Il labirinto dei flussi: due storie di un’irregolarità di statoLORENZO BOFFA, PAPIA AKTAR
Quando Mohamed atterra a Fiumicino nell’agosto del 2025, ha in tasca un visto
regolare stampato dall’Ambasciata italiana a Dacca. Sul passaporto compare la
qualifica di lavoratore specializzato, nel curriculum una laurea magistrale in
sociologia. A Gazipur, in Bangladesh, Mohamed lavorava come area manager per
un’azienda privata, guadagnando circa 30.000 Taka mensili. Una cifra dignitosa
per il contesto locale, ma insufficiente a garantire le cure mediche per i
genitori anziani e un futuro alla moglie e al figlio. L’occasione per un cambio
di vita radicale arriva dal fratello di un intermediario residente in Italia,
che gli prospetta un impiego nel settore navale a Massa Carrara con uno
stipendio di 2.000 euro, oltre dieci volte superiore a quello percepito in
patria.
Il suo ingresso è l’esito di una procedura governativa ufficiale. Eppure, non
appena il carrello del suo bagaglio varca la soglia degli arrivi, il sistema
della migrazione legale italiana inizia a sgretolarsi. Mohamed prende il
telefono e chiama l’uomo che, sulla carta, dovrebbe essere il suo datore di
lavoro a Massa Carrara. La risposta che riceve è una sentenza pronunciata con
cinismo burocratico: «Ti ho fatto arrivare e basta. Ho portato quindici, venti
persone come te. Non posso farti il contratto, ora arrangiati». In quel preciso
istante, Mohamed diventa parte di quel 92,1% di persone che il Decreto Flussi
spinge forzatamente in una condizione di irregolarità giuridica.
I dati raccolti dalla campagna Ero Straniero nel suo rapporto del febbraio 2026
offrono la trascrizione statistica di questo tradimento istituzionale: nel 2025,
a fronte di 181.450 quote programmate dal governo, solo 14.349 persone sono
riuscite a ottenere un permesso di soggiorno reale. È un tasso di successo del
7,9%. Lo Stato italiano ha programmato l’ingresso di dodici persone per vederne
regolarizzata soltanto una, lasciando le altre undici in un limbo privo di
tutele, in balia di un meccanismo che i monitoraggi indipendenti definiscono una
lotteria burocratica.
La vicenda di Mohamed svela il collasso dei controlli preventivi. Per accedere
alle quote del governo, ha pagato 20.000 euro tramite bonifici bancari
tracciabili sul conto della società in Italia. È un mercato dei visti alla luce
del sole. A settembre 2023, la pratica aveva ottenuto il Nulla Osta, ma
l’Ambasciata italiana a Dacca aveva bloccato l’emissione del visto. Invece di
subire passivamente, Mohamed aveva scritto all’Ambasciata, scoprendo che il
futuro datore di lavoro in Italia si trovava in una “lista nera” e che pertanto
erano necessarie ulteriori rassicurazioni. Nonostante questa evidenza
documentale, la Prefettura di Massa Carrara ha finito per confermare il parere
favorevole, autorizzando la stampa del visto.
Oggi Mohamed è bloccato in Italia in un vuoto normativo. Per lui, il rimpatrio è
un’ipotesi impraticabile. «Se dovessi tornare indietro ora, tornerei solo da
morto», spiega valutando il peso del debito contratto. «Da vivo, con i soldi che
devo restituire in patria, non riuscirei a sopravvivere». Invece di inviare
rimesse, deve chiedere ulteriori prestiti ai parenti per pagarsi un posto letto
in subaffitto. Supportato da Arci Roma, il 10 marzo scorso si è presentato agli
sportelli della Prefettura ponendo ai funzionari una questione ineludibile: «Che
colpa ho io? Sono venuto con un sistema vagliato e garantito da voi. Sulla carta
avevo un datore e uno stipendio, ma ad oggi non ho niente». A fronte di un
ingresso gestito dallo Stato, l’unica risposta dell’amministrazione è stata
suggerirgli di sporgere denuncia e attendere, lasciandolo senza alcun
ammortizzatore sociale.
