for a Democratic Society (Sds) del 1962, «La lotta del Sud contro il bigottismo razziale […] ha costretto la maggior parte di noi dal silenzio all’attivismo». Ripensandoci, un partecipante ha ricordato che tali esempi di successo «davano la sensazione di poter effettivamente fare la differenza, di dover prendere posizione». Oggi, il più grande ostacolo che affrontiamo nel nostro paese è un diffuso senso di impotenza. La leader dell’Sds Bernardine Dohrn aveva ragione a sottolineare la differenza tra quell’epoca e il momento attuale: «Il problema che ci frena oggi, per me, è l’idea che ciò che facciamo non farà la differenza». Per superare questo senso di rassegnazione, abbiamo bisogno di esempi più stimolanti di lotte vinte. La vittoriosa resistenza di massa del Minnesota contro l’Immigration and Customs Enforcement (Ice), ad esempio, ha iniziato a dare impulso all’attivismo a livello nazionale. La sfida ora è trovare e ampliare campagne vincenti dal basso, come convincere le nostre scuole a rompere con l’Ice o milioni di consumatori ad abbandonare aziende come OpenAI, che stanno alimentando la macchina da guerra di Trump. Dimostrare nella pratica di avere potere nelle battaglie più piccole può ispirare milioni di persone a unirsi alla lotta contro i peggiori orrori di questa amministrazione, in patria e all’estero. Socialism for future Acquista l’ultimo numero della rivista LA GENTE SPERA CHE LA GUERRA FINISCA PRESTO Come tanti altri, mi sveglio ogni mattina sperando di leggere un titolo che suggerisca che il sempre volubile Trump abbia deciso di annunciare una rapida vittoria in Iran, come ha fatto in Venezuela. Almeno, in quel caso, verrebbero fermate ulteriori atrocità contro i civili. Considerato il disinteresse dell’amministrazione nel cercare di ottenere il consenso su questa guerra e gli evidenti rischi politici derivanti dall’aumento dei prezzi del gas, è stato difficile credere che Trump avrebbe rischiato così la sua presidenza – per non parlare delle vite di iraniani e militari statunitensi – in un lungo intervento armato senza una chiara conclusione. Ciononostante, la guerra continua ad aggravarsi. Il fatto che Trump si sia mosso così rapidamente e con così poca considerazione per l’opinione pubblica ha lasciato molti di noi sotto shock. Mentre George W. Bush ha passato un anno nel cercare di convincerci a invadere l’Iraq – innescando un processo deliberativo in cui le proteste di massa avrebbero potuto intervenire – la rapidità e la scarsa considerazione dell’opinione pubblica da parte di Trump hanno lasciato poco spazio agli americani per uscire dalla modalità di spettatori. Questo aiuta a spiegare il paradosso del perché una guerra eccezionalmente impopolare abbia finora incontrato proteste di massa eccezionalmente scarse. Ma finché la guerra continuerà, ci si aspetta che un numero sempre maggiore di persone inizi a intraprendere azioni collettive. E anche se Trump dovesse proclamare vittoria nei prossimi giorni o settimane, è improbabile che questo metta fine alle sue ambizioni imperialiste. Dovremo comunque intensificare la nostra agitazione contro la guerra per fermare la spinta dell’amministrazione per un cambio di regime a Cuba, il suo continuo finanziamento a Israele e la sua belligeranza nei confronti della Cina, e per trasformare le elezioni presidenziali del 2028, in parte, in un referendum sulla spesa militare incontrollata, sulle guerre imperialiste statunitensi e sul sostegno degli Stati uniti allo Stato genocida di Israele. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI GLI EQUIPAGGI DI TERRA IN CERCA DI UNA ROTTA Giulio Calella TRUMP STA FACENDO TROPPE COSE ORRIBILI A differenza di George W. Bush, le cui imprese imperialiste rappresentavano l’unico obiettivo, è facile lasciarsi travolgere dagli attacchi generalizzati di Trump ed è difficile rispondere rapidamente a ogni nuova indignazione. Le forze organizzate della nostra parte sono state messe a dura prova. Personalmente, ho dedicato circa dieci ore di volontariato al giorno nell’ultimo mese a sostenere la nuova campagna «Schools Drop Ice»; ultimamente non ho avuto un’ora extra per organizzare un’altra iniziativa, il che ha limitato la mia capacità di partecipare ad altre azioni essenziali come l’organizzazione contro questa guerra. La buona notizia è che le prossime proteste No Kings del 28 marzo e la giornata di protesta del 1° maggio offrono ottime opportunità per unire tutte le nostre richieste e lotte anti-Trump. L’opposizione alla guerra sarà probabilmente uno dei temi principali di queste azioni. SI CONFONDE LA MOBILITAZIONE CON L’ORGANIZZAZIONE Anche se le prossime azioni No Kings e May Day saranno massicce e denunceranno il dominio imperialista, dall’Iran a Cuba alla Palestina, ciò non significa necessariamente che abbiamo ricostruito un movimento potente contro il regime di Trump in generale o contro le sue guerre in particolare. Un movimento è tale nella misura in cui la gente comune si organizza tra una protesta e l’altra, in altre parole, quando si impegna attivamente per convincere altri alla causa. Una delle sfide della nostra epoca è che le tecnologie digitali rendono molto più facile far scendere in piazza chi è d’accordo con noi, senza dover ricorrere a infrastrutture organizzative o a un contatto diretto con le persone. In altre parole, i social media facilitano la mobilitazione. Ma il rovescio della medaglia è che le grandi proteste non dimostrano più la stessa potenza di un tempo e la loro preparazione non crea lo stesso tipo di relazioni sul campo e di nuovi leader da cui i movimenti dipendono per la propria forza. Mark Rudd, leader dell’Sds, ha ragione quando afferma che «i giovani di oggi […] non hanno ricevuto istruzioni su come svolgere il duro lavoro dell’organizzazione interpersonale. Si ritrovano con le foto delle proteste degli anni Sessanta ma con una scarsa comprensione del lavoro che