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Dall’Altra Davos, la vera sicurezza è la solidarietà
Sulla sponda opposta della montagna del vertice dei potenti, a Zurigo, una Casa del popolo ospita la kermesse internazionalista che rilancia il riscatto della giustizia sociale Articolo di Tommaso Chiti Sulla sponda opposta della montagna del vertice dei potenti, a Zurigo, una Casa del popolo ospita la kermesse internazionalista che rilancia il riscatto della giustizia sociale L'articolo Dall’Altra Davos, la vera sicurezza è la solidarietà proviene da Jacobin Italia.
L’attacco ad Aska bene comune
L’azione del governo contro il centro sociale torinese è un’azione emblematica contro il dissenso, ma mira anche a colpire ogni spazio politico nuovo Articolo di Rocco Alessio Albanese L'azione del governo contro il centro sociale torinese è un'azione emblematica contro il dissenso, ma mira anche a colpire ogni spazio politico nuovo L'articolo L’attacco ad Aska bene comune proviene da Jacobin Italia.
Movimenti e popoli di fronte all’offensiva della morte
IL MONDO BRUCIA. PER RAÚL ZIBECHI CI SONO TRE CHIAVI DI LETTURA. LA PRIMA: TRUMP NON È PAZZO, RAPPRESENTA GLI INTERESSI DELLE GRANDI IMPRESE. LA SECONDA: LA TEMPESTA IN CORSO, COME LA CHIAMANO GLI ZAPATISTI DAL 2015, È FATTA DI GUERRE, CRISI AMBIENTALE E CAOS. LA TERZA, PIÙ DELLE ALTRE, CHIAMA A PENSARE E AD AGIRE INSIEME: COSA FARE ORA CHE SAPPIAMO NON ESISTE UN DIRITTO INTERNAZIONALE? “SE SIAMO ORGANIZZATI, ABBIAMO UNA POSSIBILITÀ DI SOPRAVVIVERE. CIÒ IMPLICA AVERE RIFUGI COLLETTIVI, RISERVE COLLETTIVE E AUTONOME, IN GRADO DI GARANTIRE ACQUA, CIBO, SICUREZZA E SALUTE ALLE NOSTRE COMUNITÀ. IL FUTURO DIPENDE ESCLUSIVAMENTE DA NOI. NESSUNO CI SALVERÀ…” Foto di Mohamed Alamarin, cuoco, che un anno fa ha messo in piedi una cucina mobile a Gaza e insieme a una piccolo gruppo di persone (supportate da SOS Gaza) gira i vari campi con fornelli, pentole e cibo -------------------------------------------------------------------------------- Non c’è niente di meglio che affrontare la realtà a testa alta, senza giri di parole o scuse, guardando il mostro in faccia per decidere la strada dei movimenti di base e dei popoli disposti a resistere. Se lo facessimo, concluderemmo che l’impero agisce in modo molto simile al narcotraffico: minacciando, corrompendo e attaccando vigliaccamente per appropriarsi dei beni collettivi di comunità e popoli. Ecco perché il narcocapitalismo o capitalismo criminale – ormai sinonimi – deve essere compreso in modo olistico, senza separarne le varie sfaccettature. Ciò che è accaduto con l’attacco al Venezuela rappresenta una svolta che trascende l’amministrazione Trump, poiché l’impero ha deciso di perseguire la strada del dominio incontrollato della regione nel tentativo di contenere il suo inarrestabile declino, nella speranza di affrontare la Cina da un Occidente sotto il suo controllo. Ma la questione centrale, dal mio punto di vista, è come questa nuova realtà influenzi i movimenti e i popoli, cosa possiamo aspettarci d’ora in poi e come possiamo agire per limitare i danni, per sopravvivere collettivamente a un nemico – il capitalismo – che aspira ad annientarci per impossessarsi dei beni comuni. Il genocidio palestinese è lo specchio in cui ci vediamo, che ci permette di comprendere gli obiettivi del sistema. Il primo punto è che Trump non è pazzo. Rappresenta gli interessi delle grandi imprese e dello Stato, e il gruppo al potere ha l’unica strategia ragionevole per la sopravvivenza dell’impero: non combattere direttamente con Cina e Russia, lasciare che controllino rispettivamente Asia ed Eurasia e concentrarsi sul controllo dell’Occidente e, soprattutto, del proprio