Se la storia di Mohamed racconta il blocco all’ingresso, quella di Aziz,
trentenne originario del distretto di Noakhali, mappa il percorso di
precarizzazione forzata dei mesi successivi. Laureato in Business
Administration, Aziz decide di partire perché nel suo paese non trova un lavoro
che gli permetta di vivere dignitosamente e mantenere la famiglia, dato che il
padre è diventato invalido in seguito a un grave incidente. Con l’età che gli
chiude l’accesso ai concorsi pubblici in Bangladesh e i risparmi di famiglia
prosciugati dalle cure mediche, imbocca la via legale italiana. Soffrendo di una
patologia cronica alla vista che gli impedisce lavori di fatica al sole,
l’intermediario gli promette un impiego nel settore alberghiero, ma per
rientrare nelle quote del decreto falsifica la pratica inserendolo fittiziamente
nel settore “edilizia”. Il prezzo del Nulla Osta è schiacciante: 15.000 euro (16
Lakh Taka), finanziati da prestatori informali al 2,5% di interessi mensili.
«Ogni trenta giorni devo mandare 40.000 Taka solo per coprire gli interessi»,
racconta.
Arrivato a Fiumicino nel febbraio 2023, Aziz scopre che nessuno lo aspetta. Nei
giorni successivi riesce a rintracciare l’intermediario, che però prende tempo.
Lo rassicura sostenendo di aver inviato una PEC alla Prefettura per fissare
l’appuntamento della firma, ma contemporaneamente lo scoraggia: «Il lavoro
nell’edilizia non è per te che hai studiato». Per tenerlo buono, l’uomo gli paga
tre mesi di affitto in un posto letto e poi scompare nel nulla, abbandonandolo a
se stesso.
Schiacciato dall’orologio degli usurai, Aziz entra nel mercato delle procedure
amministrative. Paga un consulente per spedire il “Kit Postale” per la richiesta
di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Inizialmente, Aziz è convinto
si tratti di una prassi legittima. La ricevuta della raccomandata con
l’ologramma gli consente di aprire un conto bancario e di trovare un impiego
regolare come cameriere.
Solo in seguito, consultando un secondo legale, scopre che la pratica del Kit
era del tutto strumentale: di lì a poco, infatti, la Prefettura gli notificherà
la revoca ufficiale del Nulla Osta per irreperibilità del datore iniziale. La
notizia attraversa l’oceano e colpisce la famiglia: la madre subisce un ictus.
Aziz si sente responsabile: per lui, la malattia della madre è stata causata
della pressione finanziaria e della paura di perdere le terre messe a garanzia
del prestito.
Per non perdere il lavoro in regola, i legali indicano ad Aziz l’unica strada
che la normativa lascia aperta: la domanda d’asilo. Dopo diversi tentativi e
notti passate in fila davanti alla Questura, riceve inizialmente un diniego: per
poter presentare la domanda gli viene richiesto di rinunciare alla pratica
relativa ai flussi. In seguito, davanti alla Commissione Territoriale, nel
dicembre 2025, si presenta un lavoratore perfettamente integrato. I commissari
mettono a verbale che la sua storia è del tutto credibile: riconoscono la truffa
subita dall’intermediario, certificano l’estorsione del debito usuraio e
prendono atto del suo inserimento, annotando che Aziz ha un impiego con
contratto a tempo indeterminato, un alloggio stabile e frequenta il CPIA per
imparare la lingua italiana.
Il verdetto documenta l’equilibrismo del sistema: l’asilo viene negato perché il
Bangladesh è classificato come “Paese sicuro”, ma ad Aziz viene concessa la
Protezione Speciale. La motivazione è esclusivamente medica: un certificato
medico attesta una grave “sintomatologia psico-fisica” e questo lo esporrebbe al
rischio di trattamenti inumani nel suo paese, in cui non potrebbe curarsi come
invece avviene in Italia. Lo Stato lo riconosce come un soggetto vulnerato dalla
burocrazia, rifiutandosi di inquadrarlo come lavoratore attivo. Il paradosso si
chiude con una condanna a lungo termine: per effetto del Decreto Cutro (L.
50/2023), quel titolo di soggiorno ottenuto per motivi di salute non potrà mai
essere convertito in un permesso per motivi di lavoro. Aziz è così destinato a
rimanere un “vulnerabile” di Stato, confinato in un limbo di subalternità
perenne.