ha ispirato tali proteste». Angela Davis lo spiega ancora più chiaramente: > Le manifestazioni dovrebbero dimostrare la forza potenziale dei movimenti […] > Ma oggi tendiamo a pensare al processo che rende visibile un movimento come > alla vera sostanza del movimento stesso. Stando così le cose, milioni di > persone tornano a casa dopo una manifestazione senza sentirsi necessariamente > in dovere di continuare a rafforzare il sostegno alla causa. Ecco perché dovremmo considerare il 28 marzo e il 1° maggio non come proteste isolate, ma come meccanismi per aggregare, coinvolgere e formare quante più persone possibile nelle campagne in corso. IL SETTARISMO HA CONTRIBUITO A MARGINALIZZARE L’ATTIVISMO CONTRO LA GUERRA Invece di costruire la più ampia e profonda opposizione possibile agli aiuti militari e agli interventi statunitensi all’estero, troppo attivismo pacifista negli ultimi anni si è affidato a una retorica e a slogan respingenti ed eccessivamente radicali, legando le rivendicazioni contro la guerra che godono di ampio sostegno a una romanticizzazione ingiustificata e inutile di qualsiasi forza «antimperialista». Opporsi costantemente all’imperialismo non richiede di giustificare l’uccisione di civili da parte di Hamas o la repressione degli attivisti pro-democrazia da parte della Repubblica Islamica. E invece di concentrare incessantemente il fuoco su politici come Trump, Joe Biden e Chuck Schumer, che hanno fomentato o reso possibili atrocità all’estero, un’energia stranamente elevata degli attivisti è stata impiegata per denunciare deputati come Alexandria Ocasio-Cortez, nonostante quest’ultima non abbia mai votato a favore degli aiuti militari statunitensi a Israele e si sia opposta con forza alla guerra in Iran. Purtroppo, l’impatto e la continuità di molti accampamenti di solidarietà con la Palestina sono stati indeboliti da una retorica provocatoria che il cinismo degli oppositori poteva facilmente travisare, così come da un’eccessiva attenzione alla «cultura della sicurezza» per gli attivisti o dall’assenza di sforzi finalizzati a conquistare e mobilitare le maggioranze nei campus. L’intensa repressione contro questi sforzi coraggiosi ma relativamente isolati ha raffreddato l’organizzazione nei campus. Essendo gli studenti spesso l’avanguardia dell’organizzazione contro la guerra e contro l’autoritarismo, rilanciare una cultura politica di massa nei college è un compito fondamentale. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI NO KINGS, LA RIBELLIONE ANTI-TRUMP Branko Marcetic RILANCIARE UN MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA Quali passi possiamo intraprendere per contribuire a far rivivere un potente movimento contro la guerra negli Stati uniti? In primo luogo, ognuno di noi – e ciascuna delle organizzazioni a cui apparteniamo – può impegnarsi non solo a partecipare alle manifestazioni No Kings del 28 marzo, ma anche a fare tutto il possibile per coinvolgere i nostri vicini, colleghi, compagni di studio e di fede. Potete cogliere l’occasione per chiedere loro cosa pensano della guerra in Iran o dell’Ice; notare quanto sia assurdo che gli Stati uniti spendano quasi mille miliardi di dollari all’anno per la guerra mentre la gente comune non riesce a sopravvivere a casa; e poi passare a una richiesta amichevole di unirsi alla manifestazione. Non rivolgetevi solo a chi sapete essere già di sinistra. La maggior parte degli americani è fermamente contraria a questa guerra e non sa cosa fare. È tempo di raggiungere un pubblico più ampio e di andare oltre le nostre bolle. Questo è ciò che rende reale un movimento. Ed è ciò che può innescare quel tipo di disordini di massa non violenti sul lavoro, a scuola e altrove che Trump e la macchina da guerra non possono permettersi di ignorare.  Un secondo passo concreto che puoi fare è sostenere la campagna QuitGpt. Questo boicottaggio ha assunto un ulteriore livello di urgenza – e un contenuto pacifista – dopo che due settimane fa il Pentagono ha rifiutato di accettare le clausole contrattuali dell’azienda Anthropic, secondo cui la sua IA non sarebbe stata utilizzata per la sorveglianza di massa o per attacchi militari completamente autonomi. Libera da qualsiasi principio che non fosse il profitto, OpenAI è immediatamente intervenuta e ha firmato un contratto con il Pentagono che, come ha affermato un alto dirigente dell’azienda dimessosi sabato scorso, «è stato stipulato in fretta e furia, senza definire i limiti». Proprio come Tesla Takedown è riuscita a cacciare Elon Musk dalla Casa Bianca, così QuitGpt può punire OpenAI per aver reso possibile l’uso di una macchina militare statunitense che sta massacrando studentesse in Iran e sta portando il mondo verso la catastrofe. A differenza di tanti boicottaggi online, questo è uno sforzo organizzato con un impatto misurabile a cui le persone possono partecipare per contribuire a diffonderlo. Secondo gli organizzatori di QuitGpt, oltre quattro milioni di persone hanno già preso parte al boicottaggio. Trump vuole farci credere che non abbiamo la forza di fermarlo. Ma la realtà è che questo è un regime ampiamente impopolare che sta conducendo una delle guerre più impopolari nella storia degli Stati uniti. Mentre il numero delle vittime, i prezzi del petrolio e i costi per i contribuenti statunitensi continuano ad aumentare, gli americani cercheranno sempre più modi per fermare lo spargimento di sangue. Avremmo dovuto intraprendere un’azione collettiva di massa in questa direzione già da molto tempo. *Eric Blanc è professore associato di studi sul lavoro alla Rutgers University. Cura il blog Substack Labor Politics ed è autore di We Are the Union: How Worker-to-Worker Organizing is Revitalizing Labor and Winning Big. Questo articolo è uscito su Jacobin Mag, la traduzione è a cura della redazione. L'articolo Perché negli Usa non c’è un movimento anti-guerra? proviene da Jacobin Italia.