territorio. Da lì sperano di resistere all’ascesa della Cina, controllando il petrolio e i petrodollari, le terre rare e i minerali del nostro continente. Chiunque venga dopo Trump, questa politica, delineata nella recente Strategia per la Sicurezza Nazionale, non cambierà. In secondo luogo, la sfida per i movimenti e i popoli è enorme, così grande che non siamo in grado di invertirla o fermarla nel breve o medio termine. Questa è la tempesta contro cui l’EZLN ha lanciato l’allarme almeno dal 2015, quando ha tenuto il seminario “Pensiero critico di fronte all’idra capitalista”. Le guerre per l’egemonia globale sono una parte centrale di questa tempesta, a cui si aggiungono la crisi ambientale e il caos che, insieme, devasteranno gran parte dell’umanità. Il nostro primo dovere è comprendere che ci troviamo nella prima fase di questo disastro, il cui inizio possiamo collocare a Gaza e ora in Venezuela, sapendo che l’impero ha puntato gli occhi su Colombia, Cuba e Messico, ma anche sulla Groenlandia, come emerge chiaramente dalle ultime dichiarazioni di Trump (leggi anche America latina: un continente esposto e sulla difensiva). La terza domanda è cosa faremo ora che sappiamo che non esiste un diritto internazionale (leggi anche Sul feticismo del diritto), che organizzazioni come le Nazioni Unite sono diventate irrilevanti e che conta solo la forza militare, la forza bruta, come è accaduto nelle guerre coloniali e nelle due guerre mondiali. Se vogliamo guardare la cosa da un’altra prospettiva, diciamo che siamo nel mezzo di una transizione egemonica e che, storicamente, transizioni di questo tipo hanno comportato guerre tremende. Solo nella Seconda Guerra Mondiale, il bilancio delle vittime ha raggiunto i 100 milioni di persone. Ora il disastro umano sarà molto più grande, poiché le armi sono state perfezionate e nove paesi possiedono già armi nucleari, pronti a usarle. Inoltre, quante vite si aggireranno a causa del disastro climatico e delle migrazioni? Credo che una lezione fondamentale della storia sia che se non siamo organizzati, scompariremo come individui e come nazioni. Se siamo organizzati, abbiamo una possibilità di sopravvivere, e sebbene questa non possa essere garantita, è certamente l’unica vera possibilità che abbiamo. Ciò implica avere rifugi collettivi, riserve collettive e autonome, in grado di garantire acqua, cibo, sicurezza e salute alle nostre comunità. L’altra questione è che il futuro dipende esclusivamente da noi. Nessuno ci salverà. Pertanto, dobbiamo mettere a repentaglio la nostra vita, non per il desiderio di esporci, ma perché non c’è altra scelta. Questo è ciò che hanno fatto, tra gli altri, i popoli del Vietnam, dell’Algeria e di Cuba. Per cacciare gli statunitensi, i vietnamiti hanno pagato con circa 3 milioni di vite, in un paese che all’epoca contava 32 milioni di abitanti. Nella guerra di liberazione nazionale morirono mezzo milione di algerini, su 10 milioni di persone che popolavano il Paese. Non sto cercando di difendere il sacrificio, tanto meno la morte. Allo stesso tempo, la guerra popolare prolungata non funziona più, né eticamente, né politicamente, né militarmente. Questa affermazione merita un ampio dibattito. Voglio semplicemente dire che dobbiamo essere organizzati. Che la tempesta attuale è solo all’inizio e che la parte più dolorosa e brutale deve ancora arrivare. È in gioco qualcosa di serio come la sopravvivenza collettiva. La vita non è qualcosa con cui scherzare. Non dobbiamo giocare con la guerra. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autore -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Movimenti e popoli di fronte all’offensiva della morte proviene da Comune-info.
Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni
DECINE DI MORTI, CENTINAIA DI FERITI E DI ARRESTI. LA RIVOLTA IN IRAN CONTINUA ED È DIFFUSA NELLE CITTÀ PICCOLE DELL’OVEST. A PORTALA AVANTI SONO SOPRATTUTTO GIOVANI, DISOCCUPATI, LAVORATORI E LAVORATRICI PRECARIE E STUDENTI. LE PROTESTE INTRECCIANO LOTTE CONTRO L’IMPOVERIMENTO, CONTRO IL DOMINIO MASCHILE E TEOCRATICO, CONTRO L’OPPRESSIONE RAZZISTA ESERCITATA DAL REGIME SULLE MINORANZE CURDE E BELUCI. IN QUESTO TESTO, ROJA (COLLETTIVO FEMMINISTA E ANTICAPITALISTA IRANIANO, CURDO E AFGHANO) SPIEGA QUALI SONO LE MINACCE INTERNE ED ESTERNE CHE ASSEDIANO LA PROTESTA E PERCHÉ, ANCHE SE L’INSURREZIONE ATTUALE DOVESSE ESSERE REPRESSA, ESSA RITORNERÀ Foto di CrimethInc -------------------------------------------------------------------------------- Pubblichiamo la traduzione di un lungo articolo redatto da Roja, collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano, con sede a Parigi, nato nel settembre 2022 sulla spinta dell’insurrezione esplosa in Iran al grido “Jin, Jiyan, Azadi” dopo l’omicidio di Jina (Mahsa) Amini da parte del governo patriarcale e teocratico della Repubblica islamica. Come racconta CrimethInc, che ha pubblicato il testo, il collettivo è animato da attiviste “provenienti da diverse nazionalità e geografie politiche interne all’Iran”, legate non solo ai movimenti sociali in Medio Oriente ma anche alle lotte sociali in Francia e a quelle internazionali a sostegno della Palestina. Il quadro delle insurrezioni iraniane restituito dalla loro analisi è quello di una crisi della riproduzione sociale e di un movimento di rivolta di lungo periodo, diffuso in maniera capillare sul territorio, nel quale si intrecciano lotte contro l’impoverimento dei salari, contro il dominio maschile e teocratico, contro l’oppressione razzista esercitata dal regime sulle minoranze curde e beluci. Sono queste lotte che oggi sono minacciate dall’annuncio di Trump di un intervento militare “a sostegno dei manifestanti”. Come già le sanzioni internazionali comminate all’Iran sono state la leva per rafforzare l’oligarchia al potere e garantirle un vantaggio nella lotta di classe interna al paese, la nuova pulsione “imperialista” inaugurata dal governo statunitense in Venezuela è destinata a rafforzare la parte reazionaria e filo-monarchica dell’opposizione al regime, sostenuta anche da Arabia Saudita e Israele, a scapito di un movimento sociale le cui istanze di liberazione vanno al di là dei confini dell’Iran. D’altra parte, secondo Roja, l’anti-imperialismo non basta se precipita nell’ottuso campismo che abbraccia la Repubblica Islamica come l’amico da sostenere contro il nemico americano, anche al prezzo di mettere a tacere l’insurrezione in corso per le strade dell’Iran o bollarla come “piccolo-borghese”. Per questo riteniamo importante questo contributo: non soltanto per rompere il silenzio a volte imbarazzato sull’Iran che circola anche in ambienti di movimento, ma anche per affermare chiaramente la nostra parte all’interno dello scontro in atto. Se la logica della guerra e il suo linguaggio geopolitico finiscono per soffocare il movimento sociale, il “doppio assedio” che lo minaccia non lo sta, tuttavia, paralizzando. Mentre pubblichiamo questo testo, milioni di donne e uomini iraniani stanno sfidando la brutale repressione del governo e il suo tentativo di chiudere ogni comunicazione interna ed esterna con blackout mirati. Schierarsi con chi sta insorgendo è parte di quella politica internazionalista che Roja reclama: non l’internazionalismo degli Stati e dei governi, ma di un movimento sociale transnazionale che si oppone alla guerra contro il lavoro vivo che dilaga nel mondo. Un movimento che, come questo pezzo chiarisce, deve saper affrontare il nodo dell’organizzazione per rovesciare la pressione mortifera della logica di guerra in una politica di pace e libertà contro ogni forma di oppressione. [∫connessioni precarie] -------------------------------------------------------------------------------- I. La quinta insurrezione dal 2017 Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne, le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno 2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo è rivendicare migliori condizioni di vita. Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti. L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al governo. II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti” — ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo: usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025 hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi. Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di sicari statunitensi e israeliani. Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”, che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria popolazione. “Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un “pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica. Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane. Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando frontalmente l’apparato repressivo. Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di sollevarsi contro di essa. Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni: vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della Repubblica islamica. III. La diffusione della rivolta Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati, venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran. La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono diventate l’epicentro di questa ondata di proteste. Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica. Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati: giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti. Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar (l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come “piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si affrettarono a liquidarla come reazionaria. Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri urbani in tutto il Paese. IV. La geografia della rivolta Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan, Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante l’insurrezione del 2022. Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa. Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah). Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70 minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali. La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione e repressione. Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del “freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar, università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza. V. L’impatto della guerra dei dodici giorni Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili iraniani hanno portato a un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza. La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio. Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre, quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale” del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta nazionale. Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia, esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati. Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita quotidiana delle persone. Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati, lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro, il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta “ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe, l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi. Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni: una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra. I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe, insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e del petrolio. VI. Le contraddizioni Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International, divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari, finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e Israele. Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia — visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del 2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci, che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero. Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista, approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione politica dei popoli dell’Iran. La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica. Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi” rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente. VII. L’orizzonte L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella repressione. Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale alternativa. Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente, ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata l’autodeterminazione. Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via” astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio — interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità indipendenti. Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe, anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione. Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”, prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in nome della lotta contro un nemico esterno. Immagini: CrimethInc e Roja L'articolo Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni proviene da Comune-info.