Questa medicalizzazione del diritto coincide con la scarnificazione dell’asilo
denunciata da organizzazioni come ASGI e la campagna Ero Straniero. Privo di
salvagenti per chi subisce truffe, il sistema della protezione internazionale
diventa l’unico riparo contro la marginalità giuridica. Nel 2024, a fronte di
migliaia di procedure fallite, lo Stato ha rilasciato appena 179 permessi per
“attesa occupazione”, come certificato dai dati del Centro Studi Idos. Una cifra
irrisoria, che spiega perché lavoratori qualificati siano costretti a intasare
tribunali e commissioni mediche pur di continuare a servire ai tavoli di un
ristorante.
Questa architettura poggia su un mercato illecito dettagliato dalle cronache
giudiziarie. In provincia di Napoli, la Direzione Distrettuale Antimafia ha
smantellato reti composte da intermediari, professionisti e funzionari
dell’Ispettorato del Lavoro, dove i Nulla Osta venivano agevolati in cambio di
utilità per società fittizie, vere e proprie scatole vuote che dichiaravano
fallimento poche settimane dopo l’ingresso del migrante. A Imola, la Polizia di
Stato ha sequestrato un centro di assistenza fiscale in grado di inserire oltre
500 domande sfruttando il “silenzio assenso”. Fino al 2023, trascorso un mese
senza risposte dalle Prefetture, la domanda veniva validata automaticamente:
fogli bianchi e passaporti scaduti generavano visti venduti a migliaia di euro.
Di fronte a un assetto normativo che penalizza il lavoratore per le colpe del
datore il contrasto con un altro paese europeo, la Spagna, è netto. Il governo
Sanchez ha recentemente approvato una riforma storica, spinta dal basso
dall’enorme raccolta firme della campagna Regularización Ya!. Il fulcro del
modello iberico è l’istituto dell’Arraigo (il radicamento): un meccanismo
strutturale inserito nella legge sull’immigrazione che garantisce il permesso di
soggiorno riconoscendo la presenza reale e il legame lavorativo o sociale già
costruito sul territorio. Se Aziz si fosse trovato in Spagna, non avrebbe dovuto
affrontare il calvario della finta richiesta d’asilo che non voleva presentare:
i suoi 19 mesi di contratto a tempo indeterminato e il suo percorso di
assestamento nel paese sarebbero stati requisiti sufficienti per ottenere un
permesso per lavoro alla luce del sole. Svincolando la regolarizzazione da una
scommessa pre-partenza e basandola sull’inserimento effettivo, la Spagna
prosciuga alla radice l’economia delle truffe che prospera in Italia.
In assenza di un meccanismo simile, in Italia la risposta sta assumendo i
contorni di una vera e propria vertenza politica animata dai diretti
interessati. La mobilitazione del comitato bengalese “Tikase” (un’espressione
che ironicamente significa “va tutto bene”) ha trasformato il senso di
isolamento individuale in una presa di coscienza collettiva. Lo si è visto
chiaramente nell’assemblea nazionale che ha preceduto le proteste di piazza:
oltre ottocento lavoratori bengalesi hanno gremito in ogni ordine di posto gli
spazi della sede centrale dell’Arci a Roma.
Ph: Attiva Diritti – assemblea all’Arci
Una sala stipata di persone che hanno preso la parola per condividere la stessa
identica biografia di debiti usurai, datori di lavoro irreperibili e ingranaggi
burocratici bloccati. Un percorso assembleare che è poi sfociato nella
manifestazione del 18 dicembre, data scelta non a caso perché anniversario della
morte dei lavoratori africani asfissiati nel tunnel del Monte Bianco nel 1972, a
segnare la continuità tra le vecchie e le nuove frontiere dello sfruttamento.
La proposta condivisa dalle ottocento persone dell’assemblea e dalle sigle della
società civile sarebbe immediatamente applicabile: l’emanazione di una Circolare
ministeriale (sul modello di quella già adottata nel 2007) che garantisca il
rilascio del permesso per “attesa occupazione” a chiunque sia entrato con il
Decreto Flussi e sia rimasto vittima di datori di lavoro irreperibili.
Permettere l’emersione di chi è già sul territorio significherebbe stabilizzare
un saldo fiscale che vede i cittadini stranieri garantire 4,6 miliardi di euro
netti alle casse dello Stato. Ma, in primis, significherebbe riconoscere diritti
reali a persone che già vivono, lavorano e partecipano al tessuto sociale del
Paese, abbandonando un approccio che relega l’immigrazione a sole politiche di
assistenza per i rifugiati o a tagliole amministrative. Mantenere le regole
attuali significa continuare a investire risorse pubbliche per alimentare, per
decreto, un’irregolarità programmata.