March 16, 2026
Jacobin Italia
Un movimento oceanico
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Quanto è accaduto  la mattina del 28 febbraio, con l’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran, da una parte conferma la nostra peggiore diagnosi, da tempo maturata, sul carattere criminale dell’apparato di potere che governa l’Occidente: un grumo di umanità perversa, preda della propria patologica volontà di potenza e dominato dal mito della forza come unico strumento per regolare i rapporti politici interni e internazionali. Gente disponibile a qualsiasi atrocità, fino al genocidio, per perseguire i propri obiettivi di dominio. Su questo avevamo le idee chiare, da quando siamo entrati appunto nell’epoca della guerra infinita al confine dell’Europa e dello sterminio sistematico a Gaza. Ma il 28 febbraio ha segnato per molti versi un’ulteriore svolta, un salto di qualità e di quantità, introducendoci in un universo dichiaratamente distopico: assolutizzando la dimensione nichilista – nel senso dell’annichilimento, della predisposizione alla nullificazione di tutto ciò che resta di umano – presente finora in sospensione, come orizzonte possibile, ma da ora precipitato in realtà in atto. In immagini, che scorrono sugli schermi televisivi, e non sono fiction, a testimonianza dell’inedita mancanza di limiti degli psicopatici al potere, non più contenuti da nulla di tutto ciò che finora aveva tentato di costruire un qualche schermo protettivo a garanzia della sopravvivenza del genere umano: quella cosa che si chiama Civiltà. Questa aggressione è spudorata, perché non può giustificarsi in nessun modo né con un’aggressione subita, né con una minaccia reale in atto (l’argomento dell’atomica iraniana è una balla a cui nessuno può credere, l’argomento della ferocia della dittatura di Teheran non è ammissibile da parte di chi si è appena macchiato del crimine di genocidio, e continua a perpetrarlo): è una pura esibizione, da parte di chi ha (o crede di averne) la forza, di poter fare tutto ciò che vuole per il solo e semplice fatto di avere i mezzi di distruzione che glielo permettono. Si presenta nella sua assoluta nudità, senza nemmeno uno straccio di giustificazione, senza neppure avvertire il bisogno di coprire la propria impudenza con un velo di ipocrisia, con l’ostentazione compiaciuta del capobranco primordiale, che fa tutto quello che i suoi muscoli gli permettono di fare, secondo la logica primigenia dell’ordalia. Ma anche, dobbiamo aggiungere, senza nemmeno una traccia di preoccupazione che ciò che fanno possa mettere a rischio la loro stressa sopravvivenza: l’aver scelto di destabilizzare alle radici un’area cruciale del pianeta con esiti imprevedibili  ma sicuramente tali da portare delle minacce gravissime all’intera umanità – l’ aver appiccato il fuoco a una polveriera di dimensioni globali con totale indifferenza verso i possibili esiti catastrofici, come ha perfettamente denunciato il  leader spagnolo Pedro Sanchez – la dice lunga sul grado estremo della loro irresponsabilità. E anche, possiamo aggiungere, della loro disperazione, nella consapevolezza che le contraddizioni mortali in cui il sistema da loro costruito nell’ultimo trentennio all’insegna del paradigma ultra-liberista non sono più controllabili con mezzi convenzionali: mostrano per l’intero Occidente e in primo luogo per la potenza imperiale che lo guida, un irreversibile declino da cui – così s’illudono – solo la guerra può salvarli o definitivamente seppellirli all’insegna del barbarico grido “muoia Sansone con tutti i filistei”. Tutto ciò significa che ognuno di noi, oggi, è chiamato in causa. E minacciato direttamente fin nella più intima individualità. Perché nella loro marcia dissennata verso l’abisso, entreranno brutalmente nelle nostre vite, le renderanno più difficili dal punto di vista materiale (inflazione crescente, energia carente, servizi tagliati, diseguaglianze alle stelle), e più asservite da quello come dire? “morale”, rendendo sempre più difficile il dissenso, l’informazione libera, l’opinione non allineata, il pensiero ribelle. Non facciamoci illusioni, non si fermeranno di fronte a nulla, Costituzioni, diritti individuali, libertà tradizionalmente conclamate. Spacceranno per verità le menzogne, e per menzogna le verità, già lo vediamo all’opera questo meccanismo leggendo i giornali mainstream e guardando i telegiornali. Renderanno condizione normale lo stato d’eccezione, come accade appunto quando lo spirito della guerra occupa in modo totalitario una società. Non è una prospettiva futura, è già in parte pratica quotidiana a cui, con una sistematica “ginnastica d’obbedienza”, per dirla con De André, ci stanno già assuefacendo. Purtroppo non ci sono rimedi credibili a questa malattia mortale che ci minaccia, nel repertorio degli strumenti consueti della politica: non nelle Cancellerie degli Stati, negli estenuati parlamenti, nei discorsi e nelle prese di posizione di partiti sempre più disertati e spesso disertori rispetto alle proprie storie, ma nemmeno nelle Agenzie internazionali, le Nazioni Unite derise dai belligeranti, l’Unione Europea irriconoscibile a se stessa nella sua metamorfosi regressiva, le stesse potenze ostili o presunte ostili agli aggressori (Cina, Russia), che se per sciagura entrassero in campo per contrastarli, non farebbero che aggiungere distruzione a distruzione, pericolo a pericolo per l’incapacità degli Stati a emanciparsi dall’idea della forza militare come ultima istanza. Se un’”entità” ci può salvare, non può che essere qualcosa di straordinario. Qualcosa mai visto prima. Un movimento di insubordinazione dal basso, un’insorgenza universale e trasversale dei popoli, che sappia mettersi in mezzo tra questi poteri criminali e i corpi dell’umanità, i nostri corpi, le nostre possibilità di sopravvivenza. Un gigantesco movimento di opposizione e di rivolta senz’armi (perché disperatamente “contro le armi”). Noi nei nostri dibattiti continuiamo a dire che occorre mettere in campo un movimento di massa. E facciamo anche molte cose in questa direzione: organizziamo cortei e presidi, flash mob e sit-in, iniziative d’ogni tipo in un’infinità di luoghi, e non è mica sbagliato. Anzi è giusto e sacrosanto. Ma, dobbiamo dircelo, non è sufficiente. Un “movimento di massa”, nel senso in cui l’abbiamo inteso finora, non basta più. Non è all’altezza della sfida – estrema – che ci incalza. Occorrerebbe un “movimento oceanico” (non trovo un termine diverso per esprimere il concetto). Cosa intendo col termine oceanico? Intendo qualcosa di molto simile a quello che è accaduto in alcuni momenti anche recenti, pensiamo al 22 settembre, pensiamo ai primi giorni di ottobre quando le piazze e le strade si sono riempite non solo di una folla in cammino, cortei e presidi, ma di una marea di persone, molte delle quali nuove alle manifestazioni di piazza, che hanno reso quelle folle strabordanti. Non c’erano strade, non c’erano piazze che potessero contenere quella marea che straripava da ogni parte e cancellava tutte le distinzioni tra i partecipanti e anche tra i luoghi in cui si manifestava. Ecco: c’è bisogno di un movimento di questo tipo, che circondi e sommerga le casematte del potere, che faccia sentire accerchiati i luoghi da cui si illudono di comandare e le figure che quei poteri incarnano; circondati da una umanità che dal basso pretende di essere ascoltata e dice no, che dice fermatevi! La nuda vita che in quanto tale, in