America Latina: un continente esposto e sulla difensiva
IN VENEZUELA NON È STATO NECESSARIO FARE UNA STRAGE. È IL NUOVO STILE DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI NELLA REGIONE: UN’INTERFERENZA APERTA, SUPPORTATA DAI MEDIA, PER INTIMIDIRE. SE QUEL CHE RESTA DELLA SINISTRA NON VUOLE E NON SA LIBERARSI DAL RICATTO MILITARE POTRANNO FARLO I MOVIMENTI? SCRIVE RAÚL ZIBECHI, CHE CONOSCE QUEL CONTINENTE COME POCHI: “TRA IL CARACAZO DEL 1989, CHE POSE FINE AL SISTEMA BIPARTITICO IN VENEZUELA E L’ULTIMA RIVOLTA INDIGENA E POPOLARE DEL 2022, CI SONO STATE UNA VENTINA DI INSURREZIONI CHE HANNO ROVESCIATO UNA DOZZINA DI GOVERNI… OGGI SEMBRA CHIARO CHE NÉ LA SINISTRA NÉ I MOVIMENTI SOCIALI ABBIANO LA FORZA DI FERMARE QUESTA BRUTALE OFFENSIVA… NON SONO UNO DI QUELLI CHE SOSTENGONO IL PROGRESSISMO, MA NÉ ESSO NÉ LA SINISTRA ESISTEREBBERO SENZA I MOVIMENTI POPOLARI, CONTADINI, NERI E INDIGENI. QUINDI, SE IL PENTAGONO RAGGIUNGERÀ I SUOI OBIETTIVI, LA SINISTRA SARÀ POLITICAMENTE MORTA SE CHI STA IN BASSO NON RIUSCIRÀ A LIBERARSI DAL CONTROLLO E DAL RICATTO MILITARE. QUANTO ACCADUTO NEGLI ULTIMI ANNI IN UN ECUADOR MILITARIZZATO È UNO SPECCHIO IN CUI I MOVIMENTI SOCIALI POSSONO RIFLETTERSI…” Foto Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- L’attacco al Venezuela è un duro colpo per l’intera regione latinoamericana, che si verifica in un momento di maggiore ascesa dell’estrema destra da decenni e di quasi scomparsa dei governi progressisti. Il modo in cui Nicolás Maduro e sua moglie sono stati rapiti, senza opporre resistenza, dimostra la fragilità del processo bolivariano, che un tempo si spacciava per una “rivoluzione”. Anche se sarà difficile arrivare al fondo della questione, alcuni fatti sono stati scoperti. La prima è che le Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) non hanno combattuto; alcuni dei suoi comandanti – è impossibile dire quanti – sono stati corrotti da agenti statunitensi e hanno collaborato con l’invasione. Molto probabilmente, hanno isolato Maduro e lo hanno consegnato. La facilità con cui lo hanno fatto, senza nemmeno un soldato statunitense ferito, è un serio avvertimento per la leadership chavista che rimane al potere ma non ha l’autorità di prendere decisioni che scontentino Trump e il Pentagono. Sia la nuova presidente, Delcy Rodríguez, che il suo gabinetto hanno iniziato a epurare i funzionari che non sono disposti a sottomettersi a Washington e stanno esortando la popolazione a non scendere in piazza per protestare. Per i paesi vicini come la Colombia, questo è più di un semplice avvertimento. Ma è anche un avvertimento per il Messico e la Groenlandia (leggi anche Dalla parte degli Inuit, dei cani, delle slitte, mdr), che sono secondi solo a Cuba nelle priorità strategiche della Casa Bianca. Trump ha annunciato che non invierà truppe a Cuba, nella speranza di costringere Díaz-Canel a negoziare quando l’isola esaurirà il petrolio, il suo sistema elettrico crollerà e la carestia incomberà. Tuttavia, la possibilità di un intervento in Colombia, anche il vano tentativo del presidente Petro, che durerà solo sei mesi, rappresenta una seria sfida per quanto riguarda il suo successore. Contrariamente a tutte le aspettative, gran parte dell’élite colombiana ha espresso il proprio disaccordo con Trump. Il quotidiano El Espectador ha intitolato il suo editoriale del 6 gennaio: “Minacciare il presidente Petro è un attacco alla Colombia”. Questo è significativo perché non si tratta di un organo di stampo filo-presidenziale, bensì di un organo di opposizione, e riflette l’opinione di una parte della potente borghesia colombiana. Il quotidiano più conservatore El Tiempo prende le distanze dal presidente Petro, nonostante la loro lunga disputa politica. “Riguardo alle dichiarazioni dello statunitense, che ha accusato il presidente colombiano di essere un narcotrafficante, dobbiamo essere inequivocabili: non c’è alcuna prova che suggerisca che il presidente Petro abbia legami con il traffico illecito di droga”. Un continente diviso Sono passati molti anni da quando la regione è stata così divisa e così allineata con gli Stati Uniti. Argentina, Bolivia, Ecuador e Paraguay, solo in Sud America, hanno sostenuto la violazione della sovranità venezuelana, e si prevede che il Cile si unirà a loro quando Kast entrerà in carica a marzo. L’unico governo fermo è quello di Petro. I governi di Lula (Brasile) e Sheinbaum (Messico) non possono nemmeno essere considerati progressisti, poiché il primo governa in alleanza con la destra, e il presidente messicano è estremamente “tollerante” nei confronti degli Stati Uniti, un paese da cui dipende economicamente, nonostante le dichiarazioni di sovranità del presidente. In Messico si specula sull’ingresso