difesa della propria sopravvivenza, prende la parola e si fa soggetto costituente. Questo è ciò che intendo per “movimento oceanico”: un’onda di piena che sommerga ogni espressione di quel potere gravido di morte facendone sentire ogni interprete, in qualunque comparto del “sistema” si trovi (politico istituzionale, mediatico, economico, militare scolastico), assediato ed estraneo ai propri stessi popoli. Fenomeni di questo tipo non si costruiscono nelle sedi d’organizzazione, e nemmeno nei nostri dibattiti (per interessanti che siano), nei nostri discorsi (sia pur ispirati), nei nostri convegni (anche quelli meglio frequentati). Continuiamo a ripetere che dobbiamo “costruire” un movimento di massa e un movimento di massa può effettivamente “essere costruito”, certo. Lo facciamo costantemente convocando cortei, assemblee, manifestazioni, scioperi più o meno di nicchia, insomma contribuendo alla mobilitazione di massa in determinate occasioni meglio se attraverso la tessitura di reti ampie di realtà organizzate. Ma un “movimento oceanico” è un’altra cosa. Non “viene costruito”, ma si dà, quando si forma per accumulazioni successive e spesso sotterranee un’ondata anomala, e questo accade per una serie di variabili, di linee e anche di momenti che nessuno è in grado, da solo o anche in rete con altri, di costruire. Avviene perché a un certo punto il sentimento collettivo comune trasversale è tale che fa sì che le persone non possano più stare chiuse in casa. Questo è successo per Gaza, anche se ci sono voluti due anni perché maturasse questa consapevolezza: che ciò che accade è talmente atroce che per mantenere il rispetto di me, non posso stare inerte, non posso stare alla finestra. Deve crearsi una situazione di questo tipo: una condizione di contesto in cui una miriade di molecole individuali maturano contemporaneamente un sentimento comune che impone loro la necessità di fondersi in un noi capace di interpretare quella necessità impellente, e tradurla in dimensione pubblica. Poi, naturalmente, è necessario un detonatore, un innesco, che faccia precipitare quell’entità gassosa in forma solida (in corpi che manifestano insieme in uno spazio riappropriato). Per le manifestazioni di settembre e di ottobre l’innesco è stata la Flotilla. Un fenomeno, credo, da cui dobbiamo imparare tanto. Cosa è stata la Flotilla? Decine e decine di barche di tutti i paesi, con a bordo delle persone che mettevano in gioco la propria pelle, la propria esistenza, i propri corpi. Donne e uomini disarmati, radicalmente e programmaticamente disarmati, che andavano ad affrontare l’esercito più feroce del mondo – perché l’esercito di Israele questo è, una macchina assassina – portando alimenti e medicine, le componenti elementari della vita nuda. Che veleggiassero così, con questo spirito e con queste modalità, verso la linea di impatto, ha generato quella miscela, quel miracolo, che poi è si è materializzato nelle piazze. Pensiamo alle parole del portuale di Genova, che rappresentava l’idealtipo del mondo del lavoro e delle sue virtù, e che dalla banchina del porto (un altro simbolo forte dell’internazionalismo storico) dice: “Se toccate qualcuno della Flotilla blocchiamo tutto!”. Quelle parole semplici, che però toccano ognuno e sono comprensibili, anch’esse hanno contribuito a innescare quel fenomeno dirompente che si è manifestato nelle piazze. Un movimento oceanico si va costruendo esattamente così: in modo lenticolare, crescendo prima sotto traccia, su sé stesso, e richiede a un certo punto qualcosa (e qualcuno) che grazie a una qualche forma di intelligenza istintiva, di creatività o di intuizione, faccia la cosa giusta che funzioni da scintilla. Gli uomini del potere lo sanno benissimo (sono orrendamente cinici ma non necessariamente stupidi, hanno studiato le proteste assai di più dei loro stessi protagonisti). E infatti si sono mossi, per sigillare tutti gli spazi di possibile aggregazione, per neutralizzare tutte le figure di possibile riferimento, per diffamare tutte le ragioni delle proteste, e stendere intorno a loro un cordone sanitario. Torino da questo punto di vista è esemplare: la persecuzione dell’Imam di San Salvario, la brutale chiusura dell’Aska, l’occupazione militare di interi rioni, nella cornice di un’ossessiva enfatizzazione mediatica del tema della sicurezza, sono i tasselli di un  progetto organico di normalizzazione forzata che ha nel ministero dell’interno la propria cabina di regia e nel ministro Piantedosi il proprio regista. In questo contesto, quello che noi possiamo fare – noi forze di opposizione, forze antagonistiche, noi che non vogliamo arrenderci a una deriva in sé letale – è preparare le precondizioni, affinché quella scintilla scoppi. Disseminare informazione, legami, aggregazioni, presidi, conferenze, lavoro nelle scuole e così via, perché questa folla oceanica possa avere dentro di sé gli elementi di conoscenza necessari, in condizioni di oscuramento e asservimento dell’informazione. E poi quello che dobbiamo fare è evitare gli errori. Evitare le cose che danneggiano, anzi sabotano invece l’aggregazione di questa miscela e la sua trasformazione in movimento di piazza. Tutto ciò che l’ostacola con i settarismi, con le pretese di egemonismo, con l’arroganza d’avanguardia. E con la pratica della violenza. La carta vincente della Flotilla – l’ho detto – è stata la sua pratica, anche in situazioni estreme, di una rigorosa non-violenza. Questo ha scatenato dal punto di vista anche emotivo l’identificazione. Mentre basta poco, un gesto fuori luogo, un gruppo d’incappucciati, un po’ di vetrine in frantumi, un’aggressione o anche solo un comportamento inutilmente aggressivo per spezzare la magia dello “stato di folla” e ricacciare i più nel proprio solitario privato. Da questo punto di vista la giornata torinese del 31 gennaio è stata esemplare. Per tutte le prime ore, tante, di quel pomeriggio di primavera precoce la folla sterminata, 50.000 persone si è detto, che si è presa pacificamente le vie e le piazze della città in opposizione allo sgombero di Askatasuna, si è avvicinata molto al concetto di “movimento oceanico”, per il senso di tranquilla forza che comunicava, per la sua trasversalità sia generazionale (c’erano tutte le classi d’età, dagli adolescenti ai ritornanti degli anni Sessanta e Settanta) che sociale e politica, dai centro sociali ai sindacati di base, alle organizzazioni della sinistra storica e meno storica, tutti uniti dall’unica volontà di difendere il diritto al dissenso e all’opposizione antagonistica. Non tutti identificati con tutta la storia di Aska e con le sue posizioni politiche, ma tutti determinati a difendere quella scintilla di ribellione che avevano interpretato. Una straordinaria vittoria di tutti, che seppelliva sotto la propria onda, ridicolizzandoli, i tentativi di instaurare in città un clima da caserma. Vittoria che è stata sciaguratamente ribaltata in quelle due ore di violenza che hanno caratterizzato l’ultima parte della giornata, e che hanno tradito sentimenti e intenzioni della grande maggioranza dei manifestanti, lasciandoli disperdere con un senso di sconfitta che non sarà facile ricuperare in futuro. Il passaggio dall’oceano al pantano dietro casa il passo è stato istantaneo. Sarebbe bene che tutti ci riflettessero. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Volerelaluna.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un movimento oceanico proviene da Comune-info.
March 12, 2026
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8 marzo. Sangue, lacrime e sudore delle donne
CI SONO ALMENO DUE SECOLI DI LOTTE PER LE RIVENDICAZIONI ECONOMICHE E PER I DIRITTI POLITICI DIETRO L’8 MARZO. MOLTE DI QUELLE LOTTE HANNO PRESO FORMA NELLE FABBRICHE TESSILI DI DIVERSI PAESI, A COMINCIARE DAGLI STATI UNITI. LE DONNE, STIPATE NELLE FABBRICHE, LAVORAVANO SEDICI ORE AL GIORNO. NELLA SOLA NEW YORK CITY, ALL’INIZIO DEL XX SECOLO, C’ERANO 500 FABBRICHE DI ABBIGLIAMENTO. NEL 1911, ALLA TRIANGLE SHIRTWAIST FACTORY, CHE CHIUSE A CHIAVE LE PORTE PER MONITORARE E CONTROLLARE LE DIPENDENTI, UN INCENDIO UCCISE 146 PERSONE, IN GRAN PARTE DONNE. I TANTI ABUSI CONTRO LE LAVORATRICI IN QUELLE FABBRICHE PORTARONO ALLA DICHIARAZIONE DELL’8 MARZO COME GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA LAVORATRICE DURANTE LA SECONDA CONFERENZA MONDIALE DELLE DONNE SOCIALISTE A COPENAGHEN. QUELLA DATA, SEGNATA DAGLI IMMENSI SACRIFICI DELLE LAVORATRICI, DAL LORO SANGUE, SUDORE E LACRIME, FU UFFICIALMENTE RICONOSCIUTA A LIVELLO MONDIALE DALL’ONU NEL 1975 COME GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA. OGGI INTORNO ALL’8 MARZO SAPPIAMO ALMENO DUE COSE. LA PRIMA: C’È UNA STORIA DI LOTTE TUTTA DA RISCOPRIRE E RICOSTRUIRE. LA SECONDA: IL CAPITALISMO È ABILE NEL TRASFORMARE IN MERCE CIÒ CHE RAPPRESENTA UNA MINACCIA ALLA SUA STABILITÀ… (Articolo anche in spagnolo e francese) Roma, 8 marzo 2025. Foto di Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- Come hanno banalizzato la Giornata internazionale della donna! La Giornata internazionale dei diritti della Donna. È diventata una caricatura, priva di storia e memoria. Si dice che il capitalismo sia abile nel trasformare in merce ciò che un tempo rappresentava una minaccia alla sua stabilità e alle sue imposizioni. Ciò che è emerso come rivendicazione sociale, con proteste popolari, rivolte, morti e innumerevoli ferite, con tanto di sangue, deve essere banalizzato per poter essere venduto e spogliato del suo contesto. La lotta delle donne per i propri diritti è lunga, con una presenza non sempre visibile, ma comunque storica, nella Rivoluzione Francese e in una vasta gamma di manifestazioni di protesta nel XIX e XX secolo. Il capitalismo, che, secondo Marx, nacque “grondando sangue da ogni poro”, implementò orari di lavoro disumani, dando origine a colossali movimenti di protesta in Europa e negli Stati Uniti, come il movimento dei “Tre Otto” (otto ore di lavoro, otto ore di riposo e otto ore per l’istruzione). Alle lotte per le rivendicazioni economiche delle lavoratrici si aggiunsero quelle per i diritti politici, come il suffragio e l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Nel fervore di queste lotte negli Stati Uniti, si verificarono eroici esempi di scioperi e movimenti sociali, come i famosi Martiri di Chicago, che portarono all’istituzione – e alla celebrazione mondiale – del Primo Maggio. Gli immigrati, in massa, divennero manodopera a basso costo nelle fabbriche, come quelle tessili, dove la maggior parte dei lavoratori era donna. In A People’s History of the United States (Storia del popolo americano, in Italia edito da Il Saggiatore, ndr), Howard Zinn dipinge ritratti crudi di lavoratori sfruttati fino al midollo e racconta le numerose lotte di donne e uomini per la dignità e una vita migliore. Un famoso poeta, Edwin Markham, scrisse sulla rivista Cosmopolitan delle misere condizioni di lavoro: “In stanze prive di ventilazione, madri e padri cuciono giorno e notte… e i bambini che giocano vengono chiamati dai padroni a lavorare accanto ai genitori”. In diverse fabbriche tessili, in particolare negli Stati Uniti, si erano verificati gravi incidenti con numerose vittime a causa delle disumane condizioni di sfruttamento e dell’insicurezza sul lavoro. Le donne, stipate nelle fabbriche, lavoravano sedici ore al giorno. Nella sola New York City, all’inizio del XX secolo, c’erano cinquecento fabbriche di abbigliamento. “In quelle buche malsane, tutti noi – uomini, donne e giovani – lavoravamo tra le settanta e le ottanta ore a settimana, compresi sabato e domenica! Il sabato pomeriggio, appendevano un cartello con la scritta: ‘Se non vieni domenica, non devi venire lunedì'”, ha testimoniato una donna, citata da Zinn. Nel 1909, gli operai tessili degli Stati Uniti organizzarono uno sciopero generale, con una significativa partecipazione delle donne nere. Tuttavia, le terribili condizioni di lavoro non cambiarono; anzi, peggiorarono in tutte le fabbriche. Nel 1911, alla Triangle Shirtwaist Factory, che chiuse a chiave le porte per monitorare e controllare i dipendenti, un incendio uccise 146 operai, per lo più donne. Centomila persone marciarono lungo Broadway in onore di coloro che erano morti nelle brutali condizioni del capitalismo. I tanti abusi contro le lavoratrici, soprattutto nelle fabbriche americane, portarono alla dichiarazione dell’8 marzo come Giornata internazionale della donna lavoratrice durante la Seconda Conferenza mondiale delle donne socialiste a Copenaghen, grazie a una mozione proposta dalla leader Clara Zetkin. Questa data, segnata dagli immensi sacrifici delle lavoratrici, dal loro sangue, sudore e lacrime, fu ufficialmente riconosciuta a livello mondiale dalle Nazioni Unite nel 1975 come Giornata internazionale della donna. La commemorazione dell’8 marzo è un esercizio di storia di maltrattamenti, persecuzioni, discriminazioni e altre forme di sfruttamento delle donne, in particolare delle lavoratrici, sia in Colombia che all’estero. In Colombia, le lavoratrici aprirono la strada alle rivendicazioni nel febbraio e marzo del 1920, quando quattrocento giovani donne della Fabbrica Tessile Bello organizzarono il primo sciopero del Paese (esercitando il diritto di sciopero, approvato nel 1919). Betsabé Espinal emerse come la guida di quel glorioso movimento di “vergini ribelli”, le Giovanne d’Arco colombiane, come le chiamavano i cronisti dell’epoca. La Giornata Internazionale della Donna commemora le innumerevoli lotte delle lavoratrici di tutto il mondo che, con il loro eroismo e spirito combattivo, sopportando il peso della discriminazione, si sono ribellate alle imposizioni e agli abusi dei padroni delle fabbriche. Non è una data banale, né una festa commerciale, come si è tentato di fare da