di agenti statunitensi per compiti antidroga e di controllo delle frontiere, cosa che potrebbe accadere da un momento all’altro. Quanto accaduto nelle recenti elezioni argentine rivela lo stato dell’opinione pubblica nella regione. Un mese prima delle elezioni legislative di ottobre, Milei ha subito una sonora sconfitta nella provincia di Buenos Aires, governata dal peronista Axel Kicillof. Ma Milei ha raggiunto un accordo con Trump, che prevedeva la concessione di prestiti per stabilizzare l’economia in difficoltà, inducendo una parte significativa degli elettori – che si prevedeva avrebbero votato nuovamente contro il partito al governo – a cambiare voto. In breve, la palese interferenza di Trump nel processo elettorale è riuscita a influenzare l’opinione pubblica a favore di Milei, il cui sostegno era in costante calo. Dodici giorni prima delle elezioni, Trump aveva detto: “Se perde, non saremo generosi con l’Argentina”. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent è stato ancora più esplicito: “Il successo del programma di riforme dell’Argentina è di importanza sistemica, e un’Argentina forte e stabile che contribuisca alla prosperità dell’emisfero occidentale è nell’interesse strategico degli Stati Uniti”. Non è stato necessario sparare un solo colpo. Questo è il nuovo stile delle relazioni internazionali nella regione: un’interferenza aperta, messa in scena dai media, come un modo per intimidire e costringere le persone a riflettere se valga la pena resistere all’impero, anche solo attraverso le urne. Movimenti disorientati e senza proposte Dopo i governi progressisti e l’ondata di governi impopolari – da Bolsonaro a Milei e Noboa – i movimenti si sono indeboliti e alcuni sono caduti in una vera e propria disorganizzazione. I movimenti progressisti hanno implementato programmi sociali per garantire la governabilità, il che ha portato a vari gradi di cooptazione e al trasferimento dei quadri del movimento alle istituzioni statali. Certo, i movimenti erano garanti della governabilità tra la gente, ma il prezzo era troppo alto, anche se questo sarebbe diventato evidente solo con l’arrivo della destra repressiva. In breve, quando la mobilitazione popolare era più necessaria, è stato impossibile rilanciarla perché la base era esausta e, soprattutto, disorientata. Un eminente kirchnerista ha espresso il suo scetticismo su La Jornada: “Scrivo queste righe in Argentina, dove la gente comune, e anche quella meno comune, soffre di uno strano miscuglio di apatia, confusione e una silenziosa tristezza quotidiana”. Immaginiamo la realtà di quella stessa gente comune in Venezuela, dove l’ex vicepresidente di Maduro ha spudoratamente cambiato schieramento a favore della fazione vincente, così come una buona parte della leadership militare e dei civili al governo. Ora ci troviamo di fronte a un nuovo fenomeno che i movimenti sociali dovranno considerare. Tra il Caracazo del 1989, che pose fine al sistema bipartitico del Patto di Punto Fijo (1958), e l’ultima rivolta indigena e popolare del 2022, ci sono state una ventina di insurrezioni che hanno rovesciato una dozzina di governi. La rivolta, la rivolta popolare, è stata una forma di azione che ha trovato una delle sue espressioni più notevoli nella destituzione popolare di Fernando de la Rúa in Argentina nel dicembre 2001. Ma con la politica di ricatto di Trump, è possibile che il Pentagono mobiliti le sue forze per scoraggiare e intimidire le popolazioni insorte. Questa è una delle lezioni più profonde dell’attacco al Venezuela. Il 3 gennaio il presidente ha detto: “Il predominio degli Stati Uniti in America Latina non sarà mai più messo in discussione”. Sembra chiaro che né la sinistra né i movimenti sociali abbiano la forza di fermare questa brutale offensiva. Dobbiamo prendere queste minacce molto sul serio, visto quanto accaduto a Caracas. Non sono uno di quelli che sostengono il progressismo, ma né esso né la sinistra esisterebbero senza i movimenti popolari, contadini, neri e indigeni. Quindi, se il Pentagono raggiungerà i suoi obiettivi, la sinistra sarà politicamente morta se chi sta in basso non riuscirà a liberarsi dal controllo e dal ricatto militare. Quanto accaduto negli ultimi anni in un Ecuador militarizzato è uno specchio in cui i movimenti sociali possono riflettersi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su El Salto (e qui con l’autorizzazione dell’autore), con il titolo América Latina: un continente desnudo y a la defensiva -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI E ASCOLTA ANCHE QUESTA INTERVISTA A RAUL ZIBECHI: > Siamo dentro una lunga tempesta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo America Latina: un continente esposto e sulla difensiva proviene da Comune-info.