tempo, con settori ufficiali e non, che cercano di decontestualizzare e cancellare gli intrepidi sforzi delle donne per la propria dignità e la conquista dei diritti dentro e fuori le fabbriche. Tutto ciò che sa di disordini, rivoluzioni sociali o trasformazioni del sistema produttivo capitalista viene nascosto, censurato, combattuto e ridicolizzato. Inoltre, viene trasformato in una semplice merce sul mercato, cancellandone la storia e lasciando solo escrescenze vendibili, che generano plusvalore. È così che la Giornata Internazionale della Donna è stata banalizzata. È diventata un bazar, una farsa priva di contesto storico o politico. L’8 marzo è una giornata universale per conoscere un po’ di più su Rosa Luxemburg, María Cano, Nadia Krupskaya, Betsabé Espinal e sulle operaie bruciate vive nelle fabbriche tessili e di abbigliamento; sulle suffragette, sulle Madri di Soacha, sulle Madri di Maggio… Non è una festa di petali e cioccolatini, ma una commemorazione per camminare mano nella mano con la storia e le utopie. -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo, pubblicato originariamente sul blog di Reinaldo Spitaletta, è stato tradotto da Fausto Giudice per Tlaxcala – rete internazionale di traduttori indipendente – in spagnolo e francese. -------------------------------------------------------------------------------- APPUNTAMENTI: 8 marzo: manifestazioni in tante città con Non una di meno -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEA MELANDRI: > La guerra ha un genere -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo 8 marzo. Sangue, lacrime e sudore delle donne proviene da Comune-info.
March 8, 2026
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La tormenta e le nostre alternative
SEBBENE I MEDIA MAINSTREAM LA DESCRIVANO COME UNO SCONTRO TRA POTENZE PER L’EGEMONIA GLOBALE O REGIONALE, SE GUARDIAMO ALLE QUESTIONI DI FONDO, VEDIAMO CHE IN IRAN, UCRAINA E VENEZUELA SONO IN GIOCO LE MATERIE PRIME ESSENZIALI PER IL DOMINIO. SI TRATTA DUNQUE DI UN’UNICA GUERRA, LA GUERRA DEI POTENTI CONTRO I DEBOLI. IN ALCUNI ANGOLI DEL MONDO È UNA GUERRA SPIETATA CONTRO I POPOLI INDIGENI, IN ALTRI CONTRO I NERI, IN ALTRI ANCORA CONTRO I CONTADINI, GLI ABITANTI DELLE PERIFERIE URBANE, I POVERI, LE DONNE… IN EUROPA È ANCHE CONTRO I MIGRANTI. LA VECCHIA CULTURA POLITICA DEI MOVIMENTI NON BASTA, DOBBIAMO LOTTARE IN MODO DIVERSO, TANTI, COME DIMOSTRANO DIVERSE COMUNITÀ INDIGENE, HANNO COMINCIATO: NELLA LORO LOGICA, SPIEGA ZIBECHI, NON CI SONO INGRESSI VITTORIOSI NEI PALAZZI DEL POTERE MA LA COSTRUZIONE, INEVITABILMENTE FRAGILE, DI MONDI NUOVI. “C’È MOLTO DA IMPARARE SU COME RESISTERE. SOLO POCHI GIORNI FA ABBIAMO CELEBRATO LA STRAORDINARIA VITTORIA DI 14 COMUNITÀ AMAZZONICHE CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DI TRE GRANDI FIUMI, RESISTENDO ALLA MULTINAZIONALE CARGILL E AL GOVERNO DI BRASILIA. LA DOMANDA CHE DOVREMMO PORCI È: SIAMO DISPOSTI A IMPARARE DA QUESTE COMUNITÀ O CONTINUIAMO A CREDERE CHE LE AVANGUARDIE E I PARTITI DI SINISTRA SIANO LE UNICHE ALTERNATIVE?” Foto di Acmos: carovana dal basso Stop the war now diretta in Ucraina (aprile 2022) -------------------------------------------------------------------------------- Tempo fa, la volontà di lottare era sufficiente per ottenere risultati, sia per sottomettere chi deteneva il potere sia per impedirne la distruzione. Oggi, la sola volontà non basta; serve “qualcosa di più” per non essere inghiottiti dalla tormenta capitalista. Per quanto ne so, solo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) si prepara a questa eventualità da oltre un decennio, da quando ha organizzato l’incontro “Pensiero Critico di Fronte all’Idra Capitalista”. Le guerre di espropriazione e sterminio condotte da chi detiene il potere non possono essere affrontate direttamente perché ciò garantirebbe il nostro annientamento, come è accaduto al popolo palestinese. Al contrario, in Vietnam, Algeria, Cuba e in tanti altri luoghi, è stato possibile affrontare e sconfiggere i rappresentanti del sistema. Ma la vecchia cultura politica non è più efficace, sebbene sia necessario recuperarne i valori etici, come l’impegno militante, la volontà di sacrificio (Benjamin), l’organizzazione e il mettere in gioco il proprio corpo, senza limiti ma con la dovuta cura. Gli stati nazionali che si scontrano direttamente con stati più potenti saranno spazzati via, come abbiamo visto negli ultimi anni, con costi enormi per le loro popolazioni. Questo non significa che non dovremmo combattere, ma piuttosto riconoscere che l’obiettivo del capitalismo odierno è l’annientamento di interi popoli. Se comprendiamo questo, tutto inizia ad avere un senso. Rafael Poch lo ha detto chiaramente qualche giorno fa: “Ciò a cui stiamo assistendo in Iran, Ucraina e Venezuela è, in termini generali, un’unica e medesima guerra. Il suo obiettivo è impedire militarmente il declino dell’egemonia americano-occidentale nel mondo, minacciata principalmente dalla crescente potenza della Cina” (Ctxt, 23/02/2026). Sarebbe ingenuo credere che si tratti semplicemente di una guerra tra stati. Sebbene i media mainstream la descrivano come uno scontro tra potenze in lizza per l’egemonia globale o regionale, se guardiamo alle questioni di fondo, vediamo che in ogni caso sono in gioco le materie prime essenziali per il dominio, dal gas di Gaza al petrolio di Iran e Venezuela. Per impossessarsi di queste risorse comuni, è necessario attuare una pulizia etnica e sociale come quella a cui stiamo assistendo in tutto il mondo e, molto chiaramente, in America Latina. Con una leggera correzione di Rafael Poch, possiamo dire che siamo di fronte a un’unica guerra: la guerra dei potenti contro i deboli. In America Latina, si tratta di una guerra spietata contro i popoli indigeni e neri, contro i contadini e gli abitanti delle periferie urbane. Una guerra coloniale che approfondisce cinque secoli di “conquista” e violenza. Questa realtà è molto chiara se ci permettiamo di vedere dove risiede la resistenza proprio tra i popoli sopra menzionati, non tra i vecchi soggetti che la sinistra continua a invocare. Questi popoli, e in particolare le comunità indigene, stanno praticando una nuova cultura politica che non si trova in nessun libro, ma che trae ispirazione da secoli di resistenza e rivolte, da modi di vivere e di relazionarsi con la vita, dalle tradizioni, ma anche dall’integrazione di nuove conoscenze. Un primo punto da evidenziare riguarda le piramidi. Osserviamo che ogni volta che gli imperi attaccano, il loro primo obiettivo è decapitare le piramidi. L’antropologo Pierre Clastres ha osservato che i popoli delle pianure resistevano alla conquista meglio di coloro che formavano grandi imperi con funzionari di alto rango. Il dibattito che gli zapatisti propongono sulle piramidi, l’ampia e profonda riorganizzazione della loro autonomia, credo sia legato sia alla loro resistenza alla tormenta sia alla certezza che riproducano l’oppressione, come hanno dimostrato all’incontro di Morelia lo scorso agosto. Se non costruiamo piramidi, non possono decapitarci. Questa è l’altra lezione che dobbiamo imparare. Una seconda questione è come affrontare coloro che vogliono distruggerci. Nella vecchia cultura politica, l’approccio era quello di rispondere a ogni aggressione dall’alto, di affrontare la guerra dei potenti con una guerra rivoluzionaria, una simmetria che ha mostrato i suoi limiti. Non è che non vogliamo combattere, ma piuttosto che lo faremo in modi diversi, in modi che garantiscano la sopravvivenza del nostro popolo. In questa logica, non ci sono trionfi o sconfitte, né ingressi vittoriosi nei palazzi del potere, ma qualcosa di completamente diverso: continuare a essere ciò che siamo, e per questo dobbiamo resistere costruendo i nostri mondi, che è uno dei modi per incarnare la ribellione che ci ispira. C’è molto da imparare su come resistere. Solo pochi giorni fa abbiamo celebrato la straordinaria vittoria di quattordici comunità amazzoniche contro la privatizzazione di tre grandi fiumi, resistendo alla multinazionale Cargill e al governo di Brasilia (leggi Rivolte indigene, vedi prima foto in coda). La domanda che dovremmo porci è: siamo disposti a imparare da queste comunità o continuiamo a credere che le avanguardie e i partiti di sinistra siano le uniche alternative? -------------------------------------------------------------------------------- A proposito di imparare da esperienze dal basso da cui imparare: Un gruppo di donne delle comunità amazzoniche che nei giorni scorsi hanno fermato la privatizzazione di tre grandi fiumi in Brasile La Global Sumud Flotilla è stata una meravigliosa e inaspettata esperienza di solidarietà promossa dalla società civile di diversi paesi, nell’autunno 2025 -------------------------------------------------------------------------------- Fare qui e ora una scuola diversa, attenta a tutti e tutte: il Doposcuola Quarticciolo, Roma -------------------------------------------------------------------------------- Donne zapatiste, dicembre 2025. Foto di Pozol Chiapas -------------------------------------------------------------------------------- Accogliere i migranti della Rotta Balcanica a Trieste. Foto di Linea d’ombra -------------------------------------------------------------------------------- Assemblea del movimento sudafricano Abhlali baseMjondolo, “coloro che vivono nelle baracche”, presente in diverse città e noto per le sue capacità di autogestione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La tormenta e le nostre alternative proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
I movimenti e il no di Sánchez
-------------------------------------------------------------------------------- Poche volte le grandi manifestazioni hanno cambiato il mondo. Non ci riuscirono nell’immediato quelle del 15 febbraio 2003 contro la guerra in Iraq. Tuttavia, quella data resta importante per i movimenti sociali per ciò che ha seminato in profondità: mai nella storia dell’umanità milioni di persone hanno manifestato contro la guerra contemporaneamente in tutto il mondo. L’elenco delle città – 793 – che hanno partecipato a quella straordinaria protesta è ancora archiviato qui. Nella foto, la maglietta diffusa dal settimanale Carta (un anno dopo quell’evento) con il disegno di Pablo Eucharren -------------------------------------------------------------------------------- Pedro Sánchez riassume il suo gesto di sfida all’amministrazione Trump in quattro parole: “No a la guerra“. È prima di tutto uno schiaffo al Partido Popular, in ricordo di Aznar sull’isola delle Azzorre, frangetta al vento, tramando con Bush e Blair la guerra che sarebbe tornata con un terribile boomerang l’11 marzo 2004 a Madrid (quel giorno alcuni attentati terroristici coordinati hanno devastato il sistema ferroviario locale durante l’ora di punta mattutina provocando la morte di 193 persone, ndr). Ma per me significa anche un’altra cosa: il dono lasciato dalle mobilitazioni del 2003 nella società spagnola e in molti altri paesi, le prime che ho vissuto che hanno straripato ampiamente e felicemente i nuclei di militanza radicale autonoma e di sinistra dove io partecipavo. Un dono, un’impronta, uno “spirito”. È un luogo comune screditare la politica di strada perché “è effimera” e “non tocca il potere“, eppure ventitré anni dopo ricordiamo il no alla guerra perché ha fatto un segno sulla sensibilità collettiva, tra ciò che è tollerato e ciò che non lo è. Una marca che dura ancora. Di fronte ai “realisti della politica” che pensano, in sintesi, che l’unica cosa che ha reale esistenza è il potere, contestarlo, prenderlo, esercitarlo e difenderlo, c’è una politica di strada che pensa con un’altra logica: fare ostacolo, essere ostacolo, ostacolare. E non si tratta di un gesto puramente negativo, perché creare ostacolo muove i corpi, attiva gli affetti, innamora gli immaginari, e lascia nel corpo collettivo segni che si riaprono nel momento meno pensato. Dire no alla guerra dalla presidenza del governo non è la stessa cosa che dirlo dalla strada. Ma la politica di strada deve essere astuta, non purista o moralista. Se qualche “principe” vuole brandire i suoi slogan, va bene, ma che se la giochi e faccia qualcosa – e questo vale sia per Pedro Sanchez che per Podemos. La questione è “non credere” nel potere, continuare a distanza, pensando con un’altra logica, quella dell’ostacolo, affidandoci alla potenza della strada per imporre limiti, cambiare atmosfere, lasciare impronte e segni. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I movimenti e il no di Sánchez proviene da Comune-info.
March 6, 2026
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“No Kings” o barbarie
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- “Non si può lasciare il destino dell’Iran a dei criminali di guerra”, dice Parisa Nazari, donna iraniana che insieme alle donne, agli studenti e alla società civile ha lottato contro il regime degli ayathollah e con il suo e con milioni di corpi oggi demolisce le politiche di morte di Trump e Netanyhau. Domenica nella sede ARCI di Roma, reti, associazioni, sindacati, spazi sociali hanno animato una forte e importante assemblea “No Kings” con cento interventi contro l’attacco all’Iran, proseguendo nella costruzione della giornata di mobilitazione del 28 marzo con un’alleanza ampia, popolare, internazionale, generale come quelle che hanno accompagnato l’impresa d’autunno della Global Sumud Flotilla. Perché è evidente che guerra e genocidio stanno conflagrando in una guerra regionale dagli esiti imprevedibili. Ed è altrettanto evidente, dice ancora Parisa, che le bombe non hanno mai portato la democrazia; che il mondo ha dato legittimità alla Repubblica Islamica che non è la roccaforte dell’antimperialismo ma una dittatura religiosa che ha represso, torturato e messo a morte; che la rivoluzione laica del 1979 è stata sequestrata, se oggi ci sono giovani che invocano il ritorno dello Scià. Ma, come ha ricordato Luciana Castellina, la realtà di Teheran è complessa, attraversata da una spaccatura netta tra le zone borghesi e aristocratiche, critiche degli ayathollah, e le zone popolari, solidali con il regime. Ed è altrettanto evidente che in Iran e non solo, esiste una società civile che lotta per l’autodeterminazione senza l’intervento militare. Come ha scritto Alberto Negri, lo scoppio dell’ennesima guerra grande in Medio Oriente, dopo quelle tra Iran e Iraq, la prima guerra del golfo e l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, ha l’unico scopo di distruggere interi popoli, gli stessi che insieme ai palestinesi già si trovano nel Board of Peace di Trump e dei suoi miserabili accoliti. Dunque, bisogna chiedersi cosa sta accadendo dal momento che il diritto internazionale “vale fino ad un certo punto”, che il Medio Oriente è l’area più armata al mondo, che l’Unione Europea ha deciso di spendere 6.800 miliardi in armi nei prossimi dieci anni tagliando salari e stato sociale e i governi prevedono la leva obbligatoria, contro la quale il 5 marzo ci sarà una importante mobilitazione studentesca. Accade che una nuova forma di fascismo planetario alimenta una guerra sociale transnazionale, fatta di ordini esecutivi, militarizzazione e pogrom nelle città, politiche securitarie, guerra ai migranti e distruzione del diritto pubblico. Per questo, in questo tempo accelerato, è importante non solo resistere ma avere convergenze e allearsi per esistere. Il che significa, oggi più di ieri, fare in modo che un mondo sia ancora possibile. Anzitutto facendo paura, “redistribuendo il panico” verso chi, come il capo della NATO, ha dichiarato che il problema è che i cittadini continuano a preferire alle armi, istruzione, sanità e servizi pubblici; creando spazi di discussione perché la società esiste ed esprime un forte sapere critico, resiste al modello securitario, alla criminalizzazione di un’intera generazione, alle politiche migratorie che sono la leva per restringere i diritti. In questa fase di transizione l’economia di guerra produce lavoro povero, i contratti non sono rinnovati e quando lo sono, sono contratti da fame. Per questo è urgente e necessario non solo “fare rete” ma costruire tessuti, alleanze, responsabilità collettive, desideri condivisi. È necessario che ci siano convergenze indipendenti, non identitarie, che vadano al di là delle cerchie dell’attivismo e penetrino gli sguardi delle popolazioni. È necessaria un’immaginazione per ripensare la scuola, l’università, il lavoro, il welfare, le relazioni e gli affetti, perché c’è una generazione giovane che, come è stato detto in più interventi, è il soggetto determinato a incidere sulla realtà attuale. Si contrastano i re estendendo sempre più le alleanze, parlando un altro linguaggio, quello della fragilità e della debolezza, che è quello delle tantissime vite, dei tantissimi corpi detenuti, violati, deportati e di cui si ha la responsabilità collettiva che può disinnescare il dispositivo stercorario dei “social” e dell’informazione asservita attraverso la pratica della verità. Verità contro le menzogne quotidiane, contro le immagini trasmesse per fare “auditel”; verità contro ceffi da propaganda che improvvisano analisi geopolitiche blaterando di “valori dell’occidente” e libertà minacciate. Dunque, è urgente creare anche uno spazio di informazione e di comunicazione libero, che sia una specie di network indipendente che inventi una lingua che sappia restituire alle parole la verità dei corpi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo “No Kings” o barbarie proviene da Comune-info.
March 1, 2026
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